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04 dicembre 2007

Le ombre del passato di Ismail Kadare


La scioccante storia di Janulla Rapi, madre del ragazzo che si è innamorato della figlia di Ismail Kadare. Ritorna così al centro dell'attenzione dei media albanesi, il caso Rapi, mettendo in risalto la spietatezza, di Ismail Kadare, scrittore albanese di fama internazionale e funzionario del regime di Enver Hoxha.

Janulla Rapi è la madre di Renato Rapi, il semplice del ragazzo della Kinostudio che viveva accanto alla famiglia Kadare e si era innamorato di Gresa, figlia di Ismail Kadare. Oggi Janulla Rapi ha 62 anni, e vive in un appartamento modesto nel Bronx di New York. Il suo più grande tormento continua ad essere suo figlio, ora malato e con una pensione d`invalidità erogata dal governo americano, mentre soffre ancora per torture subite nella sua degenza obbligata nell'ospedale psichiatrico di Elbasan. Racconta la sua terribile storia, intervenendo in occasione dell'aspro dibattito sollevato da Paskal Milo contro Ismail Kadare, che ha riportato all'attenzione dell'opinione pubblica gli aspetti più controversi e corrotti di un personaggio che la disinformazione vuole trasformare in un grande intellettuale albanese. Le sue parole descrivono da sole la crudeltà di Kadare, come uomo e come specchio del regime comunista degli anni ottanta.

« E` stata la polemica dello storico Paskal Milo che mi ha spinto ad intervenire per rispondere e chiarire la verità su di un avvenimento che Ismail Kadare cerca in ogni modo di deviare.
Nel 1977 mio marito è morto lasciando me con due figli, Renato di 13 anni, e una bambina piccola di 3 mesi. Con tanti sacrifici ho cercato di crescerli, di educarli e dar loro un'istruzione. Lavoravo come commerciante di alimentari, un lavoro umile e onesto, ma vivevo felice con i miei figli. Renato, frequentava l'Accademia per il violino e amava la recitazione, il suo era un vero talento nascosto, tanto che la Kinostudio lo scelse per interpretare dei film. Il violino, la recitazione e l`amore segnarono i momenti più belli della vita di Renato, che però fu ben presto segnata da grandi sofferenze che finiranno per distruggerlo: la sua unica colpa è stata quella di amare la figlia di Ismail Kadare, allora funzionario del regime di Enver Oxha, che viveva accanto alla nostra casa. Il suo puro sentimento d`amore nato a soli 13 anni, è divenuta la causa della violenza fisica, delle torture psicologiche, dell`internamento, del suo arresto e infine, della chiusura nell'Ospedale Psichiatrico di Elbasan con una cura obbligatoria.
E` una storia piena di dettagli, e su di essa potremmo scrivere la sceneggiatura di un romanzo che oltrepassa le tragedie teatrali sinora scritte. Io mi sentivo impotente, non potevo difendere me e la mia famiglia dalle tante ingiustizie che mi sono state inferte, mentre Kadare, il grande scrittore, deputato, vice-Presidente del Fronte Democratico, si innalzò nelle alte sfere dove, l`intelligenza si trasforma in furbizia, la volontà in ferocia, l`ambizione in cinismo e la morale, in gentilezza formale. Quando venne a conoscenza dell`amore tra sua figlia Gresa e Renato, diventò una bestia, ma era troppo tardi, perché c'era una gravidanza.

Tutto cominciò una sera, quando tornando a casa trovai Renato insieme con Gresa, che ormai veniva spesso da noi, mentendo a suoi genitori. Entrambi erano molto tristi e piangendo mi confidarono che Gresa aspettava un bambino. La notizia mi scosse, sapendo le conseguenze che sarebbero derivate, ma decisi di affrontare il problema e chiamai sua madre, Helena, nel tentativo di parlare da madre a madre. Tuttavia, quando seppe della situazione della figlia e quando vide le condizioni della nostra casa venne il gelo e mi disse: "Vieni domani a casa a discutere con Ismail, perché è lui il padre e lui decide tutto". Dopo quella sera, ebbe inizio il piano preparato da Kadare e per mio figlio seguirono delle eventi terribili.

