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05 febbraio 2015

Esodo dei kosovari verso l'Europa: Germania riapre campi di concentramento?


Pristina - Migliaia di cittadini della Repubblica del Kosovo hanno lasciato, in questi ultimi mesi e tra le lacrime, il paese. Alla ricerca di una vita migliore, hanno abbandonato il paese, rischiando la vita, mediante le strade illegali insieme ai bambini e agli anziani. Un esodo simile non veniva registrato dal periodo della guerra, ma oggi, 15 anni dopo il conflitto armato e 7 anni dall'indipendenza della Repubblica del Kosovo, i cittadini sono esasperati fino al midollo nel loro paese. Non li ferma né la Serbia, né l'Ungheria, e tanto meno l`Europa, ma neanche il Kosovo. Anzi, il Governo kosovaro non tenta neanche di chiudere il confine con la Serbia, paese da dove vanno via gli emigrati kosovari. Nonostante i molteplici appelli, anche ieri sera, come oramai ogni sera, solo da Pristina sono partiti 10 autobus, con almeno centinaia di persone e, considerando che in  un autobus di due piani possono entrare più di 100 persone, la stima dell'esodo comincia ad essere impressionante.

Molteplici le speculazioni
Si moltiplicano intanto le speculazioni sui media e tra l'opinione pubblica circa le motivazioni che stanno alla base dell'improvviso e massiccio esodo dei kosovari. In primo luogo, si ipotizza che tali massicce migrazioni verso i paesi dell'UE vengono tollerate per contenere il fenomeno di partecipazione di molti albanesi tra le fila dell'ISIS. In secondo luogo, vi potrebbe essere un certo interesse da parte dell'Ungheria di fare entrare sul proprio territorio sempre più migranti,  in modo da giustificare l'accesso a maggiori fondi UE, considerando che la prima registrazione avviene presso le autorità ungheresi. Secondo altri, è in corso un vero e proprio test per misurare quanti albanesi potrebbero recarsi in UE dopo la liberalizzazione dei visti per i kosovari. Per cui, sarebbe in atto un verso e proprio tentativo per bloccare l`ulteriore integrazione dei Balcani nell'UE. Allo stesso modo, potrebbe esservi l'esigenza di svuotare il Kosovo, per normalizzare l'economia e bilanciare i livelli di disoccupazione e del PIL.  Altro motivo, di natura razzista, riconduce l'arrivo dei kosovari per compensare la grande presenza di africani e persone dal Medio Oriente. D'altro canto, il mercato del lavoro europeo sta invecchiando, per cui ha bisogno di essere rigenerato da forza lavoro giovane, di origine europea, e compensare così le carenze in molti settori professionali (infermieri, operai specializzati). 

La dinamica dell'esodo

Dalla stazione di Pristina, un punto d`incontro dei cittadini provenienti dai vari comuni, che intraprendono le strade verso l`ignoto, partono ogni sera in media 10-15 autobus, con 800-1000 persone e forse di più, e nell'arco di un mese è stata raggiunta la cifra allarmante di circa 30 mila cittadini. Salgono donne, bambini, uomini, sugli autobus che sono diretti a Belgrado, e poi verso Subotica, e infine in Ungheria, che è il trampolino di lancio per arrivare nei paesi come la Germania, la Francia e la Svizzera. Le immagini sulle partenze di massa durante la notte dalla stazione di Pristina sono diventate solite, e lo stesso scenario si ripropone anche nelle stazioni di altre città, come Mitrovica, Drenica e Shala, Drenas, Skenderaj, Vushtrri. Interi quartieri del paese dunque si stanno svuotando, nonostante l`appello degli alti rappresentanti statali e di quelli internazionali, che danno segnali che nessun paese dell'UE offre più lo status di asilo. I dipendenti della stazione degli autobus, dicono che il numero dei cittadini che viaggia verso la Serbia tale che i biglietti sono stati venduti fino al 6 febbraio. Secondo i dati del Ministero kosovaro degli Interni, a novembre del 2014 oltre 24 mila cittadini del Kosovo hanno lasciato il paese. Secondo i dati dell'Eurostat per il 2013, il numero dei richiedenti asilo kosovari è di 20.220. Intanto, per il 2014, esclusi il mese di novembre e di dicembre, nei paesi comunitari hanno chiesto asilo 11 mila e 880 cittadini kosovari. Non sono disponibili i dati ufficiali degli ultimi mesi, tuttavia secondo le supposizioni ogni mese sono 12.600 le persone che emigrano. 



Un emigrato clandestino che ha parlato in condizione di anonimato, ha riferito che attualmente vive in un campo profughi a Monaco di Baviera, e che andare in Ungheria molto facile, è come andare a Durazzo o a Valona. Per quanto riguarda i costi, un viaggio Pristina-Subotica costa 30 euro a persona, e il viaggio è tranquillo senza problemi. A Subotica, come ha raccontato un uomo, c'è il facile approccio con i mediatori (o trafficanti). Sono albanesi del Kosovo che conoscono tutti i buchi della frontiera serbo-ungherese. A tal punto il prezzo varia da 60 fino a 200 euro pro capite, a seconda del trafficante. Il servizio dell'autista è garantire il passaggio fino alla frontiera e mostrare la strada da prendere, ma dall`altra parte tutto il rischio spetta agli emigrati. In realtà, come ha raccontato il testimone, l`unico rischio è essere presi dalla polizia serba. In tal caso, la cosa peggiore è quella che di essere derubati, ma in nessun caso c'è un ritorno in patria. Una volta arrivati in Ungheria, gli emigrati sostano all'inizio in una stazione della polizia nei pressi della frontiera, e poi vengono accolti in un centro di accoglienza dove rimangono 24 ore. Il giorno successivo, le autorità del centro, danno i biglietti del treno e vengono trasferiti in un campo ungherese, al confine con l`Austria. Da soli, senza l'accompagnamento dei poliziotti, scendono a Budapest, e da lì con il treno vanno verso Monaco in Germania. Dopo la presentazione alla polizia della richiesta di asilo, vengono stabiliti poi in un campo, e ricevono alloggio, e tre pasti al giorno, e 80 € a settimana per piccole spese. Alla fine, il testimone ha aggiunto che bisogna aspettare due mesi per la risposta alla domanda d'asilo.



I passaporti serbi e i permessi tedeschi?
L'esodo dei kosovari è stato descritto anche dai media serbi, secondo i quali, il Kosovo è stato abbandonato da 21.500 persone. Secondo la stampa, alcuni partono con passaporti biometrici della Serbia, sottolineando tuttavia che il rilascio di tali passaporti per i residenti kosovari è terminato a giugno del 2009. Fino ad aprile del 2019 sono stati rilasciati circa 5.600 nuovi passaporti per i serbi del Kosovo, e 1500 per gli albanesi. Da settembre 2009 fino a maggio 2011, citando le parole di Ivica Dacic, allora Ministro degli Interni, 26.000 albanesi del Kosovo hanno preso un passaporto serbo. D`altra parte, non è noto quanti passaporti siano stati rilasciati illegalmente, secondo le valutazioni, il passaporto costava dai 2.000 ai 7.000 euro. Invece il quotidiano "Zeri" ha pubblicato foto del permesso provvisorio che le autorità tedesche rilasciano ai richiedenti asilo kosovari ad Amburgo. Nel campo di Amburgo vi sono oltre 1000 gli albanesi di tutte le età, dove ricevono, oltre ai pasti e l'alloggio, 140 euro al mese pro capite. A chi interessa sono stati anche allestiti dei corsi in lingua tedesca. "Dopo averci chiesto i dati personali, ci rilasciano un permesso provvisorio di soggiorno, come lo chiamiamo noi. Non so perché, e a che scopo. Non sappiamo cosa ci succederà. Non ci dicono se ci terranno qui, o se ci manderanno via", ha rivelato un emigrato di Amburgo per Zeri. 

Edificio del Campo di Dachau (Augusta)



Chi parla di buone e chi di pessime condizioni. Trasferiti a Dachau, ex campo nazista degli ebrei?
Questo martedì, quando il mondo ha commemorato i 70 anni dalla liberazione del campo di concentramento nazista ad Auschwitz, lo stesso giorno, la città tedesca di Augsburg ha deciso di rimettere in funzione un altro campo di concentramento di Hitler, Dachau, che è divenuto un edificio per alloggiare i rifugiati. E' stato disposto di dislocare entro il 31 gennaio, nella ex-caserma di Augsburg (Augusta), la Halle 116, del complesso del campo di concentramento di Dachau, 90 rifugiati. Il programma, tuttavia non è stato ancora attuato, e forse non andrà in porto (Fonte: Abendzeitung-muenchen.de). Le persone, i cui nomi sono sono scritti sulle liste, confessano che la vita in questi campi è molto difficile, quasi impossibile. Alcuni ufficiali tedeschi hanno condannato questa politica, informando che le rispettive autorità sono insensibili verso i richiedenti asilo, per la stessa storia dolorosa che rappresentano questi campi. Ma Dachau non è l`unico ex campo di concentramento che viene utilizzato per gli alloggi, a causa del crescente numero dei richiedenti asilo, anche in altre città stanno utilizzando forme alternative, come magazzini vuoti, o le caserme militari per far fronte al crescente numero di ospiti. Secondo gli ultimi dati elaborati dall'ONU, negli ultimi due decenni, la Germania conta il maggior numero di queste persone in tutto il mondo. D`altra parte,  i portali Gazetaexpress e Prmagazine.info, hanno pubblicato le foto sulle condizioni nel campo di Karlsruhe, dove gli emigrati parlano di gravi condizioni sanitarie e alimentari. Invece 96 emigranti fermati questi giorni nella stazione ferroviaria di Linz, in Austria, dicono che "non abbiamo lavoro, soldi, e nè futuro in Kosovo", e rifiutano di tornare in patria, e elencano molti motivi. Il quotidiano austriaco Oberösterreich, cita che se durante l`intero 2014 hanno chiesto asilo 1901 kosovari, solo nel primo mese del 2015 lo hanno chiesto 1029 cittadini, mettendo il Kosovo all'apice dei richiedenti asilo.

 Centro di accoglienza di Amburgo, Germania (Foto: Zeri.info)
 
Centro di accoglienza di Karlsruhe, Germania (Fonte: Prmagazine.info)
Centri di accoglienza in Francia (Fonte: Prmagazine.info) 


Emigranti kosovari passano senza controlli davanti ai poliziotti ungheresi al confine
Motivi e effetti
La disoccupazione giovanile in Kosovo ha raggiunto quote allarmanti, stimata per circa il 70%,  mentre in base ai calcoli 500 mila vivono solo con 1.72 euro al giorno. I motivi, come affermano alcuni testimoni, sono le gravi condizioni economiche, la vita molto cara, la disoccupazione, la mancanza di assistenza sanitaria, e perfino una depressione verso il loro futuro, e ci sono anche coloro per cui il paese è  finito da quando al potere giunta la coalizione LDK-PDK. Ma d`altra parte le condizioni che gli erano state promesse, come affermano i media kosovari, tuttora restano un mistero, per coloro che hanno preso la strada verso l`occidente, e non è successo ciò che loro immaginavano. Nell'ultima relazione trimestrale sul Kosovo, che sarà discussa il 6 febbraio, il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon ha espresso preoccupazione sull'emigrazione della popolazione del Kosovo. "Le relazioni sull'esodo della popolazione kosovara negli ultimi mesi destano una grande preoccupazione", ha osservato il segretario dell'ONU, chiedendo alle autorità di affrontare la questione. D`altra parte gli effetti dell'emigrazione illegale hanno iniziato a sentirsi non solo nelle scuole, ma anche nelle imprese del paese. Verso l`UE non stanno emigrando solo i disoccupati ma anche coloro che avevano lavoro. Tra i paesi comunitari, solo la Germania ha stabilito con il Kosovo, nel 2004, un accordo bilaterale sull'occupazione stagionale. Nel mese di maggio del 2013 è stato abrogato il memorandum tra il Ministero kosovaro del Benessere sociale e la società tedesca “HOWL.L.C”, che prevedeva l`occupazione dei kosovari in Germania. Tuttavia, l`organizzazione APPK (Agjensioni i Përkrahjes së Punësimit në Kosovë - l`Agenzia per il Sostegno all'Occupazione in Kosovo), ha raggiunto un accordo di mediazione con la ZAV (Zentrale Auslands-und Fachvermittlung/Centro per la Mediazione del Quadro personale Estero e Professionale), per l'occupazione stagionale in Germania di giovani studenti durante il 2015. Infatti, rimane poco chiaro se la Germania in primo luogo, e la Francia e la Svizzera in secondo luogo, abbiano  un progetto per l`occupazione di questi cittadini, e se motivano tale ondata di migranti.

