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10 novembre 2009

Quel muro invisibile che continua a dividere Occidente ed Oriente



9 novembre 1989: cade il muro di Berlino ed inizia la fine della Guerra Fredda. Tuttavia, dopo l'ebbrezza dei festeggiamenti, ben presto è stato dimenticato il significato di quello storico evento, per preparare il mondo ad altri vent'anni di guerra, vissuti nell'ombra di quei due blocchi che hanno continuato silenziosamente a combattersi. Un conflitto silenzioso ha continuato in questi lunghi anni, e il fantasma del muro è ancora nel futuro di questa Unione Europea costruita sul concetto dell'emergenza

9 novembre 1989: cade il muro di Berlino ed inizia la fine della Guerra Fredda. Un conflitto nato dall'esasperazione del bipolarismo e dello scontro tra due sistemi politici ed economici opposti ma entrambi inefficaci e corrotti, i cui strascichi hanno causato altri vent'anni di guerra e di instabilità mondiale. La caduta del grande muro, costruito in una sola notte, è stata senz'altro la vittoria del popolo tedesco, del popolo europeo e di coloro che credevano nella scomparsa delle barriere e di confini, ed ipocritamente non parlavano di "unione europea" ma di un'unica nazione libera da ideologie e divisioni. Tuttavia, dopo l'ebbrezza dei festeggiamenti, ben presto è stato dimenticato il significato di quello storico evento, per preparare il mondo ad altri vent'anni di guerra, vissuti nell'ombra di quei due blocchi che hanno continuato silenziosamente a combattersi. La caduta e il fallimento dell'URSS non ha soddisfatto il blocco atlantico, che ha voluto schiacciare e frantumare la Jugoslavia, bombardare la Serbia e dissolvere una delle ultime vestigia dei Paesi socialisti. La Serbia ha perso parte del suo territorio per dar vita ad un protettorato della NATO. Negli stessi anni ha avuto inizio la guerra nel Golfo, preparando così, dopo il finanziamento al terrorismo nei Balcani e nello stesso Afghanistan, la guerra ad Al Qaida, la strategia del terrore e la nuova società del controllo delle masse. La spesa militare resta ancora un cardine fondamentale della politica estera americana, preparando un'offensiva contro l'Iran e la costruzione di uno scudo anti-missilistico nel cuore dell'Europa. Non si può dire, dunque, che il sacrificio e la lezione del popolo tedesco sia stato capito realmente dalle potenze del mondo, che hanno abusato negli anni della loro posizione di dominio per fare della guerra uno strumento di "esportazione della democrazia capitalista", e così di quella ideologia occidentale che veniva considerata come vero vincitore.

Il cambiamento del sistema economico e politico è costato centinaia di vite, con cifre non molto distanti da quelle causate dalla costruzione del muro, in quanto tutti i Paesi dell'Europa Orientale sono crollati nel caos e nella povertà, perdendo tutto dall'oggi al domani. La colonizzazione capitalista è stata selvaggia e senza alcuna regolamentazione, dando così vita a speculazioni e svendite del patrimonio di ogni Stato a favore delle logiche delle lobbies che avevano armato le potenze occidentali. La Russia, come la Germania, dal canto suo ha imparato dai suoi errori e ha ammesso il fallimento per cambiare il suo sistema economico e orientarlo allo sfruttamento dell'energia, come valore di garanzia della ricchezza e della solvibilità dello Stato. Ironia della sorte, mentre Mosca si è rialzata, l'America è caduta con l'abbattimento delle Torri Gemelle, un evento altrettanto catastrofico e scioccante, che ha segnato a 10 anni dalla caduta del muro di Berlino, l'inizio del crollo del mito americano. Dal 2001 ad oggi abbia assistito, senza neanche accorgercene, al fallimento silenzioso di una potenza colossale, e allo stesso tempo al suo tentativo di rialzarsi recuperando gli antichi valori patriottici. Senza dubbio, quella realtà bipolare basato sulla paura della mutua distruzione nucleare ha cessato di esistere, ma un mondo unipolare ha dimostrato la sua inconsistenza, com scrivono i quotidiani russi. Oggi, dinanzi a noi cittadini del mondo, vi sono delle grandi sfide, perché alle generazioni future viene chiesta la reale evoluzione della società moderna, con un'economia sostenibile, nuove fonti di energia, equilibrio tra le forze politiche internazionali, fine del mondo sottosviluppato e fine delle guerre. Vista la nobiltà dei nuovi propositi e il fallimento dei tentativi precedenti, è stato affidato al mutuo dialogo tra i vari Stati l'onere di dare una soluzione politica equilibrata per i Paesi. Di tale dialogo si fa principale interprete l'Unione Europea che, ispirandosi ad ideali di solidarietà, vuole creare una organizzazione sovranazionale di Paesi omogenei tra di loro, con un'unica moneta e nessun confine dettato da barriere, leggi o restrizioni.

