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23 ottobre 2014

Caso Dalmatinka: La Distributrice vince causa contro l'espropriazione illegale

Trieste - Una grande vittoria dopo anni di lavoro, boicottaggi e disinteresse da parte delle istituzioni italiane. Il Tribunale di Spalato, presieduto dal Giudice Vukovic, ha emesso questo lunedì 20 ottobre la sentenza che accoglie, in ogni sua parte, il quadro di argomentazioni de La Distributrice, dei F.lli Ladini, riconoscendo tutti i crediti impugnati, per un totale di 44.459.783,26 kune (circa 6 milioni di euro), relativi alle forniture di merci alla Dalmatinka Nova (si veda anche Intervista a Gianfranco Ladini). Un verdetto che abbatte l'intero castello di accuse della controparte di Spalato che, dal 2009 ad oggi, ha impedito alla Distributrice di agire in difesa del patrimonio dell'azienda, nonostante fosse il maggiore creditore, con diritto di controllo e di veto, saccheggiando e vendendo tutte le attrezzature. Questo costituisce un grande successo per la tenacia e determinazione degli imprenditori italiani, nonché un alto riconoscimento dell’impegno dell’Osservatorio Italiano per aver difeso un’azienda, che vedeva rinviare ed accantonare il proprio fascicolo nella dispendiosa e contorta macchina burocratica della Farnesina.

Possiamo, senza dubbio, affermare che l’Intelligence economica dell’Osservatorio Italiano ha portato a termine una dura lotta, nonostante molti abbiano nutrito forti dubbi in merito alle ragioni degli imprenditori italiani, senza mai smettere di denunciare alle autorità gli abusi subiti in violazione della Convenzione italo-croata di tutela degli investimenti. Sono stati superati grandi ostacoli, ma soprattutto il disfattismo di quei funzionari che non hanno avuto la forza di difendere un’azienda in difficoltà, che rivendicava legittimamente i propri diritti. Siamo ormai dinanzi ad una casta che vive di parassitismo, che utilizza le inaugurazioni e le presentazioni di grandi progetti per pavoneggiarsi ed aprire le strade della propria carriera. Il percorso condotto per raggiungere un tale risultato, sarà uno dei tanti tasselli che si unisce al patrimonio di conoscenze che l'Osservatorio Italiano metterà a disposizione delle imprese, nella difesa del loro mercato e della loro ricca esperienza.


Intervista a Gianfranco Ladini su "Caso Dalmatinka"  

04 giugno 2014

Caso Dalmatinka: Perizia del tribunale conferma ragioni dei Ladini

Trieste - E' stata finalmente depositata la perizia giudiziaria ordinata dal Giudice del Tribunale di Spalato, per la verifica e il controllo del credito vantato da La Distributrice Srl e La Distributrice Investments Srl relativo alle forniture di merci alla Dalmatinka Nova per il totale di circa 6,5 milioni di euro. Le forniture e il credito sono stati invece negati in occasione dell’apertura del fallimento illegale nel luglio del 2009 dall'allora Giudice Ivan Basic, come pure dai curatori fallimentari e dal Ministero delle Finanze croato, nonostante la presentazione dei documenti doganali croati che comprovavano le avvenute forniture. La negazione dei legittimi diritti dei fratelli Ladini e i continui boicottaggi hanno portato al mancato inserimento di La Distributrice Srl e La Distributrice Investments Srl nel comitato dei creditori della Dalmatinka Nova impedendo così qualsiasi controllo sull’operato del fallimento.

La perizia giudiziaria conferma in maniera inequivocabile la fondatezza della richiesta di risarcimento per le merci spedite degli imprenditori Ladini, e danno un elemento fondamentale per dimostrare l’avvenuto saccheggio dell'investimento italiano nell'azienda tessile della Dalmatinka che ha provocato danni ai fratelli Ladini per decine di milioni di Euro. Questo l'esito entusiastico della dura lotta giudiziaria portata avanti ad oltranza dai Ladini per circa 5 anni, depositando denunce e ricorsi presso le Corti e gli organi istituzionali di Italia, Croazia e Unione Europea, nonostante non abbiano avuto il totale sostegno da parte dei funzionari italiani. Quello dei Ladini è stato un cammino difficile, incontrando spesso opposizioni e critiche, sia da parte delle istituzioni croate che italiane. Su quest'ultime ricadono molte responsabilità, come quella di non aver riconosciuto l'applicazione della Convenzione italo-croata per la tutela degli investimento, e di non aver riposto una consolidata fiducia nelle legittime ragioni dell'azienda italiana, spesso messe in dubbio o persino negate.

Al contrario, la perizia ordinata dal giudice Vukovic di Spalato, che fa riferimento solo alle merci fornite, conferma l'esistenza di un danno di circa 6 milioni di euro agli imprenditori italiani. Decisivo è stato l'intervento richiesto dai F.lli Ladini del Presidente croato Ivo Josipovic, che ha mediato in maniera attiva alla risoluzione di un caso così controverso. Si attende ora la sentenza del giudice per il risarcimento dei primi 6 milioni, per il quale si spera nel raggiungimento di un accordo risolutivo, per poi passare al deposito della perizia per le forniture de La Distributrice Investments Srl (pari a circa 500 mila euro). Dovrà essere confermato anche il risarcimento dell’investimento per la perdita della fabbrica e dei macchinari valutati in decine di milioni di Euro (circa 22 milioni).  Senza dubbio si avvicina l'archiviazione di un caso che ha rivelato, ancora una volta, l'incapacità delle istituzioni italiane di far valere le proprie ragioni, nonostante sia comprovate da Convenzioni e protocolli, nonché da prove materiali e valide argomentazioni.

25 settembre 2013

Ladini: Diplomatici belanti e assenti, nostra impresa lasciata da sola


Trieste - "Continueremo lungo questa strada per far valere i nostri diritti ed avere giustizia. Siamo disposti a pazientare ancora pochi mesi, dopodiché se non avremo risposta procederemo con i vari ricorsi, che sono la Corte di Strasburgo per i diritti civili, e la Corte di Giustizia dell'UE per la violazione delle leggi europee. Procedura che sarà fatta contro la Croazia e contro l'Italia, anch'essa responsabile perché avendo sottoscritto la Dichiarazione italo-croato del 1996 per la tutela degli investimenti, nulla sinora ha fatto". Questo il messaggio che Gianfranco Ladini, general manager de La Distributrice, rivolge alla Diplomazia italiana, in un'intervista rilasciata all'Osservatorio Italiano, nella quale ricostruisce i passi salienti dell'assurda vicenda di espropriazione dell'investimento effettuato in Dalmazia con l'acquisto della fabbrica tessile della Dalmatinka. Nelle sue parole, pur ritenendo sempre valida l'opzione della conciliazione amichevole, soprattutto con le autorità croate, traspare la determinazione di portare il caso della Dalmatinka sino alle più alte istituzioni europee. Infatti il Parlamento Europeo, nel giugno di quest'anno, ha accolto l'istanza presentata dak Ladini (interrogazione n.1466/2012) chiedendo alla Commissione Europea di accertare i fatti legati alla vicenda di violazione delle norme europee per la tutela degli investimenti esteri, da parte della Croazia.

Osservatorio Italiano - Intervista Ladini su "Caso Dalmatinka"  

In realtà quello della Dalmatinka è stato un progetto a lungo osteggiato dalle autorità e dagli abitanti locali che, sin dai primi momenti, hanno manifestato ostilità per la venuta degli investitori italiani in quella regione. L'Amministrazione fiscale ha poi proseguito in questo atteggiamento di criminalizzazione nei loro confronti, con la complicità dei giudici, che hanno chiesto e ottenuto ben tre blocchi dei conti correnti e degli immobili, rendendo la sostenibilità economica della produzione impossibile. Funzionari che, tra l'altro, oggi sono sotto inchiesta per corruzione, tra cui il curatore fallimentare (Vedran Šeparović).  Parte della responsabilità, tuttavia, ricade sulle autorità italiane che non sono tempestivamente intervenute presso i funzionari croati per pretendere il rispetto della Convenzione italo-croata del 1996, limitandosi a monitorare la situazione, talvolta insinuando che gli stessi Ladini avessero commesso delle irregolarità.

"Quando informavamo l'Ambasciata, l'ICE e i vari organi istituzionali abbiamo ottenuto solo blande promesse di monitoraggio, di intervento, ma nulla di concreto. Praticamente siamo stati abbandonati pur in presenza di una convenzione, sottoscritta e poi ratificata dai due Parlamenti, che dichiara esplicitamente che si proteggevano gli investitori dei due Paesi, sia per i loro investimenti, che per i diritti civili - afferma Ladini, continuando -. Hanno fatto dei piccoli passi 'belanti', e non hanno saputo imporsi e richiedere che i croati facessero il loro dovere. Perché questa è, a tutti gli effetti, una truffa commessa ai danni dei cittadini italiani ed europei".  Al momento, sono in corso nuovi colloqui con gli alti dirigenti del Ministero delle Finanze croato, perché venga trovata una soluzione che consenta di risarcire, almeno in parte, i danni subiti dai Ladini onde evitare ulteriori e dispendiose procedure legali. Intanto, gli stessi lavoratori hanno firmato delle petizioni per il ritorno degli italiani, sebbene troppo tardi. D'altro canto, l'Italia ha rigettato a priori la possibilità di assistere La Distributrice in un eventuale processo di arbitrato internazionale, nonostante la Convenzione preveda che la controparte italiana fornirà "i mezzi effettivi agli imprenditori per far valere i propri diritti violati".


