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10 dicembre 2012
Gasdotto del Baltico-Adriatico: Qatar conferma interesse. Saipem nell'occhio del ciclone
06 giugno 2012
Una primavera balcanica?
21 febbraio 2011
Le rivoluzioni franco-britanniche
Roma/Balcani - "Il Nord-Africa è in fiamme, un'escalation di rivolte trasformatesi ben presto in guerre civili. Questa è la guerra del Mediterraneo, volta a tracciare le nuove sfere di influenza energetiche e sottrarre ogni controllo all'Italia". secondo il quale sono ormai evidenti le manipolazioni delle campagne di disinformazione e dei falsi giustizialismi, volti a creare le "false rivoluzioni colorate" e così delle nuove false capitali islamiche. Un grande ruolo è ora svolto da Internet e dai social-network che rivelano così un volto molto pericolo, ossia di strumento per la creazione di assembramenti e riunioni di protesta, così come per il coordinamento delle grandi masse. In gioco vi sono gli interessi dei giganti petroliferi degli antichi colonizzatori franco-britannici dell'Africa, che con Total, Chevron, Exxon, Shell e BP hanno tracciato i propri imperi energetici, decidendo ora la destituzione di quei Governi che loro stessi hanno contribuito a creare. L'Italia, con i suoi piccoli giganti, è ora costretta ad arretrare sempre di più, vedendosi quasi costretta a lasciare Tripoli e la lunga serie di cooperazioni economiche sottoscritte con Gheddafi, mentre da sola dovrà affrontare l'ondata dei rifugiati che premono sulle coste di Lampedusa.
Tali eventi non potranno non avere un'eco anche nei Balcani, dove i Governi dalla stabilità già precaria rischiano di essere bersaglio di manifestazioni incendiarie, viste le implicazioni etnico-religiose sempre in gioco. Si ingrossano così i forum e i blog che fomentano odio, malcontenti, scontri, utilizzando ogni banale pretesto per accendere le micce degli scontri. Dall'aumento dei prezzi al congelamento delle pensioni, dalla costruzione di una Chiesa all'espropriazione di un terreno. Le zone calde nell'area balcanica sono tante, primo tra tutti il Sangiaccato che rivendica l'autonomia e maggiori diritti per l'etnia bosniaco-musulmana, seguito poi dalla Bosnia Erzegovina, polveriera in cui vengono trafficate troppe armi e troppo esplosivo, ed infine la Macedonia che non ha ancora risolto l'equilibrio interno macedone-albanese. I governi, in questa guerra silenziosa, non hanno strumenti per monitorare queste nuove realtà, in cui vi sono programmi specializzati volti ad innescare conflitti inter-etnici ed interreligiosi, tutto questo gestito in maniera trasnazionale. "I media non rappresentano più la libertà di stampa, ma sono diventati solo ed esclusivamente dei cartelli di disinformazione e di provocazioni, sono delle società private con degli interessi economici. La nuova "rivoluzione internettiana" serve unicamente a cambiare le zone di influenza e a mettere al potere governi-fantoccio ingovernabili - -.L'Italia resta a guardare impassibile questo scenario paradossale, in cui sia la Russia che l'America o l'Inghilterra, e persino l'ultimo paese sperduto, possono infliggere ovunque un qualsiasi colpo.
27 novembre 2009
La guerra delle reti tra Italia e Slovenia
Il Sottosegretario italiano all'Ambiente, Roberto Menia, ha accusato il Governo sloveno di opporsi alla realizzazione del terminal di gas di Trieste non per "le conseguenze ambientali che ci potrebbero essere in Slovenia", ma per interessi meramente economici. "La Slovenia utilizza le motivazioni ecologiche e climatiche perché come un velo copre certe cose, anche loro stanno nascondendo delle ragioni economico-commerciali", afferma Menia, sottolineando che l'Italia costruirà questo terminal e che la politica energetica europea dovrebbe tener conto dei vantaggi che esso comporta in termini di riduzione dei rischi del clima e dell'aumento della sicurezza energetica della regione. Il Governo italiano ha approvato la costruzione di un terminal del gas e di un rigassificatore, secondo il progetto della compagnia 'Gasnaturale', che dovrà essere realizzato a Zaule, vicino Trieste, al confine con la Slovenia. I lavori dovrebbero iniziare il prossimo anno, e i costi si aggirano intorno ai 600 milioni di euro; la sua capacità potrebbe raggiungere gli 8 miliardi di metri cubi di gas all'anno. La Slovenia è contro questo progetto e ha fortemente protestato, minacciando di portare l’Italia davanti alla Corte Europea per la violazione delle norme ambientali e della tutela del territorio. Menia, nelle sue parole, allude alla recente dichiarazione da parte del ministro sloveno, Matej Lahovnik, secondo la quale la Slovenia, dopo il contratto firmato con la Russia sulla cooperazione per la costruzione del 'South Stream' non vuole avere più compratori. "Penso che chiarisce molte le cose la dichiarazione pubblica che la Slovenia ha interesse a cooperare alla costruzione del terminal croato di Krk", ha detto Menia alludendo alla recente dichiarazione del ministro sloveno Matej Lahovnik secondo cui la Slovenia è interessata al terminal croato per garantire la diversificazione delle fonti di approvvigionamento. Lo stesso Lahovnik ha confermato che Lubiana non ha alcuna opposizione nei confronti del progetto croato, e che già in passato ha espresso il proprio interesse contribuendo a questo progetto con la partecipazione della slovena Geoplin sloveno dell’uno per cento.
Storia diversa per il rigassificatore di Zaule, visto che il Governo sloveno continua a ribadire che ci sarebbero delle conseguenze catastrofiche sia per il mare che per la terraferma. Negli incontri avvenuti in precedenza per stilare l'accordo era stato definito che tutta la documentazione avrebbe dovuto passare il vaglio degli sloveni affinchè potessero analizzarla nel dettaglio. Lo stesso Ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, ha affermato che la Slovenia non ha prove per portare l'Italia davanti alla Corte europea e che l’Italia farà dei trattati con la Slovenia essendo sua vicina di casa. "L'Italia rispetta le regole del suo vicino e per questo ci consulteremo, ma la consulenza non è la stessa cosa se teniamo conto della decisione congiunta. In veste di giurista, non vedo alcuna base giuridica per poter fare una causa contro l'Italia e spero che ciò non accada", ha affermato alcune settimane fa Frattini. La Slovenia si oppone fermamente al progetto, e il Ministro dell'Ambiente, Karl Erjavec, in caso di realizzazione del progetto, è pronto ad accusare l'Italia presso la Corte Europea perché ritiene abbia sottovalutato gli impatti negativi sull'ambiente e i fattori di sicurezza del Terminal. Ha richiesto ulteriore documentazione al Ministro dell'ambiente italiano, che ha rilasciato la licenza per la prosecuzione della costruzione. Ciò in considerazione del fatto che, come ricorda anche Frattini, il terminal ha lo scopo di garantire la sicurezza energetica nazionale in modo che l’Italia raggiunga gli standard degli altri Paesi europei. Per Frattini l’interesse nazionale non deve essere sopraffatto da quello locale e i procedimenti in corso nei tribunali italiani, data l’opposizione di alcune regioni, presto saranno conclusi e così si potranno avviare i lavori.
Dalla Slovenia arrivano invece le seguenti parole: “Questo è il momento giusto per dimostrare l'importanza della Slovenia nell’UE; l’Italia per costruire ha bisogno del nostro appoggio“. E’ legittimo porsi una domanda: dietro l’opposizione ci sono degli interessi economici? Analizzando tutte le carte in tavola emergono due punti di vista fondamentali: esiste senz'altro un interesse economico della Slovenia a spostare il suo polo energetico verso i Balcani e non verso l'Italia, ma vi è anche un interesse politico come desiderio di riaffermare il proprio ruolo in Europa e nell'Adriatico. Dinanzi a questi due aspetti, quello ecologico-ambientale sembra passare in secondo piano. Il problema energetico però resta, considerando che ai paesi dell'UE serviranno molti investimenti pubblici e privati per collegare le diverse reti nazionali del gas. La crisi russo-ucraina, che ha avuto come risultato l’interruzione della fornitura per la gran parte dei Paesi dell'Unione Europea, dovrebbe far riflettere sulle esigenze dell'intera regione e disincentivare coloro che vorrebbero utilizzare il gas come arma. Evidentemente, si è innescata invece da tempo la guerra delle infrastrutture, delle reti, dei gasdotti. Vediamo Paesi che si schierano dalla parte del Nabucco o del South Stream, altri sui rigassificatori o i terminal, in quanto è la rete la chiave della sicurezza energetica, rete intesa sia a livello politico (per la ricerca delle fonti) sia a livello economico-infrastrutturale.
