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15 dicembre 2008

Domagoj Margetic e i media in Croazia


Domagoj Margetic (nella foto) attraverso il suo portale web, www.necenzurirano.com , combatte ormai da due anni per la verità e la libertà dei media e del giornalismo investigativo in Croazia. Più volte è stato vittima di tanti casi montati su misura, allo scopo di sabotare il suo lavoro, libero da schiavitù e dal servilismo del giornalismo nei confronti dei poteri forti. Questo giovane, da anni cerca di dimostrare, con documenti e prove, il coinvolgimento delle strutture politiche nel crimine organizzato, con il supporto delle lobbies finanziarie, che hanno finanziato gli stessi media per poi controllarli e sottometterli alla macchina della propaganda e della manipolazione. Nell’intervista rilasciata per Rinascita Balcanica, Margetic ha illustrato la condizione di schiavitù del giornalismo in Croazia, ma soprattutto quanto è difficile essere un giornalista investigativo, che riesce a toccare i punti deboli delle strutture del potere politico e economico. Dietro la sua storia personale e professionale, si nascondono le dure conseguenze del giornalismo libero e indipendente dai poteri forti in una regione difficile come quella dei Balcani.

Come lei sa, il quotidiano on-line croato Javno ci ha accusato di aver screditato il Presidente Stipe Mesic, in relazione alla pubblicazione di un’analisi tratta dal suo portale. Abbiamo potuto notare, così, che molto spesso i giornali croati attaccano e criticano duramente chiunque contraddica la versione ufficiale che viene data da tutti i media. Cosa pensa a tal proposito?
E’ proprio così infatti, perchè in Croazia, da molto tempo, è divenuta un’abitudine lo scontro politico nei confronti di coloro che, senza alcun timore, criticano l'attuale situazione politica e la élite economica. Dobbiamo considerare che la maggior parte dei media croati sono in collegamento diretto con i finanziamenti e gli interessi dei poteri che proteggono una politica e una finanza "di élite". Le redazioni, senza prendere in considerazione gli standard etici-professionali giornalistici, assumono le difese degli interessi dei proprietari dei giornali, che nella maggior parte dei casi si nascondono dietro i finanziamenti e gli sponsor delle grandi compagnie che comprano lo spazio pubblicitario. In questo contesto, chi critica il regime e l’attuale élite al potere, viene etichettato come un nemico, umiliato sulle prime pagine dei giornali, oppure viene ignorato completamente, chiudendo ad un media indipendente ogni spazio per pubblicare testi, documenti o prove che possono compromettere la sfera corrotta e criminale. Oggi la censura sui media croati è molto più forte rispetto al periodo del comunismo. È una censura di "sete", che non potrà essere denunciata dalle associazioni di categoria, né dagli stessi giornalisti che, pur di avere una paga mensile e garantire stabilità e sicurezza al proprio lavoro, sono pronti a scrivere le "verità" ordinate dai loro committenti, che si nascondono dietro i nomi dei direttori e dei redattori. Quelli che non accettano questo tipo di giornalismo, corrotto, povero e prostituito, quelli che sono pronti a sfidare le conseguenze che possono subire e seguono la ricerca della verità, questi giornalisti non possono più scrivere in Croazia. Esistono le cosiddette "liste nere", ossia i giornalisti a cui è vietato pubblicare libri e testi, né quanto meno fare loro pubblicità. Queste liste di giornalisti "non graditi", sono decise direttamente delle forze politiche e finanziarie. I nostri colleghi non vogliono neanche sentir parlare di quelle liste, proprio perché traggono più vantaggio a scrivere tutto quello che viene ordinato loro.