Cerimonia di ratifica del contratto di acquisto della
Dalmatinka Nova d.d.Sinj alla presenza dei
funzionari dell'ambasciata italiana di Zagabria
 


25 marzo 2013

Caso Dalmatinka: Ministero degli Esteri nega validità della convenzione italo-croata

A rischio investimenti italiani all'estero?


Trieste - Il Ministero degli Esteri continua a mostrare indifferenza dinanzi alle richieste de La Distributrice di fornire spiegazioni e dare precisi chiarimenti al mancato intervento della diplomazia italiana per pretendere il rispetto della convenzione italo-croata per la tutela degli investimenti. Rispondendo alla lettera dei F.lli Ladini in merito alla necessità di prendere una posizione chiara e definitiva sul controverso caso dell'espropriazione illecita della Dalmatinka da parte delle autorità croate, il Ministro Giulio Terzi afferma che "la normativa vigente non prevede la possibilità di un contributo dello Stato alle spese (giudiziarie)", nonostante sia stata ratificata una convenzione intergovernativa che afferma il contrario. Una tale contraddizione non può che risultare 'vergognosa' per uno Stato europeo - se possa definirsi tale - che quindi nega il riconoscimento di un accordo fatto a protezione degli investimenti italiani all'estero. In altre parole, con tale atto di ricusazione, il Ministero degli Esteri pregiudica la credibilità dello Stato italiano nei confronti delle parti terze, con cui sottoscrive memorandum, accordi e dichiarazioni di intesa, in nome della buona cooperazione tra gli Stati. Ci chiediamo, quindi, quali potranno essere in futuro le conseguenze di un tale atto scellerato, che mina la sicurezza degli imprenditori italiani all'estero, convinti di avere alle spalle la protezione dello Stato in caso di una violazione degli accordi da parte del Governo ospitante.


In un periodo di crisi, il rischio di rappresaglie, di azioni di sciacallaggio, di rapina e di espropriazione sono sempre alle porte, e cosa pensa di fare il nostro Ministero degli Esteri? La risposta diplomatica ufficiale è inesistente, per non parlare degli interventi "a porte chiuse informali", rimessi alla scarsa iniziativa degli ambasciatori. I riflessi dei nostri diplomatici sono ridicoli, se si pensa alla rapidità dei nostri competitors, in grado di orchestrare rivolte sindacali e proteste di ONG nel giro di pochi giorni. Una situazione che viene ancor più aggravata dall'irresponsabilità del Ministero degli Esteri, che sta intenzionalmente mettendo a repentaglio il patrimonio di migliaia di imprese italiane all'estero. Qualora tale meccanismo si innescherà, allora bisognerà risalire alle responsabilità di ogni funzionario, colpevole di aver ignorato le richieste di intervento di chi aveva percepito i segnali di pericolo. Invieremo tutta la documentazione ai deputati italiani e chiederemo una commissione d'inchiesta sull'operato dell'ambasciata italiana a Zagabria e sul ruolo del Ministero degli esteri, al fine di individuare la colpa dei personale diplomatico, chiedendo inoltre la loro estromissione da ogni carriera istituzionale.

Lettera di risposta del Ministro Terzi
alla richiesta dei F.lli Ladini

17 settembre 2012

Il Ministero risponde all'interrogazione parlamentare sulla Dalmatinka: il bluff della Farnesina


Roma - Il Ministero degli Esteri ha inviato la sua risposta alla interrogazione parlamentare dell'Onorevole Roberto Menia sul caso La Distributrice - Dalmatinka Nova e sulle specifiche misure che la Farnesina intende adottare in merito. Il testo redatto dal Sottosegretario agli Esteri, Staffan de Mistura, risponde in maniera superficiale e sommaria alle esplicite domande per fare chiarezza sulla dinamica degli eventi, lasciando in realtà trasparire che la diplomazia italiana si limiterà a seguire gli sviluppi del caso e a mantenere la comunicazione con i Fratelli Ladini. 


Viene infatti confermato che lo Stato italiano non parteciperà, in ogni caso, al sostenimento delle spese relative ad una eventuale procedura di arbitrato internazionale, contrariamente a quanto previsto dalla convenzione italo-croata. Nessuna parola viene invece spesa sulle garanzie che suddetta convenzione dà agli imprenditori italiani danneggiati da una violazione della controparte, né sulla verifica di un'inadempienza od omissione dei funzionari dell'Ambasciata italiana. Nella sua 'parziale rilettura dei fatti', la Farnesina cade in un'evidente contraddizione, riportando in maniera sbagliata la cifra delle imposte contestate dalle autorità croate che, invece di 198.000 euro, ammonta a 365.000 euro, che poi sommati ad ulteriori interessi passivi penali, accumulati nei successivi anni, è arrivata sino a 800.000 euro. Inoltre, i capitali investiti erano stati regolarmente contabilizzati dalla Dalmatinka, e non 'erroneamente' come detto dall'Ambasciata Italiana


Questo come dimostrato anche da tre perizie giudiziarie della parte croata e dalla sentenza definitiva emessa dal Tribunale di Spalato (data 04.04.2005) che conferma l'aumento del capitale sociale della Dalmatinka a 3 milioni di euro (da 120.000 Kune a 21.323.000). Si tratta di importi investiti nel capitale sociale, quindi non tassabili, che sono stati invece trattati dal Ministero delle Finanze Croato come utili straordinari, in contrasto alla sentenza del Tribunale, passata in giudicato, nonchè delle leggi regolarmente in vigore. La stessa denuncia presso il Tribunale Penale nei confronti de La Distributrice Srl, dopo controlli dettagliati, è decaduta con una sentenza di completa assoluzione, non avendo rilevato nessuna illegalità o violazione di legge da parte degli investitori italiani.  Con in mano i verdetti positivi, i Fratelli Ladini hanno chiesto alle autorità croate, informando al contempo l'Ambasciata Italiana, un intervento delle istituzioni per far terminare la persecuzione legale nei loro confronti.


Sebbene vi sia stata una tiepida promessa positiva da parte del precedente Governo croato, l'Ambasciata Italiana ed il Ministero degli Esteri, dal 2004 in poi, non hanno fatto nulla per garantire il rispetto della legge, sino all'aprile del 2011, quando vi è stata una segnalazione dell'allora ambasciatore, citando la perizia redatta da uno studio croato e la quale conferma le violazioni della legge croata e della Convenzione italo-croata sulla Protezione e Tutela degli Investimenti. Il triste esito di questa storia è che i sindacati e gli imprenditori croati si sono schierati a favore dei Fratelli Ladini che hanno ricevuto persino una lettera a firma del Presidente della Repubblica croato, che promette un intervento personale per chiarire la questione. La pessima gestione di tutta la vicenda è stata confermata dagli stessi funzionari europei che, secondo fonti dell'Osservatorio , sono rimasti allibiti. Ciononostante, la Farnesina si riduce ad inviare una pessima e confusa risposta, scritta forse in maniera 'rocambolesca' in una notte. D'altro canto, La Distributrice non ha la stessa risonanza politica che può avere Fiat, Maccaferri e A2A, per le quali la diplomazia italiana si è esposta fin troppo, osando sul filo del rasoio. 

Egregio Sottosegretario de Mistura, ci aspettavamo qualcosa di più che un contentino per far tacere la stampa. Leggiamo in questa risposta solo ipocrisia e disinteresse, per un caso sin troppo sottovalutato dal Sistema-Italia,  che poi si è rivelato sintomatico di un malessere strutturale.Tutta la macchina diplomatica per anni ha vissuto tra ricevimenti e serate di gala, i nostri funzionari hanno sfruttato la loro posizione per fare una personale carriera affaristica e per i cosiddetti 'ricongiungimenti famigliari'. La manovra di Napolitano di mascherare da governanti dei tecnici burocrati non è altro che un  commissariamento, che ha messo al potere gente che fino ad ieri sedeva dietro scrivanie da 30 mila euro al mese, al soldo delle Banche. Oggi abbiamo perso anche la nostra sovranità statale, lottiamo per la sopravvivenza di una nazione che non esiste, ormai caduta nella più totale vergogna. 
Crediamo di morire per la patria ma moriamo per le banche. 


