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12 luglio 2016

Il grande problema dell'asse franco-britannico sulla Siria

Francia e Inghilterra temono che si ripeta in Siria lo scenario libico, ossia lo spostamento del fronte diplomatico dall’asse franco-anglo-americano, ad un asse del Mediterraneo, coordinato in esterno da un accordo tra USA e Russia.  Un tale cambiamento è divenuto ormai necessario, vista l’insorgenza di nuove esigenze, connesse alla necessità di arginare e debellare il fenomeno dell’infiltrazione di terroristi all’interno dei confini dell’Unione Europea.  Di contro, Parigi e Londra rinunceranno mal volentieri alla leadership diplomatica sulla questione siriana, visti gli sforzi posti in essere per abbattere la “spada di Damocle” che incombe su di loro, con riferimento al sostegno conferito in passato ai ribelli e ai tanti combattenti giunti in Siria per far cadere Assad.  Resta infatti da risolvere il problema dei foreign fighters bloccati in Medioriente, che stanno facendo pressioni attraverso le loro famiglie per tornare in patria, ma hanno ricevuto un netto rifiuto dai loro Governi. Molti di loro, infatti, hanno espresso la loro intenzione di voler collaborare con le autorità occidentali, per scontare la loro pena in patria, ma le autorità hanno bloccato ogni spazio di trattativa in tal senso. I combattenti europei, quindi, non hanno altra alternativa che morire nelle carceri siriane o irachene, oppure nella migliore delle ipotesi collaborare con la intelligence di Damasco per contrastare la Stato Islamico.



A questo punto, da una rapida analisi, emerge che qualcosa  è senz’altro cambiato all’interno della politica estera europea, forse come contraccolpo del Brexit, che ha rimesso in discussione degli assetti geopolitici considerati inamovibili. Si stanno quindi facendo strada delle strategie di diplomazia parallela, che saranno sempre più numerose ed insidiose, proprio all’interno di un’Alleanza che ha perso dei punti di riferimento.In tale contesto, si inserisce una campagna mediatica di disinformazione, allo scopo di inquinare e screditare un eventuale ruolo dell’Italia nel quadro di un piano volto a dare una soluzione politica alla Siria.  Infatti, secondo fonti locali, parte della rete italofila in Medio Oriente, non vi è stata nessuna visita lo scorso fine settimana tra il capo dell’intelligence italiano, il Generale Alberto Manenti, e i funzionari siriani, come erroneamente riportato dal quotidiano di Beirut Assafir, nonché dal portale Gulf News. Le stesse fonti, spiegano che tale campagna mediatica è stata gestita dall’estero, come sorta di risposta all’esistenza di un canale di comunicazione tra Roma e Damasco.

In realtà,  tali rapporti - come anche con Berlino o Bruxelles - non si sono mai del tutto interrotti, e per certi versi sono stati mantenuti, soprattutto per la gestione della crisi dei migranti e dei foreign fighters europei, nonché dell’infiltrazione di ex ribelli siriani o di combattenti di Daesh, fuggiti dal fronte di guerra. Questo dato di fatto è stato tuttavia distorto, manipolato ed estremizzato, quasi a voler criminalizzare – e quindi arrestare sul nascere – una qualsiasi “intromissione” dell’Italia in una trattativa magari già esistente, e gestita da altri Stati. In altre parole, non è piaciuto l’interesse di Roma al dossier siriano, per i quali Francia e Inghilterra vogliono l’esclusiva decisionale all’interno dell’Europa, nonostante l’Italia sia uno dei Paesi europei che ha subito maggiormente le conseguenze dell’esodo dei migranti, essendo un Paese di transito e una riva “di soccorso e accoglienza”.