Quando arrivai dinanzi alla loro casa, venne ad aprire la porta Kadare, e in casa trovai un impiegato del Ministero degli Interni, Vladimir Mece, la moglie Helena e una sua amica, Lili Zheji. Appena entrai mi condusse nel suo studio, dove vidi una grande foto in cui sedeva accanto ad Enver Hoxha e alla figlia Gresa. Mi disse con tranquillità che aveva saputo cosa era accaduto, ma aveva parlato con suo fratello Shahini, medico, e che c`era la possibilità di rimediare alla gravidanza, come se non fosse mai accaduta. Lo guardai con disprezzo e pensai "che terribile impostore avevo davanti". Non esitai, e dissi : “Veda Signor Kadare, lo so che per lei è un fatto grave, ma loro sono giovani e costruiranno la loro vita al meglio, se anche lei li aiuterà". Non appena sentì queste parole, si arrabbiò e mi guardò infuriato.
In quell'istante mi trascinò in cucina Helena, mentre Vladimir Meçja, iniziò a gridare dicendomi: “Ma tu vorresti imparentarti con Ismail Kadare, che lo conosce il mondo intero? Non dimenticare che sei nipote di un kulako, tuo è zio è stato arrestato a Burrel per 25 anni, un altro evaso, e hai anche il coraggio di parlare con Ismail Kadare ? Lasciatelo scrivere il materiale che gli serve per il plenium!”. Così, senza paura, risposi che era vero che ero nipote di un kulako, che con la sua ricchezza aveva aiutato la guerra di Liberazione Nazionale. Mio zio fu costretto a scappare perchè secondo la legge partigiana, e su ordine di Mehmet Shehu - amico di famiglia dello stesso Kadare - quella sera doveva essere fucilato per il solo motivo che non voleva che la sua fidanzata divenisse una partigiana. E ancora, l'altro mio zio fu arrestato per oltre 25 anni perché disse ad un suo amico, che era una spia, che "negli anni scorsi cavalcava in questi campi", facendo credere che era stato ricco.

Ad un certo punto suonò il telefono, Kadare rispose e mi porse il telefono dicendo che era per me. Quando presi il telefono, sentì una voce che, in dialetto lab, gridando mi disse: “te ne vuoi andare via da lì, puttana, o vuoi che mandiamo la polizia a cacciarti fuori?". Il mio sangue gelò, pensando a che punto era arrivata quella gente che, vantava di essere "grandi intellettuali", ma in realtà erano degli spietati criminali, rozzi e bruti. Decisi così di andare via, ma non feci in tempo ad aprire la porta che un gruppo di poliziotti mi tirò dal braccio trascinando con forza fuori dalla casa e gettandomi a terra. "Lei è in arresto - gridarono - perché si è introdotta con la forza nell'abitazione dell'Onorevole Kadare". Ribattendo alle loro accuse spiegai che ero stata invitata dalla moglie Helena, ma le mie parole non furono ascoltate, e così, trascinandomi come se fossi un animale e colpendomi più volte con pugni e calci, mi lasciarono rotolare per le scale. Allora gridai : " Kadare, criminale, amico di Mehmet Shehu e Enver Hoxha, hai nella mano sia la noce che la pietra, credi che non abbiano visto o sentito i tuoi vicini dalle finestre questo scandalo?". Ismail KAdare, guardadomi con aria minacciosa, mi disse “continua, continua pure, e vedrai che cosa farò ”.

Quella notte mi hanno trattenuto all'interno della stazione di polizia tutta la notte, e tartassandomi mi dissero: "Tu, insignificante venditrice, vorresti imparentarti con Kadare ? Se continui così, vedrai cosa vi faremo, finirete in carcere o internati". Non smisero di torturarmi e di colpirmi, fin quando la mattina successiva mi lasciarono andare a casa.
Due giorni dopo l`incontro nella casa di Kadare ho ricevuto una convocazione del tribunale, con la quale venivo accusata di aver violato violato la casa del "Deputato e del grande scrittore Kadare". Capii dunque che Kadare, stava usando contro di noi non solo il suo nome, ma anche i suoi potenti amici, a cominciare dal direttore della Polizia di Tirana, Hajredin Shyti, il Comitato del Partito, e perfino il Ministro dei Interni, Hekuran Isai, per poi giungere ai più alti vertici dello stato albanese, con Ever Hoxha e sua moglie.

