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18 febbraio 2015

Conflitti non convenzionali e la minaccia dell'ISIS a Roma

Roma - L’Europa manca di nuove idee e di creatività, non ci sono più i vecchi pensatori né correnti politiche. Siamo dinanzi ad una guerra di contenuti, che porterà allo scontro tra gli stessi alleati. Questo è uno dei principali motivi nasce e viene accreditata un’organizzazione terroristica più estremista e violenta di Al-Qaeda, guidata da un fantomatico califfo e un esercito di mercenari stranieri, mentre ha degli attori come immagine mediatica da mostrare in filmati hollywoodiani. Quella dell’ISIS può essere definita come la “versione terroristica islamica” del Maidan, ovvero di quella rivoluzione artificiale combattuta da contractor e pubblicizzata mediaticamente da società di comunicazione. Ed infatti, come il Maidan avrebbe dovuto rompere la nuova cortina di ferro dei confini tra Ucraina e Russia per dare un nuovo volto ad un’Unione Europea fallita, l’ISIS deve infiltrare i Paesi-canaglia del Medio Oriente e creare delle minacce terroristiche artificiali, per giustificare aggressioni militari senza passare per l’ONU o le strutture NATO. Stati e Governi, sia arabi che occidentali, sanno bene come stanno le cose, ma sono così vigliacchi da preferire continuare questa messa in scena, nella speranza di poter guadagnare da tutta questa storia. Tutti conoscono quali siano i responsabili di questa guerra: in primo luogo il Qatar, che ha finanziato la creazione di questa rete, e Nicolas Sarkozy, che ha innescato con l’attacco alla Libia un processo di non ritorno. Oggi, il bombardamento unilaterale dell’Egitto sul territorio libico porta la guerra nel cuore del Mediterraneo. Una guerra non convenzionale, che viola e supera del tutto il diritto internazionale, considerando che la Comunità Internazionale ha deciso di giustificare tacitamente l’intervento militare di uno Stato estero, per via della presenza di una fantomatica cellula terroristica provata dalla pubblicazione di un video. Chi ha autorizzato l’aggressione militare egiziana verso la Libia sta giocando un ruolo sporco, portando all’esasperazione gli equilibri del Medio Oriente, sino a provocare un conflitto totale nel mondo arabo, già tormentato dalla guerra in Siria. Il braccio armato di Al-Sisi – mosso dal sostegno di Emirati e Russia nonché da gran parte degli Stati Islamici – non si fermerà sino a quando non otterrà il formale via libera del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, e per far questo ha bisogno degli Stati Occidentali, in particolare di Francia e Italia. Da qui nasce la presunta minaccia dell’ISIS di attaccare il territorio italiano, e quindi fare pressioni sul Governo italiano perché faccia un passo falso.

Credere che l’ISIS sia “a sud di Roma”, oltre ad essere una cialtroneria è anche un insulto all’intelligenza di chi lavora. Vogliamo ricordare che tale fenomeno ha avuto origine almeno tre anni fa, quando la tela dell’Etleboro ha intercettato un messaggio diramato attraverso i socialnetwork di un nuova entità terroristica, che l’intelligence francese accreditava come la “nuova Al-Qaida”. I nostri canali avevano individuato delle reti che, in maniera molto palese e senza molti segreti, ricevevano sostegno e mezzi dall’Occidente. Questo fenomeno ha origine e si sviluppa proprio quando l’esercito di Assad aveva sbaragliato i guerriglieri e si preparava all’assalto che avrebbe compromesso il conflitto. La vittoria di Assad era ormai certa, tanto che la Etleboro pubblica un articolo sibillino (Assad ha vinto la guerra), anticipando un possibile gesto estremo da parte degli sconfitti. Ed infatti, dopo sole due settimane avviene il fantomatico attacco chimico, che ha portato all’isteria mediatica oltre alle patetiche prediche moraliste dei diplomatici occidentali, tra le boccettine dei campioni e le prove inequivocabili del Ministro Giulio Terzi. Obama era già pronto a bombardare, ma tutto si ferma e cade nel silenzio. E’ allora che nasce il fenomeno mediatico del cosiddetto Stato Islamico dell’Iraq e Levante (ISIS), il cui leader era Shaker al-Wahiyib Fahdaoui (La nuova Al-Qaida), apparso in un video in cui trucida a sangue freddo dei camionisti siriani perché “sciiti alawiti”, come atto dimostrativo da divulgare come propaganda di quella che sarà la frangia più estrema del terrorismo islamico di matrice wahhabita, votata alla distruzione dei governi arabi. "Non smetteremo mai di combattere fino a quando non si alzerà la voce della preghiera sino a Roma (lett. Non ci fermiamo fino a che facciamo il Takbīr e l’Adhān a Roma, se dio vuole)”, riporta il messaggio del movimento che cita testualmente il Corano. Tali parole lasciano tuttavia intendere che - secondo l'ideologia wahhabita - "nessuno potrà fermare questa armata sino ai confini della cristianità", sconfiggendo nel loro cammino tutti i governi arabi musulmani per farne uno solo, ossia "in cui tutti i musulmani saranno dalla Mecca a Roma" (Crisi Siria: meglio Assad che la guerriglia in casa). In altre parole, affermano che la loro guerra sarà inarrestabile fino a che non venga creata la "khelafa " islamica, cioè un governo islamico wahabita all’interno del mondo islamico.
Ciò significa che questa minaccia non è rivolta all’Occidente, bensì ai Governi del Medio Oriente. Per cui, il travisamento di questo messaggio con una potenziale minaccia nei confronti dell’Italia, si traduce in una vera e propria trappola, per indurre Roma a fare un passo falso ed intervenire nel conflitto, affiancandosi ad Egitto e Francia. Il vero obiettivo di questa partita è togliere ogni egemonia ed influenza economica agli italiani, perché le risorse della Libia sono state spartite a tavolino. Concludiamo con un interrogativo. Chi ha diramato il primo mandato di cattura contro Bin Laden? E’ interessante scoprire che è stata proprio la Libia di Gheddafi (Mandato Tripoli). Ed ecco che siamo tornati al punto di partenza.

06 febbraio 2015

L’onda anomala del Balkanistan

Banja Luka - Dopo un periodo di silenzio, è stata riattivata la macchina della disinformazione che sta smistando tra i media locali controverse analisi e pareri sui possibili scenari connessi alla diffusione del radicalismo islamico nei Balcani. Quella che un tempo veniva chiamata Trasversale verde - che storicamente collegava la Croazia sud-occidentale, la Bosnia e tramite il Sangiaccato, il Kosovo e l’Albania, sino alla Tracia orientale e alla Turchia - viene oggi definita Balkanistan, da intendersi come regione dei Balcani come parte del Califfato islamico. A questo proposito, in una rocambolesca coincidenza, sono comparse delle bandiere dell’ISIS su una casa del villaggio di Gornja Maoca - nota sede di una piccola comunità di wahhabiti, ben conosciuta dai servizi di intelligence locali. Tuttavia la notizia è giunta nella redazione di Reuters e Daily Mail prima ancora che nell’Agenzia di Investigazione (SIPA). Gli agenti non hanno fatto in tempo a raggiungere la casa abbandonata su cui erano state esposte le quattro bandiere, che il tabloid britannico  aveva già pubblicato le foto, per cui alle forze dell'ordine non è rimasto che constatare la rimozione delle stesse, mentre i presunti combattenti si sono prestati ad interviste e reportage dei giornalisti accorsi.

A questo punto, da oggi in poi, non possiamo che aspettarci una valanga di teorie, ipotesi e sospetti sulla presenza dell’ISIS in Bosnia, il tutto per creare sempre maggiore confusione e depistaggi, in un terreno fertile per questo tipo di propaganda, ma allo stesso tempo fragile e ferito. Le sfumature delle teorie propagandate sembrano cambiare, con toni più aggressivi e violenti, ma la corrente di fondo rimane immutata, perché i portavoce della propaganda del terrore, che si avvicendano da oltre vent’anni, sono sempre gli stessi. Nel grande coro dei passacarte si sono distinti Tanja Topic, analista di Banjaluka, Vlatko Cvrtila, esperto di geopolitica di Zagabria, Marko Attila Hoare, storico presso la Kingston University, nonché Tihomir Loza, giornalista croato che vive a Londra esperto su Paesi in transizione, Danko Plevnik giornalista croato, oppure Zarko Petrovic, direttore del Centro Internazionale per la sicurezza – ISAC foundation. A questi si uniscono talvolta Dzevad Galijasevic, come anche Darko Trifunovic, affiancato dall’analista Milan Mijalkovski, che insegna presso la Facoltà della sicurezza di Belgrado, mentre Domagoj Margetic ha lasciato l’Islam per fare la guerra alla corruzione.

E' comunque difficile stilare l’intera lista degli analisti "occasionalmente volontari" per associazioni e organizzazioni createsi negli ultimi vent’anni nei Balcani. Molte di esse sono sparite così come sono nate, tante ne esistono ancora, ma sono sempre più numerose le nuove entità venutesi a creare, spesso parte della medesima rete, che gode del supporto delle ambasciate degli Stati occidentali, delle Fondazioni bancarie ed in particolare della Open Society. Il loro campo di azione spazia dalla lotta per la trasparenza e la corruzione, alla criminalità organizzata e traffici, per ritornare solo di recente ai labirinti delle analisi sul terrorismo nei Balcani. Un gran “pour parler” costruito sul nulla, che vede protagonisti analisti da bar formulare le teorie più assurde, prive di qualsiasi fondamento o ricerca strutturata, bensì frutto della lettura di qualche sito internet. Il crimine peggiore è l’accredito fornito dai media internazionali, che forniscono così la matrice per cominciare con la propaganda. Un gioco questo ormai usurato dal tempo, con tecniche obsolete e talmente collaudate, che tali personaggi credono davvero si passare inosservati.

Da parte nostra, riteniamo che non vi sia alcun presupposto per intraprendere un discorso serio sul terrorismo islamico nei Balcani, in quanto il mantenimento di uno stato di confusione conviene sia alla Comunità Internazionale che ai governi locali. Il caos della Bosnia serve un po’ a tutti, soprattutto quando si è a corto di argomentazioni. Per cui serve dire che i kalashikov utilizzati negli attentati sono bosniaci, come bosniaco è il canale di reclutamento. Sebbene non condividiamo certe tesi, preferiremmo che, al posto di Balkanistan, si definisca Trasversale verde o meglio Occasionalmente terroristi, tanto per dare l’idea di chi abbiamo di fronte. Ed infatti, creare delle onde anomale di disinformazione sul fondamentalismo islamico nei Balcani è molto pericoloso, non per questi Paesi – che in fondo conoscono bene le dinamiche di cui parliamo – bensì per le ricadute su terzi o in patria. Basta ricordare gli errori di valutazione dei grandi strateghi che hanno voluto portare la guerra in Ucraina nella convinzione che la Russia non avrebbe reagito, o che volevano abbattere la Siria con la propaganda spicciola delle primavere arabe. I Balcani, in questo, sono molto più folli ed imprevedibili, e creare in questi Paesi una minaccia - sebbene virtuale - rischia di innalzare una fiamma di ritorno ancora più insidiosa. In attivo c'è già il fallimento del tentativo di sovversione con le proteste di Sarajevo, dello scorso febbraio, quando un gruppo di ONG ha assembrato un branco di hooligans nella speranza di portare al collasso le istituzioni. Adesso la strategia è cambiata, si ritorna nella 'trasversale verde' con il Balkanistan, tirando fuori delle bandiere e sperando nel colpo di fortuna. Che dire: una grande creatività....

