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16 settembre 2008

Le branch e il fallimento controllato delle multinazionali


Lo sfruttamento dei mercato avviene spesso attraverso le cosiddette "branch", che vengono create per raggiungere determinati obiettivi, fino all'esaurimento. Quando il mercato è divenuto ormai sterile viene chiusa la filiale creata per tale scopo, gli utili vengono incassati dalla casa madre attraverso un giro di scatole cinesi, mentre le perdite restano a nome della branch che ha dichiarato il fallimento.

Come è ormai noto, il sistema economico, essendo stratificato in base alle quote di mercato possedute, è prevalentemente controllato dalle cosiddette corporation. I gruppi multinazionali riescono infatti a decidere la soglia della sostenibilità economica per le piccole e medie imprese ed interi popoli, avendo le dimensioni e le risorse per fronteggiare o addirittura a causare una crisi, se questa può tradursi in un’opportunità per conquistare un mercato o sbaragliare dei concorrenti. Questo tipo di strategie sono frequenti in mercati in via di sviluppo, tormentati da crisi politiche e spesso resi vulnerabili da conflitti e destabilizzazioni molto gravi.

Il più delle volte l’ingresso nel nuovo mercato da sfruttare avviene attraverso le cosiddette "branch", che vengono collocate nell'area interessata per "spremere" dal territorio quanti più utili possibili, fino all'esaurimento. Quando il mercato è divenuto ormai sterile viene chiusa la filiale creata per tale scopo, gli utili vengono incassati dalla casa madre attraverso un giro di scatole cinesi, mentre le perdite restano a nome della branch che ha dichiarato il fallimento. Questo accade per le multinazionali, per gli istituti bancari, per la grande distribuzione, cioè per tutto ciò che il mercato del consumo offre. Grazie al loro forte potere economico e ad una struttura reticolare studiata per evitare il tracciamento delle transazioni, tali gruppi economici riescono a sopravvivere senza regole o principi, essendo al di sopra degli stessi organi locali, e al fianco delle istituzioni internazionali. Quando infatti firmano un contratto a 90 giorni è chiaro che pagheranno a 120 oppure a 160, perchè con il loro apparato burocratico, riescono a prolungare a dismisura i tempi per i procedimenti e i ricorsi, la cui risoluzione appare ad un orizzonte quanto meno lontano.

La loro presenza comincia a divenire così integrata all'interno del territorio, da divenire invisibili e inarrivabili, grazie al potete filtro attuato dalla branch locale. Questa infatti riesce a creare la lobby sviando dalla casa madre ogni danneggiamento di immagine o economico, come dei veri e propri fusibili. Quando una branch fallisce, i responsabili affermando che vi è stata "un’aggressione economica", una "sopravvalutazione del mercato", una "ostilità da parte dei Governi locali", qualsiasi cosa pur di non nominare la parola "fallimento". Un’incolumità che viene quanto più garantita da un potere giudiziario debole, dall’inesistenza di Agenzie o organismi di controllo che possano salvaguardare l’economia locale. Basta pensare al Gruppo Fiat, che sino a qualche anno aveva un debito di oltre quattordici miliardi di euro, e in soli cinque anni è riuscito a fare dividendi con gli azionisti.
Oggi sapete come è finita? Tutti in cassa integrazione e nessuno osa parlare, nessuno osa pensare, perchè il Gruppo Italiano controlla tutto: giornali, banche, assicurazioni, tribunali. Questo è il mercato e questi sono i padroni, e in ogni nazione c'è una Fiat che controlla e che è alleata con tutte le Fiat del mondo,che a loro volta controllano tutto il globo.
Non bisogna andare neanche tanto lontano, volgendo lo sguardo alla storia attualissima, con il fallimento controllato delle Banche che, "desolate" informano il taglio di oltre 6000 posti di lavoro, e tanti altri milioni di dollari che non verranno mai pagati. La Lehman Brothers dichiara fallimento come qualsiasi altra impresa che non vuole pagare i suoi creditori: chiude i battenti e le branch europee, si rifugia nel patrimonio "di famiglia" e poi si ripropone sul mercato sotto un'altra veste. E' ovvio che le Banche e i grandi gruppi industriali non falliranno mai, ma semplicemente bruciano i soldi di altri, per poi ributtarsi nella mischia.