Scontai la mia condanna per "offesa ad un deputato" con un lavoro correttivo di 11 mesi, trattenendo metà della busta paga. Kadare aveva ordinato di rinchiudermi in carcere, ma la mia salvezza arrivò da una lettera che scrissi a Enver Hoxha, nella quale raccontai cosa mi stavano facendo solo perché ero la madre di Renato, il ragazzo che amava la figlia di Kadare. Enver Hoxha intervenne dando ordine al Tribunale di ridurre la condanna a 3 mesi, dicendo: "non c`è ragione per quale debba soffrire la madre".
Così tornai al mio lavoro, al negozio di alimentari, ma Ismail Kadare non fu soddisfatto per ciò che accadde. Mio figlio fu espulso da scuola, spesso veniva convocato dalla polizia, insultandolo davanti alla sua ragazza. Lo picchiavano senza alcuna pietà e per i motivi più banali, e, tenendogli le ginocchia sulla schiena e una scarpa sulla testa gli chiedevano : "rinunci a questa ragazza o ti uccidiamo?". Una notte, picchiarono Renato così violentemente che rimase per tre giorni senza sensi nella stazione.
Gresa, nonostante tutto, continuava ad amarlo, non si vergognava del loro amore, e non accettò mai di dire che Renato l'aveva costretta con la forza, come invece l`ispettore privato di Kadare, Riza Icka, le consigliava spesso. Si amavano così tanto, e continuavano a fare progetti per il futuro, e questo scatenava ancora di più l'ira di Kadare.
Un giorno, Renato si trovava dietro la casa di Kadare, attirato dalle urla di Gresa che veniva schiaffeggiata, e sentì le minacce che "non avrebbe mai più visto quel ragazzo, perché sarebbe stato internato con tutta la sua famiglia." In quel momento l`ispettore Icka vide Renato e lo fece trascinare nella polizia, dove fu torturato e gli fu detto che sarebbe stato internato. Quella sera Renato rientrò a casa come morto e con dei segni sul viso. Si chiuse nella stanza dove stava sempre con la sua ragazza, lì cercò di suicidarsi bevendo del moschicida. Vidi l'ambulanza portare via mio figlio e pensai che non lo avrei più rivisto, così corsi in preda al panico dinanzi alla casa di Kadare, ed Helena mi prese da parte per calmarmi. Mi disse che anche lei era aveva fermato sua figlia che stava per gettarsi dal terrazzo, e continuava a ripetermi che loro non avevano fatto niente a Renato. Non credei neanche per un istante alla sua falsa compassione, anche perché lei stessa aveva chiesto al procuratore di lasciarci in carcere e non di internarci.

Quanto accaduto cominciò a fare scalpore, e Kadare per sviare la propria colpevolezza scrisse una lettera a Nexhmije Hoxha e Enver Hoxha, denunciando le molestie che subiva da una famiglia sua vicina, che gli impediva "di concentrarsi per scrivere i suoi scritti per il Congresso, per il partito", e così chiese il loro aiuto. Dopo tale lettera, Foto Çami, assieme a Hekuran Isai e Manush Myftiu - che a quel tempo firmava per le deportazioni e gli internamenti - decisero di internarci. Alle 5 del mattino, del 26 Aprile 1984, tutta la via fu accerchiata da poliziotti. Molte persone, prese tra i civili, furono costrette a salire su circa 7 o 8 macchine del Ministero degli Interni, proprio come se fosse una vera tratta di schiavi. Da una delle automobili uscirono tre persone, tra cui il capo del Fronte del Quartiere Nr.4 che lesse ad alta voce il mandato di "internamento per 5 anni nel Kosovo, a Lushnja", dove c`era anche il carcere delle donne d`Albania.

