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23 ottobre 2014
Caso Dalmatinka: La Distributrice vince causa contro l'espropriazione illegale
04 giugno 2014
Caso Dalmatinka: Perizia del tribunale conferma ragioni dei Ladini
25 settembre 2013
Ladini: Diplomatici belanti e assenti, nostra impresa lasciata da sola
In realtà quello della Dalmatinka è stato un progetto a lungo osteggiato dalle autorità e dagli abitanti locali che, sin dai primi momenti, hanno manifestato ostilità per la venuta degli investitori italiani in quella regione. L'Amministrazione fiscale ha poi proseguito in questo atteggiamento di criminalizzazione nei loro confronti, con la complicità dei giudici, che hanno chiesto e ottenuto ben tre blocchi dei conti correnti e degli immobili, rendendo la sostenibilità economica della produzione impossibile. Funzionari che, tra l'altro, oggi sono sotto inchiesta per corruzione, tra cui il curatore fallimentare (Vedran Šeparović). Parte della responsabilità, tuttavia, ricade sulle autorità italiane che non sono tempestivamente intervenute presso i funzionari croati per pretendere il rispetto della Convenzione italo-croata del 1996, limitandosi a monitorare la situazione, talvolta insinuando che gli stessi Ladini avessero commesso delle irregolarità.
"Quando informavamo l'Ambasciata, l'ICE e i vari organi istituzionali abbiamo ottenuto solo blande promesse di monitoraggio, di intervento, ma nulla di concreto. Praticamente siamo stati abbandonati pur in presenza di una convenzione, sottoscritta e poi ratificata dai due Parlamenti, che dichiara esplicitamente che si proteggevano gli investitori dei due Paesi, sia per i loro investimenti, che per i diritti civili - afferma Ladini, continuando -. Hanno fatto dei piccoli passi 'belanti', e non hanno saputo imporsi e richiedere che i croati facessero il loro dovere. Perché questa è, a tutti gli effetti, una truffa commessa ai danni dei cittadini italiani ed europei". Al momento, sono in corso nuovi colloqui con gli alti dirigenti del Ministero delle Finanze croato, perché venga trovata una soluzione che consenta di risarcire, almeno in parte, i danni subiti dai Ladini onde evitare ulteriori e dispendiose procedure legali. Intanto, gli stessi lavoratori hanno firmato delle petizioni per il ritorno degli italiani, sebbene troppo tardi. D'altro canto, l'Italia ha rigettato a priori la possibilità di assistere La Distributrice in un eventuale processo di arbitrato internazionale, nonostante la Convenzione preveda che la controparte italiana fornirà "i mezzi effettivi agli imprenditori per far valere i propri diritti violati".
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| Cerimonia di ratifica del contratto di acquisto della Dalmatinka Nova d.d.Sinj alla presenza dei funzionari dell'ambasciata italiana di Zagabria |
25 marzo 2013
Caso Dalmatinka: Ministero degli Esteri nega validità della convenzione italo-croata
A rischio investimenti italiani all'estero?
| Lettera di risposta del Ministro Terzi alla richiesta dei F.lli Ladini | |
17 settembre 2012
Il Ministero risponde all'interrogazione parlamentare sulla Dalmatinka: il bluff della Farnesina
14 settembre 2012
Commissione Europea interverrà sul caso Ladini-Dalmatinka
25 luglio 2012
Il silenzio delle istituzioni italiane sul Caso Dalmatinka
| Perizia Caso Ladini - Dalmatinka Studio Legale Anita Prelec |
| Scarica perizia |
12 luglio 2012
Caso Dalmatinka: Presentata l'interrogazione parlamentare
Allo stesso tempo, riteniamo che bisogna accertare le responsabilità di chi è rimasto a guardare e non ha adempiuto al suo dovere per il quale è pagato, mentre oggi rifiuta di rispondere a domande legittime sull’evidente inadempimento della struttura estera italiana. Un dovere a cui si sono sottratte anche le testate giornalistiche, servi del ‘contributo pubblico’ perchè la loro informazione non possono neanche venderla, visto che nessuno pagherebbe per quello che scrivono. Bisogna quindi far capire ai funzionari degli ‘Uffici di Roma’ che l'incendio di 30 bandiere italiane a Sinj (Croazia) fu proprio un atto di disprezzo verso i F.lli Ladini, ritenuti i soli responsabili di una serie di vicende di cui erano invece principali vittime. Un gesto barbaro che è stato accompagnato dalla diffamazione gratuita, ricevuta da parte dei sindacati e dei media, che hanno contribuito a creare un clima di tensioni e di intimidazione, le cui gravi ripercussioni si sono abbattute su La Distributrice in sede giudiziaria.