01 agosto 2014

Ex dipendente della Kfor oggi terrorista dell'ISIS

Pristina - Lavdrim Muhaxheri, ormai leader dei combattenti albanesi nel gruppo paramilitare dello Stato Islamico dell'Iraq, Sham o ISIS, nella guerra in Siria e in Iraq, in precedenza ha lavorato come dipendente presso la base americana della Kfor di Bondsteel, in Kosovo, e per la NATO in Afghanistan. Nel periodo di Ramadam nel 2013, è stato anche parte delle attività della BIK (Comunità Islamica del Kosovo) a Kaçanik, il che viene evidenziato da diverse foto. Lo stesso, noto come il Comandante Muhaxheri, è stato eletto lo scorso anno capo degli Albanesi che fanno parte dell’ala dei ribelli contro il regime di Bashar al-Assad, ma non la parte che cerca la democrazia in Siria, ma il braccio che vuole una Siria con la Sharia – si tratta di gruppi vicini ad Al-Qaeda. 


Lavdrim Muhaxheri, cittadino kosovaro di Kaçanik, circa un mese fa, insieme ad altri terroristi, ha strappato pubblicamente il passaporto della Repubblica del Kosovo, e gli altri hanno distrutto anche i passaporti albanesi, con la motivazione che "i musulmani sono un unico popolo e non hanno bisogno di passaporti, perché appartengono allo Stato dell’Islam". Dopo la diffusione di tale video, in questi giorni, Muhaxheri ha pubblicato sul suo profilo di Facebook, delle foto di una violenza inaudita, lo si può vedere mentre taglia la testa ad un giovane adolescente sciita con un coltello.
Tali immagini hanno sconvolto l’intera opinione pubblica albanese, sia del Kosovo, che della Fyrom e dell’Albania, compresa anche la comunità musulmana, la quale ha condannato, Lavdrim Muhaxheri. "Non dite schifezze. In primo luogo dovete conoscere la storia di quanto è successo ed invece state scrivendo qui parole senza senso. Che Dio vi maledica", ha scritto Muhaxheri, maledendo tutti coloro che lo contrastano e lo offendono.


Tuttavia, una persona intervistata dal quotidiano kosovaro Express, rientrata di recente dalle trincee della guerra in Siria, ha negato che Muhaxheri è comandante degli Albanesi. Quest’ultimo ha riferito che è solo il garante per gli Albanesi che entrano a far parte dei jihadisti. Nel corso delle ultime settimane, la polizia kosovara ha arrestato llir Berisha, Jetmir Kyçyku e Sedat Topjani, e ha dichiarato Burim Ballazhi ricercato. Tutti sono sospettati di attività terroristiche, e di relazioni ed amicizia con Muhaxheri. Inoltre l’Express riferisce che oltre 10 Kosovari si stanno preparando a degli attacchi terroristici-kamikaze in Kosovo e che potranno attaccare anche luoghi del Governo e persino i campi della KFOR, senza escludere le altre istituzioni di sicurezza. I suoi amici raccontano che Lavdrim Muhaxheri è stato associato alle correnti estremiste solo alla fine del 2012, inizialmente all’associazione locale "Parimi", da cui più tardi è nata l'associazione "Gioventù Islamica - Kaçanik" dove Lavdrim Muhaxheri ha la carica di "Emiro" – cioè di leader dell'ala militare del organizzazione.

Quest’ultimo, ha aderito alla guerra in Siria, come mujaheddin, nel 2012, per ritornare un anno dopo. Fino alla metà del Ramadan del 2013 era in Kosovo, mentre in seguito è rientrato unendosi ai combattenti in Siria, acquistando una posizione di leadership. Lavdrim Muhaxheri è diventato inizialmente famoso con un video pubblicato su Youtube dove invitava i giovani albanesi ad unirsi alla guerra in Siria. Successivamente ha preso il ruolo principale negli scontri interni di resistenza contro Bashar Al Assad, che fu anche il primo degli Albanesi che apertamente ha confermato che vi sono profonde divisioni tra i rivoluzionari. Lavdrim Muhaxheri guida la frangia albanese, tra cui quelli dell'Albania e della Fyrom-Macedonia, nella struttura all'interno dell’ISIS composta dagli stranieri, che sono migliaia, oltre 10 mila di cui 2 mila da tutta l’Europa.

Dopo la violazione del profilo su Facebook di Lavdrim Muhaxheri, i suoi amici hanno subito reagito aprendo un profilo con il nome "100.000 Klikime Ne Perkrahje te Lavdrim Muhaxheri". Intanto fonti affidabili all’interno delle strutture di sicurezza in Kosovo hanno dichiarato, attraverso "Indeksonline" che Lavdrim Muhaxheri, mentre il Kosovo si stava preparando a proclamare l’indipendenza, era stato contattato dal Servizio Informativo della Serbia, conosciuto come BIA. "Lo scopo della BIA era che all'interno del Kosovo ci fossero degli elementi religiosi radicali per destabilizzare il Paese alla vigilia dell'indipendenza. Il contatto e la cooperazione con Lavdrim Muhaxheri sono stati realizzati pochi mesi prima della dichiarazione di indipendenza", hanno detto tali fonti, secondo cui gli individui estremisti in Kosovo sono il prodotto delle strutture statali della Serbia, che in continuazione hanno cercato di fare del Kosovo un coacervo di radicalismo. Un giorno prima, il Presidente del Kosovo organizzò una riunione speciale presso la Presidenza con i capi delle strutture di sicurezza, incentrando la questione proprio su Muhaxheri, al fine di attuare delle misure per prevenire e condannare tali strutture, in modo che il Kosovo non diventasse alloggio per tali movimenti radicali di stabilizzazione del Paese.

11 giugno 2014

Dopo disfatta in Siria i jihadisti dell'ISIS invadono l'Iraq

Bagdad - I membri dell'esercito regolare dell'Iraq hanno lasciato le loro postazioni nella città di Mosul, dinanzi all'avanzata dello «Stato Islamico dell'Iraq e del Levante» (ISIS). Dopo la guerra, questa è la prima volta che l'Iraq perde il controllo di una delle sue province. Centinaia di ribelli legati ai jihadisti dell'ISIS  hanno preso le province di Ninive e Salahuddin, con una grave battuta d'arresto per il Governo. In Iraq, i jihadisti già controllano Falluja e diverse aree della provincia occidentale di Al Anbar, della Regione di Ninive.  L'ISIS, nei suoi comunicati diramati sui socialnetwork, ha affermato di aver sequestrato armi e mezzi dell'esercito in fuga. Prima dell'alba, centinaia di uomini armati hanno lanciato un attacco a Mosul contro l'esercito e la polizia. Hanno preso il controllo della sede del governatore, delle carceri e della televisione, annunciando attraverso gli altoparlanti delle moschee che sono lì per liberare la città. I combattenti della Jihad hanno preso il controllo anche di due aree della provincia di Salahuddin, a nord di Baghdad. I ribelli hanno occupato le regioni di Siniyah e Suleiman Bek, dopo il ritiro delle forze di sicurezza, come confermato il generale dell'esercito e un funzionario locale. 

Questa l'amara conseguenza dell'impatto del ripiegamento sui territori limitrofi dell'armata  di ribelli cacciata dall'esercito siriano. Nei territori iracheni si sono nel tempo assembrati gruppi di jihadisti, che hanno quindi creato qui le loro basi logistiche, prima di entrare sul territorio siriano. La loro presenza ha destabilizzato del tutto la situazione interna dell'Iraq, dove le lotte politiche hanno subito le tensioni tra sciiti e sunniti. Ricordiamo che il Primo Ministro uscente e capo dell'esercito Nouri al-Maliki, aderente alla corrente sciita, e accusato dai sunniti di essere un "dittatore" non è ancora intervenuto dopo l'intensificarsi degli attacchi. 
 



02 agosto 2012

Il Ministro venuto dall'America

E' questa una Italia degna di onorabilità, e non fatta da cialtroni, da falsi banchieri, falsi agenti, falsi politici, falsi imprenditori, false minacce, falsi ministri. Nelle loro parole traspare una verità che questo Governo non vuole riconoscere, per nascondere il vile servilismo verso questa guerra delle lobbies. 

L’intervista che i due tecnici italiani - Oriano Cantani  e Domenico Tedeschi - hanno rilasciato alla TV siriana. parlando dell’esperienza subita, prima che, durante il viaggio di rientro in Italia, venissero pressati perché modificassero la loro testimonianza. Fonte: Syrian Free Press
Il nostro Ministro Terzi pur di non ringraziare Bashar Al-Asaad, fa pubblicamente dichiarare che non vi è stato nessun blitz e cerca di far passare la cosa in secondo piano. Mentre fa sapere a tutti che vola in Serbia 'con un aereo di linea', non disdegna di scaricare miliardi nelle cosiddette missioni cosiddette di pace, ricevendo a Roma la famosa 'opposizione siriana', alleata con Al Qaeda nella sua sporca guerra fratricida. Ma forse il Ministro Terzi avrebbe preferito che i due tecnici italiani fossero stati sgozzati, avrebbero fatto molto più comodo alla causa, e avrebbe dato meno problemi rispetto a due cittadini liberati e rispettati, pronti a testimoniare la verità.

Un gruppo di terroristi, che appartiene alla frangia dell'opposizione siriana, sequestra dei civili, li fa allineare ad un muro e li fucila a sangue freddo. Questi sarebbero i movimenti di rivoluzione sostenuti dall'Occidente e così anche dal nostro Ministro Terzi.
La questione siriana sta diventando ridicola, tra chi bleffa e chi pensa che sta girando un film. Forse ci hanno preso per degli stupidi, offendendo la nostra intelligenza.  Sono crollate le due torri, siamo andati a bombardare Paesi cercando armi di distruzione di massa che non sono mai state trovate, e tanti altri fronti di guerra sono stati aperti senza aver mai portato una prova. La CIA, che si ritiene il più grande servizio segreto al mondo, nei fatti ha collezionato storicamente tante figuracce, sino a diventare una barzelletta. Noi che dovremmo essere i complottisti, veniamo superati da chi sta facendo un cinema interminabile, insomma "ci stanno anche rubando il lavoro".  Non ci riconosciamo in questa 'Italia S.p.A.',  fatta di persone che vuole credere al cinema delle televisione, fa finta di credere, perchè non ha il coraggio di dire 'No'.  Avete giurato di difendere la nostra onorabilità, e non di essere fedeli alle Corporation. Questa gente non ha più il senso della vergogna, e ognuno di noi dovrebbe fare qualcosa nel proprio piccolo per rallentare questo processo.
Fuori i vigliacchi dallo Stato!

