Motore di ricerca

Visualizzazione post con etichetta Nuovo Ordine Mondiale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Nuovo Ordine Mondiale. Mostra tutti i post

05 maggio 2008

I pentiti di Al qaeda


Dopo anni di inutili guerre al terrorismo scopriamo che le famose cellule terroristiche sono frutto delle manipolazioni e degli artifici di servizi segreti. Le intelligences hanno infatti creato, grazie alle rete e alle nuove tecnologie mediatiche, i terroristi "su commessa", per infondere nelle persone la convinzione che "una cellula di Al qaeda" era pronta in qualsiasi momento a colpire obiettivi sensibili. A dimostrazione di ciò, vi mostriamo la storia di Kamel Bouchentouf, francese di origine algerina, ritenuto un membro delle cellule di Al qaeda.

Il terrorismo non è solo l’11 settembre, ma è una vera e propria macchina da guerra creata dagli "invisibili" per dare vita ad una realtà alternativa necessaria per instaurare il nuovo totalitarismo del controllo. Senza una valida motivazione che agisse sull’emotività della massa, non sarebbe stato possibile imporre ai Governi misure repressive per la libertà delle persone e per la stessa sovranità degli Stati. Le intelligences hanno così creato, grazie alle rete e alle nuove tecnologie mediatiche, i terroristi "su commessa", facendo leva sulla suggestione e sul panico di massa, nonché sul malessere e sul bisogno delle classi più deboli, per infondere nelle persone la convinzione che "una cellula di Al qaeda" era pronta in qualsiasi momento a colpire obiettivi sensibili. La vera organizzazione terroristica di Al qaeda invece si è venuta a creare in Bosnia, quando gli Stati Uniti, la Nato e l’ONU consentirono che si formasse un esercito di mercenari a cui far combattere la guerra balcanica contro il popolo serbo. Centinaia di combattenti musulmani, provenienti dall’Afghanistan, dalla Libia, dal Libano e dall’Iran, furono organizzati sotto il comando dell’esercito bosniaco-croato, assoldati in una "guerra santa" nel cuore dell’Europa. Allora, organizzazioni internazionali e banche finanziarono quell’organizzazione, e crearono Al Qaeda, uno strumento che poi servirà in futuro per la guerra del Nuovo Ordine Mondiale.

Al Qaeda, dunque, non è altro che un "data base" , o meglio una banca dati riguardate informazioni e movimenti di individui rispondenti a determinate caratteristiche - come extracomunitari, musulmani, origini arabe, appartenenza a circoli politici o religiosi, ecc. - in maniera tale che potevano diventare "la persona giusta nel momento giusto". È stata così costruita la "rete" terroristica che, non a caso, agisce su internet, usa la Western Union o altri sistemi di transfer money elettronici, che invia i suoi comunicati solo attraverso determinati siti o media controllati, e dunque utilizza dei canali "invisibili" che possono essere facilmente manipolati. Una tesi questa che è stata definita la "teoria del crimine invisibile", in quanto costruisce una realtà fittizia facendo ricorso a mezzi non convenzionali, in maniera tale da perdere ogni sua traccia, lasciando dietro di sé solo terrore psicologico. La storia recente ha pian piano dimostrato che dietro "Al Qaeda" non vi è altro che disinformazione mediatica e manipolazione delle intelligence, e ormai nessuno, dotato di un po’ di intelligenza e senso della realtà, può più credere a questa storia assurda.

A dimostrazione di quanto affermiamo, vi è il singolare episodio di Kamel Bouchentouf, francese di origine algerina, che è stato arrestato e poi condannato per terrorismo, ritenuto un membro delle cellule di Al qaeda. È stato infatti accusato di avere preparato degli attentati e di essere uno di questi nuovi combattenti di Al-Qaeda, ma Kamel Bouchentouf si difende affermando di essere stato deliberatamente manipolato dalla Direzione di Sorveglianza del Territorio francese (DST) che lo ha contattato e poi assoldato per essere un "agente infiltrato". Questa storia ha inizio all'indomani dell'11 settembre del 2001, quando tutti i servizi speciali si affrettano a reclutare degli uomini che permetteranno loro di introdurre in rete il nuovo nemico, Al-Qaeda, la base. Kamel Bouchentouf allora ha 27 anni, fa l'autista-fattorino, è di origini algerine e la sua formazione ideologica è stata fortemente influenzata dal Fronte Islamico del Saluto (FIS), inoltre è un esperto di informatica e frequenta luoghi di culto musulmano. Insomma ha il profilo perfetto del "terrorista su commessa" per il DST.
Raccontando la sua storia, afferma di essere stato contattato da un certo "Alex", e di aver incontrato il suo contatto in sei anni più di 200 volte, rifiuta ogni collaborazione ma alla fine accetta perché desidera risolvere dei problemi che gli impediscono di vedere la sua ragazza. Diventa così membro del controspionaggio francese, entrando tra le fila di gruppi islamici che, a partire da 2003, sostengono la resistenza dei fratelli iracheni. Per sfuggire alle pressioni del DST, va in Inghilterra dove gli agenti inglesi lo seguono in tutti i suoi spostamenti, e nel tentativo di far perdere le sue tracce arriva a Beirut, proprio quando nel 2003 ci sarà l'invasione americana in Iraq. Alla fine dei tre giorni, ritorna in Francia, ed il gioco continua. I servizi gli chiedono di tornare in Inghilterra per individuare i musulmani originari della Francia, poi in Iraq, poi nella striscia di Gaza e poi in Lussemburgo per incontrare un iman di origine bosniaca, per infiltrare la loro comunità. Gli chiedono di prendere contatti coi militanti del GSPC, Gruppo salafista che predica il combattimento e comunicano via Internet. Nel 2006, i servizi francesi chiedono a Bouchentouf di stabilire dei contatti con la gerarchia dell'AQMI, Al-Qaeda che si trova nel Magreb.

D’un tratto, la collaborazione si arresta e il 2 maggio 2007 una squadra del DST e del Raid fa irruzione alle sei di mattina nella città di Haut-du-Lièvre, un quartiere popolare di Nancy, arrestando Kamel Bouchentouf, accusato di aver cercato di organizzare degli attentati sul suolo francese, per conto dell'AQMI. Gli agenti del DST affermano infatti che Kamel Bouchentouf ha realizzato un video, destinato ai suoi corrispondenti, in cui documenta la preparazione di un attentato su un treno diretto a Nancy. Vengono così prodotte ogni tipo di prova per incastrare Bouchentouf, affermando che all’interno del suo appartamento vi era un arsenale per costruire bombe: il giudice accoglie l’inchiesta e rigetta ogni ipotesi di una manipolazione dei servizi. Inizia così la persecuzione degli agenti, che durante gli interrogatori minacciano Bouchentouf e la sua famiglia se non confesserà i crimini commessi, mentre i media contribuiscono a creare la sua figura di "web-soldato francese di Al qaeda" . L’epilogo interessante di tutta questa storia, è che le indagini del magistrato portano alla luce le intercettazioni degli agenti del DST che hanno ripetutamente contattato Bouchentouf per estorcere una sua collaborazione, una verità tuttavia negata dal Giudice che decide così di rinviare al Ministero della Giustizia.

