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09 luglio 2009

“Yes we camp” ma con dignità


“Yes we camp” è lo slogan di protesta degli abitanti de L'Aquila che, dopo il terremoto, sono stati colpiti anche dal G8. Un'espressione italo-americana, un po' aggiornata rispetto ai tempi della migrazione, ma che, come sempre, spiega tante cose. Dopo essere caduta, l'Italia come l'Abruzzo si rialza, e anche se "tira a campare", lo fa con dignità. Ecco come le cose cominciano a cambiare.

Non c'è molto da stupirsi del fatto che la stampa anglosassone non gradisca molto le iniziative dell'Italia sulla scena internazionale. Le critiche e gli attacchi gratuiti, fuori luogo e provocatori sono un'arte della "diplomatica Londra", maestra delle finzioni mediatiche e delle crisi sintetiche. Ciò che invece meraviglia, e vale la pena sottolineare a gran voce, è che l'Italia risponde a testa alta ai tentativi di sabotaggio, replicando con una dignità stoica, tipica del popolo italiano ma per molti anni dimenticata. Il New York Times titola a grandi caratteri "l'imperdonabile carenza organizzativa del governo italiano ospite del G8" e chiede che per colmare questa lacuna vi sia l'intervento di Barack Obama per assumere l'iniziativa, al quale segue il The Guardian, "secondo il quale gli sherpa americani hanno dovuto organizzare delle conference call sul G8 per sopperire alla disorganizzazione degli italiani". Non tarda la replica del Premier Silvio Berlusconi che stigmatizza, e minimizza l'episodio, come "una grande cantonata per un piccolo giornale". Secca e spartana anche la risposta del Ministro Franco Frattini che, in un'intervista per un quotidiano italiano, si spoglia delle sue vesti ufficiali e diplomatiche, per spiegare in poche parole cosa sta accadendo oggi intorno a noi, e fuori dall'Italia.

"È un attacco vergognoso che prende di mira la dignità e l’immagine dell’Italia - afferma Frattini - si tratta di grossolane cantonate, dietro cui si nasconde il vero obiettivo di certa stampa britannica abituata a raffigurarci con pizza e mandolino". Così, gettata la pietra, Frattini spiega chiaramente che vi sono degli evidenti tentativi di contrastare il ruolo dell'Italia sulla scena internazionale, "ingombrante per certi versi", e che dà fastidio a certi ambienti che vogliono il controllo della scena, come i cari vecchi tempi. Tuttavia il mondo è cambiato, e molte cose non sono più le stesse, perché - come sottolineato anche da Frattini - l'Italia ha un rapporto diretto con Russia,Turchia, Israele e Libia, così come nell’organizzazione della conferenza internazionale sulla riforma dell’Onu, e l’azione d’apertura nei confronti dell’Iran, conquistando persino la stima e il sostegno della Casa Bianca. "Chi poteva davvero immaginare che una sintonia così forte ad esempio con la Russia, vedi il dossier energia, o con la Libia, versante gas, non desse fastidio a qualcuno?", si chiede Frattini, giocando così la carta del ricordo immediato alla vecchia ma vincente politica di Mattei. E così punta il dito su coloro che intendono sabotare l'Italia, ma lo fa con il tono di chi "conosce i suoi nemici e li ha già anticipati": "C’è una grande rete, fuori e dentro il nostro Paese, di nemici dell’Italia, Paese che viene invidiato".

Non si può negare che Frattini, finalmente, mostra gli artigli e li usa: lo fa oggi, quando l'Italia presiede il G8 e guida i negoziati di accordo tra Russia e Stati Uniti. Tutto questo non fa altro che mettere in zona d'ombra Londra, che già soffre la sindrome dell'abbandono dopo le luci della ribalta, perché - come dicevamo - il mondo è cambiato e le cose non vanno più come una volta. Dinanzi al crollo delle borse e dei Banchieri, ha valore solo l'economia reale e chi sa garantire sostenibilità alla popolazione mondiale, mentre i parassiti non potranno più avere spazio. A ben pensarci, l'Inghilterra è uno dei Paesi occidentali che ha maggiormente subito il contraccolpo della crisi immobiliare e finanziaria, forse perché la sua economia reale non esiste, ridotta ormai ad uno scheletro virtuale, ad un mucchio di titoli e carta straccia senza alcun valore, ma mantenuta in piedi dalle rendite del suo colonialismo. Vaccini quotati in borsa, un'economia creata sull'inganno, dove la scoperta del cancro può compromettere la vita economica di banche e di entità economiche, dove società si creano con 15 euro, con uffici virtuali segreterie robotiche: questa è l'Inghilterra parassita che nessuno vuole, controllata dal famoso Club di Londra.

