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07 maggio 2009

La Georgia negli equilibri tra Nato e Russia


Continua l'escalation della tensione in Georgia, e dopo settimane di proteste e uno strano ammutinamento militare, il Governo di Tbilisi deve far fronte alle incalzanti pressioni dei partiti di opposizione. La Georgia, e così il Caucaso, resta un Paese importante per gli equilibri di potere tra NATO e Russia. Se Stati Uniti e Unione Europea intendono trasformare questa regione in una zona cuscinetto controllando il passaggio di gasdotti ed oleodotti, la Russia intende affermare la sua influenza per garantire il transito e l'approvvigionamento delle fonti di energia da rivendere ai mercati europei. (Foto: Cartello nel centro di Tbilisi)

Continua l'escalation della tensione in Georgia, e dopo settimane di proteste e uno strano ammutinamento militare, il Governo di Tbilisi deve far fronte alle incalzanti pressioni dei partiti di opposizione. Proprio nella serata di ieri, alcuni leader dell'opposizione unita georgiana, sono stati colpiti alla testa durante gli scontri tra attivisti e la polizia di Tbilisi. Le immagini del "pestaggio della polizia" sono state riprese in diretta dai giornalisti che erano accorsi per documentare le proteste della folla dinanzi alla centrale di polizia a Tbilisi, per chiedere il rilascio dei militari arrestati. La manifestazione si è trasformata in violenza dopo che i militanti del partito di opposizione hanno cercato di sfondare la recinzione posta a protezione della caserma: la polizia ha duramente risposto con manganelli e proiettili di gomma. Il messaggio mediatico però passa, ed è quello di una parte del Paese che chiede le dimissioni del presidente Mikhail Saakashvili già da un mese. Per l'opposizione anche l'ammutinamento è stato una plateale messa in scena del Governo di Tbilisi, che cerca di nascondere le proprie repressioni dando la responsabilità ad agenti russi. "L'ammutinamento di un battaglione di carri armati dispiegati nei pressi della capitale georgiana è stato creato dalla leadership georgiana al fine di distogliere l'attenzione della folla dai problemi reali delle persone", affermano i rappresentanti del partito di opposizione di Tbilisi, spiegando di avere prove a dimostrazione che lo spettacolo organizzato dal Governo era una "realtà virtuale" creata solo per impaurire l'opinione pubblica.

È da rilevare, comunque, che è abbastanza inverosimile anche l'ipotesi di un colpo di stato organizzato da agenti russi, per il semplice fatto che sarebbe una conclusione troppo scontata - a cui il Governo di Tbilisi è arrivato senza molte analisi di intelligence - soprattutto all'indomani delle proteste di Mosca per le esercitazioni della Nato in Georgia. La diplomazia russa ha negato ogni coinvolgimento in questa specie di colpo di stato militare in Georgia, definendo le accuse del Governo georgiano come frutto "del delirio e dell`agonia del regime di Saakashivili". D'altro canto, è innegabile che Mosca abbia qualche ruolo nella creazione di un movimento popolare di dissidenza contro il Governo, spingendosi sino a dettare un ultimatum a breve scadenza per le dimissioni del Premier. Le hanno definite "rivoluzioni colorate", proprio perché nascondono dietro ad una bandiera di partiti e movimenti politici, un intero sistema di pressioni e di poteri, molto spesso di matrice estera. Forse, è proprio in considerazione di questa crisi latente che è stata programmata un'esercitazione militare nel Caucaso, in un territorio in cui Mosca ha dispiegato le sue truppe in difesa dei confini con l'Abkhazia e l'Ossezia del Sud.

Questo fa comunque capire quanto la Georgia, e così il Caucaso, sia importante negli equilibri di potere tra NATO e Russia. Se Stati Uniti e Unione Europea intendono trasformare questa regione in una zona cuscinetto controllando il passaggio di gasdotti ed oleodotti, la Russia intende affermare la sua influenza per garantire il transito e l'approvvigionamento delle fonti di energia da rivendere ai mercati europei. Per tale motivo, quanto accade nel Caucaso è strettamente connesso all'attuale controversia tra NATO e Russia, che ha avuto come effetti ben visibili le espulsioni dei diplomatici russi - in seguito alle accuse di spionaggio contro lo Stato estone - e di quelli canadesi presso il Centro di Informazione della NATO a Mosca. Ora, Inoltre, il rappresentante permanente della Russia presso la NATO ha ricevuto dal Ministero degli Affari Esteri belga l'avviso di revoca dell'accreditamento di due diplomatici. Effetti meno evidenti, sono quelli del progressivo irrigidimento delle relazioni bilaterali, che va a ritardare i negoziati di adesione della Russia, ma conferma che questo famoso dialogo con gli Stati Uniti è molto evanescente, scompare con pochi gesti e in poco tempo. In questa operazione volta ad isolare la Russia, nel tentativo di farla retrocedere dalle sue pretese di rifondare l'Alleanza Atlantica su uno schema di nuovi equilibri, l'Unione Europea ha un ruolo importante, che si sta traducendo nella "europeizzazione" dello spazio post-sovietico, con la promozione del progetto di Partenariato europeo, che organizzerà oggi la prima assemblea costitutiva a Praga.
(Saakashvili stringe la mano ai soldati dopo l'ammutinamento)

La riunione di oggi vedrà la partecipazione delle sei repubbliche dell'ex Unione Sovietica , quali Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Moldavia, Ucraina, e dunque Georgia, rappresentata da Saakashivili in persona. I Paesi post-sovietici non sono invitati a far parte dell'Unione Europea, anche se i capi di Governo stanno cercano in ogni modo di vedervi questa possibilità. I loro capi stanno cercando, naturalmente, di vedere questa partnership in Europa della porta aperta, avendo assunto l'ideale di "membro europeo" come perfetto antagonista democratico del comunismo assolutista. Allo stesso tempo, cercano in questa Unione allargata, qualche stimolo in più rispetto alla Comunità degli Stati Indipendenti che ha rivelato, in questi anni, tutta la sua inefficacia. Molto probabilmente, con il Partenariato Orientale, la liberalizzazione dei visti e l'abbattimento delle barriere doganali passeranno sotto l'egida di Bruxelles, ponendo sotto una luce diversa Mosca. Un progetto, dunque, che sembra andare di pari passo con l'allargamento della NATO, andando così a coinvolgere, in nome della "integrazione euro-atlantica" Paesi che appartengono ad un altro spazio economico che, sino ad oggi, ha bilanciato gli equilibri economici tra Europa e Asia centrale. Non sono da escludere scenari in cui vedremo Bruxelles risolvere le annose questioni di indipendenza ed autonomia di Abkhazia, Ossezia e Transnistria: qualsiasi compromesso, pur di spostare il centro diplomatico da Mosca a Bruxelles. È ovvio che le relazioni di "partneriato" con la Russia non miglioreranno con questo progetto, a meno che non vi sarà qualche Paese europeo che si opporrà a questo totale sbilanciamento dei poteri nell'est europeo. Un ruolo fondamentale potrebbe averlo proprio l'Italia, che sta pian piano ricostruendo la sua economia sulla base di accordi energetici ed industriale sottoscritti anche grazie alla mano russa. Accanto all'Italia vi sono i Paesi dei Balcani Occidentali, che aspettano di entrare in Europa ma mantengono un certo rapporto con la Russia, proprio come la Serbia. Ancora una volta, dunque, Balcani e Caucaso sono pedine importanti per la risoluzione di questo grande rompicapo, che è l'equilibrio dei poteri tra Occidente ed Oriente.