13 novembre 2009
L'Albania lancia ambiziosi progetti energetici con Caucaso e Qatar
Un'importante iniziativa è emersa nel corso della Conferenza, ossia quella relativa ad una iniziativa in corso tra i Governi di Azerbaigian, Turchia e altri paesi del Mediterraneo, per la costruzione dell'oleodotto che dal Caucaso giungerà in Albania e terminerà in Europa, conosciuto come "Transadriatik 1". Questo progetto ambizioso, che verrà costruito da due compagnie straniere, una svizzera e l`altra norvegese, si svilupperà contemporaneamente alla realizzazione con il governo di Qatar di un impianto di rigassificazione e di una centrale termoelettrica a gas nella regione di Seman, che dovrebbe ospitare un vero e proprio complesso energetico. Ad esso sarà connesso il progetto della compagnia "ASG Power" volto al trasporto di acqua potabile mediante cisterne verso i paesi del Golfo Persico. Si tratta di un progetto sostenuto direttamente dal Governo albanese, che sta svolgendo dei negoziati ad alto livello con il Qatar, uno dei Paesi tra i più importanti nell'esportazione di gas liquido a livello mondiale. Il Premier Berisha ha infatti tenuto a precisare che ha negoziato personalmente con il Qatar i contratti per la fornitura di gas all'Albania, sottoscrivendo lo scorso maggio un accordo di collaborazione economica, commerciale e tecnica tra i due Paesi. Attualmente, le negoziazioni sono ancora a livello d`intesa. “Tutta la pioggia che cade in Albania, cade invano dell'Adriatico senza essere utilizzata", ha dichiarato il direttore della compagnia Agim Gjinali, nel corso della presentazione del suo progetto.
Secondo Gjinali, il progetto vedrà l'utilizzo efficiente di navi cisterna che, oltre a trasportare gas dal Qatar in Albania, porteranno acqua potabile dall'Albania agli Stati del Golfo Persico. La compagnia “ASG Power” ha reso noto, inoltre, di aver svolto degli studi per la costruzione di un impianto di rigassificazione del gas liquido a Seman, con una capacità di 30 miliardi di metri cubi all'anno, affiancata da una centrale termoelettrica dalla potenza istallata di 1200 MW e due condutture, di cui una per portare una parte del gas verso l`Italia e l`altro per fornire il gasdotto "Nabucco" in Bulgaria. “Circa 150 navi all'anno arriveranno a Semar per trasportare nel Mediterraneo il gas del Qatar. Nel viaggio di ritorno, di solito, le cisterne vengono riempite con acqua di mare per garantire un equo bilanciamento della nave durante la navigazione. Secondo il piano, perciò, esse saranno riempite con acqua potabile in Albania, per poi essere consegnata ai Paesi del Golfo", spiega. Molti Paesi arabi utilizzano la tecnologia della desalinizzazione dell'acqua marina per produrre acqua potabile di pessima qualità, ad un costo di oltre 50-60 centesimi di dollari a metro cubo. Secondo Gjinali, tutto il complesso energetico di Seman aumenterà l`efficienza delle varie fasi di stoccaggio e trasporto del gas, il che rende il progetto attrattivo da diversi punti di vista. “La centrale termoelettrica produrrà energia termica, che verrà usata dall'impianto di rigassificazione per liquefare il gas. Il GNL importato verrà usato in Albania per la produzione d`energia elettrica: l`energia e il gas verranno esportati in due direzioni diverse", ha spiegato Gjinali. Alla Conferenza organizata dalla IDB (Saudi-based Islamic Development Bank) in Albania, erano presenti vari Ministri deI Governo albanese, il Presidente dell'IDB Muhamed Ali, il Direttore Generale dell'OPEC per lo sviluppo, Sulejman Jasir Al-Herbish, imprenditori nazionali, rappresentanti di istituzioni economiche internazionali, investitori stranieri, rappresentanti del corpo diplomatico.
29 settembre 2009
Il PEOP in fase di stallo dopo il no della croata Janaf
La costruzione dell'oleodotto pan-europeo (Pan European Oil Pipeline - PEOP) sembra essere giunto ad una fase di stallo, dopo che la Croazia ha bloccato il decorso del progetto, non avendo pagato la tassa d'iscrizione al consorzio pari a circa 50.000 euro. Lo hanno affermato ieri i membri del consorzio per l'agenzia rumena "Actmedia", al termine dell'incontro degli imprenditori rumeni e kazaki, tenutosi lo scorso fine settimana ad Astana. Il PEOP è un progetto in fase di elaborazione a cui hanno aderito sinora Romania, Serbia, Croazia, Slovenia e Italia, mediante il quale si instraderà il petrolio russo e quello del Mar Caspio fino all'UE. Il gasdotto che collega Costanza a Trieste, e poi tutti i paesi lungo la sua direttrice, sembra essere in fase di stallo, su ammissione dello stesso Segretario di Stato rumeno presso il Ministero dell'Economia, Tudor Serban, secondo il quale "il lavoro del consorzio che gestisce con il PEOP non può dare dei risultati reali, se non vi è l'impegno degli azionisti della società italiana e della croata Janaf". Queste infatti rappresentano delle controparti d’importanza strategica ai fini della realizzazione del progetto, nonchè Paese consumatore.
Seccondo la società croata, il PEOP ha bisogno delle raffinerie dell'Italia (da cui la stessa Janaf si rifornisce), tale che non ci sarebbe bisogno di costruire un nuovo gasdotto, se il PEOP non andasse a rifornire i paesi dell'Unione europea. Già nella fase iniziale di preparazione del progetto è necessaria una stretta cooperazione con il governo italiano, dei proprietari dei terminal e delle raffinerie, che sono in parte controllate dalle stesse società che sfruttano i giacimenti petroliferi nella regione del Mar Caspio. Inoltre, a causa della mancata partecipazione della Slovenia si avranno maggiori costi d’investimento nella costruzione dell’oleodotto nella sezione che attraversa in gran parte il mare, il che aumenta anche il rischio ambientale nell’Adriatico settentrionale . C'è da considerare che, nel frattempo, hanno cominciato a costruire anche altri gasdotti alternativi al PEOP che trasporteranno petrolio del Mar Caspio e dalla Russia attraverso i porti del Mar Nero, come il Burgas-Aleksandroupolis, l’oleodotto Kazakhstan-Cina, e l'oleodotto Samsun-Ceyhan.
Per tutte queste circostanze la Janaf nel luglio del 2009 ha richiesto delle consultazioni e delle linee guida per le future attività del Ministero dell'Economia, del Lavoro, e dell’imprenditorialità mentre ha riferito ai partner che "congela" le sue attività per il progetto fino a quando non viene chiarita la posizione nei confronti del Governo croato. Dunque, il Pan European Oil Pipeline (PEOP), detto anche oleodotto Costanza-Trieste, rischia di essere rinviato a data da destinarsi, considerando che le società che stanno realizzando il progetto, quali le società romene Conpet ed Oil Terminal, le società JP Transnafta (Serbia) e Jadranski Naftovod (Croazia), hanno deciso di rinviare alla fine di settembre la nomina del nuovo direttore generale, che avverrà in occasione del prossimo incontro a Belgrado.
30 giugno 2009
L'accordo Mosca-Baku fa saltare gli equilibri delle forniture di gas
La visita del Presidente russo Dmitri Medvedev nella capitale azerbaigiana Baku, segna una delle tappe più importanti del tour il Medio Oriente e nel Caucaso del rappresentante del Cremlino. Replicando con pochi giorni di distanza il viaggio fatto da Barak Obama, Medvedev visita l'Egitto e alcune repubbliche dell'Africa nera, portando a casa accordi su energia, investimenti e miniere di diamanti. La capitale caucasica sembra chiudere in grande stile questo tour, incastonandosi perfettamente sia nel quadro politico-strategico della Russia, che quello economico-energetico, in vista del G8 de L'Aquila dove saranno protagonisti i grandi temi di ordine e politica mondiale, ed in considerazione dell'attuale controversia con l'Ucraina. Il Caucaso, che sta aspettando la visita del Vice Presidente americano Joe Biden, continua ad essere una terra oggetto di disputa da parte di Europa-Usa e dalla Russia, sia per la sua valenza politica come zona cuscinetto, sia per il ruolo nella pianificazione delle strade del gas. Tra l'altro, l'Azerbaigian in particolare, rappresenta uno dei principali partner strategici individuati da Bruxelles per garantire fonti di fornitura al gasdotto europeo del Nabucco.
Il gasdotto europeo, dalla capacità di 27-31 miliardi di m3 all'anno e una lunghezza di 3300 km, aveva definito come Paesi di approvvigionamento, l'Azerbaigian , il Turkmenistan, l'Iran nonché Iraq ed Egitto: tutti Stati che sono stati, in un modo o nell'altro, avvicinati dal consorzio del gas italo-russo o dal Cremlino con una proposta di cooperazione. Considerando che l'attuale situazione dell'Iran e la non disponibilità del Turkmenistan, l'Azerbaigian poteva essere uno dei più probabili partner del Nabucco, fermo restando gli accordi già presi con i russi. Di fatti, lo scorso giugno 2008, che il capo della holding russa, Alexei Miller, aveva già proposto a Baku di vendere a Mosca il gas prodotto nella seconda fase del progetto Shah-Deniz. Gazprom si era detta pronta a pagare un prezzo a Baku in funzione delle condizioni ottenute con la parte europea, con la detrazione delle spese di trasporto, di commercializzazione e un ragionevole livello di guadagno per la società. Un progetto che giunge in porto proprio con la ratifica dell'accordo di intesa tra Dmitri Medvedev e le dirigenza azerbaigiana, anticipando così che la società russa diventerà tra i principali acquirenti di gas derivanti dalla seconda tranche di estrazione del grande giacimento situato a Shah Deniz , nel Mar Caspio.