Non è possibile dire chi costituisce il Club di Londra, ma è facile intuire che ingloba tutti coloro che che ci rivendono le nostre idee, usano la moneta virtuale e le ex colonie trasformate in Paradisi fiscali per riciclare il 70% del denaro sporco. Con le sue trame segrete, i suoi affari e le sue speculazioni , le sue società marittime, il Club di Londra gestisce il traffico marittimo e comandano le merci, si muovono organizzati ed usano tutti i mezzi possibili legali, come le famose "aggressioni". In pratica, ogni persona che non intende "cedere il passo" nella gestione di qualche affare, verrà colpita da quella che loro chiamano aggressione. Sono quelli che un tempo denigravano Enrico Mattei, sono quelli che hanno creato i miti virtuali e l'arma moderna dell'informazione "embedded", per trasformare un semplice cittadino, in un perfetto kamikaze o un killer economico oppure in santone dei diritti umani. Dietro di loro esiste quella finanza fatta di storie e di intrighi, nonché la base di tutto il sistema criminale planetario. Questa gente va vestita in giacca e cravatta, presenzia cene umanitarie e firma contratti per la guerra,e questo loro lo chiamano "business" o "marketing", mentre si chiama genocidio di massa.

Oggi i piccoli giornaletti, sono sempre lì in agguato, assetati di scoop scandalistici e sexy-gate, attaccano il Presidente del Consiglio italiano con storie assurde, scandali sessuali, nel tentativo di indebolire una nazione vista come facile bersaglio. Ma cosa vorranno mai dagli italiani? Non ci vuole molto per capire che l'obiettivo è il controllo totale del Mediterraneo, nelle cui acque passano 60.000 navi all'anno e nei prossimi anni diventeranno 230.000, dopo la conclusione degli Accordi di partenariato con i mercati dell'Est e asiatici. Questa grande partita la chiameremo "Shipping " , iniziata dopo che i porti americani e inglesi sono stati ceduti ad alcune società di Dubai , con capitali che certamente non provengono esclusivamente dai petrolieri e dai capitalisti musulmani. L’obiettivo è controllare il traffico delle merci, tra cui la rotta che partendo dalla Cina giungerà sino all’Europa costeggiando il Suez e i porti dei Balcani, così come le direttrici che uniscono il Baltico e l'Adriatico.

Ad ostacolare tali piani potrebbe essere l'Italia, infatti, che questa volta ha degli alleati molto più potenti, come America e Russia, come prodotto dell'accordo storico dei due blocchi, lasciando da parte le megalomani "Parigi e Berlino", incapaci per storia e per natura ad assumere un ruolo di cooperazione. L'Italia è l'unico paese che ha un piano per i Balcani, è leader nei rapporti di cooperazione sostenibile con i Paesi dell'Est e cerca di avvicinarsi sempre più al Vicino Oriente e all'Africa Settentrionale, e tutti i suoi partner non sono delle colonie del passato, come quelle di Francia e Inghilterra. Per cui, cominciamo a mettere i primi limiti e a far arretrare chi conquista e depreda con mezzi illegali. Il cerchio oggi si chiude, e si ritorna in Italia, a cui tavoli di trattative si sono seduti i leader e i capi di Stato di ogni nazione in attesa di riscatto per avere un equilibrio nella politica internazionale. L'Abruzzo è testimone di questa dignità riacquisita, di questo rialzarsi ed essere protagonista alla pari dei grandi della terra. Ebbene, "Yes we camp", ma lo facciamo sempre con dignità e a testa alta.

21 aprile 2008

Il NYT al servizio delle lobbies delle armi


Il New York Times continua a sollevare il polverone del traffico di armi diretto verso il Medioriente e proveniente dall’Europa dell’est, colpendo la Serbia dopo aver puntato il dito contro l’Albania. Parla dell'esistenza di un accordo da 833 milioni di dollari con l'Iraq, negoziato segretamente con la Serbia lo scorso settembre, senza una normale procedura trasparente, e senza la stessa approvazione delle autorità di contrasto alla corruzione, compresa l`approvazione degli alti ufficiali dell'esercito iracheno e della commissione di vigilanza in Iraq.