Un modello che ha avuto sostanzialmente successo nella parte occidentale, essendo costituita da Paesi economicamente forti e simili tra di loro. Cosa diversa è l'ampliamento verso Oriente, dove le differenza diventano sempre più evidenti, e pregiudicano la stessa armonizzazione tra i diversi Stati, i quali non vogliono rinunciare alle proprie caratteristiche alle proprie diversità. Nel frattempo, per nostra fortuna, è fallito il progetto politico-militare dello scudo-missilistico americano, che avrebbe creato le basi per un'ulteriore divisione interna dell'Europa e profonde spaccature nel dialogo con la Russia. Su di esso ha vinto la cooperazione UE-Mosca, volta a guidare i Paesi dell'Est verso un modello europeo, nell'interesse di entrambi i blocchi: dell'Europa per poter crescere, e della Russia per poter vendere energia e fare da ago della bilancia degli equilibri internazionali. Principale esponente di tale strategia è proprio l'Italia che, per bocca del Ministro Frattini, si unisce alla voce del Cremlino per dare un messaggio al mondo in questo anniversario così importante. La «casa comune europea» ed il «nuovo ordine mondiale», restano due concetti nati dopo il muro di Berlino e ancora incompiuti, per dare così spazio "al rilancio politico del rapporto tra la Nato e la Russia sulla base di una partnership reale e tenendo conto degli interessi di sicurezza reciproca. In secondo luogo, la definizione, nel quadro del negoziato in corso, di un nuovo accordo tra Unione Europea e Russia, per dar luogo a un partenariato strategico non solo economico, ma anche politico. Infine, la creazione di una nuova architettura di sicurezza europea". Queste le parole del Ministro Franco Frattini e di Sergei Lavrov nel loro articolo che fa il giro del mondo e ricorda al mondo che non esiste un "ordine mondiale" così come lo ha pensato l'America e le organizzazione mondiali da essa monopolizzate, ma solo una giusta cooperazione tra i Paesi che non utilizzi un braccio armato come quello della NATO per la risoluzione delle controversie.

Un primo evidente risultato di tale strategia è sicuramente l'apertura nei confronti della Serbia, erede della storia recente e lontana della Jugoslavia, e ora divenuta partner strategico di Russia e Cina, e dalla stessa Italia, preparandosi a entrare in Europa e a partecipare alla pianificazione del nuovo piano per la sicurezza europea, oltre che alla strutturazione delle strade dell'energia. I Balcani hanno così riacquistato la loro importanza di area sensibile del continente europeo, accanto al Caucaso e alla stessa Turchia, nuovo astro ascendente, e spesso sottovalutato, del Mediterraneo. In tal senso va vista la riapertura delle trattative di adesione euro-atlantica per Ankara, l'attenzione degli Stati Uniti per la normalizzazione della Bosnia e le pressioni per una retrocessione della Russia nel Caucaso con la proposta di adesione alla NATO per la Georgia e dell'Ucraina. La situazione diventa ancora più complessa se si aggiungono le dinamiche che hanno coinvolto Iran, Iraq e Medioriente, sino alla lontana Cina. Ciò non significa che i Paesi, da quel 9 novembre del 1989, non abbiano fatto progressi nella ricerca della pace e della stabilità, abbattendo le catene delle dittature e delle ideologie. Tuttavia, non si può neanche affermare che la Guerra Fredda sia finita proprio con la caduta del muro, e con essa le divisioni tra Oriente ed Occidente. Un conflitto silenzioso ha continuato in questi lunghi anni, e il fantasma del muro è ancora nel futuro di questa Unione Europea costruita sul concetto dell'emergenza e dunque dell'ampliamento per far fronte la crisi, vedi caso Islanda. Se non si supera la vecchia concezione che l'Occidente è la parte sana e forte in cui l'Est deve entrare per salvarsi, rifaremo lo stesso errore commesso negli anni '90 con i Balcani, ossia quello di non voler comprendere, assorbire ed integrare le loro differenze (e non il contrario). Un domani vi saranno muri invisibili a dividere l'Europa occidentale e quella orientale, se non saranno ristudiate le politiche dello sviluppo dei Paesi e della valorizzazione delle risorse locali, affinché l'immigrazione non sia più una soluzione per fuggire dal proprio malessere, e il caso Romania ha molto da insegnare.

10 febbraio 2009

La fine dei blocchi e le zone di influenza economica

Gli Stati Uniti potrebbero trasferire l'Anti-Ballistic Missile (ABM) all’interno del Mediterraneo, e come possibile base viene considerata l`Albania, assieme a Turchia, Bulgaria e Romania. L'amministrazione di Barack Obama rinuncerebbe così ai piani per Polonia e Repubblica Ceca, dopo le pressioni da parte di Mosca. La scelta dell’Albania come Paese destinatario di questo tipo di progetto è avvalorato anche dall’avvicinamento tra i due blocchi del passato, che renderebbe i Balcani una terra di confine. Lo scenario della sicurezza è destinato ad essere stravolto, in quando la crisi globale ha tracciato delle nuove zone di influenza economica.

Le forti pressioni da parte della Russia per annullare la costruzione di un sistema d'intercettazione dei missili balistici (ABM) a ridosso dei confini del suo territorio, potrebbero decretare il trasferimento del progetto all’interno di un altro Paese. Gli Stati Uniti potrebbero infatti istallare gli intercettori all’interno del Mediterraneo, e come possibile base viene considerata l`Albania, assieme a Turchia, Bulgaria e Romania . Tale ipotesi - non così azzardata come si possa pensare - è stata avanzata dal quotidiano "International Herald Tribune", affermando che Albania, Turchia, Bulgaria e Romania potranno costituire "la striscia di sicurezza", dove installare il sistema di difesa missilistica, come " risposta alla minaccia nucleare dell`Iran". Come rilevato anche dal quotidiano britannico "The Guardian" , per ammorbidire la rabbia di Mosca sarà rimandata l`adesione dell'Ucraina e della Georgia nella NATO, e lo stesso piano dell`amministrazione di Bush per la difesa missilistica in Polonia e nella Repubblica Ceca, definito come "una perdita di tempo che deve essere abbandonata al più presto". Una tesi che potrebbe far parte della nuova politica del Presidente Barack Obama, che rinuncerà ad istallare l’ABM su Polonia e Repubblica Ceca, scegliendo un’altra regione europea che non costituisca motivo di preoccupazione per la Russia. In tale ottica, l’Albania sembra essere la più quotata, per il suo chiaro atteggiamento pro-americano senza riserve, ma anche per la sua posizione strategica all’interno del Mediterraneo.

