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24 aprile 2008

Libera informazione, un diritto dei cittadini

Stiamo tutti aspettando il 25 Aprile per assistere al prossimo spettacolo esibizionista del V Day 2 di Beppe Grillo, che chiederà agli italiani le firme per tre referendum abrogativi, ossia l’abolizione della legge Gasparri sul sistema radiotelevisivo, del finanziamento pubblico ai giornali di ogni tipo e dell'ordine dei giornalisti. Detta così, sembra davvero una trovata di grande effetto, ma forse il caro Beppe non ha considerato che una tale propaganda porterà solo all'appiattimento dei media e all'estinzione della libertà di stampa, sancita dalla Costituzione e difesa dal principio secondo cui "i privati" non possono finanziare giornali e televisioni. Magari, il caro Grillo, preferirebbe regalare i media alle Banche o agli industriali, o alla Fondazioni, invece di ammettere che l'informazione è libera fin quando resta nelle mani dei cittadini. Non stiamo parlando di un settore di ripiego, ma dell'unica forza che tiene ancora in piedi la diversità del pensiero politico, sociale ed economico. Riflettiamo bene, prima di essere abbagliati dalla propaganda di un "comico" che finanzia la sua "libera informazione" con i suoi spettacoli e le tasche del suo "pubblico".

Grillo, il Triviale Comico, ha lanciato le sue bordate contro la cosiddetta “stampa assistita”. Di Pietro, il Commissario Demagogo, ha annunciato per il 25 aprile l’inizio della raccolta di firme referendarie per abolire i contributi all’editoria. Giordano, il Velinista Secchione, pubblica pagine e pagine con i conti delle pubblicazioni che godono di provvidenze pubbliche. Berlusconi, il Vittorioso Cavaliere, cavalca l’onda e ipotizza colpi di scure.

Visti da cotali Moralizzatori, sembrerebbe, quasi quasi, che tutti i problemi dell’Italia - la crisi economica, la recessione, il profondo rosso dei conti pubblici – dipenda da quei 40 milioni e passa di euro che lo Stato versa annualmente per alleviare (si dice al 50-60 per cento, ma in realtà al 30-40 per cento: occorre infatti escludere le poste di interessi, tasse e formalità di bilancio che non vengono considerate) i passivi della carta stampata in Italia.
40 milioni di euro (correggiamo, per essere larghi e “tondi”: 50 milioni di euro) che, si badi bene, non soltanto permettono il lavoro e un reddito fisso a circa 2.000 operatori del settore, emolumenti a circa 10.000 collaboratori diretti, ma reggono anche gran parte di un indotto (industrie grafiche, cartiere, tipografie, edicole, agenzie di distribuzione, trasporti, agenzie pubblicitarie, postali, telematiche, e chi più ne ha più ne metta) che nel complesso occupa circa 100.000 addetti sul territorio nazionale.
Facciamo una tara al ribasso e contiamo in 100 mila addetti complessivi il settore produttivo preso di mira da codesti Eccellenti Moralizzatori.
Signori, i conti sono facili facili, allora. Senza quei 50 milioni di euro – che corrispondono, si badi bene, ad un contributo di ben… 500 euro l’anno per ogni posto di lavoro nell’editoria - si metterà in crisi irreversibile questa industria e i suoi servizi. In compenso i vari Moralizzatori e Grilli Parlanti potranno sbandierare al popolo italiano il loro successo nei tagli alle “spese superflue”.
Altro che Alitalia e 2.000 (o 7.000: è lo stesso) posti di lavoro in forse per i tagli al personale previsti da quello che noi definiamo un vergognoso diktat di Air France…