Il vostro portale è un mezzo per rivendicare il diritto alla libertà di stampa in Croazia, o rappresenta qualcos'altro?
Dopo essere stato inserito nella lista nera ai giornalisti croati, i miei testi sono stati censurati, mi hanno chiuso ogni accesso per scrivere o pubblicare. I miei colleghi, a cui ho chiesto aiuto, mi hanno risposto che "dovevo essere cosciente che sono una persona non grata", e che era il caso che divenissi un dipendente presso la loro redazione. Per questo ho deciso di creare un portale internet indipendente, www.necenzurirano.com. L'idea di partenza era quella di pubblicare le notizie, informazioni e analisi di giornalismo investigativo che altri media croata non volevano pubblicare. Necenzurirano.com è divenuto poi nel tempo come un mezzo di protesta contro la condizione in cui si versano i giornalisti in Croazia, nonché l'unico modo per combattere per la libertà dei media e della stampa. È ovvio che questa strada ha due importanti implicazioni. Noi non accettiamo nessun accordo finanziario con gli sponsor, perché non possiamo perdere la nostra posizione indipendente. Tutti quelli che hanno offerto una sponsorizzazione ci hanno chiesto di non scrivere nulla contro la loro azienda o i loro partner, e questo per me era inaccettabile. Come potete notare, il nostro portale Necenzurirano.com non accetta sponsor, perchè non siamo pronti fare questi giochi sporchi per gli interessi di qualcun altro. La nostra credibilità, e la nostra indipendenza è conosciuta all’interno della regione e vogliamo mantenerla, non abbiamo paura di portare alla luce le prove della criminalità organizzata, della corruzione, del riciclaggio di denaro con il coinvolgimento delle banche e del Governo croato, e così del collegamento della élite croata con le sfere più corrotte della Comunità internazionale nelle operazioni del traffico d'armi, del terrorismo e del narco-traffico internazionale, con quello delle sigarette.

Abbiamo notato che ogni giorno i giornali cambiano la loro chiave di lettura politica sullo stesso caso, come accaduto con l'omicidio di Ivana Hodak e di Ivo Pukanic. Da un punto di vista più critico ed imparziale, si può vedere come il modo di fare informazione rispecchia l’immagine tipica del giornalismo del regime. Come può commentare ciò?
Posso definire questa incoerenza giornalistica come un caso tipico dei modelli di funzionamento dei media in Paesi che attraversano una fase di transizione, in quanto formalmente assicurano tutte le condizioni per un’informazione libera, ma attraverso dei canali non formali, limitano la libertà di espressione giornalistica e informativa. Con invisibili e sottili meccanismi nascosti, viene imposta una censura e un’auto-censura. Il miglior modo per farvi capire è spiegare proprio in caso dell'omicidio di Ivana Hodak e Ivo Pukanic. I media e i giornali prima hanno fornito delle informazioni, e subito dopo hanno cominciato un coordinamento nascosto tra istituzioni, Governo, servizi segreti, polizia e infine media, che sono diventati uno strumento d'indagine della polizia, ma anche di manipolazione, di diffamazione, dove la disinformazione ha controllato l’informazione. Correggendo la tendenza in atto, hanno cominciato a pubblicare la versione della politica ufficiale, su richiesta del Ministero degli interni, dei servizi segreti e della polizia. Così, i giornalisti, invece di portare avanti le indagine di omicidio tramite i fatti, di criticare il ruolo del potere attuale e lo scopo degli omicidi, invece di scrivere sul collegamento tra le istituzioni ufficiali e quelli che hanno ordinato gli omicidi per scoprire i legami segreti tra criminalità organizzata nei Balcani, invece di fare tutto questo, sono diventati dei veri mercenari e strumenti di propaganda per la polizia e i centri di potere. Nessun media - e sono convinto che è stato tutto organizzato - ha detto una parola sui collegamenti della mafia albanese e del clan Osmani con le strutture che oggi sono al potere, sopratutto con il presidente Stjepan Mesic, Amir Muharemi e Tomislav Karamarko. Al contrario, con storie del tutto false, i media hanno portato avanti una campagna criminalista contro dei personaggi, per coprire le tracce dei veri mandanti. Un comportamento che deriva proprio dagli stretti legami esistenti tra la politica e i circoli criminali nei Balcani. Molti sono stati i media e i giornali nati grazie ai fondi occulti della criminalità organizzata accumulati sui conti correnti esteri. È chiaro e assolutamente logico, che i media devono ora ripagare tutti loro debiti contratti con la mafia politica, i servizi segreti e la criminalità organizzata.