La scelta dell’Albania come Paese destinatario di questo tipo di progetto è avvalorato anche dall’avvicinamento tra i due blocchi del passato, che renderebbe i Balcani una terra di confine quasi neutrale. In questa regione confluiscono rotte commerciali ed energetiche di interesse per entrambe le parti, tale che è in queste terre che continuerà ad oltranza lo scontro tra Russia ed Occidente per la conquista del Mediterraneo. Uno scontro che coinvolge anche l’Italia e il Caucaso, essendo entrambe delle basi militari per eccellenza. Tuttavia, rappresenta sempre un confronto che viaggia sul filo del rasoio, fatto di guerre silenziose e compromessi diplomatici che stanno cambiando la configurazione delle zone di influenza e, di conseguenza, anche delle organizzazioni internazionali che detengono il potere. L’Alleanza del Nord Atlantico (NATO) è la prima che verrà riformata all’indomani del cambiamento delle zone di influenza. Questo l’esito della Conferenza della sicurezza tenutasi a Monaco, durante la quale è lo stesso Segretario Generale della NATO, Jaap de Hoop Scheffer, ad affermare che "l'Occidente deve rafforzare le sue relazioni con la Russia", così come "Stati Uniti ed Europa" devono raggiungere un nuovo equilibrio. "Tutte le parti devono essere disposte al compromesso", afferma Scheffer, mentre per il presidente francese Nicolas Sarkozy " la Russia non è una minaccia per l'Unione europea e l'Alleanza atlantica", definendo così anacronistico che l’Europa tema un’aggressione militare da parte di Mosca. Allo stesso modo, il Presidente Dmitri Medvedev ha proposto la discussione di un nuovo quadro della sicurezza, in cui siano rimessi in discussione anche gli antichi ruoli attribuiti dall’eredità della seconda guerra mondiale.

Lo scenario della sicurezza è destinato ad essere stravolto, perché oggi è diverso il ruolo che ha ogni singolo Stato, ogni regione e ogni ente sovranazionale, proprio perché l’economia, cambiando, ha dato un nuovo volto alla politica. La crisi economica globale è stata un semplice pretesto per ricreare delle zone di influenza economica, che non saranno tracciate più dalle etnie ma dalla distribuzione della ricchezza. Allo stesso modo, la paura della recessione è un modo per coinvolgere quanti più Stati possibili ad accettare prestiti e linee di credito delle organizzazioni finanziarie internazionali, indebitando di nuovo le economie per far partire la macchina pianificata con Bretton Woods. In un certo senso stiamo combattendo una Guerra fredda diversa. I russi hanno già lanciato il loro sistema, ed è il premier Russo Vladimir Putin ad aver mosso le pedine, e questa volta non saranno missili, né carri armati, ma le armi di una "guerra invisibile", ossia i software più avanzati che permettono di agire all'interno della rete senza lasciare traccia. Ad esempio, Putin ha già detto che la Russia ha bisogno delle sue agenzie di rating, in quanto quelle occidentali non sono più capaci di comprendere "le specificità del mercato russo". "Ovviamente siamo interessati ad avere delle agenzie nazionali di rating che siano capaci di tenere in considerazione in maniera completa le specificità del mercato russo nel loro rating e che offrano qualità e termini accettabili non solo per le grandi compagnie ma anche per le imprese di media grandezza", ha dichiarato Putin, spiegando che la procedura di accreditamento dovrà essere "volontaria, trasparente e il più semplice possibile".

Oggi esistono le zone di influenza transnazionali, un nuovo sistema di rete internet e nuove società di rating: tutto questo viene dalla Russia, che sta usando una forza invisibile, operazioni clandestine economiche, per dare alla propria economia, e quella degli Stati correlati, un nuovo sistema. Tramite agenti commerciali che si nascondono dietro le strutture delle camere di commercio, vengono create nuove finanziarie, mentre i collegamenti con società di Voip sono diventate delle vere basi clandestine economiche. Il tutto viene gestito attraverso protocolli non accessibili alla rete normale. Ed è proprio grazie a tali schemi invisibili che i russi stanno prendendo sempre maggiori posizioni all’interno dei Balcani. Finanziano tutti i partiti di opposizione, i piccoli crepuscoli, creando delle false diaspore all’interno delle quali far confluire denaro, come donazioni, tramite operazioni di rating , che poi sono operazioni di riciclaggio di denaro. Dunque, da oggi in poi, lo scenario politico nei Balcani sarà sempre più instabile, trascinato da una parte dalla falsa riga della crisi economica, e dunque dell’indebitamento dei confronti del FMI e della Banca Mondiale, e dall’altra dall’avanzata russa. Non bisogna dunque cadere nel solito errore di credere nella propaganda della recessione globale e della "guerra fredda" dei blocchi, perché si rischia di perdersi lo spettacolo della vera guerra.

28 agosto 2008

Il Caucaso come il Kosovo?


