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29 novembre 2007

I nuovi intellettuali del regime globalizzato


La campagna di disinformazione degli schiavi del potere è iniziata. A pochi giorni dalla scadenza del termine ultimo stabilito per risoluzione della questione del Kosovo, comincia l'attacco dei media occidentali per gettare veleno e odio su una situazione sempre più tesa. Un'analisi in anteprima dell'articolo di Venerdì di Repubblica "Kosovo, una bomba a orologeria", con il commento di Osservatorio Balcani , Ismail Kadaré, scrittore albanese, e Ivan Vejvoda, politologo serbo della Fondazione per la democrazia balcanica.

Mentre la nuova propaganda globalizzata si prepara ad un nuovo scontro nella regione balcanica, giunge da Vienna la notizia del fallimento delle trattative della troika di intermediazione, lasciando ora al Consiglio di Sicurezza dell'Onu la decisione finale sul futuro status del Kosovo. Terminano così delle trattative che in fondo non hanno mai avuto inizio, perchè la rappresentanza albanese non ha avuto infatti un atteggiamento propositivo, restando ferma sulla sua posizione secessionista e smontando ogni nuova proposta o soluzione prospettata dalla Serbia. D'altro canto, il fallimento delle trattative sembra essere stato annunciato dai media della propaganda occidentale, che non hanno mai accreditato l'importanza della troika, ricordando sempre con nostalgia il Piano Athisaari.
Il "Venerdì di Repubblica" si prepara così ad uscire in edicola, il prossimo venerdì 30 novembre, con l'articolo "Kosovo, una bomba a orologeria", che lascia commentare l'attuale situazione delle trattative del Kosovo all' Osservatorio Balcani e a due intellettuali, quali Ismail Kadaré, scrittore albanese, e Ivan Vejvoda, politologo serbo appartenente alla fondazione Balkan Trust for Democracy (BTD). L'articolo apre con l'annuncio - quasi profetico - del fallimento di ogni tipo di negoziazione, per poi lasciare la parola ai due intellettuali che si presentano così come delle "autorevoli Istituzioni" per la questione balcanica. Sebbene nessuno ha dato loro tanta autorità, parlano come se avessero il potere di decretare l'inizio di uno scontro in terra kosovara, e di giudicare "fallite" le trattative diplomatiche sul Kosovo, prima ancora della notizia ufficiale. In realtà ci troviamo di fronte ad un esemplare esempio di propaganda politica studiata sotto ogni punto di vista. Il periodico infatti chiede di analizzare "il presente, il passato e il futuro" del Kosovo a dei personaggi che vivono al di fuori della comunità balcanica, isolati dal loro popolo di origine, e ora sbarcati sulla scena internazionale per sdoganare la propria figura ed essere accreditati come opinionisti autorevoli. Analizzare le figure dei due referenti permette così di capire di fronte a quali entità ci troviamo e quali sono i manovratori di questa messinscena. L'obiettivo è ancora quello di fomentare il conflitto, armare di propaganda le fazioni politiche e criminalizzare il popolo serbo, che incarna - agli occhi della comunità internazionale - nazionalismo e crimini di guerra.
Ismail Kadaré,Enver Hoxha
e la figlia di Kadaré,Gresa

Primo tra tutti, Ismail Kadarè, una figura meschina e incoerente, che parla di democrazia e di dignità umana, quando ha alle sue spalle un passato pieno di scheletri e fantasmi. Ricordiamo infatti che era il vice-Presidente dell'organizzazione del Fronte Democratico, di cui Nexhmije Hoxha, moglie di Enver Hoxha, era il Presidente. Come vice-capo del Fronte Democratico, ricopriva il compito di identificare le persone che attraverso il loro lavoro intellettuale e artistico erano diventati nemici dello stalinismo. Tra le sue vittime ricordiamo persone come Arshi Pipa, Ernest Koliqi, Kasem Trebeshina, Fadil Paçrami, Todi Lubonja, Anton Harapi . Troverete spesso nelle dichiarazioni di Kadaré questi personaggi, chiamati in causa in maniera diretta e indiretta per diffamare e screditare tutto quello che hanno rappresentato durante il comunismo. Era allo stesso membro della Poli Bureau del Governo Albanese - il Dipartimento degli Affari Riservati - durante il regime comunista , avendo come compito quello di controllare la propaganda. Durante la sua carriera politica accanto al regime di Enver Hoxha ha prodotto più del 90% della sua produzione letteraria, oggi considerata dai critici come espressione della "dissidenza" . In realtà, leggendo i suoi scritti emerge l'odio che provava per gli ebrei e per i musulmani, che nascondeva con sua finta ideologia comunista al solo fine di alimentare la disinformazione e individuare i veri dissidenti. Questa è stata la sua grande carriera di "massimo scrittore", considerando che ha svolto per il Poli Bureau il ruolo di controllare l'informazione di regime.
Dopo il “Booker International Prize” , i giornalisti ebbero così il compito di reinventare Kaderé come scrittore della dissidenza al regime comunista, perché si trovarono davanti un personaggio che non era un dissidente. Hanno dovuto ricostruire la sua immagine di dissidente, negli ultimi 15 anni di gloria della storia dell'Albania. Infatti, a partire degli anni 90, dopo la caduta del comunismo in Albania, andò in Francia presentandosi come uno scrittore di controtendenza, dato che ormai non c`era più nulla da guadagnare in patria.