15 aprile 2009

La “non rivoluzione” georgiana


La rivoluzione georgiana ha subito una drastica battuta di arresto, facendo svanire piano piano le previsioni del "colpo di stato" democratico. L’opposizione sembra aver cambiato la sua tattica, imponendo il blocco della residenza del presidente Mikhail Saakashvili a Tbilisi, ventiquattr'ore su ventiquattro. Un'azione che potrebbe cambiare radicalmente la natura del conflitto civile georgiano, passando così ad un metodo di pressione morale.

Quello che è accaduto finora a Tbilisi non sembra una vera rivoluzione. Le manifestazioni dell'opposizione raccolgono meno persone del previsto. Gli esperti hanno individuato tre ragioni principali alla base di questo. In primo luogo, non è ancora passato lo choc dopo la guerra d’agosto, e la gente teme una nuova destabilizzazione, mentre i carri armati russi sono situati a distanza di 35 chilometri da Tbilisi, a Leningori. In secondo luogo, fa insolitamente freddo per il mese d’aprile, a Tbilisi non si ricorda un tempo come questo da 40 anni. La terza ragione è l' impopolarità di alcuni leader dell'opposizione tra l’elettorato che protesta. Si tratta dell’ex-presidente del Parlamento georgiano Nino Burdgianadze e dell’ex premier Zurab Nogaideli.

L’opposizione georgiana ha cambiato la sua tattica, con la decisione di imporre il blocco della residenza del presidente Mikhail Saakashvili a Tbilisi, ventiquattr'ore su ventiquattro. Questa azione, già definita illegale da parte del governo georgiano, può cambiare radicalmente la natura del conflitto civile georgiano. Anche nei giorni precedenti gli oppositori sono giunti davanti al "castello di satana" ed hanno lanciato carote e cavoli, scandendo il grido: "Vattene! Vattene!", ma senza restare per molto o cercare di penetrare dentro. Ora è stata presa la decisione di non lasciare la residenza – anche se la guardia di pubblica sicurezza minaccerà lo scioglimento forzoso del presidio. E’ stata predisposta anche un'altra novità. L'ex candidato presidenziale Levan Gaceciladze ha annunciato che l'opposizione intende passare ad un metodo di pressione morale.

Secondo lui, molti politici, noti scrittori, e personaggi pubblici sono pronti ad imitare l’esempio di suo fratello, il famoso cantante Gheorghiy Gaceciladze, che si rinchiuse in una stanza di 9 metri quadrati e disse che "non esco da questa camera, che somiglia alla Georgia, fino a quando Saakashvili si dimette da presidente". Levan Gaceciladze ha spiegato che molti sono disposti a rinchiudersi nelle gabbie che saranno installate sulle piazze e sulle strade. Tuttavia, la campagna della opposizione ha gia’ avuto effetto. Il capo del Parlamento georgiano David Bakradze ha presentato ieri un’iniziativa inattesa, invitando l'opposizione a creare il governo di coalizione. Ma gli oppositori hanno respinto subito la proposta. Parlando ieri ad una manifestazione presso la sede del Parlamento, il segretario generale del partito “Per la Georgia Unita” Eka Beselia ha dichiarato: “La nostra risposta è una sola - non lottiamo per i posti al governo. La nostra unica richiesta è la rassegnazione delle dimissioni di Mikhail Saakashvili, è una richiesta senza alternative”.

Rinascita Balcanica

10 aprile 2009

Caucaso e Balcani: i limiti dell'accordo USA-Russia


Come per i Balcani, anche nel Caucaso e nell'Europea orientale si cerca di fomentare una crisi per interessi politici, e dunque legati all'equilibrio della regione, oppure economici. In entrambi i casi, possiamo affermare che la situazione, con l'accentuarsi della recessione globale, è mutata e sono cambiati anche i ruoli di protagonisti o antagonisti. E' in queste terre di confine che emergono i grandi limiti dell'accordo tra Russia e America. Ma bisogna stare attenti a questi nuovi "sfollati atlantici" , in quanto i tempi sono cambiati e non si può certo attaccare a viso aperto una regione che sta per entrare nell'Unione Europea, o un territorio di influenza russa.

In quello che sta accadendo nel Caucaso c'è qualcosa di inquietante, che ricorda molto le rivoluzioni "colorate" volte a far arretrare l'influenza russa nelle ex repubbliche sovietiche. Tuttavia oggi, quei mezzi di manipolazione delle masse volte a destabilizzare i Governi, in nome della democrazia, non sembrano avere una deriva completamente occidentale. In primo luogo vi è la Georgia, Stato antagonista della Federazione russa, con contrasti che si sono spinti persino alla guerra e all'intervento armato. Dopo pochi mesi da quell'improvviso bombardamento, la posizione di incondizionata condanna nei confronti della Russia presso la Comunità Internazionale, gradualmente cambia, sino a constatare che Tbilisi ha attaccato per prima le truppe di pace russe. La figura di Saakashvili è stata gradualmente screditata, persino da quell'Occidente che lo aveva difeso ed armato, per poi lasciarlo solo al suo destino di rispondere dinanzi al proprio popolo.

