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09 giugno 2009

Sequestrati titoli FED: i giganti tremano


Riceviamo e pubblichiamo una notizia che non poteva passare inosservata...e che sicuramente dimostra la veridicità e il reale contributo delle indagini della Tela sul mercato dei collaterali e la creazione di capitale dal nulla, bensì da documenti falsi con il beneplacito delle istituzioni e delle Banche.


I funzionari della Sezione Operativa Territoriale di Chiasso, in collaborazione con i militari della Guardia di Finanza del Gruppo di Ponte Chiasso, hanno sequestrato alla stazione ferroviaria internazionale di Chiasso, al confine tra Svizzera e Italia, 249 bond della Federal Reserve statunitense, del valore nominale di 500 mln di dollari ciascuno, più 10 bond Kennedy da 1 mld di dollari ciascuno, occultati nel doppio fondo di una valigia, per un totale di ben 134 mld di dollari, pari a oltre 96 mld di euro. Qualora i titoli risultassero autentici, in base alla vigente normativa, la sanzione amministrativa applicabile ai possessori potrebbe raggiungere i 38 miliardi di euro, pari al 40% della somma eccedente la franchigia ammessa di 10mila euro.Il sequestro è avvenuto nel quadro di un'operazione di controllo volti al contrasto del traffico illecito di capitali. I titoli erano in possesso di cinquantenni giapponesi scesi alla stazione ferroviaria di Chiasso da un treno proveniente dall'Italia.

Anche se gli uomini hanno sostenuto di non avere nulla da dichiarare, la polizia ha trovato tra i loro bagagli i titoli, nascosti sul fondo di una valigia, in uno scomparto chiuso e separato da quello contenente gli indumenti personali. I documenti - come ben sappiamo - erano accompagnati da una documentazione bancaria in originale, come dichiarazioni notarili e ricevute di deposito, che vanno così a perfezionare la procedura per il loro accreditamento nelle Banche e il loro utilizzo per la capitalizzazione di società mediante le cosiddette fiduciarie. Rappresenta questa la prova evidente che il mercato dei collaterali e dei bond non si è certamente fermato, e la crisi economica ha contribuito ad alimentare certi circuiti bancari, vista la grande mancanza di liquidità e capitale.

I titoli che vi abbiamo mostrato riguardavano infatti, titoli emessi dal Tesoro Americano dal valore nominale di oltre US$ 500.000.000, presenti sulla piazza finanziaria svizzera, posseduti da un cittadino di Singapore. Tali titoli vengono depositati presso la Federal Reserve, che prende in custodia i suddetti titoli, per un valore complessivo di 1 miliardo di dollari, emettendo un "custodial safekeeping receipt" , autenticato dalle firme del Governatore Bernard Bernanke e del Vice-Governatore Roger W. Ferguson. I titoli, oggetto dell'operazione, circolano al momento sulle piazze finanziarie svizzere, e sono utilizzati in programmi di trading. Si tratta di manovre finanziarie vietate dagli organi internazionali, essendo operazioni che, movimentando grandi somme di denaro a fronte dell'emissione di un titolo virtuale - spesso inesigibile e infruttuoso - nascondono tentativi di speculazione e di riciclaggio. Tuttavia, possiamo dire che, grazie anche alla pubblicazione e alla denuncia di tali prassi bancarie, le stesse autorità hanno cominciato a far luce su di esse e a fare i primi arresti.

18 dicembre 2008

Banche e crisi economica: un alibi per tutti


Dinanzi ad un debito incalcolabile, la Federale Reserve e le Istituzioni americane hanno intrapreso una "caccia alle streghe" per dare all’opinione pubblica un colpevole. Allo stesso modo, la stessa campagna giustizialista contro le Banche è divenuta una manovra di propaganda, in quanto sono già pronte le Fondazioni per far ripartire la macchina del debito e della produzione di ricchezza.

Giornali, associazioni di consumatori, istituzioni di vigilanza, tutti si scandalizzano dinanzi alla truffa delle piramidi di Madoff, della bancarotta dei collaterali e il graduale fallimento delle Banche. Dinanzi al crollo di un sistema concepito sull’inganno e sull’incontrollata "creazione" di denaro, è ovvio che a tutti conviene gridare allo scandalo e arrestare il capro espiatorio di turno, perché altrimenti bisognerebbe ammettere che i sistemi di controllo sono inesistenti ed inadeguati, o addirittura chiedere il fallimento degli Stati che hanno costruito su tali meccanismi il proprio potere economico. E infatti, quando alcuni mesi fa venne sollevata la questione dei collaterali e dei titoli derivati sulla base dei quali le banche costruivano e concedevano capitalizzazioni, le alte autorità di vigilanza, come la Federal Reserve o il Dipartimento del Tesoro americano, non intervennero in maniera drastica. Dunque, affermare oggi che Bernard Madoff ha costruito una truffa in un clima di grande tensione e di allarme, quando lo stesso sistema bancario stava già vacillando, è solo uno sciocco tentativo di procurarsi un alibi e non rispondere delle proprie responsabilità.

D’altronde, i buchi del sistema finanziario sono sempre esistiti, soltanto che veniva dato per scontato che stampando denaro senza controllo, e obbligando i governi più deboli ad acquistare i titoli di debito del Tesoro americano, il sistema avrebbe retto ancora per molto tempo. Questo potrebbe essere anche vero, ma bisognava considerare che prima o poi le regole del gioco sarebbero cambiate. Così, dinanzi ad un debito incalcolabile, la Federale Reserve e le Istituzioni americane hanno intrapreso una "caccia alle streghe" per dare all’opinione pubblica un senso di giustizia che non esiste, e guadagnare altro tempo per costruire le nuove alleanze. Venuta meno la fiducia e la credibilità nelle istituzioni - e il lancio di una scarpa contro Bush del giornalista iracheno ne è la dimostrazione - si è preferito mandare in prima linea Barack Obama, nel tentativo di arginare la totale disfatta. L’amministrazione Obama, da parte sua, è un semplice prodotto di marketing, una maschera da porre sul viso del vecchio e fallimentare partito democratico di Clinton, progettata proprio per evitare che lo stesso popolo americano si rivoltasse contro il proprio Presidente. Allo stesso modo, la stessa campagna giustizialista contro le Banche è divenuta una manovra di propaganda, in quanto sono già pronte le Fondazioni per far ripartire la macchina del debito e della produzione di ricchezza, magari sotto altre forme.

Il vero problema, invece, è il blocco del sistema produttivo, considerando che le aziende, che hanno bisogno di liquidità, si trovano in forte difficoltà e sono in cerca di espedienti che possano aiutarli a coprire almeno le spese e a chiudere questo biennio tragico. Anche in questo caso, tuttavia, bisogna fare una giusta distinzione tra piccole e medie imprese - la maggior parte delle quali a rischio fallimento - e le grandi società (ex) capitaliste, le quali camuffandosi da "socialisti" continueranno a rimanere in piedi, attuando delocalizzazioni e parziali nazionalizzazioni. Tutto, ovviamente, a spese dei cittadini e dei lavoratori, a cui viene chiesto un sacrificio eccessivo per garantire a se stessi e alle proprie famiglie il sostentamento. Ad esempio, pian piano vedremo come i primi stabilimenti italiani verranno chiusi, per direzionare gli investimenti in economie più giovani, in via di sviluppo, che beneficiano dei fondi per la ricostruzione, nonché di quelli del riciclaggio delle attività illecite perpetrate nelle economie "apparentemente" di diritto e dalla criminalità organizzata, tenuta in vita dalle nuove classi politiche democratiche.

Ad ogni modo, quelle istituzioni incrollabili ed eterne ben presto non esisteranno più, saranno solo dei concetti astratti che possono essere anche cambiati. Così, il Presidente Bush sarà ricordato per il lancio della scarpa di un umile giornalista iracheno, Barack Obama sarà l’uomo del cambiamento e dell’avvento dell’era cibernetica, le fonti di energia fossili saranno considerate degli ottimi sintetici di quelle rinnovabili "in tempo di crisi", mentre la "grande crisi globale" sarà l’alibi del fallimento del sistema capitalistico e degli Stati Uniti. Infine, la grande conquista dell’umanità, l'internet, sarà la nuova "gabbia d’oro" della nostra economia, dove vi è già un monopolista che si è impossessato di tutta l'informazione. In questo modo, apparentemente perfetto, nasceranno presto gli invisibili, la classe dei "clochard e dei mendicanti" cibernetici, che tuttavia non vedremo, perchè nel nostro cinema non potete vedere mai quello che c’è dietro il palco: questa è la nuova frontiera dell'internet.

25 novembre 2008

Obama e i “soliti ignoti”


Il Presidente americano Barack Obama prepara le nomine del Team che prenderà parte all’amministrazione americana del "new deal". I nomi comparsi nella lista sono già molti per l'ex Amministrazione Clinton e Bush, nessuna novità, tranne per il fatto che non c'è "nessun cambiamento". I settori chiave della politica economica e della politica estera saranno guidati dall'ex dirigenza della Federal Reserve e da Hillary Clinton (nella foto). Barack Obama sarà anche lo specchio della "democrazia dal basso" dell’America, ma resta pur sempre un uomo senza alcun potere.

Il Presidente americano Barack Obama sta preparando le nomine del Team che prenderà parte all’amministrazione americana del "new deal". All’insegna del "cambiamento" e di una politica decisiva contro la crisi finanziaria e un debito pubblico non più quantificabile, Obama comincia l’appello della squadra dirigenziale che dovrebbe "cambiare il mondo" e salvare gli americani dal fallimento. I nomi comparsi sulla scaletta sono davvero interessanti, e la dice lunga su quanto dovremo aspettarci: tanti nomi già noti per Clinton e Bush, e dunque una lunga transizione verso un’economia globale davvero stravolta. Visto il momento di "crisi", crediamo sia giusto iniziare proprio dalla squadra che avrà potere decisionale nella politica economica, che al momento ha l’assoluta priorità nella scala dei disastri, sostituendo così la politica estera che per anni ha dominato le attenzioni degli insediamenti dei Presidenti. Obama infatti, in questo momento di transizione prenderà in considerazione un piano per rilanciare l'economia di un importo che si aggira tra i 500 ei 700 miliardi di dollari, ben al di sopra di ciò che era previsto nel corso della campagna.

Innanzitutto, Obama conferma Timothy Geithner, Presidente della Federal Reserve di New York, alla carica di Segretario del Tesoro, che avrà accanto a sé Lawrence Summers, ex Segretario del Tesoro del Presidente Bill Clinton, nominato come direttore del Consiglio Nazionale Economico. Christina Romer, economista presso l'Università di Berkeley, sarà il direttore del Consiglio di Consulenti economici della Casa Bianca, mentre Peter Orszag, protetto di Robert Rubin ed ex segretario del Tesoro di Bill Clinton, dovrebbe essere nominato direttore del bilancio. Non avevamo dubbi che Wall Street e i mercati finanziari avrebbero accolto con favore la probabile nomina di Tim Geithner, già dirigente del Tesoro dove ha trascorso gran parte della sua carriera, e definito come uno dei maggiori esperti nel settore, grazie alla sua esperienza nelle misure di emergenza in situazioni di crisi, come il "salvataggio" delle banche in fallimento, e nelle numerose "innovazioni" introdotte dalla banca centrale e il Tesoro per contrastare la crisi del credito. È stato, infatti, il braccio destro di Ben Bernanke, Presidente della Fed, nella gestione della crisi nelle ultime settimane, curando gli stretti rapporti con i capi delle grandi banche statunitensi. Non a caso, molti gli rimproverano l'abbandono e il fallimento della banca Lehman Brothers, che ha ampiamente contribuito alla caduta dei mercati globali.