Infatti, la firma dell'accordo da parte del CEO di Gazprom Alexei Miller e il Presidente della Società nazionale petro-gassifera dell' Azerbaigian (GNKAR) Rovnag Abdoullaiev, ha avuto luogo dopo che i negoziati tra i presidenti Dmitry Medvedev e Ilham Aliyev a Baku. I due amministratori delegari hanno raggiunto ieri un accordo con Gazprom per l'acquisto di gas, stabilendo che l'holding russa, che al momento non compra il gas azerbaigiano, avrà a disposizioni importazioni per 500 milioni di metri cubi a partire dal 1 ° gennaio 2010. "Abbiamo convenuto che Gazprom sarà tra gli acquirenti del gas prodotto dalla seconda tranche del giacimento di Shah Deniz deposito, e che ad essa venga data una certa priorità ", ha detto Miller, spiegando che "se altri acquirenti vorranno ottenere lo stesso gas, dovranno proporre delle condizioni più allettanti a vantaggiose di quelle proposte da Gazprom". Scoperto nel 1999, il giacimento di Shah Deniz campo, con una superficie di circa 860 km2, si trova a 70 km dalla costa dell'Azerbaigian nel Mar Caspio, ed è uno dei più ricchi di gas del mondo. Le sue riserve costituiscono 1.200 miliardi di m3 di gas . Allo stesso modo, il Presidente azerbaigiano, Ilham Aliyev, ha reso noto che Baku ha in programma di aumentare le esportazioni di gas verso la Russia, nella misura in cui la produzione nazionale di gas aumenterà. Secondo Aliyev, il potenziale del Paese è enorme e la produzione potrebbe raggiungere i 27 miliardi di metri cubi nel 2009, per un totale di 30 miliardi di euro nel 2010, utilizzando i gasdotti esistenti ,
Sembra dunque che sia sempre più vicino il progetto di Gazprom di aumentare il flusso di esportazione del gas in Europa, soprattutto in un periodo di crisi economica e di possibile rivalutazione del prezzo del gas e del petrolio, nonché dell'estensione dei progetti di realizzazione delle reti di trasporto, grazie all'Italia e alla Serbia. Gazprom ha, come obiettivi essenziali, quello di entrare nel Mediterraneo e controllare il trasporto del gas, e quello di monopolizzare il mercato del gas europeo. Un progetto che ha subito una lieve battuta d'arresto con la crescente crisi economica, con la riduzione della domanda di gas in Europa pari al 5%, mentre le consegne di combustibile blu sono diminuite di circa il 60%, tale che la Gazprom, in aggiunta alla sua perdita di profitti, ha ceduto ai suoi concorrenti nella quota di mercato in Europa. Infatti, dopo che nel quarto trimestre del 2008, il prezzo del gas ha raggiunto un picco temporaneo di 500 dollari per 1.000 m3, lasciando tale prezzo invariato nei primi mesi del 2009, le società europee hanno notevolmente aumentato il consumo di gas naturale dai loro deposito sotterranei, stimato dalla dirigenza russa pari al 65% . Da tutta questa storia della crisi e della crisi economica, pare abbiano vinto le compagnie inglesi e quelle norvegesi, che hanno saputo approfittare del conflitto tra Mosca e Kiev. Da tali dinamiche, abbiamo potuto constatare come i grandi progetti del monopolio del gas russo hanno subito una forte accelerazione , portando a maggiori pressioni per la pianificazione del Nord Stream e South Stream. Progetti che si riveleranno decisivi quando il risiko degli Stati sarà finito, e alla Gazprom non basterà che trarne i profitti.
01 giugno 2009
Gas, petrolio e nucleare: si prepara la strategia post-crisi
I recenti vertici tra gli alti rappresentanti delle otto potenze del mondo hanno evidenziato la profonda divisione degli Stati nella pianificazione di una strategia energetica. Sia il vertice Russia-UE di Khabarovsk che il G8 dell'Energia di Roma non sono riusciti ad elaborare un piano congiunto per lo sviluppo dei progetti dell'energia, rilevando così la grande divisione su temi che in sostanza vanno ad incidere anche sulla sicurezza nazionale. La Conferenza di Roma, dal tema "Oltre la crisi. Verso un nuovo mondo di energia", non ha aiutato a definire come affrontare i nuovi progetti al fine di garantire la sicurezza energetica e uno sviluppo stabile di post-crisi, rimandando tutto al vertice del G8 che si terrà in Italia dall'8 al 10 giugno. In particolare, la relazione presentata durante l'incontro con l'Agenzia internazionale dell'energia (AIE) ha rilevato come il consumo globale di energia elettrica nel 2009 si ridurrà del 3,5% (dato risalente alla Seconda Guerra Mondiale), ipotizzando un aumento degli investimenti nel settore energetico dopo la crisi, ossia quando l'industria ad alto consumo di energia ripartirà (come il settore siderurgico).
Un aumento che potrebbe sorprendere gli Stati impreparati ad affrontare il fabbisogno della ripresa economica, tanto che l'AIE si aspetta un disavanzo di petrolio nel 2012, in considerazione del fatto che la capacità globale di estrazione del petrolio si è già ridotta di 2 milioni di barili al giorno, e, se questa tendenza continua, l'economia mondiale perderà 4,2 milioni di barili di petrolio al giorno nel corso dei prossimi diciotto mesi. Il vertice si è concluso con la firma di una dichiarazione congiunta da parte dei ministri dell'energia dei paesi del G8 e dei rappresentanti di 23 paesi emergenti, di cui quattro membri della OPEC con l'Arabia Saudita; una dichiarazione che chiama i partecipanti della riunione di Roma ad effettuare investimenti nel petrolio senza attendere l'inizio della ripresa economica. Per far questo, ritengono che sia ipotizzabile aumentare il prezzo del petrolio, passando dagli attuali 60 dollari al barile a circa 75 dollari, trovando qui ampi sostenitori ma anche forti oppositori, i quali non vogliono mettere a rischio la stabilità della propria economia in un momento così delicato. Pertanto, il problema su come garantire gli investimenti nel settore energetico in tempi di crisi non ha avuto ancora una risposta concreta.
Allo stesso modo, anche il grande problema delle forniture di gas tra Mosca e Bruxelles si è tradotto in un vicolo cieco, in quanto restano fortemente divergenti le posizioni delle due parti, soprattutto in riferimento alla progettazione della nuova base giuridica per la cooperazione internazionale in materia di energia, per rivedere i principi del trattato per la Carta dell'Energia firmato nel 1991, e formulare il principio di prevedibilità delle forniture di materie prime energetiche. La Russia infatti chiede che la nuova Carta dell'Energia contemperi anche gli interessi dei paesi produttori, e non solo di quelli consumatori. Tuttavia, il Commissario europeo per l'Energia, Andris Piebalgs, ha respinto la proposta russa, affermando che "la Carta è stata firmata e ratificata da tempo da molti paesi, pertanto è impossibile da confutare", oltre che "la proposta russa - secondo i funzionari europei - è troppo vaga", e non va a garantire la sicurezza dei consumatori europei. Il disaccordo si è trasformato pian piano in scontro dopo che un rappresentante di Gazprom ha accusato Piebalgs d'incompetenza e la Commissione europea d'inerzia durante il conflitto del gas tra Russia e Ucraina. Quest'ultima, da parte sua, ha risposto che, prima di far progredire il dialogo sull'energia è necessario che la Russia ripristini la fiducia dei 27 paesi membri dell'Unione europea. Allo stesso tempo, ha annunciato che la nuova strategia energetica europea riguarda la riduzione del 5% di importazioni di gas entro il 2020 e l'aumento del consumo di energia atomica come "combustibile alternativo blu". Anche in questo caso, però, l'Unione Europea dovrà acquistare dalla Russia combustibile nucleare per le sue centrali nucleari, così come hanno fatto gli Stati Uniti. Da tali vincoli, nasce la nuova controversia della necessità di individuare nuovi canali da cui acquistare l'uranio, come ha deciso, infatti, la Francia.
Per quanto riguarda il consumo di gas russo, l'UE intende mantenere l'attuale livello di 300 miliardi di m3 all'anno, mentre Gazprom si prepara ad aumentare le forniture per l'Europa portando a 500 miliardi di m3 all'anno nel 2030. Con riferimento alla gestione del transito del gas, la Commissione Europea propone di istituire un meccanismo di allarme rapido in caso di insorgenza di rischi connessi al transito, come parte del prolungamento della Carta dell'Energia . Nei fatti, non si è giunti a nessun accordo e, nel corso della conferenza stampa dopo il vertice di Khabarovsk, il Presidente russo Dmitri Medvedev aveva confermato la posizione della Russia sulla necessità di sviluppare nuovi accordi in materia di sicurezza energetica per sostituire quelli che esistono oggi, aggiungendo che la Russia non aderirà alla Carta attualmente in vigore. Tuttavia, secondo la stampa russa, il fatto che la Carta ha cessato di essere il fondamento del dialogo tra la Russia e l'Europa è un fatto positivo, in quanto i leader europei sono ora costretti a riconoscere la necessità di nuovi accordi, il cui contenuto dovrebbe essere discusso con la Russia.
