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17 luglio 2008

Impronte digitali e controllo delle masse: un obiettivo raggiunto


Approvato il decreto sicurezza che dà un drastico impulso al proseguimento delle riforme in tema di immigrazione e di pubblica sicurezza, giungendo all'applicazione delle norme di raccolta delle impronte nei confronti di tutti i cittadini italiani a partire dal 2010. Viene così messa fine all'iter legislativo che si protrae da anni, iniziato dalla cosiddetta Bossi-Fini, che ha posto le basi per instaurare il tracciamento universale dei cittadini italiani, nonché europei.

L'approvazione del decreto sicurezza, sul quale il Governo Italiano ha giocato la fiducia dinanzi al Parlamento, ha dato un drastico impulso al proseguimento delle riforme in tema di immigrazione e di pubblica sicurezza, giungendo all'applicazione delle norme di raccolta delle impronte nei confronti di tutti i cittadini italiani a partire dal 2010. In particolare, sono state aumentate le pene per lo straniero, con aggravanti imposti sia per extracomunitari, sia per cittadini degli Stati Membri dell'Unione Europea irregolarmente presenti in Italia, mentre viene applicato con maggiore frequenza l'espulsione, sia per i cittadini stranieri condannati ad una pena superiore a due anni sia per coloro che delinquono o non sono in grado di dimostrare una fonte lecita di guadagno. Vengono così superati gli ostacoli posti inizialmente dall’Unione Europea sulla probabile violazione della libertà di movimento e circolazione dei cittadini comunitari, per giungere ad un fedele e rigido recepimento delle direttive europee sull’ingresso e la permanenza di "stranieri" nonostante la loro origine "comunitaria".

La stessa tecnica normativa - perfettamente speculare alle leggi europee - si è riproposta con l’estensione dell’ordinanza che autorizza il rilevamento delle impronte digitali anche ai cittadini italiani a partire dal 2010. Ordinanza che in breve tempo aveva sollevato proteste dall’alta Commissione Europea, ma anche di organizzazioni umanitarie, che sottolineavano il carattere "discriminatorio" della norma, imponendo il censimento di impronte e dati personali per i bambini di etnia rom. Lo Stato italiano, in evidente imbarazzo, ha affermato che si tratta di un provvedimento necessario a garantire la loro integrazione e salvaguardia all’interno della società europea, nonché una misura diretta a contrastare la criminalità organizzata che trova in tali tessuti sociali terreno fertile. Argomentazioni che forse non sono bastate a placare le proteste del Governo di Bucarest, che si è sentito direttamente e personalmente coinvolto in questa ordinanza "ad personam" che impone un’evidente violazione dei diritti umani e offende la dignità umana, non essendovi un crimine o una colpa che giustifica una simile misura. Per superare l’impasse diplomatico, l’estensione a tutti i cittadini italiani dell’obbligo alla raccolta delle impronte è stato quanto meno immediato, ponendo così fine alla discriminazione tra i soggetti colpiti da queste "misure cautelative". Così, nonostante le iniziali riserve dell’Unione Europea e della stessa Authority italiana per la privacy, il provvedimento "impronte" passa alla Camera, e soddisfa il Governo e gli eurocrati europei. "Con l'estensione del rilevamento delle impronte digitali a tutti i cittadini italiani, non si cambia nulla ma si aumenta il livello di controllo e sicurezza - dichiara il Ministro dell’Interno Roberto Maroni al termine della votazione, e continua affermando che "questa è la strada giusta perché rilevare le impronte significa dare un'identità e garantire per più alti livelli di sicurezza".

Dalla ricostruzione della vicenda, sembra che il provvedimento finale sia stato "lo scopo iniziale" ed essenziale della stessa normativa, che va a terminare un iter legislativo che si protrae da anni, essendo iniziato dalla cosiddetta Bossi-Fini, che ha posto le basi per instaurare il tracciamento universale dei cittadini italiani, nonché europei. Il processo di controllo con il Dna dei cittadini immigrati e la raccolta delle impronte dei cittadini Rom, sembrano così dei meri esperimenti e delle tecniche di rodaggio a cui si fa ricorso prima di estendere il provvedimento a livello nazionale in maniera diffusa. Un progetto che non è fine a se stesso, ma che rientra in un programma sovranazionale di controllo e di censimento dei cittadini, con la realizzazione della cosiddetta E-Justice, ossia di un data-base a livello europeo in cui far confluire i dati biometrici, personali, biologici e giuridici dei cittadini europei, posto sotto il controllo di Agenzie di Investigazione e di Intelligence che rispondono direttamente alla Commissione Europea. Per tale motivo, l’Unione Europea non poteva certo opporsi a questo tipo di misure, essendo essa stessa promotrice del tracciamento elettronico del movimento e dei dati dei cittadini. Il suo richiamo nei confronti del Governo Italiano è stato un semplice "sfogo moralista", per condurre poi l’esecutivo verso la scelta più ovvia da prendere, che era proprio quella di dare inizia alla creazione di un database nazionale e diffuso che si affianca a quello biometrico costruito dai passaporti elettronici.

È chiaro che ormai siamo entrati una fase matura dell’era del "controllo delle masse" in cui le tecnologie RFID, di scanner delle impronte e di riconoscimento biometrico sono ormai conosciuti e applicati nella loro funzione di origine, essendo stati da tempo sdoganati dalla disinformazione e dalla stessa contro-informazione. A questo punto, il processo è in continua corsa e non può essere fermato, in quanto significherebbe fermare il Trattato di Lisbona, l’attuazione dello Schengen Information System II, e dello stesso ampliamento dell’Unione Europea. Tuttavia, ogni Stato membro ha il potere di raggiungere lo scopo nella maniera che ritiene più opportuna per salvaguardare la sicurezza dello Stato, e per far questo non dovrebbe mai affidare questo tipo di operazioni così delicate a privati e multinazionali, bensì al CNR al fine di studiare un sistema che resti segreto e tutelato dalle leggi dello Stato, e impedisca l’infiltrazione da agenti esterni. Questo tipo di sistemi infatti, nella loro complessità, presentano sempre delle falle e dei bug, che possono essere utilizzati per violare i sistemi di protezione, introdursi nel sistema ed avere accesso alle informazioni dei database. La cancellazione o la manipolazione dei dati dei cittadini costituiscono infatti i nuovi sistemi di sabotaggio delle guerre silenziose dell’era della telematica, in cui le armi di difesa sono costituite proprio dalla protezione e dal controllo dei sistemi da parte di entità indipendenti che rispondono direttamente allo Stato.