14 settembre 2012

Commissione Europea interverrà sul caso Ladini-Dalmatinka


Zagabria - A seguito dell'incontro tenutosi a Bruxelles, lo scorso 10 settembre, tra i rappresentanti di La Distributrice e del Direttorato Generale per l'Allargamento presso la Commissione Europea, Dirk Lange e Angela Longo, è stato confermato che le autorità europee interverranno sul caso Dalmatinka Nova. Questo quanto appreso dall'Osservatorio Italiano da fonti europee, interrogate sull'esito dell'incontro. Nonostante la normativa europea non preveda interventi per casi privati, vista la gravità del caso in questione, che ha portato ad un'espropriazione illegale ai danni di una società, in via eccezionale la Commissione Europea ha deciso di prendere in esame la vicenda, in coordinamento con l'Ufficio di collegamento a Zagabria, intervenendo presso il Governo croato per definire una soluzione. Ai rappresentanti del Direttorato, ed in particolare a Dirk Lange, i Fratelli Ladini hanno consegnato i vari documenti comprovanti le illegalità subite in Croazia, anche l'ultima lettera ricevuta dal Sindacato Croato - HUS che, assieme al rappresentante degli imprenditori croati, da parte del Presidente Ivo Josipovic, in quale si è impegnato ad intervenire personalmente per risolvere il caso.

L'epilogo di questa vicenda a cui stiamo assistendo mostra quanto sia vergognoso che i nostri ambasciatori, che percepiscono 380 mila euro all'anno, non abbiano tempestivamente agito per difendere le nostre aziende e le convenzioni, pensando così alle loro carriere, alle cene diplomatiche e ai ricevimenti. Nonostante abbiamo chiesto al Ministero degli Esteri delle risposte a delle domande chiare, e nonostante ci sia stata un'interrogazione parlamentare, il Ministro Terzi non si è degnato di rispondere, neanche dinanzi allo stesso Parlamento.  Oggi l'Europa interviene a dimostrazione della giustezza delle ragioni dei Fratelli Ladini, ai quali non è stata data l'assistenza dovuta. I nostri diplomatici dicono che difendono le piccole e media imprese, ma le hanno abbandonate dinanzi alla prima difficoltà. Chi dice di rappresentare l'Italia tradisce l'onor di Stato per difendere la propria poltrona,  e non rinuncia ai ricchi stipendi in pieno clima di austerity, lasciando nel baratro le aziende. Qualcuno dovrà rispondere delle proprie responsabilità, e continuerà ad essere monitorato nel suo operato. L'Osservatorio Italiano non lascia da sole le imprese che chiedono il loro aiuto, e si batterà perchè venga creata un'Unità di Crisi speciale per le piccole e medie imprese, che intervenga in casi specifici e istituisca note di demerito per i funzionari inadempienti.

25 luglio 2012

Il silenzio delle istituzioni italiane sul Caso Dalmatinka

Roma - All'indomani della presentazione dell'interrogazione parlamentare sul 'caso Dalmatinka' non vi è stata ancora una risposta da parte delle istituzioni italiane. Dopo il silenzio del Ministero degli Esteri, tacciono anche gli uffici dell'Ambasciata d'Italia in Croazia. Oggi i nostri diplomatici si fanno negare al telefono ed evadono le domande, nascondendosi dietro un 'No Comment, stiamo lavorando'. Eppure esiste una perizia, ordinata dalla stessa ambasciata, che constata la violazione nella controversia della Dalmatinka della convenzione bilaterale italo-croata per la tutela gli investimenti. Inoltre, tutte le accuse mosse nei confronti dei F.lli Ladini presso i tribunali croati sono cadute dopo aver affrontato un annoso iter giudiziario, nel corso del quale sono stati palesemente violati i diritti civili alla difesa, come la presenza in aula degli avvocati. Nonostante le promesse dei funzionari dell'ICE e dell'ambasciata, non è stata esercitata nessuna pressione presso le autorità croate o la Commissione Europea per chiarire il caso, prima di una irreversibile degenerazione degli eventi. Mentre la Dalmatinka veniva espropriata, con il blocco dei conti correnti e gli scioperi interni per la rivendicazione del pagamento dei salari, non vi è stato alcun intervento per fermare il declino della società, che intanto andava in fallimento. 

 Perizia Caso Ladini - Dalmatinka
 Studio Legale Anita Prelec
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Al contrario, le precedenti esperienze dei cugini europei mostrano esiti completamente diversi. Da citare il caso dell'investimento della danese Rockwool a Potpican che, a seguito della chiusura della fabbrica da parte del Ministero della Tutela ambientale,  ha ottenuto una dichiarazione del  direttore della Commissione Europea per l'Allargamento a Zagabria, Christian Danielsson, in cui si chiede di raggiungere una "soluzione rapida" tra la società e le autorità locali. Una richiesta giunta sino a David Daly, capo del Dipartimento per la Croazia presso la Direzione Generale della Commissione Europea per l'allargamento a Bruxelles, il quale ha a sua volta convocato il prefetto della Contea dell'Istria Ivan Jakovcic (Nacional, 5 feb 2008).  Ci chiediamo, quindi, perchè il Sistema-Italia non abbia intrapreso un'identica azione di difesa, e perchè tutt'oggi la Commissione Europea non interviene, come ha fatto con l'investimento danese, per chiedere il rispetto delle norme comunitarie di non-discriminazione e di libertà di movimento dei capitali.

Tuttavia, non si ferma la macchina diplomatica italiana se chiamata a servire gli interessi di società come Fiat, A2A e Maccaferri, nonché Unicredit ed Intesa San Paolo, e 'amici degli amici'. L'ambasciatore a Zagabria, Emanuela D’Alessandro, continua ad assistere alla ratifica di protocolli di cooperazione tra imprenditori italiani e croati (Comunicato Amb. Zagabria, 24 maggio), garantendo la massima sicurezza e trasparenza per gli investimenti italiani, tutelati da 'convenzioni e norme europee'. Stando alle loro parole, non vi sono ostacoli o problemi ad investire in Croazia, ma la realtà è ben diversa. Le conferenze di promozione di progetti o partnership - a cui vengono invitati sempre personaggi che ruotano sempre nell'entourage dell'ambasciata, con la presenza degli associati delle Camere di Commercio giusto per fare numero - sono nei fatti destinate a difendere gli interessi di grandi società e banche. Ostentando un controllo della situazione che non hanno, spingono le piccole e medie imprese ad intraprendere 'avventure estere' che solo sulla carta saranno monitorate e tutelate dallo Stato, perchè nei fatti gli imprenditori devono "auto-finanziare" il rischio dell'internazionalizzazione. L'ombra di un precedente così eclatante come quello della Dalmatinka ha messo in evidenza come la sorda indifferenza delle autorità italiane, e così la debolezza della diplomazia nel garantire il rispetto degli accordi, rappresentano i principali ostacoli allo sviluppo di partnership eque e di successo. Vince, ancora una volta, la logica dell'assistenzialismo, ai danni della tutela dell'iniziativa imprenditoriale, così come garantita dalle leggi europee. 

12 luglio 2012

Caso Dalmatinka: Presentata l'interrogazione parlamentare


Roma - Giunge in Parlamento la prima interrogazione rivolta al Ministero degli Affari Esteri sull'espropriazione dell'investimento nella Dalmatinka Nova de La distributrice dei Fratelli Ladini, presentata dall’Onorevole Roberto Menia. Nel testo letto emerge non solo l’intera assurda vicenda caratterizzata dalle violazioni del Ministro delle Finanze croato, che ha portato al fallimento della fabbrica, ma anche un chiaro invito rivolto alla Farnesina ad intervenire per la tutela degli investitori italiani e così per il rispetto della Convenzione italo-Croata sulla Protezione e Tutela degli investimenti. Si attende, così, una replica del Ministero degli Esteri italiano perché spieghi quali misure si intendano adottare in sede internazionale e diplomatica per tutelare gli interessi e garantire i diritti dell'impresa italiana dei Fratelli Ladini, in particolare nei confronti del Ministero delle Finanze croato.

Allo stesso tempo, riteniamo che bisogna accertare le responsabilità di chi è rimasto a guardare e non ha adempiuto al suo dovere per il quale è pagato, mentre oggi rifiuta di rispondere a domande legittime sull’evidente inadempimento della struttura estera italiana. Un dovere a cui si sono sottratte anche le testate giornalistiche, servi del ‘contributo pubblico’ perchè la loro informazione non possono neanche venderla, visto che nessuno pagherebbe per quello che scrivono. Bisogna quindi far capire ai funzionari degli ‘Uffici di Roma’ che l'incendio di 30 bandiere italiane a Sinj (Croazia) fu proprio un atto di disprezzo verso i F.lli Ladini, ritenuti i soli responsabili di una serie di vicende di cui erano invece principali vittime. Un gesto barbaro che è stato accompagnato dalla diffamazione gratuita, ricevuta da parte dei sindacati e dei media, che hanno contribuito a creare un clima di tensioni e di intimidazione, le cui gravi ripercussioni si sono abbattute su La Distributrice in sede giudiziaria.