Resta però il problema di Kiev, in quanto Mosca ritiene che il normale consumo di gas in Ucraina, come condizione per la stabilità del regime di transito di gas, non sarà garantito a spese di Gazprom per la fornitura dello stoccaggio di gas. L'Ucraina ha infatti bisogno di un prestito pari a di 5 miliardi di dollari, a cui la Russia è pronta a partecipare, in cooperazione con l'Unione Europea, a condizione che Bruxelles riconosca che è impossibile effettuare l'ammodernamento del trasporto del gas, o anche la creazione di un consorzio che gestisce la rete, senza la partecipazione di Mosca. La Russia parteciperà al finanziamento dell'Ucraina per finanziare l'acquisto di gas, se il processo è supportato da Europa e le sue istituzioni finanziarie, ha rilevato un portavoce del Cremlino. A tal proposito Vladimir Putin ha inviato alla direzione dell'Unione europea, una lettera in cui propone di creare un pool di creditori internazionali, per occuparsi della situazione attuale che riguarda la fornitura di gas per l'Ucraina e il transito attraverso il suo territorio per l'Unione europea. L'Europa avrà sicuramente interesse a continuare la cooperazione per il mercato del gas, ma allo stesso tempo è divisa a causa delle pressioni derivanti dalle lobbies del petrolio e quelle del nucleare. Per cui se da una parte si schiera Russia, Italia e Germania, dall'altra vi sono Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna. Entrambi sono gruppi di interesse che agiscono ormai come società multinazionali, che individuano il proprio mercato e per esso lottano. In questa guerra pochi sono compromessi e, qualora vi siano, spesso derivano dal bilanciamento di altri affari. Caso esemplare, gas-automobili: due settori perfettamente complementari.
27 maggio 2009
Il grande gioco
In un periodo in cui l'Italia sta facendo molte scelte difficili, l'intera opinione pubblica italiana sembra totalmente catturata dagli scoop di gossip che orami sono giunti anche in Parlamento lasciando nella penombra le grandi problematiche internazionali. Da una parte c'è l'OPEC del gas, nel cui progetto l'Italia potrebbe essere un partner valido anche se esterno, e dall'altra parte c'è il petrolio, le lobbies del nucleare che non vogliono dividere il mercato dell'energia. Nei fatti, i petrolieri si sentono ancora una volta minacciati, il gioco è questo, e adesso le guerre contro il nucleare e pro-carbone pulito sono vicende tra di loro collegate. In questo confronto geopolitico, il ruolo dei media torna ad essere rilevante in quanto va a creare una distorsione di informazione e di percezione tra l'opinione pubblica di quello che accade, contro lo stesso interesse del Paese. La crisi dell'editoria rende i quotidiani ancora più assetati e ben disposti a manovre di propaganda, per allontanare lo spettro del fallimento, orchestrando così una vera e propria gara di diffamazione gratuita che sta andando oltre il senso civile. Essendo un "grande gioco" l'Italia sembra essere tornata a tutti gli effetti al tempo di Enrico Mattei, quando il Time e lo stesso Indro Montanelli, costruirono polemiche e attacchi mediatici contro l'ENI in difesa degli interessi dei gruppi petroliferi americani.
Il ruolo dell'Italia si incastra nel tavolo diplomatico a circuito chiuso tra Iran e Russia, sul quale si negozia gas e nucleare: per dare a Gazprom e ad ENI le risorse energetiche di cui necessitano per dare basi solide ai prossimi progetti di gasdotti, Teheran sta esercitando delle forti pressioni per avere il nucleare, e con esso esercitare la sua influenza politica sull'itera area del Medioriente. Delle vere e proprie scatole cinesi, sulla cui costruzione molte sono le forze esterne che stanno agendo. Lo stesso Ahmadinejad, affermando che non esiste alcun rapporto fra l'annullamento della missione di Frattini e il test missilistico, lascia intendere che l'Italia ha agito in tal modo "perchè sotto la pressione di altri", precisando che il Ministro degli esteri ha deciso di annullare la visita dopo aver insistito nel tenere l'incontro. Inoltre Teheran esclude che stia avendo un qualche colloquio sul nucleare al di fuori dell'Agenzia internazionale dell'energia atomica (Aiea) , mentre rilancia il dialogo con Barack Obama. È chiaro che gli interessi in ballo sono molto elevati, ne va dell'equilibrio delle forze politiche internazionali. Così non ci meravigliamo se oggi il Primo Ministro italiano viene attaccato da campagne mediatiche scandalistiche, proprio come avvenne per Bill Clinton, costretto poi a bombardare l'Iraq per placare le polemiche che avevano incendiato la Casa Bianca.
Il punto chiave per capire cosa sta accadendo è ricordare che le compagnie multinazionali hanno un loro governo e hanno gente all'interno delle istituzioni - pur non riconoscendo alcuna autorità sovrana - per scrivere a tavolino quello che viene definito ordine mondiale, o anche pianificazione dello sviluppo della ricchezza . Di fatti, gli utili derivanti dalla creazione e dallo sfruttamento della rete delle pipeline, sono il risultato di un complicatissimo sistema di società e paesi offshore, che non fa altro che alzare il prezzo, per avere un tavolo su cui spartirsi i soldi e pagare "tangenti" ai Governi, ai partiti e ai quotidiani. Tutti questi elementi sono essenziali per interpretare cosa sta accadendo in Italia, dopo che Governo, magistratura e Vaticano sembrano essere totalmente focalizzati su una "questione morale" di principio, senza avere nei fatti nessuna prova. Berlusconi, non essendo il Presidente degli Stati Uniti deve accontentarsi di semplice "informazione spazzatura", che a lungo andare si ritorcerà contro gli stessi quotidiani, che avranno perso la propria affidabilità e credibilità, oltre che imparzialità.
Se da una parte vi è l'Europa che vuole una certa autonomia decisionale, per riprendere possesso della propria sovranità, dall'altra vi sono le istituzioni centralizzate di Bruxelles e poi di Washington che sembrano remare totalmente contro. Lo stesso Barak Obama ha deciso così di chiudere in parte il passato, smantellando paradisi fiscali e i grandi progetti falliti, per controllare sempre più da vicino il mondo, mentre cerca di dare una boccata d'ossigeno al suo Paese in bancarotta. Nel frattempo, siamo di nuovo qui a parlare di energia nucleare, all'indomani dello sviluppo di nuovi ed importanti scenari, con nuove ed importati decisioni. D'altra parte, ogni qual volta vi sono delle scelte decisive, si aggredisce e si attacca il proprio nemico invisibile. Il metodo è sempre lo stesso, ma indica pur sempre una falla del sistema. Chi si sente davvero forte non teme i piccoli avversari e non spende soldi per finanziare la sua fine, per cui o non è così forte come vuole far credere, o i suoi avversari non sono poi così piccoli.
21 maggio 2009
Frattini e l'Iran: una strategia vecchia di 50 anni
L'Italia sembra essere interessata all'Iran per gli stessi motivi per cui lo era circa cinquant'anni fa, quando l'ENI gettava le basi del futuro energetico di un Paese uscito dalla guerra come perdente ma destinato a risollevarsi con dignità. Ecco, Roma non cerca questioni sul nucleare o sui missili terra-aria contro Israele, bensì cerca energia, adottando così una vecchia strategia di alleanza con i Paesi produttori di fonti petrolifere a fronte di tecnologia e cooperazione. In questo è affiancata da Mosca, che ha trovato negli italiani dei partner solidi per ogni progetto di rilevanza strategica, intavolando insieme tavoli di negoziati con parti terze, ma anche dalla Libia, dall'Egitto e dalla regione dei Balcani, che costituiscono rispettivamente fonti e transito di energia.
L'Iran è proprio quell'anello mancante ad una catena politico-energetica che ha come scopo quello di raggiungere una certa stabile indipendenza economica dal blocco filo-americano. Ben conscia della propria strategicità, Teheran gioca con i suoi alleati, nel tentativo di trarre da loro quanti più vantaggi possibili, con cui alimentare la propaganda di regime e consolidare le proprie aspirazioni di controllo della regione mediorientale. Un gioco assecondato dai russi, che hanno aiutato l'Iran a costruire la sua tanto agognata centrale nucleare, razionando però la fornitura di combustibile e di tecnologia, quel tanto che basti per dare credibilità al suo Governo dinanzi agli occhi degli iraniani e del mondo.
A questa lotteria della propaganda e della disinformazione si è schierata anche l'Italia, che in un certo senso ha già cominciato ad assecondare gli umori di Teheran, sapendo che è un rischio da correre se si vuole chiudere un progetto altrettanto ambizioso. Non è infatti inverosimile che sia proprio l'Italia quel tassello che manca per creare la struttura dell'Opec del Gas, così come voluta dalla Russia, ossia un ente che non stabilisce il prezzo dell'energia ma coordina i progetti di realizzazione delle condutture, disciplina le norme sul transito e la distribuzione, e contribuisca a riscrivere la carta dell'energia. In un certo senso, già la cooperazione italo-russa sulla costruzione del Blue Stream e tra poco del South Stream, ha dato vita ad un piccolo "cartello" della tecnologia del gas, essendo già una base contrattuale su cui i due Paesi decidono i prezzi al fornitore, la scelta dei paesi esportatori e di quelli consumatori. L'ingresso dell'Iran darebbe maggiore forza e nuova linfa vitale ad un progetto che dovrà dare all'economia europea carburante per l'industria pesante, sostituendo in parte il petrolio, e per favorire la parziale riconversione energetica a fonti meno inquinanti. Non a caso, le società energetiche italiane puntano nel breve periodo su fonti rinnovabili e gas. La chiave di lettura dell'energia ritorna anche nel caso in cui sia il nucleare il vero nocciolo della questione, nell'ottica in cui l'Italia e la Russia potrebbero fornire tecnologia e combustibile all'Iran, in cambio di petrolio e gas.