La Russia non si ferma dinanzi alla Comunità Internazionale, e se da una parte muove le sue navi nel Mar Nero, dall'altro promette una guerra diplomatica. La strategia russa da una parte potrebbe essere un elemento di rottura rispetto al passato, che consente alla Russia di contribuire direttamente alla costruzione di un nuovo ordine mondiale, e dall’altra una conseguenza del passato, e in particolare del riconoscimento dell’indipendenza unilaterale del Kosovo da parte del blocco occidentale. (Foto: Abkhazia e Ossezia del Sud festeggiano la loro indipendenza)

Il riconoscimento da parte della Russia dell'indipendenza dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud rappresenta senz’altro un evento da non sottovalutare, ma soprattutto un fenomeno dalla duplice natura. Da una parte potrebbe essere un elemento di rottura rispetto al passato, che consente alla Russia di contribuire direttamente e con una strategia di impatto alla costruzione di un nuovo ordine mondiale, e dall’altra una conseguenza del passato, e in particolare del riconoscimento dell’indipendenza unilaterale del Kosovo da parte del blocco occidentale. Ad ogni modo si vengono a creare nuove condizioni sulla scena internazionale come effetto domino della violazione del diritto internazionale che aveva aperto il famoso "vaso di Pandora". Molti sono stati gli sforzi dei dirigenti occidentali e kosovari per stabilire che il Kosovo era un caso del tutto unico nel suo genere, e in fine di conti sono stati tutti fallimentari come dimostrato dall’escalation di eventi nel Caucaso. L’Europa e la Nato stanno oggi pagando il grave errore di aver utilizzato due pesi per due misure, e ora la Russia ha imposto loro di dover scegliere di nuovo se ripetere il loro verdetto o contraddirsi. A questo punto, qualora verrà richiesta la rigida applicazione del diritto internazionale che riconosce in parte la sovranità territoriale della Georgia, allora si dovrebbe anche ridiscutere l’atto di prepotenza nei confronti della Serbia, che si è vista sottratta un territorio dopo il dislocamento di diversi contingenti di pace per scopi "umanitari". D’altro canto, le possibilità della Serbia di contestare l'indipendenza unilaterale del Kosovo davanti alla Corte internazionale di giustizia aumentano sempre di più, in quanto si prospetta un’argomentazione valida e ed evidente, quale la dichiarazione esplicita del riconoscimento dell’integrità territoriale di una nazione.

Dunque, poiché nella tensione tra Georgia e Russia si è cristallizzata la stessa crisi kosovara, è necessario risedersi dinanzi ad un tavolo diplomatico e magari rinegoziare determinate posizioni. Ted Galen Carpenter, analista del Cato Institute di Washington, biasimando "l'ipocrisia e i doppi standard" dell’occidente, afferma così che "la posizione degli Stati Uniti e dell'Unione europea sulla questione del Kosovo è insostenibile sia dal punto di vista diplomatico che da quello logico". "Gli Stati Uniti sostengono simultaneamente che l'integrità territoriale di uno stato quasi-democratico come la Georgia è sacrosanta, mentre l'integrità territoriale di uno stato pienamente democratico come la Serbia non è sacrosanta. Questa è un'ipocrisia estrema ed è vergognoso", afferma Carpenter. D’altronde, la Russia, come altri analisti, hanno più volte ribadito la pericolosità del precedente Kosovo, ignorando le conseguenze solo per non ammettere una debolezza di fondo che fa crollare i fondamenti stessi della Comunità Internazionale. La soluzione prospettata da Carpenter è che sia Washington che Mosca propongano "una ritirata diplomatica congiunta", tale che Usa accettino di ritirare l'indipendenza del Kosovo, per spingere gli albanesi ad accettare la proposta di Belgrado sullo status autonomo della provincia, seguiti poi dalla Russia che deve fare lo stesso per Ossezia del Sud e Abkhazia.

D’altro canto, Mosca ha dato a tutti un esempio molto più radicale di quello del Kosovo in materia di risoluzione di un problema internazionale senza ricorso ai mezzi tradizionali. Secondo Boris Chmelev, direttore del Centro di studi politici comparativi presso l’Accademia russa delle scienze, la Russia si è messa in una situazione che "qualsiasi azione causerà conseguenze negative", decidendo di scegliere il male minore. Ha scelto infatti per il riconoscimento dell'indipendenza delle due repubbliche caucasiche, ben sapendo che avrebbe provocato l’ostruzione da parte dell'occidente, e poi la crisi risolutiva dell’antagonismo dei due blocchi, sino all’imposizione di un confronto obbligato. Il non riconoscimento, secondo Chmelev, avrebbe provocato una destabilizzazione all'interno del Caucaso del Nord, cosa ben peggiore che avrebbe posto fine al suo controllo su una regione così strategica. Ad ogni modo, un accordo tra le parti e quanto meno improbabile, e ci prepariamo ad entrare in una fase del tutto diversa della nostra storia, ossia quella della tacita e consensuale spartizione dei territori da parte dei due blocchi a colpi di "indipendenze unilaterali" e "riconoscimenti di parte". Mosca ha infatti dimostrato di essere pienamente in grado di imitare le azioni degli Stati Uniti, e che la "Guerra Fredda" non si combatte in maniera diretta, ma strumentalizzando i conflitti etnici, sino ad una continua e progressiva ricerca delle micro-guerre secolari irrisolte. Dopo i Balcani e Medio Oriente, oggi vediamo disgregarsi il Caucaso, e un domani saranno le lotte interne del Tibet a mettere in crisi la Cina.

