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24 marzo 2016

Attentati a Bruxelles: il doppio gioco dell'Occidente

Gli eventi di Bruxelles, al di là di ogni speculazione fine a se stessa, pongono dei seri interrogativi sulla efficacia del sistema di intelligence europeo, che si è rivelato fallace e per certi versi scoperto. Lacune che oggi si cerca di nascondere riversando tutta la responsabilità sul Belgio, come se fosse l’unico responsabile a dover garantire la sicurezza della capitale europea, che è anche sede delle più grandi istituzioni euro-atlantiche. Non viene infatti considerato che il sistema biometrico europeo, ed in particolare quello francese associato al sistema delle cosiddette “fiches”, ha dei grandi bug all’interno, per cui questi “cittadini sospetti” sono in grado di circolare tranquillamente tra uno Stato all’altro attraverso gli aeroporti senza essere identificati. E’ anche chiaro che la rimozione dello Schengen non sarà di grande aiuto, considerando che esiste già un problema nei controlli biometrici. 

Esiste poi un altro grave dilemma connesso alla “libera commercializzazione di armi” nei porti franchi europei – come Anversa, Amburgo, Rotterdam e Marsiglia – verso i teatri di guerra, senza che questo scandalizzi troppo le autorità europee, che rilasciano senza molti controlli le licenze alle grandi società di armamenti. Se si prende in considerazione il caso della Tunisia, coacervo delle cellule Daesh nel Mediterraneo, si può evidenziare come i carichi di armi più sospetti giungevano proprio dall’Europa. Tra i casi più recenti, e anche più interessanti, vi rientra quello del sequestro a Nabeul di un container di armi destinato ad un imprenditore belga (contenente fucili, munizioni da guerra, droni, attrezzatura subacquea), spacciate come “armi sportive”. Secondo fonti delle Dogane tunisine, dal 2013 sono giunti in Tunisia quasi 90 spedizioni sospette di società europee, in particolare belghe e francesi. 

Caso ancora più eclatante, e anche di maggiore interesse all’indomani degli esplosivi “con bulloni” a Bruxelles, è quello di un carico sospetto giunto all’Aeroporto di Tunisi e proveniente dagli Stati Uniti. A lanciare l’allarme è stato un generale di brigata delle Dogane tunisine, parlando di un "pericolo imminente" dopo la scoperta di un carico contenente esplosivo, detonatori, pentole a pressione riempite con viti e bulloni, cinture esplosive e granate. Il generale tunisino ha anche denunciato l’irresponsabilità delle autorità che hanno nascosto l’evento durante un periodo di "piena emergenza". Il container rientrava in una spedizione cargo partita dalla California (Stati Uniti) e destinata alla Tunisia, facendo scalo all'aeroporto di Charles de Gaulle. Questa "merce" è stata inviata in due viaggi (la prima il 21 gennaio di 270 kg, e il secondo il 23 gennaio di 1500 kg). A scoprire casualmente le “pentole cariche di bulloni” erano stati i dipendenti della FedEx che smistavano il carico all’Aeroporto di Parigi e, avvisate la direzione della società, hanno appreso che “si trattava di dispositivi esplosivi fittizi, destinati all’Ambasciata Americana per delle esercitazioni militari” . Di contro, l'Ambasciata degli Stati Uniti ha negato qualsiasi coinvolgimento nel caso, e quindi anche che il carico di detonatori fosse destinato ad essa. L’episodio, nonostante la gravità, non è stato oggetto di indagine da parte della Direzione delle dogane centrale o del Ministero degli Interni non hanno avviato alcuna inchiesta. 

E’ lecito domandarsi il perché di questi “doppi-standard”, considerando che basta molto meno per far scattare un raid contro sospette cellule senza alcuna prova. Giocare sull’ambiguità dinanzi a temi così delicati non fa che crescere dubbi sulla lealtà dell’Alleanza atlantica, soprattutto quando Nicolas Sarkozy e David Cameron hanno programmato il bombardamento della Libia, mentre firmavano lettere di concessione per gas e uranio. Per ottenere il sostegno di Israele, venne anche fatto credere che la “Nuova Libia” avrebbe riconosciuto lo Stato israeliano, per divenire quindi il primo Paese arabo ad accettare tale riconoscimento. Oggi, mentre l’Italia chiede di investire più fondi nelle periferie e della formazione culturale degli stranieri, ci troviamo ancora una volta dinanzi ad uno scenario bellico che non lascia scampo. Infatti, Francia e Inghilterra, attraverso i vari Comitati d’affari, hanno promesso alle tribù la creazione di uno Stato Tuareg, per cercare di recuperare le concessioni perse dopo la rivoluzione del 2011. Questa diplomazia parallela aumenta inevitabilmente le divisioni nell’Alleanza, anche perché - forse bisogna ricordarlo a qualcuno – il Tribunale dell’Aja ancora esiste e aspetta chi ha commesso gravi crimini. 

Ad ogni modo, vorremmo invitare gli addetti ai lavori a riflettere su quanto accaduto a Bruxelles, nella speranza che qualcosa si fermi e non degeneri in uno scenario che nessuno vuole. Se una cellula terroristica decide di colpire una “capitale storica” per il transito di ogni tipo di commercio e strategico rifugio per le dissidenze, allora vuol dire che i sistemi di copertura sono davvero saltati, e che qualcuno all’interno dell’Alleanza sta facendo un gioco sporco.

14 dicembre 2010

La Meico e il traffico di armi di Slobodan Tesic


Vengono alla luce i primi documenti sui Balcani estratti dal ricco database di Wikileaks. Essi fanno riferimento al traffico di armi gestito da Slobodan Tesic, il cui nome appare sulla "lista nera" degli Stati Uniti. A causa del piccolo peso dell'Albania sulla scacchiera internazionale, il suo ruolo non viene toccato dalla pubblicazione dei dispacci 'segreti' pubblicati dai quotidiani più prestigiosi del mondo. Comunque, anche se l`Albania è coinvolta direttamente o indirettamente in affari come contrabbando di armi e droga ed nel sostegno a gruppi terroristici, d`importanza più che regionali, viene citata in maniera velata. Nei due documenti in questione, solo casualmente compare il coinvolgimento dell'Albania nel contrabbando delle armi della Serbia verso lo Yemen e il Medio Oriente. Si tratta del telegramma con data 14 dicembre 2009 ore 05:30 contrassegnato come 'secret nonforn' , e quello del 15 gennaio 2010 ore 12:34, elaborato dal funzionario Margharet Mitchell, che fanno riferimento alle informazioni fornite dal servizio segreto bulgaro in merito ad un contrabbando di armi del valore di circa 95 milioni di dollari che dalla Serbia avrebbero dovuto giungere nello Yemen attraversando il transito dal porto di Durazzo. Infatti quella operazione è fallita dietro l'intervento degli americani e degli stessi servizi segreti bulgari.

Tuttavia, da un'inchiesta di Investigim, vengono messi in evidenza due elementi. Il primo è che Slobodan Tesic, cittadino serbo considerato come uno dei più grandi esponenti del contrabbando d`armi nei Balcani. Il secondo è che l'impresa statale albanese MEICO, diretto dal Ministero della Difesa, ha fornito le munizioni di produzione albanese a Tesic, sottoscrivendo persino un contratto di vendita. L'accordo è stato firmato con il Governo albanese nell'ottobre del 2009 e le munizioni vengono esportati dalla Serbia nel gennaio 2010. Oggetto del contratto missili per artiglieria pesante, fucili snayper M70 Nagant 8mm, cannoni obuz, artiglieria contraerea, munizioni per armi leggere e esplosivi. Come compagnia di intermediazione è stata individuata la "Melvale Corporation LTD" di proprietà di Slobodan Tesic. Questa compagnia è registrata in vari stati, rispettivamente:

- a Belgrado, con indirizzo Ulica Tadeusz Koscuska 56, tel 038112920200;

- alle isole Seychelles, all' indirizzo suites 25&27 second floor Olea Trade Center Francis Rachel street P.B. 1312 Victoria, Mahe Island Tel. 0099532220934 (stranamente il numero del telefono della compagnia registrata alle Seychelles appartiene ad un ente statale della Repubblica della Georgia),

- in Svizzera e a Cipro.

I documenti americani cancellano il nome della società ma Investigim è riuscita ad identificare l'impresa e a fornire un'ampia documentazione della società. In questi documenti viene menzionato anche il partner di, Tesic Messure Sharenach Nenad, che godeva oltre della cittadinanza serba anche di quella britannica , ma non possedeva nessuna licenza rilasciata da parte del governo britannico per il commercio di armi.



Il servizio segreto bulgaro sabotò la vendita delle armi serbe, perché la Bulgaria intendeva entrare lei in affari con lo Yemen, al fine di assicurare dei profitti per le imprese statali bulgari. L'ex partner bulgaro di Slobodan Tesic, Todorov, sembra abbia fornito al servizio segreto le informazioni necessarie relative all'operazione di esportazione. Ma Slobodan Tesic, inserito anche nella lista nera delle autorità americane, è stato anche in altri casi un partner del Ministero albanese della Difesa, a partire dal 2003. Ricordiamo che le autorità bulgare, sotto la pressione americana, essendo quest'ultimo un Paese membro della NATO, nel 2005 vietò l'ingresso di Tesic in Bulgaria. Lo Stato serbo, a sua volta sotto le identiche pressioni americane, nel 2007 revoca la licenza per il commercio di armi alla compagnia di Tesic. I bulgari lo definiscono così persona non grata, e persino il servizio d`intelligence serbo gli crea degli ostacoli. Solo in Albania Tesic viene accolto senza ostilità. Così nel 2006, su richiesta del Ministero della Difesa, il Capo Commissario della Polizia, Albert Dervishi, diede a Tesic, presso l'aeroporto di Rinas, un visto albanese ( il passaporto di Tesic recava il numero 004812551 ). Assieme a lui, vengono dotati dei visti albanesi anche il cittadino georgiano Iason Chikhladze, della Mingrelia, e il cittadino armeno David Galstyan. Durante la sosta di due giorni in Albania, il contrabbandiere visita i depositi di armi e i reparti militari albanesi a Qafemolle (Tirana), Vertop (Berat) e Ullishte (Elbasan).


Così nella notte del 16-17 maggio del 2009, attraverso il Porto di Durazzo, Tesic riesce a spedire in Medio Oriente una discreta quantità di container contenenti armi. Questa operazione fu documentata completamente dagli organi legislativi americani, anche se per varie ore il Porto di Durazzo fu colpito da un improvviso black-out. Al contrario, nel gennaio del 2010, il tentativo di utilizzare ancora Durazzo come piattaforma per il contrabbando delle armi serbe fortunatamente fallisce, grazie all'intervento americano. Tuttavia Tesic riuscì in vari casi ad utilizzare l`Albania per il contrabbando delle armi senza problemi . Durante questo periodo, si sono succeduti presso il Ministero della Difesa Fatmir Mediu, Gazmend Oketa e Arben Imami, mentre il Premier è sempre stato Sali Berisha.

Ci si chiede ora perché Slobodan Tesic è un personaggio problematico per le autorità americane. Ricordiamo che nel 1992 Tesic aderì all'organizzazione “Beli Orlovi” (Le Aquile Bianche) la quale fece rinascere la tradizione cetnica nella guerra civile in Jugoslavia negli anni `90. Tesic è anche inserito nella US Security Council’s travel ban list, dopo aver violato la risoluzione ONU 1521 per l'embargo verso la Liberia, continuando ad intrattenere dei contatti dì'affari con i governi sanzionati. Gli Stati Uniti sembra che siano intervenuti più volte per evitare che le armi serbe giungessero all'esercito dello e nelle mani di organizzazioni terroristiche nello Yemen, ma anche in Iraq, persino anche grazie all`aiuto della MEICO albanese. Interessante rimane il fatto che nel febbraio del 2009, la BIA - servizio segreto serbo, sotto la forte pressione americana, fu obbligato a bloccare un contratto di fornitura d`armi della compagnia Melvale di Slobodan Tesic con la Libia della cifra di 50 milioni di dollari americani.

