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12 maggio 2008

La Serbia non sceglie nessuno


Con un'affluenza del 60%, circa 4 milioni di cittadini serbi hanno eletto il loro nuovo Parlamento, la cui configurazione rispecchia la profonda divisione del popolo serbo. La coalizione di Boris Tadic si conferma il "primo partito" della Serbia ma non può definirsi vincitore assoluto, in quanto potrà contare in Parlamento di 123 seggi, mentre l'opposizione 127, tale che il nuovo Governo dovrà essere creato necessariamente in virtù di un accordo tra le due parti.

Mentre gli analisti discutono, mentre gli osservatori monitorano i seggi, e mentre i media lanciano titoli eclatanti, il popolo serbo decide del suo futuro e lo fa con una profonda divisione. La campagna elettorale ci ha fatto assistere ad ogni genere di affermazione, c’è chi condanna Slobodan Milosevic solo per pura propaganda, chi ha rinnegato la verità serba su Srebrenica, mentre le associazioni e le NGO, fatte di esperti e di persone annoiate che dicono tutto e niente, hanno continuato la loro politica della disinformazione. Molti si sono affrettati a sostenere che Tadic aveva vinto queste elezioni, ma la realtà non è così semplice e scontata come può sembrare, perché la coalizione del Partito democratico, G17plus e il Partito per il rinnovamento serbo (SPO) possono dirsi la prima forza politica della Serbia, ma non possono definirsi vincitori assoluti.

Secondo i risultati trasmessi al termine dello spoglio quasi definitivo, la colazione PD-G17plus-SPO ottengono 103 seggi, il Partito radicale raggiunge il 28,6% con 76 seggi, la coalizione Partito democratico di Serbia e Nuova Serbia l'11,6% con 30 seggi, il Partito liberal-democratico (LDP) sono su una soglia del 5,2% e 13 seggi , e il Partito socialista (SPS) con l'8,2% e 21 seggi, e Manjine 7. Aggregando i risultati, si può notare che Tadic ha dalla sua parte 123 seggi, mentre l'opposizione 127 seggi, e per tale motivo non sarà così scontata la creazione di un Governo con le sole forze del partito vincitore, essendovi una maggioranza del tutto instabile, se non improbabile. Anche Tadic né è consapevole, festeggia e annuncia la sua vittoria, ma non nasconde le sue riserve, e afferma che "non bisogna aspettarsi la creazione di un Governo che farà tornare la Serbia negli anni novanta". Questo perché sa benissimo che se l'opposizione si unisce e diventa compatta nelle sue decisioni, il Governo perde qualsiasi potere decisionale. È ovvio che questa è una vittoria senza vincitori, un classico scenario che ormai ci siamo abituati da tempo ad assistere, con l’avvento della "politica dei democratici". Tadic parla dell'isolamento, i media parlano di ultra-nazionalisti, la Comunità Europea sempre più affannata parla di democrazia - e ne parla ormai così spesso che diventa dittatoriale - ma alla fine sono solo parole vuote che non hanno alcun senso.L’unico segno di cambiamento lo dà il partito di Slobodan Milosevic che oggi fa la differenza all’interno del Parlamento. E così, Slobodan Milosevic - quello che i media dipinsero come un macellaio, a cui i russi hanno dedicato una strada - può definirsi oggi il "vincitore morale" delle elezioni, in quanto il popolo serbo ha dato al suo vecchio partito l’onere e l’onore di essere un elemento indispensabile nelle decisioni del Parlamento, e nella stessa formazione del Governo.

La Russia da una parte, l’Occidente che spinge e che alza le bandiere della vittoria, dall'altra e dinanzi a questa progressiva escalation, non si poteva certo attendere un risultato molto differente a quello a cui abbiamo assistito. L’Unione Europea ha fermamente voluto la sottoscrizione dell’Accordo di Stabilizzazione e di Associazione prima delle elezioni politiche, dichiarando apertamente la sua volontà di influire sul risultato elettorale e così sull’opinione pubblica. Tadic vola a Bruxelles, e così firma un atto definito dalla metà del popolo serbo "alto tradimento della Costituzione", e dall’altra metà "l’inizio di una nuova era per la Serbia". Due punti di vista contrastanti che hanno così deciso l’esito delle elezioni, con l’identico contrasto, e la netta divisione su due punti che sembrano ancora essere l’uno la contraddizione dell’altro. Il popolo serbo è chiaramente diviso dopo che la Comunità Europea ha deciso di intromettersi, dando come sempre false speranze e raccontando bugie sui grandi vantaggi dell’integrazione europea. Eppure, ci sono Paesi che si affannano ed entrare in Europa e aspettano per anni il benestare dall’alto della Commissione Europea, mentre la Serbia è stata presa con la forza, a volte pregata e persino costretta, nel timore dell’isolamento. Contemporaneamente, si muovevano le forze di contrapposizione della Russia, che ha mostrato il suo sostegno politico soprattutto con un appoggio economico, a partire dagli aiuti umanitari in Kosovo sino all’accordo energetico. Ha sempre ribadito l’importanza dell’autonomia finanziaria dei suoi partner e così ha impostato la sua politica estera in termini di valutazione di profitti-costi. Anche Mosca, alla fine, ottiene la ratifica dell’Accordo energetico a pochi giorni dalle elezioni, per non interrompere i suoi programmi e i suoi contratti a causa di "inaspettati" risultati elettorali.

Ad ogni modo, è questa la politica del nostro presente, quella fatta da campagne mediatiche, da interessi economici, da scadenze e da contratti. In tutto questo, il passato viene rimesso in gioco, e quelli che erano i vecchi nemici macellai, diventano ottimi alleati per accordi politici. Mentre gli ambasciatori diventano dei "rappresentati", degli uomini d'affari, e le valigie diplomatiche semplici contenitori di deplians e contratti, continuano a raccontare follie e la loro verità fittizia. Non siamo tornati al punto di partenza e forse era meglio far vincere i radicali, invece di avere un governo che non è un governo e un Parlamento nettamente diviso senza ombra di soluzione senza un patto politico.

Rinascita Balcanica