La piovra delle corporation non si ferma solo al mercato, ma dilaga proprio all'interno della Commissione Europea e dei suoi comitati di esperti. Occorre infatti riflettere sul fatto che le negoziazioni per i processi di integrazione, i road map per la ratifica dell’Accordo di Associazione e Stabilizzazione, e dunque le misure da prendere, vengono decise dalla Commissione Europea sulla base della consulenza dei comitati di esperti. Questi, composti da professori, consulenti privati e dirigenti di grandi società, forniscono un parere più o meno vincolante sui progetti, sulle decisioni e sulle direttive, nonché sulle strategie di politica economica ( si veda Register of expert groups ) . I rapporti da essi redatti hanno una forte influenza sul parere della Commissione Europea, il cui potere è incontrastabile, considerando che detiene il potere esecutivo e legislativo, al contrario del Parlamento Europeo che ha solo un potere consultivo e propositivo. Come si può notare, il potere economico delle multinazionali si estende ben oltre la semplice influenza sul mercato, avendo insinuato i suoi tentacoli nelle strutture politiche che reggono il destino dei Paesi. Comprano e controllano tutto: Governo e opposizione di qualsiasi nazione del mondo e nessuno fiata, nessuno parla .
Gli intellettuali e i cosiddetti giornalisti d'assalto parlano di tutto, ma mai di loro. Chi critica il gruppo Rotschild? Chi critica la Goldman Sachs? Chi critica la Fiat? Chi critica Rockfeller? Eppure questa gente tutti i giorni fa morti sui mercati finanziari e loro guadagnano sempre, e alla fine della giornata passano dalla cassa e contano i loro guadagni. Sono divenute ormai ridicole le trasmissioni televisive, dove si trovano quelli che dovrebbero informare l'opinione pubblica e far capire chi è il diavolo e chi è l'acqua santa.

Questi signori delirano e ripetono come pappagalli il copione che gli è stato assegnato, perchè anche loro sono prezzati dai grandi potenti, e al massimo se la prendono con i nuovi arricchiti che non fanno parte del buon salotto di potere. La magistratura nulla può su queste realtà, e nessuno si interroga su questi argomenti, nemmeno l’opposizione, e neanche chi mette le bombe per strada, nulla, la cosa più strana è che neanche gli stessi estremisti contestano queste strutture.
Perchè nessuno si chiede perché chi produce il cacao non è mai diventato ricco ma sempre più povero, e lo stesso è accaduto per i Paesi produttori di caffè, dove le sole multinazionali hanno ottenuto un effettivo guadagno. La guardia di finanzia nelle sue innumerevoli perquisizioni, viene circoscritta al suo territorio nazionale, e quando si vogliono chiedere spiegazioni ad una banca, oppure ad una multinazionale, ecco il solito gioco di prestigio, dei soliti prestigiatori di avvocati, consulenti, faccendieri, contractors, di tutto e di più, una vera macchina da guerra.

08 settembre 2008

La Corte Europea condanna l'anti-terrorismo



La Corte di Giustizia Europea ha annullato la decisione dei Governi Europei del blocco dei fondi e delle proprietà di Yassin Adbullah Al Kadi, sceicco saudita accusato di aver finanziato con la sua attività l'organizzazione terrorista di Al Qaeda. Di consegnenza tutti Francia, Regno Unito, Paesi Bassi e Spagna - e di conseguenza tutti gli altri Paesi Europei - dovranno ritirare i loro provvedimenti di sequestro e pagare la metà delle spese processuali. "Il diritto di difendersi, in particolare il diritto ad essere ascoltato e il diritto alla riesamina del processo non sono stati rispettati", afferma la sentenza della Corte.

La Corte di Giustizia Europea ha annullato la decisione dei Governi Europei del blocco dei fondi e delle proprietà di Yassin Adbullah Al Kadi, sceicco saudita accusato di aver finanziato con la sua attività l'organizzazione terrorista di Al Qaeda. Yassin Al Kadi, era stato infatti segnalato dalle autorità investigative internazionali come ricercato per aver finanziato Al Qaeda, chiedendo così alle autorità locali di imporre il blocco dei suoi conti correnti bancari e il sequestro dei suoi beni, nonchè il congelamento delle sue attività. Il suo nome infatti compariva nella lista dei finanziatori storici dell'organizzazione di Bin Laden, del terrorismo internazionale, e persino delle attività terroristiche in Bosnia Erzegovina. Si veda infatti l'archivio di documenti del Dossier Al Qaeda.
Per lungo tempo, Al Kadi ha portato avanti una battaglia legale affermando l’illegalità della sentenza emessa non da una Corte di Giustizia, da autorità amministrative su ordine dei Governi. Da parte loro, i Governi hanno sempre difeso la legittimità dei provvedimenti affermando che l’azione rientrava nel quadro delle leggi anti-terroristiche e delle politiche di lotta al terrorismo