30 giugno 2008

Guerra in Iran? America sconfitta in partenza


Con la crisi finanziaria e le speculazioni sul petrolio, si fa sempre più vicina l'ipotesi di un prossimo conflitto armato con l'Iran per rispondere al fallimento del sistema economico-energetico del mondo occidentale. Possiamo tuttavia ipotizzare che il conflitto iraniano è quanto meno lontano, considerando che gli Stati Uniti hanno messo su una grande campagna di minacce e propaganda per demonizzare l’Iran e creare il terrore intorno alle politiche di arricchimento dell’uranio.

La forte speculazione del petrolio e la crisi del mercato finanziario sta creando tutte le condizioni favorevoli per temere l’inizio di un nuovo conflitto bellico come reazione al rischio del crollo dell’impero occidentale. Secondo alcuni analisti, la situazione è particolarmente delicata e complessa, al punto tale che sembra di essere ritornati al contesto economico-finanziario che ha preceduto l’11 settembre. L'economista francese Jean-Pierre Chevallier ha rilevato in particolare dei movimenti borsisti anormali negli Stati Uniti, individuando in essi dei possibili preparativi per affrontare un possibile attacco americo-israeliano contro le installazioni nucleari e militari iraniane. In particolare Chevallier ha notato che quando Shaul Mofaz, il vecchio capo di Stato Maggiore dell'esercito israeliano, ha parlato lo scorso 6 giugno della possibilità di un tale attacco, i mercati azionari sono stati affossati da speculazioni che hanno bruciato più di 800 miliardi di dollari di capitalizzazioni borsiste per gli investitori sulle borse americane. I tracolli improvvisi degli indici di borsa hanno così posto il lecito dubbio che alcune manovre speculative, che si traducono in vere e proprie truffe per gli investitori, siano state utilizzate per reperire fondi da destinare al finanziamento di operazioni militari.

I sospetti sul possibile preparativo di azioni militari, viene riportato poi da Al Jazeera, che afferma che le truppe americane in Iraq hanno creato, durante questi ultimi quattro mesi, quattro basi militari avanzate lungo la frontiera iraniana, a 30 km della città iraniana più vicina, dotate di piattaforme di lancio di missili teleguidati e di sistemi radar. A riportare la notizia è una fonte della sicurezza nazionale irakena, che tuttavia precisa che la creazione di basi alla frontiera con l'Iran non manifesta "intenzioni bellicose" e costituisce solo "una misura di precauzione in caso di attacco iraniano contro Israele". Si viene inoltre a sapere che attualmente, le forze irachene conducono delle operazioni di perquisizione nella città di Amara, a 365 km al sud di Bagdad, considerato come territorio controllato dall'esercito di Mahdi, milizia diretta da Moqtada Sadr, personaggio vicino al Teheran. Sembra dunque che sia venuta improvvisamente meno quella sorta di collaborazione tra l’Iran e l’esercito irakeno nel Sud del Paese, a prevalenza sciita, tale da lasciare il lecito dubbio su un imminente attacco statunitense.

Tuttavia, a chi aspetta un conflitto armato, possiamo rispondere che gli Stati Uniti hanno messo su una grande campagna di minacce e propaganda per demonizzare l’Iran e creare il terrore intorno alle politiche di arricchimento dell’uranio iraniano. Una tesi questa che è avvalorata da molteplici situazioni che inquadrano un intrecciarsi di eventi molto complesso. Innanzitutto, occorre considerare che sull’Iran, unica potenza del Medioriente, si scontrano quattro potenze, che vanno a formare sia due distinti blocchi, che singole controparti che agiscono in relazione ai propri interessi. Da una parte, dunque, vi è la Russia che vede nell’Iran un partner di affari da addomesticare e controllare in ogni caso, per evitare che si trasformi in un improbabile concorrente nella spartizione delle zone di influenza energetica, e la Cina, che vuole avere Teheran come sicura fonte energetica su cui contare per la sua espansione economica. Entrambe tuttavia non hanno mai difeso "a spada tratta" l’Iran all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, lasciando che venissero imposte le sanzioni bancarie e finanziarie chieste dagli Stati Uniti. Il loro parziale coinvolgimento, fa pensare che non si schiereranno direttamente in caso di conflitto, ma si limiteranno ad usare armi diplomatiche, e a sostenere indirettamente l’armamento e le truppe. Dall’altra parte, c’è l’Europa che, sebbene abbia cercato in un primo momento di chiudere un occhio sull’elusione delle sanzioni bancarie imposte dal CS dell’ONU, ha dovuto dare una contro-risposta ferma e decisa, rilanciando le limitazioni e le multe per il regime di Teheran. Anche dall’Unione Europea non giunge nessuna risposta convincente e ferma, perché probabilmente intende lasciare uno spazio per continuare le trattative sulla cooperazione energetica, necessaria per il Nabucco e i progetti di approvvigionamento.