Gjergi Thanasi
giornalista di Investigim

18 ottobre 2010

Esplosivo trovato a Gioia Tauro: partita venduta all'IRAN dalla MEICO

I servizi d`intelligence occidentali scoprono un carico spettacolare di esplosivo in un container del porto di Gioia Tauru. Si tratta di 7 tonnellate di materiale esplosivo del tipo “esogeno” (RDX o T4 noto anche come C4 ) che, secondo gli inquirenti, proviene dall'Iran e sarebbe destinato alla Siria. Oltre ai sospetti, il settimanale "Investigim" ha accertato mediante fonti attendibili che si tratta di una produzione albanese, venduta all'Iran quattro anni fa dall'impressa MEICO del Ministero albanese della Difesa. Il settimanale pubblica oggi documenti esclusivi sul commercio di armi con uno degli Stati definiti come parte dell' "asse del male". Viene così alla luce una transazione su come la MEICO vende a Iran 100 tonnellate di esplosivo tra i più potenti.

Il tritolo proveniente dall'Iran: il percorso del container. Con circa un mese di ritardo, Roma rende pubblica la grande operazione sulla prevenzione degli attentati terroristici. Così il 21 settembre la Guardia di Finanza italiana scopre in uno scanner che un container del porto di Gioia Tauro trasporta due tipi di carichi, uno del quale si sospetta sia esplosivo. Una volta aperto il container viene rilevato che dietro il carico di 800 sacchi di iuta con latte in polvere, vi sono circa 7 tonnellate di materiale esplosivo di tipo esogeno, che è diversamente noto come “RDX” oppure anche “T4”. L`esplosivo era imballato in sacchi di plastica e tessile con un peso di circa 10 chili ciascuno. Le autorità italiane, dal questore di Reggio Calabria Carmelo Carbone fino al direttore delle Dogane di Gioia Tauro Saverio Marrari, descrivono ampiamente il ritrovamento dell'esplosivo in due conferenze stampa. Chiarimenti furono dati anche dal procuratore Giuseppe Pignatone, dal colonnello della Guardia di Finanza Albert Reda, dal questore di Reggio Calabria Carmelo Casabona, e dall`ex generale del Genio Fernando Termentini. Questi spiegano che, infatti, la genesi del successo è stata la collaborazione con i servizi d`intelligence israeliani, in particolare lo “Shin Bet” (Servizio sicurezza interna di Israele). Sui "radar" israeliani, alla fine del luglio 2010, vengono tracciati i dati sui carichi di materiale militare. La “Quds Force” (unità speciale dell'esercito iraniano alle dirette dipendenze di Ayatollah Khomeini, per operazioni extra-territoriali) avrebbe inviato del materiale esplosivo all'inizio di agosto in Libano, destinato all`organizzazione palestinese “Hezbollah”. Un numero di container sospetti furono caricati su una nave la prima settimana d`agosto.

Bander Abaas-Amburgo-Gioia Tauro-Pireo-Latakia. Il container viene caricato su una nave cargo e parte dal porto iraniano di Bandar-Abbas (Bandar Khomeini) il 6 agosto. Non desta l'attenzione delle agenzie anti-terrorismo questo container che, secondo il documento e la polizza di carico, aveva come destinazione il porto d`Amburgo, nella Repubblica Federale di Germania. Le agenzie d`intelligence tedesche furono quindi urgentemente allertate, anzi fu informato anche il capo leggendario, Reinhard Kesselring. Così furono informati anche gli altri funzionari del MAD (Militärischer Abschirmdienst), il servizio del controspionaggio dell'esercito tedesco. Il container con l'esplosivo non uscì dalla zona fiscale del Porto di Amburgo, anzi fu trasbordato sulla nave cargo "MSC Finland” battente bandiera liberiana, proprietà di una compagnia italo-svizzera. La nave scaricò il container nel Porto calabrese di Gioia Tauro in attesa di essere caricato a bordo della nave cargo di 26.000 tonnellate, la DWTMSC Malaga”, battente bandiera tedesca. La destinazione era il porto greco di Pireo. Secondo i servizi d`intelligence italiana, dopo Pireo, la destinazione dell'esplosivo sarebbe stata il Porto siriano di Latakias, poi il T4 sarebbe stato caricato a bordo di una nave di carico generale verso il porto libanese di Tarabulus.

Gli analisti: RDX è albanese. Le agenzie dell'anti-terrorismo sono allarmate, perché pensano che il carico di 7 tonnellate non sia l`unico, ma parte di una partita di cento tonnellate in mano all'Iran. Il settimanale "Investigim" è venuto a sapere che, dopo le analisi urgenti svolte in Italia dagli esperti nazionali e dagli specialisti statunitensi, presso il laboratorio della NATO in Germania, la quantità di circa 7 tonnellate di esplosivo è risultata essere di produzione albanese, in particolar modo dello stabilimento di Mjekesi. L'RDX albanese è a sua volta una produzione di tecnologia svedese "Bofors". L`Iran ha due stabilimenti di materiali esplosivi uno di tecnologia statunitense, e l`altro di tecnologia cinese della compagnia “Norinko”. L`esplosivo albanese di brevetto “Bofors” ha come specifica caratteristica una composizione all' 1 percento. Questa quantità di esplosivo è stato oggetto di una transazione tra la società della difesa albanese di import-export di armi, la "MEICO", rappresentata dal direttore Ylli Pinari (ora agli arresti), e la società militare iraniana “MODELEX”, rappresentata da R. Rahmani. Secondo documenti esclusivi che dispone il settimanale, la quantità dell'esogeno esportato in Iran dal Ministero albanese della Difesa era di circa 100 tonnellate.

Le 4 date dell'affare Teheran-Tirana:
- Il 15 febbraio 2006 fu concordata la vendita di una quantità di 100 tonnellate di RDX, da trasportare con un imballaggio in sacchi da 10 chili, per un totale di 4 pezzi, in una cassa di legno. Il prezzo stabilito era di 5000 dollari a tonnellata, da pagare attraverso la Banca Americana d`Albania.
- L'8 marzo 2006 viene chiesto con fretta dal partner iraniano l`adempimento del contratto e così la spedizione dell'esplosivo albanese in Iran.
- Il 14 marzo 2006 vengono discussi i problemi delle compagnie di spedizione iraniane, che avrebbero curato il trasporto, dando nuovamente priorità all'esplosivo RDX.
- Il 19 aprile 2006, viene sottolineato l`alto costo di trasporto aereo per una quantità così grande di esplosivo. Una sola tratta Teheran-Tirana costava trenta mila dollari. Lo stesso costo viene stabilito anche per merci militari albanesi da Tirana verso l`Iran. Il dato interessante non è il costo del trasporto delle 100 tonnellate di esplosivo, ma il fatto che armamenti e munizioni albanesi, o transitate attraverso l`Albania, finiscono nelle mani di Stati definiti "canaglia" con il coinvolgimento di una dozzina di servizi segreti provenienti dai tre continenti (Europa, Asia ed America).

Lo stabilimento di Mjekesi
. Lo stabilimento per i materiali esplosivi, (ULP) Mjekes-Elbasan, è la più grande fabbrica nei Balcani per materiali esplosivi, costruita nel 1963 dai cinesi, e poi ristrutturata nel 1981 dagli svedesi . Nel 1982 ha inizio la produzione di esplosivi potenti dietro il brevetto della più famosa compagnia al mondo, la svedese “BOFORS”. Vi sono in totale 6 stabilimenti posti nelle vicinanze della città di Elbasan. Mjekesi è un'impresa statale che ha prodotto esplosivi e propellenti già dal 1963. Produce dinamite, munizioni, polvere nera di sparo, micce di sicurezza, TNT, DNT, RDX, propellente (NG/NC) a basa singola e doppia, e nitrocellulosa, competendo con i mercati esteri. Dopo il 1990 lo stabilimento ridusse al minimo la produzione e nel 2000, andando verso la chiusura. A partire dal 2001 fu utilizzato per lo smantellamento delle munizioni dell'esercito.


La scoperta del T4 a Gioia Tauro e l'interrogazione al Ministro Maroni. Lo scorso 21 settembre, fa il giro del mondo la notizia sul ritrovamento di 6,7 tonnellate di esplosivo del tipo RDX - T4, trovato in un container del porto di Gioia Tauro in Calabria. La scoperta è stata fatta il 27 agosto e fu resa nota solo un mese più tardi. Il maxi sequestro (così definito dai media italiani) di una quantità di un così potente esplosivo fu considerato uno straordinario successo delle autorità italiane: dogana, polizia di frontiera, guardia di finanza e innanzitutto, i servizi d`intelligence. La notizia è stata pubblicata su decine di agenzie di notizie, giornali, televisioni e portali internet, tra i più prestigiosi al mondo. Una tale considerevole quantità di materiale esplosivo, di una potenza estremamente grande, è "una caccia" molto rara per le forze di sicurezza e dovrebbe segnare una prima vittoria nella guerra globale dell'anti-terrorismo. L`allarme innescato nelle strutture della sicurezza dei Paesi occidentali , viene confermato dal fatto che il Ministro italiano degli Esteri, Franco Frattini ha parlato direttamente con il Segretario di Stato americano Hillary Clinton. “E` una scoperta di grande importanza - ha sottolineato Frattini, parlando della collaborazione con i servizi segreti esteri - che pone la guerra al terrorismo al centro della collaborazione transatlantica" tra l`UE e gli Stati Uniti. Il risvolto dell'operazione non è riuscito a calmare l'opposizione italiana. Dopo la scoperta del container contenente materiale esplosivo a Gioia Tauro, Emanuele Fiano, Presidente del Forum della Sicurezza del Partito Democratico italiano ha chiesto dal Ministro degli Interni Roberto Maroni di dare delle spiegazioni, se oltre alla destinazione di Libano o Siria, possa essere esclusa il coinvolgimento delle strutture del crimine organizzato italiano. La domanda posta fu: 'Perché le organizzazioni terroristiche avevano scelto Gioia Tauro per il transito del materiale esplosivo?'.

Tanto esplosivo da distruggere l'intero porto. L`itinerario del container con il carico dell'esplosivo è una vera e propria dimostrazione della globalizzazione delle reti terroristiche all'inizio del XXI secolo. Tutti i media parlano del fatto che l`esplosivo è stato utilizzato maggiormente nel 1992, per gli omicidi dei giudici dell'antimafia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Le autorità italiane sospettavano inizialmente che nel contrabbando d`esplosivi fosse collusa la 'Ndrangheta, che ha infiltrato il Comune e il Porto di Gioia Tauro. Sospetti poi esclusi. “Noi crediamo che la grande quantità di esplosivo - afferma il questore della Reggio Calabria, Carmelo Casabona - non fosse destinata ad attuare i piani criminali delle cosche locali . La quantità davvero impressionante che abbiamo trovato ci ha condotti all'ipotesi che il destinatario possano essere organizzazioni criminali internazionali forse legate a movimenti terroristici". L`ex Generale del Genio, Fernando Termentini, uno dei principali esperti italiani di esplosivi, suppone che il T4 - presente in una quantità tale che avrebbe distrutto l`intero porto di Gioia Tauro - "poteva essere utilizzato per testate di razzi, bombe d`aviazione o missili di artiglieria di grande calibro, senza escludere, naturalmente la possibilità di utilizzo parziale per la produzione di "IED" (improvised explosive device - bombe artigianali)”, come quelle che furono usate negli attentati contro i giudici dell'Antimafia, Falcone e Borsellino. ”Gioia Tauro era solo una tappa del viaggio dell'esplosivo", ha confermato Casabona, parlando con i giornalisti. Egli ha così messo in luce aspetti dell'operazione comune della squadra mobile di Reggio Calabria e della Guardia di Finanza. E' stata in realtà un'informazione passata dal servizio segreto israeliano che comunicò ai "007" italiani il nome della nave su cui era caricato il container pieno di esplosivo che fa riferimento alle dichiarazioni delle autorità. Le inchieste hanno come fine quello di scoprire se a Gioia Tauro vi fosse un solo container con T4, o ve ne fossero altri, o ve ne possa essere qualcuno ancora in viaggio. Così, come per le grandi quantità di droga, spiegano gli esperti, anche per le armi non esiste un solo carico.