"Abbiamo visto lo scorso anno come la BBC abbia cambiato i nomi dei terroristi per adattarsi alla loro storia. Da manifestanti pacifici, a disarmati manifestanti pacifici, ad attivisti dei diritti umani, a pacifici attivisti dei diritti umani, ribelli, forze dell'opposizione, esercito di liberazione siriano e ora Shabiha", scrive Marco di Lauro, fotografo italiano. Nel suo commento, testimonia la manipolazione fatta dalla BBC, utilizzando una foto risalente all'attacco di Al Mussayyb, in Iraq, nel 2003, per accreditare il massacro di Houla.  Ricordiamo come i Paesi Occidentali non hanno voluto fare nessuna inchiesta su quella strage, avvenuta proprio alla vigilia di una riunione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU.  Chissà perchè i siriani abbiano tentato di 'auto-condannarsi' prima della votazione di una risoluzione. 



26 luglio 2012

Crediamo di morire per la patria ma moriamo per le banche


Come può il nostro Ministro degli Esteri Giulio Terzi riconoscere la cosiddetta opposizione siriana, che porta avanti la sua guerra con un patto con i terroristi?   Cosa possiamo dire alle vittime di Nassirya, ai nostri carabinieri morti per la cosiddetta guerra al terrorismo, se oggi facciamo patti con chi alza le bandiere di Al Qaeda? La vigliaccheria dei servi delle corporation non ha fine, ed ormai sono disposti a vendere ogni onore per salvarsi da una crisi finanziaria, che vuole portare l'Europa in guerra. Non dimentichiamo che l'ambasciatore siriano in italia è stato 'espulso' - se così possiamo dire - con una lettera, forse per la vergogna di non poter guardare un uomo negli occhi. 
Ministro Terzi, qui non siamo in America...


I guerriglieri di Al-Qaeda prendono il valico di frontiera di Bab Al-Hawa.
Si noti la bandiera nera di Al-Jabhat Nusra, militanti di Al-Qaeda in Siria.
Come riporta l'Agence France Presse, ad al-Hawa "un gruppo di circa 150 combattenti
 provenienti da diversi paesi islamici sono posizionati lungo la traversata del confine",
mentre "molti di loro affermano di essere della Quetta Shura Taliban ,
mentre altri dichiarano di essere membri di Al-Qaeda".

31 luglio 2009

Il terrorismo balcanico 'made in USA'


Il terrorismo balcanico continua a far parlare di sé, dopo che due giorni fa è stato arrestato un gruppo di sette persone nel Nort Carolina (USA) , dopo che la polizia ha scoperto che il gruppo si stava preparando per vari attacchi terroristici in Pakistan, Israele , Giordania e negli stessi Balcani. Un'organizzazione che è stata definita proprio “rete balcanica” , scoperta “casualmente” dopo che è stato fermato un uomo senza il permesso di soggiorno.Il caso del North Carolina ci ricorda uno simile, verificatosi un paio mesi fa, quando sono stati arrestati quattro albanesi, tre macedoni e un kosovaro, con l'accusa di pianificazione di un attacco alla base militare americana di Fort Dicks.

Sono ormai anni che esperti e giornalisti della Bosnia avvertono sull'esistenza di legami decennali tra i gruppi islamici dal vecchio esercito dei mujahedin ai pericolosi terroristi internazionali. Legami comprovati dal fatto che molti dei veterani e degli ex membri dell'unità musulmana dell'esercito bosniaco ora hanno cittadinanza bosniaca, grazie a varie concessioni da parte del Governo della Federazione di BiH e a vari matrimoni con donne musulmane. Sono molti gli esempi che potremmo farvi, cominciando proprio dal caso di Ali Hamad che, dopo 12 anni è stato deportato lo scorso 31 marzo nel Bahrein, suo paese d'origine, ed era anche l`unico mujahedin che ha accettato di testimoniare contro l'esercito bosniaco, tra cui il comandante musulmano Rasim Delic. Un altro può essere Abu Hamza, Karay Kamel Bin Ali, cittadino bosniaco e sposato con una donna bosniaca, il quale è fuggito proprio in questi giorni dal carcere di Zenica, mentre era in vacanza grazie ad un permesso concesso dalle autorità bosniache. Ora il ministero della sicurezza di BIH ha proclamato Abu Hamza un pericolo per la “sicurezza nazionale”, cosa che invece non è accaduto quando combatteva la guerra per l'Islam contro i serbi.

Nei fatti, i mercenari islamici giunti dall'altra parte del mondo per fare la Guerra Santa contro i cristiani nel cuore dell'Europa, non hanno subito alcuna conseguenza, e hanno pienamente adempiuto il loro obiettivo, ossia compiere attentati in diverse parti del mondo dopo essere stati addestrati in Bosnia: i casi più noti sono gli attacchi di Madrid, organizzati dati terroristi addestrati in Bosnia e Jakarta. La Bosnia non ha mosso un dito contro di loro, lasciandoli vivere tranquillamente nelle loro nuove case e nuove famiglie, con la cittadinanza bosniaca. Tra i maggiori fautori di questa situazione è stato proprio il Ministro Tarik Sadovic, che ha dovuto rassegnare le sue dimissioni proprio perché era l'uomo chiave degli aiuti ai mujahedin, e qualcuno non avrebbe certo accettato le rivelazioni sui coinvolgimenti della Comunità Internazionale nelle operazioni di addestramento e trasferimento dai paesi arabi nel cuore dell'Europa. Il terrorismo balcanico continua a far parlare di sé, dopo che due giorni fa è stato arrestato un gruppo di sette persone nel Nort Carolina (USA) , dopo che la polizia ha scoperto che il gruppo si stava preparando per vari attacchi terroristici in Pakistan, Israele , Giordania e negli stessi Balcani.

Un'organizzazione che è stata definita proprio “rete balcanica” , scoperta “casualmente” dopo che è stato fermato un uomo senza il permesso di soggiorno.Il caso del North Carolina ci ricorda uno simile, verificatosi un paio mesi fa, quando sono stati arrestati quattro albanesi, tre macedoni e un kosovaro, con l'accusa di pianificazione di un attacco alla base militare americana di Fort Dicks. Vivendo in un quartiere del North Carolina, le sette persone sono stata prese nel corso di un'unica azione dell'FBI, trovando nelle loro case anche vari tipi di armi. I loro vicini, sotto shock, hanno confermato che erano "davvero dei vicini silenziosi e che non davano mai fastidio a nessuno". “L'operazione ha dimostrato che in America, tra di noi, vive gente pronta ad uccidere” , ha dichiarato l'agente speciale dell' FBI, Oven Harris, al quotidiano di Rolly (capitale del North Carolina) "News and Observer" .
Tra gli arresti del North Carolina vi è Hisen Scherifi , 24 anni , albanese di Kosovo, la cui permanenza in America non era documentata da nessun visto, ma solo da un passaporto dello "Stato indipendente del Kosovo". Da lui è stato possibile identificare Anes Subasic, 33 anni , profugo con nazionalità bosniaca nato a Banjaluka,ma con cittadinanza americana. Uno dei membri del Gruppo dei esperti per la lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata, Dzevad Galijasevic, ha confermato che Subasic è nato in Bosnia e fa parte del cosiddetto “gruppo della Bosnia”, che opera sul territorio americano. Si tratta di persone che, durante la guerra nella ex Jugoslavia, si sono rifugiati in America quando erano solo minorenni, per essere poi reclutati in campi di addestramento su territorio americano. Uno dei campi era diretto da un ex membro dell'esercito “El Mujahedin”, Abu Mali, che ora vive in libertà sotto il falso nome bosniaco-musulmano Safet Catovic.

A coordinare il gruppo è un americano, titolare di un'azienda edile, Daniel Patrick Boyd (39 anni) addestrato in Bosnia. Membri della cella islamista erano i due figli di Daniel, Zacharia (20) e Dilan (22), insieme con Mohamad Omar Ali Hasan (22) e Ziad Jagi (21), che vivevano nella stessa città. Lo scopo dei loro attacchi, come riferito dalle autorità statunitensi, era Israele e altri Paesi nell'Europa dell'est, tra cui anche il Kosovo. In particolare, Adem Scherifi, si è recato un anno fa a Pristina con l'intenzione di portare a termine un “attacco jihadista”; in tale occasione, il 26 novembre scorso, è stato intercettato un messaggio in cui diceva: “Che vada tutto bene come pianificato. Allah ha aperto la strada”. Nel mese di aprile è poi tornato in America per raccogliere i mezzi finanziari e i mercenari dell'esercito dei mujahedin, per poi organizzare su un suolo privato un campo di addestramento e poligono per l'uso delle armi. Il suo collaboratore era Subasic , impegnato nel trasferimento dei due jihadisti all'estero e nel fornire a Boyd un passaporto nuovo con falso nome.
Figlio di un Marine, Boyd ha vissuto in gioventù a Washington, e ora vive con la sua famiglia a Raleigh ( North Carolina). "Boyd era collegato ai vecchi campi in Pakistan e Afghanistan, e per tre anni ha cospirato con gli altri membri, reclutando giovani e trasferendoli in Medioriente per essere assassini", come affermato dall'assistente del Procuratore avvocato generale, David Kris. Lo stesso Daniel Boyd è stato addestrato tra il 1989 al 1992 in campi terroristici, dopodichè ha combattuto in Afghanistan contro i russi. Dopo si è unito ad un gruppo di jihadisti in Israele, Palestina, Kosovo e Bosnia. Per oltre tre anni della sua vita ha viaggiato in Medioriente segretamente, comprando armi e trasferendole al suo gruppo, che intanto programmava rapimenti, omicidi e ricatti alla gente. Due anni fa, in viaggio con la sua famiglia, Boyd e suo figlio sono stati fermati e poi respinti nel 2007 sulla frontiera di Israele, in quanto non hanno fornito un motivo per il loro viaggio in Terra Santa. La moglie disse che il motivo del loro viaggio era un semplice “pellegrinaggio”, che nel linguaggio della criminalità si trasforma in "viaggi per reperire risorse e armi".