03 ottobre 2013

La Stalingrado di Fule

Roma - Si è consumata ieri a Bruxelles la Stalingrado di Stefan Fule. Lo staff della Commissione per l'Allargamento hanno potuto toccare con mano la complessa realtà balcanica, che continua ad essere perfettamente descritta dalla frase di Ivo Andric: "Dove finisce la logica, lì inizia la Bosnia". Il confronto tra i leader politici della Bosnia e i tecnocrati europei sulla riforma costituzionale della Bosnia, e la sua armonizzazione alla sentenza della Corte Europea, è stato molto acceso, con attimi di confusione e panico, tanto che si temeva il ripetersi dello scenario di Butmir. Allora, la conferenza organizzata sotto l'egida degli Stati Uniti, avrebbe dovuto concludersi con la ratifica della 'nuova Costituzione' della Bosnia, ossia una serie di documenti che i rispettivi leader politici avevano ricevuto per conoscenza solo pochi giorni prima. Messi dinanzi a fatto compiuto, i rappresentanti bosniaci si sono rifiutati di apporre una firma 'in bianco', e a nulla sono valse le minacce di isolamento e di taglio dei fondi. I funzionari della Comunità internazionale hanno perso la calma, e l'ambasciatore americano non ha retto all'urto: è svenuto ed è stato trasferito d'urgenza in barella. 

Fule ha avuto una sorte diversa, non è svenuto, ma si è dovuto scontrare con la dura realtà del fallimento diplomatico, perdendo così l'occasione di passare alla storia come l'uomo che ha messo d'accordo i bosniaci, il "Tito europeo". Ha cercato di esercitare delle pressioni, utilizzando la leva del taglio dei fondi IPA e di ogni altra agevolazione finanziaria, ottenendo di contro un secco rifiuto, vista l'inconciliabile incompatibilità di ciascuno dei leader sulla riforma Sejdic-Finci. Dopo la pausa pranzo, i toni sono rientrati nella normalità, congelando per il momento le sanzioni e pattuendo un accordo di "principio" ma non sulla carta, da discutere in colloqui separati i prossimi dieci giorni. In teoria una 'soluzione geniale', nella pratica un 'nulla di fatto', che rinvia ormai per inerzia un processo di riforma che non può avvenire, senza mettere in discussione gli stessi principi del Dayton. Un rebus da cui non si può uscire con i tecnicismi, bensì solo con un compromesso politico storico. E' evidente che l'adesione all'Europa non è tra quelle prospettive che riescono a motivare questo Paese, al punto tale da rinunciare alle rispettive revanche. Forse l'Unione stessa non viene vista come istituzione autorevole, in grado di risolvere gli annosi problemi di uno Stato in crisi perenne.

 

La parentesi bosniaca, tuttavia, è solo una parte della cronaca della disfatta. Nel pomeriggio si fa sempre più pressante il 'caso Albania' che ha portato alla luce, tra le altre cose, anche la grave superficialità dei consulenti tecnici europei. Infatti, se prima hanno assecondato gli intenti 'pre-elettoriali' del Partito socialista, che chiedeva di rinviare l'approvazione di una legge che bloccava le "regalie dello scambio di voti", dopo chiude un occhio sulla sua entrata in vigore. Questo dovrebbe saperlo anche l'ambasciatore Sequi, che ha investito così tanto nella 'sensibilizzazione europeista' degli albanesi, partecipando persino allo show del Grande Fratello di Albania, in occasione della 'Settimana europea'. Tanti sforzi, tuttavia, non hanno avuto i risultati sperati, perché la nuova maggioranza sforna un decreto che entra in vigore il 1° ottobre (accontentando le richieste UE) ma diviene applicabile dopo sei mesi (accontentando i militanti di partito). Un dettaglio che, a questo punto, non è sfuggito agli osservatori più attenti, che hanno richiamato i funzionari europei a mantenere imparzialità e rigidità nel rispetto delle regole di armonizzazione. L'imbarazzo è stato così bruciante, che il portavoce Peter Stano, in evidente difficoltà, ha rilasciato una dichiarazione ridicola e insensata, nella quale afferma che sosterrà l'elaborazione dei regolamenti di attuazione, di un atto che - a dire degli esperti - presenta evidenti limiti di incostituzionalità, rinviando poi alla pubblicazione del rapporto di progresso ogni ulteriore dettaglio. 


La CE cade quindi nei tecnicismi, pur di non prendere alcuna posizione in una vicenda di cui è pienamente responsabile. Lo stesso Stano si rifiuta di rispondere alle domande rivolte dall'Osservatorio Italiano, e quindi di dire chiaramente se questa legge, così come scritta, rispetta o meno i termini per la candidatura dell'Albania, e se l'annullamento dei decreti dell'uscente Governo Berisha mette in discussione la certezza del diritto e gli investimenti esteri. Non rispondere a queste domande è ipocrisia, anche perché i cittadini europei devono essere informati sulla sostenibilità di una macchina burocratica che crea tanti sprechi.  Sono milioni e non ben stimati i costi per redigere studi di fattibilità, consulenze e analisi tecnico-giuridiche delle Commissioni Europee: le regole di trasparenza obbligherebbero la pubblicazione dei bilanci e dei rendiconti delle spese, perché questi funzionari restano pur sempre dei 'dipendenti pubblici'.

In nome dei principi civili su cui si fonda l'UE, dovrebbero essere pubblicate le liste dei consulenti e dei professionisti che  prestano la loro opera di assistenza per la preparazione di leggi e interventi, ma anche che partecipano alla preparazione dei progetti per i fondi IPA. Potremmo eventualmente scoprire che i tanto acclamati fondi di integrazione, solo in minima parte giungono al reale beneficiario, perché una quota importante serve a finanziare i contratti di consulenza. Non è questa l'Europa che gli Stati-nazione volevano creare, perché hanno rinunciato alla propria sovranità monetaria nella convinzione che le strutture sovranazionali sarebbero riuscite a superare i clientelismi, le correnti e le inefficienze. Ma a quanto pare l'UE si sta trasformando in qualcosa di peggiore, incapace ed incompetente, persino nel gestire un banale caso di 'aggiramento delle leggi', ignorando poi il rischio derivante dalla cancellazione massiva dei provvedimenti con il cambio del Governo.

I Balcani, nella loro complessità, stanno quindi mettendo in risalto anche i limiti di questo meccanismo tecnocratico, che dopo aver fatto degli errori con Romania e Bulgaria, ha creato distorsioni anche in Croazia: il Governo croato ha approvato negli ultimi mesi, prima dell'adesione ufficiale, più di 1200 decreti, con innumerevoli errori di traduzione e lacune legislative, che ne impediscono nei fatti l'applicazione. Segnali di malessere politico sono emersi anche in Serbia, dove una campagna elettorale demagogica è stata seguita da una epurazione spietata di amministrazione e cancellerie, nonché arresti e allontanamenti, tutto con il benestare, e talvolta su pressione, degli organi di Bruxelles. D'altro canto, l'accordo con il Kosovo è solo un'immagine di marketing diplomatico, per confermare che l'Europa ha portato a termine un processo di pace; resta ora da vedere quante delle promesse fatte saranno portate a termine, visti gli attriti alle prime difficoltà incontrate.  Meno riconoscimenti sono stati dati all'Albania, nonostante il sincero impegno profuso, perché in questo caso Bruxelles ha scelto di partecipare alla retorica politica, invece di fare il proprio lavoro, ossia garantire il rispetto delle regole, qualunque sia il partito al potere.  Si è quindi prestata ad un vile gioco, al punto da minare la credibilità stessa dell'Europa. E' diventata immagine di demagogia, propaganda, prepotenza e arroganza. Questa è la Stalingrado della UE.

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16 novembre 2010

G20: troppe le risorse destinate a progetti inutili


Un altro summit G20 è fallito, ancora una volta sono stati spesi soldi inutilmente. L'ennesimo tentativo di risolvere la crisi economica globale non è servito a trovare una soluzione comune. Si è parlato di una produzione globale esposta a “gravi rischi”, ma nessuno ha espresso la disponibilità per un accordo preciso sulla produzione o sull'imposizione di regole valide per tutti. Gli ottimisti che riponevano speranze nel G20 di Seul hanno dovuto accontentarsi degli “ orientamenti indicativi”, anche un più serio aiuto alle zone più povere è stato disatteso, in quanto “non ci sono i soldi”. Tuttavia è dimostrabile che “i soldi ci sono”, ma sono spesi male come sottolineano media britannici, tra cui The Daily Mail.

L'UE ha stanziato fondi per progetti come “Fitness per i cani”, “Lo sviluppo del hip-hop nella cultura europea" e macchine di lusso, spendendo cifre intorno ai 35 milioni di euro. I dati sono stati pubblicati in seguito alla riunione dell'organizzazione Open Europe, durante la quale si è parlato del budget europeo. Mentre in tutta Europa gli scioperi dei lavoratori imperversano nelle piazze, la Commissione Europea valuta un aumento salariale annuale dello 0,4% per i funzionari dell'apparato europeo. Per lo sviluppo dell'agricoltura, invece, sono stati speso 415 000 euro. Il progetto denominato “Miglioramento dello standard di vita dei cani” ha assorbito ingenti risorse, ma un anno dopo la sua approvazione, il palazzo per la SPA per cani, progettato in Ungheria non è ancora stato costruito. Allo stesso modo vengono finanziati progetti come quello sul hip-hop, con 50 000 euro. In Francia, a Lion, è stato aperto un laboratorio della musica di hip-hop, mentre vengono finanziati concerti di gruppi come i “Flying Gorilass” con 415 000 euro, oppure un progetto di un gruppo dei nomadi austriaci con 2,6 milioni di euro. Alcuni progetti, inoltre, vengono finanziati ma finiscono per non sortire gli effetti sperati: come i 12.15 milioni di euro spesi per l'industria del riciclaggio dei rifiuti in Spagna, che in realtà ricicla solo un terzo del materiale e sotterra tutto il resto. La promozione turistica dell'Andalusia è costata 7.66 milioni di euro, le macchine per i ministri europei hanno gravato sul budget europeo per circa 5,1 milioni di euro. Si sono finanziati corsi di golf, caccia, moto e sportivi di vario genere.