La notizia della decisione della Corte Europea che difende la posizione di Yassin Al Kadi e condanna i Governi occidentali, sembra che non abbia scosso molto i media, che hanno ignorato e occultato l’accaduto. Ovviamente, all’epoca del sequestro delle sue proprietà, fu montata una vera e propria campagna mediatica contro Al Kadi, come finanziatore di Al Qaeda e dunque come un terrorista. Effettivamente l’affronto è davvero grande, considerato che Francia, Regno Unito, Paesi Bassi e Spagna - e di conseguenza tutti gli altri Paesi Europei - dovranno ritirare i loro provvedimenti di sequestro. La sentenza delle toghe nere ( si veda sentenza del 3 settembre Causa C-402/05 P ), afferma infatti che il blocco delle proprietà dovrà essere revocato visto che è stato preso in evidente contraddizione con il diritto legale del saudita Yassin Al Kadi a difendersi dalle accuse che gli sono state fatte. "Il diritto di difendersi, in particolare il diritto ad essere ascoltato e il diritto alla riesamina del processo non sono stati rispettati", afferma la sentenza della Corte stabilendo che "le sentenze del Tribunale di primo grado delle Comunità europee...sono annullate", che "il regolamento (CE) del Consiglio 27 maggio 2002, n. 881- che impone specifiche misure restrittive nei confronti di determinate persone ed entità associate a Osama bin Laden, alla rete Al-Qaeda e ai talibani e abroga il regolamento (CE) n. 467/2001 che vieta l’esportazione di talune merci e servizi in Afghanistan, inasprisce il divieto dei voli e estende il congelamento dei capitali e delle altre risorse finanziarie nei confronti dei talibani dell’Afghanistan - è annullato nella parte in cui riguarda Al Kadi e la Al Barakaat International Foundation". Condanna inoltre Il Consiglio dell’Unione europea e la Commissione delle Comunità, nonché i Paesi inclusi in questo caso a pagare la metà delle spese giudiziali del processo.

"Gli obblighi imposti da un accordo internazionale non possono avere l’effetto di compromettere i principi costituzionali del Trattato CE, tra i quali vi è il principio secondo cui tutti gli atti comunitari devono rispettare i diritti fondamentali, atteso che tale rispetto costituisce il presupposto della loro legittimità". Così la Corte di Giustizia annulla un regolamento comunitario che recepisce una risoluzione del Consiglio di sicurezza ONU nella parte che va a ledere dei diritti fondamentali, che sembrano così appartenere ad una sfera di diritto ben superiore. La Corte afferma infatti che il blocco dei beni è stato imposto senza dare al richiedente la possibilità di presentare la sua posizione in relazione alle accuse, violando il suo diritto alla difesa, in particolare del diritto al contraddittorio e del diritto ad un controllo giurisdizionale effettivo, in seguito alle misure di congelamento di capitali imposte proprio dal regolamento n.881 del 2002. Sembra dunque che la Commissione Europea debba fare un passo indietro, e divedere la sua legislazione "sovranazionale" per un cittadino saudita che ha contestato l’illegittimità di un regolamento comunitario, fino a creare un’eccezione del tutto sui generis, ma che comunque costituirà un importante precedente.

L'amministratore delle proprietà di Al Kadi in Albania, Hamzeh Abu Rayyan, ha già fatto sapere in una nota inviata ai media che "anche se l`Albania non è ancora un Paese membro dell'UE, la sentenza giudiziale della Corte di Giustizia Europea è obbligatoria anche per lo Stato Albanese". Rayyan chiede che siano revocate le decisioni sia del Tribunale per i Crimini Gravi che del Ministero delle Finanze, che ha stabilito la confisca dei beni di Yassin Al Kadi in Albania. Infatti, secondo i suoi legali, il Ministero delle Finanze ha bloccato tutti i beni e le ricchezze dello sceicco Saudita in Albania, senza tuttavia nessuna sentenza da parte di un Tribunale. Improvvisamente e senza alcuna documentazione regolare, vi è stato infatti un subentro nella proprietà dei beni da parte dell'Agenzia dell'Amministrazione dei Beni Sequestrati e Confiscati. Così, dopo la sentenza della Corte Europea, i legali di Kadi hanno avvertito che passeranno ad una vera e propria battaglia legale per liberare le proprietà dello sceicco, poste ora sotto il controllo di altri soggetti illegalmente. Il caso di Yassin Al Kadi consente infatti di osservare come spesso la lotta contro il terrorismo rappresenta un’arma nelle mani di entità economiche per appropriarsi indebitamente di grandi ricchezze, legalizzando così delle vere e proprie truffe. È chiaro infatti che il sequestro dei beni di Al Kadi in Albania, se da una parte rappresenta l’esecuzione di un ordine partito dagli Stati Uniti mascherato come impegno "nella lotta al terrorismo per l’integrazione euro-atlantica", dall’altra è un’appropriazione indebita ad opera delle entità che hanno guadagnato dall’operazione. Lo scandalo contro lo sceicco Al Kadi - che ha costruito a Tirana le famose Torri Gemelle dell’Albania (nella foto) - sembra proprio che sia stato montato per "derubarlo" delle sue ricchezze, e ora dopo una lunga lotta legale, dovranno restituire ogni cosa.