Insomma un grande analista, non a caso appartenente alla "vecchia guardia" che ha contribuito alla creazione di questo stato di crisi e ora parteciperà alla ricostruzione del sistema economico, che ricadrà ovviamente sulle tasche dei cittadini americani e di tutti noi. Chissà dov’era lo stimatissimo Geithner quando la Federal Reserve ha emesso titoli e moneta senza alcun controllo, ha stampato dollari in tutto il mondo con il benestare del Governo, e ha imposto i Paesi emergenti ad acquistare collaterali senza alcun valore di mercato per creare liquidità. E ci chiediamo, qual era la posizione di Geither dinanzi al fallimento delle Banche americane che avevano palesemente truffato i cittadini di tutto il mondo, lasciando che operassero indisturbate e che continuassero impunite ad operare sul mercato all’interno di altri gruppi bancari. C’è da dire che Obama ha fatto davvero un’ottima scelta, una di quelle scelte coraggiose che cambiano il mondo, che sono "controcorrente" e nuocciono agli interessi dei potenti; ed effettivamente ci vuole davvero un gran coraggio a nominare un dirigente della Fed, che in realtà dovrebbe essere inquisito.

Come dicevamo, accanto a Gethner vi è Lawrence Summers, già Direttore del Dipartimento del Tesoro sotto la guida del Presidente Bill Clinton: una scelta dettata dalle solite regole poste da Obama, ossia il "cambiamento" e l’indipendenza delle lobbies. È giusto però ricordare qualche gesta di Summers - come hanno fatto alcuni media americani - e dunque quando ha svolto un ruolo chiave nelle attività di lobbying presso il Congresso per l'abrogazione della legge "Glass Steagall", per ottenere subito dopo la nomina da parte del Presidente Clinton nel 1999 come Segretario del Tesoro, e ratificare il "Financial Services Modernization Act" nel novembre 1999 (sic!). Al termine del suo mandato, per consolazione, è diventato Presidente della Harvard University (2001 - 2006). Summers, dunque, con "recidiva" caparbietà, ottiene di nuovo una carica di dirigenza, come se non bastassero i danni della sua legge per la "modernizzazione dei sistemi finanziari" e del suo ruolo presso la Banca Mondiale.

Esponente della scuola economica neoliberale cinica e sprezzante, Summers è molto conosciuto dagli ambientalisti, dopo aver proposto la vendita di tecnologie inquinante e lo smaltimento di rifiuti tossici in paesi del Terzo Mondo, motivando tale decisione sulla base del "ciclo di vita" delle tecnologie proporzionato alle epoche di sviluppo ed evoluzione degli Stati. Dunque, "dato che le popolazioni dei paesi poveri vivono meno a lungo e i costi del lavoro sono molti bassi, il valore di mercato delle persone nel Terzo Mondo è molto più basso rispetto a quello di Paesi industrializzati", spiegava Summers aggiungendo che, "tale situazione rende economicamente vantaggiosa l'esportazione di materiali tossici in Paesi poveri". Questo luminare dell’economia neoliberista - e prossimo dirigente del "cambiamento" - ha così ratificato una controversa risoluzione della Banca Mondiale del 1991, chiedendo di incentivare l’esportazione di rifiuti tossici, "considerando che i costi per la salute provocato dall'inquinamento dipendono dalla mortalità della popolazione", e dunque "si dovrebbe inquinare nel Paese con il più basso costo, che sarà il Paese con il più basso dei salari", ossia quelli poveri. Inoltre, nel 1994 è stata approvata la moratoria che vieta gli Stati OCSE di esportare rifiuti pericolosi in Paesi in via di sviluppo nell'ambito della Convenzione di Basilea: a distanza di cinque anni, gli Stati Uniti ancora non hanno ancora ratificato la convenzione di Basilea.

Se questo non vi convince ancora molto sul "cambiamento" di Obama, possiamo continuare la nostra lista dei candidati della "nuova" amministrazione americana. Com’è già noto David Axelrod, stratega della campagna elettorale di Barack Obama, dovrebbe rimanere uno stretto consigliere del Presidente; mentre il capo del personale e Segretario Generale della Casa Bianca sarà Rahm Emanuel, già arruolato dall’Amministrazione Clinton, ed organizzatore della campagna elettorale. La stampa americana lo definisce un vero "mastino", quasi uno spregiudicato "manipolatore" di masse. Co-presidente del team per assicurare la transizione con l'amministrazione Bush sarà John Podesta, ex dirigente dello Stato maggiore di Bill Clinton alla Casa Bianca. L'attuale Ministro della Difesa, Robert Gates, noto anche al di fuori dei circoli repubblicani, potrebbe rimanere in carica, perché dovrebbe "facilitare la transizione in Iraq" e potrebbe servire come un "fusibile" in caso di difficoltà inattese. Richard Danzig, ex segretario della Marina, potrebbe ottenere invece il Dipartimento della Difesa, mentre il repubblicano Chuck Hagel, criticato ferocemente per la gestione della guerra in Iraq presso l'amministrazione Bush e che ha accompagnato Obama durante il suo viaggio in Iraq e in Afghanistan la scorsa estate, è stato nominato capo del Pentagono. Nell’apparato della Difesa potrebbe figurare anche Richard Lugar, leader repubblicano del Comitato di politica estera del Senato.

"Dulcis in fundo", è stato fatto anche il nome di Hillary Clinton come Segretario di Stato, e dunque portavoce della politica estera degli Stati Uniti. La sua nomina non dovrebbe essere annunciata ufficialmente prima del 27 novembre, ma sembra praticamente garantita da Bill Clinton, che ha accettato di mettere parte del suo staff al controllo della Casa Bianca per facilitarne il suo compito. Sicuramente la nomina di Hillary Clinton è tra le più preoccupanti, considerando che nel corso della sua campagna elettorale non ha dato prova di grande "conoscenza" di ciò che accade nel mondo. I suoi comizi, per sembrare più interessanti, sono stati volutamente arricchiti di particolari fantasiosi, a cominciare dalla sua "coraggiosa" missione a Tuzla (Bosnia) nel 1996. "Sono atterrata in mezzo al fuoco dei cecchini; avrebbe dovuto esserci una cerimonia di saluto all' aeroporto invece ci infilammo a testa bassa nei veicoli per raggiungere la base" : così trasforma il suo arrivo a Tuzla, accolto da persone in festa e persino da un bambina bosniaca, in feroce sparatoria. La sua fantasia sfrenata non si è fermata qui, e ha affermato di avere avuto un ruolo chiave per la pace in Irlanda; di essersi opposta alla creazione del NAFTA, la zona di libero scambio in Nord America, progetto guida dell’amministrazione Clinton; di avere negoziato la liberazione di prigionieri in Macedonia, che sono stati invece rilasciati il giorno prima che si recasse a Skopje.
È inutile dire che le bugie della Clinton sono diventate un vero tormentone, anche un appassionato gioco dei giornalisti e del pubblico, che hanno segnalato tutte le stranezze più assurde della Clinton. Il solo pensiero di averla ora come Segretario di Stato, al posto dell’altrettanto terribile Condoleezza Rice, non può che mettere i brividi: la sua incoerenza e le sue continue allucinazioni potrebbero scatenare anche delle guerre, a meno che Obama non provveda a fornirle una serie di assistenti che la controllino a vista.

Per concludere questa rassegna della "nuovissima amministrazione Obama", citiamo l'ex senatore Tom Daschle, veterano della guerra di trincea tra democratici e repubblicani al Congresso, che dovrebbe diventare Ministro della Salute; Eric Holder, dell'ex amministrazione Clinton, che potrebbe avere il portafoglio della Giustizia, mentre all'ufficio del Procuratore Generale, e dunque Ministro della Giustizia, potrebbe tornare a Janet Napolitano; Bill Richardson, ex rivale di Barack Obama nonché segretario e ambasciatore presso le Nazioni Unite sotto Bill Clinton, sarà Segretario del Commercio. Infine, Jack Reed, Senatore democratico e attuale membro delle forze armate nella Camera Alta, è stato citato per il Pentagono, e l'ex leader dei Democratici al Senato, Tom Daschle otterrà una carica universale.
Ad ogni modo, come si può ben notare, Barack Obama sarà anche lo specchio della "democrazia dal basso" dell’America, ma resta pur sempre un uomo senza alcun potere, un Presidente americano in balìa delle Alte dirigenze inamovibili, degli uomini delle lobbies, dei burocrati che sono anche i diretti responsabili delle catastrofi economiche e delle guerre che hanno creato questa situazione di crisi globale. Per cambiare un sistema economico e politico non basta un Presidente "nero", non basta la democrazia della "rete", non basta che i messaggi della Casa Bianca siano lanciati da "You Tube" invece che dalla CNN. Infatti, il caro Obama non ha avuto altra scelta che confermare lo staff che il Partito Democratico gli ha imposto, e dunque tutti gli uomini di Clinton e persino di Bush. Cosa potrà mai cambiare per uno Stato "fondato sul debito e sulla guerra"? Il cambiamento è solo una grande allucinazione di massa, in cui è caduto il mondo intero, tranne i "soliti scettici".

03 ottobre 2008

Cosa inventano pur di non pagare...

In soli nove mesi, la capitalizzazione delle borse mondiali ha perso 13 mila miliardi di dollari e che tante banche prestigiose sono fallite. Ma è anche vero che nel panico del crollo del sistema, si è riusciti a realizzare molte operazioni strategiche, e anche "impopolari". Qual è dunque la verità?

Nel pieno panico della crisi finanziaria globale, anche la Banca Centrale Europea si unisce al coro delle voci sull’avvicinarsi della recessione. Il Governatore della Banca Centrale Jean-Claude Trichet parla addirittura di "una crisi finanziaria che non ha precedenti dai tempi della grande depressione del 1929", e di "rallentamento" della crescita europea, che non viene rigorosamente definito recessione economica perché a quanto pare l'area euro è meno esposta rispetto all'America. Anche il Fondo Monetario internazionale aveva detto che "economie come gli Stati Uniti, fortemente basate sul sistema finanziario, sembrano essere particolarmente vulnerabili alla brusca contrazione dell'attività provocata dalla crisi finanziaria", al contrario l’Europa presenta una posizione più robusta del bilancio patrimoniale delle famiglie europee con un livello di risparmio decisamente superiore a quello degli americani. Per cui gli Europei possono dormire sonni tranquilli, perché sono bravi cittadini che "pagano i loro mutui" - e dunque sostengono il sistema bancario con la sicurezza di entrate costanti a tassi variabili in aumento - e perché le Banche hanno un sistema finanziario più solido.

Ci troviamo dunque dinanzi ad un bivio che pone il dilemma se assecondare l’informazione ufficiale e istituzionale, e credere così che ci troviamo sul baratro del fallimento, o porre il lecito dubbio che vi sia qualcosa di "non detto" e toni eccessivamente "accentuati". Senza ombra di dubbio, una parte delle notizie e dei segnali che riceviamo dal mercato, è manipolata, il caos informativo è ad un livello tale che si riesce a far passare informazioni ben mirate a colpire determinati soggetti economici, come concorrenti, istituzioni ed opinione pubblica. Seppur è vero che, in soli nove mesi, la capitalizzazione delle borse mondiali ha perso 13 mila miliardi di dollari - paragonabile all’intero valore di tutta Wall Street - e che tante banche prestigiose sono fallite, ma è anche vero che nel panico del crollo del sistema, si è riusciti a realizzare molte operazioni strategiche, e anche "impopolari". Sono state portate a termine importanti ristrutturazioni degli apparati burocratici e amministrativi delle Banche, che hanno chiuso i loro sportelli e licenziato migliaia di impiegati senza nessuna movimentazione sindacale, adducendo come sola, inattaccabile, motivazione proprio il fallimento. Il crack finanziario ha reso possibile anche la totale riconfigurazione degli assetti di governance, con la stessa destabilizzazione delle strutture di potere.