I soldi dedicati per lo sviluppo dei beni culturali della regione Campania, in Italia, sono stati spesi per l'organizzazione di concerto di Elton John a Napoli, del valore di 750 000 euro. Si è finanziato anche il progetto chiamato “le piscine virtuali”, per l'insegnamento delle lingue tramite un corso online, per consentire ai nuotatori di comunicare tra loro durante le competizioni internazionali di nuoto. Sono stati stanziati anche 1.6. milioni coprire le perdite finanziarie della corona svedese. Tale somma è stata destinata all'azienda agricola svedese affittata nel Flen in Sormland. La corona, che ha una ricchezza di circa 30 milioni di euro derivanti dai canoni di locazione di 2200 ettari per un importo simbolico di 108 euro all'anno, senza pagare tasse, nel 2009 ha ricevuto 209 000 euro di sussidi agricoli dalla UE, la cifra è stata confermata dalla Commissione Swedish Board of Agriculture. In base al rapporto della TV svedese, la società del re ha subito perdite, tra il 2000 e il 2006, per 4.6 milioni di euro.

Un altro progetto considerato da molti inutile è stato quello per il Cercle Culturel des Institutions Européen, costato 5,1, milioni di euro, per l'istituzione di un club culturale per i dipendenti delle istituzioni europee. Il club include anche uno Scottish Highland Dancing club and un wine-tasting club. Ma i dipendenti delle istituzioni europee sono abituati a trattarsi bene, lo testimonia la Beach City nel Venetian Lake, vicino Budapest, costato 5,5 milioni di euro, la struttura dovrà contenere una spiaggia artificiale, un centro commerciale, un complesso alberghiero sulle rive di lago , show room con fontane e un ponte pedonale. Sette milioni euro sono stati stanziati per lo ZOO di Hannover, in Germania, e 44000 euro per il cocktail party per la celebrazione del Europe Day. La lunga lista di altri porgetti include anche i 2.7 milioni per il tour virtuale in 3D delle isole mediterranee e l'aircraft landing simulations. Molti capitali dei cittadini europei, che ogni giorno affrontano i problemi della disoccupazione e della crisi economica, dovrebbero essere spesi con molto più criterio dalla CE, guardando alle esigenze dei cittadini. Naturalmente una parte dei fondi europei finanziano anche progetti di primaria importanza come la ricerca medica, che ha portato al test EarlyCDT-Lung, disponibile nel 2011 in Inghilterra o un progetto per un ospedale in Ungheria completamente alimentato a pannelli solari. Il prossimo summit, quindi, potrebbe occuparsi proprio dei metodi per eliminare gli sprechi e le spese inutili, per utilizzare i capitali risparmiati in soluzioni reali di contrasto alla crisi economica.

Biljana Vukicevic

20 novembre 2009

L’Unione Europea rinasce ad Est


I Balcani hanno pian piano riacquistato la loro importanza di area sensibile del continente europeo, sia per le rotte dell’energia che delle merci. Se diamo uno sguardo all'Est ci accorgiamo che questi Paesi sono molto più europei di quanto possano essere l'Islanda o l'Estonia. Essi sono un patrimonio culturale europeo, ma anche una grande risorsa economica.

L'anniversario della caduta del Muro di Berlino è stato senz'altro un momento di grande riflessione per i vertici dell'Unione Europea, che, a distanza di vent'anni, hanno visto questo continente trasformarsi radicalmente. La crisi economica e le divisioni interne ereditate dagli anacronismi e dai residui della Guerra Fredda, hanno messo a dura prova questa "Europa democratica" che stava per spaccarsi proprio sulla firma del Trattato di Lisbona. Dinanzi al rischio di implosione, Bruxelles cambia rotta, dimentica la guerra con il "blocco sovietico" e decide di aiutare l'Europa Occidentale con un'espansione programmata verso il Mediterraneo e verso l'Oriente. Infatti, in questi anni abbiamo assistito ad una rapida "esplosione" dei suoi confini, che ha portato l'Unione Europea ad espandersi sino ai confini della Federazione Russa e del Mare del Nord, lasciando però un buco nero nella cartina europea, ossia i Balcani Occidentali.
Le nuove generazioni sono nate con l'idea che oltre la Slovenia ci fosse deserto, distruzione, guerre e desolazione. Fin quando tutti noi stavamo bene e combattevamo l'immigrazione albanese o davamo la caccia ai criminali di guerra, rientrava tutto nella normalità. Ora, che non stiamo più così bene, diamo uno sguardo all'Est e ci accorgiamo che questi Paesi sono molto più europei di quanto possano essere l'Islanda o l'Estonia. I Balcani hanno pian piano riacquistato la loro importanza di area sensibile del continente europeo, sia per le rotte dell’energia che delle merci. Un primo evidente sintomo di questo cambiamento è stato sicuramente l'apertura nei confronti della Serbia che, dopo essere stata bombardata, divisa ed isolata, è ora divenuta partner strategico di Russia e Cina, e dalla stessa Italia, preparandosi ad entrare in Europa. E così, già dal 19 dicembre del 2009 la Serbia, il Montenegro e la Macedonia (Fyrom) hanno ottenuto il via libera per entrare nell'area Schengen (visa free per soggiorni di breve durata, da 1 a 3 mesi). Allo stesso tempo si sta preparando la 'road map' per l'adesione di Belgrado che, se tutto va bene potrà avvenire già nel 2014, mentre Podgorica, Skopje e Tirana hanno avuto il via libera per cominciare il loro "questionario per la candidatura".

Bruxelles, dunque, sta lavorando per avvicinarsi ai Balcani e per aprire questa porta d'Oriente che da sempre fa parte dell'Europa, solo che lo avevamo dimenticato: essa è la culla della cristianità e della multi-etnicità per eccellenza, in cui religioni ed etnie si sono fuse in una caotica armonia. I Balcani sono un patrimonio culturale europeo, ma anche una grande risorsa economica. Attraverso il territorio della Serbia passerà il grande gasdotto russo South Stream, che dalla Bulgaria giungerà a Belgrado per poi arrivare in Ungheria, Austria e Italia. A tale progetto si è unita anche la Slovenia, e la Croazia pensa ad una sua candidatura per evitare di rimanere isolata all’interno della regione, e troppo dipendente dalle importazioni. La regione balcanica è inoltre importante strategicamente anche per i corridoi che portano nell'Europa Orientale, lungo il Danubio e sino al Mar Nero. Oltre ai corridoi V, Vc e 10, l'Italia e la Serbia hanno ipotizzato di promuovere presso l'Unione Europea un nuovo corridoio (n.11), che dovrebbe collegare Timisoara al Porto italiano di Bari, attraverso Vrsac, Belgrado, Cacak, Boljare, Podgorica e Bar. L'Albania, da parte sua, lancia un'interessante iniziativa con i Governi di Azerbaigian, Turchia e altri paesi del Mediterraneo, per la costruzione dell'oleodotto che dal Caucaso giungerà in Albania e terminerà in Europa, conosciuto come "Transadriatik 1". Questo progetto ambizioso si svilupperà contemporaneamente alla realizzazione con il governo di Qatar di un impianto di rigassificazione e di una centrale termoelettrica a gas nella regione di Seman. Ad essi sarà connesso il progetto della compagnia "ASG Power" volto al trasporto di acqua potabile mediante cisterne verso i paesi del Golfo Persico. Infine, la costa adriatica di Croazia, Montenegro e Albania diventerà una costellazione di porti e diramazioni, per tracciare quelle che saranno le nuove rotte del Mediterraneo di merci ed energia. Le potenzialità di sviluppo sono immense, perché questa regione sarà in grado di spostare l'epicentro degli scambi commerciali da Rotterdam all'Europa Sud-Orientale, visti i suoi stretti legami con la Russia, con il mondo arabo e con la Turchia.

Possiamo dunque concludere che sta veramente nascendo una "nuova Europa", che cerca di allontanare l'influenza americana e il braccio armato della NATO, per creare una entità politica solidale e compatta. L'Europa occidentale ha bisogno di quella orientale, che non è un pozzo senza fondo ma un patrimonio da tutelare e valorizzare. Un obiettivo di cui si è fatta coerente interprete l’Italia, che cerca di esportare il suo modello industriale, fatto di medie e grandi imprese di successo, che propongono ai propri partner tecnologie utili a ricostruire il Paese con un’economia sostenibile. Un esempio è la cooperazione del Gruppo Fiat e il Governo serbo, il quale ha deciso di proporre alla Serbia non solo un investimento, ma un intero progetto industriale che va dalla predisposizione delle infrastrutture, alla logistica, così come alla costruzione ex novo della filiera produttiva. Allo stesso tempo, il sistema Fiat (il gruppo di Torino ma anche tutte le imprese della filiera della componentistica) ha tratto dei vantaggi, perché ha avuto accesso ad un nuovo mercato per alimentare la produzione nazionale, e non far morire l’industria dell’automobile in Italia. Tra Serbia e Republika Srpska vi sono centinaia di persone che desiderano avere una macchina nuova, che consumi poco e abbia standards europei, e che tra l’altro gode degli incentivi di Stato. Così le macchine assemblate con componenti italiane hanno trovato immediata collocazione sul mercato. Da parte sua, la Fiat ha investito la sua esperienza e la sua conoscenza per far rinascere la Zastava, dopo che i suoi stabilimenti sono stati bombardati. In questo caso le sinergie hanno aiutato entrambe le parti, con un equilibrio, e se tutto andrà come si spera, questa cooperazione porterà al benessere di entrambi i Paesi, come giusto che sia. E’ arrivato anche il momento di fare una giusta informazione su quello che sono i Balcani, sul vero volto di questa “Nuova Europa” che sta sorgendo e anche dell’opinione che l’Europa ha di questi Paesi. Anche se non lo dicono, sanno bene che hanno bisogno dei Balcani, che non vanno da nessuna parte senza la Serbia, né senza l’Albania o la Croazia. E’ questo il vero significato delle parole “integrazione”, anche se usata impropriamente per dire che i Balcani hanno bisogno dell’Europa, quando la realtà è ben diversa.

10 novembre 2009

Quel muro invisibile che continua a dividere Occidente ed Oriente



9 novembre 1989: cade il muro di Berlino ed inizia la fine della Guerra Fredda. Tuttavia, dopo l'ebbrezza dei festeggiamenti, ben presto è stato dimenticato il significato di quello storico evento, per preparare il mondo ad altri vent'anni di guerra, vissuti nell'ombra di quei due blocchi che hanno continuato silenziosamente a combattersi. Un conflitto silenzioso ha continuato in questi lunghi anni, e il fantasma del muro è ancora nel futuro di questa Unione Europea costruita sul concetto dell'emergenza

9 novembre 1989: cade il muro di Berlino ed inizia la fine della Guerra Fredda. Un conflitto nato dall'esasperazione del bipolarismo e dello scontro tra due sistemi politici ed economici opposti ma entrambi inefficaci e corrotti, i cui strascichi hanno causato altri vent'anni di guerra e di instabilità mondiale. La caduta del grande muro, costruito in una sola notte, è stata senz'altro la vittoria del popolo tedesco, del popolo europeo e di coloro che credevano nella scomparsa delle barriere e di confini, ed ipocritamente non parlavano di "unione europea" ma di un'unica nazione libera da ideologie e divisioni. Tuttavia, dopo l'ebbrezza dei festeggiamenti, ben presto è stato dimenticato il significato di quello storico evento, per preparare il mondo ad altri vent'anni di guerra, vissuti nell'ombra di quei due blocchi che hanno continuato silenziosamente a combattersi. La caduta e il fallimento dell'URSS non ha soddisfatto il blocco atlantico, che ha voluto schiacciare e frantumare la Jugoslavia, bombardare la Serbia e dissolvere una delle ultime vestigia dei Paesi socialisti. La Serbia ha perso parte del suo territorio per dar vita ad un protettorato della NATO. Negli stessi anni ha avuto inizio la guerra nel Golfo, preparando così, dopo il finanziamento al terrorismo nei Balcani e nello stesso Afghanistan, la guerra ad Al Qaida, la strategia del terrore e la nuova società del controllo delle masse. La spesa militare resta ancora un cardine fondamentale della politica estera americana, preparando un'offensiva contro l'Iran e la costruzione di uno scudo anti-missilistico nel cuore dell'Europa. Non si può dire, dunque, che il sacrificio e la lezione del popolo tedesco sia stato capito realmente dalle potenze del mondo, che hanno abusato negli anni della loro posizione di dominio per fare della guerra uno strumento di "esportazione della democrazia capitalista", e così di quella ideologia occidentale che veniva considerata come vero vincitore.