Tuttavia, al sistema mediatico e propagandistico dell’ "anti-terrorismo" poco importa che sia dimostrata o meno la colpevolezza di un qualsiasi terrorista sintetico, in quanto ciò che conta è il messaggio inviato all’opinione pubblica sul pericolo di terrorismo sul territorio nazionale. Queste cellule infatti sono manipolate da centri, che poi non sono così occulti come vogliono far credere, in maniera tale da creare dei fusibili e dei capri espiatori da utilizzare per giustificare sabotaggi e attentati inspiegabili. I cosiddetti combattenti di Al Qaeda erano in realtà individui fragili, facilmente deviabili, che sono stati gestiti da un gruppo di agenti che, rubando nei cestini delle moschee, hanno giocato "a guardia e ladri". Si pensi ad esempio al caso della DSSA, una massa di esaltati e di personaggi inutili a cui i servizi segreti avevano concesso degli strumenti e delle risorse, lasciandoli liberi di agire, per poterli poi ricattare nel momento in cui era necessario che cadesse qualche pedina.
Gli uffici politici di intelligence hanno così creato il cosiddetto "popolo degli inutili", ossia la massa di diplomatici, organizzazioni non governative e contractor che operano all'estero. Personale delle ambasciate, autisti, traduttori, grandi imprenditori collegati alle ambasciate, fornitori che hanno contatti con le organizzazioni internazionali, e rappresentanti di associazioni umanitarie: tutti tra di loro connessi in un piccolo labirinto, con i loro incontri "segreti" nei locali e nei ristoranti. Terroristi e agenti, contractor e committenti, chi mette le bombe e chi le toglie, chi affitta macchine blindate e chi spara su di esse per far alzare il prezzo: coesistono da tempo per reggere il grande spettacolo dello spionaggio e della guerra al terrorismo. La nostra storia è costellata di episodi di terrorismo e di sabotaggio avvolti dal mistero, che con troppa facilità sono stati imputati a cellule terroristiche. Piazza Fontana, Ustica e Gladio sono eventi che hanno dato vita a personaggi che hanno scelto la professione di pentito per continuare a servire il sistema a cui appartengono.

10 aprile 2008

Carla del Ponte torna in Argentina ma lascia i suoi veleni


Con una nota urgente, il ministero degli Esteri di Berna ha vietato a Carla Del Ponte, ex Procuratore del Tribunale Internazionale dell'Aja e attuale ambasciatrice svizzera in Argentina, di presentare o fare qualunque tipo di pubblicità al suo ultimo libro "La Caccia". I media già parlano di "censura" da parte della Svizzera e del Tribunale dell’Aja nei confronti del Procuratore per via delle delicate rivelazioni sui crimini compiuti dall’UCK contro la popolazione serba del Kosovo, sotto l’amministrazione controllata dell’UNMIK.

L’ex Procuratore del Tribunale Internazionale dell’Aja, Carla del Ponte, continua a far parlare di sé, grazie alla pubblicazione del suo libro "La Caccia", in cui ha deciso di imprimere le sue memorie delle indagini svolte per "la cattura" dei grandi criminali della ex Jugoslavia. Senza mezzi termini, scrive nel suo libro le sue scioccanti verità emerse da lunghi anni di ricerche ma mai giunte sul banco della Corte, quasi come a voler rilanciare la sua figura e la sua immagine tra i media e sulla grande scena politica internazionale. In realtà i suoi scoop non sono altro che una vile speculazione sul dolore di un popolo martoriato dalla guerra, perché, in fin dei conti, anni di "caccia" non hanno portato certo alla scoperta della verità su quanto accaduto in Jugoslavia, la cui storia resta sempre un mistero agli occhi del grande pubblico.
Questa volta, a fermare Carla del Ponte è direttamente il Governo svizzero che, dopo una lettera inviata dall'Ufficio Nazionale di collaborazione con il Tribunale dell'Aja in Serbia al Segretario Generale dell’ONU, ordina di bloccare d’urgenza la promozione del libro "La caccia". Il ministero degli Esteri di Berna ha vietato infatti a Carla Del Ponte, attuale ambasciatrice svizzera in Argentina, di presentare o fare qualunque tipo di pubblicità al suo ultimo libro "La Caccia", motivando tale decisione con l’osservazione secondo cui il libro contiene "affermazioni che riguardano la sua precedente attività, ma non possono essere fatte da un rappresentante del governo svizzero". Anche le interviste con la stampa e una presentazione al pubblico del libro di Milano e Lugano sono state annullate in seguito all'invito del Governo svizzero a rientrare a Buenos Aires, che chiude in maniera secca "la ringraziamo per un suo rapido rientro". Il Portavoce del Ministero degli Esteri di Berna, Jean Philipe Janera, ha semplicemente precisato che "la promozione di un libro non e`compatibile con il ruolo che in questo momento ricopre la Signora del Ponte, attuale ambasciatrice svizzera in Argentina". I media sono già andati a nozze con questa storia, e parlano di "censura" da parte della Svizzera e del Tribunale dell’Aja nei confronti del Procuratore per via delle delicate rivelazioni sui crimini compiuti dall’UCK contro la popolazione serba del Kosovo, sotto l’amministrazione controllata dell’UNMIK.

Scrive infatti che durante le investigazioni sui crimini di guerra commessi dall'Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK) contro serbi e gli altri non-albanesi, il Tribunale dell’Aja ha scoperto che alcune persone scomparvero durante il conflitto, e furono usate come merce in un traffico di organi. Scrive anche che il Tribunale ottenne queste informazioni dagli investigatori e dai funzionari dell'UNMIK che avevano ricevuto da certi gruppi di "giornalisti affidabili". Anche se è davvero strano, però che la UNMIK abbia ricevuto queste informazioni da giornalisti tedeschi, inglesi e americani, e non da serbi e albanesi, direttamente coinvolti in questi crimini. Ad ogni modo, secondo queste fonti i membri dell'UCK avevano trasferito 300 serbi e gli altri ostaggi non-albanesi in autocarri nell'Albania settentrionale nell'estate del 1999. I prigionieri sarebbero stati imprigionati in campi presenti a Kukes e Tropoje, dove avveniva una sorta di selezione dei giovani più forti che non sarebbero stati uccisi, ma trasferiti in altri centri, ossia a Burel. In tale informazione non ritroviamo nulla di nuovo, perché sono anni che il Governo e le organizzazioni della Repubblica di Serbia reclamano le proprie vittime in Kosovo, perpetuate dall’esercito dell’UCK e da gruppi terroristici paramilitari che hanno costretto migliaia di persone a lasciare la provincia serba, distruggendo villaggi, chiese, ed ogni altra traccia della cultura serba in quei luoghi. Per alcune zone del Kosovo, si potrebbe anche sospettare l’etnocidio, in quanto etnie come quelle dei Gorani e degli zingari sono stati decimate, interi villaggi sono stati svuotati, e mancano all’appello migliaia di persone. Lo stesso ex Ministro della Giustizia della Serbia, Vladan Batic, ha dichiarato di aver offerto allora degli approfonditi dettagli sul caso al Tribunale dell'Aja, raccogliendo molto materiale sui crimini dell'UCK nei confronti dei non-albanesi, soprattutto serbi, prove che sono state poi consegnate al Tribunale dell'Aja ma non è mai stata attentamente esaminata.