L'essenza della strategia non cambia molto, in quanto resta pur sempre il dato di fatto che Roma e Mosca si muovono insieme, in silenzio e fuori dagli schemi, motivate dalla convinzione che dalla crisi globale si può uscire più forti e con maggiore equilibrio a livello internazionale. Non basta, infatti, un Presidente nero a rendere il mondo equilibrato nei suoi poteri, ma occorre tenacia e pragmatismo, nonché l'intelligenza di saper agire d'anticipo rispetto ai propri competitor. Una lezione impartita da un altro esempio italiano, quale la Fiat che, da società vicina al fallimento, a leader promotore di una casa automobilistica multinazionale, solo in virtù di una maggiore flessibilità e della sua capacità di uscire dal circolo vizioso del mercato finanziario prima della sua disfatta, fermo restando che molti sono gli errori fatti in passato. Dall'altra parte, però, abbiamo un'industria europea barricata all'interno dei propri mercati (come quella francese), o ridotta al fallimento dalla pessima gestione di entità esterne (Opel-GM), e anche il totale fallimento (Crysler-GM). Che le cose stiano cominciando a girare diversamente se n'è accordo anche Obama che sceglie il piccolo costruttore di auto italiano per impartire "lezioni di vita", per poi inviare il suo Vice nei Balcani per fare pace con le terre bombardate proprio dagli Stati Uniti. Non a caso Biden accetta la Bosnia con la Republiska Srpska, e la Serbia senza il riconoscimento del Kosovo, cercando di aprire un canale diplomatico prima che tali Paesi diventino "europei", per cui soggetti alle regole comunitarie per ciò che riguarda la presenza di "compagnie estere" ed aiuti di Stato. Non stupirebbe il fatto che tra pochi giorni Washington cominci a dialogare anche con l'Iran, accettando così "Teheran con il nucleare".
19 maggio 2009
La nuova americanizzazione dei Balcani
Oggi, la stessa politica della nuova amministrazione, dopo 10 anni, sembra essere meno progressiva ma solo nelle parole. I toni di Biden sembrano essere cambiati, considerando che con la politica “delle botte e risposte” non ha ottenuto nulla; ora è gentile anche nei confronti del Vice Sindaco di Belgrado in visita a Chicago, al Global forum delle città, Radmila Hrustanovic, a cui dice di “amare Belgrado e per tale motivo sta preparando un viaggio” in Serbia. D'altra parte, perché mai non dovrebbe amarla, considerando che semmai dovrebbe essere Belgrado e lo stesso popolo serbo ad avere delle riserve nei confronti dell'America dopo tutto quello che è successo. Si mostra come un ‘vero amico della Serbia’, uno che ha offerto normalizzazione dei rapporti tra Belgrado e Washington, ma anche uno che non dimenticherà il fatto che il Kosovo è uno "Stato indipendente". Proprio per questo si specula che non vorrà incontrare il Ministro degli Esteri Vuk Jeremic, acerrimo sostenitore del Kosovo serbo a livello diplomatico e giuridico, colui che “dà un'immagine di sé di vero nazionalista, rigido e che potrà essere un ostacolo della vicinanza tra la Serbia e la diplomazia americana". "Per ora non vedo come Jeremic possa essere un ostacolo per la Serbia e in questo caso Biden ne esce come il “poliziotto cattivo”. Tutto questo ha l'aria di un gioco - dichiara l'analista politico Obrad Kesic, continuando - la visita di Biden è collegata alle questioni interne dello State Departement e anche alla sua personale promozione. Si aspettava di avere due ruoli all'interno dell'amministrazione di Obama, quello di comunicare tra la Casa Bianca e il Congresso, prendendo il posto del capo dello staff di Obama Ram Emanuel, e quello della politica estera, ma anche qui già vi sono molti che vogliono ricoprire lo stesso ruolo”.
Le autorità serbe, dunque, si preparano ad accogliere il leader americano con solenni cerimonie, grande calore ed ospitalità, mentre sono state preparate tutte le misure per la massima sicurezza. Quando l'Air Force 2 entrerà nello spazio aereo serbo sarà scortato con gli aerei MIG dell'esercito serbo, mentre a Belgrado sono già giunti 150 agenti civili e militari esperti per la sicurezza, oltre al corpo che costituisce la sua personale guardia del corpo. Tutto assomiglia alla sceneggiata dall'anno scorso, quando Zagabria ha visto l'intervento di più di 65000 unità per garantire l'incolumità del Presidente George W Bush. Sono accorsi a Belgrado anche i corpi antiterroristici della Francia, RAID, insieme con i militari speciali serbi Kobra, che hanno tenuto per l'occasione un'esercitazione congiunta alla presenza del Ministro della Difesa serbo Dragan Sutanovac e l'ambasciatore francese in Serbia, Jean François Teral.
Ad ogni modo, la Serbia si conferma essere la terra di confine in cui il potere tra Europa e America si scontra, in quanto gli Stati Uniti non lasceranno mai che i Balcani diventino una "zona di influenza europea". Un conflitto che dimostra anche le gravi contraddizioni interne all'Unione Europea, pagando così la sua politica non unita, ambigua e sottoposta all'America. Gli errori che l'UE ha fatto in passato con la sua politica estera è che in realtà non è mai esistito un vero confronto con l'America o la Russia, e questa tendenza non potrà essere cambiata in così breve termine. I dilemmi in cui è avvolta l'Europa non hanno dato spazio ad altre questioni ancora aperte, confermate anche nel corso degli ultimi vertici della NATO e dello stesso Congresso americano, ma anche dei gruppi di potere che hanno creato l'idea dell'UE, ed ora loro stessi la vogliono distruggere: unire e disunire, e poi di nuovo unire creando confusione ed incertezza, applicando anche altrove quella che è sempre stata la politica internazionale per i Balcani. Ora per la regione balcanica si sta pianificando una federazione dei popoli della religione ortodossa, nella quale verrebbe incorporata anche l'Albania, anche se è definito Paese islamico accanto alla Bosnia. Un processo di compattazione che è stato iniziato dagli Stati Uniti con “la benedizione” del Vaticano, chiedendo come condizione che il 70% degli albanesi venga convertito al cattolicesimo. Per togliere, inoltre, la paura della Serbia e l'idea dell'egemonia serba, è stato stabilito che venga creata una federazione di 5 regioni autonome all'interno di territorio serbo, per poi divenire 5 stati indipendenti. Si tratta della zona di Morava, Vojvodina, Sumadija, Uzice e Raska.
Tra i motivi della visita di Biden nei Balcani, vi è anche la necessità di fare arretrare la zona di influenza della Russia. Non a caso Serbia e Russia hanno ratificato proprio in questi giorni lo storico accordo sul gasdotto italo-russo, nonché l'apertura delle sedi di Gazprombank , che sarà la seconda banca russa nell'economia serba. L'accordo tra Serbia e Russia sul South Stream sicuramente ostacola i piani per l'indipendenza della Vojvodina, la quale sarà una regione strategica per la rete del gas che passa attraverso il territorio serbo. La questione energetica sembra stare molto a cuore di Biden, considerando il rischio che la Raffineria di Pancevo venga venduta agli iraniani: un'eventualità che Washington cercherà di escludere del tutto, non tollerando la presenza fisica dell'Iran nello spettro dei territori europei, a maggior ragione nel settore energetico dove le compagnie iraniane dovrebbero esportare e vendere il petrolio in Europa. In quest'ottica, lo stesso progetto di Gazprom dovrà essere ostacolato in quanto renderebbe la regione sempre meno dipendente dai Paesi Occidentali, per favorire la realizzazione dei gasdotti pan-europei, come il Nabucco, che potrebbero attraversare il Kosovo del Nord e l'Albania, oltre che la Vojvodina indipendente.
La nuova americanizzazione dei Balcani non si ferma qui, perché resta da finire il lavoro rimasto in sospeso in Bosnia Erzegovina, dove il capolavoro sarà completato con la cancellazione dell'Atto di Dayton e la centralizzazione dello Stato della BiH, dove la popolazione musulmana prenderà tutto il potere. La visita di Biden in BiH può essere dunque vista come un avviso degli Stati Uniti ad apportare i veri cambiamenti all'Atto costitutivo della Bosnia e un cambiamento finale all'Atto di Dayton. Questo quanto confermato anche dal leader del Partito SDS della Republika Srpska , Mladen Bosic, secondo cui "la risoluzione del Congresso americano e la visita del Vice Presidente Americano sicuramente sarà un' iniziativa per intraprendere le prime trattative". "Per noi non è accettabile lavorare sotto ogni tipo di pressione e per l'SDS - spiega Bosic - la riforma dell'Atto costitutivo sarà possibile solo sulla base di un consenso, sopratutto nella RS, e poi anche da parte delle altre controparti della Bosnia, ma senza pressioni esterne. La questione dell'Atto costitutivo è una questione interna ad uno Stato e nessun altro, neanche gli USA, hanno diritto ad influenzarlo. La BIH è uno stato frammentato e, come dicono loro, uno Stato che non ha successo".
