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05 maggio 2009

La crisi economica e la crisi morale


Le prime previsioni secondo cui la crisi nei Balcani non sarebbe stata così grave si sono rivelate non vere, e ora cominciano ad essere evidenti i danni della recessione in arrivo. I Paesi della regione Balcanica, ognuno a suo modo, hanno fatto i propri piani per la protezione dei loro mercati, ma non appena la produzione ha cominciato a rallentare, gli scioperi dei disoccupati ad aumentare ogni giorno e la “cassaforte a rimanere vuota” , si sono sentite le prime accuse tra politici e economisti. Un esempio tra tutti, è lo sciopero dei 130 operai dell'industria di tessile, la “Seven d.o.o." di Ugljevik, acquistata da un imprenditore italiano.

I primi segnali della crisi economica mondiale nella RS e nella BIH e` arrivata come una notizia che non fa tanto scalpore, o almeno non tanto quanto il fallimento delle borse di Wall Street. È ovvio che le prime previsioni secondo cui la crisi nei Balcani non sarebbe stata così grave si sono rivelate non vere, e ora cominciano ad essere evidenti i danni della recessione in arrivo.. I Paesi della regione Balcanica, ognuno a suo modo, hanno fatto i propri piani per la protezione dei loro mercati, subito dopo l'annuncio che le grandi banche mondiali erano fallite, trascinando con sè anche il sistema economico reale. Sono stati pochi gli esperti che hanno avuto il coraggio, e anche lo spazio nei media balcanici, per dire che la crisi nei Balcani sarà più grave di quel che ci si aspettava, mentre i politici parlano di cose ben diverse, difendendo il sistema bancario locale come un'entità aliena dal resto del mondo. Non appena la produzione ha cominciato a rallentare, gli scioperi dei disoccupati ad aumentare ogni giorno e la “cassaforte a rimanere vuota” , si sono sentite le prime accuse tra politici e economisti. Gli unici però che stanno davvero subendo le conseguenze più gravi sono i lavoratori. Un esempio tra tutti, è lo sciopero dei 130 operai dell'industria di tessile, la “Seven d.o.o." di Ugljevik, contro il nuovo proprietario subentrato nella gestione con la privatizzazione, l'italiano Mauro Michelon Canton, per non aver pagato i salari da mesi e per aver deciso il licenziamento di 70 persone in violazione della legge di lavoro e del contratto collettivo. Il caso ha scosso molto l'opinione pubblica della Republika Srpska, entrando così nelle cronache di molteplici quotidiani locali.

Ilavoratori, turbati dalla situazione di indifferenza da parte della dirigenza, hanno proclamato lo sciopero della fame, con la partecipazione dello stesso Presidente dei sindacati della RS, Ranka Misic. Ma c'è di più. Nello stabilimento della fabbrica di Kurjak sono rimasti invece solo tre operai, i rappresentanti dei sindacati della fabbrica. “Questa è la hall di montaggio delle scarpe e noi abbiamo chiuso la produzione il 24 marzo. Nell'altro capannone che ha comprato Mauro Michelon nel quadro del processo di privatizzazione, lavorano centinaia di operai sulla produzione delle scarpe. Il prodotto finito verrà realizzato dall'altra fabbrica, a Gracanica, nella Federazione della BiH. Da tre anni lavoriamo senza nessun diritto, gli operai che hanno fondato l'organizzazione sindacale sono stati licenziati. Tanti lavoratori hanno lavorato a nero senza nessun documento legale e si dovevano nascondere ogni volta in cui avveniva un'ispezione. Di 240 lavoratori, 60 lavoravano senza contratto”, ha dichiarato Nevenka Duric, uno dei dipendenti nella fabbrica. “Da oltre tre anni lavoriamo a pieno regime, certe volte anche fino alla mezzanotte. Noi non scappiamo dal lavoro, l`unica cosa che chiediamo sono le condizioni minime di sostenibilità e il pagamento di ciò che abbiamo guadagnato sulla base della legge. Si tratta di tre paghe, tasse sanitarie e pensione dal 2007”, ha dichiarato uno dei dipendenti.

