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18 ottobre 2011

Dall'ICE all'ACE: nuova diplomazia con vecchie idee

Egregio Signor Ministro,

Le scrivo come portavoce dell’Osservatorio Italiano, cogliendo l’occasione del suo recente invito rivolto agli imprenditori ‘contate sulle nostre ambasciate’ .

A partire dalla proposta di passare dall’ICE all’ACE, la mia impressione è che i progetti e i personaggi coinvolti sono sempre gli stessi. Un mero gioco di sigle nasconde una guerra tra due Ministeri, che cercano di accaparrarsi le ultime spoglie del budget destinato all’azione estera. Tanti sono stati i progetti per ‘le eccellenze italiane’ , finanziati da denaro pubblico ma caduti nel vuoto e nella giostra dei soliti contractors: Informest, Balcanionline, Camere di Commercio, Istituto per il Commercio Estero, Seenet, sino alla grande trovata di Confindustria Balcani. L’Italia non è stata capace di creare una struttura adeguata alla missione che doveva svolgere, nonostante la mole di finanziamenti profusi, ma solo associazioni e ONG frequentate da ‘punk con tre piercing e una chitarra’, o peggio ancora uffici di dirigenza guidati da raccomandati, specialisti Hi-tech che non fanno altro che aprire una posta elettronica. L’indaffarato, 'troppo occupato per rispondere ad una telefonata', il copista che ha sempre il suo bigliettino in bella vista, gli imboscati all’estero accompagnate da segretarie ex-inservienti. Questo è il club di quelli che sono lì per occupare un posto e non fare domande.

Signor Ministro,
potrebbe incontrarli tutti alla Festa del 2 Giugno a commentare il buffet che, senza aver niente da dire, si stringono le mani e ridono. A loro dire, “è sempre tutto sotto controllo” e “le autorità hanno il polso della situazione”. Un vuoto esibizionismo, che pone la diplomazia italiana agli ultimi posti in Europa, rispetto alle forti strutture di Germania, Francia e Inghilterra. Il loro ‘monitoraggio’ si riduce ad un manipolo di persone che frequentano gli stessi corridoi, sconosciuti analisti e consulenti sedicenti. L’informazione che possono ottenere è al massimo di quarta mano, tra l’altro profumatamente pagata. Non da meno sono le Agenzie di Stampa che si autoproclamano leader nei Balcani, ma vivono del ‘copia-incolla senza informazione’ e a ridosso degli investimenti di una ristretta lobby privilegiata.


Questa è l’Italia dell’integrazione e delle consulenze di pre-adesione, che usurpa il nome dello Stato per interessi individualisti. In realtà, l’Italia all’estero è fatta da un’immensa costellazione di piccole e medie imprese che lavorano e mettono a rischio il proprio patrimonio, e non hanno ‘aerei di Stato’ o funzionari di ambasciata a servirle. Possiamo portare un esempio su tutti, quello della Dalmatinka de La Distributrice dei Fratelli Ladini, che ha subito immensi danni materiali nonché diffamazione a mezzo stampa, a causa delle omissioni e dell’indifferenza delle autorità italiane, nonché dei vari ambasciatori che si succeduti. Oltre ad una stretta di mano e convenevoli in politichese, non vi è stato alcun intervento risolutivo che ponesse fine agli abusi dell’amministrazione pubblica croata. Il caso è giunto sino al Gabinetto del Presidente della Repubblica Giorno Napolitano, che ha garantito ai Ladini l’impegno delle autorità. Sarebbe bastata una ferma richiesta a far rispettare la convenzione italo-croata per la tutela degli investimenti ( 5 novembre 1996), la cui violazione mette in serio dubbio l’adeguatezza delle norme della Croazia agli standard europei. L’Italia ha taciuto forse troppe volte sulle irregolarità commesse dai croati contro i progetti italiani, dai piccoli ai grandi abusi, cosa che Paesi come Germania e Austria non avrebbero mai tollerato, visto che i toni si alzano per molto meno. La diplomazia italiana non è stata in grado di fare una telefonata, né di prendere una posizione o di trovare una soluzione. Sicuramente qualcuno - e lo credo fermamente - sperava che l’azienda fallisse, ma purtroppo per voi non è stato così. La Dalmatinka, senza dubbio, vincerà la sua causa e il suo precedente sarà la vergogna per l’Italia, il simbolo del fallimento della diplomazia economica italiana.

Signor Ministro,
sino ad oggi siamo stati “Italiani di serie B”, la mercificazione degli errori di questi signori con stipendi da migliaia di euro, le vittime delle informazioni delle agenzie autoreferenziali e delle consulenze dell’ICE. E Le posso assicurare che il caso Dalmatinka è solo uno della miriade di esempi delle piccole medie imprese, che operano in una regione così vicina all’economia italiana. Al contrario, l’Osservatorio Italiano, senza mai percepire fondi della Cooperazione Italiana o dell’Informest, ha fatto delle conoscenze di queste aziende un patrimonio di know-how e di capitale umano, per poi diventare un progetto-guida di successo. “Stato Volontari Impresa” con la collaborazione di antenne locali e italofili: questa dovrebbe essere la nuova forza del Made in Italy, che da una parte controlli i nostri diplomatici e gli addetti ai lavori, nonché l’utilizzo dei fondi destinati alle strutture estere, e dall’altra assista le imprese in difficoltà.

Caso Dalmatinka

L'Affarismo di Stato
Caso Dalmatinka: lettera aperta degli imprenditori italiani
Ladini: fermare la vendita illegale della Dalmatinka

Caso Dalmantika-F.lli Ladini: lettera aperta al Ministro Frattini

Caso Dalmatinka Nova: continua la diffamazione dei media croati

Caso Dalmatinka Nova: l’accusa degli imprenditori italiani

Il collettivo diplomatico deve effettuare e conoscere la mappatura delle piccole e medie imprese all’estero, nonché garantire un costante monitoraggio ed un intervento in caso di violazioni de parte delle autorità locali. In altre parole, occorre abbandonare quell’atteggiamento di lobby di potere che va ad affrancare tutta la struttura diplomatica alle grandi società, le quali da parte alimentano una rete di faccendieri e servi nella speranza di assicurarsi investimenti milionari. Oltretutto, questa megalomane arroganza è controproducente oltre che inefficace, perché nella realtà i nostri ambasciatori e i nostri funzionari sono derisi dai politici locali, che si sentono costretti ad ascoltare “storie di integrazione” da persone che – per esempio – non hanno una grande conoscenza dei Balcani.

D’altro canto, prima di lanciare proclami e promuovere nuovi progetti di riorganizzazione della rete estera, bisogna creare una commissione di inchiesta per individuare le responsabilità di chi ha abusato dei fondi dello Stato italiano per estrometterli del tutto dalla struttura che si verrà a creare. Queste sono le condizioni fondamentali per garantire la massima trasparenza e correttezza, come avviene in ogni società civile ‘di alti standards europei’. In secondo luogo, occorre cominciare a pubblicare i prospetti dei costi dei progetti e degli impieghi dei finanziamenti, considerando che sino ad oggi è stato quasi impossibile accedere ai rendiconti finanziari delle organizzazioni che hanno accesso ai contributi pubblici della Cooperazione Italiana. Dei presupposti essenziali e minimi, che servono ad adeguare la diplomazia italiana alla prassi europea, colmando un deficit. Sono molti i passi indietro da fare, Signor Ministro, prima di lanciare la grande svolta del Sistema-Italia, sempre che Lei voglia davvero un progresso per il nostro Paese.

Michele Altamura