Ora l’Italia deve rispondere duramente e senza mezzi termini o cortesia politichese e dire con chiarezza cosa non ha funzionato nella macchina della diplomazia, chi siano le ‘mele marce’ perché paghino personalmente i danni resi alle imprese italiane. D’altro canto, con uno stipendio fisso sempre garantito senza nessuna ipoteca per le cartelle di Equitalia, i nostri funzionari dai colletti bianchi non potranno mai capire cosa vuol dire ‘responsabilità della tutela delle imprese e dello Stato italiano’. Da parte nostra, l’Osservatorio  ha onorato il suo impegno di difendere la aziende che con sudore hanno costruito, mattone su mattone, il vero Made in Italy. Noi non abbiamo bond e non riversiamo sui lavoratori o i risparmiatori le perdite delle speculazioni. Noi non abbiamo conti alle Cayman o a Cipro, né utilizziamo la diplomazia italiana per proporre progetti che non si realizzeranno mai. Non abbasseremo mai la testa dinanzi all'arroganza di chi si nasconde dietro le istituzioni e usa le aziende per fare numero e statistiche. Noi andremo oltre, perchè la nostra piccola realtà trova consensi presso tanti imprenditori, stanchi di fare gli attori e la presenza alle convention, dove sembra che non esista alcun problema. Questa volta ascolteranno la nostra voce gli ambasciatori, rintanati nei loro uffici a scrivere e a curare le loro carriere, mentre si fanno negare al telefono. Dove c'è una azienda italiana, ci sarà uno di noi, Egregie Eccellenze. 





Interrogazione a risposta scritta 4-16944 
presentata da Roberto Menia
mercoledì 11 luglio 2012, seduta n.664 
MENIA. - Al Ministro degli affari esteri. - Per sapere - premesso che:
risulta all'interrogante che da diversi anni l'ambasciata italiana a Zagabria e comunque il Ministero degli affari esteri siano a conoscenza dell'odiosa vicenda riguardante l'espropriazione dell'investimento sulla Dalmatinka Nova di un'azienda italiana, «La distributrice» dei Fratelli Ladini;
in pratica, il Ministero delle finanze croato pretende di trattare gli investimenti della suddetta ditta - regolarmente contabilizzati nella Dalmatinka Nova di Sinj e registrati alla Banca Nazionale Croata come apporto di capitale - come utili straordinari e quindi tassarli;
le perizie giudiziarie degli esperti croati hanno rimarcato, in più occasioni, l'assurdità del provvedimento e l'illegalità della doppia imposizione di tasse sui capitali investiti (perizia signor Stjepan Kolpvrat del 6 dicembre 2004 - perizia ditta Mal Revizor del 24 marzo 2005 su incarico del tribunale commerciale di Spalato - perizia signor Srdan Kovacic aprile 2009 su incarico del tribunale penale di Spalato);
il Ministero delle finanza croato, incurante delle numerose proteste della Dalmatinka Nova DD e dei pareri contrari degli esperti in materia, bloccava ogni sei mesi - e questo è avvenuto per cinque anni - i c/c della Dalmatinka per 30-60 giorni prelevando tutti i contanti; ciò impediva il normale svolgimento della produzione nella fabbrica, con conseguente blocco dei pagamenti degli stipendi dei dipendenti e dei fornitori. Naturalmente il blocco dei c/c è stato utilizzato per chiedere - in più occasioni - il fallimento della Dalmatinka Nova a causa del ritardato pagamento delle paghe agli operai;
il Tribunale commerciale di Spalato è intervenuto aprendo il primo fallimento il 29 gennaio 2008, nonostante fosse in possesso di documenti bancari che statuivano i pagamenti degli stipendi ai dipendenti;
tale fallimento fu annullato dal Tribunale Supremo di Zagabria, a seguito del ricorso della Dalmatinka Nova, con sentenza del 1 aprile 2008, adducendo tra le motivazioni le innumerevoli e inaudite illegalità effettuate dal giudice di Spalato, signor Ivan Basic. Peraltro il costo di questa operazione, interamente addebitato alla Dalmatinka, è stato di circa 2.000.000 di euro, importo che sarebbe spettato al Tribunale di Spalato e/o al Ministero delle Finanze croato;
dopo una nuova richiesta di fallimento, sempre a causa del ritardato pagamento delle paghe agli operai, rifiutata dal giudice di Spalato signor Ante Capkun (sentenza X-ST-42/08 dd. 12 febbraio 2009), il quale a quanto risulta all'interrogante subì in tribunale un'aggressione (come testimoniato dalla relazione da Egli stesso rilasciata in data 2 febbraio 2009), il 17 luglio 2009 arrivava una nuova richiesta di fallimento, sempre per le stesse motivazioni, accolta da giudice Ivan Basic;
in tale occasione il giudice Basic impedì la presenza in tribunale del legale della Dalmatinka Nova, signor Gianfranco Landini, violando i diritti civili della controparte; inoltre a quanto consta all'interrogante rifiutò le reali garanzie di pagamento presentate dal legale della Dalmatinka e ignorò completamente la rimessa del mandato di assistenza dell'avvocato Krka Tomislav, impossibilitato dunque a difendere i diritti degli italiani; 
a tutt'oggi non è stata ancora fissata l'udienza per l'accertamento dei crediti della Dalmatinka Nova, pur essendoci una sentenza del Tribunale, Supremo di Zagabria, mentre il Tribunale di Spalato sta svendendo i macchinari della summenzionata ditta;
a parere dell'interrogante è necessario che su una questione così delicata e complessa vi sia un impegno reale e visibile dell'Italia a tutela dei nostri investitori, trattandosi in tutta evidenza di fatti che configurano la violazione di una Convenzione internazionale, quella italo-Croata del 5 novembre 1996, sulla Protezione e Tutela degli investimenti -: 
quali interventi si intendano adottare in sede internazionale e diplomatica per tutelare gli interessi e garantire i diritti dell'impresa italiana dei Fratelli Ladini, in particolare nei confronti del Ministero delle finanze croato, dai cui atti emerge la richiesta di far pagare le tasse sui capitali investiti (capitali già tesati in Italia) perché considerati utili straordinari, in contrasto con la convezione italo-croata del 5 novembre 1996, la quale vieta la doppia imposizione fiscale sugli investimenti. (4-16944) 
Attuale delegato a rispondere: MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI delegato in data 11/07/2012
Atto Camera  4-16944 (Banche Dati)

26 giugno 2012

Le imprese italiane che non sono Fiat A2A o Maccaferri


Roma - La vicenda della Dalmatinka dei F.lli Ladini ha messo senz'altro in evidenza le grandi lacune del Sistema-Italia, che si è rivelato incapace di gestire e di reagire ad un caso di abusi da parte delle autorità del Governo che ospita gli investimenti italiani. Nel caso particolare della Croazia, nonostante l'esistenza di una convenzione bilaterale per la tutela e la protezione degli investimenti, un'impresa italiana è stata ingiustamente multata ed espropriata dallo Stato croato, nonchè portata al fallimento, senza alcun intervento da parte delle autorità italiane, in un clima mediatico aggressivo e ostile. Nel corso di questi anni di calvario, tuttavia, fatti e documenti hanno dimostrato le responsabilità della Croazia. Responsabilità che sono state riconosciute e confermate dalle autorità amministrative croate, sia in sede processuale che nel corso degli innumerevoli incontri con funzionari e sindacati per spuntare una soluzione sul caso. La stessa Ambasciata italiana di Zagabria, nella perizia commissionata ad uno studio legale indipendente, ha certificato che la Croazia ha violato la Convenzione italo-croata. "Si è arrivati alla conclusione che nel caso esaminato la Repubblica di Croazia non si è attenuta ai presupposti previsti dall'Accordo tra i Governi Italia-Croazia, specialmente per il fatto che non ha creato né mantenuto, nel proprio territorio, un quadro giuridico atto a garantire agli investitori la continuità del trattamento giuridico, ivi compreso l'assolvimento, in buona fede, di tutti gli impegni assunti nei confronti di ciascun singolo investitore”, precisa la perizia. E' lecito quindi chiedersi perchè l'ambasciata non sia intervenuta tempestivamente, e perchè lo Stato italiano non ha sbattuto i pugni sul tavolo quando era il momento, per riportare subito il caso nei termini della legalità. Ci chiediamo se le autorità italiane abbiano preferito soprassedere per poter trattare in diversi tavoli di negoziati altri affari, oppure se non siano state proprio in grado di affrontare la situazione.
Proprio per far luce sulle circostanze che hanno portato alla disastrosa perdita dell'investimento dei F.lli Ladini, l'Osservatorio Italiano ha deciso di porre delle domande al Ministero degli Esteri, in merito all'applicazione della suddetta convenzione, sia in termini di responsabilità per la degenerazione della situazione, sia in termini di obblighi dello Stato italiano di sostenere un processo arbitrale o giudiziario. Alle domande rivolte all'Ufficio dell'Unità Balcani presso il Ministero degli Esteri, risponde la Farnesina con un secco rifiuto a commentare il contenzioso in oggetto, visto che “l’Ambasciata di Zagabria segue da vicino la vicenda”.