A questo punto la Del Ponte deve spiegare perché non sono stati condannati i membri dell'Esercito di Liberazione del Kosovo, i leader dell'UCK e perché non è mai intervenuta a bloccare il traffico di organi, se sapeva da fonti "certe" cosa stava accadendo. E così, dopo che per anni il Tribunale dell’Aja ha taciuto sul rapimento e la cacciata dei serbi dal Kosovo, Carla del Ponte scrive in un libro, senza il supporto di documenti e di fatti reali, che l’UCK ha deportato e utilizzato le persone rapite come merce per un traffico d’organi. Arriva persino ad affermare che ha sempre cercato di indagare e scoprire la verità, ma è stata costretta ad abbandonare il caso "perché l'ulteriore investigazione era divenuta impossibile", a causa soprattutto della mancata collaborazione delle forze di polizia dell’ONU in Kosovo.
È chiaro che parole dette in questo modo, per il solo gusto di continuare a far parlare di sé, sono solo lo sfogo di un personaggio ormai inutile, isolato, dimenticato persino da chi decise di porla al potere anni fa. Le sue rivelazioni, ricordano solo i grandi scoop giornalistici sui crimini e i genocidi nei Balcani che hanno poi provocato l'intervento della Nato: messaggi mediatici che servono a colpire l’opinione pubblica internazionale in maniera profonda, in maniera tale da cambiarne il pensiero. Riflettiamo dunque su quello che questo spettacolo messo in piedi da Carla del Ponte, dal Tribunale e dell’Aja, e anche dalla Svizzera. Sicuramente si cerca di far passare il dictat di "isolamento" della del Ponte per un tentativo di censura, in maniera tale da sollevare il lecito dubbio sulla gravità delle sue affermazioni e sollevare il grande polverone dei "crimini dell’UCK". Questo per dimostrare l’inefficienza, la corruzione e la collusione di un’Istituzione ritenuta vecchia come quella delle Nazioni Unite, la cui immagine è stata così distrutta dal continuo susseguirsi degli scandali. Infatti, sentiamo già parlare della necessità di riformare l’Atto Costitutivo delle Nazioni Unite, dell’inadeguatezza delle missioni ONU per fronteggiare la crisi, della sostituzione della missione UNMIK con quella europea dell’Eulex. Si cerca così di aggirare il problema della sostituzione delle Nazioni Unite con l’Alleanza Atlantica, di delegittimare anche le sue risoluzioni ripetutamente violate per imporre il volere dei poteri sovranazionali che vogliono la creazione di un Nuovo Ordine Mondiale utilizzando uno strumento di guerra come la Nato.

02 aprile 2008

Il Nuovo Ordine Mondiale nelle parole del Generale Mini


Le parole del Generale Fabio Mini, ex comandante della Missione della Kfor in Kosovo, nell'intervista rilasciata alla redazione di Rinascita Balcanica. Un'analisi forte e pragmatica delle manipolazioni mediatiche, politiche e militari subite dagli Stati dei Balcani, nel quadro più vasto e terribile dell'imposizione del potere della Nato e delle strutture di potere sovranazionali. "Le strutture che manovrano gli Stati e fanno i propri interessi non sono sempre invisibili. Anzi, quelli che manipolano e calpestano appartengono in maggioranza a strutture che sono invisibili soltanto a chi non vuole vedere", dichiara il Generale Mini.

I Governi occidentali hanno esercitato molte pressioni per dare agli albanesi del Kosovo uno Stato. Eppure, la dichiarazione di indipendenza di Pristina specifica che resta in vigore la risoluzione 1244 dell'ONU, tale che il potere di fatto continua a rimanere nelle mani della missione internazionale. La stessa missione europea si trova ora in una situazione di impasse dopo che il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha confermato la permanenza della UNMIK in territorio kosovaro. È possibile affermare dunque, secondo lei, che sia stato concesso solo un contentino agli albanesi del Kosovo per raggiungere invece altri scopi?
Non direi che si tratta di un contentino. Ritengo che sia stato fatto un grosso regalo a quanti, albanesi e non albanesi, volevano smantellare l’attuale ordine giuridico mondiale che si fonda sul principio della sovranità degli stati e sulla unica competenza delle Nazioni Unite nella gestione della sicurezza internazionale. La dichiarazione unilaterale non avrebbe nessun significato pratico se non fosse seguita dai riconoscimenti degli Stati e questo sta avvenendo da parte di quelli che da tempo vogliono delegittimare le Nazioni Unite seguiti a ruota da altri Paesi impotenti di fronte alle pressioni . La 1244 è stata violata da coloro che hanno proclamato l’indipendenza ma ancor di più da chi gliel’ha scritta. E non sono stati i kosovari. Il fatto che tutti dicano che la risoluzione rimane in vigore serve solo a mascherare la premeditazione della violazione. Il potere non è nelle mani della Unmik, che oggi è più debole che mai e non passerà nelle mani né dell’Europa né dei kosovari. Resta nelle mani dei provocatori e dei profittatori di qualsiasi parte che hanno interessi illeciti che solo uno stato illecito può garantire. Resta nelle mani di quelli che fregandosene di tutti i kosovari e della loro dignità vogliono usare il Kosovo come il grimaldello per forzare il quadro di legittimità sul quale si fonda tutto il sistema politico mondiale attuale.

Generale Mini, nella sua intervista al Corriera della Sera, lei ha dichiarato che "il nuovo Stato del Kosovo conviene solo ai clan", in quanto "sarà un porto franco per il denaro che arriva dall'Est". Secondo lei, dunque, è possibile affermare che vi sono delle strutture invisibili dietro gli Stati che manipolano e calpestano le Carte Costituzionali per raggiungere i propri scopi?
Tra i profittatori di un quadro di legalità violata ci sono le parti politiche, quelle economiche e, non ultime, quelle criminali. Non bisogna fare di tutta l’erba un fascio ma il Kosovo è uno dei tanti esempi di sovrapposizione di questi interessi. Le strutture che manovrano gli Stati e fanno i propri interessi non sono sempre invisibili. Anzi, quelli che manipolano e calpestano appartengono in maggioranza a strutture che sono invisibili soltanto a chi non vuole vedere. Chi ha occhi per vedere ed un cervello proprio per giudicare può individuare strutture e persone con nome e cognome. Di esse si sa cosa fanno e perché. Si conoscono le sedi e le attività. Non è necessario pensare soltanto all’occulto o all’esoterico o ai soliti servizi segreti deviati per scoprire trame illecite e destabilizzanti, basta consultare documenti e dati pubblici, conti correnti, connessioni d’affari e soprattutto basta avere memoria: le persone coinvolte sono quasi sempre le stesse o i loro cloni.