L'Alto Rappresentante di BIH, Valentin Inzko, da parte sua ha sottolineato, inoltre, che si deve cambiare l'attitudine politica sull'Atto di Dayton. “La comunità internazionale dà questo messaggio proprio con la visita del Vice Presidente Biden e l'Alto Rappresentante UE, Javier Solana” . Quanto riportato con queste due dichiarazioni, non è altro che lo specchio dello scontro delle posizioni EU-USA contro la Russia. L'Europa, un'altra volta, ha abbassato la testa davanti all'America, credendo che fingendo l'elemosina, potrà avere ancora una briciola per sé stessa.
18 maggio 2009
South Stream: prima vittoria nel conflitto Russia-UE-Ucraina
La residenza di Sochi ha visto la ratifica di uno dei primi protocolli decisivi per la realizzazione del gasdotto del South Stream tra i due soggetti promotori del consorzio che curerà il progetto. La russa Gazprom e il gigante italiano Eni hanno firmato il secondo allegato del memorandum d'intesa in merito al proseguimento della realizzazione del progetto South Stream. Il direttore esecutivo di Gazprom Alexei Miller e il Presidente di Eni, Paolo Scaroni, in presenza dei Primi Ministri italiano e russo, Vladimir Putin e Silvio Berlusconi, hanno così confermato l'accordo stilato lo scorso 23 giugno 2007. Il documento delinea le aree di cooperazione delle due società per la progettazione, il finanziamento, l'installazione e la gestione del futuro oleodotto, che avrà una capacità di 63 miliardi di metri cubi di gas all'anno, per collegare la Russia all'Europa meridionale attraverso il Mar Nero e il Mar Adriatico, aggirando l'Ucraina . La conduttura, che passa ad oltre 2 km di profondità sotto il Mar Nero, partirà dal porto russo di Novorossiysk e giungerà a Varna, in Bulgaria, per una lunghezza di circa 900 km, e avrà un costo di 8,6 miliardi di euro, come ha annunciato ai giornalisti Alexei Miller. Per raggiungere il mercato europeo, sono stati ratificati poi degli accordi speciali per il transito con la Bulgaria, la Serbia, l'Ungheria e la Grecia, i quali metteranno a disposizione il loro territorio al passaggio della conduttura e beneficeranno delle royalties dalla fornitura di gas. Di fatti, da Varna partiranno due rami, uno diretto a sud-ovest attraverso la Bulgaria e la Grecia e poi nel Mare Adriatico in Italia, un altro a nord-ovest attraverso la Bulgaria, la Serbia, l'Ungheria e l'Austria.
In tal senso, Gazprom ha ratificato una serie di documenti con le società del settore energetico di Bulgaria (Bulgarian Energia Holding), Grecia (Desf) e Serbia (Srbijagas), che definiscono la cooperazione delle parti in fase di pre-progettazione, di investimento e disciplina le procedure per la costituzione e il funzionamento delle imprese comuni che saranno create per lo studio del progetto del gasdotto, la costruzione della rete e la gestione della stessa. In particolare, Miller firma l'accordo con il Presidente del Gestore nazionale del sistema gas naturale (Desf), Nicolas Mavromatis, e il direttore generale Panagiotis Canellopoulos, alla presenza del Ministro per lo sviluppo della Grecia, Costis Hadzidakis, con il quale vengono definiti i termini per la costituzione del consorzio che metterà a punto uno studio di fattibilità per la sezione greca del gasdotto, ed includerà un riesame di tutte le caratteristiche e gli indici di carattere tecnico, giuridico, finanziario, ambientale e della struttura economica. Allo stesso modo, Gazprom stila il protocollo di intesa con il direttore generale del Srbijagas, Dusan Bajatovic, che descrive i primi dettagli della costruzione del gasdotto, e pone le basi per la creazione di una joint-venture con sede in Svizzera, partecipata per il 51% da Gazprom e il 49% dalla società serba. Da evidenziare la controversia nata con la Bulgaria, la quale ha proposto di utilizzare il gasdotto per il trasporto del gas di altre compagnie ed ottenere royalties da tale servizio, divergenze che probabilmente sono state appianate con la visita del premier bulgaro Sergej Stanisev a Mosca.
Identici problemi sono emersi tra Eni e Gazprom - come riportato, nei giorni precedenti all'accordo, dal quotidiano russo Kommersant, citando fonti vicine al Governo italiano - dopo che l'Eni ha chiesto di avere il controllo del mercato del gas nei paesi di transito per il Sud Stream, mentre Gazprom vuole limitare la distribuzione comune per il territorio italiano. Una fonte vicina a ENI ha confermato che la società ha chiesto di condividere i redditi derivanti dalle vendite annuali di 10 miliardi di m3 nell'Unione europea, mentre Gazprom concede la vendita sino a 6 miliardi di m3. Il braccio di ferro tra ENI e Gazprom sembra essere a favore dei russi, che sono riusciti a riprendere il controllo della distribuzione ricomprando da ENI la quota del 20% di Gazpromneft, pagando 4,1 miliardi di euro, senza battere ciglio. D'altro canto, è proprio sul business della distribuzione del gas che si decide quanto si guadagnerà dalla costruzione di questo gasdotto. I firmatari del progetto, nelle sue tratte principali (che costituiscono le arterie per la rete del gas) saranno non solo Paesi consumatori, ma anche Paesi esportatori, acquisendo anche il diritto di partecipare, come membri del consorzio, agli utili derivanti dalla vendita del gas a Paesi terzi, con la costruzione delle diverse diramazioni. In particolare, i Paesi dei Balcani e dell'Europa Centrale esterni al consorzio, saranno serviti con una rete secondaria, e difficilmente diventeranno destinatari diretti e dunque fornitori, a meno che non decidano di investire e di finanziare a loro volta la costruzione della rete nazionale.
Ad ogni modo, da questo progetto ne esce vincitrice l'Italia, ma anche e soprattutto la Russia, che va ad accentrare il mercato di produzione ( fonti di estrazione ) e della distribuzione, senza lasciare niente al caso. Nelle scorse settimane, Gazprom ha lanciato una campagna aggressiva per portare a casa contratti pluriennali per lo sfruttamento dei giacimenti di gas dei Paesi della Comunità degli Stati Indipendenti, e sottrarli così all'Unione Europea. Il gigante russo e la compagnia petrolifera nazionale dell'Azerbaigian hanno firmato un memorandum per l'avvio dei negoziati per la vendita del gas azerbaigiano, proponendo un prezzo di 340 dollari per 1.000 m3 per il primo trimestre 2009, mentre il prezzo proposto dall'Europa per rifornire il Nabucco ha raggiunto 400 dollari a 1.000 m3. La Russia propone un contratto a lungo termine e un prezzo basato sulla formula europea (vale a dire relative al costo dei prodotti petroliferi), e fa forza sul fatto che le compagnie europee non saranno in grado di proporre un prezzo migliore. L'Azerbaigian è l'ultimo dei paesi esportatori di gas del CSI che non ha ancora firmato un contratto con la Russia, tuttavia i negoziati sembrano essere molto vicini alla loro conclusione, mirando ad acquistare il gas in una seconda fase del progetto Shah Deniz, la cui capacità è di quasi 16 miliardi di m3 all'anno.
Allo stesso tempo la Russia si riavvicina alla Turchia e, con il recente incontro tra il Primo Ministro russo Vladimir Putin e quello turco Recep Tayyip Erdogan, è stato discusso la possibilità di proroga del contratto di transito del gas russo della conduttura del Blue Stream, che scade nel 2011 e che comprende 6 miliardi di metri cubi di gas, nonchè di gettare le basi per costruire una seconda conduttura, sotto il nome di "Blue Stream 2". Pur precisando la sua fedeltà al Nabucco, la Turchia non sembra tirarsi indietro dall'installazione di una seconda conduttura parallela al gasdotto Blue Stream attraverso il fondale del Mar Nero. Il Blue Stream, che è di proprietà su base paritetica di Gazprom e l'italiana dell'ENI, trasporta circa 10 miliardi di metri cubi di gas tramite i due rami che hanno una capacità di 8 miliardi di metri cubi ciascuno. Costruire un "Blue Stream 2" sembrerebbe molto più un accordo su base politica, essendo stato rilanciato proprio dopo che la Turchia è diventata uno dei firmatari del progetto Nabucco ed è ripresa la guerra del transito con l'Ucraina infuriata a inizio anno. Non a caso, la Turchia ha minacciato di ritirarsi dal progetto Nabucco qualora non vengano riaperti i negoziati di adesione all'Unione Europea. Per tale motivo, il Blue Stream 2, come pure il South Stream, è lo specchio del conflitto del gas tra la Russia, l'Ucraina e l'Europa.