Domande dell'Osservatorio Italiano all'Ufficio Unità Balcani presso il Ministero degli Esteri  
1. Esiste ed è ancora valida la Convenzione Bilaterale Italia-Croazia sulla Protezione e Tutela degli Investimenti, sottoscritta dai due Governi il 5.11.1996? Inoltre, questo Ministero ha utilizzato la suddetta Convenzione per risolvere altre controversie sugli investimenti italiani?
2. Le autorità italiane possono confermare che la Convenzione vieta la doppia imposizione fiscale sugli investimenti, nonchè forme di boicottaggio e impedimenti di ogni genere sulla disponibilità e utilizzo dei fabbricati regolarmente acquistati??
3. L'Ambasciata italiana a Zagabria è stata regolarmente informata (nel periodo 2004-2005) degli atti del Ministero delle Finanze croato con cui viene fatta richiesta di pagare le tasse sui capitali investiti (capitali già tassati in Italia) perchè considerati come utili straordinari? Perchè l'Ambasciata italiana non è subito intervenuta per chiarire la richiesta di doppia tassazione, citando quindi la suddetta Convenzione?
4. Perchè nei business forum e meeting viene promossa la Convenzione bilaterale come garanzia degli investimenti italiani in Croazia, quando poi non è stata utilizzata per tutelare gli interessi di un'impresa italiana, come quella dei F.lli Ladini?
5. Può essere confermata la dichiarazione del Ministero degli Esteri secondo la quale i mezzi per ricorrere in giustizia ai fini della difesa dei diritti delle imprese vengono messi a disposizione dallo Stato italiano solo "in caso di violazioni ripetute della Convenzione"?
6. Perchè le autorità italiane non hanno mai preso in considerazione la possibilità che vi siano state ripetute violazioni della Convenzione, ma la debolezza delle imprese italiane, ormai in fallimento, è stata tale da impedire loro di accedere alle vie legali sino a ricorrere al supporto dello Stato?
Risposta del Servizio Stampa del Ministero degli Esteri  
Spett. Redazione Osservatorio Italiano,
Scrivo dal Servizio Stampa del Ministero degli Esteri in merito alla controversia della ditta “Dalmatinka Nova”, della quale ci ha informato la nostra Unità Balcani. Come noto, la nostra Ambasciata a Zagabria segue da vicino la vicenda e ha già fornito agli interessati tutti gli elementi del caso. Per quanto concerne questo Servizio Stampa, pertanto, non si ritiene al momento di dover aggiungere alcun commento sul contenzioso in oggetto.
Cordialmente.

Marco Alberti
Capo Ufficio I
Servizio per la Stampa e la
Comunicazione Istituzionale
Ministero degli Affari Esteri

Tuttavia, non rispondere e non prendere una posizione sulla sorte di imprese italiane che hanno investito all'estero e non si chiamino "Fiat, Maccaferri o A2A", è un crimine. Rimanere a guardare e voltare la testa dinanzi ad un saccheggio di un'azienda italiana è un crimine”. Queste sono le parole che ho rivolto al Capo Ufficio del Servizio per la Stampa del Ministero degli Esteri Marco Alberti, il quale di contro ha interpretato tale frase come 'un oltraggio personale e all'istituzione che rappresenta', avvertendo così che "avrebbe preso dei provvedimenti". Inoltre, al mio avvertimento che avrei pubblicato la risposta del Ministero, ha affermato che “questa è una lettera riservata”. Da parte mia, ritengo che tale corrispondenza non possa essere ritenuta 'riservata', avendo ad oggetto un ‘rifiuto a rispondere’ a lecite domande formulate da un giornalista per informare i cittadini e le imprese. Per tale motivo mi aspetto anche una reazione da parte della Farnesina, alla quale sono pronto a rispondere con cognizione di causa. Le mie argomentazioni sono infatti basate su fatti e documenti, tra cui anche la perizia dell’ambasciata italiana, e come si evince dalle mie domande, si chiede che venga chiarita proprio la posizione della sede diplomatica di Zagabria. Quest’ultima nella sua ultima comunicazione (con posta ordinaria) nega di fornire un supporto finanziario per affrontare le spese di arbitraggio, nonostante la convenzione stabilisca lo stato “assicurerà i mezzi effettivi per far valere diritti relativi agli investimenti”. Chiedo quindi di definire “mezzi effettivi” e di chiarire perché il Ministero degli Esteri nega di fornire tale supporto, nonostante abbia delle evidenti responsabilità, per non aver difeso opportunamente un’impresa italiana protetta da accordi bilaterali.

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11 giugno 2012

Caso Dalmatinka: Lettera all'ambasciata italiana di Zagabria


Roma - Riceviamo a pubblichiamo la lettera della dirigenza de La Distributrice dei Fratelli Ladini rivolta all'ambasciatore italiano in Croazia, Emanuela D’Alessandro, il relazione alla risoluzione della controversia con lo Stato croato sulla Dalmatinka Nova.


Gentile Ambasciatrice,
abbiamo ricevuto, per posta normale lo scorso 6 giugno, la Vs. lettera dd. 24 maggio relativa al contenzioso che ci vede coinvolti con lo Stato Croato in merito all’espropriazione illegale del ns. investimento a Sinj. Respingiamo con forza e decisione - e non accettiamo - le assurde manfrine circa la non partecipazione del Ministero degli Esteri alle spese dell’arbitraggio internazionale al quale adiremo per essere risarciti dalla truffa subita in Croazia.
L’adire all’arbitraggio internazionale è previsto dalla Convenzione italo-croata del 5/11/1996 ratificata dai Parlamenti dei due Paesi, ed a tutt’oggi pienamente valida, che non può in nessun caso – nemmeno dall’Ambasciata – essere dileggiata e trattata come soap opera!


Nella Convenzione (Protocollo – Disposizioni Generali – Punto 2 – capitolo d) è specificato che in presenza di violazioni delle norme di tutela degli investimenti “ciascuna Parte Contraente (Stato Italiano – Stato Croato) assicurerà i mezzi effettivi per avanzare reclami e far valere diritti relativi agli investimenti, relative autorizzazioni ed accordi di investimento”. I mezzi effettivi indicati, ovviamente, intendono la partecipazione alle spese legali – e non potrebbero essere altro – unico mezzo giuridico consentito alla parte lesa per ottenere la soddisfazione sulle ingiustizie subite.
Ribadiamo che dopo 10 anni di peripezie ed illegalità di ogni genere che ci hanno prodotto danni per decine di milioni di euro, il tutto comprovato da chilogrammi e chilogrammi di documenti (Sentenze Tribunali e Procure croate, Perizie Giudiziarie, Pareri Legali ecc.) - documenti che sempre Vi sono stati notificati – non siamo più disposti a tollerare lo scaricabarile o atteggiamenti tipici del “non vedo, non sento, non parlo”!!!
L’Ambasciata ha anche come principale dovere l’assistenza e l’intervento di supporto ai suoi cittadini – nelle sedi Istituzionali competenti - nei casi di comprovata illegalità come l’espropriazione da noi subita. A maggior ragione tali interventi sarebbero dovuti essere messi in atto anche a seguito della perizia da Voi richiesta autonomamente al Vs. legale (Studio Avv. Anita Prelec del 1.07.2010) che palesemente conferma le ns. piene ragioni ed elenca le numerose violazioni della Convenzione da parte dello Stato Croato.
L’Ambasciata, forte di 25-26 dipendenti stipendiati dal popolo italiano, nulla ha fatto in tutti questi anni per risolvere il ns. problema!!!
Le poche, scarne, timorose e riverenti letterine ai governanti croati hanno ringalluzzito ancor di più le loro istituzioni nel continuare le nefandezze contro di noi. Le scuse da Voi addotte di non ricevere - il più delle volte – nemmeno le risposte alle istanze fatte ai croati – vedi conferma inevasa del Min. Obradovic nell’incontro dello scorso 5 aprile - ci amareggiano ed offendono l’intelligenza non solo nostra, ma di tutti gli italiani.
Visto che nessuna protesta seria sin’ora è stata fatta sul nostro caso, Vi richiediamo gentilmente di indire una conferenza stampa nei Vs. uffici - alla quale parteciperemo - onde chiarire e pubblicizzare definitivamente il ns. problema.

Da ultimo Vi preghiamo che nei prossimi incontri che andrete ad organizzare con gli imprenditori italiani di non falsificare la realtà e di ben precisare i rischi e le difficoltà che potrebbero incontrare nell’operare in quel paese. Per evitare possibili incomprensioni future, ed arrabbiature non necessarie, siamo almeno a pregarVi di far annullare le Convenzioni bilaterali a suo tempo sottoscritte e da Voi ben poco considerate.

Gianfranco Ladini

16 marzo 2012

Amicizia italo-serba: tra triangolazioni e delirio mediatico


La crisi economica e la migrazione degli stabilimenti dei grandi marchi 'multinazionali' del Made in Italy ha fatto scoprire ai media italiani la Serbia e le terre d'oltremare dei Balcani. Si parla di Eldorado dell'Est, di patria degli incentivi pubblici per gli investimenti esteri, di manodopera a basso costo, cavalcando così sulla cresta dell'onda la propaganda costruita da Belgrado, con il sostegno di Banca Mondiale e BERS. L'interessante reportage di Repubblica è sin troppo miope e fuorviante, perché, nel tentativo di denunciare l'esodo delle imprese italiane, lancia il terribile messaggio che "investire in Serbia è un vero affare", meglio di Cina e India, mercato del grande business di banche e zone franche.