Ora l’Italia deve rispondere duramente e senza mezzi termini o cortesia politichese e dire con chiarezza cosa non ha funzionato nella macchina della diplomazia, chi siano le ‘mele marce’ perché paghino personalmente i danni resi alle imprese italiane. D’altro canto, con uno stipendio fisso sempre garantito senza nessuna ipoteca per le cartelle di Equitalia, i nostri funzionari dai colletti bianchi non potranno mai capire cosa vuol dire ‘responsabilità della tutela delle imprese e dello Stato italiano’. Da parte nostra, l’Osservatorio ha onorato il suo impegno di difendere la aziende che con sudore hanno costruito, mattone su mattone, il vero Made in Italy. Noi non abbiamo bond e non riversiamo sui lavoratori o i risparmiatori le perdite delle speculazioni. Noi non abbiamo conti alle Cayman o a Cipro, né utilizziamo la diplomazia italiana per proporre progetti che non si realizzeranno mai. Non abbasseremo mai la testa dinanzi all'arroganza di chi si nasconde dietro le istituzioni e usa le aziende per fare numero e statistiche. Noi andremo oltre, perchè la nostra piccola realtà trova consensi presso tanti imprenditori, stanchi di fare gli attori e la presenza alle convention, dove sembra che non esista alcun problema. Questa volta ascolteranno la nostra voce gli ambasciatori, rintanati nei loro uffici a scrivere e a curare le loro carriere, mentre si fanno negare al telefono. Dove c'è una azienda italiana, ci sarà uno di noi, Egregie Eccellenze.
| Interrogazione a risposta scritta 4-16944 presentata da Roberto Menia mercoledì 11 luglio 2012, seduta n.664 |
MENIA. - Al Ministro degli affari esteri. - Per sapere - premesso che:
risulta all'interrogante che da diversi anni l'ambasciata italiana a Zagabria e comunque il Ministero degli affari esteri siano a conoscenza dell'odiosa vicenda riguardante l'espropriazione dell'investimento sulla Dalmatinka Nova di un'azienda italiana, «La distributrice» dei Fratelli Ladini;
in pratica, il Ministero delle finanze croato pretende di trattare gli investimenti della suddetta ditta - regolarmente contabilizzati nella Dalmatinka Nova di Sinj e registrati alla Banca Nazionale Croata come apporto di capitale - come utili straordinari e quindi tassarli;
le perizie giudiziarie degli esperti croati hanno rimarcato, in più occasioni, l'assurdità del provvedimento e l'illegalità della doppia imposizione di tasse sui capitali investiti (perizia signor Stjepan Kolpvrat del 6 dicembre 2004 - perizia ditta Mal Revizor del 24 marzo 2005 su incarico del tribunale commerciale di Spalato - perizia signor Srdan Kovacic aprile 2009 su incarico del tribunale penale di Spalato);
il Ministero delle finanza croato, incurante delle numerose proteste della Dalmatinka Nova DD e dei pareri contrari degli esperti in materia, bloccava ogni sei mesi - e questo è avvenuto per cinque anni - i c/c della Dalmatinka per 30-60 giorni prelevando tutti i contanti; ciò impediva il normale svolgimento della produzione nella fabbrica, con conseguente blocco dei pagamenti degli stipendi dei dipendenti e dei fornitori. Naturalmente il blocco dei c/c è stato utilizzato per chiedere - in più occasioni - il fallimento della Dalmatinka Nova a causa del ritardato pagamento delle paghe agli operai;
il Tribunale commerciale di Spalato è intervenuto aprendo il primo fallimento il 29 gennaio 2008, nonostante fosse in possesso di documenti bancari che statuivano i pagamenti degli stipendi ai dipendenti;
tale fallimento fu annullato dal Tribunale Supremo di Zagabria, a seguito del ricorso della Dalmatinka Nova, con sentenza del 1 aprile 2008, adducendo tra le motivazioni le innumerevoli e inaudite illegalità effettuate dal giudice di Spalato, signor Ivan Basic. Peraltro il costo di questa operazione, interamente addebitato alla Dalmatinka, è stato di circa 2.000.000 di euro, importo che sarebbe spettato al Tribunale di Spalato e/o al Ministero delle Finanze croato;
dopo una nuova richiesta di fallimento, sempre a causa del ritardato pagamento delle paghe agli operai, rifiutata dal giudice di Spalato signor Ante Capkun (sentenza X-ST-42/08 dd. 12 febbraio 2009), il quale a quanto risulta all'interrogante subì in tribunale un'aggressione (come testimoniato dalla relazione da Egli stesso rilasciata in data 2 febbraio 2009), il 17 luglio 2009 arrivava una nuova richiesta di fallimento, sempre per le stesse motivazioni, accolta da giudice Ivan Basic;
in tale occasione il giudice Basic impedì la presenza in tribunale del legale della Dalmatinka Nova, signor Gianfranco Landini, violando i diritti civili della controparte; inoltre a quanto consta all'interrogante rifiutò le reali garanzie di pagamento presentate dal legale della Dalmatinka e ignorò completamente la rimessa del mandato di assistenza dell'avvocato Krka Tomislav, impossibilitato dunque a difendere i diritti degli italiani;
a tutt'oggi non è stata ancora fissata l'udienza per l'accertamento dei crediti della Dalmatinka Nova, pur essendoci una sentenza del Tribunale, Supremo di Zagabria, mentre il Tribunale di Spalato sta svendendo i macchinari della summenzionata ditta;
a parere dell'interrogante è necessario che su una questione così delicata e complessa vi sia un impegno reale e visibile dell'Italia a tutela dei nostri investitori, trattandosi in tutta evidenza di fatti che configurano la violazione di una Convenzione internazionale, quella italo-Croata del 5 novembre 1996, sulla Protezione e Tutela degli investimenti -:
quali interventi si intendano adottare in sede internazionale e diplomatica per tutelare gli interessi e garantire i diritti dell'impresa italiana dei Fratelli Ladini, in particolare nei confronti del Ministero delle finanze croato, dai cui atti emerge la richiesta di far pagare le tasse sui capitali investiti (capitali già tesati in Italia) perché considerati utili straordinari, in contrasto con la convezione italo-croata del 5 novembre 1996, la quale vieta la doppia imposizione fiscale sugli investimenti. (4-16944)
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| Attuale delegato a rispondere: MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI delegato in data 11/07/2012 |
| Atto Camera 4-16944 (Banche Dati) |
26 giugno 2012
Le imprese italiane che non sono Fiat A2A o Maccaferri
| Domande dell'Osservatorio Italiano all'Ufficio Unità Balcani presso il Ministero degli Esteri |
1. Esiste ed è ancora valida la Convenzione Bilaterale Italia-Croazia sulla Protezione e Tutela degli Investimenti, sottoscritta dai due Governi il 5.11.1996? Inoltre, questo Ministero ha utilizzato la suddetta Convenzione per risolvere altre controversie sugli investimenti italiani?