Così, ciò che non è riuscito a fare la guerra, potrebbe farlo ora questo sollevamento di massa contro la guerra, protestando in migliaia dinanzi al palazzo del parlamento georgiano di Tbilisi per consegnare un semplice messaggio al Presidente georgiano Mikhail Saakashvili: "24 ore per lasciare il potere". "La società chiede che Mikhail Saakashvili rispetti la volontà del popolo. Questa è l'ultima possibilità per l'autorità, al di là delle sue ambizioni personali e di lavoro, di prendersi le proprie responsabilità e di lasciare il paese che si trova in una crisi estremamente grave - afferma il documento - Saakashvili dovrebbe consentire al popolo di sostituire il potere con mezzi costituzionali, per dimostrare al mondo di essere una nazione civile e dignitosa". L'opposizione ha così rinunciato al dialogo con il governo e ha promesso di andare fino in fondo. Chi difende questa protesta afferma che si tratta di una reazione "spontanea" per chiudere con i poteri che hanno legami con il comunismo, per dare origine ad un governo democratico. Tuttavia, non facciamoci ingannare da queste parole che richiamano la Guerra Fredda - che dovrebbe essere finita - e riflettiamo su chi veramente guadagnerebbe da un nuovo Governo. Potrebbero essere gli Stati Uniti, che scaricano così un vecchio alleato, come ha fatto con la Polonia ma anche con Iraq o Afghanistan. Tuttavia, potrebbe essere anche la Russia che, usando un linguaggio di controinformazione, parla di comunismo e si fa fautore di movimenti di liberazione per poter imporre nel Caucaso una influenza più forte. In questo modo metterebbe fine al conflitto in Ossezia del Sud e Abkhazia, e stabilizzerebbe la regione come proprio canale di transito per le proprie strade dell'energia.

Entrambe le ipotesi sono realistiche e anche contemporanee, come riflesso dell'accordo di non belligeranza firmato da Medvedev e Obama, oppure come prova dell'inesistenza di tale accordo, e l'inizio di un'altra rivoluzione colorata in Caucaso. Se applichiamo lo stesso ragionamento alle recenti proteste di Chisinau, che ha visto scontrarsi ancora il partito comunista e quello democratico, potremmo dare un senso anche ad un'altra possibile destabilizzazione nella regione ex sovietica. Tutti, al momento, hanno un interesse ad attribuire le agitazioni al cosiddetto "collegamento romeno", denunciato dallo stesso Presidente moldavo Vladimir Voronin, in quanto il nocciolo della questione ricadrebbe sulla questione bilaterale tra la Repubblica Moldova e la Romania. Secondo alcuni esperti, l'assalto al Parlamento ha messo fine ai negoziati tra Chisinau e la Transnistria, e così potrà portare al riconoscimento dell'indipendenza della Transnistria, come chiede da tempo la Russia. Mosca sta cercando di svolgere il ruolo di mediatore, ma ritiene che la striscia di terra al di là del fiume Dnestr sia uno Stato indipendente. Molto probabilmente, Bucarest non è direttamene coinvolta in questa rivolta "spontanea", come pure l'uso come scudo del partito comunista è solo un inganno, per sviare i reali fomentatori. Infatti, come fu allora per i Balcani, anche nel Caucaso e nell'Europea orientale si cerca di fomentare una crisi per interessi politici - e dunque legati all'equilibrio della regione - oppure economici. In entrambi i casi, possiamo affermare che la situazione, con l'accentuarsi della recessione globale, è mutata e sono cambiati anche i ruoli di protagonisti o antagonisti.

Oggi l'America di Obama è diventata sempre più arrogante e sta perdendo colpi, da tutte le parti e in qualsiasi settore, tanto da fare irritare parecchi politici, che ora la accusano per gli errori compiuti contro la Serbia e la Georgia. Una debolezza che si è mostrata anche con la vergognosa gaffe fatta nei confronti dell'Italia, offrendo un aiuto inferiore a quello della piccola Albania (50.000 dollari a fronte dei 50.000 euro di Tirana), e dando ancora meno al Governo albanese dopo l'esplosione del deposito di munizioni di Gerdec, nelle cui indagini è stato direttamente coinvolto il Pentagono. L'ambasciatore americano di Tirana ha così offerto solo mille euro alle vittime di Gerdec. Questo è solo un piccolo dettaglio, rispetto ai tentativi di infondere il sospetto che un imminente conflitto si possa abbattere nella regione, a partire dalla Bosnia e dalla Republika Srpska. Ed è proprio in questo Stato già politicamente instabile, che stanno cercando di destabilizzare l'equilibrio locale. Dopo la dichiarazione di Trasparency International contro il Governo sulla regolarità della vendita della raffineria di Brod Bosanski ad una società russa, cominciano a circolare anche strane indiscrezioni sulla possibile destituzione del Premier Milorad Dodik da parte dell'Ufficio OHR per la violazione degli Accordi di Dayton.

Quello di Transparency è un ulteriore tentativo di far crollare il Governo della Srpska, dopo la caduta nel silenzio del dossier "incompleto e inconsistente" redatto dalla SIPA, nonostante abbia fatto tanto rumore, rivelandosi nient'altro che un bluff. Un'operazione di sabotaggio che potrebbe avere un altro obiettivo, ossia anche quello di persuadere la Republika Srpska a firmare un gravoso accordo di finanziamento con in Fondo Monetario Internazionale, che ricadrebbe su tutti i cittadini della Bosnia Erzegovina, nonostante serva solo per l'entità bosniaca (l'unica fortemente indebitata ed in recessione). Ovviamente, è necessario ricorrere a questi metodi subdoli di ricatto, considerando che le figure internazionali lì presenti non incutono poi così tanta paura; lo stesso Raffi Gregorian, piccolo feudatario del Distretto di Brcko, sembra essere stato abbandonato da Washington. L'America si sente così tanto isolata, da cercare in ogni modo di rientrare nella giostra balcanica, e persino gli inglesi vogliono un protettorato unico per i Balcani europei, consapevoli di aver perso terreno. Ma bisogna stare attenti a questi nuovi "sfollati atlantici" , in quanto i tempi sono cambiati e non si può certo attaccare a viso aperto una regione che sta per entrare nell'Unione Europea.

Per tale motivo, la Washington ufficiale gioca con diplomazia e cerca il suo riavvicinamento ai Balcani proprio dalla città che ha provocato ogni rottura, ossia Belgrado. Gli Stati Uniti sembrano mostrare una maggior apertura verso la Serbia, sostenendone l'integrazione nell'Unione Europea e cercando al più presto un incontro con la dirigenza serba. Allo stesso tempo, saluta con ottimismo il "road map" del Ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, per risolvere ogni questione pendente entro l'anno, ed avviare la liberalizzazione dei visti nel 2010. Tuttavia, se da una parte spinge l'Europa a prendere una posizione di guida nei Balcani, dall'altra cerca di mantenere fermi dei punti essenziali che fanno da leva per la destabilizzazione della regione, quali il Kosovo e la Bosnia: entrambi sono territori che Washington non lascerà mai. Lo stesso impegno per l'ingresso nella NATO di Croazia ed Albania, mostrano il chiaro obiettivo di avere il favore di questi Paesi per il dislocamento di nuove basi militari strategiche e l'istallazione di strutture di difesa.
Come avete potuto notare, dunque, se da una parte sono finiti i conflitti e le guerre, dall'altra sono cominciate le rivoluzioni colorate, i sabotaggi politici, e le manovre di "integrazione euro-atlantica controllata".