Questo tipo di notizie da sempre spaventano il popolo americano, che rimane terrorizzato al pensiero di vivere al fianco di terroristi, per giunta con cittadinanza americana. Tuttavia rappresenta una prova evidente delle ragioni del popolo serbo, che da anni denunciano “il genocidio” perpetrato dai mercenari mujahedin in Bosnia, mentre la stessa America partecipava al loro addestramento. Nel tempo hanno continuato ad essere delle cellule attive, a combattere la loro Guerra Santa, e si stanno trasformando in un boomerang contro coloro che li hanno plasmati. D'altro canto, sembra che esistono due tipi di correnti all'interno della CIA, una che combatte il terrorismo e l'altro che lo aiuta per propri interessi finanziari, assoldando mercenari in Paesi poveri e in Guerra. Sapendo questo, si possono scoprire i veri motivi della nascita del terrorismo, diventato una realtà che non si potrà più controllare. Una polveriera resta sempre la Bosnia, dove le cellule terroristiche sono state aiutate da coloro che cercavano una base di controllo per l'Europa. L'esistenza di questi gruppi terroristici è confermata anche dall'esperto internazionale per il terrorismo , Evan Colmar, secondo cui “in Bosnia esistono un paio di tipi di terrorismo, c'è chi nega o disinforma o non sa nulla dei fatti”. I politici e le altre autorità in BiH devono sapere che, fin quando proclamano un proprio cittadino come “pericolo per la sicurezza nazionale” ma lasciano che altri terroristi come lui vivano liberalmente con la cittadinanza bosniaca, non potranno mai lamentarsi che l'Europa non li ha voluti nella lista bianca di Schengen.

13 marzo 2009

Il volto oscuro dei Balcani attraverso gli occhi di Antonio Evangelista


Da una profonda conoscenza dei Balcani e da una lunga esperienza in queste terre, nasce “Madrasse - Piccoli martiri crescono tra Balcani ed Europa”, di Antonio Evangelista, Vice Questore Aggiunto e Capo della squadra mobile di Asti, nonchè ex comandante della missione ONU in Kosovo (UNMIK). Un saggio che, tra realtà e romanzo, delinea con chiarezza delle sfumature della regione balcanica che sono rimaste all'oscuro per troppo tempo. Cadono i veli della propaganda politica e dei media, che hanno reso le guerre dei Balcani, e lo stesso fondamentalismo islamico cresciuto in quelle terre, una semplice parentesi della storia recente.

Gli orfani delle guerre che sono rimasti sul campo, dopo il ritiro delle truppe dell’ex Jugoslavia e quelle internazionali in Bosnia, sono stati raccolti in madrasse, in scuole coraniche, "nelle cui mura, ex guerriglieri santi, rimasti in Bosnia dopo la guerra, senza alcun tipo di formazione, se non quella del fanatismo religioso e della militanza fondamentalista armata, sono diventati tutori e maestri, padri e madri, amici e fratelli, di creature già vittime della guerra, destinate al plagio esercitato nel segreto di muri oltre i quali non è dato vedere o ascoltare". Queste le parole di Antonio Evangelista, Vice Questore Aggiunto e Capo della squadra mobile di Asti, tratte dal suo ultimo saggio “Madrasse - Piccoli martiri crescono tra Balcani ed Europa” (Editori Riuniti, 192 pagine, 15 euro), nel quale tra realtà e romanzo viene delineata con chiarezza una sfumatura della regione balcanica, volutamente rimasta all'oscuro dell'opinione pubblica internazionale. Parlare oggi di fanatismo e di fondamentalismo in un Paese nel cuore dell'Europa Sud-Orientale, quale può essere la Bosnia Erzegovina, porta a spiegare necessariamente che, nel corso della storia di questa regione, vi sono stati degli eventi risolutivi che hanno cambiato anche la società occidentale.

Leggendo i passi della storia di un orfano delle madrasse, Gjorgje Kastrati, si può scorgere non solo un aspetto poco conosciuto del fondamentalismo islamico, ma anche il ruolo che questo ha avuto in passato nel frammentare la Jugoslavia, nello scatenare una guerra sanguinosa e fratricida armata e fomentata dalle forze della Nato, per poi costruire le "repubbliche balcaniche" che conosciamo oggi, ancora tormentate da conflitti interni dovuti dal peso del passato. Da precisare che "Madrasse" non si riferisce all'islam e o ai musulmani, bensì a quella distorsione della religione che va a creare "un fenomeno criminale che cerca di autolegittimarsi vestendo i panni del predicatore - come sottolineato dallo stesso Evangelista, aggiungendo - non vi è religione al mondo che predichi il terrore la distruzione, e questo è il primo segnale che deve autarci a non andare in confusione".
Questo racconto, intrecciando una trama romanzata con fatti e circostanze reali, mostra come la Bosnia Erzegovina rischia di divenire una cellula dormiente, che potrebbe - nella migliore delle ipotesi - incatenare il suo sviluppo sociale ed economico come Paese europeo, impedendone l'integrazione e il raggiungimento della stabilità interna, sino ad alimentare nuove forme di odio interetnico da scatenare contro gli stessi fratelli bosniaci, o contro la stessa Europa. Le guerre balcaniche fanno così solo da sfondo a questa società sofferente che si sta venendo a creare nei Balcani, nell'immobilismo della Comunità Internazionale e dell'Unione Europea, che continuano a creare differenze e discriminazioni su base etnica e vanno a formare i "piccoli martiri" del futuro.

L'autore così traccia un vero e proprio documento sul "terrorismo di oggi", ereditato però dal terrorismo del passato che cresceva nei Balcani per poi essere esportato in America e dare origine al mito di Al Qaeda, in maniera da nascondere perfettamente i crimini della mano occidentale. Antonio Evangelista ha così realizzato uno dei primi testi giunti nelle librerie italiane che racconta con occhi critici la realtà dei Balcani più dura da accettare, ossia la consapevolezza che i crimini atroci delle guerre balcaniche non sono frutto dell'odio inter-etnico dei popoli che ci vivono, ma della logica spietata dell'indifferenza e dello sfruttamento di queste terre per raggiungere obiettivi di destabilizzazione. Questo è uno degli elementi ricorrenti nei suoi saggi tecnici e delle sue digressioni di grande osservatore curioso, le cui doti di analista critico sono emerse proprio con il primo saggio "La torre dei crani" (Editori Riuniti, 14 euro, 141 pagine). In questo lavoro Antonio Evangelista ha riportato la sua esperienza durante la missione Onu Unmik in Kosovo, in cui ha ricoperto la carica di vicecomandante e poi come comandante, occupandosi durante le sue missioni di investigazioni sulla criminalità organizzata, intelligence, crimini di guerra, terrorismo e mafia kosovara. "La Torre dei Crani" trae il suo titolo da un macabro monumento che si trova in Serbia, al confine con la provincia kosovara, per ricordare un terribile massacro avvenuto 600 anni fa: un'immagine forte per far capire che il Kosovo è una terra assurda, in cui etnie, religioni e costumi sociali molto antichi, si fondono creando un luogo che non conosce leggi o limiti.
Evangelista così spiega l'aspetto oscuro della "terra dei corvi", ossia il fenomeno criminale albanese-kosovaro, che ha schiavizzato questa provincia alla dura legge della vendetta e dell'omicidio. Anche in questo caso, come in Madrasse, viene descritto un fenomeno criminale che affonda le radici nel malinteso senso dell'onore descritto in codici come il Kanun, che paradossalmente avrebbe la funzione di regolare la vendetta e quindi limitare le morti. "La gente si ammazzava o risolveva le proprie controversie ricorrendo alle armi, per i motivi più futili, conditi ovviamente da rancori bellici mai sopiti - scrive Antonio Evangelista - Non passava giornata senza shooting (sparatoria) o handgranade (bomba a mano), magari alla fermata dell’autobus per vendicarsi di uno sberleffo adolescenziale[…] che in quella realtà e cultura assumeva i contorni di tale e tanta offesa che doveva essere vendicato. E la vendetta in Kosovo è una sola, quella del sangue, quella del Kanun". Il Kosovo, attraverso le sue parole, smette di essere solo la provincia martoriata da crimini di guerra volta pulizia etnica degli albanesi per mano serba, per divenire un teatro di guerra continua tra bande che si scontrano per il controllo del territorio, terreno fertile per alimentare traffici illegali e criminalità organizzata.
Da questo punto di vista, i lavori di Antonio Evangelista diventano preziosi e significativi per snodare la grande matassa di disinformazione creata negli anni su questi temi così difficili, proprio perché le informazioni sono filtrate attraverso gli occhi di un osservatore imparziale ma esperto. Cadono così i veli della propaganda politica e dei media, che hanno reso le guerre dei Balcani, e lo stesso fondamentalismo islamico cresciuto in quelle terre, una semplice parentesi della storia recente. In realtà sono una parte essenziale della storia dell'Europa e dell'Unione Europea, all'indomani della sua estensione verso Est e il Vicino Oriente. Ignorare cosa accade oltre l'Adriatico, significa contribuire a creare la nuova Europa una regione eternamente balcanizzata.

19 novembre 2008

Quei “bravi ragazzi” della CIA


La CIA rende pubblico un rapporto secondo il quale le forze estremiste kosovare, ex membri dell’UCK, sono pronti a colpire i politici serbi e funzionari dell’amministrazione internazionale. Un rapporto che cerca di mettere in guardia il Governo serbo, ma potrebbe anche nascondere il tentativo di rafforzare la militarizzazione della provincia e la presenza di forze internazionali.

“Estremisti kosovari, ex membri dell’Uck, (Ushtria Clirimtare e Kosov), finanziati da terroristi arabi stanno preparando un attentato, per colpire politici serbi e funzionari dell’amministrazione internazionale.” Questo quanto dichiarato dalla Cia nel suo ultimo rapporto, inviato alla polizia serba. “Le cellule di estremisti non guardano più solo ai serbi e alla città di Belgrado come principali nemici - si legge nel rapporto - ma il suo sguardo si è esteso più a Ovest, su Washington e Bruxelles. Appartengono a un gruppo di fondamentalisti islamici e, in quanto tali, hanno come unico scopo quello di attaccare tutti i ‘non credenti’. Ci sono le prove - continua - che i componenti del gruppo facevano parte dell’UCK, che a sua volta aveva diretti contatti con Al Qaeda.” Nel rapporto non sono stati specificati i nomi dei possibili politici nel mirino dei terroristi, ma evidenzia con certezza che saranno colpite le più alte cariche delle Istituzioni Internazionali, del Governo serbo nonché obiettivi sensibili, preannunciando così per il Kosovo "uno scenario da Afghanistan". I possibili ‘covi’ degli estremisti, individuati sono Dakovica, Srbica, Vucitrn. I politici albanesi del Kosovo ora hanno un ruolo molto importante perchè possono controllare la situazione anche a proprio vantaggio, ma questo forse non durerà ancora per molto, in quanto l’equilibrio interno potrebbe degenerare. Gli estremisti, secondo la CIA, credono di avere la strada libera davanti a sé dal momento che l’indipendenza del Paese non è stata ancora perfezionata, e difficilmente lo sarà nel breve periodo.
Con questo rapporto sembra che l’America abbia finalmente confermato la sua impotenza nel controllare la situazione locale e internazionale, informando di questo la Serbia, che non potrà controllare parte del territorio. Come sempre, quando le cose non vanno o dopo il fallimento di una politica che ha impoverito i popoli, si accusa Al Qaeda, e dopotutto è sempre più facile riversare la colpa sul terrorismo, i movimenti estremisti e la criminalità organizzata. Ora si rievoca una vecchia storia e si terrorizza di nuovo il popolo serbo, parlando di possibili attacchi estremisti, quando in realtà tutt’oggi in Kosovo, molte persone muoiono a causa dell'uranio impoverito lanciato nei bombardamenti del ’99 da parte della Nato, quindi dell’America stessa. Come riportato in un rapporto dal titolo “La Nato uccide ancora persone in Kosovo”, i malati di cancro in Serbia sono triplicati dopo i bombardamenti, e il numero è destinato a crescere sempre più a causa dei proiettili imbottiti di uranio impoverito, che si trovano in oltre 112 siti in tutto il Kosovo. L’UNSP ha stilato una mappa, presentata a Ginevra, che ha confermato che la Nato ha gettato 31.000 proiettili all’uranio impoverito, violando le convenzione internazionali per i diritti umani, mentre secondo l’esercito Jugoslavo sarebbero 50.000 i proiettili lanciati in 78 giorni di bombardamento, mentre fonti russe riportano una cifra ben più elevata, pari a 90.000 proiettili radioattivi.

