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18 dicembre 2007

Una lezione di economia dal New York Times


È dal New York Times che giunge una delle immagini più distruttive dell'Italia, un ritratto di una nazione "depressa" e "in declino" , con un popolo triste ed arrabbiato.L'analisi del New York Times ha spiazzato molti perché si è trasformata in una fonte di sabotaggio e di disinformazione nei confronti dell'Italia e della stessa economia italiana.

Dalle pagine del quotidiano statunitense traspare un'Italia che sembra non appartenerci, ma che coincide con la cronaca riportata dai media. Dinanzi al mondo intero la voce del popolo italiano è divenuto il V-Day e il Blog di Beppe Grillo, "La Casta" e "Gomorra", Romani Prodi e le sue logge, Silvio Berlusconi e la sua propaganda fatta di marketing e di immagine, e ancora la disoccupazione e la crisi economica. Le imprese italiane vengono definite come una realtà rigida e ostacolata dall'eccessiva burocrazia, dalla mancanza di flessibilità nel mercato del lavoro, dall'assenza di infrastrutture per il trasporto delle merci. Problemi che, secondo il New York Times, appartengono da sempre alla stanca penisola, che sembra non trovare il modo di cambiare le cose, aggiungendo inoltre che i punti di forza dell'Italia "si stanno trasformando in punti deboli", essendo in grave difficoltà dinanzi all'economia globalizzata e alla concorrenza cinese.

In a Funk, Italy Sings an Aria of Disappointment

Molte le voci che si sono sollevate in difesa della nostra piccola Italia, ma tanti,e forse troppi, sono stati i cori che hanno cavalcato l'onda di critiche per portare acqua al proprio mulino. Primo tra tutti Walter Veltroni, il neo-leader "democratico" di una classe politica che non ha identità né storia, a cui si affianca Beppe Grillo, che, si sente ormai così padre e fautore del movimento di protesta e di "risveglio" del popolo italiano. Un tale ritratto, così sterile e inutile, è il chiaro frutto della disinformazione dei media che, con propaganda e falsi miti, sono riusciti a farsi accreditare a livello internazionale come ambasciatori della reale situazione economico-politica dell'Italia. In questo caso il New York Times sembra essere un'Istituzione, una voce autorevole, ma in realtà è solo un quotidiano privato posseduto dalla dinastia Rothschild, e dunque uno strumento per manovrare le borse e i mercati finanziari.

Una chiara risposta a questa denigrazione dell'Italia la si può trovare semplicemente leggendo le brevi delle agenzie internazionali, che dipingono quella statunitense come un'economia di fatto "fallita" , e non in declino. Il popolo americano non è triste e né depresso, ma è globalizzato, senza storia né appartenenza etnica, specchio del consumismo e del classismo, vittima delle sue stesse armi di distruzione di massa gettate in giro per il mondo. È anche vero che tutti noi stiamo pagando il loro fallimento, i loro errori, in quanto siamo divenuti delle colonie da sfruttare per garantire il benessere della "madre patria". L'Italia, come altri Stati Europei, ha subito fortemente l'avvento del modello economico americano che le ha negato delle chances di sviluppo secondo criteri sostenibili e in piena sintonia con i Paesi partner. Gli anni novanta non sono stati gli anni del declino, bensì del saccheggio, in cui le imprese italiane, marchi di qualità ed efficienza, sono state prima privatizzate e poi smembrate, svendute, facendo di loro "carne da macello". Nonostante tutto l'economia italiana è ancora in piedi, sostenuta dalle sue piccole e medie imprese e dal made in italy, forti e incrollabili proprio grazie alla grande flessibilità e al loro adattamento al mutare del contesto economico.

L'economia statunitense, invece, per la sua grave instabilità è ora in grado di innescare delle crisi intercontinentali, dalle piazze asiatiche sino a quelle europee, e non si trova certo in una posizione tale da "insegnare" a noi italiani come "fare business". Da una superficiale analisi del sistema oro-petrolio-dollaro, è possibile notare come il Tesoro Americano e la Federal Reserve stiano continuando a gonfiare il mercato monetario di valute senza alcun valore in contropartita. La crisi subprime continua ad avere degli strascichi preoccupanti, considerando che ci sono centinaia di banche che hanno messo in circolazione derivati, obbligazioni, e collaterali dichiarati come non convertibili o infruttiferi. Per tale motivo la Federal Reserve ha già annunciato delle politiche monetarie che punteranno soprattutto a ristabilite la liquidità sul mercato, nonostante il rischio di inflazione. Allo stesso tempo, le Banche Centrali più grandi, come la BCE, la Banca Nazionale Svizzera, la Federal Reserve e la Banca d'Inghilterra, si stanno accordando per costruire enormi fondi di garanzia per la copertura del rischio di credito. Sul mercato finanziario la situazione non è tra le più rosee, considerando che anche titoli e derivati contrassegnati dalla tripla A, hanno perso più del 20% del loro valore, le grandi banche stanno affrontando gravi minacce di insolvenza - come Citigroup, JPMorgan, UBS Banch e Wells Fargo - mentre cominciano a circolare sul mercato garanzie bancarie denominate per bilioni di dollari.

Ma la minaccia più pericolosa giunge dal mercato petrolifero, dove comincia a farsi strada l'ipotesi che l'Opec decida di cambiare la propria valuta di contrattazione, per eliminare così anche il rischio di svalutazione che giunge dall'indebolimento del dollaro. In particolare, l'Iran, il Venezuela e l' Ecuador hanno espresso tale opinione in seno all'Assemblea dell'Opec, dichiarando che "la caduta del dollaro sta erodendo i redditi degli esportatori di petrolio, considerando che nonostante i prezzi del petrolio siano quasi giunti al limete dei $100 a barile, i redditi marginali sono inferiori a quelli degli anni ottanta". Probabile candidato alla nomina di moneta ufficiale di scambio del petrolio è il rublo russo, stando a quanto dichiarato dal Vice-Presidente della Gazprom Aleksander Medvedev, che afferma come il gigante russo "sta considerando l'ipotesi di vendere gas a fronte della moneta nazionale", stabilendo così a livello internazionale la convertibilità del rublo.

Un tale scenario potrebbe essere da una parte necessario, per garantire il perpetuarsi nel medio termine di un sistema economico basato dal petrolio, dall'altra parte voluto per estromettere gli Stati Uniti da ulteriori giochi di potere all'interno dell'Asia Centrale e in America Latina. In ogni caso, le possibili evoluzioni della situazione attuale sono piuttosto pessimistiche, e vedono gli Stati Uniti ricoprire le vesti della nazione guerrafondaia, o in piena recessione, ma comunque non come "sistema economico ideale" da prendere come riferimento per critiche o confronti.