2. Le autorità italiane possono confermare che la Convenzione vieta la doppia imposizione fiscale sugli investimenti, nonchè forme di boicottaggio e impedimenti di ogni genere sulla disponibilità e utilizzo dei fabbricati regolarmente acquistati??
3. L'Ambasciata italiana a Zagabria è stata regolarmente informata (nel periodo 2004-2005) degli atti del Ministero delle Finanze croato con cui viene fatta richiesta di pagare le tasse sui capitali investiti (capitali già tassati in Italia) perchè considerati come utili straordinari? Perchè l'Ambasciata italiana non è subito intervenuta per chiarire la richiesta di doppia tassazione, citando quindi la suddetta Convenzione?
4. Perchè nei business forum e meeting viene promossa la Convenzione bilaterale come garanzia degli investimenti italiani in Croazia, quando poi non è stata utilizzata per tutelare gli interessi di un'impresa italiana, come quella dei F.lli Ladini?
5. Può essere confermata la dichiarazione del Ministero degli Esteri secondo la quale i mezzi per ricorrere in giustizia ai fini della difesa dei diritti delle imprese vengono messi a disposizione dallo Stato italiano solo "in caso di violazioni ripetute della Convenzione"?
6. Perchè le autorità italiane non hanno mai preso in considerazione la possibilità che vi siano state ripetute violazioni della Convenzione, ma la debolezza delle imprese italiane, ormai in fallimento, è stata tale da impedire loro di accedere alle vie legali sino a ricorrere al supporto dello Stato?
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| Risposta del Servizio Stampa del Ministero degli Esteri |
Spett. Redazione Osservatorio Italiano,
Scrivo dal Servizio Stampa del Ministero degli Esteri in merito alla controversia della ditta “Dalmatinka Nova”, della quale ci ha informato la nostra Unità Balcani. Come noto, la nostra Ambasciata a Zagabria segue da vicino la vicenda e ha già fornito agli interessati tutti gli elementi del caso. Per quanto concerne questo Servizio Stampa, pertanto, non si ritiene al momento di dover aggiungere alcun commento sul contenzioso in oggetto.
Cordialmente.
Marco Alberti
Capo Ufficio I
Servizio per la Stampa e la Comunicazione Istituzionale Ministero degli Affari Esteri |
11 giugno 2012
Caso Dalmatinka: Lettera all'ambasciata italiana di Zagabria
Gentile Ambasciatrice,
abbiamo ricevuto, per posta normale lo scorso 6 giugno, la Vs. lettera dd. 24 maggio relativa al contenzioso che ci vede coinvolti con lo Stato Croato in merito all’espropriazione illegale del ns. investimento a Sinj. Respingiamo con forza e decisione - e non accettiamo - le assurde manfrine circa la non partecipazione del Ministero degli Esteri alle spese dell’arbitraggio internazionale al quale adiremo per essere risarciti dalla truffa subita in Croazia.
L’adire all’arbitraggio internazionale è previsto dalla Convenzione italo-croata del 5/11/1996 ratificata dai Parlamenti dei due Paesi, ed a tutt’oggi pienamente valida, che non può in nessun caso – nemmeno dall’Ambasciata – essere dileggiata e trattata come soap opera!
Nella Convenzione (Protocollo – Disposizioni Generali – Punto 2 – capitolo d) è specificato che in presenza di violazioni delle norme di tutela degli investimenti “ciascuna Parte Contraente (Stato Italiano – Stato Croato) assicurerà i mezzi effettivi per avanzare reclami e far valere diritti relativi agli investimenti, relative autorizzazioni ed accordi di investimento”. I mezzi effettivi indicati, ovviamente, intendono la partecipazione alle spese legali – e non potrebbero essere altro – unico mezzo giuridico consentito alla parte lesa per ottenere la soddisfazione sulle ingiustizie subite.
L’Ambasciata ha anche come principale dovere l’assistenza e l’intervento di supporto ai suoi cittadini – nelle sedi Istituzionali competenti - nei casi di comprovata illegalità come l’espropriazione da noi subita. A maggior ragione tali interventi sarebbero dovuti essere messi in atto anche a seguito della perizia da Voi richiesta autonomamente al Vs. legale (Studio Avv. Anita Prelec del 1.07.2010) che palesemente conferma le ns. piene ragioni ed elenca le numerose violazioni della Convenzione da parte dello Stato Croato.
Le poche, scarne, timorose e riverenti letterine ai governanti croati hanno ringalluzzito ancor di più le loro istituzioni nel continuare le nefandezze contro di noi. Le scuse da Voi addotte di non ricevere - il più delle volte – nemmeno le risposte alle istanze fatte ai croati – vedi conferma inevasa del Min. Obradovic nell’incontro dello scorso 5 aprile - ci amareggiano ed offendono l’intelligenza non solo nostra, ma di tutti gli italiani.