L'intero castello delle norme anti-terroristiche cade, in fin dei conti, su delle procedure burocratiche definite lesive del diritto alla difesa del singolo individuo: una vera beffa se si pensa alla complessità del quadro normativo non solo europeo ma anche internazionale, ispirato alla logica diabolica della prevenzione del terrorismo. Yassin Al Kadi riesce infatti a mostrare il punto debole di un sistema profondamente sbagliato, e allo stesso tempo mette in evidenza il volto oscuro dell'anti-terrorismo, quello che condanna gli Stati "canaglia alla morte", i popoli alla guerra, i cittadini al carcere e all’espropriazione delle loro ricchezze. Si indaga oggi sul finanziamento ai terroristi, ma mai in passato sono stati fatti i dovuti controlli sui fondi che da Stati Uniti e Svizzera giungevano nei Balcani, nel Vicino Oriente e nel Medio Oriente, per finanziare guerriglie, rivoluzioni interne agli Stati e l’avvento di Governi sostenuti dall’Occidente. Dietro le leggi di lotta al riciclaggio di denaro e al finanziamento del terrorismo vi è una strategia di controllo dei flussi di denaro e del movimento delle masse, al fine di costruire base di dati dall’importanza strategica per le entità economiche e per i progetti geopolitici.

28 aprile 2008

La CE chiede il controllo delle telecomunicazioni


Viene di nuovo presentato al vaglio dell’Europarlamento il controverso caso della riforma delle telecomunicazioni fermamente voluta dalla Commissione Europea. Gli europarlamentari, portavoci del volere dei Governi nazionali nonché specchio degli interessi di alcuni tra le grandi società europee, cercano di far arretrare le pretese della Commissione e così di attenuare i toni della riforma che rischiano di sconvolgere l’attuale assetto societario ed economico delle telecomunicazioni.

Le discussioni del Parlamento Europeo hanno sollevato interessanti argomentazioni che aprono ad ulteriori riflessioni in vista delle moderne problematiche correlate alla protezione dei dati, alla monetica e all’accesso dei canali di informazioni, sino ad arrivare ai futuristici scenari della trasmissione wireless dell’energia. Due sono i principali elementi su cui si sta lottando in seno al Parlamento, quali la separazione delle reti di infrastrutture ed i servizi, assieme alla creazione del "super-regolatore" del settore, ossia di un mostro burocratico sotto il controllo della Commissione Europea.

Come sappiamo, la separazione delle reti è un approccio che si cerca di applicare a diversi settori, su vari livelli di organizzazione dei sistemi produttivi e ai processi più disparati, quali quello dell’energia elettrica, del gas, sino a quello amministrativo-burocratico. Alla base di tale concetto, vi è la convinzione che separare la gestione dell’infrastruttura dall’offerta dei servizi porti ad un significativo guadagno dell’efficienza dell’intero settore, considerando che il "divide et impera" è una formula che funziona da secoli e si adatta perfettamente alla società del "rent" nella quale stiamo entrando. Infatti, l’infrastruttura, che nasce come monopolio naturale e dunque nelle mani di società statali o privatizzate di recente, verrebbe data in gestione ad entità specializzate che avranno così la facoltà o il dovere - a seconda dell’ottica più o meno pessimistica che si assume - alle società di servizi, che possono così essere anche una miriade, le quali si occuperanno dell’offerta vera e propria. A tale soluzione si sono opposti in molti, e non solo tra le fila dei più accaniti conservatori "complottisti" ma anche tra le major delle telecomunicazioni - forse anche perché non voglio perdere il controllo né sul primo né sul secondo ramo - che ritengono che la separazione delle reti porti ad una indefinita moltiplicazione dei costi, gravando "inutilmente" sui consumatori finali.

Secondo il piano elaborato dal Commissario alle Telecomunicazioni Viviane Reding sulla base del modello britannico, gli operatori, se conservano la proprietà delle infrastrutture, hanno obbligo di dare ai loro concorrenti un accesso senza discriminazione alle loro reti, e ogni smantellamento degli operatori e delle loro infrastrutture potrà essere solo volontario. Un passaggio questo ritenuto fondamentale perché secondo la Rending gli attori del mercato approfittano del controllo delle infrastrutture per escludere i nuovi entranti e così limitare la concorrenza, riferendosi in maniera particolare a France Télécom e Deutsche Telekom, ai quali è possibile ricondurre il controllo dell'80% delle connessioni con grande flusso in seno all’Unione Europea. Tuttavia secondo le autorità francesi, dividere le reti non migliorerà la concorrenza, adducendo come motivazione il fatto che i gruppi potrebbero essere reticenti ad investire nelle nuove reti del futuro, prendendo come esempio proprio la situazione della Gran Bretagna in cui la separazione funzionale è già operante e ha portato alla stagnazione degli investimenti.