Bank of America acquista per 4 miliardi di dollari la Coutrywide, principale erogatore di mutui immobiliari americano sull'orlo del fallimento, e dopo poco inghiottisce Merril Lynch che scompare dopo quasi un secolo e mezzo di storia. UBS Bank, DZ Bank e Deutsche bank, fanno le loro svalutazioni, e magari puliscono i loro bilanci in un clima di "tolleranza" e di condono da parte delle Istituzioni finanziarie, pena il riconoscimento della fallibilità della sicurezza del sistema. Jp Morgan scala Bear Stearn, grazie ai fondi garantiti della Federal Reserve, che interviene - in maniera del tutto straordinaria nella storia del colosso americano - per nazionalizzare Freddie Mac e Fannie Mae. Lehman Brothers viene lasciata fallire, lasciando così che Barclays e Nomura ne acquistassero le attività a prezzo stracciato. Le autorità americane chiudono Washington Mutual e JP Morgan acquista gran parte degli sportelli per 1,9 miliardi.
In Europa, allo stesso tempo, Bradford & Bingley viene nazionalizzata, dopo la Northern Rock, mentre il colosso delle Assicurazioni Llyod - nella furia del momento - tratta l'acquisizione del concorrente Hbos. Olanda, Belgio e Lussemburgo nazionalizzano il gruppo Fortis decidendo di investire 11,2 miliardi di euro al termine di una riunione a cui partecipa anche il Presidente della Bce, Jean-Clause Trichet. Ancora, Belgio, Francia e Lussemburgo devono intervenire accanto alla crisi di Dexia, mentre il governo tedesco organizza lo stesso giorno un prestito a favore della Hypo Real Estate che in una seduta crolla del 73% in borsa. Il governo islandese annuncia l'acquisto del 75% della Glitnir, il terzo istituto del Paese. Insomma, un vero e proprio bollettino di guerra, che - val bene la crisi subprimes - proclama vinti e vincitori, grazie ad un caso non del tutto fortuito.

Con una retata che è durata nove mesi, e miliardi di miliardi di soldi virtuali cancellati dai monitor, il settore bancario internazionale ha un volto completamente diverso, concentrato nelle mani di pochi, anzi pochissimi eletti. Vincono dunque i più potenti, i più abili manipolatori del denaro immateriale, mentre perdono - soprattutto tanti soldi, e per giunta reali - gli Stati che sono obbligati a cedere al ricatto della "corsa agli sportelli" delle banche in difficoltà. In effetti, lo Stato è costretto ad effettuare la nazionalizzazione di un istituto di credito che rischia il fallimento, in quanto - oltre all'esistenza di leggi a tal proposito - in caso contrario, si troverà a fronteggiare problemi di ordine pubblico, casse integrazioni, rivendicazioni sindacali, imprese fallite e pensioni cancellate: un costo eccessivo, inestimabile, a fronte del quale si preferisce pagare la banca. Un po’ come accadeva con la Fiat negli anni ’60, quando le guerriglie dei sindacati ingrossavano le casse della società automobilistica.

In un mondo immateriale come quello finanziario e borsistico, a farne le spese è quella piccola parte "materiale", che deve pagare i mutui, consumare, risparmiare e lavorare. Il pericolo più grande, dunque, non è la crisi subprimes o il fallimento delle Banche, ma il costo che la comunità dovrà pagare, e se tale decisione sia ineluttabile. Per questo siamo sconcertati e delusi nel leggere che, un gruppo di grandi professori europei, firmano una petizione rivolta ai Governi degli Stati, per chiedere la "ricapitalizzazione con fondi statali delle banche" ( magari della BEI) o "la conversione obbligatoria del debito in capitale azionario". Chi avanza simili proposte, definendo tali provvedimenti necessari per la stabilità del mercato finanziario, dovrebbe specificare anche tutte le conseguenze del caso: peso sul bilancio pubblico, aumento delle tasse, e ancora, sconvolgimento delle compagine azionaria. Andare in soccorso delle Banche fallite in maniera cieca ed incondizionata, significa essere "stupidi" e non imparare dagli errori del passato. Chi ha sbagliato deve essere punito e deve pagare, chi non ha controllato deve perfezionarsi e far rispettare la propria autorità. Non si può tollerare ad oltranza che banche e finanziarie agiscano ignorando le leggi sulla trasparenza, falso in bilancio, copertura dei rischi e speculazioni, per poi correre a battere cassa dagli Stati. I nostri stimati professori affermando che "non vi è volontà politica" di fermare la crisi, piuttosto non c’è "volontà politica nell’arrestare dirigenti e amministratori" e "nel far rispettare la legge". L’intervento dei Governi deve limitarsi ad attuare i dovuti controlli, ed eventualmente, porre i essere dei provvedimenti che agiscano sugli effetti della crisi, ma non certo pagare il costo delle turbolenze manovrate, e delle scalate bancarie.

09 maggio 2008

Federal Reserve: crisi nelle tesorerie


La Federal Reserve propone dinanzi al Congresso un progetto di legge che le darebbe il potere di versare gli interessi sulle riserve regolamentari che le banche sono obbligate a versare. In tal mondo la Fed potrebbe introdurre moneta sul mercato senza dover rastrellare le proprie riserve, già ridotte all’osso dalle svendite e dallo scandalo derivati-collaterali.

La Federal Reserve americana ha intenzione di presentare dinanzi al Congresso un progetto di legge che darebbe alla Banca Centrale il potere di versare gli interessi sulle riserve regolamentari che le banche sono obbligate a mantenere, a garanzia del credito concesso e della liquidità in circolazione. Una proposta che ha come obiettivo quello di incentivare l’aumento delle riserve a tutela della stabilità monetaria, ma va a infrangere tutti gli schemi del sistema monetario costruito con il crollo di Bretton Woods che ha portato ad una progressiva riduzione delle riserve delle banche commerciali presso le Centrali monetarie nazionali. Al momento infatti le riserve regolamentari depositate dalle banche commerciali presso la Fed non vengono remunerate, anzi sono state oggetto di una progressiva riduzione da parte dalle autorità di Basilea, che hanno deciso di abbassare sempre più le riserve frazionarie depositate presso la BCE.

In realtà, tale processo è già in atto dal 2006, da quando il Congresso ha approvato un testo di legge che permette alla Federal Reserve di versare degli interessi, anche se tale legge entrerà in vigore solo nel 2011. Visto il protrarsi dei termini, la banca centrale americana sta oggi cercando di ottenere di potere remunerare le riserve a partire da quest'anno. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, citando fonti del rapporto presentato dalla Fed, i rappresentanti democratici e repubblicani sarebbero piuttosto favorevoli ad un’anticipazione della scadenza, ma si chiedono di fornire ogni prova possibile sulle possibili conseguenze politiche di una tale misura di sostegno alle banche, considerando che giunge a poche settimane dal salvataggio della banca americana Bear Stearns, fortemente voluto dalla Fed e soggetto a numerose critiche. La manovra della Federal Reserve, portata così allo scoperto con forti pressioni per accelerare i processi di ripresa del mercato finanziario e monetario, desta comunque delle forti preoccupazioni e interrogativi in quanto un tale provvedimento non ha solo un impatto economico - in termini di esborso finanziario per coprire gli interessi sulle riserve - ma anche politico, perché mette seriamente in discussione i principi, corretti o sbagliati che siano, dell’intero sistema monetario. Così mentre l’Europa e il mondo intero premono per ridurre le riserve, dando ampio spazio alle Banche di moltiplicare la concessione del credito, garantito con un deposito non superiore al 2%, la Federal Reserve vuole aumentare le securities pagando gli interessi.

Le autorità della Fed motivano tale decisione affermando che il provvedimento rientra nel contesto della politica monetaria in sostegno alla crisi del credito e della liquidità, controllando così anche il tasso di interesse e il livello dell’esposizione creditizia degli Istituti di credito. Secondo la Fed, infatti, le Banche commerciali oggi non hanno alcuna convenienza ad aumentare le proprie riserve oltre il limite richiesto dalla legge per garantire i crediti e la propria liquidità, tale che l’eccedenza di riserve viene depositata presso banche d’affari a titolo d’investimento. Tuttavia, per capire il significato più profondo di tale decisione, occorre considerare l’attuale sistema alla base del controllo della liquidità e della base monetaria. Al momento la Federal Reserve controlla il tasso di interesse agendo proprio su tali riserve: quanto maggiori sono le securities del Tesoro, maggiore è l’offerta di moneta e minore è il tasso di interesse; al contrario una riduzione delle securities porta a ridurre la massa monetaria e così a spingere al rialzo il tasso di interesse. Accanto a tale meccanismo, la Federale Reserve agisce sul mercato monetario e sulla liquidità attraverso altri tre aggregati, quali il Term Auction Facility (TAF), il Primary Dealer Credit Facility (PDCF) e il Treasury Securities Lending Facility (TSLF). La massa di moneta addizionale che proviene da questi tre aggregati deve essere 'sterilizzata’, ossia riassorbita dal mercato monetario. Se l’extra-gettito non viene drenato dal mercato monetario, il livello dei Fondi Fed diminuisce automaticamente portando all’aumento del tasso di interesse: la Fed per far fronte a questa liquidità aggiuntiva dismette le securities del Tesoro. Ma, qualora la Banca Centrale comincia a pagare gli interessi sulle riserve, le banche dovrebbero essere meno incentivate a versare le proprie extra-riserve al di fuori dei meccanismi della Fed, e tutta liquidità confluirebbe nel primo aggregato. Se le banche versano meno moneta nei Fondi Fed extra, vi è minore sterilizzazione della liquidità da parte della Banca Centrale, che può gestire le proprie operazioni monetarie con maggiore facilità. Una minore sterilizzazione potrebbe anche aiutare la Fed ad evitare la dismissione delle proprie securities.

Il vero problema, che spinge la Fed a chiedere il pagamento degli interessi sulle riserve, deriva essenzialmente dal fatto che la Federal Reserve sta svendendo completamente la partecipazione azionaria delle Tesorerie, in quanto ha deciso di controllare circa il 14% del credito attraverso gli aggregati TAF e PDCF. Le Tesorerie sono state così sostituite da un rendiconto patrimoniale costituito da assets immobilizzati, da ipoteche ad alto rischio, da collaterali non garantiti, e da securities che la crisi subprimes ha reso inutilizzabili sul mercato. Così, il deterioramento della sicurezza del mercato monetario ha messo una grande paura alla Federal Reserve che ha così deciso di non dismettere più le proprie tesorerie per far fronte alle operazioni di sterilizzazione della moneta. Pagando gli interessi sulle riserve bancarie potrebbe rendere possibile l'espandere del TAF e di altri aggregati per centinaia di miliardi di dollari. In altre parole, la Fed ha deciso di ricorrere alle riserve della Banche commerciali, perché essenzialmente di proprie ne ha ben poche, oltre a quelle assolutamente rischiose e improponibili come garanzia del circolante e del credito, essendo divenuti ormai solo carta straccia. Infatti, in tal mondo la Fed potrebbe introdurre moneta sul mercato senza dover rastrellare le proprie riserve, già ridotte all’osso dalle svendite e dallo scandalo derivati-collaterali. Per tale motivo, una decisione del genere è senz’altro il frutto della grande crisi liquidità che ha colpito persino un colosso come la Federal Reserve, che, a quanto pare, non ha "neanche gli occhi per piangere".

