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15 marzo 2006

I media corrotti


Cosa sta accadendo in Iran?
“Si sta preparando una guerra nucleare” è la risposta che può dare l’ascoltatore medio, mediamente distratto mentre guarda il Tg. I media maggiormente diffusi da qualche mese lavorano alla costruzione dell’opinione popolare sulla “crisi Iran”. Ed il risultato al quale sono arrivati è che la maggior parte delle persone teme e si aspetta una guerra nucleare.
Il perché è facilmente intuibile: ultimamente buona parte dei servizi giornalistici in tv, sulla stampa tradizionale, on-line, recano forti titoli dove ricorrono le espressioni “crisi nucleare”, “guerra nucleare”, “corsa all’armamento nucleare dell’Iran”, “l’Iran ha uranio gasificato per costruire 10 bombe atomiche”, “L’AIEA lancia l’allarme su alcune pratiche poco chiare del programma di ricerca nucleare iracheno”. E l’utente medio, che presta un minimo d’attenzione alla notizia e poi passa avanti, conserva solo un’’impressione di sgomento, che richiama quello provato di fronte alla narrazione per immagini dei disastri nucleari. Poco importa che si tratti di immagini storiche degli attacchi ad Hiroshima e Nagasaki oppure di scene tratte dagli stereotipati film holliwoodiani. É tutta realtà televisiva. Costruita ad hoc per esser presa per vera. Come i servizi giornalistici che guardano oggi e che gli fanno capire che si sta preparando una guerra nucleare in Medio Oriente. Un’immagine che confonde quello che è il reale braccio di ferro, legato ad interessi petroliferi, che si sta svolgendo tra le diplomazie internazionali.

Il processo per la costruzione del nuovo mostro mediorientale, della nuova minaccia alla civiltà democratica occidentale, è partito artatamente mesi e mesi fa. Quando i media d’informazione hanno capito che erano maturi i tempi per i quali l’America aveva scelto di passare all’Iran dopo l’Afghanistan e l’Iraq, hanno spostato poco a poco, sibillinamente, la lente d’ingrandimento su quella repubblica islamica. Prima portando nel cuore della notizia le roventi dichiarazioni del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad su Israele. Poi ritornando sull’integralismo islamico che informa la sua azione amministrativa. Qualche nuovo passaggio su Israele e poi è arrivato il piatto forte: “la crisi nucleare”.
Una crisi che al momento sembra essere più che altro diplomatica ed economica e che è diventata nucleare solo per vendere più giornali, avere più spettatori. Un maggiore bacino d’utenza nel quale instillare poco alla volta il timore e poi l’avversione per l’Iran e per le sue recenti operazioni con l’uranio. Mentre poca o nulla attenzione tali media a grossa diffusione hanno prestato al fatto che da gennaio 2006 l’Iran vende il petrolio in euro, e non più in dollari. L’ingente danno economico che è venuto, agli Usa per primi, dal crollo del petrol-dollaro è un dato che alle orecchie del componente medio dell’opinione pubblica non è arrivato. E per questo se ne sta a casa sua maledicendo l’Iran e sperando che non lanci nessuna bomba atomica sul continente eurasiatico. Perché l’informazione istituzionale ha creato per lui questa visione della realtà.

Un processo che si è già visto per la guerra in Afghanistan. All’epoca la realtà creata per noi dai media, un riflesso speculare della storiella con la quale ci hanno voluto abbindolare i poteri americani costituitisi salvatori del mondo, è stata quella per la quale i militari hanno attaccato uno stato sovrano per difendere tutto l’occidente, in pericolo dopo l’attentato alle Twin Towers, e per liberare le povere afgane dal barbaro uso di soffocare il loro corpo, il loro spirito e la loro mente con il burqua.

Stesso processo, ancora, si è visto per la guerra in Iran. La storiella raccontata è stata ancora una volta la pretesa di difendere il mondo occidentale civile dai barbari irakeni, che avevano armi atomiche e batteriologiche pronte per distruggere la civiltà occidentale. Una storiella talmente pidocchiosa, che per fortuna in pochi ci hanno creduto. In Inghilterra, ed ecco una vera rivoluzione, l’opinione pubblica ha chiamato il premier Tony Blair a rispondere delle bugie raccontate. La costruzione mediatica attorno alla vicenda ha però levato molte castagne dal fuoco. Ancora una volta un attacco deliberato è passato per una crociata benefica, con i poveri martiri degli eserciti occidentali impegnati per liberare dalla dittatura un popolo oppresso. Un reportage di Medici Senza Frontiere, realizzato in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia sulle crisi dimenticate, riferisce che nel corso del 2005 i tg del day e prime time di Rai, Mediaset e La7, alla crisi irakena sono state dedicate 136 ore, 7 minuti e 30 secondi. Un bel po’ di tempo per creare l’opinione che doveva poi essere espressa dagli ascoltatori medi. Un’opinione che poco o nulla sa degli interessi economici che sono stati la principale causa della corsa alla conquista dei pozzi petroliferi dell’Iraq. Chi sa che a Nassirya, dove sono morti i Carabinieri del contingente italiano, c’erano, guardacaso, 12 pozzi dell’Eni?

Nello stesso report, emerge come scarsa o nulla attenzione sia stata dedicata a guerre che oggi si combattono nel mondo. I conflitti che insanguinano il nord est dell’India e la Costa d’Avorio non sono mai stati nominati dai principali network televisivi. Pochi minuti per il Congo, il Sudan, l’Uganda. Mezz’ora per Colombia ed Haiti, tre quarti d’ora alla Cecenia. Addirittura la bellezza di un’ora e mezza dedicata alla Somalia, ex colonia italiana. Considerando che si tratta dell’attenzione totale prestata in un anno, si tratta di ben poca cosa. Ma lì non ci sono storielle, per pidocchiose che siano, da raccontarci per legittimare la presa in punta di spada di ricchezze altrui. Si tratta di guerre intrise di sangue, violenza, della puzza del sangue sparso e dei cadaveri decomposti, dalla quali nessun boyscout americano può trarre onore e gloria. Ed allora che si ammazzino pure come animali al macello, ma lontano dal pubblico dominio.