Tra l’altro, il progetto dalla separazione funzionale delle reti ha già scosso l’opinione pubblica francese e tedesca - e non quella italiana, ovviamente - spingendo i sindacati e le associazioni di categoria ha presentare le prime proteste formali. Il CFE-CGC di France Télécom si è infatti rivolto a Sarkozy, ricordando come "una notizia del genere porterà alla perdite di professionalità specializzate, e ad un trauma supplementare dopo la radicale privatizzazione della società", considerando che "la crescita del mercato delle telecomunicazioni non passa attraverso la costituzione dei grande operatori integrati" oltre al fatto che si avrà una riduzione massiccia del personale impiegato.
Accanto alla separazione delle reti, il Commissario Rending vede la creazione di un'autorità europea di regolazione delle telecomunicazioni che comprende i 27 regolatori nazionali attuali, che andrà coordinata ad una riorganizzazione del gruppo dei regolatori europei per conferirgli un potere di supervisione sull'insieme dei mercati regolamentati. Un piano di riorganizzazione che nei fatti rievoca la struttura della Banca Centrale Europea, con la costituzione di un’unica centrale di controllo delle normative, delle frequenze e di ogni decisione di riorganizzazione, smembramento o cessione delle reti o dei servizi delle telecomunicazioni.

Ed è proprio su tale progetto che si gioca lo scontro più delicato ora in seno al Parlamento Europeo, che ha sollevato non poche perplessità considerando che il "super-regolatore" avrà competenze sulle frequenze radio-elettriche utilizzate per la telefonia, la radio o la televisione. È stato fortemente attaccato dalla Germania, che con un’opinione unanime, afferma che il progetto di creazione di un'autorità di regolazione europea "va contro i principi di sussidiarietà e di deregolamentazione", e inizierebbe "un processo irreversibile, che non potrebbe essere più abolito, tale da portare alla scomparsa delle autorità di controllo nazionali." Gli europarlamentari hanno infatti mostrato i loro dubbi proprio sull' "eccesso di burocrazia" e sul graduale trasferimento di competenze dai regolatori nazionali, proponendo invece un bilanciamento dei poteri tra le autorità degli Stati Membri e quella europea. È stato così presentato il progetto di "un organo dove siederanno i regolatori nazionali che avranno un presidente eletto dai membri, che possono approvare le relative decisioni con una maggioranza dei 2/3, salvo eccezioni". Un organismo simile all'attuale organo che riunisce le authority nazionali, l’ERG, peraltro molto criticato dalla Commissione per la sua mancanza di azione, e il cui sviluppo era stato citato come un'alternativa al nuovo super-regolatore. Allo stesso tempo, dalla parte francese, giunge la proposta di prevedere un sistema di arbitraggio per eliminare il diritto di veto da parte della Commissione Europea, sulle decisioni prese dai regolatori nazionali per "garantire la concorrenza".

Su tale braccio di ferro si deciderà così non solo il futuro del settore delle telecomunicazioni, ma anche del potere sul sistema radio-televisivo e mediatico, con un forte impatto sulle risorse a disposizione delle intelligence nazionali. E' chiaro invece che la Commissione Europea preme sempre di più per garantire sotto il suo stretto controllo le authority e i comitati di sorveglianza per i settori strategici economici europei, che saranno anche i fururi canali per il settore bancario ed energetico.