Visto che nessuna protesta seria sin’ora è stata fatta sul nostro caso, Vi richiediamo gentilmente di indire una conferenza stampa nei Vs. uffici - alla quale parteciperemo - onde chiarire e pubblicizzare definitivamente il ns. problema.
Da ultimo Vi preghiamo che nei prossimi incontri che andrete ad organizzare con gli imprenditori italiani di non falsificare la realtà e di ben precisare i rischi e le difficoltà che potrebbero incontrare nell’operare in quel paese. Per evitare possibili incomprensioni future, ed arrabbiature non necessarie, siamo almeno a pregarVi di far annullare le Convenzioni bilaterali a suo tempo sottoscritte e da Voi ben poco considerate.
Gianfranco Ladini
16 marzo 2012
Amicizia italo-serba: tra triangolazioni e delirio mediatico
Un'Italia all'estero che non c'è
Conferenzieri della 'new economy', associazioni di imprenditori, nonché esperti dell'Istituto del Commercio Estero – ovvero ciò che ne resta – si sono tutti attivati per riempire sale e forum di imprenditori disposti ad investire. Oggi sono divenuti consulenti dell’internazionalizzazione di impresa, nonostante in questi anni non siano riusciti a costruire una rete logistica italiana. Si è dovuta scomodare la FIAT per risuscitare l'amicizia italo-serba, e dimenticare in una stretta di mano i bombardamenti e i crimini dei 'serbi macellai'. Prima della ricucitura della partnership storica tra il Lingotto e la Zastava, la presenza italiana in Serbia era solo un business di 'makarona' o 'zabar', come spesso vengono definiti gli italiani da romeni e slavi. Un dramma questo derivante anche dal fatto che il cosiddetto Made in Italy non esiste, visto che le grandi istituzione italiane all'estero sono più impegnate a fare gli intellettuali a 20 mila euro al mese che costruire qualcosa nell'interesse del Paese, restando così servi delle Banche. Cercheremo quindi di fare le dovute precisazioni per evitare che il pubblico e le imprese italiane vengano disinformate dai servizi giornalistici del Gruppo De Benedetti.
In primo luogo, va osservato che la migrazione delle imprese in Serbia rientra nel periodico ciclo di delocalizzazione che segue un trend mondiale di espansione o retrocessione dell'economia. Prima vi sono state quelle della Romania e della Polonia, tanto che questa della Serbia viene anche definita migrazione di ritorno, dopo il fallimento di parte degli investimenti sui mercati dell’est, alla caccia di nuovi incentivi offerti dagli Stati in transizione. Gli esempi della selvaggia internazionalizzazione avvenuta per esempio sul mercato romeno dimostrano che la politica degli incentivi è una misura di breve termine, che distrugge il mercato se non è accompagnata da una logistica strutturata, da rapporti consolidati e da un valore aggiunto dei prodotti venduti.
In secondo luogo bisogna distinguere i casi di internazionalizzazione di giganti come la Fiat e Benetton, che hanno un apparato strutturato e contatti diretti con i Governi, dalla situazione in cui si trovano le piccole e medie imprese, che non hanno le risorse per potersi difendere dalle difficoltà e dal rischio di un'economia instabile. Lo sbaglio più grande è poi illudersi di potersi affidare alle Camere di commercio italiane, all'ICE o agli addetti delle ambasciate, che hanno già dato prova di non essere in grado di proteggere gli investimenti italiani all'estero, come è avvenuto e avviene tutt'oggi in Croazia, in Albania o in Montenegro. Non dimentichiamo, a tal proposito, il caso della Dalmatinka dei F.lli Ladini che, nonostante la Croazia fosse già nella fase di stabilizzazione e adesione europea, ha commesso un plateale abuso violando le leggi europee e la convenzione italo-croata. Allora, le autorità italiane non riuscirono ad imporre il rispetto della legge, facendo degenerare la situazione sino al fallimento e alla ritorsione dei lavoratori. Purtroppo, il caso de La Distributrice non può essere considerato 'isolato', perché nei Balcani sono centinaia i casi di imprese saccheggiate ed occupate, una volta finiti gli incentivi e gli investimenti agevolati. Gli arbitrati internazionali e la Corte Europea, come strumenti estremi di riparazione, sono tra l'altro accessibili solo a società strutturate finanziariamente, tale che alle altre piccole imprese non resta che lasciare tutto quello che hanno costruito. Per cui, quando un bel giorno finiranno gli incentivi, allora i sindacati cominceranno l'opera, con i tribunali, l'attivissima politica dei bassi fondi e il saccheggio delle aziende. In questo frangente così delicato l'ICE sparirà, l'ambasciata consegnerà una lista di avvocati o invierà qualche timida lettera nella quale scrivono sempre la solita frase: "Qui siamo ospiti, noi non possiamo fare molto".
Purtroppo il giorno del crack arriva sempre, perché questi Paesi non conoscono ancora una stabilizzazione, e l'integrazione europea richiederà molti anni e soprattutto sacrifici immani, a cominciare dal taglio agli aiuti alle imprese private. Incentivi significano, per i Governi locali, ulteriori debiti, che ad un certo punto vengono bloccati dal Fondo Monetario Internazionale: a fronte di nuovi crediti, chiederà riduzioni di costi, tale che il sostegno ad investitori esteri potrebbe divenire una moneta di scambio, un'arma, una leva di potere, in mano a chi decreta i Paesi che vincono e quelli che perdono. Gli stessi vantaggi dei bassi salari, sono un costo che la Serbia oggi è disposta a pagare, ma che un domani dovrà recuperare, se non vuole scatenare la frustrazione e il rancore di un popolo che aspira a divenire europeo.