Un'Italia all'estero che non c'è
Conferenzieri della 'new economy', associazioni di imprenditori, nonché esperti dell'Istituto del Commercio Estero – ovvero ciò che ne resta – si sono tutti attivati per riempire sale e forum di imprenditori disposti ad investire. Oggi sono divenuti consulenti dell’internazionalizzazione di impresa, nonostante in questi anni non siano riusciti a costruire una rete logistica italiana. Si è dovuta scomodare la FIAT per risuscitare l'amicizia italo-serba, e dimenticare in una stretta di mano i bombardamenti e i crimini dei 'serbi macellai'. Prima della ricucitura della partnership storica tra il Lingotto e la Zastava, la presenza italiana in Serbia era solo un business di 'makarona' o 'zabar', come spesso vengono definiti gli italiani da romeni e slavi. Un dramma questo derivante anche dal fatto che il cosiddetto Made in Italy non esiste, visto che le grandi istituzione italiane all'estero sono più impegnate a fare gli intellettuali a 20 mila euro al mese che costruire qualcosa nell'interesse del Paese, restando così servi delle Banche. Cercheremo quindi di fare le dovute precisazioni per evitare che il pubblico e le imprese italiane vengano disinformate dai servizi giornalistici del Gruppo De Benedetti.

La falsa internazionalizzazione e l'inganno degli incentivi
In primo luogo, va osservato che la migrazione delle imprese in Serbia rientra nel periodico ciclo di delocalizzazione che segue un trend mondiale di espansione o retrocessione dell'economia. Prima vi sono state quelle della Romania e della Polonia, tanto che questa della Serbia viene anche definita migrazione di ritorno, dopo il fallimento di parte degli investimenti sui mercati dell’est, alla caccia di nuovi incentivi offerti dagli Stati in transizione. Gli esempi della selvaggia internazionalizzazione avvenuta per esempio sul mercato romeno dimostrano che la politica degli incentivi è una misura di breve termine, che distrugge il mercato se non è accompagnata da una logistica strutturata, da rapporti consolidati e da un valore aggiunto dei prodotti venduti.
In secondo luogo bisogna distinguere i casi di internazionalizzazione di giganti come la Fiat e Benetton, che hanno un apparato strutturato e contatti diretti con i Governi, dalla situazione in cui si trovano le piccole e medie imprese, che non hanno le risorse per potersi difendere dalle difficoltà e dal rischio di un'economia instabile. Lo sbaglio più grande è poi illudersi di potersi affidare alle Camere di commercio italiane, all'ICE o agli addetti delle ambasciate, che hanno già dato prova di non essere in grado di proteggere gli investimenti italiani all'estero, come è avvenuto e avviene tutt'oggi in Croazia, in Albania o in Montenegro. Non dimentichiamo, a tal proposito, il caso della Dalmatinka dei F.lli Ladini che, nonostante la Croazia fosse già nella fase di stabilizzazione e adesione europea, ha commesso un plateale abuso violando le leggi europee e la convenzione italo-croata. Allora, le autorità italiane non riuscirono ad imporre il rispetto della legge, facendo degenerare la situazione sino al fallimento e alla ritorsione dei lavoratori. Purtroppo, il caso de La Distributrice non può essere considerato 'isolato', perché nei Balcani sono centinaia i casi di imprese saccheggiate ed occupate, una volta finiti gli incentivi e gli investimenti agevolati. Gli arbitrati internazionali e la Corte Europea, come strumenti estremi di riparazione, sono tra l'altro accessibili solo a società strutturate finanziariamente, tale che alle altre piccole imprese non resta che lasciare tutto quello che hanno costruito. Per cui, quando un bel giorno finiranno gli incentivi, allora i sindacati cominceranno l'opera, con i tribunali, l'attivissima politica dei bassi fondi e il saccheggio delle aziende. In questo frangente così delicato l'ICE sparirà, l'ambasciata consegnerà una lista di avvocati o invierà qualche timida lettera nella quale scrivono sempre la solita frase: "Qui siamo ospiti, noi non possiamo fare molto".

Stato sociale critico
Purtroppo il giorno del crack arriva sempre, perché questi Paesi non conoscono ancora una stabilizzazione, e l'integrazione europea richiederà molti anni e soprattutto sacrifici immani, a cominciare dal taglio agli aiuti alle imprese private. Incentivi significano, per i Governi locali, ulteriori debiti, che ad un certo punto vengono bloccati dal Fondo Monetario Internazionale: a fronte di nuovi crediti, chiederà riduzioni di costi, tale che il sostegno ad investitori esteri potrebbe divenire una moneta di scambio, un'arma, una leva di potere, in mano a chi decreta i Paesi che vincono e quelli che perdono. Gli stessi vantaggi dei bassi salari, sono un costo che la Serbia oggi è disposta a pagare, ma che un domani dovrà recuperare, se non vuole scatenare la frustrazione e il rancore di un popolo che aspira a divenire europeo.

Il business del mercato russo
Un monito questo che vale anche per i vantaggi alla riesportazione e allo sfruttamento dell'Accordo di libero scambio con la Russia. In primo luogo, la Serbia oggi usa quell'accordo per esportare soprattutto prodotti alimentari, mentre dal punto di vista industriale non sembra abbia avuto molti successi, in quanto la burocrazia dei Paesi degli Stati Indipendenti è complessa e diametralmente opposta. In ogni caso per beneficiare di quell’accordo occorre vendere prodotto “made in Serbia”. D'altro canto, anche in questo caso si tratta di un vantaggio di breve termine, in quanto già vi sono segnali da Mosca e da Bruxelles, che l’Unione Doganale Russia-Bielorussia-Kazakhstan potrebbe essere in conflitto con il mercato unico europeo. Integrazione della Serbia significa anche “rinuncia agli stretti rapporti con la Russia”, come ha anche ricordato lo stesso Cremlino. Quando il 'Cattivo' Putin deciderà di sollevare delle frontiere commerciali e decidere chi è dentro e chi è fuori, vedremo se l'UE si esporrà per difendere le imprese italiane che hanno investito in questo business. 

Triangolazioni bancarie e speculazioni
Per quanto riguarda infine in grandi investimenti nel settore finanziario e assicurativo delle Banche italiane, occorre precisare che parte del loro business deriva dalla distribuzione dei fondi per la ricostruzione e i prestiti strutturali di BERS, BEI, Banca Mondiale e BIRS. L’altra quota confluisce spesso in attività speculative. Ovviamente non parliamo di 'lavatrici' o di triangolazioni San Marino-Cipro-Belgrado, anche perché non vorremmo che un giorno qualcuno a Bruxelles decida di fare degli accertamenti. Il caso Hypo Bank è esemplare, ma ricordiamo bene che l'Italia non è l'Austria e chissà se riuscirebbe a far fronte alla situazione e a sedare gli scandali di corruzione. Non dimentichiamo poi gli affari della green-energy sponsorizzati da Fondi di investimento lussemburghesi, con contratti miliardari per le imprese lombarde, per realizzare impianti fotovoltaici tra i più grandi del mondo .

Piano industriale superficiale
Va evidenziato che, tutto ciò che l’Italia ha in mano è un piano industriale che ha come scopo quello di esportare in Vojvodina semi-lavorati da etichettare 'Made in Serbia' e vendere in Russia. Insomma, le solite strategie superficiali basate sulla bontà delle autorità russe e sull'amicizia e la simpatia con Belgrado. D'altro canto c'è l'investimento della FIAT che sembra abbia intenzione di ricominciare i 'vecchi business con la Zastava', con la produzione e l'esportazione di auto ed 'altro'. Un grande piano già stabilito da tempo, in cui la funzione dei piccoli imprenditori è quella di fare numero e riempire le sale e le conferenze, organizzate dalla defunta ICE e dalle camere di commercio. Falsi consulenti si nascondono dietro gli incentivi e mercati dai profitti inesistenti, alte parcelle per i business plan e progetti da presentare per gli incentivi.

Delirio mediatico
E' così in atto la cannibalizzazione dei soldi pubblici, tutti attori di uno spettacolo, idee,strette di mano, sorrisi, pacche sulle spalle: benvenuti nel Paese delle meraviglie, la Repubblica di Sorgenia. Ci chiediamo, quindi, dove sia lo Stato e il Governo della Sobrietà, il cui obbligo è garantire uno sviluppo ed un'integrazione sostenibile dei mercati. Tante promesse sono state fatte, per esempio, dal Ministro Terzi , sulle nuove regole per la trasparenza, delle quali non abbiamo ancora avuto un riscontro. Infatti, quando l'Osservatorio  ha chiesto ancora una volta al Ministero degli Esteri e alla Cooperazione Italiana di consultare i tabulati di spesa di alcuni progetti, nessuno sembrava essere a conoscenza delle parole del Ministro. Tra l'altro, le ONG e le Associazioni assunte sono sempre solidali tra loro, protette dalla schiera di media amici e le cosiddette agenzie di stampa sponsorizzate, pronti a pubblicare articoli autocelebrativi . Il delirio raggiunto è a tal punto che "se si vedesse Guliano Ferrara nudo a Belgrado, vi sarebbe senz'altro un opinionista dei Balcani che lo definirebbe 'arte moderna del Made in Italy".