Gjergj Thanasi e Thanas Mustaqi
Giornalisti del settimanale albanese "Ivestigim"
diretto da Alket Aliu

14 maggio 2010

Traffico di armi: disinformazione su coinvolgimento Eufor

Etleboro
Il quotidiano di Banjaluka "Nesnavisne Novine", citando una fonte anonima, rilancia e accentua la notizia dell'esistenza di un traffico illecito di armi tra la Bosnia e l'Italia a servizio dei clan mafiosi e camorristici. Afferma infatti che i soldati italiani delle forze internazionali, EUFOR e SFOR, si siano impossessati delle armi risalenti alla guerra del 1991-1995, sequestrate con azioni come "Zetva" (raccolta), e quindi trasferite con mezzi militari in Italia durante il rientro delle forze di pace internazionali.

La strana fonte del Nesnavisne spiega infatti che l'EUFOR è stata incaricata, fino a marzo 2007, di accumulare e distruggere armi e munizioni nel quadro dell'operazione "Zetva", in collaborazione e coordinamento con le autorità locali competenti, le quali in seguito hanno continuato il lavoro sotto il controllo dell'EUFOR. I funzionari italiani non hanno escluso la possibilità che le armi siano arrivate in Italia tramite contingenti militari, la polizia internazionale o missioni militari, ma sottolineano che al momento la preoccupazione principale della polizia italiana è la contrapposizione al contrabbando della frutta e di merci al sud. Il quotidiano ha appreso che le autorità italiane hanno informato l'ambasciata della Bosnia a Roma, che non è stata trovata nessuna prova sul coinvolgimento dei cittadini bosniaci nel contrabbando di armi in Italia. "Se questa informazione è vera, è facile immaginare che qualcuno avrebbe potuto mettere delle armi sugli aerei di trasporto militare. Sappiamo che gli aerei non sono sottoposti a controllo doganale, ed in qualsiasi altro modo qualche soldato avrebbe potuto facilmente portarli in Italia", afferma la fonte anonima del Nezavisne novine.

A fare scoppiare il caso, infatti, il ritrovamento di armi provenienti dalla Bosnia-Erzegovina durante l'arresto di decine di esponenti di clan mafiosi del Sud Italia, nel corso di una indagine sul monopolio della vendita e distribuzione di articoli ortofrutticoli. Armi che, tuttavia, risalgono ad un traffico già scoperto e indagato circa due anni fa, quando alcune intercettazioni portarono all'arresto di un cittadino bosniaco (venditore di armi) e di una italiana, acquirente ed intermediario per le cosche malavitose. Nel corso delle indagini ci fu un caso di un carabiniere in pensione, Vincenzo Palermo (di San Marcellino, Caserta) , nel cui garage fu scoperto nel 2006 un deposito di kalashnikov, lanciarazzi, bombe a mano, tritolo e pistole. Quelle armi vennero individuate come provenienti dalla Bosnia e trasportate con un furgone militare da un carabiniere del X Battaglione di Napoli in missione nei Paesi balcani, condannato poi a nove anni di reclusione per trasporto di armi da guerra. Secca comunque la replica del'EUFOR, rilasciata a Sarajevo, la quale sottolinea che per le missioni militari e di polizia, quando i contingenti entrano o escono dal paese, valgono i regolamenti militari dei rispettivi Paesi d'origine, e i bagagli appartenenti a membri delle forze EUFOR sono controllati in conformità delle norme internazionali sul traffico aereo. EUFOR ha quindi ribadito che tutti i membri delle forze internazionali sono tenuti a rispettare tutte le norme internazionali e la normativa dei paesi d'origine, mentre la Polizia internazionale militare ha il compito di sorvegliare l'applicazione del diritto militare dei Paesi in questione. Nel comunicato EUFOR ricorda che il controllo e l'ispezione dei velivoli militari che arrivano e partono dalla Bosnia, deve essere condotto secondo regole rigide e sotto sorveglianza.


La verità è che, alla vigilia del vertice di Sarajevo del 2 giugno, giunge l'ennesimo attacco da parte delle lobbies affaristiche volto a screditare la posizione internazionale dell'Italia. Tanto per dovere di cronaca, si è cercato di seguire la scia delle indagini italiane contro la Camorra per andare a ripescare un caso isolato di pseudo-traffico di armi che vede implicato un carabiniere in pensione, per costruire una requisitoria di accuse contro il contingente italiano dell'Eufor. Sempre per dovere di cronaca, ricordiamo che il Pentagono è stato protagonista di un 'vero' scandalo di traffico di armi nei Balcani, venuto alla luce dopo l'esplosione del deposito di armi di Gerdec, in Albania, punta dell'iceberg dell'esistenza di un commercio di armamenti e munizioni dai Balcani verso l'Afghanistan. Allora la colpa è ricaduta sul Governo albanese, ma in realtà la Difesa statunitense era in committente di una fornitura di armi per l'Afghanistan, attribuendo un tender (si vedano documenti) di 200 milioni dollari alla AEY di proprietà di Efraim Diveroli (24 anni). Questa a sua volta ha fatto ricorso per la fornitura di armi alla Edvin Ltd, schermo societario che aveva sede legale a Cipro, con l'indirizzo di un 'salone di un barbiere', ma con numero di telefono e recapiti di Zenica (Bosnia). Il problema è che non bisogna confondere un furgone di armi, con aerei e navi che partivano carichi verso l'Afghanistan. Per cui, se devono essere fatte delle indagini, sarebbe meglio rivolgere la propria attenzione a fatti già accertati. Ma ovviamente è più utile accusare l'Italia e la mafia di traffico di armi, nascondendo qualcosa di molto più grave.

Osservatorio Italiano

05 settembre 2008

Dalla Bosnia partivano armi per la Georgia


Viene annunciato dai media serbi, sulla base di alcune informazioni giunte dall’intelligence russa, che il Ministro della Difesa della Bosnia Erzegovina ha approvato l'esportazione di armi, attrezzature militari e merci per vari usi bellici verso la Georgia, nove giorni prima dell’attacco contro l’Ossezia del Sud. Prende forma l’ennesimo scandalo di traffico di armi che dai Balcani giunge in Georgia, passando attraverso contractor e organizzazioni occidentali. In realtà, questo fenomeno, ha delle profonde radici nella storia recente della ex Jugoslavia, teatro di guerre, di contractors paramilitari e di finanziamenti illeciti ai guerriglieri ribelli.

L’operazione triangolare del traffico d’armi che si è snodata intorno alla società fantasma Edvin Ltd come primo intermediario nel traffico di armi tra Albania e Afghanistan, la società di Stato albanese MEICO e la AEY Inc. contractor del Pentagono, ha avuto i suoi capri espiatori ma non i suoi veri colpevoli. I complicati intrecci tuttavia sembrano non finire portando allo scoperto nuovi scenari, che coinvolgono la Bosnia in maniera più diretta. Viene infatti annunciato dai media serbi, sulla base di alcune informazioni giunte dall’intelligence russa, che il Ministro della Difesa della Bosnia Erzegovina ha approvato l'esportazione di armi, attrezzature militari e merci per vari usi bellici verso la Georgia, nove giorni prima dell’attacco contro l’Ossezia del Sud. Sulle pagine dei giornali giunge la copia del documento ministeriale che ha ad oggetto "Approvazione esportazione", in base al quale il Ministro della difesa bosniaco, Selmo Cikotic, autorizza il Ministero del Commercio estero ad esportare il 31 luglio 2008 circa 66.000 scatole di proiettili dal calibro di 82 mm, nei confronti del Ministero della Difesa della Georgia. Il documento, firmato dal Vice Ministro della Difesa Marina Pendes, afferma che il Ministero del Commercio Estero della BIH approva la richiesta della UNIS Promex di Sarajevo per l'esportazione provvisoria di armi ed attrezzature militari, da parte della Imex Group di Ostrava, Repubblica Ceca.

Dunque, in piena crisi nel Caucaso, prende forma l’ennesimo scandalo di traffico di armi che dai Balcani giunge in Georgia, passando attraverso contractor e organizzazioni occidentali. In realtà, questo fenomeno, ha delle profonde radici nella storia recente della ex Jugoslavia, teatro di guerre, di contractors paramilitari e di finanziamenti illeciti ai guerriglieri ribelli.
Infatti, durante l'ultima guerra nel cuore della Jugoslavia, giunge in Bosnia ogni tipo di armi, anche attraverso contingenti umanitari, ben coperti dai veicoli della croce rossa, che nessuno poteva fermare. Pian piano, le quantità di armi presenti in Bosnia sono aumentate provocando una situazione di massima pericolosità, soprattutto all’interno della Federazione della Bosnia Erzegovina, che ha ricevuto dalla SFOR un maggior numero di armi per combattere contro l’esercito serbo, nel corso delle azioni svolte dal 1998 al 2006. Le armi illegali sono state pian piano requisite dalle autorità bosniache, sulla base di programmi per la sicurezza dei cittadini, divenuti poi degli strumenti legali per raccogliere armamenti da rivendere ad altri Stati in guerra. L’analista militare Gostimir Popovic conferma che il traffico di armi tra Bosnia e Paesi esteri, tra cui la stessa Georgia si protrae dal 1994, individuando i responsabili nella classe politica della Federazione e l’Agenzia di sicurezza privata americana, Military Professional Resources Incorporated (MPRI), che in quegli anni ha portato avanti il programma "Educare e equipaggiare". "Gli americani hanno visto che all’interno della federazione della BiH vi sono tantissime armi che potevano essere commercializzate, e in quel periodo la Georgia diventa un destinatario privilegiato, verso il quale partivano contingenti con il benestare dei Governi di allora", dichiara Popovic. Conferma inoltre che quel traffico di armi non si è mai arrestato, continuando sino ai nostri giorni, a ridosso del conflitto con la Russia, sotto il coordinamento dei Governi che si sono di volta in volta succeduti. Afferma così che i primi responsabili sono proprio Haris Silajdzic e Zeljko Komsic, grazie alla benedizione dei Ministeri della Difesa e del Commercio Estero. "Come prova evidente di tali fatti, sono sufficienti le smentite che il Governo della Federazione si è impegnata a trasmettere, per negare qualsiasi coinvolgimento con il traffico di armi verso la Georgia ancor prima della pubblicazione dei documenti da parte dei media. Credo che sarà molto difficile discolparli, in quanto i servizi segreti russi hanno prove certe sulle persone che sono state coinvolte, ed è questioni di giorni che la Interpol comincerà a chiamarli", ha aggiunto Popovic.

Lo stesso Ismet Bago, responsabile della produzione di armi all’interno della Federazione, ha affermato lo scorso anno che due società bosniache, BTN di Travnik e Pretis di Sarajevo hanno ottenuto un contratto con il Governo georgiano per la produzione delle armi dal valore di 20 milioni di KM. Oggi invece Ismet Bago cambia la sua versione dei fatti e afferma: "Posso assicurare che la Bosnia non ha prodotto mai nessun tipo di arma per la Georgia sotto alla mia supervisione di direttore, ma non posso dire lo stesso per il 2006, nonché per la vendita delle stessi armi pesanti che fanno parte di vecchi contingenti". Allo stesso modo si difende Miladin Miojcic, capo del Centro dell’Esercito militare della Bosnia, affermando che non esisteva nessun tipo di vendita di armi verso la Georgia, "ma teoricamente è possibile che le armi di fabbricazione bosniaca siano poi giunte in Georgia". "E’ possibile che alcuni Paesi che hanno acquistato armi dalla Bosnia le hanno poi rivendute alla Georgia, e solo in quel modo le armi potevano arrivare in Bosnia dalla Georgia, in quanto ogni elemento viene registrato con codici precisi e nessuno può venderli senza un accordo con i nostri Ministeri", afferma Miojcic.