Oggi assistiamo ad una vera e propria "guerra fredda" all'interno delle Nazioni Unite. Secondo lei, le divisioni e le pressioni interne sono la prova che si cerca di cancellare l'Onu, per rafforzare la Nato o creare altre strutture sovranazionali?
Da quasi vent’anni è in atto un tentativo di stabilire un Nuovo Ordine Internazionale. Il modello della globalizzazione economica avrebbe dovuto guidare quello di un nuovo quadro istituzionale. Alla fine della guerra fredda ci si è resi subito conto che le Nazioni Unite dovevano essere riformate per adeguare la sicurezza e i rapporti internazionali ai nuovi rapporti di forze. Il modello che sembrava ineluttabile era quello unipolare con gli Stati Uniti alla guida e a guardia del mondo in maniera diretta e indiretta attraverso degli organi delegati: i cosiddetti vice sceriffi. L’Australia si è assunta questo ruolo in Asia, Israele in Medio Oriente e la Nato in Europa. In particolare, la Nato ha ricevuto anche il compito di impedire la nascita di una forza di sicurezza europea e di guidare l’espansione occidentale ad est approfittando della debolezza russa. Gli Stati Uniti si sono riservati il ruolo dominante in tutto il mondo ed hanno assunto come priorità strategiche il contenimento economico e militare della Cina e l’abbattimento di tutti i regimi islamici autocratici detentori delle enormi risorse petrolifere.
In questo progetto i Balcani dovevano essere assimilati e questo poteva essere fatto essenzialmente smembrando la Jugoslavia. Laddove l’assimilazione non fosse stata possibile, i Balcani dovevano essere ribalcanizzati frazionandone i territori, limitandone la sovranità, la libertà e il progresso economico e lasciando chi si opponeva nel limbo o nel caos. Per quanto possa sembrare assurdo questo progetto all’inizio non aveva una connotazione imperialistica, ma rispondeva al genuino desiderio degli Stati Uniti di imporre, dopo la Guerra Fredda, un assetto più governabile e gestibile. Quando però si parla di interessi statunitensi, si parla essenzialmente di una politica di potenza e non di semplice solidarietà. Una politica in minima parte guidata dal governo e quasi totalmente asservita a logiche e lobby economico industriali. I risultati sono stati evidenti proprio con i Balcani e il Kosovo in particolare. Non è stato fatto nulla per impedirne lo sfaldamento e per evitare il ritorno dei nazionalismi più disumani. Le stesse persone che hanno condotto le varie guerre balcaniche sono le stesse che hanno addestrato e alimentato le bande paramilitari, che hanno dato vita a dei mostri giuridici, che hanno imposto trattati ineguali e che hanno alimentato il caos plaudendo alle cosiddette indipendenze su base etnica.
Se il progetto ha avuto “successo” nei Balcani e nell’Europa orientale, è stato meno fortunato nelle espansioni in Russia, Medio Oriente e Asia. La Russia si è ripresa più presto di quanto la Nato si aspettasse, il terrorismo islamico ha trasformato le guerre in Medioriente e in Asia Centrale in ostacoli insormontabili e pozzi senza fondo. Il presunto alleato di ferro in Asia, il Pakistan di Musharraf si è dimostrato vulnerabile mentre la Cina e l’India non intendono assolvere un ruolo marginale.
La lotta quindi non è “fredda” e non si limita ai corridoi ovattati dell’Onu. E’ guerra aperta che vede gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e qualche alleato volontario o involontario contro tutto il sistema giuridico che giustifica gli attuali equilibri. Il Kosovo è una delle tante battaglie, come quelle mai sopite del Tibet, del Xinjiang, del Caucaso, dell’Iran, della Korea, di Taiwan e così via.

Il Presidente Giorgio Napolitano ha dichiarato che occorre istituire un "Nuovo Ordine Mondiale" per combattere il terrorismo e risolvere le controversie internazionali. A che tipo di struttura crede si riferisca il Presidente?
Penso che si riferisca ad una rivitalizzazione dell’Onu in chiave multilaterale con più paesi chiamati a gestire la sicurezza internazionale. E’ un progetto che ha senso solo se i paesi designati a guidare la sicurezza mondiale rappresentano posizioni diverse, se sono autonomi, se hanno opinioni proprie giustificate da interessi collettivi e dalla ricerca della pace e dello sviluppo umano e se hanno il coraggio di sostenerle e difenderle. Oggi solo Cina e Russia sembrano avere alcune di queste capacità nei confronti della posizione dominante degli Stati Uniti, ma fanno già parte di questo consesso che dimostra tutta la sua inefficienza e non sembrano molto impegnate nella ricerca della pace e dello sviluppo umano. Non credo che l’Onu in via di fallimento possa essere la base del rafforzamento multilaterale e la tendenza generale riscontrabile nei Balcani e nel resto del mondo è proprio per la sua completa delegittimazione. Per questo penso che fino a quando non cambiano le condizioni di equilibrio e non si sviluppa nei paesi civili la coscienza della propria autonomia, l’idea del multilateralismo e della solidarietà internazionale è destinata ad essere un auspicio senza fondamento pratico.

Dopo la dichiarazione unilaterale dell'Indipendenza del Kosovo, crede che anche l'Italia potrebbe avere gli stessi problemi nei confronti dei movimenti independentisti? Ma soprattutto, crede che la questione del Kosovo metta in discussione la sovranità degli Stati?
Il regime di sovranità degli stati è stato messo in ginocchio non tanto dalla dichiarazione d’Indipendenza ma dall’accordo di alcuni Stati di riconoscerla come legittima. Oggi qualsiasi paese deve prenderne atto e temerne le conseguenze. Non si tratta soltanto di salvaguardare l’integrità degli stessi Stati ma quella di garantire un quadro di riferimento globale corretto e giuridicamente ineccepibile. Nessun Stato al mondo oggi può più ritenersi sovrano perché il quadro giuridico che lo garantiva è stato violentato. Quindi è vero che gli Sati che hanno movimenti di secessione come l’Italia sono i primi ad essere in pericolo di vere e proprie destabilizzazioni, ma è anche vero che nessun Stato al mondo ha più riferimenti certi di legittimità. La legge del più forte o di chi grida e minaccia di più non è sufficiente a sostituire il quadro alterato. Per quanto siano forti e potenti, tutti gli Stati hanno vulnerabilità che possono metterli nelle mani di ricattatori e di sfruttatori. Gli stessi Stati Uniti sono oggi ostaggio di molti pseudo alleati e di tutti gli avversari che li costringono ad un dissanguamento continuo di uomini, mezzi, risorse, prestigio e credibilità.

Secondo quanto affermato dall'Ambasciatrice serba a Roma, Sanda Raskovic-Ivic, l'Italia nel giro di due anni ha cambiato radicalmente la sua posizione nei confronti del Kosovo, negando così il suo sostegno alla Serbia. Perché questo cambiamento?
L’Italia di questi ultimi dieci anni appartiene al novero dei paesi a sovranità limitata. Non ha mai voluto esprimere una politica propria in ambito Nato ed è tranquillamente passata da un sostegno agli interessi collettivi a quello degli interessi del più forte. Non ha voluto o potuto esprimere un forte appoggio neppure per l’Europa e di fatto quando si è trattato di scegliere tra l’unità europea e l’acquiescenza nei confronti degli interessi americani ha sempre optato per quest’ultima. Il sostegno alla Serbia, se mai c’è stato, non poteva più proseguire di fronte alle pressioni americane. E’ una triste realtà che viene resa drammatica dal fatto che la politica di acquiescenza finora adottata non ha portato alcun vantaggio né all’Italia né all’Europa. Non ha neppure portato benefici agli stessi Stati Uniti che dovendo ricorrere alla forza e all’arroganza non hanno fatto altro che perdere credibilità e autorevolezza.