Il vostro sito è stato spesso oggetto di attacchi hackers da parte del Ministero degli Interni croato. Questo significa che in Croazia siete considerati come un vero pericolo per la sicurezza nazionale?
È proprio così. Dal 2001, fino ad ora ho subito più di 350 interrogatori da parte della polizia, sono stato arrestato otto volte e dal 2002 al 2005 mi hanno tolto illegalmente il passaporto per impedirmi di uscire dalla Croazia. Questa estate, uno dei membri dell'Agenzia di sicurezza SOA - guidato da Tomislav Karamarko, ora Ministro degli Interni - Zarko Pesa, detto "conte", mi ha minacciato telefonicamente, dicendomi che "aveva l’ordine di uccidermi" e ovunque mi trovavo, mi avrebbero preso e tagliato la testa. Karamarko, messo a conoscenza di tali minacce, non ha fatto nulla per proteggermi o per indagare sulle minacce che avevo ricevuto. Durante molti interrogatori mi hanno mostrato le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche, definendomi "operazione interessante". In questi ultimi 7 anni ho avuto quattro persecuzioni nel mio appartamento, due volte mi hanno rubato il computer e altri strumenti di lavoro. Sono intimidazioni che possono esser fatte liberamente in un Paese dove i media sono sotto controllo e che possono alzare in poco tempo un grande polverone. Ciò che c’è di più pericoloso, sono invece le pressioni dei giornali indipendenti e maggiormente critici. Quando non volete giocare come dicono loro, cominciano a montare casi falsi per intentare causa contro di voi, per qualcosa che non ha nulla a che vedere con il giornalismo o per spingervi a scrivere quello che loro desiderano. Ed è quello che hanno fatto contro di me. Dai ricatti sono passati alle minacce, e infine mi hanno tenuto in carcere 15 mesi, portando avanti un processo su un caso montato di sana pianta, ed esercitando pressioni contro i testimoni, con il coinvolgimento dello stesso Tomislav Karamarko. Ad aiutarmi, allora, è stato l'ex Presidente del Comitato di Helsinki per i diritti umani, Zarko Puhovski, grazie al quale è stato dimostrato che il caso era tutta una montatura. Dopo numerose proteste, sono stati cancellati i 15 mesi di carcere, ma resta il sapone amaro che, in qualsiasi altro momento, potrò essere di nuovo vittima di un altro caso montato. Infatti, mia madre - di oltre 60 anni e prossima alla pensione - questo settembre è stata licenziata dal suo lavoro presso il Ministero delle Finanze, come messaggio del Ministro Ivan Suker - dopo molte altre intimidazioni - per impedire la pubblicazione del mio libro "La mafia bancaria", ossia del dossier segreto della criminalità organizzata del riciclaggio di danaro della Hypo Banka. Molti mi hanno avvertito che i servizi segreti mi seguono e intercettano le mie telefonate, che persino tra i miei amici ci sono delle spie. Tuttavia non do molto peso a queste cose perchè non ho nulla da nascondere, oltre alle mie fonti, perché pubblico tutto quello che scopro . Il comportamento della polizia e dei servizi segreti sono solo un'isteria del regime davanti ad un giornalista. Questa è la loro debolezza, non la mia. Sono loro il vero pericolo per la sicurezza nazionale e la stabilità della Croazia.