Il cambiamento del sistema economico e politico è costato centinaia di vite, con cifre non molto distanti da quelle causate dalla costruzione del muro, in quanto tutti i Paesi dell'Europa Orientale sono crollati nel caos e nella povertà, perdendo tutto dall'oggi al domani. La colonizzazione capitalista è stata selvaggia e senza alcuna regolamentazione, dando così vita a speculazioni e svendite del patrimonio di ogni Stato a favore delle logiche delle lobbies che avevano armato le potenze occidentali. La Russia, come la Germania, dal canto suo ha imparato dai suoi errori e ha ammesso il fallimento per cambiare il suo sistema economico e orientarlo allo sfruttamento dell'energia, come valore di garanzia della ricchezza e della solvibilità dello Stato. Ironia della sorte, mentre Mosca si è rialzata, l'America è caduta con l'abbattimento delle Torri Gemelle, un evento altrettanto catastrofico e scioccante, che ha segnato a 10 anni dalla caduta del muro di Berlino, l'inizio del crollo del mito americano. Dal 2001 ad oggi abbia assistito, senza neanche accorgercene, al fallimento silenzioso di una potenza colossale, e allo stesso tempo al suo tentativo di rialzarsi recuperando gli antichi valori patriottici. Senza dubbio, quella realtà bipolare basato sulla paura della mutua distruzione nucleare ha cessato di esistere, ma un mondo unipolare ha dimostrato la sua inconsistenza, com scrivono i quotidiani russi. Oggi, dinanzi a noi cittadini del mondo, vi sono delle grandi sfide, perché alle generazioni future viene chiesta la reale evoluzione della società moderna, con un'economia sostenibile, nuove fonti di energia, equilibrio tra le forze politiche internazionali, fine del mondo sottosviluppato e fine delle guerre. Vista la nobiltà dei nuovi propositi e il fallimento dei tentativi precedenti, è stato affidato al mutuo dialogo tra i vari Stati l'onere di dare una soluzione politica equilibrata per i Paesi. Di tale dialogo si fa principale interprete l'Unione Europea che, ispirandosi ad ideali di solidarietà, vuole creare una organizzazione sovranazionale di Paesi omogenei tra di loro, con un'unica moneta e nessun confine dettato da barriere, leggi o restrizioni.

Un modello che ha avuto sostanzialmente successo nella parte occidentale, essendo costituita da Paesi economicamente forti e simili tra di loro. Cosa diversa è l'ampliamento verso Oriente, dove le differenza diventano sempre più evidenti, e pregiudicano la stessa armonizzazione tra i diversi Stati, i quali non vogliono rinunciare alle proprie caratteristiche alle proprie diversità. Nel frattempo, per nostra fortuna, è fallito il progetto politico-militare dello scudo-missilistico americano, che avrebbe creato le basi per un'ulteriore divisione interna dell'Europa e profonde spaccature nel dialogo con la Russia. Su di esso ha vinto la cooperazione UE-Mosca, volta a guidare i Paesi dell'Est verso un modello europeo, nell'interesse di entrambi i blocchi: dell'Europa per poter crescere, e della Russia per poter vendere energia e fare da ago della bilancia degli equilibri internazionali. Principale esponente di tale strategia è proprio l'Italia che, per bocca del Ministro Frattini, si unisce alla voce del Cremlino per dare un messaggio al mondo in questo anniversario così importante. La «casa comune europea» ed il «nuovo ordine mondiale», restano due concetti nati dopo il muro di Berlino e ancora incompiuti, per dare così spazio "al rilancio politico del rapporto tra la Nato e la Russia sulla base di una partnership reale e tenendo conto degli interessi di sicurezza reciproca. In secondo luogo, la definizione, nel quadro del negoziato in corso, di un nuovo accordo tra Unione Europea e Russia, per dar luogo a un partenariato strategico non solo economico, ma anche politico. Infine, la creazione di una nuova architettura di sicurezza europea". Queste le parole del Ministro Franco Frattini e di Sergei Lavrov nel loro articolo che fa il giro del mondo e ricorda al mondo che non esiste un "ordine mondiale" così come lo ha pensato l'America e le organizzazione mondiali da essa monopolizzate, ma solo una giusta cooperazione tra i Paesi che non utilizzi un braccio armato come quello della NATO per la risoluzione delle controversie.

Un primo evidente risultato di tale strategia è sicuramente l'apertura nei confronti della Serbia, erede della storia recente e lontana della Jugoslavia, e ora divenuta partner strategico di Russia e Cina, e dalla stessa Italia, preparandosi a entrare in Europa e a partecipare alla pianificazione del nuovo piano per la sicurezza europea, oltre che alla strutturazione delle strade dell'energia. I Balcani hanno così riacquistato la loro importanza di area sensibile del continente europeo, accanto al Caucaso e alla stessa Turchia, nuovo astro ascendente, e spesso sottovalutato, del Mediterraneo. In tal senso va vista la riapertura delle trattative di adesione euro-atlantica per Ankara, l'attenzione degli Stati Uniti per la normalizzazione della Bosnia e le pressioni per una retrocessione della Russia nel Caucaso con la proposta di adesione alla NATO per la Georgia e dell'Ucraina. La situazione diventa ancora più complessa se si aggiungono le dinamiche che hanno coinvolto Iran, Iraq e Medioriente, sino alla lontana Cina. Ciò non significa che i Paesi, da quel 9 novembre del 1989, non abbiano fatto progressi nella ricerca della pace e della stabilità, abbattendo le catene delle dittature e delle ideologie. Tuttavia, non si può neanche affermare che la Guerra Fredda sia finita proprio con la caduta del muro, e con essa le divisioni tra Oriente ed Occidente. Un conflitto silenzioso ha continuato in questi lunghi anni, e il fantasma del muro è ancora nel futuro di questa Unione Europea costruita sul concetto dell'emergenza e dunque dell'ampliamento per far fronte la crisi, vedi caso Islanda. Se non si supera la vecchia concezione che l'Occidente è la parte sana e forte in cui l'Est deve entrare per salvarsi, rifaremo lo stesso errore commesso negli anni '90 con i Balcani, ossia quello di non voler comprendere, assorbire ed integrare le loro differenze (e non il contrario). Un domani vi saranno muri invisibili a dividere l'Europa occidentale e quella orientale, se non saranno ristudiate le politiche dello sviluppo dei Paesi e della valorizzazione delle risorse locali, affinché l'immigrazione non sia più una soluzione per fuggire dal proprio malessere, e il caso Romania ha molto da insegnare.

21 ottobre 2009

L'amicizia della Russia rilancia la Serbia

Con la visita a Belgrado del Presidente Dmitri Medvedev è stato confermato il progetto di inserire Belgrado all'interno di una lobby che contribuisca al nuovo progetto di sicurezza europea, non più basato sul braccio armato della NATO o su un organismo impotente come le Nazioni Unite. Dalla grande amicizia serbo-russa, nasce così una Serbia più forte, che rivestirà un nuovo ruolo all'interno della regione sia dal punto di vista energetico che politico.

La preparazione della visita del Presidente Dmitri Medvedev a Belgrado ha dimostrato che la perfetta cooperazione tra le forze russe e serbe ha fatto in modo che tutta la cerimonia si svolgesse senza alcun incidente. Durante il faccia-a-faccia a porte chiuse con il Presidente Tadic, i colloqui bilaterali hanno spaziato dal credito russo di un miliardo di dollari all'accordo del gas, sino alla nuova architettura della sicurezza europea, in cui la Serbia avrà un ruolo importante. Dai circoli diplomatici è stato confermato che l'idea del Presidente Medvedev è di inserire Belgrado all'interno di una lobby che scriva un nuovo concetto di sicurezza, non più basato sul braccio armato della NATO o su un organismo impotente come le Nazioni Unite. Su questa idea la Serbia è pronta a discuterne, ma bisogna fare accordi un po' con tutti. Un altro punto nevralgico è stato il credito di un miliardo di dollari che la Russia dovrà dare alla Serbia, a condizioni più agevolate rispetto a quelle pattuite con il FMI. In questa prima fase delle trattative è stato stabilito che 200 milioni di dollari andranno al budget di Stato, e altri 800 milioni di euro saranno spesi in investimenti per le infrastrutture stradali, energetiche e ferroviarie della Serbia. Come annunciato, i Presidenti Tadic e Medvedev hanno raggiunto un accordo anche per la fornitura di gas con un miglior regime, dando un ruolo strategico all'interno della regione alle aziende produttrici della Serbia. A tal fine, il direttore di Gazprom, Aleksei Miller, è rimasto a Belgrado dove, insieme con il direttore di Srbijagas, Dusan Bajatovic, hanno stilato una lista delle aziende di importanza strategica con cui pattuire prezzi migliori per le forniture per il prossimo periodo invernale.

Finalizzato accordo strategico Srbijagas-Gazprom
I rappresentanti di Srbijagas e Gazprom hanno firmato l'allegato del protocollo di costruzione del gasdotto South Stream e l'accordo per la costituzione della joint-venture partecipata dai russi sino ad un massimo del 51% e dai serbi per il 49%, con il diritto per Srbijagas ad acquistare le azioni di Gazprom e non viceversa, la quale realizzerà il deposito di stoccaggio sotterraneo di Banatski Dvor. Il Banatski dvor conterrà minimo 800 milioni di metri cubi di gas, con un contratto di fornitura di 25 anni. Gazprom investirà in tale progetto 25 milioni di euro, come dichiarato da Aleksei Miller, mentre non sono note le cifre che riguardano invece il gasdotto.

Lo studio di fattibilità del tratto serbo del gasdotto South Stream sarà completato entro la fine del 2010, e l'importo degli investimenti sarà determinata una volta terminato lo studio. Il CEO di Gazprom ha inoltre aggiunto che lo studio della sezione che passa sui fondali del Mar Nero e attraversa i territori dei Paesi di transito, è in corso di valutazione. Miller ha detto inoltre che Gazprom e la società pubblica serba Srbijagas hanno firmato martedì un protocollo che istituisce una joint venture responsabile della supervisione della parte serba del progetto South Stream. La joint venture sarà registrata entro 30 giorni, ha detto Miller, sottolineando che "il South Stream è un progetto di grande importanza strategica per la sicurezza energetica dell'Europa" e che "sarà attuato prima della fine 2015".