Stando agli ultimi dati rilevati, da quando si è insediata in Kosovo la missione internazionale dell'ONU, il traffico di droga e di armi, nonché le rappresaglie e le discriminazioni razziali nei confronti del popolo serbo, sono notevolmente aumentati. Allo stesso modo, sono aumentati anche i casi di corruzione tra le classi politiche. Come spiega questi dati? Ma soprattutto che modello di democrazia cerchiamo di esportare?
La spiegazione sta nella errata interpretazione da parte della Nato e della Unmik della sicurezza del Kosovo. Per anni si è ritenuto che le minacce alla sicurezza del Kosovo venissero dalle forze armate serbe. Abbiamo passato 4 anni a controllare i sentieri da possibili infiltrazioni dell’esercito serbo e intanto si permettevano i traffici illeciti e le corruzioni interne. Quando da comandante di Kfor ho cercato di spostare l’attenzione sulle vere minacce sono stato ascoltato da tutti i miei superiori anche statunitensi, ma guardato con diffidenza dai burocrati della politica Nato che pensavano che volessi intromettermi nei loro affari. Purtroppo nella Nato non comandano i generali sul campo ma i burocrati e i generali da corridoio.
Così ho faticato molto a convincere la Nato che la sicurezza del Kosovo non dipendeva da quanti carri armati serbi si muovevano intorno a Rudare, ma dalla crescita della criminalità, dalla corruzione, dall’inefficienza, dalla discriminazione etnica, dal mancato rilancio dell’economia, dal mancato rispetto delle minoranze, dalla parzialità della ricostruzione e della giustizia, dalla politica fallimentare dei ritorni dei rifugiati e del ripristino dei diritti di proprietà e, infine, dal rifiuto assoluto, quasi maniacale, di autorizzare il dialogo tra Unmik, Kfor e Belgrado. Sono riuscito a fare qualcosa per riequilibrare le percezioni, ma non mi sono mai fatto illusioni sulla capacità di imprimere un vero cambiamento. In realtà ero consapevole di costituire io stesso una vera e propria minaccia al sistema di omertà che tendeva a nascondere i molti insuccessi per non confessare le responsabilità.
Non mi è dispiaciuto svolgere questo ruolo perché mi ha dato modo di impegnarmi per tutto il popolo del Kosovo e per il rispetto delle regole. Sono ancora oggi convinto che il sistema democratico non si possa esportare né imporre con la forza, l’adulazione o il ricatto. Ogni nazione se lo deve costruire giorno per giorno stabilendo una legalità che salvaguardi la civiltà, l’umanità e gli interessi della collettività e non soltanto quelli della maggioranza. La democrazia intesa solo come diritto di voto non serve a niente se i candidati da eleggere sono imposti dall’esterno o se hanno ancora le mani sporche di sangue e il fucile fumante. La stessa democrazia della maggioranza è la forma più debole, perché più di altre si avvicina alla dittatura della maggioranza che tende sempre a soffocare i diritti dei deboli.
Nei Balcani in questi ultimi vent’anni abbiamo invece assistito a proposte di democrazia zoppa e di prevalenza etnica. Tra le difficoltà nel proporre un modello multietnico e collaborativo non ho trovato solo la diffidenza dei burocrati e la palese ostilità di quelle poche centinaia di kosovari albanesi che si vedevano minacciati da un sistema di legalità. Ho trovato resistenza anche da parte di molti serbi ai quali ogni ammissione di responsabilità o concessione di diritti alla popolazione k-albanese sembrava una sconfitta. In particolare ho notato l’atteggiamento ostile di alcuni rappresentanti della chiesa serbo-ortodossa del Kosovo. E spesso ho pensato che non avessero alcun interesse per i kosovari, ma che stessero combattendo con le stesse armi del nazionalismo e dell’estremismo che rinfacciavano ai propri avversari. Se la situazione è precipitata è stato anche per questo atteggiamento di chiusura al dialogo che è stato un grande favore a coloro che volevano infliggere il colpo mortale alla Serbia e che volevano mortificare tutto il popolo kosovaro sostenendolo in un'operazione di delegittimazione dell’ordine mondiale. I kosovari, e mi riferisco ai due milioni di individui per bene appartenenti ad ogni etnia, non meritano di entrare nella storia degli Stati come fuorilegge.

Come lei sa bene, dopo i bombardamenti del 1999, il Kosovo è stato teatro di speculazioni ancora oggi non chiare. Una di queste è il giallo legato alla miniera della Trepca, che è stata data in concessione a società occidentali e successivamente chiusa perché causava un grande inquinamento. Cosa può dirci lei della strana controversia della miniera della Trepca?
Posso solo parlare di quello di cui sono stato testimone. Il complesso della Trepca era un gioiello di produzione, ma un esempio negativo di rispetto per l’ambiente e per le persone. La lavorazione dello zinco elettrolitico che a Mitrovica aveva uno degli impianti più avanzati era finita per la distruzione delle grandi vasche provocata da un improbabile guasto proprio durante il primo periodo di controllo di Kfor. Durante il sopralluogo che ho fatto personalmente dopo tre anni dall’evento ho ricavato l’impressione che si fosse trattato di un sabotaggio. Qualcuno non voleva che gli impianti potessero aiutare il Kosovo a risollevarsi. Albanesi o Serbi? Non lo so, ma non escluderei neppure le responsabilità di qualche trafficante internazionale. I depositi avevano montagne di concentrato di piombo e zinco che stavano per essere cedute per quattro soldi. Il reparto di costruzione delle batterie era condotto da quattro operai sdentati che, pur essendo più giovani di me di vent’anni, sembravano miei nonni: tanta era stata la devastazione fisica a contatto con acidi e piombo.
Il curatore della fabbrica, un tedesco molto efficiente, tentava di convincere Unmik a mantenere il sussidio per i seimila operai serbi e seimila albanesi che non avevano più lavoro. Molti di questi a cinquant’anni avevano il fisico completamente distrutto e non potevano affrontare alcuna riconversione produttiva. Avevano diritto ad una pensione anticipata e ad un risarcimento per i danni fisici subiti durante gli anni di miniera. Unmik si rifiutava perfino di continuare a dare un sussidio di pochi euro. La Trepca per me rimane l’esempio di una cattiva gestione ambientale e di sicurezza del lavoro prebellica, di una inutile vendetta durante la guerra e di un massacro umanitario ed economico dopo la guerra. Per molti altri è e sarà un grande affare.

Come spiega il fatto che Bernard Kouchner, Presidente dell'Organizzazione Médécins Sans Frontières e regista del documentario sui "campi di stupro" della Bosnia, rivelatosi poi un evidente falso, sia divenuto responsabile della Missione ONU in Kosovo e poi Ministro degli Esteri francese?
Evidentemente non tutti credono alle cosiddette prove inconfutabili. Non tutti sono capaci di produrle e non tutti sono ascoltati alla stessa maniera quando le producono in sede internazionale. La politica è piena di queste sorprese. Per dimostrare le bugie e le nefandezze degli altri bisogna però fare ammenda delle proprie. Non si può neppure pensare che i crimini degli altri giustifichino i propri. Chi vuole accusare deve prima liberarsi dei propri pesi morali e materiali. Kouchner si era distinto per il suo impegno umanitario. A chi vedeva nel dramma del Kosovo soltanto la dimensione umanitaria della popolazione albanese e non vedeva le strumentalizzazioni e l’uso deliberato della “bomba umanitaria”, Kouchner sembrava il più adatto ad intervenire. In effetti i suoi provvedimenti di emergenza in Kosovo sono stati adeguati ed efficaci.
Purtroppo, come quasi tutti i suoi successori e molti comandanti di Kfor, non è riuscito ad acquistare una visione equilibrata e oggettiva dei problemi. Proprio nel suo periodo sono avvenuti i più efferati episodi di contropulizia etnica e la sua amministrazione ha aiutato l’assunzione del potere da parte di capi UCK che oggi sono definiti da un k-albanese molto noto, come Pacolli, come “poco presentabili”. L’attività di Kouchner come Ministro degli esteri è influenzata dall’appartenenza ad un governo di destra ed è ancora molto segnata dai vecchi pregiudizi formati in maniera molto comprensibile negli anni d’impegno umanitario. Lo dimostra nei Balcani, ma anche nell’interventismo militare in Iran, in Africa e in Asia. Quando dal campo sanitario e umanitario è passato a quello politico forse ci abbiamo rimesso tutti. Lui compreso.