Un monito questo che vale anche per i vantaggi alla riesportazione e allo sfruttamento dell'Accordo di libero scambio con la Russia. In primo luogo, la Serbia oggi usa quell'accordo per esportare soprattutto prodotti alimentari, mentre dal punto di vista industriale non sembra abbia avuto molti successi, in quanto la burocrazia dei Paesi degli Stati Indipendenti è complessa e diametralmente opposta. In ogni caso per beneficiare di quell’accordo occorre vendere prodotto “made in Serbia”. D'altro canto, anche in questo caso si tratta di un vantaggio di breve termine, in quanto già vi sono segnali da Mosca e da Bruxelles, che l’Unione Doganale Russia-Bielorussia-Kazakhstan potrebbe essere in conflitto con il mercato unico europeo. Integrazione della Serbia significa anche “rinuncia agli stretti rapporti con la Russia”, come ha anche ricordato lo stesso Cremlino. Quando il 'Cattivo' Putin deciderà di sollevare delle frontiere commerciali e decidere chi è dentro e chi è fuori, vedremo se l'UE si esporrà per difendere le imprese italiane che hanno investito in questo business.
Per quanto riguarda infine in grandi investimenti nel settore finanziario e assicurativo delle Banche italiane, occorre precisare che parte del loro business deriva dalla distribuzione dei fondi per la ricostruzione e i prestiti strutturali di BERS, BEI, Banca Mondiale e BIRS. L’altra quota confluisce spesso in attività speculative. Ovviamente non parliamo di 'lavatrici' o di triangolazioni San Marino-Cipro-Belgrado, anche perché non vorremmo che un giorno qualcuno a Bruxelles decida di fare degli accertamenti. Il caso Hypo Bank è esemplare, ma ricordiamo bene che l'Italia non è l'Austria e chissà se riuscirebbe a far fronte alla situazione e a sedare gli scandali di corruzione. Non dimentichiamo poi gli affari della green-energy sponsorizzati da Fondi di investimento lussemburghesi, con contratti miliardari per le imprese lombarde, per realizzare impianti fotovoltaici tra i più grandi del mondo .
Va evidenziato che, tutto ciò che l’Italia ha in mano è un piano industriale che ha come scopo quello di esportare in Vojvodina semi-lavorati da etichettare 'Made in Serbia' e vendere in Russia. Insomma, le solite strategie superficiali basate sulla bontà delle autorità russe e sull'amicizia e la simpatia con Belgrado. D'altro canto c'è l'investimento della FIAT che sembra abbia intenzione di ricominciare i 'vecchi business con la Zastava', con la produzione e l'esportazione di auto ed 'altro'. Un grande piano già stabilito da tempo, in cui la funzione dei piccoli imprenditori è quella di fare numero e riempire le sale e le conferenze, organizzate dalla defunta ICE e dalle camere di commercio. Falsi consulenti si nascondono dietro gli incentivi e mercati dai profitti inesistenti, alte parcelle per i business plan e progetti da presentare per gli incentivi.
E' così in atto la cannibalizzazione dei soldi pubblici, tutti attori di uno spettacolo, idee,strette di mano, sorrisi, pacche sulle spalle: benvenuti nel Paese delle meraviglie, la Repubblica di Sorgenia. Ci chiediamo, quindi, dove sia lo Stato e il Governo della Sobrietà, il cui obbligo è garantire uno sviluppo ed un'integrazione sostenibile dei mercati. Tante promesse sono state fatte, per esempio, dal Ministro Terzi , sulle nuove regole per la trasparenza, delle quali non abbiamo ancora avuto un riscontro. Infatti, quando l'Osservatorio ha chiesto ancora una volta al Ministero degli Esteri e alla Cooperazione Italiana di consultare i tabulati di spesa di alcuni progetti, nessuno sembrava essere a conoscenza delle parole del Ministro. Tra l'altro, le ONG e le Associazioni assunte sono sempre solidali tra loro, protette dalla schiera di media amici e le cosiddette agenzie di stampa sponsorizzate, pronti a pubblicare articoli autocelebrativi . Il delirio raggiunto è a tal punto che "se si vedesse Guliano Ferrara nudo a Belgrado, vi sarebbe senz'altro un opinionista dei Balcani che lo definirebbe 'arte moderna del Made in Italy".
29 giugno 2011
L'Affarismo di Stato
Banja Luka - L'ennesima delegazione di investitori italiana è giunta in questi giorni a Sarajevo, questa volta per presentare l'apertura del nuovo ufficio per la Bosnia della Confindustria Balcani. Sul tavolo delle istituzioni viene messo un progetto di 'consulenza e assistenza' degli imprenditori italiani in Bosnia nonchè di 'incontri e seminari' per nuovi investimenti, insomma un sistema di far impresa fallimentare già in partenza e vecchio di almeno vent'anni. Prima infatti si chiamava Balcanionline.It, che un progetto di circa 1 milione di euro (vedi presentazione) è giunto all'attuale stato pietoso (vedi sito). La stessa ICE ha portato avanti il suo lavoro con una disfatta totale nei Balcani ed oggi, nonostante sia un ente pubblico finanziato per fornire assistenza alle imprese, fa pagare a caro prezzo i propri servizi di intermediazione, insostenibili per le piccole e medie imprese. Negli ultimi anni l'ICE è senza dubbio divenuta una struttura di raccomandati che sono in vacanza all'estero a spese dei contribuenti italiani. A sentir parlare loro, sembra che siano grandi stacanovisti, ma poi abbiamo potuto constatare con i nostri occhi i disastri delle loro consulenza, a cominciare dal caso della Dalmatinka dei F.lli Ladini, verso la quale è stata perpetrata una completa violazione della legge verso la quale nessuno ha mai alzato un dito.