Secondo una ricerca condotta dall’ospedale di Kosovska Mitrovica, nel 2005 i malati erano il 38% in più rispetto al 2004. La media mondiale registra il 6% di malati di cancro, ogni 1000 abitanti, mentre in Kosovo la percentuale è decisamente più alta, pari al 20% della popolazione. Lo stesso ospedale di Pristina ha confermato che i casi di cancro maligno sono aumentati, e solo tra il 2004 e il 2005 sono stati evidenziati 3500 casi di cancro tra i cittadini albanesi, come dichiarato dal direttore dell’istituto radiologico a Pristina, Dzavit Bicaj. Non bisogna poi dimenticare i danni subiti dalle truppe della KFOR dislocate in Kosovo: sono oltre 150 i militari italiani che si sono ammalati, in stanza a Dakovica e Decani, dove sono stati esposti ad una massiccia concentrazione di radiazioni, maggiore rispetto a qualsiasi altra zona del Kosovo. Tra il 2000 e il 2004, diversi team di esperti hanno condotto numerose indagini sul territorio del Kosovo e di Metohija, per analizzare la radioattività delle terre, delle acque, della vegetazione e degli animali, rilevando che tutti i luoghi colpiti dai bombardamenti avrebbero dovuto essere evacuati per questioni di sicurezza. Finora, però, nessuna legge regolamenta quelle zone. I rilievi ha dimostrato che la radioattività beta e gamma ha superato i limiti di quella consentita, ritrovando tracce radioattive persino nel latte di mucca, e per neutralizzare la radioattività di un territorio sono necessari almeno 250 anni.

Da questo punto di vista, è proprio inutile che la CIA parli ora di pericolo islamico in Kosovo, dopo che ha letteralmente ignorato gli avvertimenti delle intelligence europee e dei Balcani che denunciavano la pericolosità dei movimenti di estremismo islamico che si venivano a creare nella provincia. Per anni il governo della ex Jugoslavia ha combattuto i movimenti estremisti del Kosovo e della Bosnia, e per questo è stata persino bombardata. Stati Uniti e Europa hanno preso le loro posizioni nei Balcani affermando di portare la democrazia, ma oggi diventa sempre più evidente che la situazione sta sfuggendo dal loro controllo. In Kosovo aumentano sempre di più gli attacchi dimostrativi, e non solo verso il popolo serbo che si trova nel nord della provincia, ma persino contro gli Uffici delle missioni Internazionali, che evidentemente hanno sottovalutato la pericolosità di queste "cellule dormienti". Dopo aver dichiarato che la “situazione potrebbe essere fuori dal loro controllo”, non è da escludere che sarà aumentata la militarizzazione del territorio usando l’alibi di Al Qaeda per dislocare quante più forze militari a controllo del territorio. Non dimentichiamo che, nei piani dell’America, il Kosovo doveva divenire la base statunitense nell’Europa Orientale per eccellenza: un progetto questo che resta a tutti gli effetti ancora valido. La Cia non è mai stata una "buona amica" della Serbia, quindi bisogna sempre prendere con le pinze questi consigli gratuiti dei "benefattori" che hanno devastato e inquinato un intera provincia.

08 settembre 2008

La Corte Europea condanna l'anti-terrorismo



La Corte di Giustizia Europea ha annullato la decisione dei Governi Europei del blocco dei fondi e delle proprietà di Yassin Adbullah Al Kadi, sceicco saudita accusato di aver finanziato con la sua attività l'organizzazione terrorista di Al Qaeda. Di consegnenza tutti Francia, Regno Unito, Paesi Bassi e Spagna - e di conseguenza tutti gli altri Paesi Europei - dovranno ritirare i loro provvedimenti di sequestro e pagare la metà delle spese processuali. "Il diritto di difendersi, in particolare il diritto ad essere ascoltato e il diritto alla riesamina del processo non sono stati rispettati", afferma la sentenza della Corte.

La Corte di Giustizia Europea ha annullato la decisione dei Governi Europei del blocco dei fondi e delle proprietà di Yassin Adbullah Al Kadi, sceicco saudita accusato di aver finanziato con la sua attività l'organizzazione terrorista di Al Qaeda. Yassin Al Kadi, era stato infatti segnalato dalle autorità investigative internazionali come ricercato per aver finanziato Al Qaeda, chiedendo così alle autorità locali di imporre il blocco dei suoi conti correnti bancari e il sequestro dei suoi beni, nonchè il congelamento delle sue attività. Il suo nome infatti compariva nella lista dei finanziatori storici dell'organizzazione di Bin Laden, del terrorismo internazionale, e persino delle attività terroristiche in Bosnia Erzegovina. Si veda infatti l'archivio di documenti del Dossier Al Qaeda.
Per lungo tempo, Al Kadi ha portato avanti una battaglia legale affermando l’illegalità della sentenza emessa non da una Corte di Giustizia, da autorità amministrative su ordine dei Governi. Da parte loro, i Governi hanno sempre difeso la legittimità dei provvedimenti affermando che l’azione rientrava nel quadro delle leggi anti-terroristiche e delle politiche di lotta al terrorismo

La notizia della decisione della Corte Europea che difende la posizione di Yassin Al Kadi e condanna i Governi occidentali, sembra che non abbia scosso molto i media, che hanno ignorato e occultato l’accaduto. Ovviamente, all’epoca del sequestro delle sue proprietà, fu montata una vera e propria campagna mediatica contro Al Kadi, come finanziatore di Al Qaeda e dunque come un terrorista. Effettivamente l’affronto è davvero grande, considerato che Francia, Regno Unito, Paesi Bassi e Spagna - e di conseguenza tutti gli altri Paesi Europei - dovranno ritirare i loro provvedimenti di sequestro. La sentenza delle toghe nere ( si veda sentenza del 3 settembre Causa C-402/05 P ), afferma infatti che il blocco delle proprietà dovrà essere revocato visto che è stato preso in evidente contraddizione con il diritto legale del saudita Yassin Al Kadi a difendersi dalle accuse che gli sono state fatte. "Il diritto di difendersi, in particolare il diritto ad essere ascoltato e il diritto alla riesamina del processo non sono stati rispettati", afferma la sentenza della Corte stabilendo che "le sentenze del Tribunale di primo grado delle Comunità europee...sono annullate", che "il regolamento (CE) del Consiglio 27 maggio 2002, n. 881- che impone specifiche misure restrittive nei confronti di determinate persone ed entità associate a Osama bin Laden, alla rete Al-Qaeda e ai talibani e abroga il regolamento (CE) n. 467/2001 che vieta l’esportazione di talune merci e servizi in Afghanistan, inasprisce il divieto dei voli e estende il congelamento dei capitali e delle altre risorse finanziarie nei confronti dei talibani dell’Afghanistan - è annullato nella parte in cui riguarda Al Kadi e la Al Barakaat International Foundation". Condanna inoltre Il Consiglio dell’Unione europea e la Commissione delle Comunità, nonché i Paesi inclusi in questo caso a pagare la metà delle spese giudiziali del processo.

"Gli obblighi imposti da un accordo internazionale non possono avere l’effetto di compromettere i principi costituzionali del Trattato CE, tra i quali vi è il principio secondo cui tutti gli atti comunitari devono rispettare i diritti fondamentali, atteso che tale rispetto costituisce il presupposto della loro legittimità". Così la Corte di Giustizia annulla un regolamento comunitario che recepisce una risoluzione del Consiglio di sicurezza ONU nella parte che va a ledere dei diritti fondamentali, che sembrano così appartenere ad una sfera di diritto ben superiore. La Corte afferma infatti che il blocco dei beni è stato imposto senza dare al richiedente la possibilità di presentare la sua posizione in relazione alle accuse, violando il suo diritto alla difesa, in particolare del diritto al contraddittorio e del diritto ad un controllo giurisdizionale effettivo, in seguito alle misure di congelamento di capitali imposte proprio dal regolamento n.881 del 2002. Sembra dunque che la Commissione Europea debba fare un passo indietro, e divedere la sua legislazione "sovranazionale" per un cittadino saudita che ha contestato l’illegittimità di un regolamento comunitario, fino a creare un’eccezione del tutto sui generis, ma che comunque costituirà un importante precedente.

L'amministratore delle proprietà di Al Kadi in Albania, Hamzeh Abu Rayyan, ha già fatto sapere in una nota inviata ai media che "anche se l`Albania non è ancora un Paese membro dell'UE, la sentenza giudiziale della Corte di Giustizia Europea è obbligatoria anche per lo Stato Albanese". Rayyan chiede che siano revocate le decisioni sia del Tribunale per i Crimini Gravi che del Ministero delle Finanze, che ha stabilito la confisca dei beni di Yassin Al Kadi in Albania. Infatti, secondo i suoi legali, il Ministero delle Finanze ha bloccato tutti i beni e le ricchezze dello sceicco Saudita in Albania, senza tuttavia nessuna sentenza da parte di un Tribunale. Improvvisamente e senza alcuna documentazione regolare, vi è stato infatti un subentro nella proprietà dei beni da parte dell'Agenzia dell'Amministrazione dei Beni Sequestrati e Confiscati. Così, dopo la sentenza della Corte Europea, i legali di Kadi hanno avvertito che passeranno ad una vera e propria battaglia legale per liberare le proprietà dello sceicco, poste ora sotto il controllo di altri soggetti illegalmente. Il caso di Yassin Al Kadi consente infatti di osservare come spesso la lotta contro il terrorismo rappresenta un’arma nelle mani di entità economiche per appropriarsi indebitamente di grandi ricchezze, legalizzando così delle vere e proprie truffe. È chiaro infatti che il sequestro dei beni di Al Kadi in Albania, se da una parte rappresenta l’esecuzione di un ordine partito dagli Stati Uniti mascherato come impegno "nella lotta al terrorismo per l’integrazione euro-atlantica", dall’altra è un’appropriazione indebita ad opera delle entità che hanno guadagnato dall’operazione. Lo scandalo contro lo sceicco Al Kadi - che ha costruito a Tirana le famose Torri Gemelle dell’Albania (nella foto) - sembra proprio che sia stato montato per "derubarlo" delle sue ricchezze, e ora dopo una lunga lotta legale, dovranno restituire ogni cosa.