11 dicembre 2007

La lotta dei lavoratori contro l'usura del tempo


Mentre la Francia minaccia ancora scioperi e il blocco della circolazione contro la riforma dei regimi speciali di pensione, l'Italia manifesta in difesa dei diritti dei suoi lavoratori. Le manifestazioni di massa dei lavoratori da sempre accompagnano i problemi dell'economia degli Stati, e rappresenta proprio questo il dato allarmante. Nonostante lo sviluppo e l'elevata industrializzazione dei Paesi occidentali, le lotte per la difesa dei diritti del lavoro sono sempre le stesse. Ciò significa che mentre le nostre società aumentano le capitalizzazioni, diventano sempre più globalizzate e ricche, i lavoratori ancora lottano per la sostenibilità dei salari, per il diritto alla pensione, per la sicurezza e la stabilità del lavoro.
I licenziamenti, le delocalizzazioni, la rinegoziazione dei contratti sono legittime politiche della gestione delle risorse umane, tale che la disoccupazione e la insufficienza del livello dei salari sono considerate delle normali conseguenze a cui dovrà rimediare il mercato.
Purtroppo oggi non assistiamo più all'evoluzione dell'economia, ma al suo continuo regresso, in quanto il sistema economico basato sulle grandi società che basano il loro potere sulla massa di lavoratori è attualmente insostenibile. Giorno dopo giorno cresce nei lavoratori la consapevolezza, e così anche la paura, che i propri diritti sono destinati ad essere ridotti sempre più, divenendo merce di scambio per i sindacati nei confronti delle società e dei Governi. Gli scioperi non sono più frutto della "coscienza di classe", ma della manipolazione dei rappresentanti dei lavoratori, che hanno di fatto già preso accordi con il consiglio di amministrazione delle società o con il governo per ratificare l'ennesimo protocollo welfare o la rinegoziazione dei contratti nazionali. Quella in atto è solo una gara d'appalto truccata, perché il contratto è stato già firmato e lo sciopero serve solo a controllare le masse.
In Francia oggi si lotta per evitare l'armonizzazione, e così la perdita dei regimi speciali di pensionamento delle diverse categorie; allo stesso modo l'Italia protesta per avere dei livelli salariali sostenibili e maggiore sicurezza. In realtà tutti i lavoratori oggi lottano contro l'usura del tempo di lavoro, quello che Marx definiva plusvalore, e che oggi è divenuto necessario per compensare l'inefficienza delle grandi strutture societarie globalizzate e mal gestite dai loro iperfinanziati dirigenti.
Sono infatti state elaborate nuove proposte di direttiva europea che intendono aumentare la durata del lavoro settimanale dalle 48 ore fino alle 65 ore, imponendo in capo all'impresa il solo obbligo di ottenere l'accordo individuale dei lavoratori. L'accordo dovrebbe essere valido un anno, di volta in volta rinnovabile, ma, considerando le minacce di licenziamento e delocalizzazione, questo accordo non farà nessuna fatica ad essere ottenuto. In ogni caso, se tale direttiva venisse adottata, la definizione di disoccupazione scomparirà perché sarà quasi impossibile distinguere il tempo di lavoro "attivo" dal periodo di disoccupazione, in quanto il lavoratore sarà sottomesso ad una flessibilità totale, tale da divenire molto più vicino al ritmo di lavoro dello schiavo.
Tale provvedimento, aggiungendosi alla controversa direttiva Bolkestein, dovrà "fare dell'Europa la zona più competitiva del mondo di qui 2010", stando a quanto affermato da José Manuel Barroso. L'obiettivo di aumentare la competitività europea, riducendo il costo del lavoro per le imprese, andrà ad imporre un regime lavorativo non molto lontano da quello della Cina comunista. Identica motivazione si nasconde nelle politiche europeo di allargamento "forzato" verso i paesi che praticano il "dumping sociale e fiscale" per spingere al ribasso i salari, i diritti dei lavoratori e la fiscalità delle imprese. Infatti, la riduzione dei diritti dei lavoratori e l'ampliamento verso gli Stati ad economia povera, innesca una schiacciante concorrenza salariale, che spiazzano le società occidentali. Le imprese europee sono così divenute eccessivamente "garantiste", incatenate dall'eccessiva burocrazia e legislazione sul lavoro, rigide e paralizzate da leggi "troppo vecchie" per essere all'avanguardia. Sebbene questo può essere in parte vero, ricordiamo che quelle leggi hanno garantito la sostenibilità della vita per i cittadini europei in questi anni di ripresa economica, in cui l'economia interna girava in virtù di un perfetto equilibrio tra produzione, consumi ed esportazioni. Oggi, invece, quelle leggi sembrano essere inadatte, anche perché non esiste alcun equilibrio nelle nostre economie occidentali, in cui consumiamo più di ciò che produciamo, e importiamo più di quello che esportiamo. Per cui, chi ha davvero fallito: le leggi dei lavoratori o il sistema economico delle multinazionali?

Secondo l'Unione Europea sono le leggi ad essere sbagliate e per tale motivo è stata elaborata la direttiva Bolkestein che, insieme con la direttiva sul tempo lavorativo, riporta indietro i diritti dei lavoratori di più di un secolo. Non dimentichiamo che la stessa Costituzione Europea prevedeva alcune norme che impongono agli Stati membri di creare le "condizioni necessarie alla competitività dell'industria per incoraggiare un ambiente naturale favorevole all'iniziativa ed allo sviluppo delle imprese" , nonché eliminare ogni restrizione amministrativa, finanziaria o giuridica che ostacolerebbe la creazione di PME", ( articolo III-279). Inoltre era previsto che l'unione "ricerca la flessibilità della mano d'opera e del mercato del lavoro", (articolo III-203) e crea le "condizioni necessarie alla competitività dell'industria" (articolo III-279 ). Tali principi rendono dunque molto chiaro il piano europeo nei confronti del mercato del lavoro degli Stati membri, ossia pressioni al ribasso dei salari, liberalizzazione dei contratti e delle regole del mercato del lavoro, privatizzazione dei servizi pubblici. Questo porterà inevitabilmente a aumentare sempre più le ore lavorative, a creare dei lavoratori sempre più flessibili, a diffondere insicurezza sociale e precariato, salari insostenibili e dunque stagflazione negli Stati, la scomparsa della disoccupazione "statistica" e così anche dei sussidi e dei sostegni ai disoccupati, per concludere infine con la sostituzione dei sistemi pensionistici e previdenziali pubblici con quelli assicurativi e bancari.
In tutto questo, le multinazionali saranno sempre più avvantaggiate, perché potranno maggiormente estendere la propria struttura societaria senza limiti fisici, senza vincoli giuridici, potranno delocalizzare e chiudere gli stabilimenti in zone ad alto salario, per aprirli in regioni a basso salario, restando pur sempre nell'ovattato e sicuro spazio economico europeo.