Infine, vi sono gli Stati Uniti, che colpiscono l’Iran sempre in punti ben determinati, come se conoscessero bene le risposte del proprio avversario. Washington cerca di evitare a tutti i costi il programma nucleare iraniano, avvertendoli che non saranno mai autorizzati a produrre armi nucleari. Così poi cercano di convincere il mondo intero, che sono pronti ad attaccare l'infrastruttura nucleare iraniana, magari con l’ausilio di Israele che giocherebbe il ruolo di aggressore iniziale. A giocare un grande ruolo saranno anche le elezioni negli Stati Uniti, ma probabilmente la politica estera americana non cambierà radicalmente a seconda della vittoria di democratici o repubblicani. Tuttavia, occorre considerare che gli Stati Uniti sono in grande difficoltà nella gestione delle loro aree di influenza, ed hanno l’imminente urgenza di rimpiazzare i petrodollari e i Buoni del Tesoro Americano che ormai nessuno vuole più, a fronte di certificati di energia. Il vero scontro armato si avrà molto probabilmente proprio sul mercato finanziario e petrolifero, considerando che la crisi dei prezzi e le speculazioni porteranno a creare una nuova Bretton Woods da qui a 5 anni per ridiscutere il probabile cambiamento delle modalità di scambio alla base del sistema economico. Nel frattempo, è innegabile che gli Stati Uniti non hanno la forza di invadere l’Iran, né di agire dall’interno con una rivoluzione che possa mettere al potere un Governo fantoccio, com’è accaduto per il Libano o l’Iraq. Non bisogna inoltre sottovalutare gli iraniani, che sono degli abilissimi personaggi, che danno il meglio di loro stessi i situazione di forti pressioni, e in questo momento stanno giocando con i Russi e gli Americani per tenere alta la tensione. Spaventano molto anche le contro-risposte che si potrebbero azionare, come la reazione della Cina che lascerebbe fallire il dollaro senza battere ciglio, della Russia che metterebbe in azione la sua fitta macchina diplomatica ed economica.

07 marzo 2008

I primi scontri di una Guerra Fredda soffocata


Lo spettro dello storico scontro tra Oriente ed Occidente si fa sempre più reale, soprattutto dinanzi al crollo del potere delle Nazioni Unite e la netta risalita del potere economico-energetico russo. I primi segnali di disaccordo stanno emergendo proprio all'interno del Consiglio di Sicurezza dell'ONU che comincia ad indebolirsi sempre più, non potendo contare sull'unanimità dei membri permanenti.

Che gli equilibri internazionali stiano cambiando lo si legge chiaramente dalla crisi dell'ONU, che, se non supererà l'impasse del Kosovo sarà costrette a mettere in discussione proprio se stesso. Ma un primo cambiamento lo percepiamo anche nelle dinamiche economiche e politiche, che potrebbe andare a creare una Guerra Fredda tra il blocco occidentale Unione Europea e Stati Uniti, e il blocco orientale Russia e Cina. La divisione tra le due forze sta divenendo sempre più netta, in quanto l'Oriente cresce sempre di più e si pone in contrapposizione con le potenze del passato, che soffrono del caro petrolio e della crisi politica interna. Un contrasto che, tuttavia, potrebbe essere frutto proprio della maggiore occidentalizzazione delle potenze dell'Est, che hanno recuperato il proprio divario e ora si confrontano ad armi pari con un Occidente indebolito e diviso. La lotta tra Oriente e Occidente viene evidenziato sempre più dai media, che vedono nell'ascesa economica russa e nella militarizzazione della Cina una conferma dell'inizio di una Guerra Fredda, che riprende dopo gli anni di crisi e di ripresa della Russia. I primi segnali di disaccordo stanno emergendo proprio all'interno del Consiglio di Sicurezza dell'ONU che comincia ad indebolirsi sempre più, non potendo contare sull'unanimità dei membri permanenti.

Basta considerare l'ultima risoluzione Onu che ha imposto all'Iran una miscellanea di intimidazioni e di promesse di dialogo che ha portato ad un testo che, sostanzialmente, non altera i rapporti economici con i partner orientali, come Cina e Russia, mentre conferma la "criminalizzazione" del nucleare iraniano, visto ancora come una minaccia nei confronti della supremazia nella Regione da parte di Israele e Turchia. Come hanno rilevato alcuni analisti, la risoluzione impone l'arresto di alcuni membri del regime qualora lascino il paese - anche se questi i soggetti individuati non escono mai dall'Iran - mentre nessuna altra istituzione legata al Pasdaran è stata condannata e la sola novità è la possibilità di perquisire navi o aerei per trovare i componenti delle "pericolose" attività nucleari. Perquisizioni che non daranno alcun esito, in quanto i programmi nucleari e balistici del regime iraniano sono principalmente fondati su propaganda e simulazione, oltre che bloccare determinati traffici di armi o droga che utilizzano l'Iran come porto franco. Le misure prese vengono così considerate come "inoffensive", anche perché gran parte di esse sono già in vigore e strumentali soprattutto agli interessi degli Stati Uniti che praticano da tempo un embargo bancario, nel tentativo di privare dell'Iran dei canali per i suoi approvvigionamenti esteri nonché per gli investimenti esteri. Tuttavia, affinchè Washington continui a portare avanti la sua politica economica, ha dovuto fare delle concessioni alla Cina, che ha ottenuto l'abbandono delle vere sanzioni economiche nonché la possibilità di stabilire una maggiore cooperazione tecnica con l'Iran, che potrebbe condurre ad un condono definitivo delle sanzioni. Teheran al contrario mira alla completa cancellazione delle misure facendo leva sul suo ruolo regionale, e al momento la situazione è in una situazione di impasse che rende anche la risoluzione priva di senso. In tal caso, la Russia ha giocato un ruolo neutrale, lasciando che fosse la Cina a schierarsi in maniera più decisiva.