29 giugno 2011

L'Affarismo di Stato

Banja Luka - L'ennesima delegazione di investitori italiana è giunta in questi giorni a Sarajevo, questa volta per presentare l'apertura del nuovo ufficio per la Bosnia della Confindustria Balcani. Sul tavolo delle istituzioni viene messo un progetto di 'consulenza e assistenza' degli imprenditori italiani in Bosnia nonchè di 'incontri e seminari' per nuovi investimenti, insomma un sistema di far impresa fallimentare già in partenza e vecchio di almeno vent'anni. Prima infatti si chiamava Balcanionline.It, che un progetto di circa 1 milione di euro (vedi presentazione) è giunto all'attuale stato pietoso (vedi sito). La stessa ICE ha portato avanti il suo lavoro con una disfatta totale nei Balcani ed oggi, nonostante sia un ente pubblico finanziato per fornire assistenza alle imprese, fa pagare a caro prezzo i propri servizi di intermediazione, insostenibili per le piccole e medie imprese. Negli ultimi anni l'ICE è senza dubbio divenuta una struttura di raccomandati che sono in vacanza all'estero a spese dei contribuenti italiani. A sentir parlare loro, sembra che siano grandi stacanovisti, ma poi abbiamo potuto constatare con i nostri occhi i disastri delle loro consulenza, a cominciare dal caso della Dalmatinka dei F.lli Ladini, verso la quale è stata perpetrata una completa violazione della legge verso la quale nessuno ha mai alzato un dito.


Adesso lanciano la Confindustria Balcani, altro giro altra corsa: un carrozzone sfiduciato dagli stessi imprenditori italiani che ora cerca di trovare nel Sud Est Europeo un 'mercato di consumatori' promettendo l'Eldorado ai nuovi associati, per nascondere in realtà la loro totale estraneità a questa regione. Nei fatti la Confindustria Balcani non esiste, se non come conferenza di associazioni imprenditoriali già presenti in questi Paesi, organizzando conferenze in grande stile per trainare le piccole imprese che fanno solo da comparsa, accanto a queste grandi società, il cui scopo è creare un cartello di lobby. L'unica carta che giocano a loro vantaggio è la partnership con la Unicredit Bank, qualche appoggio istituzionale e la figura diplomatica degli ambasciatori. Una partnership che noi preferiremmo definire 'Affarismo di Stato', perchè è cosa nota che il Sistema Italia si muove solo per grandi colossi e grandi progetti di investimento, su cui è possibile garantire margini di guadagni a tutte le parti coinvolte. Ovviamente sostenere il Made in Italy fatto di piccole e medie imprese è tutta un'altra storia, essendo il vero banco di prova per chi possieda un sistema di informazione e di logistica forte ed efficiente. Visto che di tutto questo non esiste neanche l'ombra, allora stiamo parlando di 'castelli in aria', di teorie aziendali dell'internazionalizzazione che iniziano e finiscono con un credito o un finanziamento, con fondi IPA e incentivi. Di questa stessa corrente sembra essere il Seenet 2, considerando che ha ottenuto un finanziamento da 11 milioni di euro per creare 'incubatori' di impresa o piccoli caseifici sulle montagne di Mostar. Quando abbiamo chiesto loro i bilanci e i business plan dei progetti da implementare hanno risposto che era necessario motivare la richiesta con un "interesse qualificato". E' lì che sia la Regione Toscana che la Cooperazione italiana si sono nascoste, violando le leggi di trasparenza nell'utilizzo dei fondi pubblici.

La nostra critica è quindi rivolta a questo sistema ormai obsoleto, fatto di un clientelismo che è già tramontato, facendo sempre finta di nulla e pensando di essere nella strada giusta della famosa integrazione. Le segreterie dei Ministri dei Balcani sono piene di lettere di questi intermediari pronti a vendere grandi consulenze, e non sanno come spiegare che questi non sono Paesi di consumatori, ma al massimo di lavoratori che chiedono pane. Restiamo invece senza parole dinanzi alla dichiarazione di Salvatore D'Erasmo, Presidente di Confindustria Bosnia, secondo il quale nei Balcani vi è un mercato di 70 milioni di persone.Lanciarsi in proiezioni così ardite e poi avere la pretesa di farsi esperto e futuro promotore delle imprese è preoccupante. Ci auguriamo davvero che le imprese possano conquistare una posizione, sperando poi che non vengono cacciate o abbandonate a se stesse. Non avendo neanche un sistema di informazione, pur sostenendo di averlo, detta così è solo una presa in giro, la cannibalizzazione delle consulenze e degli incontri vuoti.

Da parte nostra ci teniamo alla larga da questo mondo, difendendo l'idea che il Made in Italy non è fatto solo dalla Unicredit e dalla Maccaferri, e che i nostri ambasciatori non devono farsi scudo delle piccole imprese, che puntualmente vengono illuse e mercificate, in nome delle concessioni energetiche. Se poi si è deciso di ignorare l'Osservatorio Italiano, nonostante le domande su di esso dei dirigenti degli Stati balcanici, cercando di far capire che siamo degli sprovveduti, allora vuol dire che continueremo a ricoprire il nostro ruolo di osservatori, raccogliendo informazioni sulle gesta dei guardiani del Made in Italy nei Balcani. La nostra struttura è una creatura multietnica e gode di vari tipi di finanziamenti, non molto elevati ma grandi a sufficienza da potersi tenere ben lontani dai giochi di speculazioni, creando in questi anni un vero sistema informatico. Così, dopo il successo della piattaforma per le informazioni, sarà presto lanciato il sistema di commercio ed interscambio di servizi elettronico, che farà da porte tra Italia e Balcani. Ad esso aderiranno solo le imprese produttive, con un know-how tecnologico e di esperienza, e con un patrimonio di risorse intellettuali. Sarà un laboratorio industriale che avrà come scopo quello di far recuperare il terreno perso in molti settori per poi consolidare le posizioni nel Mediterraneo. Lo sviluppo economico sarà il nostro unico obiettivo, nessuna lotta alla corruzione per poi diventare i primi corruttori, nessuna campagna democratica con soldi sporchi per poi diventare peggio dei dittatori.

04 novembre 2010

Ladini: fermare la vendita illegale della Dalmatinka

Zagabria/Croazia-Italia - Le società “La Distributrice Srl” e “La Distributrice Investments Srl”, di proprietà dei F.lli Ladini, hanno depositato la scorsa settimana al Tribunale Commerciale di Spalato un esposto per bloccare la vendita della Dalmatinka. La richiesta è stata sottoposta sia al Presidente del Tribunale di Spalato che al Ministero della Giustizia della Croazia, sottolineando come gli atti compiuti dal tribunale risultano illegali e discriminatori nei confronti degli imprenditori italiani. Esso ha infatti agito con parzialità, disattendendo l’autorità della Corte Superiore di Zagabria che aveva sentenziato, oltre sette mesi fa, il diritto all’ammissione nel credito. Ci si aspetta ora una risposta equa e coerente da parte delle autorità croate, e delle stesse istituzioni italiane affinchè intervengano presso gli organi competenti croati per garantire il rispetto della legge. Un'aspettativa nei confronti dello stesso ambasciatore italiano a Zagabria, il quale aveva garantito di seguire il caso con molta attenzione, dopo mesi di trafila presso tribunali ed uffici amministrativi, tra legali e diplomatici. Il caso Ladini continua così ad essere un tragico esempio di quanto le nostre aziende all'estero siano indifese, nonostante tentino di portare avanti l'economia italiana e diffondere il Made in Italy di eccellenza. Ai nostri diplomatici chiediamo una decisa presa di posizione, per far valere i diritti sanciti non solo dagli accordi bilaterali, ma anche dal diritto europeo ed internazionale. Chiediamo, quindi, un'azione che va oltre la mera rappresentanza dei grandi gruppi industriali che hanno conti alle Cayman, perché si schierino stavolta accanto alle piccole e medie imprese, cuore dell'economia italiana.

20 gennaio 2010

Caso Dalmatinka Nova: l’accusa degli imprenditori italiani

Attraverso le parole degli imprenditori italiani che hanno investito nella fabbrica tessile della Dalmatinka Nova, viene alla luce un vero e proprio caso di frode che ha logorato e derubato una società, violando sia le norme croate che quelle europee. I F.lli Ladini, proprietari della Distributrice S.r.l., hanno infatti inviato una lettera al Primo Ministro Kosor per denunciare la grave ingiustizia e il trattamento che lo stato croato gli ha riservato. Attualmente, la Dalmatinka Nova è stata dichiarata in fallimento dai sindacati e da alcuni fornitori, con una sentenza che chiede il suo smantellamento e la sua vendita pezzo per pezzo. Giornali e televisioni croati hanno a più riprese evidenziato le colpe della società italiana, compiendo una vera e propria disinformazione del caso della Dalmatinka e fomentando rabbia e disprezzo per la società italiana. E' giunto però il momento che le ambasciate e le istituzioni italiane all'estero si attivino affinchè le norme e i contratti siano rispettati, nell'ambito della legalità e della trasparenza, a tutela degli investimenti esteri italiani. Tali episodi di 'banditismo statale' non aiutano né lo sviluppo della cooperazione intestatale, né lo sviluppo delle imprese italiane nei mercati dei Paesi vicini per sostenere esportazioni e la produzione interna.