13 marzo 2008

Le strane dimissioni dello sceriffo di Wall Street


Si dimette Eliot Spitzer, Governatore di New York, dopo che uno scandalo di sesso e prostituzione ha infangato la sua illustre carriera di "
sceriffo di Wall Street". La faccenda è così strana che pochi riescono a credere che un procuratore impegnato in indagini finanziarie a grandissimi livelli, possa essere implicato in uno scandalo sessuale, mentre le Istituzioni lasciano che si dimetta senza fare i dovuti accertamenti. Lo hanno dato in pasto ai media, che hanno costruito l'impeachment e ne hanno chiesto le dimissioni.
Tuttavia, fonti dell'intelligence russa, affermano che il Governatore Spitzer è stato "eliminato" dalla scena politica perché costituiva una minaccia per il sistema economico e finanziario degli Stati Uniti, ma soprattutto perché aveva valide prove sul legame tra l'attentato alle Torri Gemelle e i gli interessi di potenti entità economiche statunitensi, raccolte sul filone delle indagini sulle manipolazioni della Borsa di Wall Street scoppiata nel 2003.
Così a smentire la propaganda statunitense, interviene la FBS ( Servizio di Sicurezza Federale della Federazione Russa ) che apre scenari ben più sinistri sulle forze che hanno portato alle dimissioni del Governatore Spitzer, come le nuove prove su Larry Silverstein, proprietario del World Trade Center, e i membri del Carlyle Group della Famiglia Bush. Il fulcro delle investigazioni del Governatore Spitzer si basa sulla crisi crescente del Carlyle Group, che si avvicina sempre più al crollo e all'insolvenza a causa del prelevamento da parte di Larry Silverstein di più di 14 miliardi dalla tesoreria del Gruppo provocando una grossa perdita nel Fondo Pensioni dello Stato di New York di oltre 10 miliardi. Il Governatore Spitzer ha per molto tempo indagato l'ex responsabile di vigilanza dei fondi pensione dello Stato di New York, Alan G. Hevesi, di cittadinanza israelo-americana, chiedendo approfondite indagini dalle autorità investigative della US Federal Probe sulla distrazione di 100 miliardi di dollari dal fondo verso destinazioni non chiare, e per la quale Hevesi è stato già condannato a pagare una multa di soli 5,000$.

Le recenti indagini sul Carlyle Group sembrano così riprendere la linea investigativa del 2002, quanto lo "sceriffo di Wall Street" portò alla luce la truffa sulle operazioni di titoli e collaterali falsi per miliardi di dollari da parte di società di intermediazione, di brokers e di società di Trading che operavano per conto di grandi gruppi di investimento. Spizter denunciò un sistema finanziario fatto di operazioni d'investimento, tecniche bancarie non solo "fondamentalmente corrotte" ma anche fraudolente, tale da chiedere per Wall Street delle urgenti "riforme strutturali" e minacciando misure ben più gravi di "multe" e di revoca delle licenze. Allora Merrill Lynch e Citigroup furono condannate per frode a pagare multe per 400 milioni di dollari, dopo aver conseguito profitti per oltre 15 miliardi di dollari.

Come procuratore di Stato aveva fatto del Sistema Tecnico bancario degli Stati Uniti la sua più grande vittima, vincendo decine di cause contro Bear Stearns, Credit Suisse First Boston, Deutsche Bank, Goldman Sachs, J.P. Morgan Chase, Lehman Brothers, Merrill Lynch, Morgan Stanley, Salomon Smith Barney e UBS Warburg. Gli stessi giganti del sistema bancario internazionale oggi coinvolti nella crisi finanziaria dei subprimes, che ha aperto il vaso di pandora dei titoli e dei collaterali che reggono il nostro sistema economico. È chiaro che il sabotaggio del sistema bancario rappresenta una delle minacce più pericolose per i grandi gruppi bancari, soprattutto in questo delicato momento in cui si prepara la bolla di derivati di oltre 516 bilioni di dollari. Dati rilevati dalla Bank of International Settlements (BIS) , la clearinghouse mondiale delle banche centrali di Basilea, spesso definita come la "cassa" del grande casinò del mercato finanziario internazionale. Gli Stati Uniti, sulla base di quanto detto dalla Bis, presenta in questo momento la più alta concentrazione di deficit finanziari, contratti in particolare nei confronti dell'Arabia Saudita e della China. A questo occorre aggiungere un sospetto traffico di collaterali e titoli emessi dalla Federal Reserve e dal Tesoro Americano denominati per milioni di dollari, in circolazione nelle piazze finanziarie svizzere tramite una rete di broker e società fiduciarie di grandi gruppi bancari. Ne è una prova i titoli che vi mostriamo, emessi dalla FED, sui quali non è stata fatta ancora chiarezza da parte delle autorità interrogate sulla loro natura e autenticità. Sulla base di tale documentazione la Federal Reserve prende in custodia i suddetti titoli, per un valore complessivo di 1 miliardo di dollari, emettendo un "custodial safekeeping receipt" ( ricevuta di deposito ) , autenticato dalle firme del Governatore Bernard Bernanke e del Vice-Governatore Roger W. Ferguson.


Eppure, la pubblicazione di tali titoli, come pure di molti collaterali depositati presso illustre banche hanno causato la distruzione di miliardi di dollari di capitalizzazione, come dimostrato dalle recenti svalutazioni effettuate dalla UBS Bank e dalla successiva emissione di Bonds, collocati per la maggior parte presso fondi e borse asiatiche. Al di là della rete bancaria e finanziaria, circondata da una costellazione di società, esiste dunque un canale invisibile all'interno del quale ogni operazione portata a termine accade perché è il sistema che lo permette, in quanto le regole all'interno cui muoversi sono prestabilite. Da lì hanno inizio le operazioni di finanziamento del terrorismo, delle guerre, delle privatizzazioni e delle acquisizioni selvagge da parte delle grandi multinazionali. È naturale, dunque, che dietro gli scandali sessuali vi è la complessa macchina che, utilizzando le sporche armi dei media e della propaganda, va a proteggere gli interessi e l'esistenza stessa di potenti centri di potere finanziario.

11 marzo 2008

Dollaro: inflazione e scomparsa dell'oro


Il prezzo del petrolio supera il limite dei 108 dollari al barile sulla Borsa di New York, mentre il dollaro tocca il suo minimo storico. Secondo molti analisti, stiamo infatti assistendo ad un'opera di "sciacallaggio" che costringe intere economie, e così singoli consumatori e investitori a pagare il prezzo della speculazione, divenendo delle vacche da mungere fin quando il tenore di vita si avvicinerà ad un livello di sostenibilità di poco superiore alla sussistenza.

Il deprezzamento del petrolio aumenta in maniera incessante, grazie anche alle pressioni dei fondi speculativi sul mercato. L'Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio, dal canto loro, non accennano a modificare le loro politiche di produzione, ritenendo che il mercato si è discostato troppo dalla realtà di offerta e domanda, tale che i prezzi proposti non possono essere considerati reali, ma il risultato di speculazioni e svalutazioni indotte per aumentare la domanda di dollari, e sostenere così l'economia statunitense. Infatti, quella che può essere considerata indifferenza degli investitori nei confronti della recessione negli Stati Uniti, è in realtà una chiara manovra per spingere gli Stati e singoli investitori a richiedere sempre maggiori quantità di dollari, in maniera tale da accelerare la velocità dello scambio della moneta ed eludere così la svalutazione.

Secondo molti analisti, stiamo infatti assistendo ad un'opera di "sciacallaggio" che costringe intere economie, e così singoli consumatori e investitori a pagare il prezzo della speculazione, divenendo delle vacche da mungere fin quando il tenore di vita si avvicinerà ad livello di sostenibilità di poco superiore alla sussistenza. La svalutazione del dollaro permetterà infatti agli Stati Uniti di eliminare gradualmente il suo debito estero mediante la progressiva svalutazione, di sottoscrivere oggi nei confronti dei creditori esteri obbligazioni non-consolidate che hanno alla base una moneta svalutata - e che dunque in futuro varranno meno - e infine di rendere i prodotti statunitensi più competitivi sul mercato globale. Allo stesso tempo, per consentire al sistema di assorbire la crisi, assisteremo ad una nuova guerra, ad una lotta perpetua per il controllo delle risorse naturali, ad una spesa militare sempre maggiore che sarà il settore trainante dell'economia industriale, e ad una disgregazione del tessuto imprenditoriale di medie dimensioni.

Il sistema economico così sta andando sempre più verso la stagnazione a causa della mancata circolazione di denaro, che non consente la rigenerazione delle attività, dei debiti e dei crediti, ma porta al consolidamento di un debito perpetuo. Dal canto loro, le Istituzioni monetarie stanno sostenendo questa situazione di "inflazione" indotta che blocca lo scambio di moneta, in modo da consentire ai grandi aggregati di rientrare all'interno delle statistiche nel lungo periodo, e superare così la grande recessione degli Stati Uniti. Infatti, questa situazione di insostenibilità del tenore di vita che avvertiamo, non è solo frutto del deterioramento del sistema capitalistico - un'agonia che si perpetua ormai da anni - ma è anche il risultato di una politica monetaria pianificata. Da tempo ormai la Federal Reserve, come pure la Banca Centrale Europea, stanno attuando una serie di provvedimenti che vanno a prosciugare i mercati reali della loro moneta, per far confluire la liquidità nei circuiti bancari, mediante i quali è possibile controllare il mercato monetario proprio mediante i grandi capitali che vengono accumulati. Non a caso il mezzo di pagamento più utilizzato è divenuta la "moneta bancaria", grazie anche all'aumento del debito al consumo, alle leggi anti-riciclaggio e alla diffusione delle carte di credito, che rendono "il contante" uno strumento "illegale".

Allo stesso tempo, le Banche Centrali alterano il mercato monetario, manipolando le loro riserve d'oro . È dagli Stati Uniti che arriva l'allarme da parte del GATA, Gold Anti-Trust Action Committee, che denuncia la "scomparsa" di circa la metà delle riserve d'oro. In altre parole, il Gata avverte che le Banche Centrali possiedono meno quantità d'oro che dichiarano di possedere a garanzia dell'emissione di moneta. In particolare, è stato rilevato che la Federal Reserve e il Tesoro degli Stati Uniti stanno manipolando clandestinamente la riserva d'oro della nazione sottoscrivendo contratti di vendita e di prestito d'oro che molto probabilmente non sarà mai restituito. Secondo le ultime rilevazioni, le riserve delle Banche Centrali si attestavano intorno alle 30,000 tonnellate d'oro, ed attualmente la quantità realmente presente non può essere superiore alle 15,000 tonnellate, cosicché la parte restante è stata letteralmente trafugata. Viene così ignorato l'Accordo di Washington del 1999 in base al quale la BCE e la Federal Reserve si impegnavano a limitare l'ammontare delle loro vendite d' oro a 400 tonnellate per anno e a non espandere le loro operazioni di leasing durante i cinque anni dell'accordo. Si tratta di operazioni che prevedono l'affitto dei lingotti d'oro della banca centrale ad una centrale di deposito dell'oro, ad una percentuale nominale di interesse tipicamente dell'1%. In particolare oggi la gran parte dell'oro viene scambiato dal London Bullion Market Association, che rappresenta una vera e propria stanza di compensazione per le transazioni di oro e metalli preziosi. Il London Bullion Market Association utilizza sopratutto oro delle Banche Centrali per emettere futures e derivati sulla base dei lingotti presi in prestito. Al momento esiste sul mercato finanziario una grandissima varietà di derivati denominati in oro, incluse le operazioni con le quali banche centrali scambiano e affittano la loro riserva d'oro. I problemi maggiori si sono avuti quando il prezzo dell'oro è aumentato drasticamente, raggiungendo gli attuali $900 all'oncia: le Banche hanno preferito utilizzare l'oro preso in prestito dalle Banche Centrali, ottenuto ad un prezzo minimo, per scambiarlo poi ad un prezzo molto più elevato di quello pagato per il leasing iniziale. Il risultato di tale pratica - utilizzata soprattutto dalle Banche statunitensi del London Bullion Market Association, quali la Bear Stearns Forex Inc., Goldman Sachs International, JP Morgan Chase Bank, Bank of America, Citibank, Merrill Lynch e Morgan Stanley - ha portato alla lenta scomparsa dell'oro delle Banche centrali Nazionali a causa della mancata restituzione delle quantità d'oro prese in prestito.