20 novembre 2008

La politica asimmetrica di Russia e UE


Le direttrici degli equilibri tra il blocco euro-occidentale e quello russo cambiano. L'Eulex ottiene il consenso di Russia e Serbia per il dispiegamento in Kosovo, mentre l'Ossezia e l'Abkhazia una prima opportunità di ottenere delle trattative di pace. Un nodo politico che lega Mosca e Bruxelles, e confluisce poi nel patto energetico che si sta delineando: l'UE chiede l'indipendenza dalle fonti russe, mentre Mosca offre investimenti e corridoi dell'Energia.

Dispiegare la missione Eulex in Kosovo ed iniziare le negoziazioni di pace per il Caucaso. Queste le nuove direttrici degli equilibri tra il blocco euro-occidentale e quello russo, estremi della nuova politica estera "asimmetrica" che guideranno la cooperazione tra Bruxelles e Mosca. Infatti, se da una parte l’Europa è riuscita ad ottenere un consenso sulla missione giuridica in Kosovo, approvata dalla Russia e dalla Serbia, dall’altra Mosca ha ottenuto il parziale riconoscimento dell’aggressione della Georgia nei confronti dell’Ossezia del Sud, nonché l’inizio, con la riunione di Ginevra, delle discussioni sul conflitto georgiano. Se da una parte è stato confermato che la Comunità Internazionale difende la sovranità della Georgia, dall’altra si apre uno spiraglio sulla sicurezza dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhasia con la presenza delle forze russe e UE per garantire l’implementazione della pace. Forse pochi si aspettavano questa sorta di accordo bilaterale di non belligeranza tra le due potenze, venutosi a creare proprio nel momento di completa assenza degli Stati Uniti, che sono riusciti ad ottenere solo rinvii ad oltranza.

Tra tutti, sono senza dubbi gli albanesi del Kosovo ad aver subito maggiormente il contraccolpo di questo strano assestamento degli equilibri internazionali, e cercano ora di rivendicare quel diritto di auto-determinazione, a cui hanno rinunciato quando sono scesi a patti con la Nato e i terroristi dell’UCK. Hanno chiesto l’indipendenza e l’hanno avuta, hanno preteso una Costituzione e un Governo e sono stati creati proprio per loro, insieme ad una bandiera e a dei passaporti. Ovviamente sono stati manipolati dai grandi demiurghi che avevano già previsto come strappare il Kosovo alla Serbia per poi militalizzarlo e trasformarlo in una rocca forte militare a presidio dei grandi corridoi che attraversano i Balcani. Oggi, tuttavia, gli albanesi si svegliano da una sorta di torpore e decidono di scendere in piazza per protestare contro il proprio Governo - lo stesso che hanno difeso nonostante le terribili accuse che gravano su ognuno dei membri - e contro l’Unione Europea che intende insediarsi in Kosovo senza rispettare, a loro dire, "il volere del popolo". La situazione è talmente paradossale, che gli stessi albanesi non possono credere di essere stati completamente raggirati. Credevano di aver creato uno Stato, invece hanno fatto una base militare perpetua, una prigione d’oro in cui ci si sono rinchiusi con le loro stesse mani: i loro documenti sono inutili, le loro istituzioni non sono accreditate né riconosciute, mentre la loro economia è fortemente arretrata e monopolizzata dal contrabbando e dalla criminalità. Solo oggi, all’indomani del dislocamento dell’Eulex si rendono conto che lo Stato che hanno proclamato indipendente è una provincia satellite di un "Governo ombra" che non si conosce, con una instabilità interna ben peggiore della Bosnia Erzegovina.

Questi anche se sembrano dettagli, rappresentano invece degli importanti segnali per capire verso quale direzione stanno evolvendo gli eventi. I Balcani, così come il Caucaso, rappresentano le valvole di sfogo dell’instabilità dell’Europa e la loro pacificazione, in nome di un accordo innaturale, equivale alla firma dell’armistizio e della partnership tra UE e Russia, mettendo da parte gli Stati Uniti. Qualcosa che si era già avvertito nell’aria in occasione del vertice di Nizza, per poi essere confermata al G20 di Washington. Dopo il gelo della guerra nel Caucaso, gli accordi di partnership tra le due potenze sono nati con diverse premesse e presupporti. Dinanzi allo spettro della crisi economico-finanziaria, la cui responsabilità è stata senza dubbio addossata all’Amministrazione Bush, Russia e Unione Europea sembrano avvicinare le loro posizioni, benché Mosca desideri una svolta ben più netta, sulla riforma del sistema finanziario mondiale e delle istituzioni finanziarie come la Banca mondiale ed il FMI. Una conciliazione che sembra sia iniziata a parire dalle trattative per la cooperazione energetica, e delle "strade del petrolio" che la Russia costruirà proprio per l’Europea. All’indomani della pubblicazione del piano strategico per la sicurezza energetica dell'UE sino al 2030, è sempre più evidente che, quei punti di contrasto con Mosca, si apprestano a divenire sempre più dei punti di contatto.

