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15 agosto 2006

Nel ricordo di un amico

di "Avv. Antonio Pimpini"

L’Auriti giurista è noto negli ambienti universitari per gli studi, le ricerche e le pubblicazioni accademiche, ma la sua notorietà si diffuse anche a chi non ne era partecipe di tale mondo, poiché, a seguito dell’esperimento scientifico in Guardiagrele dei simec (simboli econometrici di costo nullo di valore indotto), la sua teoria sulla proprietà popolare della moneta si diffuse in tutto il mondo.

Egli non fu mai né conformista né omologato, con severo spirito critico, innanzi tutto con se stesso, poneva sempre a verifica le sue affermazioni, discutendo con tutti in modo sereno e pronto a recepire novità, anche se il suo dialogo si interrompeva bruscamente al cospetto di un interlocutore animato da compromesso o mala fede. Questo grande merito lo rese atipico anche negli ambienti universitari, in quanto non scriveva per il gusto di aumentare la sua bibliografia a soli fini statistici, ma per affermare principi nuovi o evoluzioni di precedenti idee. Il suo insegnamento fu una vera e propria missione, si divertiva e godeva nel poter formare giovani studenti allo spirito critico (la sua frase all’inizio di ogni corso di lezioni era: “Voi avete il dovere di conoscere quanto i professori vi insegnano, ma non dovete necessariamente crederci”).

Anche se le cronache giornalistiche lo conobbero diffusamente solo con l’esperimento dei Simec di Guardiagrele, il suo percorso professionale risale agli anni 50 allorché divenne assistente presso la Cattedra di Diritto della Navigazione dell’Università La Sapienza di Roma e percorse tutti i successivi gradi sino a divenire professore associato e, quindi, ordinario di diritto della navigazione. Fu, inoltre, uno dei fondatori della D’Annunzio e, in particolare, della Facoltà di Giurisprudenza di Teramo. Qui il suo pensiero, grazie alla reggenza – prima – della cattedra di diritto internazionale e poi all’ordinariato in quella di teoria generale del diritto, potette finalmente svolgersi nella più assoluta libertà ed iniziò il periodo della più bella e fantastica utopia.

La sua Fede Cattolica e la sua formazione culturale, lo spinsero sempre a cercare di attuare il diritto sociale della Chiesa e in ciò l’incontro con l’allora Cardinale Ratzinger (ora Papa Benedetto XVI) fu folgorante. Si conobbero nella prolusione all’anno accademico nel 1987 a Chieti e, nel 1989, a Teramo, in occasione del 100° anniversario della Rerum Novarum, quando il prof. Auriti organizzò una conferenza sulla proprietà popolare della moneta come attuazione del principio del tutti proprietari espresso dall’Enciclica. Infine, si rivedero a Rieti, in occasione di un convegno al quale furono entrambi invitati. La reciproca simpatia e affetto ebbero la loro massima dimostrazione proprio nella partecipazione all’incontro di Teramo, sicuramente coraggioso per l’allora Porporato destinato a divenire Sommo Pontefice, in quanto non vennero mai nascoste le diffidenze verso i grandi centri finanziari e, in particolare, verso il sistema della banche centrali.

In ogni convegno l’unico modo per contrastare le argomentazioni del prof. Auriti era quello di ritenere la sua idea un’utopia, senza sapere che, in campo scientifico, un’affermazione di tal fatta è ben lungi dell’essere negativa. E il tempo gli ha dato e continuerà a dargli ragione.

Il prof. Auriti ha vinto la sua guerra contro il demone dell’usura nel momento in cui ha esternato l’idea della proprietà popolare della moneta! Il tempo e il modo in cui tale principio verrà attuato appartiene al Sovrannaturale, né può divenire motivo di preoccupazione, d’altro canto il recente dibattito sulle prerogative e poteri della banca centrale ne è la dimostrazione piena.

Ma il mio ricordo vuole essere rivolto, oggi, ai giorni di estrema goliardia e di sana convivialità che mi hanno arricchito in un modo così grande da farmi ritenere, a giusta ragione, molto più facoltoso di tanti che lo sono solo dal punto di vista meramente materiale. E ciò anche perché lui avrebbe voluto vedere coloro i quali nutrirono sentimento di affetto nei suoi confronti sempre sorridenti e sereni, mai tristi, perché la sua non è una scomparsa ma un semplice trapasso da una vita ad un’altra, nella certezza che, nel Paradiso, non potrà certamente incontrare i suoi detrattori né coloro che, per il bene comune, ha sempre combattuto.

Due sono gli episodi provocatori che mi tornano alla mente. Il primo: il prof. Auriti affermava, a giusta ragione, che la sua teoria avrebbe messo d’accordo sia la destra che la sinistra e per dimostrarlo, a chiunque incuriosito gli chiedesse come, si alzava in piedi e poneva il braccio destro con il tipico saluto romano in uso nel ventennio, mentre elevava il sinistro, sebbene con maggiore sforzo ed intuibili difficoltà, con il pugno chiuso. Poi, portava la mano destra, già aperta per il saluto romano in atto, sull’avambraccio sinistro e, nel contempo, piegava il braccio sinistro nel tipico gesto di sordiana memoria. Ed esclamava: “Ecco l’unione tra la destra e la sinistra”. Si divertiva un mondo.

Un altro episodio, fu quello di inserire la sigla “bq” sui Simec di seconda generazione, cioè sui simboli stampati dopo il dissequestro e su quelli di metallo. L’iniziativa nacque nell’occasione di un incontro conviviale nelle zone di Guardiagrele ove, pensando alle reazioni inaudite e fuori logo della banca centrale e dell’autorità giudiziaria all’esperimento di sociologia del diritto dei Simec, si decise di apporre sul Simec stesso un qualcosa che potesse esprimere, con la tipica sagacia ed espressività del volgo, il sentimento di prevalenza morale ed ideale che accomunava chi sosteneva la proprietà popolare della moneta rispetto a chi la osteggiava. Ecco che tra le varie opzioni emerse il tipico detto abruzzese e chietino del “becchete queste”, che normalmente si accompagna a complementari forme gestuali alquanto esplicative. In accordo assoluto, si decise di inserire detta dicitura in sigla, appunto “bq”, mantenendo riservato il significato e il senso, anche se poi la felicità di poterlo raccontare lo rese il segreto di Pulcinella.

Questa spensieratezza, questi momenti in cui il cervello si riossigenava e si respirava l’aria della libertà e dell’amicizia, mi mancheranno e mi imporranno di avere cura della ricchezza donatami, perché ne dovrò fare buon uso per non disperderne l’immenso valore.