La sottoscrizione degli accordi bilaterali, non è stato il solo momento di incontro, in quanto la giornata è stata ricca di eventi, come gli omaggi al monumento alla liberazione della Serbia dal regime fascista, sino alla visita alle alte cariche della Chiesa serbo-ortodossa. Durante il pranzo, erano presenti anche vari imprenditori e i proprietari delle più grandi compagnie serbe, come Miroslav Miskovic della Delta, Zoran Drakulic di Ist point, del direttore di Hemofarm, Miodrag Babic, e del direttore di Sintelon Nikola Pavicic. L'atmosfera in cui si è discusso è stata positiva e rilassata, con sorrisi a parole di stima, in un ambiente molto informale. "Tra di noi ci capiamo molto bene, anche senza il traduttore" , ha dichiarato il Presidente Medvedev, accennando alla forte e storica vicinanza tra i due popoli. Anche per il vino serbo sembra sia piaciuto al Presidente Medvedev (Chardonet-Radovanovic e Aurelius –Kovacevic) dimostrando che la produzione dei vini serbi potrà avere ampio mercato in Russia.

Nel pomeriggio Medvedev è stato accolto all'interno del Parlamento serbo, come primo capo di Stato estero ad entrare ed intervenire nell'Assemblea nazionale della Serbia. Cosciente dell'onore che Belgrado ha voluto riconoscergli, Medvedev ha ricambiato con un discorso dalle parole incisive e significative. Egli ha infatti sottolineato che il ruolo della Serbia è molto importante, non ritenendo importante che "tutti i Paesi europei entrino nella NATO”, quanto più “progettare un nuovo quadro della sicurezza europea”. "Voi coraggiosamente avete combattuto contro il fascismo. Gli altri paesi hanno deciso di collaborare con il regime tedesco, e per questo hanno avuto una responsabilità. Questo deve essere conservato nella memoria, a monito di coloro che hanno intenzione di cambiare la storia per i propri vantaggi - afferma il Presidente russo, aggiungendo - gli insegnamenti della storia ci servono per imparare e non fare gli stessi errori, a non distruggere nulla ma a combattere contro i pericoli che sorgono dinanzi a tutto il continente europeo. Così - prosegue - è nostro dovere creare un nuovo sistema di sicurezza europeo, che deve essere indipendente dall'economia. Noi offriamo nuovi obblighi sulla base di principi internazionali, che dobbiamo decidere noi. Il nostro compito è ci occuparci delle questioni di sicurezza, e non dei danni che possiamo infliggere ad altri. Questa è la lezione della Seconda Guerra Mondiale, ma anche di tutti i brutti eventi degli anni novanta, come la crisi balcanica e l'aggressione del Caucaso”.

Il Presidente russo Medvedev si è però categoricamente rifiutato di tracciare un parallelo tra le vicende dei Balcani e quelle del Caucaso, ma da esse trae uno spunto per ribadire che tali tragici eventi hanno evidenziato l'inefficacia del sistema attuale della sicurezza europea e la necessità di una sua modernizzazione. "La preparazione e la firma del trattato di sicurezza europea avrebbe segnato l'inizio della formazione di un unico sicurezza nell'area euro-atlantica, fornendo garanzie di affidabilità, in maniera uguale e paritetica per tutti gli Stati, a prescindere dall'appartenenza ad un determinato schieramento politico ", precisa dinanzi al Parlamento serbo. Le autorità serbe - continua - sanno quanto sia importante creare nel futuro un trattato "con norme precise per la prevenzione e soluzione pacifica dei conflitti". Nel suo discorso accenna anche alla possibilità che russi e serbi costruiscano una base vicino Nis per far fronte a situazioni straordinarie, dalla quale i servizi serbi e russi aiuteranno tutti i Paesi della regione sottoposti al rischio di incendi e catastrofi naturali. Un progetto questo che risuona come una risposta alla base americana Camp-Bondsteel in Kosovo. Occorre inoltre ricordare che quell'accordo di cui parla il Presidente, include una collaborazione tra serbi e russi ratificata dal Ministro degli interni Ivica Dacic e dal Ministro per le situazioni straordinarie russo, includendo assistenza umanitaria, alle avarie tecnologiche e le loro cause.

Dal punto di vista politico, tuttavia, l'accordo che sembra essere più importante attualmente, è quello energetico, visto l'interesse russo di ottenere una corsia preferenziale nel controllo dei gasdotti della regione dei Balcani attraverso la Serbia. A quel punto lo stato serbo diventerà un centro energetico regionale a cui la Russia si appoggerà in futuro. Con l'accordo per l'acquisto di NIS e la costruzione del South Stream e del deposito di Banatski Dvor, la Serbia ottiene tutte le condizioni per diventare un punto d'incontro dei vari gasdotti che passano negli altri paesi, un crocevia energetico e parte fondamentale della zona d'influenza russa. Un ruolo importante non soltanto energetico, ma nello stesso momento anche politico, soprattutto in riferimento al piano di Medvedev di riscrivere la sicurezza europea. La Serbia potrà anche diventare un ponte tra l'UE e la Russia con il suo ingresso in Europa. D'altronde, come affermato dallo stesso Tadic, la Serbia nell'UE potrà portare solo vantaggi alla Russia. "Nella UE, la Serbia sarà il miglior amico di Mosca".

17 ottobre 2009

OHR e Russia si dividono sul Dayton 2


Le parole di Olli Rehn sulla Bosnia, affermando che non esiste adesione europea con l'OHR ancora che funziona, sembrano abbiano colto nel pieno nocciolo della questione bosniaca. Tutto inizia e si risolve con la decisione sulla chiusura dell'Ufficio degli Alti Rappresentanti della Comunità Internazionale e sulla definizione delle condizioni e dei tempi per farlo. Nei fatti si pensava che il 5+2 fosse esaustivo, ma la richiesta delle modifiche costituzionali da parte dei diplomatici statunitensi ha riaperto il dialogo. Per l'UE la riforma della Costituzione può avvenire anche dopo la chiusura dell'OHR ma senz'altro prima dell'adesione, e della stessa opinione è anche la Russia. L'OHR e gli americani premono invece sempre più su una nuova Costituzione, chiedendo addirittura un Dayton 2. Ecco come OHR e Russia si sono divisi su questo tema.


L'Alto Rappresentante della comunità internazionale in Bosnia-Erzegovina (BiH), Valentin Inzko, ritiene che sia giunto il momento di ulteriori passi avanti sull'accordo di Dayton. "Il Dayton è certamente la migliore Costituzione che poteva essere scritta in un aeroporto e in tre settimane. Si tratta in primo luogo di un accordo che mette fine alla guerra e alle sofferenze della popolazione. Ma questo era 14 anni fa. Ora è i tempi sono maturi per ulteriori iniziative. Spero che i politici bosniaci siano consapevoli di questo - ha detto Inzko, aggiungendo - stiamo lavorando per trasformare l'Ufficio dell'Alto Rappresentante in Ufficio di un inviato dell'UE. L'obiettivo è quello di passare dal Dayton alla direzione di Bruxelles, e di sostituire la logica di quell'accordo con quella dell'Unione Europea", ha detto Inzko. A suo parere, tale trasformazione sarà seguita dal ritiro delle forze di pace internazionali, e solo dopo tre o sei mesi dalla chiusura dell'Ufficio dell'Alto Rappresentante. Inzko ha sottolineato che la presenza delle forze della UE, "EUFOR", è qualcosa che la gente vuole, come garanzia per la pace, e un miglior clima politico. Secondo le stime degli esperti, la situazione della sicurezza in Bosnia-Erzegovina è stabile già da anni e non c'è pericolo di un nuovo conflitto armato, tale da rendere la presenza delle truppe internazionali ancora più necessaria. Tale allarme è stato infatti smentito. Inzko ha anche detto che negli ultimi anni si è assistito ad una crisi politica che questa settimana ha confuso. "I negoziati sulla nuova Costituzione sono molto importanti. Rispetto a 1996 la situazione oggi sembra molto migliorata. Prima vi erano de facto tre eserciti, e non si poteva neanche immaginare di creare un Ministero della difesa comune. Tuttavia, il progresso in campo politico è stato troppo lento. Troppo poche cose accadono per i cittadini di questo Paese. La BiH ha una grande ricchezza di risorse naturali e di capitale umano. Il fatto che questo tesoro non viene usato mi fa male", ha detto il diplomatico austriaco.

Le opinioni di Inzko sono solo in parte condivise dalla Russia, la quale, in qualità di garante degli Accordi di Dayton, sostiene la sovranità e l'integrità territoriale della Bosnia-Erzegovina e in conformità allo sviluppo delle relazioni tra Mosca e Sarajevo. Per la Russia, la Bosnia non è né un problema aperto, né "uno Stato in ritardo rispetto alla regione", come affermato in un'intervista per Dnevi Avaz dal nuovo Ambasciatore russo in BIH, Alexander Botsan Kharchenko, ex membro della squadra russa che ha preso parte ai negoziati di Dayton, e quelli del Kosovo, nonchè rappresentante della Russia al Consiglio per l'attuazione della pace (PIC). In riferimento alla situazione attuale in Bosnia, Kharchenko ha detto che attualmente non vi è alcuna possibilità di cambiare le posizioni chiavi del Dayton, ritenendo più necessario l'impegno per il rafforzamento della fiducia all'interno della Bosnia. Allo stesso modo, precisa la riunione di Butmir è stata un'iniziativa degli Stati Uniti e dell'Unione Europea, "volta ad accelerare la convergenza dello Stato alle istituzioni euro-atlantiche, e dato che la Russia non è parte di tali istituzioni, essa non è direttamente coinvolta nella realizzazione dell'iniziativa, ma monitora con attenzione ciò che sta accadendo".

Per quanto riguarda l'UE, e la possibile adesione della Bosnia Erzegovina nell'Unione europea, l'Ambasciatore russo non ritiene che essa sarà un ostacolo allo sviluppo delle relazioni tra la Bosnia-Erzegovina e la Russia, mentre diversa è la storia per la NATO. "L'atteggiamento di base della Russia nei confronti dell'adesione alla NATO e la sua espansione, è che esse sono un contributo alla stabilizzazione e al miglioramento della situazione della sicurezza. Noi crediamo che gli Stati Uniti e l'Unione europea devono concentrarsi sull'accordo relativo all'Alleanza europeo-atlantico, che è stato avviato dal nostro Presidente e invitiamo tutti a costruire tale progetto, compresa Sarajevo". Kharchenko ha spiegato che l'UE ha lanciato un'iniziativa ferrea per la transizione dell'OHR in Ufficio del Rappresentante speciale dell'Unione europea (EUSR), ma che in seguito, ha cambiato il proprio atteggiamento a causa del diverso pensiero del suo 'partner occidentale', ritardando così l'attuazione dell'iniziativa. "La politica della Russia si basa sulle decisioni del PIC, le uniche che possono cambiare la situazione - avverte Kharchenko - ora il Paese è visibilmente cambiato e ci sono le condizioni per la chiusura dell'OHR. L'OHR era un meccanismo accettabile ed efficace in un periodo post-bellico, ma ora diventato un ostacolo alla conversazione, in particolare lo sono i poteri di Bonn del rappresentante. Se vi è la necessità, loro sono sempre nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU pronti a sostenere un soggiorno, ma è il momento di ridurre la presenza internazionale in generale, sostiene Kharchenko. Ciò non significa che la comunità internazionale deve lasciare la Bosnia, ma che occorre attuare dei meccanismi di cambiamento".