Il piano, che si snoda su sei punti principali, prevede innanzitutto la creazione di una rete energetica sovranazionale che fa da interconnessione delle diverse reti elettriche dei Paesi membri, stanziando 2.000 miliardi di euro ben sapendo, tuttavia, che allo stato attuale è avvero difficile da attuare. Tale progetto, confluisce poi a sua volta nel piano Community Gas Ring, elaborato dalla Commissione Europea al fine di riunire tutte le reti energetiche e gassifere dell'Europa prima "in una tela energetica" e dopo “in un anello energetico". La Commissione cerca infatti di risolvere il problema della dipendenza energetica verso la Russia, con lo sviluppo di un corridoio che tagli l’Europa Sud Orientale per instradare le riserve del Mar Caspio e del Vicino-Oriente verso l'UE, di strette relazioni con i Paesi del Mediterraneo da cui importare gas ed elettricità, di trattative supplementari per il trasporto di gas verso l'Europa centrale ed orientale.
In tal senso si sta già muovendo per costruire il suo "corridoio del sud" che potrà attingere dalle riserve di gas del Turkmenistan e del Kazakistan, ma anche dall'Azerbaigian, mediante la costruzione di un nuovo gasdotto che attraversa il Mar Caspio, la Turchia ed i Balcani per poi salire verso l'Austria. A tal fine, il 2 dicembre la Commissione europea lancerà la procedura d'approvazione dell'accordo commerciale transitorio con il Turkmenistan, che permetterà di acquistare gas senza intermediari. Allo stesso modo, l’anno prossimo verrà creato un consorzio tra le più grandi società europee, "Caspian Development Corporation (CDC)", che dovrà occuparsi delle operazioni di acquisto, del trasporto e della vendita del gas del bacino del Caspio, nonché della creazione di infrastrutture. Per ciò che riguarda la partnership del Mediterraneo verrà estesa la cooperazione gassifera e petrolifera con la Libia, e probabilmente anche con l'Iraq, mentre le direttrici "nord-meridionali" dovranno realizzare un collegamento con i Paesi baltici e del Mediterraneo.

Ovviamente, il piano energetico europeo è stato fortemente criticato dalla Russia, ritenendo che si basa su ragioni puramente politiche e non su necessità economiche: trasportare verso l'Europa gas della Libia sarà molto più costoso che importarne dalla Russia, e allo stesso modo trattare con il Turkmenistan, ancora legato da accordi presi con Mosca, senza passare attraverso Gazprom è alquanto impossibile. Per cui, se l'UE ha cercato con ogni modo di dare ad intendere che non ha bisogno della Russia dal punto di vista energetico, Mosca diplomaticamente si offre come un partner da cui trarre benefici e di cui non può fare a meno. Si ritorna così alla questione di sempre, ossia al fallimento ormai decennale dei progetti dei gasdotti europei, come il Nabucco, che non possono contare su delle fonti di approvvigionamento, e alla rapida e tenace opera dei consorzi di partnership russe.
Diventa di nuovo protagonista il Nord Stream, che deve collegare il porto russo di Vyborg al porto tedesco di Greifswald attraverso il Mar Baltico, e deviano le tratte dei Paesi del Nord Europea come la Polonia. Non a caso, il Primo Ministro russo Vladimir Putin, pochi giorni prima del vertice di Nizza, aveva infatti affermato che “l'Europa deve decidere se ha bisogno o no del gasdotto del Nord Stream che passa sotto il Mar Baltico, e se ne non ha bisogno, costruiremo impianti di rigassificazione per il mercato mondiale, oltre che europeo, ma questo costerà di più", precisa con una forte vena polemica, ricordando che l’opera costa alla Gazprom ben 7,4 miliardi di euro e forse sarà ancora più costosa in vista della crisi finanziaria. Il promemoria di Putin non poteva essere più stringato ed opportuno, visto che non si è fatta attendere la replica del rappresentante della Commissione europea a Mosca, Marc Franco, che precisa come l’UE non abbia mai "messo in dubbio la necessità degli investimenti nel progetto Nord Stream". La sottile polemica di Putin fa certamente trasparire come i vecchi contrasti sono divenuti fonte di investimento reciproco, a partire dall’aspetto energetico sino a quello meramente politico. I Balcani e il Caucaso diventeranno probabilmente terreno di confronto bilaterale, mentre i corridoi che questi vedranno attraversare saranno destinati alle esportazioni della Russia e alle importazioni dell’UE.

10 settembre 2008

Holbrooke va in Kosovo, ma non convince

Richard Holbrooke si reca in Kosovo per incontrare dirigenti, politici e ricercatori del Kosovo per parlare dello economico e sociale della città. La sua missione in Kosovo, all’indomani del riconoscimento di Abkhazia ed Ossezia del Sud da parte della Russia, è un tentativo di Washington per ribadire la propria presenza e fare un piccolo sopralluogo sulla sua piccola colonia rubata alla Serbia, in un momento in cui si teme molto per il prosieguo del riconoscimento a livello internazionale.

L’ex inviato degli Stati Uniti nei Balcani Richard Holbrooke ha terminato oggi la due giorni in Kosovo, durante la quale ha incontrato dirigenti, politici e ricercatori del Kosovo per parlare dello economico e sociale del Paese. Il suo viaggio in Kosovo, all’indomani del riconoscimento di Abkhazia ed Ossezia del Sud da parte della Russia, è un tentativo di Washington per ribadire la propria presenza e fare un piccolo sopralluogo sulla sua piccola colonia rubata alla Serbia, in un momento in cui si teme molto per il prosieguo del riconoscimento a livello internazionale. L’architetto dell’Accordo di Dayton e della "pace" all’interno della Bosnia, vero e proprio capolavoro di balcanizzazione, ha incontrato il Presidente Sedju e gli altri cosiddetti "dirigenti", riformati e messi a nuovo dai consulenti PR e di marketing dopo la militanza nell’Uck. Basti pensare che ha incontrato a porte chiude, in uno degli alberghi di Pristina, anche con il capo del Partito d'opposizione, Alleanza per il Futuro di Kosovo, l’ex generale dell’UCK Ramush Haradinaj e da poco liberato dal Tribunale Internazionale dell’Aja dopo le sue accuse di crimini di guerra contro il popolo non-albanese in Kosovo.

La sua missione, dunque, è stata quella di rassicurare il popolo kosovaro che non vi è nulla da temere per il futuro del Kosovo e ribadire l’impegno statunitense nel portare a termine il progetto iniziato lo scorso settembre. Nel suo discorso tenuto dinanzi ai membri del Parlamento, fa un rapido excursus degli eventi recenti in Kosovo, ponendo in primo piano "i suoi sforzi per mettere pace in Kosovo e nella regione, durante il regime di Milosevic", auto-celebrandosi come missionario di pace, quando è stato sempre un emissario di guerra. Innanzitutto chiede all’Unione Europea di non aprire le porte alla Serbia fin quando non accetterà l'indipendenza del Kosovo, e così afferma: "Se la Serbia vuole entrare nell'UE, potrà farlo solo sulla base di un accordo di piena comprensione riconoscendo il Kosovo come indipendente. In caso contrario l’Europa farà il grande sbaglio di portare all’interno della Comunità grandi contrasti interni". Ovviamente gli Stati Uniti temono sempre che l’amministrazione del Kosovo, e dei suoi rapporti di coesistenza con la Serbia, vengano decisi sulla base dell’intermediazione di Bruxelles, temendo così di perdere la sua posizione nei Balcani. Holbrooke ha negato inoltre ogni parallelismo tra Kosovo e Ossezia del Sud e Abkhazia, spiegando che "la Russia si è impadronita di una parte del territorio della Georgia", al contrario nel caso del Kosovo "USA, Onu e UE hanno rimesso l’amministrazione della regione alla Comunità Internazionale dal 1999 al 2008, e il Kosovo ha proclamato l'indipendenza dopo che la Russia ha bloccato con il veto il piano Ahtisaari". "Quello che ha fatto il Kosovo è stato totalmente corretto", afferma perentorio, cercando in ogni modo di segnare le dovute distinzioni tra i due casi, anche per nascondere l’incoerenza e la contraddizione degli Stati Uniti dinanzi ai principi di "auto-determinazione" dei popoli.