Effettivamente, in linea puramente teorica, sembrerebbe un ragionamento logico, se non fosse che i Ministeri sono stati coinvolti direttamente nelle transazioni, nonostante le smentite che non vi è stata alcun tipo di esportazione tra il 2007 e il 2008. Eppure, alcuni quotidiani della Republika Srpka hanno pubblicato, in maniera chiara, un documento in cui chiaramente si distinguono le firme del Ministero della Difesa e del Ministro della difesa Selmo Cikotic, nonchè della sua Vice Ministro Marina Pendes, in calce al documento che autorizza la vendita tra Unis Promex di Sarajevo e il Ministero della Difesa georgiano di 66.000 munizioni. In particolare, il documento pubblicato dai media evidenza che, nove giorni prima dell'attacco georgiano contro l'Ossezia ossia il 31 luglio, il Ministro della Difesa Selmo Cikotic autorizza l'esportazione di armi dalla Bosnia alla controparte georgiana, tramite la Scout e la Unis Promex, ricorrendo alla ceca Imex Group di Ostrava come intermediario. "Considerando che la fornitura per esportazione non è in contrasto con gli interessi della politica della Difesa della Bosnia Erzegovina e i piani della difesa dell'esercito dello Stato BiH, riteniamo che il progetto possa attuarsi in quanto la nostra controparte è lo Stato della Georgia", viene indicato all’interno del documento.

Come replica immediata, Marina Pendes ha dichiarato ieri che non vi è stata alcuna esportazione, in quanto una simile operazione deve essere rilasciata dal Ministero della Difesa. La stessa smentita, stranamente, giunge nel mese di agosto, da parte dal membro della Presidenza bosniaca Haris Silajdzic e dal Vice Ministro alla Difesa Igor Crnadak. "Prima che un’impresa firmi un contratto di vendita di armi, occorre che sia rilasciato il permesso da parte del Ministero della difesa", da dichiarato Marina Pendes. Infatti, secondo la procedura legislativa, dopo aver ottenuto l’autorizzazione del Ministero della Difesa, del Ministero degli Esteri e del Ministero della Sicurezza, occorre avere anche l’autorizzazione del Ministero del Commercio Estero e dell’Economia della BiH, che dovranno a loro volta rispettare le procedure e gli accordi stabiliti da EUFOR. Contemporaneamente, giunge dal Ministero della difesa russa che la Bosnia si trova sull'elenco dei Paesi che vendevano armi alla Georgia pochi giorni prima dell’attacco georgiano. L'ambasciatore russo in Bosnia, Aleksandar Suvalov, ha dichiarato che le armi provenienti dalla Bosnia sono state vendute alla Georgia sin dal 2007.

Secondo i dati statistici, lo scorso anno la Bosnia ha venduto a vari Paesi armi per un valore di 38.478.949 euro, ma pare che in realtà si tratta di una cifra ben superiore, considerando che solo nel 2007 sono stati rilasciati circa 180 permessi per l'esportazione in circa 41 Paesi.
Più recentemente e precisamente l’11 giugno, come rilevato dai media, il Ministero della Difesa della Bosnia Erzegovina ha concesso tre autorizzazioni per l'esportazione, verso la Turchia, la Repubblica di Macedonia e l'Ucraina, nei confronti dell'azienda Unis Promex di Sarajevo. Due di tali autorizzazioni sono state firmate dal Ministro Cikotic, con riferimento ad una partita di munizioni di calibro 14,5 mm verso l’Ucraina, e di 100 000 pezzi di munizioni di calibro 14,5 DZ114 mm per la Macedonia: nelle due transazioni interviene la stessa società con nome diverso, rispettivamente la Specijalna oprema D.O.O. e la Info Protekt D.O.O. Skopje. Cikotic ha firmato il 15 giugno, insieme con il Vice Ministro Pendes, un permesso di esportazione alla Unis Promex verso la Turchia di 66.100 pezzi di munizioni di calibro 40 mm, il cui importatore era la Mechanical & Chemical Industries Corporation General Directorate di Ankara per il Ministero della Difesa turco.
Ancora, due mesi fa Cikotic continua a trarre un vantaggio dal progetto di disarmo della BiH, e autorizza la Pretis di Sarajevo a vendere armi al Ministero della difesa Albanese, rappresentato dalla società di Stato MEICO con l’intermediazione della società A&D International Trading di Tortola, nelle Isole Vergini, e la Montenegro Defence Industry ( Jugoimport Mont ) di Podgorica. La Pretis è stata inoltre autorizzata ad esportare armi in Egitto e Malesia, per la quale la Cementerian Petrahan faceva da importatore.

Inoltre sono state individuate altre operazioni in corso coordinate dal Ministero della Difesa e la Presidenza bosniaca, ossia cinque contratti di vendita di armi da parte della croata Scout ( 4 contratti, di cui 2 con la Federazione e 2 con la RS) e la bosniaca Unis Promex da Sarajevo. Sembra che la Unis Promex abbia firmato un solo contratto che, a causa dell'embargo esistente nel 2004 per l'esportazione di armi dalla Bosnia, non ha avuto una reale attuazione. È da notare che si tratta di due società inserite nella lista di Amnesty International per essere coinvolte nel traffico d’armi con Iraq e Afghanistan. A confermare i rapporti tra le due società è lo stesso direttore della Unis Promex Jasenko Maglajlija, precisando che ogni cosa avveniva con il benestare del Ministero della Difesa. "Dove siano state inviate le armi non so dirvelo con sicurezza, può essere verosimile che siano state inviate in Iraq e Afghanistan", afferma Maglajlija. Il Colonnello austriaco Ervin K. , ex ufficiale presso le truppe EUFOR, dichiara per la BBC che lo scorso anno le truppe internazionali dislocare in Bosnia, invece di distruggere le armi che hanno raccolto nelle operazioni di disarmo, hanno organizzato un circuito di traffico di armi. Afferma che direttamente sotto il suo controllo, sono stati smerciati 290.000 fucili verso intermediari esteri. Allo stesso modo, uno degli ex ufficiali dell’Onu ha affermato che in questo tipo di operazioni, che dissimulavano lo smantellamento delle armi, sono coinvolte società svizzere, americane e inglesi, che hanno organizzato centinaia di affari tramite le ambasciate in Bosnia con i suoi contatti militari e governativi. Adrian Wilkinson, ex responsabile britannico nel monitoraggio del programma del disarmo ONU nell’ex Yugoslavia ha dichiarato: "Si usano i siti web delle aziende private, broker società fantasma per trasferire le armi. Ciò in relazione al fatto che non possiamo sapere quale sarà l’ultimo utente". La società di trasporto aereo moldava Aerorom, inserita nella lista ONU per traffico di diamanti e di armi verso la Liberia e la Sierra Leone, faceva scalo presso la base militare americana di Tuzla in Bosnia: oggi la stessa società ha cambiato il suo nome in Jet Line International. Infine, Hugh Griffiths, investigatore di Amnesty International nel 2006 ha confermato un collegamento tra l’ambasciata americana di Sarajevo e il traffico di armi, affermando che molto aziende con cui avevano dei continui rapporti erano contractor del Pentagono, come le agenzie di sicurezza private Taos e CACI, coinvolte nella controversa storia con Abu Ghraib.

Come si può notare, il traffico di armi è costituito da un’infinita costellazione di società occidentali, società fantasma ed intermediari che, dietro la sponsorizzazione di Governi ed Istituzioni, fanno delle operazioni di disarmo, un vero circuito di riciclo per nuove guerre e nuovi profitti. La storia del traffico d'armi della Bosnia Erzegovina è nota ormai dagli anni '90 e in questi anni si sono succedute missioni internazionali e governi, ma le regole sono rimaste sempre le stesse. I nomi delle piccole società e i Ministeri dei Paesi più deboli servono, alla fine, solo per coprire i veri colpevoli che reggono i fili delle vite di interi popoli. Tuttavia, uno ad uno cominciano a venire alla luce i primi scandali dopo anni di saccheggi e di crimini, lasciando ancora una volta che siano i media a provocare altre guerre, in pieno stile dell'era della nuova guerra fredda.

Biljana Vukicevic

16 luglio 2008

Il predicatore di Tirana diventa il capro espiatorio degli Usa


Il caso della triangolazione del traffico di armi Stati Uniti- Albania(Cina)- Afghanistan lascia i tribunali e le procure per approdare tra i media che assumono ora un ruolo determinante per risolvere il grande intreccio. Tutto è cominciato da un reportage del New York Times, prontamente smontato in ogni suo elemento dai servizi dei media dei Balcani, tra cui la stessa Rinascita Balcanica ( si veda Il NYT al servizio delle lobbies delle armi ). Successivamente sono sempre i media statunitensi che, dopo aver difeso l’ambasciata degli Stati Uniti in ogni fase dello scandalo Gerdec, decide di attaccarla e ridicolarizzarla, utilizzando le sue stesse parole e la figura ambigua di Whiters, così fuori luogo in un contesto come quello dell’Albania. ( Foto: Fatmir Mediu e Ambasciatore John L.Withers II)

Lo scandalo del traffico d’armi tra Albania e Afghanistan finanziato dal Pentagono, dopo gli ultimi rilievi che provano il coinvolgimento dell’Ambasciata Americana di Tirana comincia ad avere, sempre più, derive politiche. A tirare in ballo l’ambasciatore americano di Tirana John L. Withers II è stata l’inchiesta del deputato repubblicano nonchè capo della Commissione di Monitoraggio e delle Riforme Governative, Henri Waxman, che, in una lettera inviata al Segretario di Stato Condoleeza Rice, ha messo in dubbio l’assoluta estraneità allo "scandalo armi" dei rappresentanti diplomatici statunitensi. A gettare benzina sul fuoco sono ancora i media americani, che, dopo aver pubblicato in anteprima la notizia dell’apertura dell’indagine contro l’ambasciatore, riporta la dettagliata missiva destinata a Condoleeza Rice sui movimenti di Whiters e sul suo presunto incontro con l’ex Ministero della Difesa albanese Fatmir Mediu, smentendo le sue stesse dichiarazioni rilasciate subito dopo lo scoppio dello scandalo. L’articolo del Los Angeles Times cita la prima intervista dell'ambasciatore Withers rilasciata al “The Times”, in cui dà la propria versione dei fatti sul contenuto del colloquio con il Ministro della difesa Mediu, posta così in netta contraddizione con la requisitoria di Waxman.

Secondo la versione ricostruita da Waxman, l`ambasciatore USA in Albania aveva incontrato l`ex ministro della Difesa Mediu in totale segretezza per coprire gli scandali della AEY Inc. nell’operazione di fornitura di armi all’esercito Afghano, che ha violato la legislatura americana che vieta l’utilizzo di armi di provenienza cinese. In particolare, secondo l’accusa, la AEY Inc. con sede a Miami e posseduta dal 22enne Efraim Diveroli, ha sottoscritto un contratto con la società Meico albanese in qualità di contractor del Pentagono, acquisendo tuttavia munizioni di origine cinese, e compiendo dunque una truffa. In tale operazione, sembra che l’ambasciatore Withers abbia avuto un ruolo chiave per mascherare la frode ed individuare un sistema per nascondere le prove, concordando le modalità e i movimenti proprio in occasione dell’incontro con l’ex Ministro della Difesa Mediu.

Al contrario Withers afferma che fu Mediu a richiedere un incontro urgente con l'ambasciatore americano per sottoporgli delle questioni "urgenti e delicate", tale da far pensare, secondo Withers, ad una questione "sensibile" riguardante un’operazione di terrorismo. Tuttavia Mediu - continua il suo racconto Withers - con un tono molto diverso e in preda ad uno stato emozionale, gli ha suggerito strani stratagemmi per poter ostacolare il reporter del New York Times che sarebbe giunto, per indagare sul commercio di armi tra Albania e Afghanistan, proprio all'aeroporto di Rinas dove venivano eseguite le operazioni di imballaggio delle munizioni di origine cinese. Withers inoltre ha aggiunto che nessuno dei membri dell'Ambasciata si è comportato in maniera tale da far pensare che sarebbero state sostenute "le strane idee di Mediu", chiedendo invece di preparare una replica qualora l`articolo sarebbe stato pubblicato. Secondo l’ambasciatore di Tirana, il rapporto redatto nel corso dell’investigazione di Waxman ha frainteso interamente lo scopo dell’incontro, rivolgendogli così delle accuse infondate. La sua indignazione arriva al punto tale da inviare una lettera allo stesso Waxman, pubblicata l`11 luglio, dove chiede di un incontro riservato per chiarire la verità sul suo ruolo e sull'ambasciata nello scandalo AEY, e lo richiama per aver trasmesso ai media il rapporto di investigazione destinato a Condoleeza Rice, prima di comunicarglielo di persona.
"Nella sua lettera de 23 giugno diretta al Segretario di Stato, Rice, ha insinuato che vi fossero dei collegamenti tra l'ambasciata americana e l’inchiesta contro la compagnia AEY Inc. di Efraim Diveroli. Sono certo che questi legami sono assolutamente infondati", scrive Withers sottolineando che "la lettera è stata trasmessa ai media, prima che giungesse al Segretario di Stato e alla parte direttamente interessata, in questo caso io". “In segno di rispetto, vi chiedo un incontro faccia a faccia per descriverle la versione della mia Ambasciata circa le attività della AEY, per smentire ogni dichiarazione che possa rovinare la reputazione di un personaggio pubblico che serve un'Ambasciata Americana nella Repubblica d`Albania", afferma nella lettera di Withers.