Stesso scenario, ma con un ribaltamento dei ruoli si sta avendo con la questione del Kosovo, che vede la Russia in prima linea per la difesa dei diritti della Serbia, con una lotta su diversi fronti. L'arma del Consiglio di Sicurezza dell'Onu e solo una parte della strategia russa, che cerca di far leva sul settore energetico e su quello geo-politico, mettendo tuttavia da parte un possibile intervento, anche solo precauzionale, con le forza armate. Infatti il Cremlino sta girare a suo favore lo shock del Kosovo, sollevando il polverone dei conflitti "freddi" nell'area post-sovietica, ossia sulle prospettive secessioniste in Moldavia, in Georgia, con le questioni di Abkhazia e Ossezia del Sud, ed infine in Armenia e Azerbaijan, dove la questione del Karabakh rischia di compromettere l'equilibrio politico nel Caucaso. L'evoluzione di tali situazioni sarà uno dei primi elementi su cui riflettere per capire il vero impatto dal punto di vista internazionale del precedente del Kosovo, e proprio su questo farà leva il Cremlino. Non a caso giunge infatti l'eliminazione delle sanzioni inflitte all'Abkhazia nel 1996 dalla Russia, che riguardavano il settore economico, commerciale, finanziario e dei trasporti, invitando anche gli altri paesi membri della Comunità degli Stati indipendenti, CSI, a fare lo stesso. Questa risoluzione potrebbe così costituire un primo passo verso il riconoscimento di questa repubblica auto-proclamata, come ha dichiarato dallo stesso Vice-Presidente della Duma Vladimir Jirinovski. Ricordando che oggi circa l'80% degli abitanti dell'Abkhazia sono cittadini della Federazione della Russia, definisce "assurdo che un paese infligga delle sanzioni ai propri cittadini", ha fatto notare il vicepresidente della Camera bassa del parlamento russo. Tale decisione è stata vista dal Presidente del Comitato per i Rapporti esterni presso il Parlamento georgiano Konstantin Gabachvili come un "primo passo verso l'annessione dissimulata", della repubblica auto-proclamata sul territorio della Georgia. La risposta dell'Abkhazia non ha tardato ad arrivare, e l'assemblea popolare ha approvato due richieste del riconoscimento dell'indipendenza, che verranno inviate all'ONU, e alla Russia. La repubblica auto-proclamata abkhaza segue così l'esempio dell'Ossezia del Sud che in settimana ha inoltrato al segretario generale dell'ONU Ban Ki-Moon, al Presidente russo Vladimir Putin, alla Duma, ai parlamenti dei Paesi della Comunità degli Stati indipendenti (CSI), e così anche all'Unione Europea la richiesta della sua indipendenza. "La Repubblica dell'Ossezia del Sud, durante i suoi 17 anni di esistenza autonoma, ha provato la sua capacità e ha chiesto unicamente che la sua legittimità sia riconosciuta conformemente alla carta dell'ONU", cita il documento che cercherà in ogni modo di godere dell'onda d'urto della proclamazione dell'indipendenza del Kosovo. A questo crediamo che sia abbastanza vano il tentativo degli Stati Uniti e degli stessi Paesi dell'Unione Europea di dimostrare che il Kosovo sia un caso unico, e non diventerà un precedente. "Il Kosovo non provocherà azioni simili nelle altre regioni che chiedono l'indipendenza", "la dichiarazione dell'indipendenza del Kosovo non creerà un precedente". Queste le parole di Richard Holbrooke, rappresentante degli Stati Uniti per i Balcani, il grande demiurgo dell'Accordo di Dayton del 1995. Nella sua dichiarazione leggiamo così un vero messaggio nei confronti della Russia, accennando - come raramente avviene - al possibile ritorno di una Guerra Fredda come un'ipotesi da escludere. Sebbene Holdbrooke ne parli in maniera negativa, lo spettro dello storico scontro tra Oriente ed Occidente si fa sempre più reale, soprattutto dinanzi al crollo del potere delle Nazioni Unite e la netta risalita del potere economico-energetico russo.

06 giugno 2007

La grande farsa della Guerra Fredda


Da troppo tempo ormai le minacce di bombardamenti e di interventi militari risuonano sui media internazionali, come i tempi della Guerra Fredda. Sono molti gli analisti che, nel descrivere l'epoca in cui viviamo citano la "guerra fredda", dinanzi alla contrapposizione di due potenze che lottano ancora per costruirsi una propria zona di influenza: oggi i tempi sono cambiati, perché le minacce fanno il giro del mondo mediante comunicati stampa e conferenze televisive.Ognuno di essi combatte contro un nemico che non esiste più, contro Bin Laden, che non viene citato neanche dagli stessi combattenti di Al Quaeda che continuano a trasmettere i video delle minacce via internet, gli stessi Talebani sono stati dimenticati come Saddam . Nomi, fatti e circostanze che sono stati ripetuti continuamente, sino a entrare nella nostra mentre, nei nostri pensieri per manipolarci, con frasi e parole studiate da una compagnia pubblicitaria per controllare le grandi masse. La verità è che ci troviamo dinanzi ad una grande sceneggiata, in cui gli attori recitano in grande stile, puntano alto e pesano bene le parole per calamitare su di essi l'attenzione dei media: l'obiettivo è creare l'illusione che esista ancora una guerra fredda, e che gli antichi odi tra America e Russia siano quanto mai vivi.