Sminuisce la criticità del momento, e afferma che il ruolo della Russia e le sue pretese di ricattare l`indipendenza del Kosovo "minacciando la Georgia" sono una semplice manovra contro gli Stati Uniti. "I russi non si preoccupano di ciò che sta accadendo qui. Loro agiscono cosi perchè vogliono contro rispondere agli Stati Uniti d'America", simulando ancora una volta le intimidazione di una Guerra Fredda che non esiste. Cerca di tranquillizzare ulteriormente i kosovari sul problema del riconoscimento dell’indipendenza, definendo la quota di 46 stati un ottimo risultato "considerando la diplomazia aggressiva della Russia". Definisce l'indipendenza del Kosovo come un processo irreversibile, al di là delle pressioni della Serbia e della Russia, sul quale ha più importanza il riconoscimento dei Paesi limitrofi come Montenegro, Fyrom e Grecia. Avendo già ottenuto un riconoscimento da parte dei Paesi più potenti al mondo e confidando che lo stesso Tribunale Internazionale di Giustizia deciderà in maniera positiva, ha suggerito al Governo e alle sue Istituzioni di concentrarsi di più sullo sviluppo economico del Paese. “Più di 46 Stati vi hanno riconosciuto ormai e ancora altri vi riconosceranno. Sono certo che avrete ulteriori risultati durante l'Assemblea Generale dell’ONU, così come spero che i membri delle Organizzazioni islamiche e della Lega Araba apporteranno il loro contributo, ma prima di tutti la Macedonia e il Montenegro - afferma Holbrooke - . Non vi è alcun dubbio che aumenterà il numero degli Stati che approveranno il riconoscimento, al di là della decisione che prenderà il Tribunale Internazionale di Giustizia. Ma quale decisione credete che prenderà? È ovvio che confermerà la vostra decisione, e sono convinto che deciderà in vostro favore", afferma Holdbrooke rivolgendosi ai kosovari.

Cerca a questo punto di attirare l'attenzione dei dirigenti sullo sviluppo economico del Paese trovandosi in una situazione economica molto frangibile e vulnerabile. "I vostri avversari si aspettano che vi indeboliate economicamente. Non vi potranno violare dal punto di vista politico, perché siete un Paese indipendente, e per la prima volta nella vostra storia è una verità irreversibile. Però la vostra economia è fragile", esclama Holbrooke. Da parte kosovara, il ruolo di Holbrooke è stato mirabilmente lodato, definito come straordinario, "in momenti chiave e molto sensibili". "Con piena ragione lo definisco come una parte attiva della storia del Kosovo e del suo futuro - ha detto il Presidente Fatmir Sejdiu continuando - ho informato l’inviato americano che stiamo lavorando seriamente per l'implementazione di tutti i criteri democratici, per la nostra visione sull'Unione Europea e la NATO e sui rapporti speciali con gli Stati Uniti, nonché sui nostri tentativi ad intraprendere il reale sviluppo economico", afferma Hashim Thaci. Holbrooke analizza l’attuale situazione economica e afferma che le grandi risorse naturali non sono state ancora sfruttate al meglio, e occorre creare nuovi posti di lavoro nonché dare nuovi impulsi di sviluppo all’economia, ponendo particolare importanza all’integrazione all’interno degli occidentali. "Se non riuscirete a aderire all’Unione Europea entro 10 anni, sarete isolati per sempre", afferma Holbrooke descrivendo tale obiettivo di importanza vitale, da raggiungere cercando prima di ogni cosa di mettere da parte le distorsioni politiche interne, essendo ben conscio che la semplice indipendenza non ha risolto nessuno di tali problemi, mentre ne ha messa in evidenza altri.

Primo tra tutti il malessere interno, derivante dal sottosviluppo industriale ed economico, che prima aveva come alibi e capro espiatorio la Serbia e il regime di Belgrado, senza che nessuno abbia mai messo in discussione l’opprimente presenza della missione internazionale. Dinanzi all’evidente arresto nell’evoluzione diplomatica del Kosovo, dopo che molti Stati si sono rifiutati di riconoscere la sua indipendenza ed altri hanno nettamente respinto la validità dei suoi documenti di viaggi, negli ambienti di Pristina cresce sempre di più il malumore, l’insoddisfazione e l’inquietudine. I recenti eventi del Caucaso non hanno certo contribuito ad appianare le incomprensioni, come invece molti ritenevano, vedendo nel riconoscimento di Abkhazia e Ossezia del Sud un tentativo della Russia di rivedere la propria posizione anche sul Kosovo. In realtà così non è stato, in quanto non solo la forza politica sul piano internazionale della Russia è aumentata sempre di più, dinanzi alla totale impotenza della Comunità Internazionale - Ue e Stati Uniti innanzitutto - quanto ha ribadito più volte che l’indipendenza del Kosovo dovrà essere esaminata sia dal Consiglio di Sicurezza Onu che dal Tribunale di Giustizia Internazionale dell'ONU. È chiaro che Bruxelles non è in grado di arginare la predominanza della situazione, e lo si legge proprio negli occhi smarriti di Kouchner e nel sorriso beffardo di Medvevdev ascoltando le parole "robotiche" di Sarkozy.

03 settembre 2008

Il Caucaso diventa una polveriera e la Russia sbaraglia i concorrenti


Mentre i riflettori sono ancora puntati al presunto conflitto russo-occidentale, dopo il netto taglio dato dal vertice straordinario di Bruxelles, la Russia perfeziona il suo piano per la messa in sicurezza delle autostrade dell’energia. La Georgia infatti perde il suo ruolo di strategicità nel Caucaso per divenire sempre più una polveriera, al contrario della Russia che rafforza i suoi rapporti con Uzbekistan e Azerbaigian, partners del gasdotto Nabucco.