Da parte sua, Mediu reagisce contro le accuse di Whiters di aver agito per ostacolare l`investigazione del traffico d`armi del reporter del “New York Times”, affermando che ogni accordo è stato fatto nella nella più totale trasparenza, senza avere nulla da nascondere a riguardo. Infatti, secondo Mediu, il contratto sottoscritto con l’AEY Inc. viola la sola legislazione americana, ma non quella albanese che non prevede alcun impedimento alla vendita di munizioni cinesi e russe. Per tale motivo, Mediu afferma di aver agito nel rispetto delle leggi nazionali e con trasparenza nei confronti della AEY Inc, che era pur sempre un contractor della Difesa Statunitense. A maggior ragione, Mediu smentisce di aver chiesto all’ambasciatore Whiters di impedire che il giornalista del Times potesse scoprire l’origine cinese dei proiettili che venivano portate in Afghanistan. "La MEICO vende munizioni e armamenti a partire dagli anni '90 e continua a farlo tutt`ora", afferma Mediu lasciando intendere che sapeva che l'Albania esportava verso l'Afghanistan munizioni cinesi. Resta tuttavia da chiarire se Mediu ha comunque delle responsabilità nei confronti dello stato americano, in quanto lo stesso Diveroli ha affermato che "lui stesso non sapeva che gli albanesi stavano consegnando delle munizioni cinesi". In tal modo Diveroli si discolpa da ogni responsabilità relativa alla violazione del contratto nei confronti del Pentagono, e getta sull’Albania ogni tipo di accusa.

Il caso-telenovela della triangolazione del traffico di armi Stati Uniti-Albania(Cina)-Afghanistan lascia dunque i tribunali e le procure per approdare tra i media che assumono ora un ruolo determinante per risolvere il grande intreccio. Tutto è cominciato da un reportage del New York Times, prontamente smontato in ogni suo elemento dai servizi dei media dei Balcani, tra cui la stessa Rinascita Balcanica. Successivamente sono sempre i media statunitensi che, dopo aver difeso l’ambasciata degli Stati Uniti in ogni fase dello scandalo Gerdec, decide di attaccarla e ridicolarizzarla, utilizzando la figura ambigua di Whiters, così fuori luogo in un contesto come quello dell’Albania. Il loro obiettivo infatti è di fare dell’ambasciatore Withers il capro espiatorio degli Stati Uniti, essendo ormai troppo esposti per dichiarare ogni tipo di estraneità dei fatti, per coprire così, insieme alla condanna di Diveroli, il Pentagono e le sue strutture. Così, mentre Mediu è il sacrificio dell’Albania per ripagare le vittime di Gerdec e il mancato controllo sui tipi di contratti effettuati, Whiters è lo scotto da pagare degli Usa, ormai abbandonato da tutti e ferito con le stesse armi riservate all’ultimo della catena.

Rinascita Balcanica

26 giugno 2008

Il predicatore di Tirana


L'ambasciatore americano a Tirana Jhon L. Withers II viene accusato di essere implicato nello scandalo del commercio delle munizioni di provenienza cinese per l’esercito in Afghanistan, vietate dal Pentagono. Secondo l'inchiesta del capo della Commissione di Monitoraggio e delle Riforme Governative, Henri Waxman, si sarebbe tenuto un incontro segreto fra l`ambasciatore Withers e il ministro Albanese della Difesa, Fatmir Mediu nel novembre del 2007, un giorno prima che il giornalista del New York Times andasse in Albania per indagare sul commercio di munizioni. ( Foto: Jhon L. Withers II e Fatmir Mediu )

Ironia della sorte, il grande predicatore dello scandalo Gerdec, l`ambasciatore americano di Tirana Jhon L. Withers II, è finito nell’occhio del ciclone come implicato nei rapporti tra il contractor del Pentagono la AEY Inc. di Miami e la società di Stato albanese per l’import-export di armi, la Meico. Dopo l’arresto del Presidente della AEY Inc. Efraim Diveroli, con l'accusa di aver spedito in Afghanistan 35 carichi di munizioni di produzione cinese, dal valore di 40 milioni di dollari in violazione del contratto con il Pentagono, l’attenzione degli inquirenti si rivolge ad un uno degli insospettabili, il giustizialista e accusatore Jhon L. Withers che dovrà finalmente rendere conto dinanzi al Governo Americano sul suo ruolo in tutta questa faccenda ( si veda: Caso Gerdec ). Il capo della Commissione di Monitoraggio e delle Riforme Governative, Henri Waxman, in una lettera inviata al Segretario di Stato Condoleesa Rice, ha accusato l`ambasciatore Jhon L. Withers II di essere implicato nello scandalo del commercio delle munizioni di provenienza cinese per l’esercito in Afghanistan, vietate dal Pentagono. Nella sua lettera, Waxman fa riferimento alla testimonianza all'addetto militare dell'ambasciata Larry Harrison, circa un incontro segreto fra l`ambasciatore Withers e il ministro Albanese della Difesa, Fatmir Mediu nel novembre del 2007, un giorno prima che il giornalista del New York Times andasse in Albania per indagare sul commercio di munizioni. Infatti, il 9 giugno del 2008 il personale della Commissione d`Inchiesta del Congresso Americano, ha realizzato un'intervista criptata con il maggiore Larry Harrison, ufficiale del Dipartimento della Difesa che lavora in Albania come capo dell’Ufficio di collaborazione per la Difesa americana, nella quale afferma di aver inviato agli ufficiali dell'Ambasciata USA a Tirana una richiesta di informare il comitato d`inchiesta in relazione all'incontro tra Mediu e Withers.

A tale richiesta, l'ambasciata non ha dato nessun dettaglio, ma secondo Harrison durante l'incontro i due rappresentanti si sono accordati per nascondere l`origine delle pallottole cinesi, vietate secondo il regolamento degli Stati Uniti d`America. Waxman ha comunque avviato un'altra richiesta per ottenere documenti aggiuntivi sugli incontri dei diplomatici dell'ambasciata. Nel corso della prima seduta d`udienza tenutasi ieri, sono stati interrogati 4 alti ufficiali del Pentagono, chiedendo del ruolo dell’Ambasciata Americana a Tirana, per accertare i sospetti che lo stesso ambasciatore Withers era al corrente della falsificazione dell'origine delle pallottole cinesi. Il generale William Philips, il direttore esecutivo dell'agenzia per l`Amministrazione dei contratti della difesa, Mitchell Hawell, Stephen Myll e Jeffery Parsons, direttore esecutivo del Comitato per i Contractor dell' esercito americano, hanno testimoniato sui contratti e i contenuti verso la compagnia AEY Inc., diretta da Efraim Diveroli, confermando che fino al momento della falsificazione dell'origine della merce, tutto era lecito essendo stato sottoscritto rispettando i termini di legge. Al contrario, il Vice Segretario di Stato per le questioni politico-militari, Steven Mull, ha rifiutato di commentare le accuse sull'ambasciatore Americano, affermando che "il Dipartimento di Stato risponderà alle accuse attraverso i giusti canali dopo che sarà raccolto materiale a sufficienza". Il Congresso ha comunque deciso ieri che Withers, assieme ad altri 5 altri ufficiali dell'ambasciata si dovranno presentare per testimoniare prima della data dell'11 luglio.

Subito dopo l'udienza del Congresso Americano sulla questione sollevata dalla missiva di Waxman, il portavoce del Dipartimento di Stato Americano a Washington Tom Casey ha valutato la figura dell'ambasciatore Americano Withers come "un diplomatico dalla carriera di successo" mentre aggiunge che le indagini sono "giuste e trasparenti", e saranno eseguite "con grande serietà". Secondo lo stesso Casey, qualora sorgesse il bisogno di un’indagine approfondita partirà un'inchiesta ufficiale. “Le accuse rivolte all’ambasciatore Withes sono molto serie - afferma il portavoce Tom Casey - e senza dubbio il Dipartimento di Stato tratterà con grande serietà ogni accusa che verrà presentata. Noi non abbiamo alcuna informazione a sostegno delle accuse fatte contro un diplomatico in carriera per oltre 24 anni e che ha servito con dignità lo Stato in molti paesi. Perciò l`ambasciatore Withers merita che le accuse mosse contro di lui e l`ambasciata di Tirana vengano esaminate in modo giusto e trasparente”. Il portavoce Tom Casey ha espresso la sua fiducia sull’esito del processo che sicuramente confermerà che l`Ambasciata americana ha agito in concordanza con la legge, precisando di non avere "nessun dubbio per pensare ad una conclusione diversa".

Anche se le reazioni del Dipartimento di Stato sono molto fredde, permeate di un forte disagio, vi sono dei fatti che non si possono ignorare, ma soprattutto delle strane coincidenze che vanno al di là delle supposizioni. Eleanor Norton, rappresentante del Congresso di Washington, ha precisato che “tutte le persone incluse nell’operazione di acquisto delle munizioni dall'Albania, erano state inserite nella lista degli indagati, che includeva tutti i nomi di coloro che erano coinvolti nel commercio illecito di armi”, tra cui anche l`ex direttore della Meico Ylli Pinari, inserito per la prima volta in questa lista già nel 2005. Secondo la Norton la fonte delle munizioni era proprio la società di Stato Albanese MEICO, in virtù del collegamento tra Ylli Pinari, Efraim Diveroli e l’intermediario Henri Tomei, che hanno sfruttato dei contratti leciti per trarne profitto personale e truffare il Pentagono. Diveroli, tra l’altro, è stato incluso nella lista delle persone sotto osservazione nell'anno 2006, insieme con il cosiddetto “signore della Guerra”, Henri Tomei, rappresentante dell’intermediaria fantasma Edvin Ltd. che collegava la AEY e la Meico , ma secondo alcune fonti ufficiose potrebbe trattarsi proprio di Heinrich Thomet, azionista di maggioranza della AEY Inc. ( si veda: Il barbiere di Cipro ) .

Pian piano, dunque, sembra che tutti i nodi vengano al pettine e che l’organizzazione criminale che ha montato un’operazione di traffico d’armi dopo aver ottenuto un tender dal Pentagono, diventa sempre più nuda. Ricordiamo che le indagini hanno già portato all’arresto di Mihal Delijorgji, proprietario della società che gestiva il deposito di Gerdec esploso, e poi l’accusa dell’ex Ministro Fatmir Mediu costretto alle dimissioni e poi all’eliminazione dell’immunità per poter subire un processo civile e penale. Non a caso è stato proprio l’ambasciatore Withers a chiedere con grande insistenza le dimissioni e la condanna di Mediu, predicando dall’alto della sua poltrona contro la corruzione dei politici albanesi. Tuttavia, l’arresto di Efraim Diveroli e di tutta la sua banda ha portato alla luce, evidentemente, altri dettagli sulla rete di contatti della AEY Inc. che ha comprato munizioni dall’Albania per venderli all’esercito Afghano, con un’intricatissima operazione messa su grazie a società fantasma e accordi politici. Sembra che la mente di Diveroli - che agli atti risulta essere un massaggiatore di 22 anni - sia riuscito a costruire un groviglio che persino la Corte degli Stati Uniti stenta a districare. Però già adesso veniamo a sapere che Diveroli non operava da solo, che aveva il sostegno di Pinari, Tomei, e di Mediu, e magari anche dell’ambasciatore Withers che ha combinato i giusti accordi. Forse, adesso, il grande moralista non parlerà più, non griderà più dall’alto del suo trono contro Mediu e il Governo albanese, e dovrà fare un passo indietro e rivedere alcune posizioni.