La denuncia del GATA è molto grave e rappresenta, in realtà, solo una parte della grande truffa che la Federal Reserve e il Tesoro degli Stati Uniti stanno orchestrando, per sostenere in maniera artificiale il mercato finanziario e monetario. Non è da escludere infatti che le autorità americane abbiano utilizzato parte dell'oro in riserva per porre in essere speculazioni ed emettere titoli collaterali necessari a finanziare la spesa sociale e gli investimenti esteri. Al momento circolano sul mercato finanziario titoli denominati per miliardi di dollari, emessi sulla base di meccanismi non trasparenti, al di sopra dei limiti stabiliti dalla legge. È ormai quasi impossibile oggi stimare la quantità di denaro presente sul mercato che sia riconducibile ai collaterali e ai derivati posti in essere tramite operazioni non trasparenti, con il solo scopo di manipolare il mercato monetario.

01 febbraio 2008

Société Generale: una bolla di derivati per miliardi di euro


Société Generale, una delle più grandi Banche d'Europa, è stata messa in ginocchio dalle speculazioni di un giovane trader che è riuscito a distruggere più di 5 miliardi di euro di liquidità della banca. Quanto sia realmente accaduto nei circuiti virtuali di Société Generale sarà difficilmente ricostruito dai media, che dovranno accontentarsi dei dispacci ufficiali e delle accurate operazioni di filtraggio delle informazioni . Jérôme Kerviel, il giovane broker in cerca di gloria, è divenuto un controverso personaggio che, tra eroismo e spregiudicata incoscienza, deve giustificare un buco di miliardi di euro senza danneggiare l'immagine di Société Generale.

Stando ai verbali degli interrogatori di Kerviel, il broker sembra aver agito nel pieno rispetto della "prassi" bancaria e dello spirito del broker, considerando la funzione che esso ricopre all'interno di una Banca e le procedure che occorre seguire, sotto la vigilanza dei sistemi interni di controllo. Viene così mitizzato il personaggio del broker in carriera che, violando sistemi di sicurezza, eludendo i controlli e mentendo sulle sue posizioni è riuscito a mettere in crisi un gruppo bancario. In questo modo si potrebbe infatti gridare al sabotaggio, e così al tentativo da parte di Bnl-Paribas di portare a termine la sua scalata ostile, nonché all'inconsapevolezza dell'Istituto bancario sulle operazioni poste in essere dai propri broker e sulle movimentazioni di danaro interne. Una tesi che potrebbe anche essere parzialmente vera, ma contraddittoria, in quanto il crollo del castello di strumenti finanziari posto in essere da Kerviel è una conseguenza della volatilità dei mercati finanziari, della completa virtualizzazione del denaro e di quelle assurde operazioni di trading che si basano su titoli virtuali che non hanno alcuna reale garanzia.

Il collasso su stessa di una Banca a causa della sua sovraesposizione in titoli derivati è una tautologia, è un rischio assolutamente probabile quando si gioca con la virtualità che consente di moltiplicare liquidità e denaro senza mai avere idea di quante volte lo stesso titolo è stato scambiato. Per tale motivo, non possono in nessun modo nascondere la reale e drammatica situazione del sistema finanziario su cui la nostra economia è seduta.
Tuttavia è stato necessario creare il grande caso mediatico per poter coprire un'operazione studiata a tavolino che doveva occultare delle perdite di bilancio o delle svalutazioni senza rischiare il crollo in borsa, come in questi mesi è accaduto per Ubs Bank, per Citigroup e Jp Morgan.

Per poter così analizzare in ottica critica il caso di Société Generale, occorre premettere che attualmente le Banche creano il proprio denaro negoziando in strumenti derivati. Il questo caso specifico la nostra banca ha utilizzato dei futures, ossia dei contratti che hanno ad oggetto la variazione del valore degli strumenti sottostanti soggetti che sono negoziati nel mercato finanziario, tale che il loro prezzo varia in funzione del valore del soggetto sottostante, che possono essere azioni, obbligazioni, tassi di cambio, ma anche un derivato . Chi acquista un future guadagna dall'apprezzamento dello strumento finanziario sottostante, chi vende un future guadagna dal deprezzamento dello strumento sottostante.
Sono dei titoli altamente standardizzati, le cui caratteristiche sono decise dalla Borsa stessa, cosa che li rende ampiamente interscambiabili tra di loro, tale che sarà possibile annullare impegni di acquisto o di vendita tramite compensazione, stipulando un contratto di segno opposto all'originale. La consegna dall'attività sottostante il contratto non avviene quasi mai, e questo li rende assolutamente virtuali.
Le banche stipulano contratti in vendita ed in acquisto per coprire i rischi di svalutazione dei titoli che detengono nel proprio portafoglio o delle valute in cui sono nominate le loro riserve; analizzando il trend del mercato liquidano le loro posizioni per ottenere un guadagno in conto capitale. A titolo di esempio, se prevedo che un titolo si apprezzerà, liquido il contratto in vendita, e conservo quello in acquisto del future, ottenendo un guadagno e minimizzando il rischio di perdite. Tuttavia, gran parte delle contrattazioni con futures sono poste in essere per fini puramente speculativi, e per tale motivo assumono le caratteristiche di vere e proprie scommesse, il cui azzardo vale grosse perdite o elevati guadagni.

Il nostro broker decide così di guadagnare in borsa con questi strumenti, scommettendo in una sola direzione, e porta avanti la sua strategia violando per almeno un anno i sistemi informatici ( nella consapevolezza o meno, del direttivo di Societè Generale ). Non abbiamo dinanzi a noi né un eroe che lotta dall'interno contro il capitalismo - in quanto la sua difesa si basa sul fatto che voleva stupire i suoi superiori e portare profitto alla banca - e non è un genio, perchè viola i sistemi informatici di una delle più importanti banche francesi in nome di un'idea che, a parte l'essere banalissima, risulta essere anche incredibilmente rischiosa. Rimane un criminale o uno stupido, ma propendiamo per la seconda scelta essendosi così prestato alle manipolazioni della dirigenza nella convinzione di uscire vincitore. In ogni caso, il suo errore è stato molto più grande di quel che si possa pensare, e crediamo quasi praticamente impossibile, considerando il tipo di strumento che ha utilizzato.
Più verosimile sarebbe la ricostruzione che vede Société Generale come parte direttamente coinvolta nell'elaborazione delle operazioni di Jérôme Kerviel, costruendo così un perfetto meccanismo che ha reso possibile la scoperta e la condanna del capro espiatorio, per salvare l'intero sistema e il team dirigenziale. I media hanno fatto il resto, tessendo e sfilando la tela del complotto, lasciando agli addetti ai lavori la vera comprensione del risultato. Société Generale deve ora portare allo scoperto il suo buco in Bilancio, ma ha ora al suo fianco il sostegno del Governo Francese e dell'opinione pubblica, che hanno scongiurato il crollo del titolo e la totale perdita di fiducia nella banca stessa.

Questo atteggiamento di vittimismo ricorda molto la reazione delle Banche che sono state informate dell'esistenza di una truffa di collaterali in circolazione, che utilizzavano il nome del gruppo bancario. Come non citare il caso della Federal Reserve che, dopo essere stata informata dell'operazione in corso sulle piazze svizzere di titoli del Tesoro Americano di grande valore, ci ha comunicato formalmente che erano a conoscenza del caso in questione, e che potevamo contattare degli agenti investigativi interni alla Fed per avere maggiori chiarimenti. Nessuno tuttavia ha risposto alle nostre richieste per chiarire la reale posizione del Governatore e del Vice Governatore della Federal Reserve. Sorge dunque il dubbio che le Banche e le autorità siano pienamente coscienti di cosa avvenga in tali circuiti, e, facendo buon viso a cattivo gioco, coprono le operazioni fin quando non cade il castello di titoli: a quel punto sarà il broker il capro espiatorio dell'intera operazione mentre la Banca riuscirà a difendere la propria immagine.
La verità è ben diversa da come è stata descritta, e va a coprire un assurdo sistema al cui confronto, la crisi per i mutui-subprimes, può sembrare una passeggiata. Secondo i dati rilevati dal Comptroller of the Currency l'esposizione in derivati di circa 25 banche degli Stati Uniti ammonta approssimativamente intorno ai 180 mila miliardi di dollari, denaro che non esiste in realtà. È una liquidità assolutamente irreale, ma che ha un riscontro materiale nelle piramidi delle multinazionali che possono continuare all'infinito il loro gioco di fusioni, acquisizioni, privatizzazioni, finanziamento al terrorismo, guerra e controllo degli Stati.

22 gennaio 2008

Il terrorismo non ha salvato l'America


Lunedì nero per le borse dopo il grande flop del piano di emergenza di Bush. Vengono confermate le paure e i timori di chi, ancor prima dell'11 settembre parlava di crisi sistemica. La risposta delle borse è stata molto chiara. Troppo poco e troppo tardi, ma soprattutto inutile se i meccanismi e le strutture maggiormente responsabili di quanto accaduto sono rimaste impunite e al potere.

Il rischio recessione per gli Stati Uniti e il grande bluff del "piano di emergenza" presentato dal Presidente George Bush, diffonde il panico nelle borse e nelle principali piazze finanziarie. In calo le Borse europee con un margine di riduzione degli indici borsistici di oltre il 7%, bruciando in poche ore più di 400 miliardi di euro di capitalizzazione, con operazioni di svalutazione che hanno interessato principalmente i titoli bancari, ed in particolare Bnp Paribas, Ubs Bank, Société Générale e Commerzbank, anche se i dati più preoccupanti derivano dalle borse asiatiche che subiscono l'effetto di ritorno dello scoppio della bolla speculativa occidentale. Crolla Hong Kong, Singapore, Shanghai e Mumbai, con un crollo del 15% delle . Si salva invece Wall Street che è rimasta chiusa per il Martin Luther King Day, evitando così il peggio agli Stati Uniti, già devastati dal pessimismo e dalla incombente recessione. Dinanzi a noi lo scenario finanziario dell'11 settembre, senza tuttavia alcun attacco terroristico che ha sconvolto e ha manipolato la percezione degli eventi e degli shock sul mercato globale. Stranamente, lo scorso venerdì, la Banca Mondiale riceve una telefonata intimidatoria che annuncia un grave attentato nei confronti della Sede di Washington , tale da provocare la chiusura degli uffici per precauzione.