A distanza di anni, vogliamo ricordare la famosa strage di Racack del 1999, durante la quale persero la vita circa 45 kosovari, preceduta nei giorni precedenti dallo scontro tra l'UCK e l'esercito serbo. Allora, il Capo della Missione OSCE in Kosovo, William Walker, richiamò l'attenzione dei giornalisti affinchè documentassero il "genocidio" compiuto dall'esercito serbo. Eppure, un agente dei servizi segreti francesi, Henri Brunel, affermò che in quell'occasione i corpi furono portati lì intenzionalmente, per "inscenare" una strage che non era avvenuta. Cosa pensa lei di quest'episodio, dopo anni di esperienza nei Balcani?
Quando nel 2000 ho assunto la carica di Capo di Stato Maggiore del Comando della Nato del Sud Europa che aveva la responsabilità di tutte le operazioni nei Balcani ho voluto studiare e approfondire le tappe fondamentali che avevano portato alla guerra della Nato alla Serbia. Racack è stato l’episodio che ha fatto fallire i colloqui di Rambouillet e quindi ha avuto il primo posto nella mia attenzione. Quasi tutte le versioni ufficiali erano da un lato reticenti e dall’altro ideologicamente deviate. Ho poi avuto modo di verificare sul terreno molte delle incongruenze che comunque alcune fonti internazionali avevano denunciato. Mi sono convinto che il massacro era stato inscenato, ma questo non mi meraviglia. In guerra anche i morti combattono. Non mi meraviglia neppure che l’ambasciatore Walker e il suo vice abbiano avallato immediatamente l’ipotesi dell’eccidio. Bastava vedere il curriculum di Walker e l’identità dei suoi verificatori per stabilire che il loro interesse non era né verificare né prevenire né testimoniare la verità: dovevano soltanto creare le premesse per un esito già scontato.
Ciò che mi ha meravigliato è stata la reticenza del team di patologi investito del caso dall’Unione Europea. La dottoressa Helena Ranta, dentista, a capo del team di esperti finlandesi pur non avendo alcun elemento oggettivo ha avallato immediatamente e pubblicamente la tesi dell’eccidio. Non si sa se abbia mai depositato la relazione ufficiale delle autopsie. Fatto sta che i risultati ufficiali degli esami vengono pubblicati dai suoi colleghi J. Rainio, K. Lalu, A. Penttila nel 2001 su una rivista di patologia medica canadese (Forensic Science International). I risultati delle autopsie non forniscono alcuna prova che si sia trattato di un eccidio, anzi il tipo di ferite, le armi usate, i vestiti, le condizioni dei corpi, la mancanza di spari ravvicinati e di mutilazioni intenzionali (alcuni corpi si presentavano senza arti o senza testa per danni causati post mortem da animali selvatici o randagi), tutto conduce alla conclusione che le vittime sono state uccise in un periodo da 10 giorni a un mese prima del ritrovamento, in varie parti del territorio e in diverse condizioni. Questa documentazione passa ovviamente inosservata. Nel 2002 quando mi reco a Racack gli stessi soldati finlandesi che controllano la zona mi raccontano ancora la storiella dell’eccidio e si dicono fieri che sia stato un team di dottori finlandesi a denunciarlo. Potenza della propaganda!

Come lei sa, i bombardamenti della Nato nel 1999 si concentrarono nel territorio del Kosovo utilizzando una tipologia di armi evidentemente destinata a colpire infrastrutture e grandi strutture economiche, e non l'esercito o le bande armate. È stato così definito un "bombardamento umanitario" anche se è stato danneggiato soprattutto il territorio. Perché secondo lei è stato pianificato questo tipo di attacco?
L’intento dei bombardamenti non era quello di salvare la popolazione dalle rappresaglie e dalla pulizia etnica che comunque erano state fatte dalle forze serbe e soprattutto dalle bande paramilitari che forse neppure Milosevic era in grado di controllare. I bombardamenti erano una punizione. Sia in Kosovo che in Serbia l’idea era quella di operare una distruzione strutturale che fiaccasse la volontà di resistenza serba e che provocasse danni permanenti o per lo meno duraturi all’apparato produttivo. Dal punto di vista prettamente militare una settimana di bombardamenti sui centri di comando e controllo e sulle formazioni meccanizzate e corazzate sarebbe stata più che sufficiente a mettere fuori uso le minacce più serie. Ma anche questo non era lo scopo. Si pensava inizialmente ad una occupazione militare del Kosovo e ad un intervento di terra che avrebbe dovuto seguire i bombardamenti aerei, ma la Nato si rese subito conto che un contingente di 60000 uomini come era l’ARRC dislocato in Macedonia non avrebbe assicurato una vittoria indolore di fronte ad una eventuale resistenza serba militare e paramilitare.
Era anche stato ipotizzato l’utilizzo delle formazioni UCK in veste di fanteria della Nato, ma anche questo era visto con molto scetticismo da quanti nella Nato (ed erano molti) non si fidavano affatto dell’UCK. L’unica soluzione rimaneva perciò la distruzione sistematica e ripetuta delle risorse della Serbia. In questo quadro i bombardamenti sono durati ben 78 giorni con una spesa di otto miliardi di dollari e le forze serbe non sono state cacciate da nessuno. Hanno accettato di ritirarsi con le proprie armi e, a Kumanovo, la Nato ha riconosciuto ai serbi quello che era stato rifiutato a Rambouillet e che aveva provocato il fallimento dei negoziati: la sovranità della Serbia sul Kosovo. La Nato non è tuttavia riuscita ad evitare che le bande UCK procedessero alla contropulizia etnica nei confronti dei serbi del Kosovo. E questa è stata la prima vera sconfitta sul piano militare e umanitario.

Lo Stato italiano ha oggi riconosciuto i danni subiti dall'esercito italiano a causa del bombardamento all'uranio impoverito. Allo stesso tempo è stata presentata all'ONU un progetto di risoluzione che porti a riconoscere anche i danni subiti dalla popolazione colpita. Secondo lei, vi sarà mai un reale risarcimento per i civili? E se si, quali implicazioni si avrebbero?
Nonostante le varie prese di posizione ufficiali in Italia si stenta ancora a riconoscere la causalità fra uranio impoverito e molte patologie tumorali. Per molti casi di possibile correlazione ce ne sono tanti altri che non sono correlabili perché le vittime non sono mai neppure state in teatri operativi. Io ho più volte espresso il parere che le patologie tumorali subite dai militari debbano comunque avere il riconoscimento di dipendenza da una causa di servizio. Non possiamo penalizzare i casi correlabili perché ce ne sono di non correlabili. Se questo vale per i militari deve a maggior ragione valere per le popolazioni civili che hanno subito gli effetti dell’uranio e comunque di tutti gli interventi armati o le conseguenze sull’ambiente e la salute degli interventi armati. Penso che si riuscirà a stabilire questo principio e spero che non si limiti solo al caso dell’uranio impoverito. Ci sono decine di patologie e di danni genetici che si provocano anche per l’inquinamento ambientale indotto dalle distruzioni di fabbriche, raffinerie e depositi chimici. Ci sono intere generazioni perdute per molti motivi. Ciò che invece vedo molto più difficile è che ci sia qualcuno che se ne assuma la responsabilità e che paghi.

Rinascita Balcanica

01 aprile 2008

Intervista al Presidente Cossiga: nessuna cospirazione

L'ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga risponde alle domande di Michele Altamura per Rinascita Balcanica. Nelle sue parole, un'analisi forte e sarcastica degli aspetti più problematici dei Balcani, con uno sguardo all'Unione Europa, agli Stati Uniti e alla Russia. Facendo cadere il velo del "cospirazionismo", traccia le fila dell'attuale confronto tra le potenze mondiali.