Rinascita Balcanica


21 aprile 2008

Il NYT al servizio delle lobbies delle armi


Il New York Times continua a sollevare il polverone del traffico di armi diretto verso il Medioriente e proveniente dall’Europa dell’est, colpendo la Serbia dopo aver puntato il dito contro l’Albania. Parla dell'esistenza di un accordo da 833 milioni di dollari con l'Iraq, negoziato segretamente con la Serbia lo scorso settembre, senza una normale procedura trasparente, e senza la stessa approvazione delle autorità di contrasto alla corruzione, compresa l`approvazione degli alti ufficiali dell'esercito iracheno e della commissione di vigilanza in Iraq.

Dopo il rapporto stilato sul traffico d'armi che vedeva coinvolti un contractor statunitense del Pentagono e la società di Stato albanese MEICO, il New York Times attacca la Serbia e parla dell'esistenza di un accordo da 833 milioni di dollari con il Governo iracheno. Un contratto che, stando a quanto riporta il New York Times, è stato negoziato segretamente con la Serbia lo scorso settembre, senza una normale procedura trasparente, e senza la stessa approvazione delle autorità di contrasto alla corruzione, compreso il consenso degli alti ufficiali dell'esercito iracheno e della commissione di vigilanza in Iraq. Ignorando i procedimenti stabiliti dal Governo iracheno, questo accordo è stato negoziato da 22 Alti ufficiali dell'esercito iracheno, senza aver informato i comandanti americani e i leader dell'Iraq. Viene inoltre precisato che, con la ratifica del contratto, viene anche istinto un debito nei confronti dello Stato serbo di oltre 4 miliardi di dollari .

Il New York Times continua a sollevare il polverone del traffico di armi diretto verso il medioriente e proveniente dall’Europa dell’est, colpendo la Serbia dopo aver puntato il dito contro l’Albania. Le indagini del quotidiano statunitense avevano infatti individuato il legame tra la società statunitense AEY Inc., contractor del Pentagono, e la società Edvin Ltd., che ha funto da intermediario con la società albanese per l’import-export di armi, Meico. Tuttavia, nel suo reportage, dimentica di dire che il famoso intermediario non è altro che una società fantasma, di proprietà di un "barbiere" di Cipro, con recapiti telefonici che riportano ad un ufficio in Bosnia, a Zenica. Così come dimentica di dire che dopo aver disarmato i Balcani delle munizioni dell’ultima guerra balcanica, gli americani continuano a controllare il mercato delle armi, e certo non permettono che vengano firmati accordi al di fuori del loro controllo. Il Governo serbo viene messo al centro di uno scandalo, scagliandogli contro l’efficace propaganda del New York Times, senza tuttavia considerare che gli Stati dei Balcani stipulano contratti con iracheni, egiziani e libici, a partire dagli anni '80 sino alla Prima Guerra del Golfo. Tra l’altro la Serbia ha sempre intrattenuto ottimi rapporti con la Libia, al punto da ospitare anche una base militare. Quello che potrebbe essere considerato un contratto sottoscritto in concorrenza con le società americane è divenuto un "caso" che ha sorpreso gli Stati Uniti.

I documenti della triangolazione per il traffico d'armi tra
Pentagono
contractor statunitense, Governo albanese.

Tra i contractor serbi che forniscono armi all’ONU compaiono la "Zastava Oruzje", di Kragujevac, la "Mile Dragic", di Zrenjanin, la "Jugoimport SDPR" e la "JAT". Riescono poi ad entrare nel circuito anche altre aziende serbe, che producono pezzi speciali, come la "Krusik", la "Sloboda" di Cacak, la "Prvi Partizan" di Uzice, la "Milan Blagojevic" di Lucani, la "Prva Iskra" di Baric, insieme poi alla "Prva Petoletka" di Trstenik e la "Utva" di Pancevo. Le cifre in discussione - si parla di un giro d’affari di 5 milioni di dollari per la Zastava e 32 milioni per la Krusik - forse possono farci capire perché gli americani si sono preoccupati così tanto, e perché voglio mantenere il controllo sul mercato delle armi. Tuttavia, ciò che il NYT ha dimenticato di dire, è che la "Zastava Oruzje" , esporta le armi utilizzando come intermediari società commerciali per la maggior parte americane, per il 95% delle transazioni, che hanno ad oggetto armi da guerra, ma anche da caccia. Così, l`azienda "Remington" commercia con la "US sporting goods", presentandosi con il brand "Zastava by Remington", con profitti annuali di circa 400 milioni di dollari.
Per chiudere l'accordo, I rappresentanti dell'azienda sono giunti a Kragujevac nel mese di febbraio, chiedendo esplicitamente che non fossero presenti i media. Solo il Presidente della Remington, Thomas Milner ha rilasciato una breve dichiarazione, sostenendo che "la collaborazione tra i migliori produttori di armi al mondo, infastidirà la concorrenza, meraviglierà i venditori e accontenterà i clienti". Magari è stato proprio questo l’effetto: gli americani si sono meravigliati o meravigliano altri per un contratto dal valore di 235 milioni di dollari con il governo iracheno, e lo fanno senza dire "business is business". Per loro, il vero business è stato forse bombardare Zastava, chiudendo poi un contratto con la stessa fabbrica per la vendita di armi.

Occorre inoltre osservare che, affermando che gli accordi tra Belgrado e Baghdad sono stati chiusi a settembre in grande segretezza, il NYT ha senza dubbio disinformato. Infatti, prima di ogni cosa, per esportare munizioni dalla Serbia occorrono infatti due autorizzazioni, uno proveniente dal Ministero degli Esteri, e uno dal Ministero della Difesa, dopodichè il Ministero degli Interni, terminata la consultazione con i Servizi Segreti serbi, e poi con il Ministero dell’Economia. Tuttavia, prima che si azioni tale processo, il Ministero della Difesa deve consultarsi con in responsabile dell'ambasciata americana a Belgrado, chiedendo se vi sono opposizioni nei confronti dell’operazione di esportazione di armi dalla Serbia. Conclusasi tale fase, complessa e delicata, viene dato il via libero definitivo all’esportazione di prodotti militari serbi. Per tale motivo, è davvero sorprendente che il responsabile dell’Ambasciata americana a Belgrado non abbia avvisato Washington in tempo.

In secondo luogo, dopo aver ratificato il contratto, il ministro della difesa iracheno, Abdula Khadir, ha confermato che del contratto era stato avvisato anche il Premier Nuri al Maliki. Lo stesso direttore generale della Jugoimport SDPR, Stevan Nikcevic, ha affermato che dell’esistenza di tale contratto erano stati informati sia il Governo iracheno che i rappresentanti statunitensi in Iraq, nonostante la smentita degli americani. Nikcevic ha così smentito quanto scritto dal New York Times, sottolineando che con i rappresentanti iracheni non si è mai discusso della vendita di elicotteri o di carrarmati. "Io credo che qualcuno non è stato soddisfatto del fatto che è stato inserito nell'affare - afferma Nikcevic - anche perché non si può accettare che l'industria militare serba ha un valore sul mercato internazionale, e con i tempi e i prezzi possa essere una vera concorrente sul mercato", ha aggiunto. Precisato questo, la controparte irachena ha spiegato le motivazioni che hanno dettato l’accordo con Belgrado, ossia condizioni contrattuali più favorevoli rispetto a quelle fornite dal Ministero della Difesa americana. "Il processo dal Pentagono era troppo lento - commenta il Premier iracheno - noi volevamo tempi di consegna più brevi, che la parte americana non poteva garantirci, in quanto il progetto con il Pentagono era solo per le situazioni di pace, mentre nella situazione di guerra in cui ci troviamo noi, non possiamo reagire nei tempi necessari". "Gli Americani ci lasciano disarmati, in maniera tale fa avere sempre bisogno di loro", afferma un altro rappresentante iracheno confermando le parole del Premier. Tra l’altro, considerando che i contratti dipendono dalla situazione politica e questi possono essere congelati se la Serbia non segua una strada "pro-europea" come previsto dall’America, sembra alquanto normale che la Serbia ha deciso di puntare anche su altre controparti per assicurarsi la vendita.
La controparte americana, da parte sua, mostra i suoi dubbi nella paura che, con questo contratto, venga compromessa la credibilità dell’America, come afferma il General Maggiore James Dubic. Infatti, occorre dire che la Remington, è entrata a far parte del patrimonio azionario della Famiglia Bush, tramite la Celebrus Group. Ad ogni modo, è davvero strano che dopo 78 giorni di bombardamento da parte dell'armata più grande del mondo, con lo scopo di distruggere l'industria militare serba, arrivi nelle mani del Governo serbo un contratto che supera la concorrenza delle società americane.

In realtà l’articolo del New York Times si traduce così in una classica disinformazione mediatica, una manipolazione così evidente e assurda, che è servita solo a rimettere in discussione un accordo, di cui l’America non poteva non esserne a conoscenza, per poi deviarne i benefici a favore di altri. Una tesi questa chiara a molti, tranne che ai giornalisti del New York Times, che continuano ad essere dei mercenari nelle mani delle lobby dei produttori di armi. Di questo, e di tanti altri, "attentati" alla solidità e alla credibilità della Serbia, il quotidiano americano dovrebbe porgere le sue scuse ufficiali, con tanta visibilità quanto quella che mostra quando deve condannare e denigrare. È evidente, invece, che dopo l’esplosione di Gerdec e il grande scandalo del contrabbando d’armi, viene colpita non solo la credibilità del Governo albanese, ma viene sabotato un intero circuito di società e contractor. Molti degli accordi e dei contratti in atto sono venuti meno, sono cambiati i patti e alcune alleanze sono state sciolte, mentre si preparano altri scandali per girare il favore del business verso altre entità.

Rinascita Balcanica

28 marzo 2008

I grandi business del Pentagono


Scoppia negli Stati Uniti il caso del contractor del Pentagono da 300 milioni di dollari che ha organizzato un'operazione su scala internazionale di riciclaggio di armi. Il New York Times pubblica il suo grande reportage del traffico d'armi dall'Albania all'Afghanistan, ma si guarda bene dal coinvolgere in maniera diretta il Pentagono o il Governo degli Stati Uniti. Intanto continua il giallo sull'organizzazione dell'operazione di riciclaggio di armi. Pubblichiamo qui le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche delle conversazioni avvenute tra Efraim Diveroli, che si presenta come Presidente della AYE INC. - contractor del Pentagono per il commercio di armi - e Kosta Trebicka, proprietario della società albanese XHOI, che opera nel settore dell'imballaggio.

Il New York Times ha finalmente pubblicato il servizio sul traffico di armi che giunge in Afghanistan dopo aver attraversato i Balcani e l'Europa Orientale, con l'Albania a fare da centro nevralgico (Supplier Under Scrutiny on Arms for Afghans) . Come anticipato dalla nostra redazione più volte, citando le parole del Premier Berisha dinanzi al Parlamento a pochi giorni dalla strage di Gerdec, il quotidiano americano preparava da tempo un reportage sulla connessione dell'Albania ad un traffico di armi internazionali, sottolineando che dietro una fantomatica società della Florida, vi era il Ministero della Difesa Statunitense. Non appena il servizio viene pubblicato, tutti i media statunitensi lo rilanciano, e si preparano, come ha fatto per esempio il Financial Times, a pubblicare altri reportage sul caso delle "munizioni albanesi", sino a creare un'onda mediatica contro il Governo e le mafie albanesi.