L'intero castello delle norme anti-terroristiche cade, in fin dei conti, su delle procedure burocratiche definite lesive del diritto alla difesa del singolo individuo: una vera beffa se si pensa alla complessità del quadro normativo non solo europeo ma anche internazionale, ispirato alla logica diabolica della prevenzione del terrorismo. Yassin Al Kadi riesce infatti a mostrare il punto debole di un sistema profondamente sbagliato, e allo stesso tempo mette in evidenza il volto oscuro dell'anti-terrorismo, quello che condanna gli Stati "canaglia alla morte", i popoli alla guerra, i cittadini al carcere e all’espropriazione delle loro ricchezze. Si indaga oggi sul finanziamento ai terroristi, ma mai in passato sono stati fatti i dovuti controlli sui fondi che da Stati Uniti e Svizzera giungevano nei Balcani, nel Vicino Oriente e nel Medio Oriente, per finanziare guerriglie, rivoluzioni interne agli Stati e l’avvento di Governi sostenuti dall’Occidente. Dietro le leggi di lotta al riciclaggio di denaro e al finanziamento del terrorismo vi è una strategia di controllo dei flussi di denaro e del movimento delle masse, al fine di costruire base di dati dall’importanza strategica per le entità economiche e per i progetti geopolitici.

05 maggio 2008

I pentiti di Al qaeda


Dopo anni di inutili guerre al terrorismo scopriamo che le famose cellule terroristiche sono frutto delle manipolazioni e degli artifici di servizi segreti. Le intelligences hanno infatti creato, grazie alle rete e alle nuove tecnologie mediatiche, i terroristi "su commessa", per infondere nelle persone la convinzione che "una cellula di Al qaeda" era pronta in qualsiasi momento a colpire obiettivi sensibili. A dimostrazione di ciò, vi mostriamo la storia di Kamel Bouchentouf, francese di origine algerina, ritenuto un membro delle cellule di Al qaeda.

Il terrorismo non è solo l’11 settembre, ma è una vera e propria macchina da guerra creata dagli "invisibili" per dare vita ad una realtà alternativa necessaria per instaurare il nuovo totalitarismo del controllo. Senza una valida motivazione che agisse sull’emotività della massa, non sarebbe stato possibile imporre ai Governi misure repressive per la libertà delle persone e per la stessa sovranità degli Stati. Le intelligences hanno così creato, grazie alle rete e alle nuove tecnologie mediatiche, i terroristi "su commessa", facendo leva sulla suggestione e sul panico di massa, nonché sul malessere e sul bisogno delle classi più deboli, per infondere nelle persone la convinzione che "una cellula di Al qaeda" era pronta in qualsiasi momento a colpire obiettivi sensibili. La vera organizzazione terroristica di Al qaeda invece si è venuta a creare in Bosnia, quando gli Stati Uniti, la Nato e l’ONU consentirono che si formasse un esercito di mercenari a cui far combattere la guerra balcanica contro il popolo serbo. Centinaia di combattenti musulmani, provenienti dall’Afghanistan, dalla Libia, dal Libano e dall’Iran, furono organizzati sotto il comando dell’esercito bosniaco-croato, assoldati in una "guerra santa" nel cuore dell’Europa. Allora, organizzazioni internazionali e banche finanziarono quell’organizzazione, e crearono Al Qaeda, uno strumento che poi servirà in futuro per la guerra del Nuovo Ordine Mondiale.

Al Qaeda, dunque, non è altro che un "data base" , o meglio una banca dati riguardate informazioni e movimenti di individui rispondenti a determinate caratteristiche - come extracomunitari, musulmani, origini arabe, appartenenza a circoli politici o religiosi, ecc. - in maniera tale che potevano diventare "la persona giusta nel momento giusto". È stata così costruita la "rete" terroristica che, non a caso, agisce su internet, usa la Western Union o altri sistemi di transfer money elettronici, che invia i suoi comunicati solo attraverso determinati siti o media controllati, e dunque utilizza dei canali "invisibili" che possono essere facilmente manipolati. Una tesi questa che è stata definita la "teoria del crimine invisibile", in quanto costruisce una realtà fittizia facendo ricorso a mezzi non convenzionali, in maniera tale da perdere ogni sua traccia, lasciando dietro di sé solo terrore psicologico. La storia recente ha pian piano dimostrato che dietro "Al Qaeda" non vi è altro che disinformazione mediatica e manipolazione delle intelligence, e ormai nessuno, dotato di un po’ di intelligenza e senso della realtà, può più credere a questa storia assurda.

A dimostrazione di quanto affermiamo, vi è il singolare episodio di Kamel Bouchentouf, francese di origine algerina, che è stato arrestato e poi condannato per terrorismo, ritenuto un membro delle cellule di Al qaeda. È stato infatti accusato di avere preparato degli attentati e di essere uno di questi nuovi combattenti di Al-Qaeda, ma Kamel Bouchentouf si difende affermando di essere stato deliberatamente manipolato dalla Direzione di Sorveglianza del Territorio francese (DST) che lo ha contattato e poi assoldato per essere un "agente infiltrato". Questa storia ha inizio all'indomani dell'11 settembre del 2001, quando tutti i servizi speciali si affrettano a reclutare degli uomini che permetteranno loro di introdurre in rete il nuovo nemico, Al-Qaeda, la base. Kamel Bouchentouf allora ha 27 anni, fa l'autista-fattorino, è di origini algerine e la sua formazione ideologica è stata fortemente influenzata dal Fronte Islamico del Saluto (FIS), inoltre è un esperto di informatica e frequenta luoghi di culto musulmano. Insomma ha il profilo perfetto del "terrorista su commessa" per il DST.
Raccontando la sua storia, afferma di essere stato contattato da un certo "Alex", e di aver incontrato il suo contatto in sei anni più di 200 volte, rifiuta ogni collaborazione ma alla fine accetta perché desidera risolvere dei problemi che gli impediscono di vedere la sua ragazza. Diventa così membro del controspionaggio francese, entrando tra le fila di gruppi islamici che, a partire da 2003, sostengono la resistenza dei fratelli iracheni. Per sfuggire alle pressioni del DST, va in Inghilterra dove gli agenti inglesi lo seguono in tutti i suoi spostamenti, e nel tentativo di far perdere le sue tracce arriva a Beirut, proprio quando nel 2003 ci sarà l'invasione americana in Iraq. Alla fine dei tre giorni, ritorna in Francia, ed il gioco continua. I servizi gli chiedono di tornare in Inghilterra per individuare i musulmani originari della Francia, poi in Iraq, poi nella striscia di Gaza e poi in Lussemburgo per incontrare un iman di origine bosniaca, per infiltrare la loro comunità. Gli chiedono di prendere contatti coi militanti del GSPC, Gruppo salafista che predica il combattimento e comunicano via Internet. Nel 2006, i servizi francesi chiedono a Bouchentouf di stabilire dei contatti con la gerarchia dell'AQMI, Al-Qaeda che si trova nel Magreb.

D’un tratto, la collaborazione si arresta e il 2 maggio 2007 una squadra del DST e del Raid fa irruzione alle sei di mattina nella città di Haut-du-Lièvre, un quartiere popolare di Nancy, arrestando Kamel Bouchentouf, accusato di aver cercato di organizzare degli attentati sul suolo francese, per conto dell'AQMI. Gli agenti del DST affermano infatti che Kamel Bouchentouf ha realizzato un video, destinato ai suoi corrispondenti, in cui documenta la preparazione di un attentato su un treno diretto a Nancy. Vengono così prodotte ogni tipo di prova per incastrare Bouchentouf, affermando che all’interno del suo appartamento vi era un arsenale per costruire bombe: il giudice accoglie l’inchiesta e rigetta ogni ipotesi di una manipolazione dei servizi. Inizia così la persecuzione degli agenti, che durante gli interrogatori minacciano Bouchentouf e la sua famiglia se non confesserà i crimini commessi, mentre i media contribuiscono a creare la sua figura di "web-soldato francese di Al qaeda" . L’epilogo interessante di tutta questa storia, è che le indagini del magistrato portano alla luce le intercettazioni degli agenti del DST che hanno ripetutamente contattato Bouchentouf per estorcere una sua collaborazione, una verità tuttavia negata dal Giudice che decide così di rinviare al Ministero della Giustizia.

Tuttavia, al sistema mediatico e propagandistico dell’ "anti-terrorismo" poco importa che sia dimostrata o meno la colpevolezza di un qualsiasi terrorista sintetico, in quanto ciò che conta è il messaggio inviato all’opinione pubblica sul pericolo di terrorismo sul territorio nazionale. Queste cellule infatti sono manipolate da centri, che poi non sono così occulti come vogliono far credere, in maniera tale da creare dei fusibili e dei capri espiatori da utilizzare per giustificare sabotaggi e attentati inspiegabili. I cosiddetti combattenti di Al Qaeda erano in realtà individui fragili, facilmente deviabili, che sono stati gestiti da un gruppo di agenti che, rubando nei cestini delle moschee, hanno giocato "a guardia e ladri". Si pensi ad esempio al caso della DSSA, una massa di esaltati e di personaggi inutili a cui i servizi segreti avevano concesso degli strumenti e delle risorse, lasciandoli liberi di agire, per poterli poi ricattare nel momento in cui era necessario che cadesse qualche pedina.
Gli uffici politici di intelligence hanno così creato il cosiddetto "popolo degli inutili", ossia la massa di diplomatici, organizzazioni non governative e contractor che operano all'estero. Personale delle ambasciate, autisti, traduttori, grandi imprenditori collegati alle ambasciate, fornitori che hanno contatti con le organizzazioni internazionali, e rappresentanti di associazioni umanitarie: tutti tra di loro connessi in un piccolo labirinto, con i loro incontri "segreti" nei locali e nei ristoranti. Terroristi e agenti, contractor e committenti, chi mette le bombe e chi le toglie, chi affitta macchine blindate e chi spara su di esse per far alzare il prezzo: coesistono da tempo per reggere il grande spettacolo dello spionaggio e della guerra al terrorismo. La nostra storia è costellata di episodi di terrorismo e di sabotaggio avvolti dal mistero, che con troppa facilità sono stati imputati a cellule terroristiche. Piazza Fontana, Ustica e Gladio sono eventi che hanno dato vita a personaggi che hanno scelto la professione di pentito per continuare a servire il sistema a cui appartengono.