Secondo gli analisti, il piano di salvataggio dell'economia - una manovra di circa 150 miliardi di dollari - presentato dal Presidente George Bush e dal Governatore della Federal Reserve Bernard Bernanke, non salverà gli Stati Uniti da un baratro che è talmente evidente ed innegabile, da spingere le più alte Istituzioni americane ad intervenire d'urgenza, con sgravi fiscali, incentivi agli investimenti, riduzione dei tassi di interessi e aumento della base monetaria. E così, a dispetto delle dichiarazioni di George W. Bush che annuncia un piano di rilancio dell'economia di 1% del PIL, la Borsa ha subito di nuovo uno dei lunedì più neri di questi ultimi anni. La mobilitazione d'emergenza delle classe politiche e delle Istituzioni monetarie non hanno convinto gli investitori, né i cittadini americani che percepiscono ormai come inutili le misure volte a sostenere le classi più povere, con uno sgravio fiscale nei confronti di circa 90 milioni di persone, oltre all'invio di un assegno di 800 dollari per ogni contribuente, una detrazione di 1.600 dollari per l'acquisto della prima casa. Si stima tuttavia che tali sgravi potranno essere sostenuti solo fino al 2010, e in ogni caso, l'immissione sul mercato di una tale ricchezza potrà avere come effetto quello di drogare il prodotto interno lordo di almeno 2 punti senza garantire una vera ripresa dell'economia. Allo stato attuale, un rialzo dettato da un intervento così drastico, e artificiale, non può essere duraturo, in quanto la crisi strutturale tende inevitabilmente a riportare l'economia al di sotto dell'equilibrio economico. Per cui la manovra di recupero del Governo degli Stati Uniti sembra più che altro un tentativo di propaganda, volto a camuffare una grave crisi globale in una sofferenza congiunturale che potrebbe essere affrontata con una manovra di breve periodo.


La risposta delle borse è stata molto chiara. Troppo poco e troppo tardi, ma soprattutto inutile se i meccanismi e le strutture maggiormente responsabili di quanto accaduto sono rimaste impunite e al potere. Gli stessi incentivi del Governo Statunitense andranno a vantaggio delle stesse entità economiche che controllano il settore bancario e finanziario, e manovrano le operazioni speculative che hanno innescato la grande crisi di liquidità dei subprime. Ormai l'economia statunitense è allo sbaraglio e sono molti gli investitori esteri che comprano in maniera aggressiva negli Stati Uniti, approfittando della svendita delle società nonché del dollaro, che ha reso gli investimenti altamente competitivi. Solo l'anno scorso, gli investitori esteri hanno versato una somma record di circa $414 miliardi in assicurandosi così società, fabbriche, attraverso fondi di investimento di privati o aste pubbliche, mentre durante le prime due settimane del 2008 le sono stati investiti $22.6 miliardi in società americane, svendute per oltre la metà del loro valore attuale. Se la recessione aumenta e il dollaro cade ulteriore, il ritmo potrebbe accelerare ancora di più. Il dollaro debole ha fatto delle società e delle proprietà americane l'investimento più conveniente in termini globali, soprattutto per l'Europa e per il Canada, per l'Arabia Saudita e la Russia, nonché per i grandi esportatori come Cina e Germania .I beneficiari più evidenti sono sempre le banche di Wall Street come Merrill Lynch, Citigroup e Morgan Stanley che hanno venduto le loro proprietà ai fondi governativi dell'Asia e del Medio Oriente per compensare le clamorose perdite sui mercati bancari. Le entità giapponesi, cinesi, indiane, nonché arabe e emirate, hanno investito nel settore immobiliare, in quello siderurgico, energetico e in quello alimentare. Stiamo così assistendo in America ad un silenzioso movimento, quello del capitalismo statale, dove le grandi potenze "socialiste" di un tempo, stanno acquistando di sana pianta l'America capitalista.

Il lunedì nero ha così confermato le paure e i timori di molti che anni fa, già prima del crollo delle Torri Gemelle, cominciarno a parlare di crisi sistemica e della grande bolla finanziaria causata dall'inesistenza di qualsiasi controllo sulle pratiche speculative e sul valore della moneta in circolazione. Allora, un grande attentato terroristico coprì il crollo delle Borse che si è avuto a pochi mesi di distanza, come naturale conseguenza del disfacimento del sistema globale. Oggi possiamo dire che non è stato il terrorismo a far crollare le borse, ma qualcosa che è radicato così profondamente nel nostro sistema economico che continua ancora oggi a rivelare i suoi lati oscuri.

La consapevolezza che viviamo in un sistema malato si sta diffondendo sempre più, e lo si percepisce nelle piccole cose, con l'aumento dei costi bancari, sino alle grandi Istituzioni. Il Presidente dell'Eurogruppo, Jean-Claude Juncker ha osato pronunciare la parola fatidica di recessione, mentre il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale (FMI) Dominique Strauss-Kahn ha stimato per la sua parte lunedì che la crisi causata dal rallentamento della crescita americana è estremamente "seria", e potrebbe mettere in ginocchio i paesi emergenti, perché continua sempre più a deteriorarsi: ora non si può più escludere una tale eventualità. Finalmente in Fmi ammette che si è materializzata la recessione che tutti hanno previsto, e che non passerà senza conseguenze anche nella zona Europea, che abbasserà la crescita del blocco europeo intorno al 2%. Almunia e Juncker hanno discusso persino l'idea di un piano di sostegno alla congiuntura in Europa, comparabile a quello degli Stati Uniti, in vista di una situazione economica ancora più rischiosa. Tuttavia, Juncker ha riconosciuto che i Paesi europei potrebbero ricorrere agli "stabilizzatori automatici, per attutire l'effetto dei rallentamenti economici, che autorizzano i Paesi che hanno migliorato i propri conti pubblici a non compensare il minor gettito fiscale dovuti ad un deterioramento dell'economia medianti i tagli della spesa pubblica, ammettendo la possibilità da parte dello Stato di sostenere le imprese e la produzione.

A questo punto, sebbene i Paesi Asiatici sembrano essere l'anello più debole, essendo destinazione di speculazioni finanziarie e operazioni di carry trade, rappresentano quegli attori che sono in grado di sostenere la crescita globale, mantenendo stabile la domanda di energia e di risorse, e immettendo sul mercato merci e prodotti. In assenza della spinta produttiva di queste economie, la recessione potrebbe essere ben più pericolosa.

10 gennaio 2008

Operazione Bernanke


Grazie ad una rocambolesca operazione della Tela, la Etleboro è venuta in possesso di un'importante documentazione che dimostra l'esistenza di transazioni che hanno ad oggetto US Treasury Checks emessi dalla Federal Reserve Bank. Dinanzi a noi si apre l'ennesimo canale virtuale finanziario, ma stavolta i soggetti coinvolti ricoprono un ruolo di importanza primaria sulla scena internazionale. Un cittadino di Singapore , Teo Hui Kiat, deposita presso la Federal Reserve dei titoli emessi dal Tesoro Americano dal valore nominale di oltre US$ 500.000.000, presenti sulla piazza finanziaria svizzera. Sulla base della documentazione che vi mostriamo la Federal Reserve prende in custodia i suddetti titoli, per un valore complessivo di 1 miliardo di dollari, emettendo un "custodial safekeeping receipt" ( ricevuta di deposito ) , autenticato dalle firme del Governatore Bernard Bernanke e del Vice-Governatore Roger W. Ferguson. I titoli, oggetto dell'operazione, circolano al momento sulle piazze finanziarie svizzere, e sono utilizzati in programmi di trading.
Come noto, tutti i programmi di rating sono tassativamente vietati dagli organi internazionali, essendo operazioni che, movimentando grandi somme di denaro a fronte dell'emissione di un titolo virtuale - spesso inesigibile e infruttuoso - nascondono tentativi di speculazione e di riciclaggio. Allo stesso tempo, notiamo che la prassi dei controlli da parte delle Istituzioni è rigida e impenetrabile, proteggendo spesso il sistema vizioso Trader-Istituto di credito. La crisi subprime ha appunto dimostrato il fallimento del sistema di supervisione e di controllo delle Istituzioni governative sul sistema bancario e finanziario. Così il mancato intervento da parte dell'Istituto di vigilanza equivale ad una complicità, lasciando il sospetto che sia l'ente emittente stesso ad utilizzare il titolo per scopi estranei a quanto stabilito dai regolamenti del mercato e dalle leggi nazionali e internazionali.
Occorre infatti considerare che tali titoli di debito al portatore, denominati per cifre molto elevate, possono essere utilizzati - nonostante siano le società di Trading a reperirli e certificarne la validità - da parte di Banche, Fondazioni e Multinazionali per creare grandi fondi dal nulla, medianti i quali costituire assets, liquidità e tesorerie. Il tutto viaggiando sul limite della legalità consentita e al di sopra delle normali condizioni stabilite per le transazioni, anche se dall'ammontare irrisorio. Un paradosso che sfiora l'assurdo, considerando che proprio recentemente le misure di contrasto al riciclaggio e al finanziamento illecito sono state inasprite, in relazione alla necessità di controllare ed eliminare le fonti di finanziamento al terrorismo.

A rivelare l'illiceità dell'operazione dovrebbe essere la fonte emittente dei titoli stessi - facendo così ricorso alle liste dei titoli non validi esistenti sul mercato - oppure lo scopo della transazione: rappresentano questi i controlli che la Banca Centrale e o l'Istituto di credito dovrebbe effettuare per garantire sicurezza e trasparenza sul mercato. Qualora tuttavia, i controlli non vengano fatti e si venga a creare una rete tra i diversi attori che va a eliminare e nascondere le tracce, è ovvio che il cerchio si chiude e non esiste entità che può intervenire. È da tali meccanismi, chiusi e inavvicinabili dai Governi stessi, che scaturiscono le speculazioni su scala globale, la creazione del denaro e il finanziamento ai conflitti mondiali. Questo e nient'altro. Al di là della rete bancaria e finanziaria, circondata da una costellazione di società, non esiste altro canale per i cosiddetti terroristi o per i criminali: ogni operazione portata a termine accade perché è il sistema che lo permette, in quanto le regole all'interno cui muoversi sono prestabilite. Per tale motivo, possiamo affermare che la guerra finanziamento del terrorismo è la più grande bufala che i nostri politici abbiano inventato, per dimostrare il loro impegno nella lotta contro il crimine, contro le truffe o la corruzione. Da tempo però queste illusioni sono svanite, perché il sistema ha fallito, ha rivelato delle falle e tutti noi dobbiamo pagare ora per tali errori.

Ci attendiamo invece dalla pubblicazione di tale documentazione che il sistema americano prenda una decisiva posizione su questo tipo di transazioni, e chiarisca il perché dei titoli oggetto di operazioni di trading sono stati ufficialmente accettati dalla Federal Reserve Bank. Come dimostrato nelle fasi iniziali di questa indagine, la Gazprombank, il Tesouro Nacional do Brasil nonché la Petrobras, hanno ringraziato la Tela per il contributo alla lotta contro le frodi finanziarie, prendendo così una posizione chiara sulla natura e la funzione dei collaterali presi in considerazione. Una risposta della Federal Reserve è ora indispensabile e critica allo stesso tempo, perché può arrivare a far luce sul grande paradosso del terrorismo, della crisi dei subprime e del crollo del dollaro.