L'indipendenza del Kosovo ha sconvolto e scosso l'intera opinione pubblica. Gli Stati Uniti e parte degli Stati Europei hanno deciso di sostenere e riconoscere la dichiarazione unilaterale dello Stato del Kosovo, aggirando il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, per poi mantenere i poteri di fatto nelle mani della Comunità internazionale.E' possibile affermare che sia stato dato ai kosovari solo un semplice contentino per mantenere il controllo su uno "Stato fantoccio"?
Si tratta a ben vedere di uno Stato oggi quasi “semisouverin”, istituto ben conosciuto nell’impero ottomano - Egitto e Tunisia, ad esempio. Ma la tendenza a sottrarsi dalla protezione - non si capisce bene se dall’ONU o dall’UE o dalla NATO - sarà forte il giorno che il Kossovo disporrà di un proprio esercito e di una propria forza di polizia, tendenza frenata certamente dal forzato decremento del reddito derivante da attività criminose e dalla necessità degli aiuti degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.

Il riconoscimento del Kosovo da parte dell'Italia è giunto senza un'adeguata discussione e in assenza di un Governo. Secondo Lei, tale decisione presa in questo modo, è frutto di una nuova politica estera dell'Italia o è servilismo?
Che non si tratti di un atto di servilismo nei confronti degli Stati Uniti è dimostrato dal fatto che il riconoscimento è stato effettuato da un Governo che ha dimostrato chiaramente di non essere “filo americano”. Il riconoscimento da parte di Stati come la Germania e la Svizzera è anche dovuto alla presenza in quei paesi di una vasta comunità albanese e kossovaro-albanese. Ma è stata determinante la constatazione che sarebbe stato impossibile riportare il Kossovo sotto la sovranità di Belgrado.

La sua dichiarazione al Corriere della Sera a proposito della dinamica dell'11 settembre, ha destato non poche perplessità, in quanto ha confermato una tesi appartenente di solito al "cospirazionismo". Secondo Lei, determinate strutture manipolano gli eventi per il controllo di determinate zone geopolitiche?
La mia è stata una battuta! In relazione al Kossovo, l’unica vera cospirazione è stata - se si può parlare di “cospirazione”! - il fatto che la Russia e gli Stati Uniti, nella loro ripresa “confrontazione”, hanno voluto confrontarsi anche in relazione al problema “kosovaro”, sul “conto” dell’Europa! Se il regolamento del rapporto Serbia-Kossovo lo avessero potuto trattare direttamente, magari con la mediazione dell’UE, Belgrado e Pristina, il problema forse sarebbe stato risolto più “pianamente”.

Ricordiamo che, con la caduta della Jugoslavia, abbiamo assistito al brutale arresto e poi al sequestro del Presidente Slobodan Milosevic, che è stato sottoposto ad un processo definito da molti come parziale e non regolare, oltre che illegittimo. Dopo anni di vane indagini e ricerche, il Presidente Milosevic è morto in circostanze che non sono state ancora chiarite, a pochi giorni da una seduta decisiva per la difesa dalle accuse dell'Aja. A distanza di anni, dopo la sua morte, il Tribunale dell'Aja dichiara che la Serbia non è da ritenersi direttamente responsabile per gli eventi di Srebrenica, anche se rimane colpevole di non essere intervenuta per evitare il peggio. Come reputa Lei, da uomo di Stato e da Presidente, l'aggressione contro Milosevic?Crede che quello sia stato un atto di democrazia?
Io mi sono sempre pronunziato contro i così detti “tribunali internazionali. Ma il Tribunale de l’Aja è stato costituito dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e se dal Consiglio di Sicurezza si accetta una parte, si deve poi accettare il tutto!

L'ex Procuratore del Tribunale Penale Internazionale dell'Aja Carla Del Ponte, durante il suo mandato, è stata a lungo criticata perché considerata in evidente "conflitto di interessi" perchè paladina degli interessi di lobbies bancarie e finanziarie e non della giustizia internazionale. In ogni caso, nel corso del suo mandato, Carla del Ponte ha ricoperto un ruolo politico più che giudiziario. Come giudica Lei questo contraddittorio personaggio?
Conosco bene l’Avv. Carla Del Ponte, ottima giurista. Non dimentichiamo che la Carla Del Ponte è stata un pubblico ministero prima del Canton Ticino e poi della Confederazione Elvetica: e la giustizia in Svizzera è, come in molti altri campi, una cosa diversa dal resto dell’Europa….

Il Montenegro ha recentemente nominato Premier, per la quinta volta, Milo Djukanovic, con il completo benestare da parte dell'Unione Europea e dell'OCSE. Ricordiamo tuttavia che Milo Djukanovic è attualmente inquisito presso diversi tribunali nazionali, come ad esempio presso la Procura di Bari, per associazione mafiosa, riciclaggio di denaro sporco e contrabbando di sigarette. Secondo Lei, perché oggi siamo dinanzi a tali eventi così anomali?
L’inchiesta della Procura della Repubblica di Bari è una inchiesta velleitaria! Per diritto internazionale il Capo di uno Stato o Governo estero è esente dalla giurisdizione di uno Stato diverso dal proprio!

Signor Presidente, Lei ha definito il Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi "un vile affarista", esponente di una lobby bancaria che deciso e portato avanti privatizzazioni e liberalizzazioni selvagge. Possiamo tuttavia dirle, che nei Paesi dell'Est che chiedono l'integrazione all'Unione Europea, vi sono delle strutture e dei Comitati della Commissione Europea che decidono, allo stesso modo, privatizzazioni e svendite del patrimonio degli Stati, come mezzo per accedere all'Europea. A questo punto, Le chiediamo, come definirebbe Lei tale strutture?
Chi vuole entrare nell’Unione Europea deve sottostare a una serie di regole. D’altronde non è obbligatorio entrare nell’Unione Europea. Quando fu chiesto a Putin perché mai la Russia non chiedesse di entrare nell’Unione Europea, egli rispose: “E perché non l’Europa nella Federazione Russa?”

Il bombardamento all'uranio impoverito nei Balcani è stato definito una "guerra umanitaria". Lo Stato oggi ha deciso di riconoscere i danni ai militari che sono stati esposti alle radiazioni durante le esplosioni. Secondo Lei, verrà mai riconosciuto un pari risarcimento alle popolazioni colpite?
E alla popolazione kossovaro-albanese Belgrado, che con Milosevic si discostò totalmente dalla linea del croato Maresciallo Tito, il Governo di Belgrado pagherà di danni ?

Il Presidente Giorgio Napolitano ha in diverse occasioni dichiarato che occorre istituire un "Nuovo Ordine Mondiale" come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. A che tipo di struttura crede si stia riferendo?
Penso che Egli auspichi ad un rafforzamento dei poteri delle Nazioni Unite, e cioè praticamente del Consiglio di Sicurezza.