22 ottobre 2007

Un trattato semplificato sul fallimento del sogno europeo


Sulle ceneri della Costituzione Europea, i 27 Paesi membri dell'Unione Europea hanno deciso di costruire il nuovo Trattato dell'Unione Europea, che sarà formalmente firmato il 12 dicembre prossimo all'Europarlamento di Strasburgo. È un testo complesso e pieno di clausole di esenzione quello del nuovo Trattato UE, che ha la pretesa di rilanciare il "sogno europeo" lasciando la situazione sostanzialmente immutata. Viene definitivamente sepolto il progetto della Costituzione Europea, i cui lavori, dopo la bocciatura da parte di Francia e Olanda, non sono mai ripresi a tutti gli effetti e oggi si sono arrestati, per dare al popolo europeo un Trattato semplificato.Un percorso di riforma e revisione del vecchio testo costituzionale, che verrà probabilmente ratificato nel 2008 dai Paesi membri per divenire poi definitivo.Ci si aspetta, in ogni caso, che, salvo qualche rettifica all'ultimo minuto, il trattato venga approvato in quanto rappresenta l'ultima chance che ha l'Europa di sopravvivere come entità sovranazionale "legittimata" da una convenzione accettata dagli Stati aderenti.
Molte le modifiche apportate, soprattutto nel testo letterale, ma nei fatti non è stato redatto un trattato rivoluzionario, che rimette al popolo europeo la sovranità della nazione-Europa, ma la racchiude sempre in un sistema piramidale e accentrato che decide i principi guida delle politiche nazionali da attuare.
Il progetto rivisto, un documento di 250 pagine, è quasi inavvicinabile considerando le tante dichiarazioni e i protocolli annessi, molto tecnico e di difficile comprensione per i non addetti ai lavori, nella deliberata intenzione di lasciare l'opinione pubblica al di fuori e impedirle di capire quale sarà il volto futuro dell'Europa. Occorre innanzitutto sottolineare che stiamo parlando di un "Trattato" e non di una "Costituzione", e dunque è stato studiato in modo tale da essere immediatamente applicabile senza essere recepito mediante un referendum popolare. Infatti, mentre la Costituzione sostituiva tutti i trattati con un testo unico, il nuovo trattato deroga i due trattati "fondatori", il trattato di Roma del 1957 sulla Comunità europea, il trattato sull'UE di Maastricht nel 1992, i trattati di Amsterdam (1996) o di Nizza (2000). Sono stati così eliminati quei termini che volevano assimilare l'UE ad un Stato federale,e dunque parole come "Costituzione" o i simboli (bandiera, inno, motto), anche se nei fatti resteranno sempre. In tal modo si è riusciti ad aggirare definitivamente il problema della consultazione popolare, che avrebbe senz'ombra di dubbio decretato il fallimento dell'ennesimo progetto europeo. Il "Trattato semplificato" era già stato in un certo senso anticipato da Tony Blair e Nikolas Sarkozy mesi fa, in occasione della riunione del G8, durante il quale si parlò di una Nuova Europa, che deve assumere innanzitutto una forza istituzionale per presentarsi sullo senario politico internazionale. La soluzione franco-inglese è infatti un compromesso ideale per ingannare l'opinione pubblica e la stessa controinformazione che non vuole la Costituzione Europea, in quanto si tratterebbe di perpetuare un sistema "dei trattati" che già funziona e che evolve con l'instaurazione di un regime decisionale accentrato nelle mani della Commissione. Si verrebbe ad instaurare sempre un sistema burocratico nelle mani di organismi e di entità invisibili, senza tuttavia sollevare le polemiche dell'opinione pubblica che non concepisce di vedersi cancellare la Costituzione.
In particolare, con riferimento all'apparato istituzionale, al posto di una Presidenza ad alternanza semestrale, sarà eletto un Presidente del Consiglio europeo che riunisce i dirigenti europei, con una carica di due anni e mezzo con i poteri di un "Alto rappresentante". La rotazione resterà invece per la Presidenza dei Consigli dei Ministri, che coordinerà i vertici e rappresenterà l'UE sulla scena mondiale, insieme con l' "Alto rappresentante dell'UE per la politica estera e la sicurezza" che diventa Vice-Presidente della Commissione europea e coordina tutta l'azione esterna dell'UE.
Alla Commissione Europa resta il potere esecutivo e legislativo - ossia i passaggi essenziali per promulgare le direttive e i regolamenti - che saranno accentrati nelle mani di un minor numero di persone: a partire da 2014 la Commissione sarà composta da un numero di commissari pari ai due-terzi degli Stati membri, mentre attualmente ogni Stato ha il "suo" commissario. Di fatti, dunque, l'allargamento dell'Unione Europea non porterà alla co-partecipazione di tutti gli Stati al potere all'interno delle Istituzioni europee, tale che, quei Paesi meno influenti potrebbero vedersi totalmente esclusi da ogni tipo di decisione. Si pensi ai Paesi dell'est europeo, agli Stati dei Balcani che, per quanto siano stati a lungo corteggiati dai burocrati europei, resteranno sempre ai margini della piramide del potere. Il Parlamento europeo vedrà ampliare il suo potere di co-decisione legislativa con gli Stati membri sui progetti di legge riguardanti le riforme della giustizia, di sicurezza e di immigrazione legale. Inoltre, i Parlamenti nazionali potranno chiedere alla Commissione di rivedere una proposta se riterranno che questa sconfini sulle loro competenze.
È da notare che, nonostante tale norma possa sembrare democratica, essa pone il potere degli Stati nazionali sempre in secondo piano rispetto ad una Commissione composta da burocrati e tecnici nelle cui mani sono racchiusi enormi poteri.