Ma è pur vero che, in compenso, con una misura demagogica e facile facile, i Moralizzatori e Grilli Parlanti avranno anche ottenuto un doppio, anzi triplo, successo: il primo, quello di cavalcare, appunto, un qualunquismo da quattro soldi (facendo fessi i contribuenti italiani che ignorano le cifre reali dell’ipotizzato taglio); il secondo, quello di evitare misure appropriate di risanamento del settore – queste sì facili facili ma che andrebbero in rotta di collisione con i grandi interessi commerciali che non vogliono riforme che inciderebbero sui loro profitti, ad esempio: la ridistribuzione quota parte della pubblicità (come era nel passato ma che è ormai soggetta al duopolio Rai-Mediaset), o la ristrutturazione delle linee distributive (cancellate a suo tempo dalle Fs, limitate a suo tempo come trasporto aereo, diventate veri e propri monopoli che strozzano la diffusione della carta stampata); il terzo, quello mefistofelico di semplicizzare (oltre a quanto già avvenuto nella rappresentanza in parlamento, ormai bipartitica liberaldemocratica in fotocopia, anche il supporto propagandistico della carta stampata. Tutte le voci non nel coro, via. Le notizie diffuse soltanto da due o tre grandi concentrazioni editoriali “embedded”, di regime. Ogni fastidioso organo di stampa non imbavagliato messo in condizione di chiudere, di fallire. Altro che “libertà di stampa” garantita dall’articolo 21 della Costituzione!

Quanto sopra, non significa certo che non ci si renda conto che anche nel nostro settore, nel settore della carta stampata, ci sia bisogno di un po’ di pulizia. Siamo i primi a pensarlo. Ma è difficile per un quotidiano come il nostro – fortemente stretto in una cintura di rimozione dai flussi pubblicitari e dalle rassegne stampa radiotelevisive di regime, dove vengono propagandati e coccolati i soliti noti, anche se rappresentanti di una quota decimale di visibilità reale rispetto alla nostra – di Rinascita – presenza nella diffusione nazionale – far sentire la sua voce oltre quei cinquantamila veri italiani che con coraggio, da uomini liberi, vogliono assolutamente leggere verità vere, verità altre, su quello che accade qui e nel mondo.
E’ infatti assurdo che i soldi di sostegno all’editoria siano stati regalati alle grandi testate, alle grandi industrie editoriali come Rcs (Corriere della Sera), come la Mondadori, come la Repubblica o la Poligrafici (il gruppo Riffeser), il Sole 24 ore e tutti gli altri, per rifarsi a nuovo tutto a costo zero: dai palazzi ai capannoni industriali, ai servizi in proprio con la legge 416. Tanto più che sono in genere proprio questi stessi Grandi Beneficati che ora lanciano i loro strali contro le residue briciole di aiuti destinati all’editoria minore, perché arrogantemente vogliono il totale monopolio dell’informazione embedded.
Ed è anche assurdo che continuino ad essere beneficate testate totalmente commerciali o propagandistiche tra le più anomale e le più diverse, da Chitarre a Cavalli, ai bollettini parrocchiali e chi più ne ha più ne metta.
Ma non ci si dica che eliminando 500 euro di contributo che va nelle tasche di centomila lavoratori italiani ogni anno è una misura di giustizia e razionalizzazione dei conti pubblici.

Riassumiamo.
Il debito pubblico italiano è ormai giunto, in aprile 2008, a quota 1.700 miliardi di euro.
Contro i 50 milioni di euro che ogni anno vanno, per eccesso, alle società editrici di giornali politici, tra tasse, contributi, ritenute e imposte indirette (fate quattro conti, per piacere!) tornano allo Stato almeno altrettanti 50 milioni di euro (per difetto) di entrate fiscali.
Alzi la mano, ora, chi pensa che siano questi 50 milioni di euro la causa dei 1.700 miliardi di euro di passivo annuale dello Stato italiano.
Non sono forsi altri i flussi di spesa, senza alcuna contropartita per lo Stato, che fanno andare in rosso l’economia italiana?
E allora non è evidente che, in verità, tutto il can can che si sta montando contro la carta stampata sia esclusivamente indirizzato a far tacere scomode espressioni di libertà di stampa?
E’ così, purtroppo.
Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

Ugo Gaudenzi