L'Assemblea del Parlamento Albanese vota il codice penale nel 1979
che include l'articolo 55, per la repressione dell'agitazione e della propaganda.
Ismail Kadarè siede nella seconda fila, accanto all'attore Rudolf Marku

Il buon Kadaré non sa che comunque noi abbiamo memoria, e ricordiamo bene quando ha fatto internare la famiglia del giovane che amava sua figlia, Renato Rapi. Sua madre, Janulla Rapi, oggi ha 62 anni, e vive in un appartamento modesto nel Bronx di New York. La sua più grande preoccupazione continua ad essere suo figlio, quel simpatico ragazzo dei film del Kinostudio albanese, ora malato e con una pensione d`invalidità erogata dal governo americano. "Vorrei che Kadarè facesse un confronto con me - dichiara Jannulla Rapi - ma come sempre lui negherà questa storia". Dalle sue parole, traspare come Renato Rapi soffra ancora le conseguenze delle torture e delle cure obbligate presso l'ospedale psichiatrico di Elbasan. Ringrazia Paskal Milo, che ha permesso al caso Rapi di uscire con tutta la sua sconvolgente tristezza e spietatezza, per smascherare un meschino "funzionario" del regime che si sentiva "dio" nel manovrare la vita e il destino di un'intera famiglia.

Controparte di Ismail Kadarè, è Ivan Vejvoda, presentato come politologo serbo, membro della Fondazione balcanica per la democrazia . Ivan Vejvoda viene interrogato per descrivere la posizione serba, ma il ruolo di difensore non gli appartiene, perché le sue diplomatiche dichiarazioni sembrano sostenere più le ragioni del governo filo-atlantico serbo, piuttosto che lo Stato della Serbia. Ricordiamo infatti che questo grande analista ed esperto politologo, rappresenta in questa intervista la Balkan Trust for Democracy (BTD), fondazione creata nel 2003 dal German Marshall Fund degli Stati Uniti, dalla United States Agency for International Development (USAID), e dalla Charles Stewart Mott Foundation. Attualmente la fondazione riceve fonti anche dal Rockefeller Brothers Fund, dall'Ambasciata Reale Olandese a Belgrado, dal Ministro greco degli Affari Esteri, dal Swedish International Development Cooperation Agency (SIDA), dalla Tipping Point Foundation, dalla Compagnia di San Paolo del Vaticano, e dalla Robert Bosch Foundation. Gli interessi che Ivan Vejvoda deve difendere sono molto chiari, e rispecchiano così le volontà dei padroni della Fondazione balcanica per la democrazia. Con le sue parole "democratiche e diplomatiche" dimentica la storia della Serbia, mette in discussione la sovranità di uno Stato, e nega quella propaganda che gli analisti, i giornalisti e i politici hanno aiutato a creare. Eppure, il revisionismo della storia viene condannato dai Governi, perché mette in discussione l'esistenza dello Stato: così è stato deciso per la Storia degli ebrei e per la Seconda Guerra Mondiale. Oggi invece assistiamo al negazionismo della storia della Serbia, solo perché vi sono delle pressioni molto forti affinchè sia smembrato uno Stato così fortemente legato alla propria identità nazionale.

Come Ivan Vejvoda incontra i Fratelli Rokfeller, così Ismail Kadaré ha incontrato George Soros a Tirana: entrambi sono i falsari della letteratura, i padri della vecchia propaganda comunista, oggi al soldo dei nuovi padroni, come dei mercenari. I funzionari dei regimi del passato diventeranno gli intellettuali del futuro. Come dei cani, mordono la mano di chi ha dato loro da mangiare in passato, e parlando di democrazia, inventano nuova propaganda da gettare in pasto alla massa. Fino a poco tempo fa, i nostri politici e le organizzazioni ci hanno parlato del sogno europeo, della necessità di entrare nella Grande Europa. Oggi la Costituzione Europea è fallita, e tutti parlano invece di globalizzazione come strumento per lo sviluppo, per continuare ad ingannare gli Stati e inducendoli a fidarsi di loro. Ci chiediamo, dunque, come ha potuto la Repubblica, ascoltare questi personaggi, che con la loro propaganda hanno creato conflitti etnici e hanno alimentato gli odi tra le civiltà balcaniche. Se oggi continuiamo a parlare della "questione balcanica" è proprio grazie a queste persone, che sfruttano il malessere della popolazione per accreditarsi di nuovo sulla scena internazionale, e magari presentarsi come futuri leader dei partiti e dei movimenti che sorgeranno dopo le rivoluzioni.