21 aprile 2009
Il Nord Stream sempre più un gasdotto europeo
La Russia potrebbe a breve chiudere la partita diplomatica con il Paesi del Baltico per la realizzazione del gasdotto Nord Stream, progetto che sta divenendo più europeo che mai. Questo rappresenta lo scopo di fondo della due giorni istituzionale del Presidente russo Dmitri Medvedev in Finlandia, discutendo con il suo omologo finlandese, Tarja Halonen, le priorità dell'accordo energetico ed economico tra i due Paesi, focalizzando i colloqui sul gasdotto del Nord. Questo che dovrebbe attraversare i fondali del Mar Baltico collegando il porto russo di Vyborg al porto tedesco di Greifswald, con una conduttura di 1200 km e una capacità produttiva annua di 27,5 miliardi di metri cubi, la cui costruzione dovrebbe cominciare nel 2010; il secondo tratto dovrebbe essere pronto entro il 2012, e consentirà di trasportare una quantità pari a 55 miliardi di metri cubi. Le trattative finali con i Paesi le cui acque territoriali saranno attraversate dalla conduttura, hanno subito un brusco arresto in relazione all'impatto ambientale dell'impianto - come il caso di Finlandia, Estonia e Svezia - o alle ricadute politiche, in particolare per la Polonia, che sarebbe nei fatti aggirata con la relativa perdita delle royalties per il transito del gasdotto.
Deboli aperture sembrano profilarsi con la Finlandia, che ha espresso un ‘tiepido’ sostegno per Mosca , garantendo una decisione per la risoluzione del problema ecologico entro la fine dell'anno, come riportano AFP/LETA. "Per noi finlandesi, questo è un problema ecologico . Se la conduttura può essere costruita nel rispetto della natura, allora sarà un'ottima cosa", afferma Halonen, anticipando che la relazione sull'impatto ambientale del progetto sarà pubblicato alla fine di giugno o all'inizio di luglio, dopodiché il consorzio Nord Stream potrebbe richiedere l'autorizzazione del Governo finlandese e il permesso delle autorità della Finlandia occidentale. Medvedev, da parte sua, ha accolto con favore l'approccio positivo della Finlandia, nell'ottica che il progetto dell'oleodotto del Nord ha come scopo essenziale quello di migliorare la sicurezza energetica dell'Unione Europea. Secondo i media russi, dietro l'arretramento della Finlandia vi potrebbe essere la proposta del Cremlino di concedere migliori condizioni per l'esportazione di legname, materia prima essenziale le l'industria finlandese di trasformazione di legno e carta. Ricordiamo che società finlandesi come Stora Enso e UPM-Kymmene per anni hanno importato legno russo a buon mercato, sino al 2006, quando la Russia ha introdotto gradualmente maggiori restrizioni, fino ad imporre dazi sulle esportazioni di legname. La decisione ha avuto un forte impatto sulla produzione e un successivo calo della domanda interna, conseguenze che potrebbero acuirsi il prossimo anno, quando le tasse sulle esportazioni di legname grezzo dalla Russia dovrebbe raddoppiare per raggiungere il 20%. Il Primo Ministro russo, Vladimir Putin, ha già concordato, tuttavia, lo scorso ottobre, con il suo omologo Matti Vanhanen il blocco della crescita dei dazi per 9-12 mesi, dando così tempo ad Helsinki di elaborare bene la questione. Dunque, un provvedimento nato per stimolare l'industria del legno russa per contrastare i concorrenti stranieri, si è inaspettatamente tradotta in una leva di negoziazione a favore del Nord Stream.
Lo sviluppo del progetto ha aperto anche un fronte dalla Lettonia che propone la possibilità di costruire una pipeline sul suo territorio, connettendosi così alla conduttura del Nord di Gazprom e dando a Riga la possibilità di trarre un vantaggio commerciale dalla cooperazione russa. Il Presidente lettone Valdis Zatlers afferma infatti che, se l'oleodotto avrà una deviazione sulla terraferma, la Lettonia era in grado di offrire un sito di stoccaggio per il gas, in alternativa alla costruzione subacquea in un tratto di mare molto critico. Zatlers ha infatti osservato che i rischi ambientali connessi ad un gasdotto sotto il Mar Baltico sono elevati, perché, a differenza del Mare del Nord, non vi è un ricambio dell'acqua, tale che nei fatti può essere considerato un lago. Allo stesso tempo avverte che la Lettonia potrebbe rifiutare il suo consenso, anche se tutti i problemi ambientali legati alla posa delle condotte verranno affrontati. La rigida posizione della Lettonia, potrebbe, in questo frangente rafforzare anche le posizioni di Svezia ed Estonia, entrambe alacri avversari del progetto russo. D'altro canto, la Germania rappresenta lo Stato maggiormente favorevole, chiedendo come alternativa la creazione di gasdotti attraverso l'Ucraina e la Bielorussia. Da questo punto di vista, il gasdotto baltico, potrebbe divenire un progetto fortemente europeo. Il gestore del progetto è la Nord Stream AG., società registrata in Svizzera, il cui 51% è controllato dalla Gazprom, insieme poi alle tedesche Wintershall e E. ON Ruhrgas (20% ciascuno) e l'olandese Gasunie (9%), mentre si fa sempre più reale un ingresso della francese Gaz de France. Infatti, la tedesca E. ON Energia intende ridurre la sua partecipazione al progetto Nord Stream, in favore dei francesi, cedendo il 4,5% della quota, mentre non è da escludere che GDF possa acquisire una quota maggiore. La sua adesione darebbe al progetto ancor più credibilità agli occhi dell'Unione Europea, principale referente della Russia nell'implementazione di progetti che implicano un rapporto di approvvigionamento di gas al mercato europeo.
La tacita rivalità tra il progetto europeo del Nabucco e il Sud Stream russo ha creato all'interno dell'Unione Europa una sorta di avversione nei confronti di opere infrastrutturali che implicano una certa dipendenza dalle fonti russe. La Germania e l'Italia sono state forti sostenitrici delle cooperazioni con la Russia, sino ad ottenere la riduzione del budget per i progetti energetici di matrice europea. L'influenza russa potrebbe essere ancora più incisiva, all'indomani della proposta di riscrivere la Carta dell'Energia, ampliando l'elenco dei partecipanti e i settori regolamentati, come riportato dai media russi. Il presidente russo ha infatti promesso, durante la sua visita in Finlandia, "che i partner del G8, del G20 e del CSI, nonché i paesi vicini" presenteranno "un documento di base con riferimento alle questioni di cooperazione internazionale nel settore energetico, comprese le proposte per gli accordi sul transito ". La novità del documento risiede, inoltre, nell'ampliamento dell'elenco delle risorse energetiche, inserendo oltre al petrolio e il gas, il combustibile nucleare, l'elettricità e il carbone. La Russia prevede inoltre di ampliare l'elenco dei paesi, che dovrebbe includere i principali attori del mercato energetico, compresi gli Stati Uniti, Canada, Cina, India e Norvegia, accentrando il regolamento sullo scambio e la ripartizione delle risorse, nonché sulla risoluzione dei conflitti e la responsabilità dei paesi di transito. La Russia infatti sottolinea proprio la necessità di implementare un meccanismo efficace di sanzioni, che possono indurre ogni Stato ad evitare ogni possibile tentativo per bloccare il transito del gas. Su tale tema l'Unione Europea sembra ancora molto divisa, perché il settore energetico resta ancora sotto la giurisdizione dei singoli Paesi e non della Commissione europea, con una parziale ingerenza solo per i progetti sovranazionali. Per il resto, l'Unione Europea ha mostrato la sua grande miopia ed inadeguatezza nel rispondere alle crisi energetiche, da mettere a rischio la stabilità economica di tutta la regione.
08 aprile 2009
La mole del Sistema Italia in Russia
È stata una vera missione epocale quella del "Sistema-Italia" in Russia, concepita proprio con lo scopo di portare a Mosca l'economia italiana in tutte sue sfumature, e dare un forte segnale al rischio della recessione. Al seguito di una delegazione istituzionale, seppur con la grande assenza del Premier Silvio Berlusconi, vi erano 500 aziende, 900 imprenditori, 12 gruppi bancari e 39 entità, tra associazioni industriali ed Enti, a rappresentare l'Italia nella missione in Russia fortemente voluta dal Governo, Ice, Confindustria e Abi. Il Ministro per lo Sviluppo Economico, Claudio Scajola, ha guidato la delegazione imprenditoriale in assetto strategico per il rilancio economico del Paese; con lui Emma Marcegaglia, Presidente di Confindustria, Umberto Vattani, Presidente dell’Ice e Corrado Faissola, Presidente dell’Abi. Una missione di tale mole avrebbe meritato un grande spettacolo mediatico, ma avuto solo una marginale citazione da parte della carta stampata, a causa della tragedia dell'Abruzzo che ha offuscato l'imponenza del sistema economico italiano "in movimento", senza però smentire la grande capacità di slancio e di prontezza degli italiani dinanzi a qualsiasi situazione di difficoltà. L'assenza del Premier Berlusconi ha ricordato a tutti i presenti il motivo per cui il mondo e l'Italia si è fermata , nonostante la vita continui ad incredibili velocità, soprattutto in periodi come questi.