08 gennaio 2008

Il dollaro internazionale sulle ceneri di Bretton Woods


All'indomani della visita di George Bush in Medioriente, ritorna lo spettro di un conflitto con l'Iran, come risposta alla crisi petrolifera e alla grave svalutazione del dollaro. Secondo le notizie fornite dal media statunitense CNN, citando le fonti della Difesa americana, delle navi iraniane avrebbero effettuato delle manovre giudicate ostili contro tre navi americane all'interno dello stretto strategico di Ormuz. Le cinque vedette iraniane si sarebbero avvicinate a circa 200 metri dalle navi della Marina americana, preannunciate dal messaggio radio "sto per attaccarvi, esploderete tra pochi minuti".
Il presunto attacco da parte iraniana, reso assurdo e alquanto inverosimile dalla segreta rivelazione di un uomo del Pentagono alla CNN, è stato tuttavia sufficiente a creare la giusta atmosfera di tensione in un'area strategica e sensibile, come il Golfo di Ormuz. Stiamo parlando infatti dello stretto attraverso il quale avviene l'instradamento del petrolio dei paesi del Golfo verso gli oleodotti dell'Arabia Saudita sino in Turchia, per un quantitativo di oltre il 20-25% della produzione mondiale di brut. Non dimentichiamo che il 23 marzo del 2007, Teheran prese in ostaggio 15 componenti della marina britannica, accusati di aver violato le acque internazionali all'interno dello stesso Golfo, e allora l'ammiraglio Habibollah Sayyari dichiarò che l'Iran "non aveva alcun progetto di blocco dello stretto di Ormuz, ma era pur sempre pronta a condurre qualsiasi operazione necessaria per difendere i propri interessi". Una tale decisione da parte del Governo iraniano, potrebbe avere conseguenze che molto più gravi della realizzazione del piano nucleare, in quanto potrebbe catapultare il mercato del petrolio in uno scenario di oltre 250 dollari al barile di greggio, come stabilito da Standard and Poor's nell'agosto del 2006. Il blocco del golfo potrebbe arrestare l'offerta mondiale di brut, con l'inevitabile recessione dell'economia mondiale, come accaduto tra il 1980 e il 1982.
Se una sospensione dell'Iran delle sue esportazioni di petrolio provocherebbero un rialzo del 30%, il blocco comprometterebbe la stabilità dell'intera economia mondiale. Questo lo scenario che secondo gli esperti americani spingerebbe gli Stati Uniti ad appoggiare un eventuale conflitto tra Israele e Iran, che andrebbe così a capovolgere una situazione di crisi ormai compromessa dal continuo inasprimento delle politiche dell'Opec e della svalutazione del dollaro.

In realtà, la propaganda del probabile conflitto iraniano potrebbe creare il diversivo ideale per nascondere e neutralizzare il rischio più spaventoso del totale deprezzamento del dollaro, che trascinerebbe nel baratro intere economie. La guerra che tutti percepiscono non sempre corrisponde al reale andamento dei fatti, gran parte di essa rappresenta solo lo sfondo di eventi ben più radicali e rivoluzionari.
Occorre dunque riflettere alle reali alternative che si profilano dinanzi agli Stati Uniti, ossia se lasciare fallire non solo l'America ma l'intero sistema, oppure azionare un meccanismo di autodifesa che possa cambiare la forma ma non la sostanza del sistema. In tale meccanismo, svolge un ruolo importante anche la propaganda e la minaccia di un conflitto iraniano, ma non è l'unica soluzione o l'unico aspetto a cui bisogna fermarsi. La svalutazione del dollaro ha visto sorgere lo spettro per gli Stati Uniti e per il gruppo di Paesi che detengono le loro riserve in dollari, dell'inflazione e della perdita della fiducia e della credibilità presso gli investitori stranieri. Questi sono infatti condannati a temere l'erosione del valore dei loro titoli e delle loro valute, che hanno subito continue svalutazioni, non solo in seguito alla dismissione delle stesse per differenziare le tesorerie, ma anche a causa dell'assurda politica monetaria della Federal Reserve che ha riempito il mercato internazionale di carta straccia.
Il dollaro, essendo una valuta di riserva, è stato utilizzato in questi anni come strumento politico e democratico, riuscendo ad influire sugli investimenti e sulla politica economica degli Stati ad esso agganciati. Basti pensare alla banche centrali dell'Asia e ai problemi che Paesi come Iran e Corea del Nord stanno affrontando a causa dell'embargo bancario. Stampando dollari su dollari, carta su carta, ha finanziato conflitti e ricostruzioni, privatizzazioni e fusioni, e ora il mondo intero si trova nella situazione tale di detenere una valuta riserva che non ha alcun valore. Più il dollaro si indebolisce, e più si indebolisce il sistema capitalistico, perché a quel punto occorre istituire la moneta di riferimento che dovrà sostituirlo.
È da notare che al momento non esiste una valuta in grado di ricoprire lo stesso ruolo, considerando che il rublo è ancora fortemente instabile, lo Yuan svalutato, mentre l'Euro è forte solo per luce riflessa del fallimento del dollaro. I paesi dell'Unione Europea non sembrano infatti essere disposti ad affrontare la responsabilità di divenire una valuta di riserva, da tesorizzare, essendo più che altro una valuta numeraria e commerciale.

Viene così presentata la teoria di Fred Bergsten, l'economista americano che sta elaborando una soluzione al problema del dollaro. Egli infatti ha proposto la creazione da parte del Fmi di "Diritti di Emissione speciali" ( Special Drawing Right - SDRs) all'interno dei quali depositare i dollari detenuti dai diversi Paesi. I diritti di emissione speciali rappresentano uno strumento di riserva internazionale assegnati proporzionalmente alla loro quota nel FMI. Furono creati nel 1969 per sostenere il sistema di parità fissa di Bretton Woods. Ogni paese aderente al sistema doveva infatti disporre di riserve ufficiali, denominate in oro e in titoli della banca centrale accettati su larga scala, in modo tale da garantire il riacquisto della moneta nazionale sui mercati dei cambi internazionali, e sostenere il proprio tasso di cambio. Allora, l'offerta internazionale dei due grandi valori di riserva, l'oro ed il dollaro, si rivelò insufficiente per sostenere l'espansione del commercio e l'evoluzione finanziaria. La comunità internazionale ha deciso di creare un nuovo valore di riserva mondiale, garantito dal FMI. Con la creazione di Bretton Woods, le grandi monete sono passate ad un regime di tasso di cambio variabile, mentre per garantire le quotazioni sui mercati furono introdotti i prestiti su scala internazionale.

Gli SDRs si limitano ora ad essere un'unità di conto del FMI e di altri organismi internazionali, non costituiscono una moneta, né un credito sul FMI, bensì un credito virtuale sulle monete dei paesi membri del FMI. Il convertibilità tra SDRs e valute viene così stabilita da accordi di scambio stabiliti tra i Paesi membri, e può avvenire anche quando il FMI designa i paesi membri dalla posizione più forte ad acquistare dei SDRs del Paese membro dalla posizione più debole. È per tale motivo dunque che Bergsten propone di ricorrere di nuovo agli SDRs per acquistare dollari e frenarne il crollo, agendo sui mercati internazionali come se vi fosse un parziale regime di parità fissa. I paesi che hanno così l'esigenza di apprezzare le loro valute contro il dollaro potranno cambiare i propri dollari a fronte di SDRs, garantiti dal FMI.

Tale soluzione, presa senz'altro in circostanze di grave crisi potrebbe portare alla creazione di quella che può essere la valuta internazionale virtuale, una moneta per eccellenza che agirebbe a livello globale, riportando il sistema monetario agli anni '50-'60. Come confermato da molti analisti, Bretton Woods è ormai fallita da tempo, e a rivelarne la sua fallibilità sono proprio le crisi di iperinflazione che si susseguono ormai con una cadenza sempre più frequente. Bretton Woods ha così perpetrato quella decisione della Federal Reserve di agganciare la valuta riserva al petrolio, e ora quella decisione si è rivoltata contro di noi con tutta la sua violenza. La reazione del sistema è tuttavia già pronta, in quanto le grandi Istituzioni monetarie internazionali stanno già ricorrendo ai ripari, nel tentativo di proteggere il crollo del dollaro e di istituire la nuova moneta globale in un futuro non così lontano. Molti collaterali denominati per miliardi di dollari sono già in circolazione sui mercati finanziari, scambiati dalle entità bancarie ed economiche come perfetti surrogati del dollaro. Presto inonderanno le riserve valutarie di tutti i Paesi, compromettendo ancor più il loro legame inscindibile con l'economia americana, e consentendo agli Stati Uniti di frenare e controllare l'andamento del dollaro in maniera pilotata. La guerra, in tutto questo, rappresenta solo l'inganno ideale per spingere ad acquistare titoli sui mercati, sulla cresta dell'onda della speculazione petrolifera.

03 ottobre 2007

I collaterali virtuali : il motore del mercato finanziario


Emessa dal Tribunale di Torino un'importante sentenza che dichiara la Unicredit Bank come responsabile degli atti degli intermediari finanziari che agiscono in un suo nome mediante la semplice dichiarazione della competenza nell'utilizzo degli strumenti finanziari. Il caso emerso da tale sentenza dimostra proprio l'esistenza di uno "strano" e "sottile" filo tra le Banche e i suoi intermediari, che le unisce in strane vendite di titoli derivati di garanzie di elevato valore.
Tale stretta correlazione è sorta in sede istruttoria, per lasciare nascosti invece altri delicati dettagli che dimostrano invece il reale scopo delle operazioni di acquisto di titoli al portatore ad alto valore.

Il Tribunale di Torino, nella sentenza n.5928/07 e n.5930/07 , afferma che la semplice dichiarazione (spesso autocertificata) prevista dall'articolo 31 del regolamento Consob non è sufficiente per riconoscere a un'impresa lo status di operatore qualificato. Anche se la Banca non può verificare l'esperienza finanziaria dei clienti, deve rispettare i suoi doveri di correttezza, trasparenza e informazione, cercando di acquisire sufficienti informazioni sui rischi dell'operazione. Secondo il Tribunale, Unicredit non ha compiuto alcuna attendibile valutazione sull'adeguatezza di contratti così rischiosi e volatili agli scopi dei clienti, e per questo motivo è responsabile degli atti posti in essere dagli intermediari nei confronti delle parti che sono venuti in contatto con questi.
Analizzando tuttavia il caso con maggiore precisione può emergere che, dietro delle operazioni di acquisto di derivati swap, vi sono degli aspetti che sono rimasti deliberamente nascosti, ma che però svelano la vera natura della relazione delle imprese con la Banca Unicredit.


La «Torneria automatica piemontese» e la «Fast.Loc.» hanno sottoscritto contratti derivati per coprire i rischi connessi all'eventuale rialzo dei tassi di interesse su finanziamenti ottenuti dalla stessa banca; tuttavia le operazioni hanno provocato delle perdite per entrambe di oltre 150mila euro. Ad agire in nome delle imprese vi erano due rappresentanti legali, dotati di un'autocertificazione - prevista dall'articolo 31 del regolamento Consob - che li legittimava ad acquistare tali titoli in nome della società presso la Unicredit. Il giudice ha tuttavia dichiarato non sufficiente tale autocertificazione, condannando UniCredit al risarcimento del danno da inadempimento contrattuale. Ciò che non viene rilevato è che molto spesso la dichiarazione autocertificata ad agire come intermediario viene accettata senza alcun problema nel mercato finanziario, oltre al fatto che i legali dell'impresa non potevano non conoscere la rischiosità dell'operazione, per cui non è questa la vera colpa della Banca Unicredit. È chiaro infatti che le imprese avevano acquistato dei titoli, denominati per centinaia di migliaia di euro, per servirsene come "collaterale", come garanzia per ottenere un finanziamento, o meglio per poter ricapitalizzare la propria società con un aumento fittizio di capitale. Ciò che tuttavia bisogna considerare quando si portano a termine queste operazioni è che i titoli posti come base e garanzia dell'operazione non valgono di fatto nulla, sono dei semplici strumenti finanziari virtuali che però consentono di muovere e trasferire consistenti somme di denaro.
Evidentemente le due imprese non hanno considerato che si trattava di una garanzia volatile se non assolutamente inesistente: morale della favola, Unicredit riesce ad uscire illesa da tale incidente accettando il pagamento della sanzione e salvando la sua credibilità di banca d'affari, oltre che di banca di impresa.

Se si scopre il grande pentolone del mercato finanziario, nonché quello bancario e interbancario, troveremo quello che viene definito il mercato dei collaterali finanziari. Per capire tuttavia di cosa stiamo parlando, e di dove vogliamo arrivare, dobbiamo premettere che quello dei collaterali è un sistema fatto di numeri e di valori virtuali, che figurano all'interno dei circuiti virtuali in forma di cifra ma nella realtà non esistono affatto. Al momento, circolano sul mercato finanziario dei Titoli denominati Petrobras, la più grande compagnia petrolifera brasiliana, venduti dai brokers e acquistati da società o speculatori, al fine di porre in essere delle sporche operazioni occultate tuttavia all'interno del circuito bancario. Si tratta di obbligazioni al portatore del 1959 negoziati sui mercati internazionali e, in particolar modo, su quello svizzero, pronti per essere venduti a garanzia di operazioni di ricapitalizzazione o per riciclaggio di denaro sporco.