Mentre i riflettori sono ancora puntati al presunto conflitto russo-occidentale, dopo il netto taglio dato dal vertice straordinario di Bruxelles, la Russia perfeziona il suo piano per la messa in sicurezza delle autostrade dell’energia. Come molti hanno osservato in questi giorni di guerra, la Russia ha consolidato la sua posizione su di una regione strategica che, a conti fatti, mancava all’appello della ragnatela infrastrutturale della Gazprom e che rischiava, nel lungo termine, di creare un mercato alternativo e concorrenziale rispetto a quello russo. La Georgia, che occupa una posizione radicalmente pro-occidentale, è infatti un mero intermediario territoriale nell'attuazione di un certo numero di progetti. Da un lato vi sono infatti i giacimenti del Mare Caspio, e dall’altro quelli del Mar Nero, divisi così da Azerbaigian, Georgia, Armenia: sui loro territori si diramano le pipelines Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC) finanziato dalla British Petroleum nonché dalla Banca mondiale e dalla Banca Europea, il gasdotto Baku-Supsa dal rendimento di 0,145 milioni di barili al giorno, le ferrovie che collegano i due porti petroliferi georgiani di Batumi (circa 0,3 milioni di barili al giorno) e di Kulevi (circa 0,2 milioni di barili al giorno) ed il gasdotto Baku-Tbilisi-Erzurum di 6,6 miliardi di m3 all'anno.

Il transito di gas da parte della Georgia ha cessato dopo la guerra in Ossezia del Sud, quando il 12 agosto, il trasporto del petrolio azerbaigiano con la conduttura Baku-Supsa è stato interrotto, ed attualmente viene esportato solo sulla tratta Baku-Novorossisk. Anche Il Kazakistan ha espresso la sua intenzione di orientare di nuovo il suo flusso petrolifero dei porti georgiani verso il suo mercato interno, per oltre un milione di tonnellate di combustibile strategico. Serik Bourkitbaiev, Presidente della società petrolifera nazionale KazMunaiGaz, ha dichiarato che, “benché il porto georgiano di Batumi sia restato intatto nel corso degli eventi nel Caucaso, e che nessuna azione sia stata diretta contro lui, la preoccupazione rimane".
Lo scoppio delle tensioni, d'altro canto, era inevitabile. Da tempo era ben noto che le relazioni tra Georgia e Russia erano ormai degenerate, dopo la presa di potere a Tbilisi nel gennaio 2004 del Presidente Mikhaol Saakashvili, che sin dai primi giorni ha dichiarato guerra aperta nei confronti di Mosca, annunciando le sue intenzioni di importare gas dall'Iran, Azerbaigian e l'Asia centrale per ridurre la sua dipendenza energetica dopo il forte aumento del prezzo del gas russo.

Tbilisi ha nel tempo cercato di prendere il controllo del gasdotto costruito tra Armenia e Iran - progettato per essere in futuro utilizzato instradare il gas iraniano verso la Georgia e l'Ucraina - ma, dopo un accordo concluso tra la stessa Armenia e la Russia, il gigante russo Gazprom ha ottenuto il controllo del gasdotto armeno-iraniano, decidendone così la gestione. Infatti il gasdotto viene calibrato in maniera tale da fornire energia all'Armenia - con un diametro di 70 m - ma senza essere in grado di esportare del gas in Georgia, che viene indirettamente esclusa. A questo punto si inserisce, strategicamente il BTC che va a sfruttare proprio la posizione strategica della Georgia e dunque il suo accesso sia alle strade del mare del Mar Nero che ai giacimenti del Mar Caspio. La Georgia, così, da una parte rafforza la sua infrastruttura portuale ospitando sempre nuovi terminal, e dall’altro sponsorizza la costruzione del BTC, che, con una conduttura di circa 1.700 km, permette di istradare un milione di barili al giorno dal mare Caspio fino al porto mediterraneo turco di Ceyhan, passando dall'Azerbaigian, la Georgia e la Turchia, facendo così fronte alle esportazioni di 4 porti del mare Nero dove è imbarcato il petrolio che transita per il sistema degli oleodotti russi.

È chiaro che dietro il riconoscimento dell’indipendenza delle regioni georgiane, nonché ex repubbliche sovietiche, vi sono motivi che vanno al di là della politica e del confronto con gli Stati Uniti. L’Abkhazia e l’Ossezia del Sud rappresentano un canale di accesso alla regione caucasica in netta concorrenza con la Georgia, che perde così il suo ruolo nel boicottaggio dei gasdotti russi. La loro strategicità, viene ancor più messa in risalto dal recente accordo raggiunto tra Russia e l'Uzbekistan per la costruzione di un nuovo gasdotto destinato alle esportazioni di gas turkmeno ed uzbeko. "E’ stato concluso un accordo per dare inizio agli studi di fattibilità in comune per la costruzione di un nuovo gasdotto sul territorio uzbeko per garantire la crescita del potenziale d'esportazione del Turkmenistan e dell'Uzbekistan - ha dichiarato Putin durante la sua visita - Vediamo che le prospettive di tale partenariato non cessano di crescere. Le intese sullo sviluppo del trasporto degli idrocarburi tramite gasdotti svolgono un ruolo importante non soltanto per la Russia e per l'Uzbekistan, ma anche per i vicini dell'Uzbekistan, in particolare per il Turkmenistan, nonché per i nostri partner, in particolare in Europa occidentale", conclude Putin.

Nel frattempo, la Russia prosegue i negoziati con l'Azerbaigian sulle consegne di gas e di petrolio, dopo che il vertice tra i due paesi tenutosi a giugno a Baku ha suggellato la loro cooperazione sulla base di un "memorandum d'amicizia e di cooperazione strategica" firmato tra i due stati. Di conseguenza, la Russia mostra la sua volontà ferma di diventare un acquirente ed un partner affidabile per l'Azerbaigian in materia di transito di idrocarburi, dopo che la Georgia è divenuta una pericolosa polveriera. Per cui, se sul piano diplomatico l’Unione Europea decide se escludere o meno la Russia dai negoziati bilaterali e dalla stessa Organizzazione del G8, dall’altra la Russia sferra un duro colpo al gasdotto Nabucco che aveva come partner privilegiato proprio il Turkmenistan e l'Azerbaigian, per poi sfruttare le reti esistenti che attraversano il Caucaso fino alla Turchia, come la linea Bakou-Tbilisi-Ceyhan. È ovvio che senza l'accesso al gas turkmeno, la fattibilità del progetto Nabucco è seriamente rimessa in discussione, dando così la possibilità alla Russia di rafforzare ancora più le sue posizioni sul mercato del gas in Europa e sul mercato mondiale del petrolio. In tale prospettiva sembra essere molto più importante una stabilizzazione della situazione politica in Georgia, al fine di riabilitare i progetti alternativi di transito energetico tra i due continenti.
Il sabotaggio dei progetti europei, dunque, è quanto meno chiaro, persino ai 27 capi di Stato riunitisi a Bruxelles, che hanno sapientemente deciso di conservare la Russia come partner strategico dell'Europa ed impedire una nuova tappa storica della guerra fredda, che in fin dei conti "non conviene a nessuno".