A rigor di cronaca, la 24sima missione di Ice-Confindustria-Abi (ma la più grande che sia stata mai realizzata) ha avuto un'agenda da task-force, con una prima tappa a Mosca, seminari e incontri d’affari tra aziende italiane e russe a San Pietroburgo, Krasnodar, Novosibirsk ed Ekaterinburg, capitale della Regione di Sverdlovsk, dove è prevista la visita della centrale elettrica controllata dall’Enel, per un totale di 5000 incontri "business to business" . Un percorso accelerato per focalizzare, in brevi istantanee di cinque seminari, le opportunità di investimento per aziende italiane e russe, gli strumenti finanziari e di sostegno pubblico all’internazionalizzazione e dello sviluppo del turismo; altri quattro workshop tematici saranno dedicati ai settori dei beni di consumo, della meccanica, dell’agroindustria e delle infrastrutture. La giornata di oggi ha avuto in primo piano il "Forum Economico Italia - Russia", durante il quale sono intervenuti il Ministro Claudio Scajola, Emma Marcegaglia, Corrado Faissola, il Segretario Generale della Farnesina, Giampiero Massolo e, per parte russa il Ministro delle Finanze, Alexei Kudrin e il Ministro dell’Industria e del Commercio, Viktor Khristenko, con la chiusura a margine di Vladimir Putin. Nel pomeriggio la delegazione di imprenditori è stata ricevuta al Cremlino dal Presidente Dmitri Medvedev, per poi continuare la pioggia di incontri business to business tra le aziende italiane e russe, per oltre 3.000 confronti tra le due realtà imprenditoriale. Sono stati protagonisti non solo i grandi gruppi, ma anche le piccole e medie imprese, che possono cooperare per lo sviluppo dei distretti industriali nelle Zone economiche speciali che la Russia ha istituito nel 2005, con l'opportunità di stabilire alleanze strategiche durature con partner russi e sfruttare appieno le enormi potenzialità di questo mercato, come affermato da Emma Marcegaglia. Notevole anche la presenza del sistema bancario italiano - da notare, uno dei più solidi a livello europeo e mondiale - con l’ampia partecipazione delle banche italiane presenti con dodici dei principali gruppi, che rappresentano il 75% dell’intero sistema, proprio a sottolineare la grande attrattività del mercato russo e l'interesse per nuovi scenari di investimento.
È difficile stimare con esattezza quanti e quali accordi o contratti di cooperazione siano stati firmati, molti dei quali hanno interessato imprese come Finmeccanica e Sukhoj, tra ENI, ENEL, e le principali società energetiche russe RAO/Ues, Rosneft, Transneft e Storytransgas. In particolare, Enipower, società elettrica di Eni, e Inter Rao Ues hanno firmato un accordo per analizzare progetti congiunti in Russia e Paesi terzi. Eni ha invece siglato con Rosneft un protocollo di collaborazione nei settori upstream e della raffinazione in Russia e all'estero, e una serie di accordi di collaborazione in Russia e all'estero con le principali società energetiche russe (Inter Rao Ues, Rosneft, Transneft e Stroytransgas) con riferimento a vari ambiti del settore energetico. Importante l'accordo di 4,2 miliardi di dollari raggiunto tra Eni e la russa Gazprom, la quale ha esercitato l'opzione per riacquistare il 20% di Gazprom Neft detenuta dalla società petrolifera italiana, guadagnando il 9% sulla somma pagata nell'aprile del 2007 per acquistarla. Sempre con riferimento alla russa Gazprom, Scajola ha annunciato che entro aprile verrà ratificato il contratto che prevede l'ingresso di Gazprom in Articrussia, detenuta dalla holding Severenergia con sede in Russia, controllata a sua volta da Enel (40%) ed Eni (60%) che si ridurranno così al 20 e al 30%. Gazprom potrebbe entrare, inoltre, in possesso di una quota del maxigiacimento Elephant (che ha una produzione di 140 mila barili al giorno), attualmente controllato in maniera paritetica al 50% dalla compagnia di Stato libica Noc, e al 50% dalla stessa Eni , mentre la società russa, in contropartita, darà la quota pari a un terzo del pozzo petrolifero nel deserto del Sahara. Tale accorso sembra essere stato rinviato ad un incontro congiunto tra Berlusconi e Medvedev, come pure l'intesa per l'ingresso di Gazprom in Artic Gas, la società in cui vi sono gli asset della ex Yukos. Con tale operazione si potrebbe mettere in discussione la posizione di Enel ed Eni, che al momento dell'acquisto degli asset ex Yukos hanno pagato circa 2 miliardi, il doppio di quanto dovrebbe pagare Gazprom per rilevare il 51% della holding.
Mosca e Roma collaboreranno nel campo dell'efficienza energetica e delle fonti energetiche rinnovabili, in conformità con il memorandum firmato dal Ministro russo dell'Energia Sergei Chmatko e il Ministro italiano dello Sviluppo Economico Claudio Scajola. Entrambi i paesi volgeranno i loro sforzi a migliorare l'efficienza energetica e l'uso di fonti rinnovabili di energia , progetti comuni di ricerca e di investimento in Russia, in Italia e in paesi terzi. La cooperazione verterà anche sullo scambio di informazioni e dati statistici, studi economici per creare metodi di ottimizzazione energetica, soprattutto con riferimento al settore del gas. In tale settore, l'Italia e la Russia sono strettamente legate nella realizzazione del gasdotto South Stream, il quale potrebbe essere rafforzato ampliando la capacità di trasporto da parte di Eni, a cui dovrebbe corrispondere una maggior offerta di gas da parte di Gazprom, fino a circa 47 miliardi di metri cubi di portata anziché dei 31 previsti inizialmente, con un incremento del 50%. Per il momento, tuttavia, la ratifica dell'accordo di start definitivo è stata rinviata al prossimo incontro tra Berlusconi e Medvedev. Secondo quanto riportato da Russia Today, l'Italia potrebbe avere una partecipazione del gasdotto Blue Stream che, inabissandosi nel Mar Nero, raggiunge la Turchia e poi la Grecia: i dirigenti delle società energetiche hanno così ipotizzato l'ampliamento della conduttura, che potrebbe giungere sino in Italia.
Ancora, Finmeccanica rafforza la sua presenza in Russia con due nuovi accordi nei settori della sicurezza e del segnalamento ferroviario, con la ratifica da parte del Gruppo di Guarguaglini l'acquisizione, attraverso la controllata Alenia Aeronautica, del 25% piu' un'azione della Sukhoi Civil Aircraft, che produce il Sukhoi Superjet 100. La Sistemi Integrati, sempre controllata di Finmeccanica, ha firmato un memorandum di intesa con due aziende del gruppo a controllo statale Russian Technologies, per la costituzione di un consorzio per la progettazione e la realizzazione di sistemi per la gestione della sicurezza di grandi eventi e la protezione di infrastrutture sensibili.
Per quanto riguarda il settore bancario, le banche italiane hanno messo a disposizione 3,7 miliardi di euro di plafond per le imprese che vogliono esportare o investire in Russia, come rileva l'Abi sottolineando che parte di esso è già stato utilizzato per progetti e iniziative nel mercato locale, mentre il 38% restante è disponibile per finanziare i nuovi progetti per il mercato russo. Il Gruppo Intesa Sanpaolo ha già annunciato la concessione alla Safwood, società che opera nel settore del legname e di prodotti derivati presente in Russia dal 1991, di due contratti di finanziamento per un importo complessivo di circa 80 milioni di euro - parte devoluto dal Governo locale con una quota qualificata del 25% e parte dal supporto di Simest e Sace - che sarà strumentale per la costruzione di un impianto per la produzione di pannelli in legno nella repubblica di Komi. Inoltre, ben 5 gruppi bancari hanno stipulato accordi di collaborazione con le principale banche russe, per assistere reciprocamente la clientela e agevolarne l'ingresso nei rispettivi circuiti finanziari. Ricordiamo che il Gruppo Intesa Sanpaolo e Unicredit , sono presenti già con una rete di 170 filiali, mentre Ubi banca, Banca Monte dei Paschi di Siena, Mediobanca, Unicredit e Banco Popolare sono presenti in Russia con sei uffici di rappresentanza, mentre Banca Carige ha un ufficio di mandato; Bnl, Cariparma e Friuladria operano nel mercato russo attraverso le filiali delle holding estere Bnp Paribas e Credit Agricole.
Questo potrebbe essere solo l'inizio di una lunga serie di investimenti garantiti dall'apertura del mercato russo alle PMI italiane, le quali potrebbero essere inseriti in programmi di investimento diretto all'interno delle zone economiche speciali russe, soprattutto in quelle dedicate ad alta tecnologia, come sottolineato dallo stesso Premier Vladimir Putin, ritenendo fondamentale lo sviluppo della cooperazione nelle piccole imprese. "Le autorità russe hanno intenzione di incoraggiare gli investimenti esteri - ha affermato Putin al Forum economico Russia-Italia, aggiungendo - "migliorare il clima imprenditoriale e il drenaggio degli investimenti diretti, in particolare, è una priorità per il governo russo. Vediamo questi sforzi come un fattore importante per la modernizzazione dell'economia nazionale e continuerà a perseguire una politica d'incoraggiamento degli investimenti esteri ". Il Premier Putin ha così ribadito il grande ruolo della cooperazione tra Russia e Italia, nella quale viene così posta la fiducia di condurre entrambi i Paesi e concepire il sistema impresa all'interno di uno spazio integrato senza confini, all'interno del quale l'aiuto reciproco detta le regole di nuovi scenari di forza e solidarietà.