Infine, esponendosi sui rapporti tra Russia e Republika Srpska, Kharchenko afferma che la Russia sostiene l'integrità territoriale e l'unità della Bosnia-Erzegovina, e non è favorevole alla secessione della RS. "Gli interessi di Banja Luka sono di mantenere il Dayton come una base legale che garantisce un equilibrio tra i popoli all'interno dello Stato. Non ho sentito dai politici chiedere la secessione della RS. Il Primo Ministro, Milorad Dodik, ha dichiarato pubblicamente che egli si preoccupa della RS, e che la Bosnia-Erzegovina non piace se deve essere una prigione. Secondo Dodik, il Dayton deve preservare l'entità e non lo Stato", spiega Kharchenko. L'ambasciatore russo così esclude categoricamente che debba essere costruito il Dayton 2, e che molti abusano di questa parola, dimenticando che esso è stato solo un meccanismo per negoziare la pace. "I problemi di oggi in Bosnia sono diversi e li devono risolvere le istituzioni dello stato, con il coinvolgimento dei leader del Governo e dei partiti di opposizione, nonchè delle istituzioni delle entità. Non esiste un rischio di conflitto. La garanzia della stabilità sono gli accordi di Dayton e la volontà del popolo della Bosnia-Erzegovina", conclude Kharchenko.

13 ottobre 2009

La fragile alleanza tra UE e NATO

Il continuo rinvio dei colloqui della troika Usa-UE con i leader della Bosnia dimostra che esiste una sorta di parallelismo con la crisi insorgente all'interno della NATO. In realtà non esiste, infatti, un piano strategico per la Bosnia ma solo un ordine del giorno su cui discutere. Questo è tutto ciò che emerso dalle dichiarazioni dei politici che vi hanno preso parte, anche perchè per il popolo della BIH, come sempre non è rimasta nient'altro che vaghe parole e promesse. La stessa esclusione della Russia ha dimostrato che le trattative sono come cadute in un'inutile retorica.

Sino alle ultime battute, i temi trattati nel corso della riunione della troika USA-UE a Butmir sono stati celati da un velo di silenzio. Nei fatti, non vi era nulla da nascondere perchè non esisteva un vero piano di azione, nemmeno da considerarsi come segreto. Quello che è venuto fuori da Butmir, più che altro, rivela il vero motivo di questa riunione decisa così in fretta, ossia quello di identificare le posizioni strategiche che NATO e Unione Europea devono acquisire nei Balcani, che si contrappongono alla Russia e al suo piano energetico. E’ interessante, a questo proposito, notare come sia stata scelta la stessa data in cui il Presidente russo Dimitri Medvedev sarà in Serbia per ratificare la pianificazione strategica tra Belgrado e Mosca. Resta solo da vedere chi avrà più attenzione dai media, e chi vincerà questa lotta nel catturare i favori dell'opinione pubblica. La rivalità tra Alleanza atlantica e Russia nella zona Balcanica ha rivelato tutto quello che si voleva nascondere dietro di un fantomatico piano per la Bosnia: Mosca è stata esclusa e le trattative sono come cadute in un'inutile retorica. Una rivalità che è emersa anche nel corso dei dibattiti che, come riportato da varie fonti presenti alla riunione, hanno confermato la vera differenza tra EU, NATO e Stati Uniti. Innanzitutto, Washington sta premendo con forza per inserire la riforma dell'atto costitutivo della BiH, come una delle condizioni per chiudere l'OHR, cosa che i rappresentanti europei non hanno accettato.


Le maschere dei leader politici e religiosi della Bosnia sfilano dinanzi alla sede della NATO di Butmir, durante i colloqui tra i funzionari di Stati Uniti, UE e i politici locali, lo scorso 9 ottobre 2009. (Foto source: Reuters)

La Bosnia, d'altra parte, è solo uno degli aspetti del controverso rapporto tra i due blocchi sul destino dei Balcani, regione che resta ancora un bersaglio di circoli internazionali che si scontrano per ottenere una maggiore influenza sul territorio, tra cui la stessa Unione Europea Javier Solana, Alto rappresentante EU per la politica estera e la sicurezza, in un articolo da lui redatto per il quotidiano Danas, glorifica la politica europea e conferma che quest'anno sarà decisivo per la politica europea nel mondo. "Negli ultimi dieci anni, l'UE è diventata un player che custodisce la sicurezza globale, determinando dei cambiamenti concreti nelle vite delle persone al livello mondiale", afferma Solana, ricordando che la commissione per la politica estera ha reso possibili 20 operazioni in tre continenti, per fermare le violenze, ristabilire la pace ed effettuare la ricostruzione dopo i conflitti. "Da Kabul a Pristina, da Ramallah a Kinshasa, l'UE controlla le frontiere, i trattati di pace, addestra le forze di polizia, partecipa alla strutturazione del sistema giuridico e protegge le navi dagli attacchi dei pirati", precisa Solana. Grandi parole per gli eurocrati di Bruxelles, sopratutto nel caso di Bosnia e Kosovo. Eppure stiamo parlando di due Paesi a cui è stato propinato una nuova Costituzione, quando la stessa UE non riesce a sanare le differenze interne sul Trattato di Lisbona e sulla redazione di una "costituzione europea". Per la Bosnia si è scelto addirittura di blindare in una base militare i suoi leader per raggiungere in maniera coatta un accorso sull'atto costitutivo, nel tentativo di risolvere un annoso conflitto in soli 10 giorni, dimenticando e nascondendo che gli stessi disaccordi esistenti tra le forze all'interno dell'Alleanza. Ma per Solana, l'UE resta l'unica organizzazione in possesso di strumenti e risorse sufficienti per appoggiare gli strumenti tradizionali della politica estera dei suoi membri. "I Balcani sono sicuramente stati l'esordio della politica estera europea. Quando è scoppiata la guerra nella ex-Jugoslavia negli anni Novanta, abbiamo visto questo Paese a noi vicino che bruciava perché non eravamo in grado di rispondere a quella crisi. Però, abbiamo imparato la lezione e ci siamo organizzati, il che richiedeva nuovi meccanismi per prendere decisioni e promuovere nuove dottrine di difesa", valuta Solana.

L'Alto Rappresentante UE conferma che sui Balcani è stato superato l'esame, ma la realtà a totalmente diversa. Il disaccordo tra le forze dell'Alleanza e l'UE si mostra in molti aspetti, tale che ormai le bandiere dell'Alleanza all'entrata di Shape resta solo un'immagine. Già da tempo non vi è un efficace scambio di informazioni per la lotta contro il terrorismo a causa dei blocchi interni dopo l'inizio delle trattative diplomatiche tra Turchia e UE e tra Grecia e Cipro. Gli alti vertici della NATO hanno definito “allarmanti e inaccettabili” tali episodi. Lo scontro diplomatico per la questione della divisione di Cipro preoccupa di più i politici di Bruxelles che i colonnelli della base della NATO a Mons. Secondo il colonnello John Hamill, i militari non affrontano spesso questi problemi. "Questi problemi si verificano raramente su di piano operativo, perchè a quel punto i militari capiscono che il lavoro deve essere fatto collaborando, a prescindere dalla loro nazionalità e dalle attitudini politiche. Ogni giorno i rappresentanti di NATO e UE scambiano informazioni sulle operazioni e soprattutto su quelle dispiegate in Afghanistan e in Kosovo”, dichiara Hamil, confermando che, sul teatro delle missioni, le due organizzazioni stano provando ad evitare gli ostacoli politici e a collaborare. Ma non si può ignorare che esistono dei problemi di scambio di informazioni, cominciati già nel 2004, quando Cipro è entrata a far parte dell'UE. Tra l'altro, il fatto che la collaborazione tra le due organizzazioni non funzioni bene, lo conferma anche il portavoce della NATO James Appathurai. "In realtà questo problema è collegato alla questione di Cipro. Il Segretario Generale Anders Fogh Rasmussen, come ex premier, ha cercato di migliorare la situazione. Purtroppo il problema è fuori della NATO, anche se gli effetti si avvertono anche dentro. L' Alleanza non può forzare nessuno a risolvere questi problemi”, conferma Appathurai.

Non è da escludere, quindi, che questa crisi abbia avuto delle ripercussioni anche sulla stessa riunione di Butmir, come conferma lo stesso Steven Mayer, Professore presso la Facoltà per la sicurezza nazionale a Washington. ”Dietro le riunioni come quella di Butmir e quella pianificata per il 20 ottobre vi è un gruppo di politici internazionali che disperatamente desidera salvare la politica persa in Bosnia. Questi desiderano a tutti i costi impostare una politica che è pianificata per fare della Bosnia uno Stato, anche se gli elementi per questo tipo di Stato non esistono - dichiara Mayer, continuando - questi sono i tentativi dei politici internazionale di farsi la faccia pulita. Sarebbe molto più intelligente accettare la realtà e smettere di imporre emettere a tutte le tre etnie una politica che non ha funzionato e non funzionerà mai”. Non ci sono dubbi che esiste una sorta di parallelismo con la crisi della NATO e i colloqui di Butmir, ossia che non esiste in realtà un piano strategico per la Bosnia ma solo un ordine del giorno su cui discutere. Questo è tutto ciò che emerso dalle dichiarazioni dei politici che vi hanno preso parte, anche perchè per il popolo della BIH, come sempre non è rimasta nient'altro che vaghe parole e promesse.

06 ottobre 2009

Bosnia: il no dell'America e il bluff delle lobbies


Si consolida sempre di più nel Congresso degli Stati Uniti la volontà politica di cambiare atteggiamento nei confronti della Bosnia-Erzegovina e dei Balcani. America e Europa hanno ormai raggiunto posizioni simili sull'OHR, sostenendo la sua chiusura essendo divenuto un ostacolo per il cammino europeo della Bosnia. D'altro canto, la reazione della RS è sempre più decisa, forte delle sue ragioni e di qualche 'asso nella manica'.

Le misure dell'Alto Rappresentante Valentin Inzko, sulla gestione della Elektroprenos BH e la regolamentazione del mercato energetico della Bosnia, hanno sollevato un polverone che rivela sempre più l'inutilità e l'inadeguatezza di questa struttura per la creazione di uno Stato democratico ed equilibrato. In realtà, è sempre più evidente che questo organismo, creato per accompagnare la Bosnia da una fase di transizione ad una stabilità, ora sta agendo sul limite della legalità e dei poteri del suo mandato, smettendo di essere espressione della volontà della Comunità Internazionale, per essere uno strumento nelle mani di lobbies. Questa incoerenza è ormai venuta a galla, come dimostrato dagli errori commessi nelle ultime settimane, a partire da un decreto meramente tecnico che va ad influire sugli equilibri delle proprietà tra le due entità e compromette i diritti e i poteri, costituzionalmente garantiti dal Dayton. A confermare la debolezza dell'OHR è l'ultimo 'blitz' nell'ufficio del Catasto dell'OHR di Banjaluka, dove il team degli Alti Rappresentanti è stato "accompagnato" (per non dire scortato) da alcuni "esperti" della NATO, che si trovavano lì per assistere la raccolta delle informazioni relative alle proprietà dello Stato, necessarie per redigere la famosa lista delle proprietà immobiliari e militari della ex Jugoslavia da trasferire alla Bosnia. La reazione delle autorità della RS è stata immediata, accompagnata da un secco rifiuto ad autorizzare dei sopralluoghi fatti in questo modo, e senza una forma di cooperazione, come aveva invece detto all'inizio Valentin Inzko.