Recentemente abbiamo assistito ad alcuni vostri interventi sui media della Republika Srpska, nei quali avete apertamente criticato i politici bosniaci e il loro collegamento con i mujaheedin. Così facendo, avete tolto il velo che copre gli occhi dei politici in Bosnia, che in questi anni hanno presentato i serbi, dinanzi alla Comunità internazionale, come "aggressori e criminali". Nei vostri articoli avete accusato i politici bosniaci e croati come i veri colpevoli del supporto della rete terroristica in BIH. Lei crede che il rischio di islamizzazione della Bosnia sia ancora attuale?
Assolutamente, perchè l’élite politica, rappresentata da partiti come SDA o SBiH, non ha eliminato l’ideologia di Alija Izetbegovic, proclamata nel suo libro "La dichiarazione islamica". Lui e i suoi collaboratori, Haris Silajdzic, Bakir Iyetbegovic, Hasan Cengic, Ejup Ganic, etc., avevano un piano ben preciso, ossia la pulizia etnica sul territorio della BiH pianificando la creazione di uno Stato islamico nel cuore dell'Europa. Izetbegovic non è stato molto saggio, ma sicuramente molto astuto nella presentazione delle sue idee all'Europa sulla Bosnia che voleva ( una Bosnia con meno del 15% di serbi e croati, etnicamente pulita dalla presenza di questi due popoli). Il suo Governo ha presentato queste idee alla Comunità Internazionale, ripetendo tutto quello che l’Europa voleva sentir dire, come la multietnicità e la convivenza dei tre popoli costitutivi. Allo stesso modo, si sono comportate le strutture dei poteri degli islamici radicali, collegati a loro volta con una infrastruttura terroristica internazionale. Hanno così costruito una rete terroristica con un supporto finanziario, logistico e operativo. A capo di tutto questo, vi era Alija Izetbegovic. All’interno di questa struttura esistevano Ministeri paralleli, soggetti indipendenti, sia civili che militari, servizi segreti paralleli, aiutati per la maggior parte da collonneli siriani e iraniani. Questa struttura esiste ancora, e Sarajevo ha assunto un ruolo simile a quello di Damasco o di Teheran.

Che si voglia crederlo o meno, la diagonale Sarajevo-Zagabria-Teheran-Damasco rappresenta ancora oggi un vero pericolo per la sicurezza europea e internazionale. Il problema del terrorismo in Bosnia, non va analizzato in maniera isolata, ma come parte di un fenomeno regionale, con una forte base logistica in Croazia, dove ancora oggi arriva una parte dei terroristi addestrati per fornire un supporto logistico, come nel periodo di Franjo Greguric, quando attraverso la Croazia arrivano terroristi in Bosnia, di cui 400 membri dei servizi segreti iraniani Vevak. Non solo terroristi, ma anche i rifiuti nucleari, che, tramite il porto di Sebeniko venivano trasportati in Iraq, Iran , Qatar e Libia. Il collegamento di questa rete con la Croazia, dimostra anche il fatto che il capo gabinetto del Presidente Stipe Mesic è un certo Amir Muharemi membro del clan Osmani, e che per i suoi legami con la criminalità organizzata e il terrorismo ha dovuto lasciare la sua carriera diplomatica nell’ONU su richiesta diretta dell’US State Departement. L'attuale Ministro degli interni Tomislav Karamarko, è stato inoltre a capo dell'ufficio del Premier Franjo Greguric, che conduceva le operazioni di traffico di uranio in Iran.
Suo genero, Osman Muftic, ha svolto a Teheran un importante ruolo di collegamento tra i servizi segreti iraniani, Izetbegovic, Silajdzic e Greguric. Lo stesso Karamarko ha un ruolo importante per i servizi di sicurezza in Croazia, e, dietro quella maschera democratica, i suoi collaboratori sono collegati con le infrastrutture terroristiche della Bosnia, Montenegro, e Albania. Si considera infine che oggi la Croazia presiede il Consiglio di Sicurezza ONU e ha così la possibilità di avere accesso ai documenti più delicati e segreti sul terrorismo e la criminalità organizzata, mentre al potere vi sono personaggi come Karamarko, Muharemi, Mesic (amico di Ahmadinejad e Gheddafi), che hanno portato il terrorismo e la ciminalità in Croazia.