Negli anni di internamento abbiamo conosciuto molte persone che erano lì rinchiuse da più di quaranta anni. Ben presto molti si avvicinarono a noi, anche se all'inizio avevano paura. Tra questi vi era la famiglia di Xhevdet Mustafa, la famiglia di Tefta e Vera Duma, la famiglia Urani, la famiglia Leka, la cognata di Mehmet Shehu e la famiglia di Ali Ohri. Fummo alloggiati in una capanna, senza acqua, né il bagno, e i topi spesso entravano di notte dalla finestra. Furono momenti terribili, che difficilmente posso ricordare senza tremare, vivendo esperienze che non possono essere raccontate. Lavoravamo sette giorni a settimana senza sosta, dalla mattina alle 6 fino la notte. Renato un giorno scivolò e si ferì ad un piede, ma la sua ferita non venne curata e si infettò al punto che stava per andare in cancrena. Lo hanno fatto soffrire in ogni modo possibile, e quello dell'internamento rappresenta ancora una ferita che difficilmente andrà via.

Nonostante l'internamento, continuavano a perseguitarci, e le spie del Sigurimi vennero sino ai nostri alloggi. Un giorno due spie della Filiale Interna di Elbasan, fingendo di conoscere Renato dal liceo, cercarono di persuadere Renato a fuggire con loro, in Jugoslavia, presso un loro zio, Generale del UDB, per "scappare da quel regime che odiavano". "Porta anche tua madre" , gli dissero. Renato venne da me, e appena entrò mi disse "sono iniziate le provocazioni, vogliono arrestarci". Mi affacciai e vidi un'auto di Elbasan con a bordo due civili, e poi sentì le urla di Renato che disse: "Riferite a quel Kadare, che non ci dissuaderà".

Dopo che abbiamo scontato metà della nostra condanna, ho scritto una lettera alla direttrice delle Leggi del Parlamento, Liri Gjoliku, che, assieme a Ramiz Alia, ci ha aiutato a essere liberati, e molti altri presero in esame il nostro caso come Guro Zeneli, Zef Loka, Jorgo Dhrami o anche Drita Xhillari, e tanti altri. “Questo internamento - dichiarò Ramiz Alia - è stato fatto unilateralmente, perchè la famiglia Kadare e la famigli Rapi avevano una questione in comune”.
Usciti dall'internamento, pensammo di esserci liberati di tale condanna e che non avremmo più subito delle conseguenze, ma la macchina della persecuzione, non si dimenticò di noi, e aveva in serbo l'ultima tragica pena. Infatti, cercammo di riprendere possesso della nostra casa, ma non ci accordarono il permesso di domicilio a Tirana, e spesso la polizia ci intimava di lasciare l'abitazione. Kadare, spaventato dall'idea che sua figlia potesse continuare a vedere Renato, complottò assieme al suo investigatore privato la sua ennesima vendetta. Alla mia domanda di rimanere a Tirana, Nexhmije Hoxha, mi comunicò, attraverso la sua segretaria Hejdije Xhango, che "anche lì c'è gente che vive, quindi tornate pure nella vostra casa", rompendo così le misure restrittive nei nostri confronti. Inoltre, grazie alla firma di Adil Çarçanit, sono stata aiutata a rimanere a Tirana, ma a mio figlio fu negato il diritto di andare al Conservatorio, perché era stato internato.
Non passò molto tempo che giunse una nuova accusa per Renato, e così una nuova condanna. Fu denunciato perché aveva minacciato con un coltello, che portava sempre con sé, la figlia di Kadare : la sola denuncia bastò per farlo rinchiudere nell'Ospedale Psichiatrico di Elbasan, con una cura obbligatoria per un lungo periodo. Hanno distrutto la sua mente con forti dose di medicinali e con l'electroshock, forse nel tentativo di togliergli la memoria, in modo che non poteva più pensare alla figlia di Kadare. Oggi Renato è vivo, ma dentro di sé è morto qualsiasi sentimento, e vedo i suoi occhi soffrire, giorno dopo giorno.

La persecuzione di Kadare non è dunque finita per me, perché è stato tolto a mio figlio il suo futuro, la sua vita per un motivo assurdo. Ancora oggu non riesco a riavere la mia casa, e spero che l'attuale Governo albanese possa aiutarmi per riavere la mia proprietà. In questi anni ho sempre chiesto a Ismail Kadare di confrontarsi con me, ma si è sempre rifiutato. Non s o se riuscirò mai a perdonarlo. »