Ogni titolo è certificato ufficialmente da un notaio del tribunale, che attesta così la veridicità e la bontà di un titolo "numismatico", che in realtà dovrebbe essere ritirato dal mercato perché non valido. I titoli sono di solito depositati presso le securities delle Banche che, di volta in volta vengono vendute, provvedono ad inviare i plichi a destinazione del compratore. Ogni titolo ha una quotazione virtuale di 580.000$ , e ogni proprietario di un pacchetto di titoli Petrobras chiede circa $20.000 per ogni obbligazione e in genere si propone al compratore finale con un investimento pari a 40.000 o 50.000$: ad un calcolo approssimativo possiamo notare che il pacchetto di cui discutiamo è formato da 700 obbligazioni con un valore virtuale totale di 406.000.000$, contro un pagamento degli stessi titoli da parte del compratore finale di 28.000.000 o 35.000.000$ . Il titolo fa così da strumento destinato ad attirare fondi e capitali sul mercato per essere poi utilizzato all'interno di operazioni volte a ricapitalizzare la sua società, fino all'ammontare di 406.000.000$ e, con la complicità dell'Istituto bancario, a chiedere una linea di credito e usufruire dei fondi, sempre sotto il controllo della Banca. Quest'ultima, userà poi i collaterali per correggere i suoi assets bancari e coprire perdite derivate da investimenti negativi, oppure effettuale scalate e fusioni, o infine per occultare un trasferimento di denaro illecito . A conti fatti, in questo labirinto fatto di Banche e di trasferimenti ci accorgiamo che in effetti il pacchetto di titoli in oggetto, non solo altro che valori virtuali, che hanno un valore "numismatico" ossia pari a 10$.
Su tale castello di immaterialità viene tenuto in piedi l'intero sistema finanziario mondiale e quello bancario, che hanno così nei collaterali virtuale il vero motore, in quanto consente di creare valore e liquidità a garanzia di delicate operazioni e di speculazioni. Questo, e altro ancora, è il cancro che tutti cercano di combattere, ma che nessuno riesce a vedere perché è costruito in un universo quasi parallelo al nostro , protetto dalle Istituzioni e dalle Autorità di Sorveglianza. I collaterali denominati Petrobras sono stati già presentati e inviati alla società stessa, senza che questa abbia risposto negando la validità del titolo onde distogliere ogni dubbio. Senz'altro dunque questi titoli sono al momento utilizzati per porre in essere operazioni molto importanti, all'interno dello stesso mercato interbancario, come può essere per esempio la raccolta di capitali e di liquidità a garanzia di ulteriori prestiti. Come abbiamo già ribadito a proposito della Federal Reserve, le società e le Istituzioni sono complici e colpevoli di questa grande truffa che nasconde il marcio dell'economia.

25 settembre 2007

La crisi di liquidità: una grande speculazione


La crisi del mercato finanziario, innescata dal deficit di liquidità in seguito alla crisi del credito e dei muti subprime, potrebbe rivelarsi presto la causa del declino del dollaro. È quanto emerge dall'analisi del recente andamento dell'economia statunitense nonché dallo stesso rapporto del Fondo Monetario Internazionale che ha dovuto prendere atto della graduale degenerazione del dollaro e, in generale, del mercato monetario.

Per il FMI infatti il processo di adeguamento "sarà probabilmente di lunga durata", in quanto i rischi di un ulteriore deterioramento della situazione sono aumentati sensibilmente, ed i mercati sono diventati più volatili, più pericolosi e più chiusi, ai danni degli investimenti delle imprese e del mercato del consumo, nonché del mercato monetario. La sfiducia nel mercato finanziario, in particolare quello statunitense, ha scatenato, accanto alla perdita di oltre 300 miliardi di dollari, un effetto domino con il progressivo disinvestimento dei titoli ad alto rischio. Ciò ha provocato, non solo una fuga di liquidità dal mercato finanziario americano, ma anche un progressivo indebitamento delle Banche stesse e degli Istituti finanziari, che hanno perso le importanti linee di credito presso le Banche d'Affari.

Global Financial Stability Report of FMI
L'asimmetria dei finanziamenti è al cuore di queste turbolenze: gli attivi a medio termine, difficili da monetizzare, sono stati finanziati con fondi con scandenza a breve termine sotto forma di cartolarizzazione dei crediti nel portafoglio. Questa tecnica è stata posta in essere da molti istituti di credito e finanziari che, per far fronte poi alla propria liquidità hanno rinnovato e ampliato sempre di più le linee di credito presso le Banche d'affari, fino a quando le perdite sui crediti sono divenute sempre più evidenti all'interno dei bilanci, e non più occultabili agli occhi delle Istituzioni. I maggiori crediti si sono tradotti in tassi interbancari più elevati, oppure in chiusure di linee di credito in modo da conservare le loro liquidità per poter finanziare all'occorrenza altre attività.
La leva finanziaria ha giocato poi un ruolo determinante nell'amplificazione delle perturbazioni, perché quanto più una banca è stata in grado di indebitarsi, tanto più ha prosciugato ancora di più la liquidità sul mercato: il risultato è stato un processo di disindebitamento forzato a prezzi bassissimi oppure il fallimento di alcuni fondi di investimento. Molti istituti di credito avevano applicato delle strategie fondate su un forte livello di indebitamento sperando che di poter giocare sulla continua rigenerazione della linea del credito, senza tuttavia considerare che la volatilità dei mercati ha richiesto la chiusura delle situazioni a rischio.
È questo ciò che fondamentalmente è accaduto con la Northern Rock, banca che reinvestiva i suoi depositi soprattutto in titoli ad alto rischio: dinanzi alla crisi di liquidità scatenatasi con il crollo della domanda dei prestiti immobiliari a rischio americano, la Northern Rock ha chiesto un prestito di circa 4,3 miliardi di euro alla Banca di Inghilterra, che si aggiungono ai 14,3 miliardi di euro iniettati nel sistema bancario per i prestiti a tre mesi. Nello scorso giugno 2007, tuttavia, la Northern Rock aveva inviato un avviso alla JP Morgan, chiedendo un rifinanziamento tale da evitare il ricorso alle Istituzioni e agli organi di vigilanza. La JP Morgan ha rifiutato il finanziamento, e questo forse per attuare la sua strategia di acquisizione di un pesce più grande, collegato alla Northern Rock, ossia la Royal Bank of Scotland. Molto probabilmente la corsa agli sportelli nel cuore del mercato finanziario europeo poteva essere evitata, e ciò lascia sicuramente dubitare che dietro l'alibi della crisi di liquidità, si sia nascosta una grave speculazione ai danni dei risparmiatori e della stabilità del mercato stesso.
In ogni caso, come ammette lo stesso FMI, l'economia mondiale è entrata in un periodo di turbolenze che mette in serio pericolo il mercato monetario e dunque economie occidentali che presentano una bilancia commerciale in sofferenza e hanno le proprie valute collocate soprattutto all'estero, all'interno dei portafogli e delle riserve valutarie dei mercati emergenti.
Questi infatti hanno giocato un ruolo fondamentale ed estremamente delicato perché hanno fatto l'ago della bilancia con il loro surplus di crediti, quando l'occidente era in emergenza di liquidità e di capitali: la loro relativa stabilità, nonché l'esistenza nelle loro economie di fondi sovrani che investono ingenti capitali in differenti rami dell'economica mondiale, è stato il giusto deterrente per fermare il declino ineluttabile.
La cd. crisi del credito, sebbene è stato spacciato con una patologia della società o delle imprese che usano il debito come strumento di crescita, si è rivelata essere il marcio che si annida all'interno del mercato finanziario e valutario, retto dalle leggi della speculazione e dell'occultamento delle informazioni su ciò che accade negli ambienti degli addetti ai lavori. I malesseri e le gravi distorsioni del mercato si ripropongono solo a cose fatte, quando cioè il crack ha già causato disastri e terribili danni al tessuto economico, che di conseguenza si ripercuotono sui piccoli risparmiatori o sulle imprese. Così, il report del FMI ricorda come sia fondamentale, in questa situazione, ricorrere alla liquidità del microcredito, del piccolo risparmio, e ancora, delle economie emergenti che sono in grado di convogliare - anche considerando il surplus della bilancia dei pagamenti e commerciale, nonché delle rimesse dall'estero - una massa enorme di capitali, che dovrebbero così in parte rientrare sul mercato statunitense. La deregolamentazione degli ostacoli al trasferimento dei capitali dovrebbero, secondo tale ottica, ridursi sempre più fino ad essere quasi inesistenti al fine di agevolare investimenti esteri.
Ciò che dunque il FMI dimentica di dire, a conclusione della sua vasta analisi della crisi di liquidità, è la necessità di introdurre una trasparente regolamentazione sui sistemi informatici del mercato finanziario, con dei meccanismi di sicurezza che vadano immediatamente ad informare il mercato e le istituzioni sulle irregolarità in atto, in modo da permettere un intervento quanto più immediato. Se questo non può essere fatto, e né viene mai proposto, evidentemente non vi è la reale volontà di fermare le speculazioni e le crisi che rischiano di spazzare via, con una sola quotazione in ribasso, intere economie. Nulla è mai stato fatto, proprio perché il mondo è retto dalle lobbies bancarie che decidono regolamenti e normativa, sono i controllori e i controllati di un sistema che è divenuto un serpente che mangia la sua coda.

Paesi detentori del debito pubblico USA

Trend di crescita del debito pubblico USA



Le illustre menti di questa grande roulette russa, i banchieri della Federal Reserve e della Banca di Inghilterra, devono ora stare molto attenti, in quanto, secondo molti centri di ricerca, l'economia mondiale è entrate nella "Zona del crepuscolo".
Se la crisi di liquidità dovesse continuare, il dollaro perderebbe il suo status di valuta di riserva, e gli Stati Uniti dovrebbero liquidare ai propri creditori più di 800 miliardi di dollari, in relazione al loro deficit commerciale. Per capire la gravità della situazione occorre vedere gli Stati Uniti come uno Stato che ha perso la sua produzione industriale - presto anche uno degli ultimi giganti si accascerà, la GM - diventando l'economia dell' "offshoring" , della delocalizzazione all'estero per sfuggire ai costi dei sistemi occidentali. Le società americane, producono all'estero e importano beni allo stesso tempo : stando ai dati della bilancia commerciale degli Stati Uniti, vi sono esportazioni per 47,580 miliardi di dollari in computer, ed importano 101,347 miliardi di dollari, sempre di computer. Un'economia fondata sulla delocalizzazione è stata superata dalle sue economie colonizzate e la sua produzione non è capace di bilanciare i suoi consumi. Tutto ciò che ancora la salva è il fatto che, nonostante la dismissione delle riserve denominate in dollari, il dollaro è ancora una moneta riserva, anche se ormai eroso dai debiti e dal deficit di bilancio.
Gli Stati Uniti sono ormai su una rotta di collisione, con un sistema economico totalmente delocalizzato, fondato sul rent e sul debito, la sua moneta è stata svalutata ancora e si attesta quasi a 1,40€ mentre un barile di petrolio sale a 80$ e l'oro si quota intono ai 750$. Il pericolo di speculazioni sempre più forti è vicino e le Istituzioni monetarie cominciano così a retrocedere sui loro passi rinegoziando il rialzo dei tassi di interesse e ammettendo che vi è una mina vagante nel mercato finanziario.