Adesso lanciano la Confindustria Balcani, altro giro altra corsa: un carrozzone sfiduciato dagli stessi imprenditori italiani che ora cerca di trovare nel Sud Est Europeo un 'mercato di consumatori' promettendo l'Eldorado ai nuovi associati, per nascondere in realtà la loro totale estraneità a questa regione. Nei fatti la Confindustria Balcani non esiste, se non come conferenza di associazioni imprenditoriali già presenti in questi Paesi, organizzando conferenze in grande stile per trainare le piccole imprese che fanno solo da comparsa, accanto a queste grandi società, il cui scopo è creare un cartello di lobby. L'unica carta che giocano a loro vantaggio è la partnership con la Unicredit Bank, qualche appoggio istituzionale e la figura diplomatica degli ambasciatori. Una partnership che noi preferiremmo definire 'Affarismo di Stato', perchè è cosa nota che il Sistema Italia si muove solo per grandi colossi e grandi progetti di investimento, su cui è possibile garantire margini di guadagni a tutte le parti coinvolte. Ovviamente sostenere il Made in Italy fatto di piccole e medie imprese è tutta un'altra storia, essendo il vero banco di prova per chi possieda un sistema di informazione e di logistica forte ed efficiente. Visto che di tutto questo non esiste neanche l'ombra, allora stiamo parlando di 'castelli in aria', di teorie aziendali dell'internazionalizzazione che iniziano e finiscono con un credito o un finanziamento, con fondi IPA e incentivi. Di questa stessa corrente sembra essere il Seenet 2, considerando che ha ottenuto un finanziamento da 11 milioni di euro per creare 'incubatori' di impresa o piccoli caseifici sulle montagne di Mostar. Quando abbiamo chiesto loro i bilanci e i business plan dei progetti da implementare hanno risposto che era necessario motivare la richiesta con un "interesse qualificato". E' lì che sia la Regione Toscana che la Cooperazione italiana si sono nascoste, violando le leggi di trasparenza nell'utilizzo dei fondi pubblici.
La nostra critica è quindi rivolta a questo sistema ormai obsoleto, fatto di un clientelismo che è già tramontato, facendo sempre finta di nulla e pensando di essere nella strada giusta della famosa integrazione. Le segreterie dei Ministri dei Balcani sono piene di lettere di questi intermediari pronti a vendere grandi consulenze, e non sanno come spiegare che questi non sono Paesi di consumatori, ma al massimo di lavoratori che chiedono pane. Restiamo invece senza parole dinanzi alla dichiarazione di Salvatore D'Erasmo, Presidente di Confindustria Bosnia, secondo il quale nei Balcani vi è un mercato di 70 milioni di persone.Lanciarsi in proiezioni così ardite e poi avere la pretesa di farsi esperto e futuro promotore delle imprese è preoccupante. Ci auguriamo davvero che le imprese possano conquistare una posizione, sperando poi che non vengono cacciate o abbandonate a se stesse. Non avendo neanche un sistema di informazione, pur sostenendo di averlo, detta così è solo una presa in giro, la cannibalizzazione delle consulenze e degli incontri vuoti.
Da parte nostra ci teniamo alla larga da questo mondo, difendendo l'idea che il Made in Italy non è fatto solo dalla Unicredit e dalla Maccaferri, e che i nostri ambasciatori non devono farsi scudo delle piccole imprese, che puntualmente vengono illuse e mercificate, in nome delle concessioni energetiche. Se poi si è deciso di ignorare l'Osservatorio Italiano, nonostante le domande su di esso dei dirigenti degli Stati balcanici, cercando di far capire che siamo degli sprovveduti, allora vuol dire che continueremo a ricoprire il nostro ruolo di osservatori, raccogliendo informazioni sulle gesta dei guardiani del Made in Italy nei Balcani. La nostra struttura è una creatura multietnica e gode di vari tipi di finanziamenti, non molto elevati ma grandi a sufficienza da potersi tenere ben lontani dai giochi di speculazioni, creando in questi anni un vero sistema informatico. Così, dopo il successo della piattaforma per le informazioni, sarà presto lanciato il sistema di commercio ed interscambio di servizi elettronico, che farà da porte tra Italia e Balcani. Ad esso aderiranno solo le imprese produttive, con un know-how tecnologico e di esperienza, e con un patrimonio di risorse intellettuali. Sarà un laboratorio industriale che avrà come scopo quello di far recuperare il terreno perso in molti settori per poi consolidare le posizioni nel Mediterraneo. Lo sviluppo economico sarà il nostro unico obiettivo, nessuna lotta alla corruzione per poi diventare i primi corruttori, nessuna campagna democratica con soldi sporchi per poi diventare peggio dei dittatori.