Vi sono molteplici prove documentali che dimostrano il coinvolgimento di Alija Izetbegovic e di altri politici della Bosnia, per la maggior parte militanti dell'SDA e che sono ancora al potere, che hanno responsabili della pulizia etnica del popolo croato e serbo. Come si spiega il fatto che, a distanza di anni, nessuno di loro è stato processato per i crimini compiuti?
La Comunità Internazionale ha scelto quello musulmano come unico popolo "vittima" nella Bosnia Erzegovina, dimostrando, dinanzi al mondo islamico, di voler aiutare i bosno-musulmani. Allo stesso modo, in Kosovo hanno reso i musulmani di nuovo delle vittime. Questa è un falso gesto di correttezza nei confronti del popolo musulmano, quando vi sono le prove dei crimini e massacri terroristici compiuti nei Balcani, e mai visti in Europa. Il terrorismo in Bosnia viene perpetuato da circa 90 anni, e la Comunità Internazionale ha cercato di nascondere il suo coinvolgimento della costruzione di questa rete terroristica. La stessa Interpol, sulla base delle indagini delle intelligence austriache e tedesche nel 1996, ha chiuso il dossier di Alija Izetbegovic. Perché questo? Credete che lo stesso Paddy Ashdown, uomo dei servizi segreti britannici, non sapeva nulla dell'esistenza dei terroristi e delle loro infrastrutture? Certo che lo sapeva, ma taceva su tutto, perché in Bosnia vi sono due eserciti di contractors collegati alla rete terroristica, ossia i mercenari pagati dalla compagnia DSL (Defence Systems Limited) e la Crown Agents. Dinanzi alla documentazione e ai fatti, che confermano l'esistenza terroristica, nessuna persona intelligente potrà più negare la loro presenza in BiH.

In alcune occasioni, avete confermato il coinvolgimento di Haris Silajdzic all’interno di strutture terroristiche, e allo stesso tempo anche all’interno della Comunità Internazionale sono state sollevate numerose accuse nei suoi confronti. Secondo lei, questo gesto implica che finalmente la Comunità Internazionale ha deciso di non collaborare con chi era al potere negli anni della guerra, o rappresenta un modo per imporre la democrazia occidentale tramite azioni di criminalità organizzata come è accaduto in Croazia?
Credo che l’Europa abbia ancora un'immagine contorta sulla situazione croata o bosniaca. La Comunità Internazionale ha cominciato ad accusare Haris Silajdzic dopo che il team di esperti per l’Europa sud-orientale, ha presentato il rapporto su terrorismo e criminalità organizzata, dimostrando il collegamento di Haris Silajdzic e Al Qaeda. Questo potrebbe essere il segnale che, finalmente, la Comunità Internazionale abbia capito dove sia il vero pericolo, ossia quei politici corrotti e coinvolti all’interno delle strutture della criminalità organizzata, da cui sono a loro volta ricattati. Questo potrà essere fatto solo con un'azione ben organizzata della Comunità Internazionale.

Come molti sanno, lei e il suo portale siete stati bersaglio di minacce ed intimidazioni per fermare il vostro lavoro di giornalismo investigativo. È molto difficile, dunque, essere “Domagoj Margetic” in Croazia?
Sono sempre minacciato e i miei amici hanno davvero paura che sia giunto il momento, in cui tutte le minacce si potranno avverare. Anche alcuni agenti di polizia dalla buona volontà, mi consigliano di restare in silenzio perchè "posso finire male", ma credo che lei - come collega - possa capire perchè non faccio quello che mi consigliano. La mia scelta è di non entrare nel silenzio, perché accettare questa condizione significa scendere a patti con quella mafia che combatto da anni. Spesso mi chiedono se ho paura, ma è ovvio che ho paura, è anche normale, ma d'altra parte non ho alternativa! Semplicemente, non vorrei diventare un "venditore di verità", come la maggior parte dei miei colleghi e dei media in Croazia, soltanto perchè questa vendita mi potrà assicurare uno status agevolato e una vita più sicura. Ma comunque, ho sottoposto la vostra domanda a molti dei miei amici più cari, che sanno bene quanto è difficile essere “Domagoj Margetic” in Croazia. Uno di loro, giornalista professionista da anni, mi ha detto: "Domagoj, puoi capire che l'ultima violazione del tuo sito era una prova del tuo omicidio virtuale?". Tanti mi hanno avvisato che questo potrà essere uno degli ultimi avvertimenti prima che si avvereranno quelle minacce che durano ormai da anni. Mi hanno anche offerto di andare via. Ma se tutti scappiamo, chi rimarrà, chi continuerà a dire la verità? Se tutti noi accetteremo di cadere nel silenzio come sarà domani la Croazia?In questi momenti, ricordo le parole di mio padre: “E’ più importante attraversare la città a testa alta”. Ed è così che devo continuare, scrivendo e cercando, al contrario di quello che ci dicono, ossia di star zitti e di fare i loro lavori sporchi.