Dopo il rapporto stilato sul traffico d'armi che vedeva coinvolti un contractor statunitense del Pentagono e la società di Stato albanese MEICO, il New York Times attacca la Serbia e parla dell'esistenza di un accordo da 833 milioni di dollari con il Governo iracheno. Un contratto che, stando a quanto riporta il New York Times, è stato negoziato segretamente con la Serbia lo scorso settembre, senza una normale procedura trasparente, e senza la stessa approvazione delle autorità di contrasto alla corruzione, compreso il consenso degli alti ufficiali dell'esercito iracheno e della commissione di vigilanza in Iraq. Ignorando i procedimenti stabiliti dal Governo iracheno, questo accordo è stato negoziato da 22 Alti ufficiali dell'esercito iracheno, senza aver informato i comandanti americani e i leader dell'Iraq. Viene inoltre precisato che, con la ratifica del contratto, viene anche istinto un debito nei confronti dello Stato serbo di oltre 4 miliardi di dollari .

Il New York Times continua a sollevare il polverone del traffico di armi diretto verso il medioriente e proveniente dall’Europa dell’est, colpendo la Serbia dopo aver puntato il dito contro l’Albania. Le indagini del quotidiano statunitense avevano infatti individuato il legame tra la società statunitense AEY Inc., contractor del Pentagono, e la società Edvin Ltd., che ha funto da intermediario con la società albanese per l’import-export di armi, Meico. Tuttavia, nel suo reportage, dimentica di dire che il famoso intermediario non è altro che una società fantasma, di proprietà di un "barbiere" di Cipro, con recapiti telefonici che riportano ad un ufficio in Bosnia, a Zenica. Così come dimentica di dire che dopo aver disarmato i Balcani delle munizioni dell’ultima guerra balcanica, gli americani continuano a controllare il mercato delle armi, e certo non permettono che vengano firmati accordi al di fuori del loro controllo. Il Governo serbo viene messo al centro di uno scandalo, scagliandogli contro l’efficace propaganda del New York Times, senza tuttavia considerare che gli Stati dei Balcani stipulano contratti con iracheni, egiziani e libici, a partire dagli anni '80 sino alla Prima Guerra del Golfo. Tra l’altro la Serbia ha sempre intrattenuto ottimi rapporti con la Libia, al punto da ospitare anche una base militare. Quello che potrebbe essere considerato un contratto sottoscritto in concorrenza con le società americane è divenuto un "caso" che ha sorpreso gli Stati Uniti.

I documenti della triangolazione per il traffico d'armi tra
Pentagono
contractor statunitense, Governo albanese.

Tra i contractor serbi che forniscono armi all’ONU compaiono la "Zastava Oruzje", di Kragujevac, la "Mile Dragic", di Zrenjanin, la "Jugoimport SDPR" e la "JAT". Riescono poi ad entrare nel circuito anche altre aziende serbe, che producono pezzi speciali, come la "Krusik", la "Sloboda" di Cacak, la "Prvi Partizan" di Uzice, la "Milan Blagojevic" di Lucani, la "Prva Iskra" di Baric, insieme poi alla "Prva Petoletka" di Trstenik e la "Utva" di Pancevo. Le cifre in discussione - si parla di un giro d’affari di 5 milioni di dollari per la Zastava e 32 milioni per la Krusik - forse possono farci capire perché gli americani si sono preoccupati così tanto, e perché voglio mantenere il controllo sul mercato delle armi. Tuttavia, ciò che il NYT ha dimenticato di dire, è che la "Zastava Oruzje" , esporta le armi utilizzando come intermediari società commerciali per la maggior parte americane, per il 95% delle transazioni, che hanno ad oggetto armi da guerra, ma anche da caccia. Così, l`azienda "Remington" commercia con la "US sporting goods", presentandosi con il brand "Zastava by Remington", con profitti annuali di circa 400 milioni di dollari.
Per chiudere l'accordo, I rappresentanti dell'azienda sono giunti a Kragujevac nel mese di febbraio, chiedendo esplicitamente che non fossero presenti i media. Solo il Presidente della Remington, Thomas Milner ha rilasciato una breve dichiarazione, sostenendo che "la collaborazione tra i migliori produttori di armi al mondo, infastidirà la concorrenza, meraviglierà i venditori e accontenterà i clienti". Magari è stato proprio questo l’effetto: gli americani si sono meravigliati o meravigliano altri per un contratto dal valore di 235 milioni di dollari con il governo iracheno, e lo fanno senza dire "business is business". Per loro, il vero business è stato forse bombardare Zastava, chiudendo poi un contratto con la stessa fabbrica per la vendita di armi.