04 novembre 2010
Ladini: fermare la vendita illegale della Dalmatinka
Zagabria/Croazia-Italia - Le società “La Distributrice Srl” e “La Distributrice Investments Srl”, di proprietà dei F.lli Ladini, hanno depositato la scorsa settimana al Tribunale Commerciale di Spalato un esposto per bloccare la vendita della Dalmatinka. La richiesta è stata sottoposta sia al Presidente del Tribunale di Spalato che al Ministero della Giustizia della Croazia, sottolineando come gli atti compiuti dal tribunale risultano illegali e discriminatori nei confronti degli imprenditori italiani. Esso ha infatti agito con parzialità, disattendendo l’autorità della Corte Superiore di Zagabria che aveva sentenziato, oltre sette mesi fa, il diritto all’ammissione nel credito. Ci si aspetta ora una risposta equa e coerente da parte delle autorità croate, e delle stesse istituzioni italiane affinchè intervengano presso gli organi competenti croati per garantire il rispetto della legge. Un'aspettativa nei confronti dello stesso ambasciatore italiano a Zagabria, il quale aveva garantito di seguire il caso con molta attenzione, dopo mesi di trafila presso tribunali ed uffici amministrativi, tra legali e diplomatici. Il caso Ladini continua così ad essere un tragico esempio di quanto le nostre aziende all'estero siano indifese, nonostante tentino di portare avanti l'economia italiana e diffondere il Made in Italy di eccellenza. Ai nostri diplomatici chiediamo una decisa presa di posizione, per far valere i diritti sanciti non solo dagli accordi bilaterali, ma anche dal diritto europeo ed internazionale. Chiediamo, quindi, un'azione che va oltre la mera rappresentanza dei grandi gruppi industriali che hanno conti alle Cayman, perché si schierino stavolta accanto alle piccole e medie imprese, cuore dell'economia italiana.
20 gennaio 2010
Caso Dalmatinka Nova: l’accusa degli imprenditori italiani
Dopo una lunga vicenda legale, esasperati dalle ingiustizie subite, i F.lli Ladini, proprietari dell’azienda tessile Dalmatinka Nova, hanno inviato una lettera al Primo Ministro Jadranka Kosor per chiedere giustizia. La stessa lettera, è stata anche inviata a diverse Istituzioni croate ed europee, nella speranza che qualcuno dia ascolto alle richieste degli imprenditori italiani. Parole che risuonano come una vera e propria denuncia, come già fatto attraverso comunicazioni dell’ufficio di Presidenza del Primo Ministro Berlusconi e dell’ufficio del Presidente della Commissione Europea Barroso, circa le gravi ingiustizie e ripetute illegalità subite in Croazia dalla società degli imprenditori Gianfranco e Livio Ladini “La Distributrice S.r.l”. Secondo quanto dichiarato dagli imprenditori italiani, unico proposito di queste discriminazioni e azioni illegali, che vanno avanti da 5 anni, è di espropriare, senza alcun diritto, gli investimenti che la società “La Distributrice S.r.l” ha fatto a Sinj, con l’acquisto dello stabilimento tessile Dalmatinka Nova, a seguito di un regolare appalto internazionale. I fratelli Ladini ritengono responsabili l’Ufficio del Fisco del Ministero della Finanza croato, il Tribunale Commerciale di Spalato, sindacati e profittatori locali. “La nostra società - spiegano nella lettera gli imprenditori - aveva seri progetti per la Dalmatinka. Ciò è dimostrato se si osservano i nostri registri contabili, da dove risultano investimenti per più di 10 milioni di euro in capitale azionario, scorte di magazzino, forniture, sviluppo e modernizzazione degli impianti e delle capacità di produzione, ricerche di mercato e molto altro”. L’accusa alle autorità e Istituzioni croate è quella di aver fatto finta di niente tollerando, o forse sostenendo, azioni illegali per coprire le impunità.