Come da copione, infatti, il Pentagono decide di sospendere l'esecuzione del contratto a nome della AYE Inc. perché soggetta ad un'investigazione criminale, che ha smascherato una società costituita da poco più 8 persone e gestita da un ragazzo di 22 anni. Il Pentagono invalida il contratto perché la AEY sembra abbia venduto munizioni "made in Cina", contravvenendo al dettato del contratto secondo cui il governo non può comprare direttamente o indirettamente munizioni da una società militare cinese, o da alcuna entità che è parte dell'industria di difesa della Cina. Secondo le fonti, la Difesa statunitense non aveva chiesto ancora la sospensione perché aspettava la conclusione delle ispezioni, ma divenuto l'affare di dominio pubblico, occorreva ricorrere alla sospensione immediata.
Allo stesso modo, il contratto viene invalidato anche nei confronti del Governo albanese, perché ha violato le clausole stabilite. Tirana, dal canto suo si difende affermando che la spedizione delle munizioni era stata precedentemente certificata dall'Ambasciata Statunitense a Tirana. Così, scoperta la truffa cadono le pedine più scoperte per coprire i veri organizzatori della complessa operazione di riciclaggio di armi.

Infatti, ciò che non viene ben messo in evidenza dal reportage, miope e dalla ristretta visuale, che lo scandalo delle munizioni dell'Albania non si riduce a due o tre società private, dalla struttura quasi inesistente, con due o tre sedicenti rappresentanti. Il New York Times si guarda bene dal coinvolgere in maniera diretta il Pentagono o il Governo degli Stati Uniti come responsabili dell'appalto e della commercializzazione delle munizioni, considerando che, al di là di ogni particolare intreccio politico, il Ministero della Difesa degli Stati Uniti ha concesso un contratto ad una società amministrata da un certo Efraim Diveroli, che risulta essere un ragazzo di 22 anni che fa il massaggiatore. A questo occorre aggiungere che la AEY INC. , posseduta dall'israeliano Heinrich Thomet, è in qualche modo collegata alla società di Cipro, la Edvin Ltd. , sulla quale si è scatenato un vero e proprio giallo in seno al Governo albanese.
Tirana ha infatti sottolineato più volte che fu la società americana a chiedere l'intermediazione della ditta di Cipro, seppure le intercettazioni sembrano incolpare la Meico, che, per volere del direttore Yili Pinari, esclude la partecipazione all'affare della società albanese XHOI di Kosta Trebicka per inserire la Edvin Ltd. che viene rappresentata a Tirana da un certo Herni Tomei. Henri Tomei è un cittadino svizzero, indagato per traffico d`armi a livello internazionale, e possiede varie società che trafficano armi, come la la “Brugger & Thomet AG” e la “BT International Ltd”. Questo personaggio svizzero, individuato anche dal New York Times, nell'ambiente è conosciuto da sui partner in affari anche come Heinrich Thomet, che risulta essere azionista di maggioranza anche della “Brugger & Thomet AG” e della “BT International Ltd”. Se questo dettaglio è vero, allora il cerchio si chiude, e possiamo senza dubbio affermare che il Governo di Tirana è stato manipolato in qualche modo da una rete di personaggi ambigui che dicevano di operare per il Governo Americano, per fantomatiche società svizzere, e quant'altro.

Pubblichiamo dunque le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche delle conversazioni avvenute tra Efraim Diveroli, che si presenta come Presidente della AYE INC. - contractor del Pentagono per il commercio di armi - e Kosta Trebicka, proprietario della società albanese XHOI, che opera nel settore dell'imballaggio. Nel corso delle conversazioni, Diveroli spiega chiaramente che Ylli Pinari, direttore della Meico, vuole escludere dall'affare, la Xhoi di Trebicka, per inserire la società di "Henri".

AUDIO : Intercettazione n.1 Trebicka-Diveroli
TREBICKA: Cosa succede con il tuo amico Pinari?
DIVEROLI: Non so, me lo puoi dire tu. Hai fatto qualche accordo con lui per le casse?
TREBICKA: Non voglio fare accordi con lui, tu lo sai che è spazzatura. Me l`hai detto tu, prima, che lui e` un uomo della mafia, o no?
DIVEROLI: Penso che lo sia, penso che e` della mafia o la mafia lo sta controllando. In tutti e due i casi lui e` un problema. Il problema è che io non ho scelta. Devo fare un accordo con lui. Il Governo Americano aspetta i prodotti. Non ho nessuna decisione da prendere. Sei tu che devi prendere una decisione.
TREBICKA: Tu vuoi...io posso dimenticare i miei soldi, quelli che ho investito lì... non ho nessun problema... non posso combattere con questo governo, non posso combattere con Pinari. Certamente ora è nelle tue mani, non nelle mie. Se Pinari vuole continuare a giocare con te, se lui metterà la gente della mafia...

AUDIO : Intercettazione n.2 Trebicka-Diveroli
DIVEROLI: Che succede con tutto quest`affare di merda qui...(parte indecifrabile di discorso su Pinari). Okey, l`azienda che sta preparando le casse potrebbe voler comprare il tuo materiale di imballaggio.
TREBICKA: Okey, molto bene, molto bene.
DIVEROLI: Io romperò l`accordo, quel che non va bene per te, non va bene neanche per me.
TREBICKA: Quale società c'è ancora? Quella di Delijorgji, di Mihal Delijorgji? E questa la compagnia?
DIVEROLI: Non ho nessuna idea. Noi stiamo aspettando che Pinari ci dia i dettagli della società. Io rimanderò questa vendita così importante, la rimando fin quando non prendi i tuo materiale...

AUDIO : Intercettazione n.3 Trebicka-Diveroli
DIVEROLI: (Discorso non ben decifrabile, facendo riferimento ai soldi che Trebiska deve a Diveroli per un carico di merce che deve partire, si tratta di una cifra di 2.5 milioni di dollari) Io sono al 100% con te. Non ti ho escluso io da quell'affare. Lo capisci? Non c'entro con questo. Anche se Pinari me l`ha chiesto, e lui mi sta obbligando a farlo, io non l`ho mai appoggiata questa decisione. Sono molto, molto seccato. Sono molto preoccupato.
TREBICKA: Lui sta ancora lavorando con Henri Tomei?
DIVEROLI: Penso che stia lavorando ancora con Henri. Io sto lavorando ancora con Henri. Devo lavorare con Henri, sto lavorando con Henri.

AUDIO : Intercettazione n.4 Trebicka-Diveroli
DIVEROLI: C`e` una cosa che deve capire Pinari: io non sono amico di Henri... non posso fare un commercio di scimmie con la mafia e Delijorgji e con tutta quella gente di merda in Albania. Io sono un'azienda diretta, io lavoro per il governo, tutti mi stanno osservando. Pinari vuole persone come Henri in mezzo che si “occupano” di lui e della sua gente, ma questo non è affar mio. Io non ne voglio sapere di questa storia. Io voglio parlare solo del business legale. Questa è la mia impressione sulla situazione. Questa è una mia idea, una mia opinione.
DIVEROLI: Come stanno le cose per te per il momento?
TREBICKA: Le cose sono okey, sono tranquillo, hai capito? Sto lavorando bene, ho altri business di cui occuparmi e il mio business quotidiano e` okey, non ho problemi.

AUDIO : Intercettazione n.5 Trebicka-Diveroli
TREBICKA: (Alcune frammenti di discorso sulla visita del Presidente Bush in Albania) Pinari è un bene per lui, per il vostro Presidente. Alex è felice. Lui mi ha detto che Pinari dirà a te per il volo di mercoledì, se si farà o meno. È nelle tue mani, lo sai. Io posso aiutarti se vieni incontro a qualche altro problema. Mi dici e ti aiuterò, ma penso che con Pinari, con la sua gente di mafia, Delijorgji e Henri, sarà più difficile per te continuare ad andare avanti, perchè loro ti daranno tanti problemi. Ma tieni presente che, qualsiasi cosa accada, in qualsiasi momento che ne avrai bisogno, fammi una telefonata. Ci sono tante possibilità che io venga chiamato a Washington D.C dalla gente della CIA e dai miei amici lì. Tra due settimane verrò in Florida per incontrarmi con te e discutiamo sugli altri accordi.
DIVEROLI: Mi piace. La facciamo questa cosa.

AUDIO : Intercettazione n.6 Trebicka-Diveroli
TREBICKA: Per il momento ho un ottimo accordo in Serbia per il quale posso avere bisogno di un po' di finanziamenti per ...
DIVEROLI: Ho un'idea, forse puoi finire l`imballaggio delle munizioni martedì. Per esempio puoi finire l`inscatolamento di due milioni e mezzo che mi devi.
TREBICKA: Si. Si
DIVEROLI: Pinari e Delijorgji vedranno il tuo lavoro che si sta muovendo tranquillamente e non vorranno bloccarlo. Così vorranno comprare materiale da te. Perchè non hanno motivo di spostare ciò che sta lì attualmente. Non hanno motivo di girarci attorno, viaggiare in Macedonia, e girare ancora. Possono dare a te i soldi. Forse questa e` una buona idea, credo. Pensi che Pinari lo farà questo lavoro?
TREBICKA: Io posso farlo, posso continuare il lavoro.

AUDIO : Intercettazione n.7 Trebicka-Diveroli
TREBICKA: Ho trovato dei buoni partner e penso che posso continuare l`affare. Non lo so se va bene per Pinari, Delijorgji e la loro gente di mafia, se vogliono lavorare ancora con me. Ma per me va bene, non ne voglio parlare. Non aprirò bocca, faro tutto quello che mi dici di fare.
DIVEROLI: Capisco, ma ti dico che : io difendo te, e tu difendi le mie cose. Lasciami parlare con Pinari. Pinari sa cosa fare con l`imballaggio. Perchè lui si sta allontanando da te, dalla posizione che hai. Se lui non colma questa divisione nel modo giusto, ci sarà una montagna di guai per tutti. Così lui si può innervosire per Delijorgji, che non può saper fare il suo lavoro, comunque. Questa è l'occasione migliore, questo è il mio sogno.

AUDIO : Intercettazione n.8 Trebicka-Diveroli
DIVEROLI: Noi dobbiamo rimandare la vendita del materiale, così almeno tu non sarai esposto e io non sono esposto. Giusto, o no?
TREBICKA: Hai ragione. Hai ragione al 100%.
DIVEROLI: Adesso c'è l`opzione A e l`opzione B. Noi andremo su una di esse, ma semplicemente non siamo sicuri su quale. Perchè non provi ora a baciare ancora una volta il culo di Pinari. Prendi il telefono, pregalo, bacialo, qualsiasi cosa. Mandagli una delle tue prostitute, che lo fa felice. Forse ti dà una chance di fare il lavoro. No?
TREBICKA: Ok, ok.
DIVEROLI: Forse lui non è organizzato, forse si innervosisce. “Beh, tu lo sai che se non faccio il lavoro, allora perdo il business di munizioni”. (Immagina cosa dovrebbe dire Trebicka) Forse diventerà nervoso e noi possiamo giocare con la sua paura. “Pinari, dai allora. Dammi un' altra possibilità”. (Continua a suggerire a Trebicka) Dagli un po' di soldi, dagli qualcosa per le sue tasche. Non prenderà molto. Prenderà solo 20 mila dollari da te...

AUDIO : Intercettazione n.9 Trebicka-Diveroli
DIVEROLI: Non posso vivere con questa. Mi capisci?
TREBICKA: Si ti capisco.
Diveroli: Fammi sapere domani. Parliamo questa sera o domani e decidiamo se scegliere la variante A o B? Parlo con Pinari, tu parli con Pinari e prendiamo una decisione. Poi passiamo ad un altro accordo. Hai qualche altra soluzione?

AUDIO : Intercettazione n.10 Trebicka-Diveroli
DIVEROLI: Di più, di più. La questione è andata più in alto del Primo Ministro e di suo figlio. Questo e`... questa mafia e` troppo forte per me. Non la posso combattere questa mafia. E` diventata troppo grande. Gli animali sono appena usciti fuori dal controllo. Troppi giocatori...