Occorre inoltre osservare che, affermando che gli accordi tra Belgrado e Baghdad sono stati chiusi a settembre in grande segretezza, il NYT ha senza dubbio disinformato. Infatti, prima di ogni cosa, per esportare munizioni dalla Serbia occorrono infatti due autorizzazioni, uno proveniente dal Ministero degli Esteri, e uno dal Ministero della Difesa, dopodichè il Ministero degli Interni, terminata la consultazione con i Servizi Segreti serbi, e poi con il Ministero dell’Economia. Tuttavia, prima che si azioni tale processo, il Ministero della Difesa deve consultarsi con in responsabile dell'ambasciata americana a Belgrado, chiedendo se vi sono opposizioni nei confronti dell’operazione di esportazione di armi dalla Serbia. Conclusasi tale fase, complessa e delicata, viene dato il via libero definitivo all’esportazione di prodotti militari serbi. Per tale motivo, è davvero sorprendente che il responsabile dell’Ambasciata americana a Belgrado non abbia avvisato Washington in tempo.

In secondo luogo, dopo aver ratificato il contratto, il ministro della difesa iracheno, Abdula Khadir, ha confermato che del contratto era stato avvisato anche il Premier Nuri al Maliki. Lo stesso direttore generale della Jugoimport SDPR, Stevan Nikcevic, ha affermato che dell’esistenza di tale contratto erano stati informati sia il Governo iracheno che i rappresentanti statunitensi in Iraq, nonostante la smentita degli americani. Nikcevic ha così smentito quanto scritto dal New York Times, sottolineando che con i rappresentanti iracheni non si è mai discusso della vendita di elicotteri o di carrarmati. "Io credo che qualcuno non è stato soddisfatto del fatto che è stato inserito nell'affare - afferma Nikcevic - anche perché non si può accettare che l'industria militare serba ha un valore sul mercato internazionale, e con i tempi e i prezzi possa essere una vera concorrente sul mercato", ha aggiunto. Precisato questo, la controparte irachena ha spiegato le motivazioni che hanno dettato l’accordo con Belgrado, ossia condizioni contrattuali più favorevoli rispetto a quelle fornite dal Ministero della Difesa americana. "Il processo dal Pentagono era troppo lento - commenta il Premier iracheno - noi volevamo tempi di consegna più brevi, che la parte americana non poteva garantirci, in quanto il progetto con il Pentagono era solo per le situazioni di pace, mentre nella situazione di guerra in cui ci troviamo noi, non possiamo reagire nei tempi necessari". "Gli Americani ci lasciano disarmati, in maniera tale fa avere sempre bisogno di loro", afferma un altro rappresentante iracheno confermando le parole del Premier. Tra l’altro, considerando che i contratti dipendono dalla situazione politica e questi possono essere congelati se la Serbia non segua una strada "pro-europea" come previsto dall’America, sembra alquanto normale che la Serbia ha deciso di puntare anche su altre controparti per assicurarsi la vendita.
La controparte americana, da parte sua, mostra i suoi dubbi nella paura che, con questo contratto, venga compromessa la credibilità dell’America, come afferma il General Maggiore James Dubic. Infatti, occorre dire che la Remington, è entrata a far parte del patrimonio azionario della Famiglia Bush, tramite la Celebrus Group. Ad ogni modo, è davvero strano che dopo 78 giorni di bombardamento da parte dell'armata più grande del mondo, con lo scopo di distruggere l'industria militare serba, arrivi nelle mani del Governo serbo un contratto che supera la concorrenza delle società americane.

In realtà l’articolo del New York Times si traduce così in una classica disinformazione mediatica, una manipolazione così evidente e assurda, che è servita solo a rimettere in discussione un accordo, di cui l’America non poteva non esserne a conoscenza, per poi deviarne i benefici a favore di altri. Una tesi questa chiara a molti, tranne che ai giornalisti del New York Times, che continuano ad essere dei mercenari nelle mani delle lobby dei produttori di armi. Di questo, e di tanti altri, "attentati" alla solidità e alla credibilità della Serbia, il quotidiano americano dovrebbe porgere le sue scuse ufficiali, con tanta visibilità quanto quella che mostra quando deve condannare e denigrare. È evidente, invece, che dopo l’esplosione di Gerdec e il grande scandalo del contrabbando d’armi, viene colpita non solo la credibilità del Governo albanese, ma viene sabotato un intero circuito di società e contractor. Molti degli accordi e dei contratti in atto sono venuti meno, sono cambiati i patti e alcune alleanze sono state sciolte, mentre si preparano altri scandali per girare il favore del business verso altre entità.

Rinascita Balcanica