07 gennaio 2008

L'ordine mondiale della manipolazione


"La globalizzazione non è sinonimo di ordine mondiale". Questo il messaggio di Benedetto XVI nella sua omelia in occasione dell'Epifania, ricordando come "i conflitti per la supremazia economica e l'accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime" impedisca la giusta redistribuzione delle ricchezze tra la popolazione mondiale. Richiama così all'austerità e ad uno stile di vita più sobrio, con una giusta distribuzione delle risorse, unica soluzione per instaurare "un ordine di sviluppo giusto e sostenibile". Il Vaticano, inteso come entità economica e politica, non può però essere certo considerato come un termine di paragone o come esempio di giusta applicazione della dottrina "equa e solidale". La Chiesa, "sebbene sia Santa", ha la struttura di una vera multinazionale, con una holding bancaria al suo interno, lo IOR, che funge da tesoreria di una rete finanziaria fitta e ben radicata nel sistema bancario mondiale. I suoi rappresentanti siedono all'interno del Consiglio di Amministrazione della Banca Centrale Europea e, per stessa ammissione della Commissione Europea, le Istituzioni Finanziarie del Vaticano non possono essere sottoposte alla normativa anti-riciclaggio comunitaria, né a quella degli Stati nazionali. Le sue proprietà immobiliari si estendono in ogni Stato che si possa definire vicino alla dottrina cattolica, grazie alle sue rivendicazioni storiche e ai numerosi accordi bilaterali conclusi con i Governi. Un tale impero economico, si accompagna ad un dilagante potere mediatico e religioso, che gli conferisce l'assoluto controllo sulle coscienze degli uomini, e così anche sulle leggi e sulle decisioni politiche degli Stati. Da tanto potere non dovrebbe derivare l'impotenza e l'indifferenza a cui invece assistiamo dinanzi alle guerre, alle carestie e alle emergenze umanitarie che distruggono i Paesi più poveri della Terra e quelli detentori delle ricchezze e delle risorse strategiche per la sopravvivenza dei Paesi occidentali.
Perdono così di significato le parole e le omelie contro la guerra e la globalizzazione, se rappresentano solo ciò che la massa e l'opinione pubblica si aspetta di ascoltare, se non sono la vera espressione del credo e della missione del Vaticano, se in realtà sono gli stessi carnefici dei popoli che dovrebbe difendere. Benedetto XVI, così, critica fortemente la globalizzazione come "ordine mondiale", annunciando l'avvento di una nuova era, in cui il sacrificio di ognuno di noi sarà rivolto al bene collettivo. Nessun riferimento è stato tuttavia fatto nei confronti dei signori della guerra, ai finanziatori dei conflitti, a coloro che muovono le alte sfere del potere e fanno sì che le strutture e le entità economiche perpetuino un sistema energetico arcaico e obsoleto. Nessuna condanna contro l'usura bancaria, contro le speculazioni e gli sciacallaggi, che stanno facendo carne da macello delle nostre piccole imprese e della nostra economia. Non vi sono omelie né preghiere, per definire il gesto di un piccolo commerciante di Bari che decide di suicidarsi, bruciandosi vivo dinanzi ad una chiesa, spinto dalla disperazione e dal peso dei debiti che stava portando al fallimento e alla povertà la sua famiglia.
Giorno per giorno, ci stanno trascinando nell'oblio, le crisi si succedono con una frequenza inarrestabile, mentre i nostri governi si preparano ad entrare nell'epoca delle guerre perpetue. I rincari e l'inflazione sono tuttavia destinati a continuare, come affermato dall'Opec che, proprio quando il corso di un barile di petrolio supera la soglia dei 100 dollari, nega l'aumento dell'offerta di petrolio, considerata "sufficiente a soddisfare le esigenze del mercato" , non essendovi così alcuna ragione per aumentare la produzione. "La caduta del dollaro e l'inflazione sta così creando il fittizio rialzo del prezzo del petrolio", dichiara il Ministro algerino Chakib Khelil, e probabilmente è destinato a raggiungere il limite dei 110 $. Le tensioni in Pakistan, in Kenya e in Nigeria, a cui occorre aggiungere la speculazione, la mancanza di capacità di raffinazione dei Paesi esportatori di greggio, il crollo delle scorte americane, l'aumento della domanda di Cina, India e Medio Oriente, e ancora il rialzo dei costi di produzione petrolifera, hanno portato ad un prezzo di 100 dollari "non necessariamente molto elevato", perchè ormai l'equazione della domanda rispetto all'offerta è stata ribaltata. L'immobilismo dell'Opec può essere interpretato sia come logico tentativo di continuare a lucrare dinanzi ad una situazione di grande difficoltà per il resto del mondo, sia come un segno di debolezza, come reale incapacità ad aumentare la produzione di petrolio essendo già ai massimi regimi per la maggior parte dei paesi esportatori. Il presidente dell'Opec ha sottolineato infatti che resta "oggi esistono ben poche regioni da esplorare ancora" e le "sorgenti nuove" di idrocarburi, come i sabbie bituminose del Canada o i giacimenti nelle acque profonde degli oceani rappresentano "degli investimenti enormi", che farebbero aumentare ancor di più i costi. Ci si aspetta che dovrà aumentare il numero dei Paesi dell'Opec, con la Guinea Equatoriale o il Sudan, ma di questo passo si potrebbe arrivare a sottoporre al cartello qualsiasi piccolo produttore di petrolio.

La situazione dunque, è alquanto difficile e problematica, i problemi degli Stati occidentali potrebbero aumentare ancor di più, e il terrorismo potrebbe dilagare seminando ovunque caos. Una tesi non inverosimile, considerando che la Francia si è già autodefinita prossimo obiettivo di Al Qaida, all'interno del proprio territorio. Dopo l'attacco che è costato la morte a quattro turisti francesi in Mauritania - che ha causato l'annullamento della Paris-Dakar - è stato lanciato su un sito web islamico, secondo le intelligence "gestito" dal Al Qaida, una minaccia di attacco contro Parigi, allo scopo di provocare "la caduta del Presidente Nicolas Sarkozy e il crollo economico in Francia. Tale tesi è stata diffusa da un centro americano specializzato nella sorveglianza delle comunicazioni della rete di Osama Bin Laden, il Site Intelligence Group, affermando che gli attentati potranno colpire sia i siti più popolari ed importanti, sia le personalità più prestigiose ed importanti. Ecco che attraverso la Francia si insinua lo spettro del terrorismo, che ha, non a caso, scelto una vittima di eccellenza, con una situazione politica interna già compromessa dal malcontento dei cittadini francesi naturalizzati, e un passato fortemente implicato con il mondo arabo e dei fondamentalismi.
La Francia pagherà amaramente questa falsa propaganda orchestrata per fare clamore e deviare l'attenzione sulla crisi che colpisce le economie occidentali. Tutti gridano così alla catastrofe, ma la catastrofe c'è già e può essere solo placate da parole di speranza, da omelie di fede o da canti di guerriglia. La nostra società sta così rispondendo alla crisi creando delle realtà alternative, sintetiche in cui sfogare le proprie frustrazioni. Il web sta proprio per questo diventando il luogo virtuale in cui creare la propria verità, il proprio mondo, le proprie sette, agendo, tuttavia, nel raggio di azione di regole predefinite e prestabilite. Si può in questo modo dare vita ai falsari sintetici, agli opinionisti sconosciti, alle false teorie che accreditano personaggi e uomini politici, al terrorismo e al nemico ideale di ogni democrazia.

04 gennaio 2008

Pakistan : un nuovo focolaio di guerra e terrorismo


L'omicidio di Benazir Bhutto ha destabilizzato il Pakistan sollevando all'interno della Comunità Internazionale gravi dubbi sulla probabile infiltrazione all'interno del regime di Musharraf di cellule terroriste di Al Qaida. Una tale eventualità potrebbe spingere gli Stati Uniti ad intervenire per rimuovere il governo di Musharraf e "ripristinare" la democrazia, compromessa dalla probabile esistenza di cellule terroristiche all'interno della regione.

A confermare la strategia di sabotaggio del Pakistan interviene la testimonianza di un medico che aveva soccorso Benazir in seguito all'attentato, il quale afferma che " è stata uccisa da un'arma laser dell'esercito, aveva una ferita complessa, non da proiettile". Secondo il The Nation , riportando una dichiarazione ufficiale di un dirigente del Partito popolare pakistano (Ppp) della Bhutto, Babar Awan, l'arma che ha ucciso l'ex primo ministro è simile a quella usata dalle forze americane in Iraq, e attualmente non è in possesso dei talebani, ma dei reparti speciali di sicurezza del presidente Pervez Musharraf. Mentre il New York Times riprende la dichiarazione di un medico secondo cui il governo ha ritirato le cartelle cliniche subito dopo il ricovero. La prova più eclatante è stata tuttavia fornita dalla CNN, che ha ripreso la scena dell'attentato in una prospettiva chiara ed evidente, sulla quale possono essere formulate molteplici ipotesi sulla dinamica sugli eventi. Una tale mobilitazione dei media statunitensi lascia così pochi dubbi nell'intera opinione pubblica internazionale, che vede così nel Pakistan un nuovo nemico, un nuovo focolaio di terrorismo che rischia di rendere instabile una regione così importante per la produzione e il trasporto di petrolio.
Così gli scontri e le emergenze in Pakistan sono state seguite costantemente dai media internazionali, creando come una guerra virtuale che nasconde un sabotaggio sotterraneo del regime di Musharraf, da parte degli Stati Uniti e delle entità che da tempo cercano di appropriarsi del controllo della Regione.