Ripercorrendo i fatti, il Fisco croato, attraverso l’ufficio di Spalato, ha richiesto il pagamento delle tasse sui capitali investiti nella Dalmatinka Nova, capitali inviati dall’Italia attraverso una regolare procedura della Banca d’Italia, e registrati nella Banca Nazionale di Croazia, come pure nella contabilità dell’azienda. “La richiesta del pagamento delle suddette tasse sul capitale investito - si legge nella lettera - va palesemente contro le leggi sia croate che europee. Il Fisco ha poi ripetutamente bloccato il conto bancario della nostra società, sottraendo illegalmente una cifra di circa 3 milioni di kune. Questa azione ha intralciato i processi di produzione causando, ovviamente, ingenti danni alla nostra società, ai 420 lavoratori della Dalmatinka e personalmente a noi proprietari”. Successivamente, il sindacato dei lavoratori NHS di Sinj, con il sostegno del Ministero della Finanza e del Tribunale Commerciale di Spalato ( nella persona del giudice Ivan Basic), ha approfittato della situazione per chiedere il fallimento della Dalmatinka per il mancato pagamento dei salari ai dipendenti nei termini di legge. “I lavoratori sono entrati in sciopero – spiegano Gianfranco e Livio Ladini - ma tutti sapevano che i salari non potevano essere pagati perchè il nostro conto corrente era stato bloccato illegalmente dal Ministero”. In data 29 Gennaio 2008, il giudice Basic ha avviato le procedure per dichiarare il fallimento per bancarotta della Dalmatinka. Il Tribunale di Secondo grado di Zagabria al quale ci eravamo rivolti ha tuttavia revocato l’azione del Giudice perchè dichiarata illegale. Sfortunatamente, però, questa non è stata la conclusione della spiacevole vicenda.Per le stesse motivazioni, dichiarate assolutamente illegali dal Tribunale Superiore di Zagabria nell’Aprile del 2008, il giudice ha avviato una nuova istanza sei mesi dopo sempre a seguito di iniziative del sindacato NHS, che continuava a chiedere il pagamento dei salari arretrati e con il c/c nuovamente bloccato dal Ministero delle Finanze (dipendenti che comunque non lavoravano da svariati mesi). “ In data 14 luglio 2009 – continuano i F.lli Ladini - il giudice Basic ha violato e negato i nostri diritti di difesa impedendoci di essere presenti all’udienza per l’accusa di bancarotta. In quella sede avremmo potuto provvedere, nonostante tutto, a fornire delle adeguate garanzie bancarie in alternativa al blocco del nostro conto corrente”. I f.lli Ladini affermano inoltre che il Tribunale, in quell’occasione, aveva accettato le false dichiarazioni del Ministero della Finanza che aveva bloccato il loro conto corrente, tra l’altro per un importo doppio di quello da loro verbalizzato e da noi contestato. Le azioni del Tribunale, e del giudice Basic, hanno di fatto ostacolato ogni possibilità di controllare la procedura di bancarotta negando i crediti vantati da La Distributrice Srl per le forniture effettuate e regolarmente sdoganate per un importo di oltre 6.000.000,00 di Euro ed escludendo così la società dal consiglio dei creditori. “L’espropriazione e la frode contro gli investitori italiani – dichiarano con forza in chiusura della lettera - , tanto odiati, assieme al complotto di speculazione di tipo mafioso messo in atto dalle “gang” locali , è stata alla fine compiuta”.
Attraverso questa lettera, i Ladini richiedono l’istituzione di una Commissione italo– croata che si occupi dei fatti accaduti e del grave danno subito dalla società “La Distributrice S.r.l.”, danni per i quali si richiede un risarcimento. “Siamo sicuri che la Croazia, - concludono gli imprenditori Ladini - in questo momento storico in cui la Repubblica è in procinto di entrare a far parte della Comunità Europea, non possa lasciare impuniti questi crimini. Per la simpatia che nutriamo per il vostro Paese, saremmo davvero dispiaciuti se questo increscioso avvenimento avesse risonanza attraverso le agenzie di informazione Europee”. Senza veli e con molta franchezza, la società italiana esprime il suo profondo malcontento per il trattamento che la Croazia gli ha riservato, come una sorta di ostilità scaturita non solo dall'atteggiamento delle istituzioni, ma anche dei media che hanno contribuito a creare un clima di tensione attorno al caso della Dalmatinka. Giornali e televisioni hanno a più riprese evidenziato le colpe della società italiana nella "cattiva gestione della fabbrica", enfatizzando invece la posizione dei lavoratori che "si sono visti costretti a chiedere il fallimento della società". Il sindacato ha più volte accusato la società di non aver pagato gli stipendi ai lavoratori, "di aver lasciato morire la fabbrica", che "i conti correnti della Dalmatinka Nova erano stati svuotati, e debiti ancora non pagati", mentre la produzione è rimasta bloccata per mesi.
Il tribunale ha poi respinto senza molta premura la richiesta della società italiana di revocare il fallimento, ed ha stabilito di smembrare letteralmente la fabbrica per ripagare i salari e i debiti arretrati, che comunque all’udienza del 24.11.2009 per paghe, contributi e debiti verso il Ministero delle Finanze, ammontavano ad un totale di circa 20 milioni di kune (importo contestato perché i lavoratori da mesi non lavoravano ed il Ministero delle Finanze dovrebbe restituire le tasse prelevate illegalmente). Il comitato fallimentare ha persino stimato che il valore della fabbrica arriva a poco più di 150 milioni di kune (poco più di 20 milioni di euro), che è il valore stimato dei terreni e fabbricati stimati per un valore di 95 milioni di kune, di macchine e attrezzature per 38 milioni, e dell'inventario delle merci in deposito per 1 milione. Insomma, nel giro di pochi mesi, le autorità croate hanno deciso in maniera unilaterale di chiudere l'impresa in cui gli italiani hanno investito, di smembrarla e di svenderla sul mercato, nella più totale impotenza della Distributrice, la quale attende ora una risposta e un qualsiasi intervento a fermare tale decisione ultima. E' giunto però il momento che le ambasciate e le istituzioni italiane all'estero si attivino affinchè le norme e i contratti siano rispettati, nell'ambito della legalità e della trasparenza, a tutela degli investimenti esteri italiani, al pari di quelli americani e inglesi. Tali episodi di 'banditismo statale' non aiutano né lo sviluppo della cooperazione intestatale, né lo sviluppo delle imprese italiane nei mercati dei Paesi vicini per sostenere esportazioni e la produzione interna. Per questo, i nostri deputati all'estero, gli ambasciatori e i funzionari delle camere di commercio devono risvegliarsi dal loro torpore e monitorare i mercati e questo tipo di casi estremi. Le nostre imprese non devono essere un baratto, una mercificazione politica, al servizio delle grandi aziende con conti cifrati alle Cayman. Serve un coordinamento estero italiano senza poltrone o consulenti pagati profumatamente ma nei fatti impotenti, per chiusi nei loro uffici e nelle loro auto diplomatiche.