Facendo una rapida rassegna tra gli operai, è possibile scoprire che l'assicurazione sanitaria non veniva pagata da mesi, né i contributi per la pensione. Nel mese di gennaio gli operai hanno ricevuto un salario di 100 KM (50 euro) divisi un due rate, con l'obbligo di riconsegnare le buste paga al capo del personale, essendo una prova valida contro la stessa società; allo stesso tempo a nessuno era permesso prendere dei giorni di vacanza. Mile Lukic, uno dei dipendenti, ha dichiarato che quando ha chiesto il rispetto dei suoi diritti ai rappresentanti degli imprenditori italiani, una certa signora Helena, lei gli sputato in faccia davanti ad un gruppo dei operai. “Il proprietario non vuole trattare con nessuno. Quando diciamo la verità possiamo avere anche un portacenere in testa, oppure qualsiasi altra roba. Ci pagavano nella busta in contanti senza una lista della contabilità. Non ci lasciano neanche parlare con il nostro capo. Siamo stanchi, abbiamo fame, siamo umiliati dopo tutta questa manipolazione”, dichiara deluso Lukic confermando che ogni mese lui con i suoi compagni ha spedito 22000 paia di scarpe in Italia, ma i soldi non sono mai arrivati. Continua dicendo che da oltre tre anni continua questo trattamento in schiavitù. "Mi interessa sapere se in Italia si lavora in questo modo e che nessuno ti permette di avere neanche il tuo sindacato", afferma Lukic. Ai giornalisti del quotidiano di Blic non viene permesso entrare nell'altro capannone, mentre viene detto loro che la famosa Helena è andata in Italia e non è presente nello stabilimento.

Anche il Presidente dei sindacati della RS, Ranka Misic, ha dichiarato che “i lavoratori di questa fabbrica vengono trattati come cani […] prima avevano da mangiare quando lavoravano in cucina, ma dopo che hanno chiuso la mensa hanno perso anche questo diritto. Ora, dentro questa fabbrica, hanno gli stessi diritti che hanno avuto anche cani con cui gli operai hanno diviso l`unico pezzo di pane”. Misic stigmatizza quanto sta accadendo in Republika Srpska, affermando che questa è la tipica storia degli imprenditori stranieri che operano nell'industria tessile e di scarpe nella RS, dove per pochi soldi comprano macchinari e fabbriche, affamano gli operai con paghe al di sotto del limite di sostenibilità, e organizzano la produzione senza rispettare né leggi e né diritti. "Dopo il 34simo giorno di sciopero, mi sono aggregata alla protesta per difendere i dipendenti e i loro diritti. Non abbiamo la possibilità di parlare con i loro capi del personale, perchè non sono neanche presenti all'interno della fabbrica", ha confermato Ranka Misic. Critica inoltre l'amministrazione comunale e l'ente per l'ispezione del lavoro, che non hanno mosso un dito, dopo che da oltre un anno non sono state pagati né i salari né le tasse.

E così, mentre "gli investitori esteri" usano i loro operai, negando loro persino i diritti fondamentali, a fronte di poco più di 100 KM nella busta paga, le autorità non sembrano intervenire per correggere le tantissime irregolarità commesse dalle società. Gli stessi sindacati hanno inviato un messaggio proprio alla ispezione di lavoro, chiedendo loro se avessero mai chiuso almeno una ditta, in cui erano state riscontrate delle irregolarità come per esempio sono state trovate in questa fabbrica. E`davvero triste vedere che i lavoratori devono ancora combattere per un salario, per una settimana lavorativa di 40 ore, per il diritto ai giorni di riposo e la protezione sanitaria. I dipendenti della Seven hanno chiesto ai loro proprietari di parlare dei loro diritti, ma continuano a negar loro persino questa banale richiesta, inducendo i lavoratori all'esasperazione, e così a dichiarare lo sciopero della fame. Intanto, dinanzi ad una situazione in cui il proprietario della fabbrica continua a trattare i propri dipendenti in condizioni di "schiavitù", è stata contattata l'Unione dei sindacati della RS, membro della conferenza internazionale dei sindacati. Ranka Misic, da parte sua, ha promesso di inviare una lettera di protesta all'Associazione dei sindacati in Italia, per informarla di come vengono trattati gli operai locali da un imprenditore italiano che ha privatizzato la fabbrica.