Nello svolgimento dei fatti si riconosce con molta facilità la strategia adottata dalle intelligences e dalle forze occidentali per destabilizzare i Governi dei Paesi individuati come "stati canaglia", proprio come accaduto in Iraq, in Jugoslavia e in Afghanistan, e che sta colpendo ora la Georgia, l'Ucraina e il Kazakhstan. Ritroviamo infatti la "guerra lampo dei media" che hanno attaccato il Presidente Musharraf in diverse occasioni, mettendo in dubbio il suo potere, il suo ruolo nella "guerra di Washington sul terrorismo" e preannunciano la sua caduta; i soldi e i finanziamenti ai movimenti del dissenso organizzato, e così gli attivisti disposti a mobilitarsi e ad organizzare gruppi sociali di protesta. Ancora, una campagna di disinformazione attraverso l'Internet, con l'apertura di forum e mailinglist per inscenare l'esistenza di una opposizione invisibile di contrasto al regime totalitarista; la nascita di numerose ONG europee ed americane finanziate da grandi fondazioni che hanno a loro volta alimentato la macchina di mobilitazione anti-governo. La disinformazione mediatica è stata totale, considerando che le Agenzie degli Stati Uniti controllano direttamente le reti televisive pachistane private, che in questi mesi hanno sostenuto la linea dell'opposizione, parlando di corruzione, di inflazione e di insostenibilità economica. Le piazze sono state riempite di studenti, di avvocati, di movimenti di protesta infiltrati da gruppi armati e violenti che hanno così testimoniato il dissenso popolare. Al momento, tuttavia, nessuna associazione studentesca ha reso noto chi si nasconda dietro le proteste degli studenti, e molto probabilmente esiste una regia sotterranea che ha guidato la mano di molti di coloro che sono scesi in piazza per protestare contro le riforme costituzionale del Presidente Musharraf. A quel punto è intervenuta la "dichiarazione dello stato di emergenza", mentre gli attentati hanno cominciato a colpire diversi esponenti governativi ed istituzionali. È stato creato un leader dell'opposizione quasi dal nulla, rilanciando la figura opaca di Benazir Bhutto, salutata dall'intera opinione pubblica come la reale espressione del "Pakistan democratico". In realtà la sua figura è stata completamente manipolata, per essere prima una pedina per indebolire Musharraf e poi per distruggerlo completamente. La sua morte è stato un grande spettacolo, stranamente seguito dalle televisioni del mondo intero, accreditata dalle diverse prove di colpevolezza di Musharraf create ad hoc e accreditate dai media e dalle intelligence statunitensi.

Il Governo Pakistano, a sua volta, cerca di difendersi, annunciando attraverso il suo portavoce agli Affari Esteri Tasnim Aslam che esistono delle prove "di un coinvolgimento indiano con gli elementi anti-statali in Pakistan", alludendo così alla stretta collaborazione esistente tra il Governo Statunitense e quello Indiano per rafforzare il controllo sull'Afghanistan e sul Pakistan stesso. È bene ricordare infatti che lo scorso 22 dicembre è stato ufficialmente reso noto da parte del Ministro del Petrolio iraniano Gholamhossein Nozari che l'India non ha rinunciato al progetto di costruzione del cd. "gasdotto della pace" che instraderà il gas dell'Iran verso il territorio indiano, come confermato anche dal Ministro indiano agli Affari Esterni, E.Ahamed. L'unico dubbio sorto, pare che sia provenuto proprio dal Pakistan che ha imposto che venisse previsto nel contratto di collaborazione tra i tre Paesi, una tassa di transito, per conferire al territorio pakistano il rilievo che gli spetta nel Progetto trilaterale. Per tale motivo, il "gasdotto della pace"ha già creato molteplici scontri e guerre, che saranno probabilmente destinate a far cadere la pedina che al momento è più debole.
L'Iran dal canto suo è riuscito, con tale manovra, a riservarsi una posizione privilegiata a livello internazionale, coperta dagli scontri sul problema del nucleare.

Quanto sta accadendo in Pakistan è solo uno dei tanti episodi che hanno già colpito e distrutto Stati come la Jugoslavia e l'Iraq, che oggi cercano di compromettere la stabilità del Kosovo, per arrivare a controllare la regione chiave per l'accesso e al controllo del Corridoio VIII, che si dirige verso Oriente e verso il Mar Caspio. Il Kosovo è stato infatti letteralmente bersagliato dai media occidentali, che hanno già creato la finzione del conflitto etnico, e ora la sicurezza della sua popolazione viene messa a rischio dal diffondersi di bande armate e cellule terroristiche che si dichiarano pronte ad attaccare. Sin dagli anni '90 è stato gestito e controllato un traffico di armi dal mercato americano a quello kosovaro, finanziando l'Esercito per la Liberazione del Kosovo (KLA). Gli Stati Uniti hanno fatto spesso da base logistica per organizzare una guerriglia dall'estero, finanziando così organizzazioni terroriste e crimine organizzato, grazie all'appoggio di numerosi politici americani che frequentano spesso gli incontri per la raccolta dei fondi del movimento di liberazione. Al momento, ancora esiste la rete di contatto con le lobbie esterne pronte ad alimentare la guerra attraverso le guerriglie e la disinformazione.

03 dicembre 2007

La Russia avanza e l'America indietreggia


Abbiamo assistito ad un'altra domenica di elezioni, anche queste segnate dalla disinformazione e dalla speculazione dei media. La Russia va al voto per il rinnovo della Duma con circa il 60% di affluenza, confermando pienamente la fiducia al suo Presidente, con il 65% dei voti, sfatando così i miti della astensionismo elettorale e dell'esistenza del movimento anti-Putin. Dopo che Mosca ha rifiutato la presenza degli osservatori dell'OCSE per vigilare sulle elezioni, è entrata in azione la propaganda per denunciare irregolarità e brogli. Giornalisti di fama internazionale, che lanciano sentenze e veleni, sono in realtà dei pappagalli - quelli che gli ebrei chiamano "argentur" - perchè "ripetono senza sapere cosa dicono", vanno in terre straniere, soprattutto quelle dell'est, presentandosi come delle istituzioni, ma sono sempre degli "stranieri". Sono elementi completamente estranei, non conoscono nulla della cultura e della società in cui vivono, e, pur di conquistare qualche pagina, sono disposti a dire qualsiasi cosa, fomentando la disinformazione. Leonardo Coen, inviato di Repubblica, definisce Putin come uno "Zar di Russia" , amplificando le notizie e parlando di democrazia, per dare così l'idea che si stia formando a Mosca un regime dittatoriale. Desideriamo dunque sapere da Leonardo Coen quale Paese europeo esercita la democrazia, spiegando quale ruolo hanno le Commissioni della Comunità Europea e quale invece il Parlamento Europeo zittito dai veti dei Commissari. Qual è dunque il ruolo dei grandi inviati di guerra, quando vengono sequestrati, lasciando sul debito pubblico il peso del pagamento del riscatto, mentre il giornale si arricchisce con le pubblicità dei soci, dei padroni, dei baroni e dei professori.
Questi stessi giornalisti, che definiscono le elezioni in Russia come "antidemocratiche", si sono affrettati ad annunciare la vittoria di Hashim Thaci in Kosovo. E proprio lì, dove il monitoraggio delle elezioni era affidato agli Osservatori dell'OCSE, alla Kfor, alla Umnik , e poi a tutti i giornalisti occidentali e alle Associazioni finanziate dalle grandi fondazioni, sono stati riscontrate delle forti irregolarità e brogli elettorali. Nonostante molte delle autorità locali avevano avvisato la comunità internazionale del rischio di brogli, nessuno ha ascoltato e nessun media ha sollevato il dubbio una volta chiuse le urne. Fatto sta che, nel Kosovo "strettamente monitorato", occorre ripetere le elezioni per ben 31 circoscrizioni: una notizia questa che è rimasta completamente all'oscuro dei media. Ci chiediamo, dunque, come sia possibile che la situazione sia sfuggita al loro controllo, nonostante sia stata garantita una sicurezza al 101%, considerando che il kosovari e i serbi non possono azzardare alcuna mossa senza il permesso degli "osservatori atlantici".
Oggi si cerca di contestare il risultato della Russia, ma conosciamo bene le elezioni democratiche dell'Occidente, dove non esiste mai un vero vincitore senza il colpo di scena finale. Non dimentichiamo cosa è accaduto alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti del 2001, quando, tra polemiche e forti dubbi, George Bush si proclama vincitore dinanzi agli occhi del mondo intero. Quello che non tutti sanno è che quattro delle maggiori testate giornalistiche internazionali, hanno effettuato, a loro spese, il riconteggio delle schede elettorali, scoprendo una sconcertante verità. L'11 settembre del 2001 , i quattro grandi media si preparavano a dare l'annuncio mondiale che Bush era stato sconfitto da Al Gore, e che non era il legittimo Presidente degli Stati Uniti. Una notizia questa che avrebbe sconvolto l'America, cambiando anche il destino dell'equilibrio mondiale, considerando che la famiglia guerrafondaia dei Bush avrebbe perso la credibilità e la leadership del Governo statunitense. Tuttavia, un altro evento scosse l'attenzione dei media, qualcosa dei ben più incredibile e sconvolgente che ha consolidato ancora di più la posizione di George Bush: un attentato da parte di fantomatici dirottatori di Al qaida che hanno distrutto due grattacieli in acciaio e cemento. Non a caso, pochi mesi dopo, una ricostruzione dei fatti ha dimostrato che si è trattato una demolizione controllata. Sorge, a questo punto, il dubbio che non esistano le coincidenze, che nulla è stato lasciato al caso, e, soprattutto, che è stato realizzato negli Stati Uniti qualcosa in cui tutti fino ad allora avevano fallito. È stata creata la prima dittatura invisibile della storia, basata sulla disinformazione e sulla paura, senza che nessuno se sia accorto. Nasce Al Qaida, il terrorismo, da combattere con la guerra perpetua, il controllo della massa, l'accentramento dei poteri nelle mani di pochi: puro totalitarismo. L'attacco all'America è stato così organizzato da chi voleva la guerra, perchè non ha avuto il coraggio di ammettere la propria sconfitta dinanzi alla sua gente, nonostante i grandi mezzi e la potenza che da sempre vanta.

I demiurghi di questo assurdo piano, sono divenuti ambasciatori di pace, profeti della democrazia ed esportatori di civiltà. La loro presenza in ogni Stato è divenuto un diritto, una pretesa da rispettare se non si vuole divenire un "paese canaglia" o anti-democratico. Nessuno invece dice che coloro che rappresentano la democrazia sono il ritratto del "fallimento" delle Carte costituzionali e di ogni principio democratico. Basti pensare che l'Italia ha al momento un governo che si basa sui voti degli Italiani nel Mondo, e potrebbe essere dichiarato illegittimo da un momento all'altro, se si andassero a ricontrollare tutte le schede elettorali. Ricordiamo infatti i video che dimostrano la manipolazione delle schede, per non parlare dei conteggi del Quirinale, e la continua rinegoziazione della fiducia al Governo. Non sono questi dunque gli esempi autorevoli di democrazia, non sono questi gli "osservatori" che possono giudicare o dettare legge nei confronti degli altri Stati. Non dimentichiamo che i nostri politici hanno svenduto il patrimonio statale promulgando dei decreti ministeriali, hanno patteggiato con gli Stati Uniti l'utilizzo del territorio italiano da parte degli Inglesi e degli Americani. Il marcio è dentro i nostri stessi governi, e per trovare corruzione e dittatura non occorre cercare molto lontano, cercando in Russia, in Ucraina o in Kosovo, qualcosa che già esiste ed è ovunque.
Noi tutti della Tela vorremmo fare i migliori auguri al Presidente Vladimir Putin, un uomo che è stato in grado di portare avanti un progetto unico nel suo genere, e di riconquistare l'onore e la credibilità che era stata sottratta alla Russia. La Russia ha ritrovato la sua strada, e oggi è temuta e rispettata, perchè quel servizio segreto Ortodosso è oggi rinato e ha creato una forte dissidenza che sarà il vero ago della bilancia dei poteri in Europa.