Per quanto riguarda invece il sistema dei diritti di voto, l'unanimità rimane la regola per la politica estera, la fiscalità, la politica sociale o la revisione dei trattati, per cui nei fatti si tratta pur sempre di un testo rigido, che difficilmente potrà essere modificato. È stata invece estesa la maggioranza qualificata - l'espressione dei voti del 55% degli Stati che rappresentano il 65% della popolazione dell'UE - ad una quarantina di nuovi campi, che coinvolgono soprattutto la cooperazione giuridica e di ordine pubblico. Su tali materie, la Gran Bretagna e l'Irlanda hanno ottenuto la facoltà di potere non applicare le decisioni in questi campi se lo riterranno opportuno, ma non potranno impedire che altri lo facciano. Bisognerebbe ora capire perché questi due Paesi riescono a spuntare una tale esenzione,senza che vi sia un apparente motivo, oltre alla grande influenza dell'Inghilterra in Europa, nonostante non abbia aderito all'unione monetaria.
Il trattato introduce inoltre nuovi obiettivi come una politica comune dell'energia e la lotta contro il riscaldamento, riconosce l'importanza dei servizi pubblici ed introduce una "clausola sociale" da prendere in considerazione in ogni politica dell'unione. Rappresenta questo un tiepido compromesso "formale" degli eurocrati, considerando che le privatizzazioni e le liberalizzazioni sono condizioni essenziali e sospensive per entrare nell'Unione Europeo. Per cui, dopo che il servizio pubblico viene calpestato e deriso durante le trattative diplomatiche per l'ingresso in Europa, viene inserito come obiettivo delle politiche comunitarie. Allo stesso modo,il contrasto alla concorrenza sleale - che avevano sollevato accese polemiche proprio in Francia in occasione della votazione della Costituzione - non saranno più un obiettivo ma un mezzo necessario al buono funzionamento del mercato interno: un semplice giro di parole che tuttavia non cambierà la prassi comunitaria di incentivare liberalizzazioni e deregolamentazione per l'ingresso di nuovi operatori.

La norma che tuttavia dà il vero volto a questo Trattato semplificato, è la possibilità per uno Stato di poter lasciare l'Unione, stabilendo all'articolo 35 che "ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall'Unione", effettuando una notifica al Consiglio europeo che poi delibera a maggioranza qualificata sulla richiesta di recesso, previa approvazione del Parlamento europeo. Questa eventualità rappresenta senz'altro una delle novità più importanti, considerando che finora i trattati comunitari erano a tempo indeterminato e innescavano un processo irreversibile. Oggi, tuttavia, si ammette la possibilità di uscire dall'Unione Europea, rimettendo così in discussione tutti i principi su cui si è basato l'inattaccabilità del sogno europeo eterno. È chiaro che oggi invece di andare avanti, la Comunità europea ha fatto un passo indietro e ha rivelato la sua reale natura di "truffa colossale" che ha consentito di garantire il controllo delle risorse e del patrimonio degli Stati nelle mani delle lobbies, per poi creare una complessa ragnatela di commissioni e di consigli di esperti il cui potere non deriva da alcuna investitura da parte del popolo. Non esiste alcuna sovranità del popolo europeo, ma solo una grande illusione, tenuta in piedi dall'euro e dalla paura, che tiene gli stati uniti per scongiurare l'isolamento economico e l'aggressione da parte di entità esterne. Nella realtà, abbiamo creato con il nuovo Trattato semplificato un nuovo mostro che dà l'illusione di una libertà e sovranità relativa, ma nei fatti crea un sistema di potere accentrato in entità invisibili, come avviene oggi nei Balcani, il vero laboratorio per la creazione dell'Unione Europea.
La grande beffa non è ancora visibile agli occhi di tutti, ma quando un domani i Paesi dell'est europeo vedranno vanificati tutti i loro sforzi per conquistarsi l'ingresso in Europa, capiranno di essere stati solo manipolati e una nuova "rivoluzione arancione" si solleverà. Saranno loro i soli che capiranno la grande bugia di cui sono stati vittima, rimanendo sempre ai margini delle posizioni di potere e continuando ad essere sempre sfruttati per il benessere dell'Europa Occidentale. È questo dunque il vero significato dall'Europa fondata dai banchieri e dalle lobbies: una forma di dittatura per spremere come vacche da mungere i cittadini europei, drogati dalla propaganda del grande sogno europeo.