27 marzo 2008

Il barbiere di Cipro


Un progetto di demilitarizzazione si è trasformato in un'operazione di riciclaggio di armi, con la creazione di denaro dal nulla. Un traffico di armi e munizioni viene apparentemente gestito da un circuito chiuso di prestanomi e società fantasma, mentre il Pentagono e contractors statunitensi costituiscono i veri protagonisti di una grande truffa ai danni del popolo albanese, vittima del crimine invisibile di società e centri di potere internazionali. (Foto: Mihal Delijorgji)

L'incredibile incidente dell'esplosione del deposito di Gerdec, in Albania, ha portato alla luce una verità sconcertante e paradossale. Un traffico di armi e munizioni viene apparentemente gestito da un circuito chiuso di prestanomi e società fantasma, mentre il Pentagono e contractors statunitensi costituiscono i veri protagonisti di una grande truffa ai danni del popolo albanese, vittima del crimine invisibile di società e centri di potere internazionali. Il vero giallo sul traffico delle armi scoppia con l'esplosione del deposito di Gerdec che rade al suolo un intero villaggio nei pressi di Tirana, con decine di vittime e centinaia di feriti.
Le indagini a questo punto sono obbligate, in quanto le famiglie e i media vogliono chiarezza sulle responsabilità dell'accaduto. A gestire il deposito è la società statunitense Southern Ammunition, che nel maggio del 2007 sottoscrive un contratto con il Ministero della Difesa per lo smaltimento delle munizioni, sino al 7 dicembre del 2007, dopodichè con un subappalto trasferisce le successive operazioni di smantellamento alla società albanese Albdemil, che tuttavia risulta essere partecipata per il 25% dalla stessa Southern Ammunition Inc. Co. e il 75% da Mihal Delijorgji che ha una fonderia in Albania. In particolare, la SAIC sottoscrive il 27 dicembre 2007 un contratto di acquisto con la MEICO, e dopo 3 soli giorni di vendita delle stesse munizioni con la collegata Albdemil per un prezzo maggiorato del 2%. La curiosità di questo evento è che la Albdemil è stata creata solo nel 2006 e la sua attività caratteristica è il trasporto di armi, quando la sola azienda concessionaria di tale settore è la società di Stato Meico. Tuttavia, dopo 4 mesi dalla sua costituzione, un piano di riforme del governo Berisha, voluto dalla Comunità Europea, liberalizza il settore e permette anche alle aziende private di trasportare e commercializzare armi e munizioni. Così Dielejiorgi riesce a prendere il controllo della situazione e con grande diplomazia mette tutti d'accordo. La Albdemil riesce a scavalcare l'azienda di Stato Meico, e, tramite una legge speciale della Presidenza del Consiglio albanese e con il benestare del Ministro della difesa Fatmir Mediu, la società americano-albanese si aggiudica l'appalto di demilitarizzazione.

In realtà non vi è stata una vera e propria opera di bonifica perché all'interno dei depositi avveniva la selezione e lo scarto delle munizioni, che, secondo varie testimonianze, durante la notte le casse venivano reimballate e portate a Durazzo per essere poi esportate. Hanno dunque sequestrato armi vecchie, per poi reimballarle, rivenderle come nuove agli eserciti che sono ancora in guerra, rigorosamente sotto il marchio "made in US". Questo fa ben capire cosa siano in realtà le campagne di demilitarizzazione che la UNDP promuove con le star del cinema internazionale come Michael Douglas, giunto in Albania per pubblicizzare una campagna per lo smaltimento delle armi e la loro distruzione.
Con una sofisticata tecnica di distribuzione, di riciclaggio e di riarmo di vecchi eserciti, come quello afghano ed irakeno, che hanno in dotazioni armi vecchie è stato costruito un perfetto sincronismo tra Nato, Comunità Europea e Organizzazioni Internazionali, tra demilitarizzazione dei paesi, liberalizzazioni dei settori controllati dai monopoli di Stato e campagne di sensibilizzazione. L'organizzazione è talmente perfetta che tutto fila liscio, tutti guadagnano e il circuito gira senza problemi.
Un pomeriggio, però, esplode il grande deposito di Gerdec, nella tragedia muore anche il cognato del Premier Berisha che rivestiva il ruolo del conteggio delle munizioni. Berisha imbarazzato dalla situazione, si giustifica dinanzi ai giornalisti dicendo di non conoscerlo perché sua cognata, dopo il divorzio in Albania, si era risposata all'estero, per poi tornare. Anche l'ambasciatore americano a Tirana, John Withers II , sembra in forte difficoltà, e si precipita a dichiarare che il governo americano non è in alcun modo implicato con quanto accaduto, in quanto l'intera operazione era gestita solo da società private e dal Governo Albanese. Accuse contro gli albanesi piovono anche dalla società statunitense che aveva ottenuto l'appalto di smaltimento delle munizioni. Gli eventi subiscono una continua escalation, e dagli Stati Uniti si prepara un reportage-scoop del New York Times sull'esistenza di un traffico di armi verso l'Afghanistan proveniente dall'Albania.

A questo punto, l'Albania, trovandosi alle strette, comincia a difendersi, e il Ministero della Difesa mostra i contratti regolarmente sottoscritti tra la società di Stato MEICO, e la AEY Inc. ( Contratto del 23 Marzo tra MEICO e AEY Inc. ) , posseduta dall'israeliano Heinrich Thomet, e divenuta un contractor dell' US Government Contracting Office di Rock Island, nonchè concessionaria di un contratto con il Pentagono, per l'esercito degli Stati Uniti. Precedentemente, tra il 2006 e il 2007, la AEY Inc. aveva vinto un tender del Pentagono per la fornitura di munizioni alle Forze di sicurezza dell'Afghanistan, per un ammontare di 298 milioni di dollari ( n. protocollo #W52P1J-07-D-004). L'esercito afghano infatti utilizza armi di manifattura russa e cinese risalenti agli anni '80, con munizioni diffuse ancora oggi solo in Paesi Balcanici e del continente euro-asiatico. Per tale motivo, la AEY cerca in giro munizioni vecchie, per poterle reimballare, e consegnarle poi all'esercito afghano.
Nel corso delle trattative, determinate situazioni non sono più chiare, e così si stabilisce che per perfezionare l'accordo di vendita delle armi alla società americana occorre utilizzare come intermediario la Evdin Ltd, che ha sede a Cipro ( Contratto MEICO-Edvin-AEY). Con l'ingresso all'interno delle trattative della Edvin Ltd il prezzo concordato per l'acquisto di una cassa di munizioni aumenta da 22 a 40 dollari. Il Governo albanese afferma che fu la controparte statunitense a pretendere l'ingresso di un intermediario per concludere l'affare, mentre la AEY ha sempre sostenuto che la Meico propose di inserire la Edvin Ltd. nell'affare. Vista la discordanza delle tesi delle due controparti, non è stato ancora ben chiarito in che modo la Edvin Ltd. sia intervenuta nelle trattative, ma la sua presenza è molto importante.

Si scopre infatti che la Evdin ltd, con sede a Cipro, in via Thermopylon 1 6023 Larnaca Cipro, in realtà corrisponde ad un "barbiere". I riferimenti telefonici presenti sul suo sito - un fax +387 62 94 24 52 e un cellulare +387 32 40 72 72 - ci riportano ad un ufficio presente in Bosnia, nella zona di Zenica. Quando abbiamo contattato il numero di telefono, risponde una persona che nega l'esistenza di un sito che appartiene a questa società. Dopo alcune ricerche, scopriamo che anche un'altra ditta, la Garietta LTD, mostra gli stessi riferimenti telefonici: ritelefoniamo e lo stesso utente, questa volta, chiude il telefono senza rispondere. A questo punto contattiamo il Provider Top Hosting di Sarajevo e, nonostante lo informiamo che ha registrato un sito con dei riferimenti falsi, non interviene per verificare l'identità della società e del proprietario del sito.
Da fonti giornalistiche albanesi che indagano sulla presunta ditta fantasma del "barbiere di Cipro", si viene a sapere che a rappresentare la Edvin Ltd. in Albania è Henri Tomei, cittadino svizzero, indagato per traffico d`armi dal Dipartimento Americano della Difesa, da Amnesty International e dal Governo svizzero. È conosciuto sul mercato internazionale delle armi come “Dio della Guerra”. Secondo le stesse fonti, la MEICO non ha sottoscritto un contratto diretto con AEY, ma con Tomei in qualità di intermediazione, nonostante abbia degli oscuri precedenti. Tomei è anche rappresentante, fondatore e proprietario dell'azienda svizzera “Brugger & Thomet” e “AG BG International”, nonché azionista di maggioranza di una miriade di aziende implicate nel traffico d`armi in paesi in conflitto sotto embargo dell'ONU. Il business di Tomei sembra essere concentrato nei Balcani, in particolar modo in Serbia e Montenegro. È da lì che è partito, circa tre anni fa, un ulteriore caso di traffico d'armi che vede come protagonista l'azienda israelita “Talon” con sede a Tel Aviv, che gestiva un traffico d`armi dalla Serbia e Montenegro verso il Medioriente. Dalla Camera di Commercio d`Israele, risulta che il proprietario della “Talon” è il Maggiore Shmuel Avivi, che, nonostante neghi ogni coinvolgimento, risulta essere collegato ad un'azienda svizzera che aveva come partner un certo "Henri", conosciuto anche come Heinrich Thomet, lo stesso azionista di maggioranza della AEY Inc e di altre società che vendono armi. Senza alcuna sorpresa scopriamo che le società incriminate sono la “Brugger & Thomet AG” e la “BT International Ltd”. Non bisogna dimenticare la nota comune di tutti i trafficanti di armi che usano due nomi: uno ufficiale che risulta su documenti originari, e l'altro con cui firmare i documenti. Ad ogni modo, lo stesso Heinrich Thomet, della AEY, ha ammesso di aver lavorato occasionalmente con Avivi e le sue aziende, che, a suo dire, lavoravano solo per il governo americano, e per nessun contractor destinato all`Afghanistan o all'Iraq.

Ci chiediamo, a questo punto, come sia possibile che una società americana, contractor del Pentagono, abbia potuto concedere un subappalto di consegna di armamenti ad una società fantasma. Rivolgiamo la stessa domanda alla Comunità Internazionale che dovrebbe spiegare come mai, nonostante la miriade di leggi per la lotta al terrorismo, non vengano effettuati i dovuti controlli sulle società concessionarie degli appalti di vendita di armi. Con tutti i suoi potenti mezzi di intelligence, né la Cia o l'NSA sono intervenuti a fermare l'operazione di riciclaggio delle armi.
Fatmir Mediu e John Withers II
È evidente invece che l'intero circuito è stato studiato e organizzato in maniera tale da non far ricadere colpe e responsabilità sui grandi contractors e sullo stesso Pentagono, servendosi così di società fantasma, di brokers e rappresentanti di ambigua credibilità, per ricostruire l'intero tracciato dei soldi e delle armi, e far ricadere la colpa sul Governo Albanese e le sue società. In tutto questo, infatti, un progetto di demilitarizzazione si è trasformato in un'operazione di riciclaggio di armi, con la creazione di denaro dal nulla, grazie all'apertura di linee di credito e l'emissione di garanzie bancarie a copertura dei finanziamenti e degli investimenti. Non possiamo credere infatti che il danaro, le transazioni e i trasferimenti non siano stati tracciati, o che non sia stato rilevato che una società fantasma di Cipro stava portando a termine una compravendita di armi per milioni di dollari.
Malgrado lo scandalo sia scoppiato, la verità non verrà mai a galla, perché le grandi società, accreditate da potenti strutture militari e internazionali agiscono sempre con una rete di ditte anonime per disperdere nei circuiti le loro identità. L'epilogo di questa assurda vicenda del "barbiere di Cipro" potrebbe essere sconcertante. L'Albania dovrà infatti pagare il suo errore di aver sottoscritto un contratto per la vendita di armi, e il suo Governo sarà ricattato per l'ennesima volta. Di quelle munizioni, alla fine dei conti, solo una minima parte sono uscite dalle frontiere albanesi, ma era necessario che fossa l'Albania l'intestatario ultimo dei contratti, facendo così da "prestanome" per una complessa operazioni di riciclaggiano di armi. Comunque, "il libanese" gira sempre nel blocco di Tirana e propone ai nuovi ricchi grandi guadagni e visti, in cambio di firme e di denaro.