Lo stesso Premier Dodik comincia a scoprire gli assi nella manica, nel tentativo di rivendicare un'autonomia dei poteri locali, ai quali la RS ha pieno diritto. Afferma così, dinanzi all'Assemblea Nazionale della RS, che l'OHR ha promesso l'immunità dinanzi alla Procura, a fronte di alcune concessioni per la riforma costituzionale. Dodik parla di "prove scritte e documentali" di questo vero e proprio ricatto, lasciando ad intendere che in questo famoso dossier del SIPA e nella stessa denuncia alla procura vi è ben poco di vero. Di fatti, se vi fossero state prove reali, probabilmente il Premier avrebbe subito rassegnato le sue dimissioni, senza la necessità di far scoppiare il caso mediatico di criminalizzazione: nei fatti è successo proprio il contrario, per condannare Dodik è stato prima innescato lo scandalo e poi elaborate le accuse. Scoperto il fascicolo SIPA, privo di prove consistenti, sono cominciate a circolare delle famose liste sulle proprietà del Premier Dodik, un patrimonio che (se fosse vero) farebbe invidia anche ai più grandi magnati russi. Macchine di lusso, appartamenti, ville, società e persino 4 banche: sarebbe questo il patrimonio che certi agenti segreti hanno individuato facendo circolare delle strane liste. Pubblichiamo un esempio di queste famose proprietà di Dodik, che avrebbero dovuto intimidire la Republika Srpska e retrocedere su alcuni passi, e non escludiamo che tra le prove di cui parla il Premier vi siano cose del genere. D'altro canto, è lecito pensare che questo falso dossier era già pronto, in vista dei prossimi passi da fare, tale che Transparency International e la stessa Amnesty sono da tempo a lavoro nella lotta alla "corruzione" in Bosnia. Di qui nasce quella che spesso abbiamo definito "mercificazione delle stragi", utile a quei gruppi di potere per privatizzare o controllare determinati settori, come quello bancario, estrattivo ed energetico.

Il rapporto dell'Agenzia di investigazione
sicurezza della Bosnia Erzegovina (SIPA)
su Milorad Dodik e i suoi collaboratori.
La verità, anche se gli ambasciatori del PIC non vogliono ammetterla, è ben diversa ed è ormai sotto gli occhi di tutti. Il dibattito in seno al Congresso degli Stati Uniti, tenutosi martedì, sul tema " La politica americana ed europea nei confronti dei Balcani occidentali", ha dimostrato infatti che esiste una consolidata volontà politica di cambiare atteggiamento nei confronti della Bosnia-Erzegovina. Gli Stati Uniti, di fatti, sostengono la chiusura dell'OHR non appena vengano soddisfatte le condizioni necessarie. Lo ha confermato anche il Vice Segretario di Stato degli Stati Uniti, Stuart Jones, che ha valutato l'attuale confronto politico in Bosnia-Erzegovina come una sorta di "malinteso tecnico" tra il Governo della RS e l'OHR, aggiungendo che esso non va considerato come una crisi vera e propria. L'analista di Washington, Obrad Kesic, ha affermato inoltre che America e Europa hanno ormai raggiunto posizioni simili sull'OHR in Bosnia-Erzegovina. Durante il dibattito dinanzi al Congresso USA, Stuart Jones e il Vice Ministro degli Affari esteri svedese, Bjorn Lirval, nella qualità di rappresentante dell'Unione europea, hanno convenuto che l'OHR rappresenta un ostacolo per il cammino europeo della Bosnia-Erzegovina e che quindi dovrebbe essere chiuso. Kesic però precisa che "a causa dell'attuale situazione politica in Bosnia-Erzegovina, non sarebbe reale attendersi ancora la chiusura dell'OHR". Aggiunge che Jones e Lirval hanno anche la stessa posizione in merito al fatto che gli Stati Uniti e l'Unione europea dovrebbero congiuntamente risolvere i problemi in Bosnia.

Resta ferma l'idea di Bruxelles, secondo cui, l'adesione della Bosnia non dipenda dalle modifiche costituzionali e che tutte le soluzioni di problemi importanti dovessero essere un risultato di negoziati e di compromessi tra serbi, croati e bosniaci e i loro rappresentanti legittimamente eletti. Non sono mancati interventi discordanti da parte di membri del Congresso che vogliono protrarre l'esistenza di questo ente, ma la maggior marte di essi hanno stimato che la politica dell'UE nei confronti della Bosnia-Erzegovina non è più efficace e che dovrebbero essere adottate delle misure concrete. La stessa versione dei fatti viene riportata dal Vice Ministro degli Affari Esteri della BiH, Ana Trisic-Babic, riportando il contenuto dei colloqui con gli alti funzionari statunitensi. "Gli Stati Uniti sostengono l'idea che debbano essere i politici locali in Bosnia-Erzegovina a trovare da soli una soluzione per il futuro del Paese, e che la Comunità internazionale può aiutarli nella misura in cui i politici locali chiedano un supporto - afferma Babic, aggiungendo - i miei interlocutori hanno convenuto che l'OHR sta lentamente per perdere ogni senso della sua esistenza, in quando la Bosnia non è più una zona di crisi, ma un Paese che aspetta di soddisfare i rimanenti obiettivi politici per chiudere l'Ufficio degli Alti rappresentanti".

Se questo è vero, e se è vero che l'ambasciatore russo presso il Peace Implementation Council, Alexander Botsan Kharchenko, non ha ancora votato il decreto di Inzko (che conoscendo il modo di fare dei russi, equivale ad un 'no'), l'OHR dovrebbe correggere il tiro delle sue reazioni, mentre la Comunità Internazionale dovrebbe fermare questo caos di dichiarazioni senza senso, ammettendo che sono stati commessi degli sbagli, nonostante i soldi spesi. Siamo arrivati al punto di ricattare i Governi, produrre falsi mediatici, coinvolgere servizi segreti tedeschi e americani, coperti dalla falsa propaganda dell'informazione, che confonde le acque al punto da confondere le idee. E' come aver fatto dei grandi passi all'indietro, ritornano ai vecchi tempi degli accordi Milosevic-Holbrooke, che hanno cambiato questa regione lasciando in eredità praticamente "il nulla", ma solo delle organizzazioni para-umanitarie, il cui scopo in questi Paesi era ben diverso. Oggi gli ambasciatori del PIC hanno la possibilità di fermare questo processo auto-distruttivo, e di aprire gli occhi su quanto sta accadendo, perché negare l'evidenza non cambierà la realtà. Rimanere barricati sulle proprie convinzioni, senza accorgersi cosa accade intorno a loro, non aiuterà l'OHR ad essere accettata. Dovrebbe invece provare, almeno per una volta a leggere i giornali, a confrontarsi con altre persone, senza fossilizzarsi sulle solite conferenze sul turismo o la cooperazione. Ormai i funzionari dell'OHR e delle altre strutture occidentali sono seduti su delle certezze, sulle quali è stato costruito un sistema che gli stessi americani vogliono cambiare. Pochi hanno sostenuto questa tesi, come ha fatto proprio Rinascita Balcanica, ammettendo che il PIC ha commesso un errore ad agire al limite della legalità e con un atteggiamento ormai anacronistico, visto che l'orientamento generale è cambiato. Il problema che non esistono dei veri analisti nei Balcani, perchè quelli esistenti partono da presupposti sbagliati, ossia quello di confondere la Russia con i Balcani. E la comunità internazionale è sempre convinta di una idea di base che l'Est è la Russia: ed è qui che si sbaglia.

16 settembre 2009

I Balcani ai margini della Conferenza di Davos Est


La conferenza “Davos Est”, tenutasi a Krynica (Polonia) nei giorni scorsi, ha esaminato le possibili strategie a cui ricorrere per sostenere l'ampliamento dell'Unione Europea e garantirne la sostenibilità economica. Nonostante i Balcani non facciano parte dello scenario "comunitario" che ha fatto da cornice alla conferenza, sono stati comunque presenti, con le loro problematiche e le loro peculiarità che li rendono sempre più vicini a Russia e Cina.

Simbolicamente denominata “il fronte dell’Est”, la conferenza “Davos Est”, tenutasi a Krynica (Polonia), ha raggiunto un importante compromesso tra i Paesi aderenti alla riunione. Se gli Stati limitrofi dei confini comunitari vogliono vedere un sensibile avanzamento nei loro processi di integrazione, e così un allargamento dell’EU, si devono aiutare l’uno con l’altro per entrare, o almeno per avvicinarsi quanto più possibile all’UE. Il futuro dei Paesi europei sarà dunque quello di avere sempre dei buoni rapporti con i loro vicini. Tra l'altro, nel primo semestre di quest’anno, la produzione dell’area europea orientale si è sviluppata ad un ritmo più sostenuto rispetto all` anno scorso. Polonia e Repubblica Ceca hanno raggiunto una crescita del PIL del 5% o 6% , nettamente superiore alla crescita media del blocco occidentale pari all’1,5%. Un divario interessante, soprattutto se si guarda all’idea di scavalcare l'antica divisione tra la Vecchia e la Nuova Europa, ossia i cosiddetti Paesi della transizione. Tuttavia, lo sguardo dell’osservatore lungimirante va anche oltre i confini tracciati da Bruxelles, e si estende ancora più ad est. “I nuovi membri dell’UE dipendono dalle riforme di Ucraina, Bielorussia e Russia”, come ha osservato il Presidente lituano Valdus Adamkus. I produttori polacchi sono infatti interessati alla ricerche di mercato dell’economie dell'Est pagando i team di ricercatori ucraini, russi, kazaki, mentre hanno investito sui mercati esteri più di 400 milioni di dollari, raddoppiando i limiti raggiunti nel 2003. Proprio per questa espansione essi si trovano ai primi posti della lista delle maggiori aziende produttrici in Europa centro-orientale. Tra le 150 aziende più grandi, 55 sono polacche, 40 russe, 19 ungheresi e 8 ceche.

Inoltre, non va sottovalutato il ruolo di alcuni "potenziali nuovi membri" come i Balcani che, nonostante i loro rapporti con l'emisfero orientale, godono di una rappresentanza politica minima. Dei 1500 funzionari governativi, economisti, produttori e analisti di tutta Europa, USA e Asia riuniti a Krinjica, non era presente neanche un rappresentante ufficiale della Serbia, se non si considera l’ex segretario nel Ministero di Kosovo e Metohija, Dusan Prorokovic, il quale ha partecipato non in veste ufficiale. La situazione dei Balcani è stato tema di discussione di un solo panello, tra le centinaia di temi di questa conferenza. Nella tre-giorni sono state scambiate intensivamente svariate opinioni, soprattutto inerenti alla crisi economica, ai rapporti con la Russia, alle possibilità di esplorazione di nuovi giacimenti di gas. Tuttavia, il pannello dedicato al “Puzzle balcanico: stima di un equilibrio”, stando a quanto dichiarato dai presenti, era forse il più interessante della conferenza. Nello spiegare il motivo per cui la Slovacchia non ha riconosciuto il Kosovo, il Segretario di Stato presso il Ministero degli Esteri, Olga Algajerova, ha dichiarato che Bratislava ritiene che l’indipendenza del Kosovo non è conforme alla legge internazionale. “La Cecoslovacchia si è frantumata con accordo, ma un’indipendenza riconosciuta solo da una parte, potrà provocare anche gli altri precedenti simili nel mondo”, ha dichiarato Algajerova, sottolineando che “i confini non possono essere cambiati senza un accordo di tutte le parti, e prendendo il considerazione solo le ragioni di una di esse”. Intervenendo alla discussione organizzata con il progetto “Compromesso kosovaro”, il Segretario slovacco ha affermato che il Governo ha subito forti pressioni per riconoscere il Kosovo dopo il 17 febbraio, mentre le richieste sono sempre meno pressanti. “Noi supportiamo lo sviluppo economico di questa provincia serba, e non lo riconosceremo mai come uno Stato indipendente”, afferma perentoria Alargajerova, sottolineando che la Serbia ha avuto uno dei più elevati finanziamenti dal Fondo di Sviluppo della Slovacchia.