Questo importante incontro tra le otto potenze più ricche del mondo, è divenuto come sempre un'esibizione di buone intenzioni e buone maniere, in stile mediatico, una vetrina propagandistica per il Paese che ospita e un polo di attrazione per le classiche manifestazioni di protesta contro "i potenti della terra": contestatori violenti, intelligence che mettono a punto strategie di guerriglia urbana e repressione poliziesca , lunghe conferenze stampa fatte di tante belle parole. È divenuto così solo un teatro di avanspettacolo, in cui ognuno gareggia a sparare più in alto, perché ormai non si sa più cosa dire per tenere alta l'attenzione su una guerra fredda che non esiste. Ad infiammare gli animi è ancora l'Iran, con la sua politica sul nucleare, e la Russia che annuncia le sue controproposte e precauzioni al piano dello scudo spaziale. Primo tra tutte la moratoria unilaterale chiesta da Mosca al Trattato sulle forze convenzionali in Europa (FCE), che, a parere della Nato, verrebbe poi giudicato patto gravissimo per l'intera sicurezza planetaria. La stessa rivisitazione del trattato, non viene accettata dalla Russia in quanto da anni ormai che l'Europa non ha fatto nulla per impedire che altri Stati continuassero comunque l'armamento. Putin getta la pietra, dà un segnale ai suoi alleati più vicini come prova di potere e di non sottomissione, ma Bush la raccoglie e afferma che è pronto a prendere parte alla conferenza internazionale straordinaria proposta dalla Russia sul Trattato sulle forze armate convenzionali in Europa (FCE), ricordando alle agenzie di stampa che "la Russia non è il nemico", ma non può divenire un avversario. È chiaro che oggi, in questo grande show tenuto a mezzo stampa, vediamo due potenze che di scontrano verbalmente per lanciare un messaggio ai suoi alleati e costruire così la propria zona di influenza all'interno di quei territori in cui non esiste ancora una linea di politica ben precisa, come l'Asia Centrale e l'Europa estremo-orientale, che vivono nel caos proprio a causa di forza invisibili che reggono una regia e determinano la volontà dei governi.

Oggi stiamo così assistendo ad una farsa talmente assurda, che sfiora il ridicolo e mette a dura prova la credulità delle persone: anche le più scettiche oggi si accorgono che qualcosa non quadra, o che gli antichi nemici stanno cambiando. Basti pensare che non si parla più di virus dei polli in Europa, ma se ne parla nei Paesi in via di sviluppo che hanno acquistato container di vaccini dalle nostre multinazionali, non si parla di "cellule dormienti" di Al Quaeda, e intanto alcuni terroristi vengono rilasciati perché le accuse contro di loro inconsistenti. Tuttavia America e Russia si dichiarano la Guerra fredda, mentre di nascosto stringono tacite alleanze per la spartizione dei territori e delle zone di influenza, ai danni soprattutto dei popoli musulmani che hanno rimesso la politica nelle mani delle religioni e dei "capi della resistenza". Fino a poche settimane fa, la Russia annunciava l'imminente attacco all'Iran nonché le esercitazioni navali per la disposizione delle portaerei nel Golfo: oggi Ahmadinejad vende il suo gas e il suo petrolio alla Turchia, coltivando una tacita alleanza con l'America. La stessa regia di sabotaggio esiste negli Stati Uniti, dove da un giorno all'altro viene arrestato chi sosteneva teorie che screditavano la politica del governo centrale, come in Russia, in cui sono all'ordine del giorno gli scandali sessuali e le corruzioni della mafia. Una situazione di crisi la si avverte anche per l'Italia, in cui regna caos e disordine e un clima di compagna elettorale costante, in attesa, infatti, della caduta del Governo. Berlusconi sta facendo carte false per entrare nel governo, arrivare a definire "Gentiluomo" il Generale Speciale, dilungandosi tra polemiche, solo per farsi un po' di pubblicità e distogliere l'attenzione sul fatto che lui è il vero criminale, plurindagato e prescritto: dovrebbe invece ricordare che le vere vittime sono i protestati e che i finanzieri dovrebbero indagare sui veri crimini, invece di saccheggiare le imprese.

Ciò significa che non sappiamo più cosa sta accadendo nel mondo, e l'incontro tra Oriente e Occidente nelle terre dell'Europa Orientale e dell'Asia Centrale sta portando caos, morte e guerra. In questa gara alla spartizione delle terre, grande ruolo sta avendo anche l'Europa, che oggi lavora alla sua nuova forma giuridica, al suo nuovo progetto che darà un restailing alla sua posizione internazionale. Presto verrà abbandonato il progetto della Costituzione Europea, per fare spazio ad un trattato che non richiede l'assenso popolare per la sua sottoscrizione, mentre si cercherà di continuare ad ampliare l'area di libero scambio soprattutto nel mediterraneo. Nicolas Sarkozy, con Zapatero e Prodi, stanno discutendo sulla possibilità di promuove una Unione Mediterranea, nuova organizzazione internazionale, dotata di istituzioni autonome e aperta a tutti i Paesi del bacino del Mediterraneo. Il concetto di fondo è quello di creare una zona cuscinetto all'interno del quale far confluire determinati Paesi, come la stessa Turchia, mentre il governo centrale di tutta l'Europa resterebbe sempre quello di Brussels. Oggi le entità economiche hanno preso il sopravvento sugli Stati Nazionali, che sono vittime non solo delle Massonerie, delle lobbies finanziarie e bancarie, e delle religioni, ma anche quella casta di scientifici che decidono tutt'oggi le tecnologie e le forme di energie che i governi devono utilizzare o incentivare, bloccando così il progresso dell'uomo.