Dopo una lunga vicenda legale, esasperati dalle ingiustizie subite, i F.lli Ladini, proprietari dell’azienda tessile Dalmatinka Nova, hanno inviato una lettera al Primo Ministro Jadranka Kosor per chiedere giustizia. La stessa lettera, è stata anche inviata a diverse Istituzioni croate ed europee, nella speranza che qualcuno dia ascolto alle richieste degli imprenditori italiani. Parole che risuonano come una vera e propria denuncia, come già fatto attraverso comunicazioni dell’ufficio di Presidenza del Primo Ministro Berlusconi e dell’ufficio del Presidente della Commissione Europea Barroso, circa le gravi ingiustizie e ripetute illegalità subite in Croazia dalla società degli imprenditori Gianfranco e Livio Ladini “La Distributrice S.r.l”. Secondo quanto dichiarato dagli imprenditori italiani, unico proposito di queste discriminazioni e azioni illegali, che vanno avanti da 5 anni, è di espropriare, senza alcun diritto, gli investimenti che la società “La Distributrice S.r.l” ha fatto a Sinj, con l’acquisto dello stabilimento tessile Dalmatinka Nova, a seguito di un regolare appalto internazionale. I fratelli Ladini ritengono responsabili l’Ufficio del Fisco del Ministero della Finanza croato, il Tribunale Commerciale di Spalato, sindacati e profittatori locali. “La nostra società - spiegano nella lettera gli imprenditori - aveva seri progetti per la Dalmatinka. Ciò è dimostrato se si osservano i nostri registri contabili, da dove risultano investimenti per più di 10 milioni di euro in capitale azionario, scorte di magazzino, forniture, sviluppo e modernizzazione degli impianti e delle capacità di produzione, ricerche di mercato e molto altro”. L’accusa alle autorità e Istituzioni croate è quella di aver fatto finta di niente tollerando, o forse sostenendo, azioni illegali per coprire le impunità.

Ripercorrendo i fatti, il Fisco croato, attraverso l’ufficio di Spalato, ha richiesto il pagamento delle tasse sui capitali investiti nella Dalmatinka Nova, capitali inviati dall’Italia attraverso una regolare procedura della Banca d’Italia, e registrati nella Banca Nazionale di Croazia, come pure nella contabilità dell’azienda. “La richiesta del pagamento delle suddette tasse sul capitale investito - si legge nella lettera - va palesemente contro le leggi sia croate che europee. Il Fisco ha poi ripetutamente bloccato il conto bancario della nostra società, sottraendo illegalmente una cifra di circa 3 milioni di kune. Questa azione ha intralciato i processi di produzione causando, ovviamente, ingenti danni alla nostra società, ai 420 lavoratori della Dalmatinka e personalmente a noi proprietari”. Successivamente, il sindacato dei lavoratori NHS di Sinj, con il sostegno del Ministero della Finanza e del Tribunale Commerciale di Spalato ( nella persona del giudice Ivan Basic), ha approfittato della situazione per chiedere il fallimento della Dalmatinka per il mancato pagamento dei salari ai dipendenti nei termini di legge. “I lavoratori sono entrati in sciopero – spiegano Gianfranco e Livio Ladini - ma tutti sapevano che i salari non potevano essere pagati perchè il nostro conto corrente era stato bloccato illegalmente dal Ministero”. In data 29 Gennaio 2008, il giudice Basic ha avviato le procedure per dichiarare il fallimento per bancarotta della Dalmatinka. Il Tribunale di Secondo grado di Zagabria al quale ci eravamo rivolti ha tuttavia revocato l’azione del Giudice perchè dichiarata illegale. Sfortunatamente, però, questa non è stata la conclusione della spiacevole vicenda.

Per le stesse motivazioni, dichiarate assolutamente illegali dal Tribunale Superiore di Zagabria nell’Aprile del 2008, il giudice ha avviato una nuova istanza sei mesi dopo sempre a seguito di iniziative del sindacato NHS, che continuava a chiedere il pagamento dei salari arretrati e con il c/c nuovamente bloccato dal Ministero delle Finanze (dipendenti che comunque non lavoravano da svariati mesi). “ In data 14 luglio 2009 – continuano i F.lli Ladini - il giudice Basic ha violato e negato i nostri diritti di difesa impedendoci di essere presenti all’udienza per l’accusa di bancarotta. In quella sede avremmo potuto provvedere, nonostante tutto, a fornire delle adeguate garanzie bancarie in alternativa al blocco del nostro conto corrente”. I f.lli Ladini affermano inoltre che il Tribunale, in quell’occasione, aveva accettato le false dichiarazioni del Ministero della Finanza che aveva bloccato il loro conto corrente, tra l’altro per un importo doppio di quello da loro verbalizzato e da noi contestato. Le azioni del Tribunale, e del giudice Basic, hanno di fatto ostacolato ogni possibilità di controllare la procedura di bancarotta negando i crediti vantati da La Distributrice Srl per le forniture effettuate e regolarmente sdoganate per un importo di oltre 6.000.000,00 di Euro ed escludendo così la società dal consiglio dei creditori. “L’espropriazione e la frode contro gli investitori italiani – dichiarano con forza in chiusura della lettera - , tanto odiati, assieme al complotto di speculazione di tipo mafioso messo in atto dalle “gang” locali , è stata alla fine compiuta”.

Attraverso questa lettera, i Ladini richiedono l’istituzione di una Commissione italo– croata che si occupi dei fatti accaduti e del grave danno subito dalla società “La Distributrice S.r.l.”, danni per i quali si richiede un risarcimento. “Siamo sicuri che la Croazia, - concludono gli imprenditori Ladini - in questo momento storico in cui la Repubblica è in procinto di entrare a far parte della Comunità Europea, non possa lasciare impuniti questi crimini. Per la simpatia che nutriamo per il vostro Paese, saremmo davvero dispiaciuti se questo increscioso avvenimento avesse risonanza attraverso le agenzie di informazione Europee”. Senza veli e con molta franchezza, la società italiana esprime il suo profondo malcontento per il trattamento che la Croazia gli ha riservato, come una sorta di ostilità scaturita non solo dall'atteggiamento delle istituzioni, ma anche dei media che hanno contribuito a creare un clima di tensione attorno al caso della Dalmatinka. Giornali e televisioni hanno a più riprese evidenziato le colpe della società italiana nella "cattiva gestione della fabbrica", enfatizzando invece la posizione dei lavoratori che "si sono visti costretti a chiedere il fallimento della società". Il sindacato ha più volte accusato la società di non aver pagato gli stipendi ai lavoratori, "di aver lasciato morire la fabbrica", che "i conti correnti della Dalmatinka Nova erano stati svuotati, e debiti ancora non pagati", mentre la produzione è rimasta bloccata per mesi.

Il tribunale ha poi respinto senza molta premura la richiesta della società italiana di revocare il fallimento, ed ha stabilito di smembrare letteralmente la fabbrica per ripagare i salari e i debiti arretrati, che comunque all’udienza del 24.11.2009 per paghe, contributi e debiti verso il Ministero delle Finanze, ammontavano ad un totale di circa 20 milioni di kune (importo contestato perché i lavoratori da mesi non lavoravano ed il Ministero delle Finanze dovrebbe restituire le tasse prelevate illegalmente). Il comitato fallimentare ha persino stimato che il valore della fabbrica arriva a poco più di 150 milioni di kune (poco più di 20 milioni di euro), che è il valore stimato dei terreni e fabbricati stimati per un valore di 95 milioni di kune, di macchine e attrezzature per 38 milioni, e dell'inventario delle merci in deposito per 1 milione. Insomma, nel giro di pochi mesi, le autorità croate hanno deciso in maniera unilaterale di chiudere l'impresa in cui gli italiani hanno investito, di smembrarla e di svenderla sul mercato, nella più totale impotenza della Distributrice, la quale attende ora una risposta e un qualsiasi intervento a fermare tale decisione ultima. E' giunto però il momento che le ambasciate e le istituzioni italiane all'estero si attivino affinchè le norme e i contratti siano rispettati, nell'ambito della legalità e della trasparenza, a tutela degli investimenti esteri italiani, al pari di quelli americani e inglesi. Tali episodi di 'banditismo statale' non aiutano né lo sviluppo della cooperazione intestatale, né lo sviluppo delle imprese italiane nei mercati dei Paesi vicini per sostenere esportazioni e la produzione interna. Per questo, i nostri deputati all'estero, gli ambasciatori e i funzionari delle camere di commercio devono risvegliarsi dal loro torpore e monitorare i mercati e questo tipo di casi estremi. Le nostre imprese non devono essere un baratto, una mercificazione politica, al servizio delle grandi aziende con conti cifrati alle Cayman. Serve un coordinamento estero italiano senza poltrone o consulenti pagati profumatamente ma nei fatti impotenti, per chiusi nei loro uffici e nelle loro auto diplomatiche.