Rinascita Balcanica

03 marzo 2008

Lo spettro del Governo Mondiale sul fallimento delle entità sovranazionali


Un'indagine delle intelligences tedesche sta per scatenare una grande tangentopoli europea per far cadere nello scandalo tutti i partiti europei, sia di centro-sinistra che di centro-destra, e costruire così un grande centro. L'Europa continuerà così a frantumarsi sotto i colpi della destabilizzazione politica e della nascita dei movimenti indipendentisti. Sulle ceneri dell'Unione Europea, degli Stati-Nazione delle Nazioni Unite, porterà alla creazione del cosiddetto Governo Mondiale.
Si sta diffondendo sempre più in Europa una profonda preoccupazione sull'inchiesta partita dai servizi segreti tedeschi sull'evasione fiscale in Liechtenstein, lanciando così l'allarme sulla prossima grande tangentopoli europea. Mentre molti tremano, altri sono già al sicuro e aspettano di uscire allo scoperto quando le acque si saranno calmate, e gli investigatori avranno i loro colpevoli consegnati alla giustizia. Quello che può sembrare un ovvio risultato di un'indagine a largo spettro delle intelligences tedesche, si rivelerà presto un tassello di un grande piano organizzato e studiato a tavolino dagli invisibili. Cosa sia il Liechtenstein lo sappiamo da tempo ormai, ma ciò che non riusciamo a spiegarci perché l'Europa "giustizialista" crea queste zone franche al suo interno e le tollera per tanti anni, per poi cominciare la caccia alle streghe contro gli evasori. Qualcosa senz'altro sta cambiando all'interno delle sfere economiche che reggono le fila del potere, soprattutto da quando la Russia ha cominciato a scambiare il proprio gas in rubli, e a New York si accetta la moneta messicana, oltre all'euro.

La macchina mediatica , capitanata dai potenti - anche se poi si è scoperto che non sono così potenti - ha di nuovo lanciato il grido della democrazia. Come ottimi demiurghi, hanno disegnato una piantina politica, per far cadere nello scandalo tutti i partiti europei, sia di centro-sinistra che di centro-destra, e costruire così un grande centro. Una forza politica che potrà circoscrivere intorno a sé tutti i piccoli e i grandi poteri della nostra Italia, costruita sulle baronie e le massonerie, ma soprattutto su scellerati meccanismi finanziari che legano le fondazioni - da quelle umanitarie e sociali a quelle religiose - alle Banche, tramite il filo sottile dei broker e dei programmi di trading ( si veda La spirale di Banche e Fondazioni ). Il cambio di potere esige delle vittime, dei sacrifici senza che la massa sappia nulla di quello che accade realmente. Tutto questo cinema a cui assistiamo, non è altro che già storia passata : false rivoluzioni e falsi rivoluzionari, il frutto del "cavalcare onde", in questo grande mare di bugie.

L'Europa si è frantumata, il sogno europeo è finito, non esiste più, e il cavallo di troia della sua disfatta definitiva è proprio l'indipendenza del Kosovo. La sua legittimazione, in circostanze e con modalità molto ambigue, sta già mandando in crisi decine di Paesi, diffondendo tra i Governi una sorta di psicosi, ossia quella di fare i conti con i propri scheletri, con le forze soffocate del revisionismo, con il malcontento popolare che sfocia in "rivendicazione dell'autonomia" dal governo centrale. La maggior parte degli Stati che hanno riconosciuto il Kosovo hanno sempre precisato che "il Kosovo non sarà mai un precedente", tuttavia non sanno che quando si renderanno conto del grande errore sarà tardi, perché saranno già invasi da bandiere e simboli etnici. Gli stati-nazione cominceranno a scomparire sotto i colpi dell'identità etnica, che frammenterà il mondo intero in un unico progetto globale. La situazione potrebbe degenerare al punto che ogni Stato sarà commissariato da una sottospecie di funzionari europei che, investiti di poteri "nazionali e sovranazionali", decretano in maniera definitiva la fine della politica. Esisteranno sempre più le cosiddette "autonomie economiche" dove i diversi strati sociali si uniranno a gruppi, dando vita al "settarismo", o a quello che oggi viene definito "associazionismo".

Per assistere a tale scenario potremmo non aspettare ancora molto, considerando che al termine del vertice della Nato a Bucarest, l'Onu potrebbe perdere la sua istituzionalizzazione, e dare vita ad un "Governo mondiale", come più volte pronosticato da diversi capi di Stato. Probabilmente, la dichiarazione del Kosovo ha proprio questo come scopo ultimo, essendo uno stato fantoccio nato proprio dal fallimento delle Nazioni Unite, che si sono rivelate incapaci a gestire una crisi diplomatica permettendo l'intromissione dei singoli Stati e dei loro interessi. La Nato tuttavia si riconfermerà il braccio armato del Governo Mondiale, e imporrà la legge della "pace" ottenuta con la lotta al terrorismo. Questo è il messaggio che si nasconde nel rapporto della Nato "Verso una grande strategia per un mondo incerto" - redatto dal Generale americano John Shalikasvili ed ex comandante a capo della NATO in Europa, il maresciallo britannico Lord Peter Inge, il generale tedesco Klaus Naumann ex Presidente del comitato militare della NATO, il generale olandese Henk van den Breemen, l'ammiraglio francese Jacques Lanxade ex capo dello Stato maggiore dell'esercito francese - che riporta le raccomandazioni e le prospettive che dovranno essere esaminate al meeting di Bucarest. Per poter far fronte a queste nuove minacce asimmetriche, le gerarchie militari propongono "l'utilizzazione preventiva dell'arma nucleare, anche se prima veniva definito come uno strumento estremo". Ciò che rende spaventoso questo documento è soprattutto la percezione del nuovo mondo che si sta venendo a creare, caratterizzato da "sconvolgimenti sociali giganteschi particolarmente legati ai movimenti delle popolazioni", dal "terrorismo internazionale, dal crimine organizzato e dalla proliferazione delle armi di distruzione massiccia", dalla "diffusione crescente dei fanatismi religiosi", e infine "dall'indebolimento degli Stati nazioni e delle organizzazioni internazionali come l'ONU, la NATO e l'Unione Europea". Il testo contiene soprattutto un vero progetto di organizzazione politica, dopo che l'occidente sarà assediato e indebolito all'interno e all'estero.
È chiaro, dunque che l'utilizzo dell'arma nucleare come mezzo per risolvere le controversie internazionali, è la negazione stessa dell'ONU, che è nata proprio dopo la distruzione di Hiroshima e Nagasaki. Le grandi potenze mondiali, come Stati Uniti e Russia, decideranno gli equilibri geopolitici, mentre Iran, Pakistan, Corea, e altri ancora, soccomberanno dinanzi all'incontrastato potere dei grandi.

Oggi così assistiamo al massiccio bombardamento della striscia di Gaza, con l'assassinio di oltre 100 persone, in maniera arbitraria, annullando così anche il processo di pace che in maniera faticosa era stato ricostruito. Israele, in una sola giornata, ha sganciato su una popolazione inerme e indifesa centinaia di bombe, e ancora una volta le Nazioni Unite tacciono, non una sola voce si è sollevata per impedire questa strage. Ecco dunque dove stiamo andando, verso la dittatura della guerra, con l'utilizzo della bomba nucleare come forma preventiva, e la nascita del cosiddetto Governo Mondiale. Non possiamo che ricordare le parole dello scienziato Nikola Tesla, che, all'inizio del secolo affermò.

"Tenteranno di fare qualcosa, e con le loro stesse mani decreteranno la loro fine".

23 agosto 2007

Kennedy avverte il popolo americano dell'esistenza del Nuovo Ordine Mondiale

Ecco il discorso di J.F. Kennedy del 27 Aprile 1961, presso il Waldorf-Astoria Hotel, New York, NY. Kennedy, con grande lucidità, avverte la stampa sul pericolo di un governo ombra, che annullerà gli Stati e cancellerà ogni Repubblica. Parla della continua generazione di nuovi nemici, di un evento che indurrà ad incrementare la sicurezza - perchè non l'11 settembre - e del controllo di tutti gli organi del potere e dell'informazione. Media, scienza e apparati militari saranno tutti controllati dall'egemonia di un Governo invisibile.