A tal proposito, Dusan Prorokovic, ha dichiarato che il Kosovo non può funzionare normalmente fino a quando non sarà riconosciuto dalla Serbia stessa, probabilità più assurda che remota. Precisando che la sua non è un’opinione istituzionale, e tutt’al più politica, Prorokovic ritiene che vi sarà la possibilità di aprire un tavolo di negoziati, per un nuovo modello geopolitico della regione, proprio perchè in Kosovo non sono stati risolti molti problemi, che la stessa Unione Europea non è riuscita ad eliminare. Tranne questa breve parentesi, alla conferenza di Davos Est non si è parlato tanto dei Balcani, quanto piuttosto delle prospettive di sviluppo e crescita economica. “La Serbia è uno dei pochi Paesi che, insieme con Russia, Brasile e Sud Africa, ha sottoscritto un accordo di partenariato strategico con la Cina. Simili accordi potrebbero essere presto firmati anche da altri paesi balcanici, per esempio la BiH con qualche paese islamico, il Montenegro con Russia, e la Macedonia con la Turchia”, ha ipotizzato Prorokovic. A tal proposito, Erhard Busek, Presidente del Forum Albah ed ex coordinatore del Patto per la stabilità dell’Europa Sud Orientale, ha partecipato alla discussione esponendo la sua posizione come moderatore. “L’ultimo paese europeo che ha firmato un accordo con la Cina è stata l’Albania negli anni 60, quando si sono interrotti i legami con la Russia”, osserva Busek, lasciando chiaramente intendere che l’UE non accetta di buon grado alcun tipo di accordo di cooperazione economica e strategica tra i paesi Balcanici e le grandi forze dell’Est. Si parla dunque di volontà politica per lo sviluppo dei Paesi che non sono ancora entrati nell’UE, ma nessuno in Europa è pronto a dare man forte per un vero slancio della produzione di questi Paesi, essendo ben consapevoli della loro propria debolezza.

04 settembre 2009

UE, Jugosfera e Paesi non allineati


Mentre l'Unione Europea diventa la "categoria guridica" dei Paesi occidentalizzati più in crisi che mai, nasce una nuova area geopolitica ereditata dalla ex Jugoslavia. Il quotidiano The Economist l'ha definita "Jugosfera", ma qualsiasi nome si voglia usare, indica certamente un'area balcanica omogenea per usi, costumi e sistema economico. Si tratta di Paesi che cercano di dimenticare le divisione storiche ed etniche con la cooperazione economica, nasce l'idea di organizzare nei Balcani la cerimonia di anniversario del 50simo anniversario dei Paesi non Allineati.

Ormai la parola “Unione Europea” è diventata un mezzo di ricatto nei confronti dei Paesi che ancora non fanno parte di quella 'sacra comunità'. Dipingendola spesso come un paradiso, è stato posto un alto prezzo da pagare per entrare a farne parte, sopratutto quello che toglie tutte le particolarità di un popolo per unirlo ad un mondo che ormai non piace a nessuno, neanche agli stessi europei. I dubbi che un'unione basata sui vecchi valori europei, la vera xenofobia e il razzismo aumentano velocemente. Sembra che solo i paesi balcanici debbano essere ricattati ancora, stavolta con sole due parole: ‘Europa” e “visti”. La situazione attuale e che, dopo l'ingresso della Slovenia, l'adesione all'UE è diventata una vera lotta tra chi è più bravo ad entrare primo. In Croazia sono pronti a tutto, in Serbia ogni giorno si annuncia che fra poco Mladic sarà catturato, in Bosnia, divisa in tre entità inconciliabili tra di loro, l'alleanza diventa una priorità. Una strada lunghissima che ancora si deve essere precorsa, con tante fatiche e stenti, sopratutto quelli che deve subire il popolo. Ma cosa ci offre l'Europa, per cui dobbiamo sacrificarci così tanto? La risposta non la sa neanche la stessa Europa. Incerte e insicure risposte colpiscono anche i Paesi membri. Proprio per questo il velo della falsità dovrebbe essere finalmente tolto, qualora si scopra che neanche l'Europa vuole più allargarsi vedendo gli errori che ha fatto con Romania, Bulgaria e con la stessa Slovenia, che appena è entrata ha cominciato a fare ricatti e a creare problemi con i vicini Stati. La risposta del politico austriaco Erhard Busec è che “ai Balcani si deve dire onestamente che il questo momento non c`è buona volontà tra i paesi europei per continuare l'allargamento dell'UE”.

Nella sua intervista per i media serbi, Busec, Presidente per il patto di stabilizzazione e oggi coordinatore per l'Iniziativa e la Collaborazione nel Sud Est Europa (SECI), parla delle vere ragioni perchè Bruxelless chiude la porta ai nuovi membri e apre una lunga lista d'attesa. Tra di esse vi è il particolare rafforzamento delle forze politiche di destra che si oppongono ad un continuo allargamento europeo. Busec ha confermato che in questo momento non è la crisi economica il vero motivo per cui l'UE non vuole allargarsi, ma i problemi interni. “Ad una persona normale è molto chiaro che per avere il completamento dell'Europa occorre accogliere in UE. Ma mai potreste sapere chi sarà nella posizione di decidere a Bruxeless. Le ultime votazioni europee e il rafforzamento delle forze di destra sono un avviso per tutti”, conferma Busec. Lui considera che è meglio accettare tutti i paesi balcanici in un pacchetto unico, affinchè non si ripeta il caso di Slovenia e Croazia. Anch'egli, come l'altro austriaco Valentin Inzko, considera che un anno ideale sarebbe il 2014, anniversario del centenario della prima guerra mondiale.

Per rispettare le idee pacifiste, alcuni vorrebbero festeggiare un altro anniversario, quello del 2018, per il centenario dalla fine della guerra, e se si aggiungono ancora due anni, si arriverà al vecchio piano che voleva i Balcani in Europa nel 2020. Considerando la situazione in Serbia, Busec ha detto che le cose vanno molto bene, a parte le questioni inerenti alla corruzione e ad sistema giuridico ancora non pienamente efficace, problemi questi – come osserva lo stesso Busec – ricorre in tutti paesi della ex Jugoslavia. Secondo Busec, inoltre, i rapporti tra i Paesi Balcanici viaggiano su una strada positiva, ma sembra che abbia inteso la situazione balcanica, nel dire che “ormai quando si pensa che su di un problema abbiamo messo il punto, escono i fantasmi dal passato”, che possono cambiare tutto il concetto. E' evidente che tali problemi non investono solo i Balcani, ma la situazione sembra essere la stessa anche in Europa, dove la rigidità basata sul passato non potrà mai essere negata, come nel caso dell'Olanda, che non vuole accettare l'adesione della UE senza la cattura di Mladic. Al contrario, l`ambasciatore italiano Armando Varicchio in Serbia, conferma che esistono delle garanzie da parte italiana che quel blocco sarà terminato. “Ripeto quello che è stato detto anche dal Ministro degli Esteri Franco Frattini, ossia che l'Italia ritiene che la Serbia deve avere lo status di candidato dell'UE, e che è giunto il momento che Belgrado possa presentare la sua richiesta di adesione”, ha dichiarato l'ambasciatore italiano.

Mentre i Balcani stanno aspettando il treno europeo, il giornale britannico Economist descrive la situazione dei vent'anni dopo la guerra nei Balcani, affermando che i vecchi scontri si stanno scambiando in una collaborazione regionale, definita Jugosfera. “Dalla Slovenia fino alla Macedonia e la Grecia, la maggior parte della gente ha tante cose in comune, anche se non ne parlano. Ogni giorno i legami spezzati si rigenerano. La Jugoslavia è scomparsa e al suo posto nasce la Jugosfera”, scrive l'Economist. La BIH è il più grande mercato dei prodotti serbi, il secondo per la Croazia. La Serbia è il più grosso partner anche della Macedonia. Nelle piccole produzioni, allargamento significa collaborazione con i loro vicini. Delta dalla Serbia, Mercator da Slovenia e Konzum da Croazia, sono i più grandi supermercati che aprono negozi nei paesi vicini. “Tante aziende trattano il mercato della ex Jugoslavia come se fosse unito”, dichiara l'Economist. Oltre che nel settore produttivo, i Paesi collaborano anche in altri settori, come la fondazione di un centro di vigili del fuoco per il Sud Est Europa. La cosa strana è che queste notizie hanno più attenzione all'estero che in questi Paesi propri. A Sarajevo, dove si è tenuta una riunione sulle persone scomparse e le vittime della guerra, nessuno ha detto nulla né sapevano qualcosa in proposito. Si parla di guerra, delle vittime che non hanno ancora avuto la loro giustizia, ma nessuno ha voglia di parlare di una unione economica, mentre si sta lavorando ogni giorno di più tra i mercati dei Paesi coinvolti nell'ultima guerra. Se doveste parlare di Jugosfera in Croazia, potreste avere delle brutte reazioni, non perchè nessuno vuole collaborare, ma il nome rievoca la memoria dello Stato Jugoslavo che i croati non volevano. L'Opinione del giornale britannico sottolinea ancora di più l'assurdità di una guerra nella ex Jugoslavia.

Se nei prossimi anni si rafforzerà una collaborazione tra i Governi su di una base economica, questo potrebbe essere anche il segnale che i problemi e le diversità politiche saranno finalmente finite. Si conclude che i popoli che vivono sul territorio della zona della Jugosfera parlano la lingua simile, hanno una cucina davvero uguale, piace lo stesso tipo di musica, ma nel campo religioso e politico ancora esistono delle grandissime ferite. Ora per coprire il nome Jugosfera o per qualche altra ragione, si parla di Unione dei Paesi della ex Jugoslavia nell'organizzazione del Summit di Paesi non allineati. L'idea del Presidente Boris Tadic, secondo cui Belgrado ospiti la cerimonia del 50simo anniversario dell'organizzazione nel 2011 a nome dei Paesi della ex Jugoslavia, si sta realizzando. Il Ministro degli esteri serbo Vuk Jeremic ha invitato ai cinque leader dei Paesi della ex Jugoslavia ad riunirsi entro settembre durante l'Assemblea Generale dell'ONU a New York. Bosnia e Erzegovina, Montenegro, e Croazia hanno già accettato questa idea, i macedoni ancora ci stanno pensando su, mentre gli sloveni hanno accettato di essere lo sponsor della manifestazione ma non come organizzatori. La riunione Mondiale dei Paesi non allineati potrà essere anche una forza trainante in più per l'economia di questi Paesi. Seguendo l'esempio dell'accordo di partenariato strategico tra Serbia e Cina, si possono conquistare altri grandi mercati per i prodotti dei Balcani. Dopo la Serbia e la Republika Srpska, ieri anche la Croazia ha proposto la sua adesione al South Stream e ha aperto il suo mercato ai russi. In questa situazione economica, con una Jugosfera oppure con qualsiasi altra sfera che nascerà nei Balcani, nessuno sarà più interessato ad entrare in qualsiasi tipo di comunità Europea.