28 agosto 2008

Il Caucaso come il Kosovo?


La Russia non si ferma dinanzi alla Comunità Internazionale, e se da una parte muove le sue navi nel Mar Nero, dall'altro promette una guerra diplomatica. La strategia russa da una parte potrebbe essere un elemento di rottura rispetto al passato, che consente alla Russia di contribuire direttamente alla costruzione di un nuovo ordine mondiale, e dall’altra una conseguenza del passato, e in particolare del riconoscimento dell’indipendenza unilaterale del Kosovo da parte del blocco occidentale. (Foto: Abkhazia e Ossezia del Sud festeggiano la loro indipendenza)

Il riconoscimento da parte della Russia dell'indipendenza dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud rappresenta senz’altro un evento da non sottovalutare, ma soprattutto un fenomeno dalla duplice natura. Da una parte potrebbe essere un elemento di rottura rispetto al passato, che consente alla Russia di contribuire direttamente e con una strategia di impatto alla costruzione di un nuovo ordine mondiale, e dall’altra una conseguenza del passato, e in particolare del riconoscimento dell’indipendenza unilaterale del Kosovo da parte del blocco occidentale. Ad ogni modo si vengono a creare nuove condizioni sulla scena internazionale come effetto domino della violazione del diritto internazionale che aveva aperto il famoso "vaso di Pandora". Molti sono stati gli sforzi dei dirigenti occidentali e kosovari per stabilire che il Kosovo era un caso del tutto unico nel suo genere, e in fine di conti sono stati tutti fallimentari come dimostrato dall’escalation di eventi nel Caucaso. L’Europa e la Nato stanno oggi pagando il grave errore di aver utilizzato due pesi per due misure, e ora la Russia ha imposto loro di dover scegliere di nuovo se ripetere il loro verdetto o contraddirsi. A questo punto, qualora verrà richiesta la rigida applicazione del diritto internazionale che riconosce in parte la sovranità territoriale della Georgia, allora si dovrebbe anche ridiscutere l’atto di prepotenza nei confronti della Serbia, che si è vista sottratta un territorio dopo il dislocamento di diversi contingenti di pace per scopi "umanitari". D’altro canto, le possibilità della Serbia di contestare l'indipendenza unilaterale del Kosovo davanti alla Corte internazionale di giustizia aumentano sempre di più, in quanto si prospetta un’argomentazione valida e ed evidente, quale la dichiarazione esplicita del riconoscimento dell’integrità territoriale di una nazione.

Dunque, poiché nella tensione tra Georgia e Russia si è cristallizzata la stessa crisi kosovara, è necessario risedersi dinanzi ad un tavolo diplomatico e magari rinegoziare determinate posizioni. Ted Galen Carpenter, analista del Cato Institute di Washington, biasimando "l'ipocrisia e i doppi standard" dell’occidente, afferma così che "la posizione degli Stati Uniti e dell'Unione europea sulla questione del Kosovo è insostenibile sia dal punto di vista diplomatico che da quello logico". "Gli Stati Uniti sostengono simultaneamente che l'integrità territoriale di uno stato quasi-democratico come la Georgia è sacrosanta, mentre l'integrità territoriale di uno stato pienamente democratico come la Serbia non è sacrosanta. Questa è un'ipocrisia estrema ed è vergognoso", afferma Carpenter. D’altronde, la Russia, come altri analisti, hanno più volte ribadito la pericolosità del precedente Kosovo, ignorando le conseguenze solo per non ammettere una debolezza di fondo che fa crollare i fondamenti stessi della Comunità Internazionale. La soluzione prospettata da Carpenter è che sia Washington che Mosca propongano "una ritirata diplomatica congiunta", tale che Usa accettino di ritirare l'indipendenza del Kosovo, per spingere gli albanesi ad accettare la proposta di Belgrado sullo status autonomo della provincia, seguiti poi dalla Russia che deve fare lo stesso per Ossezia del Sud e Abkhazia.

D’altro canto, Mosca ha dato a tutti un esempio molto più radicale di quello del Kosovo in materia di risoluzione di un problema internazionale senza ricorso ai mezzi tradizionali. Secondo Boris Chmelev, direttore del Centro di studi politici comparativi presso l’Accademia russa delle scienze, la Russia si è messa in una situazione che "qualsiasi azione causerà conseguenze negative", decidendo di scegliere il male minore. Ha scelto infatti per il riconoscimento dell'indipendenza delle due repubbliche caucasiche, ben sapendo che avrebbe provocato l’ostruzione da parte dell'occidente, e poi la crisi risolutiva dell’antagonismo dei due blocchi, sino all’imposizione di un confronto obbligato. Il non riconoscimento, secondo Chmelev, avrebbe provocato una destabilizzazione all'interno del Caucaso del Nord, cosa ben peggiore che avrebbe posto fine al suo controllo su una regione così strategica. Ad ogni modo, un accordo tra le parti e quanto meno improbabile, e ci prepariamo ad entrare in una fase del tutto diversa della nostra storia, ossia quella della tacita e consensuale spartizione dei territori da parte dei due blocchi a colpi di "indipendenze unilaterali" e "riconoscimenti di parte". Mosca ha infatti dimostrato di essere pienamente in grado di imitare le azioni degli Stati Uniti, e che la "Guerra Fredda" non si combatte in maniera diretta, ma strumentalizzando i conflitti etnici, sino ad una continua e progressiva ricerca delle micro-guerre secolari irrisolte. Dopo i Balcani e Medio Oriente, oggi vediamo disgregarsi il Caucaso, e un domani saranno le lotte interne del Tibet a mettere in crisi la Cina.

27 agosto 2008

La guerra fredda dei media


La macchina dei media infatti non si ferma. Continua a manipolare fatti e verità nella convinzione che le finzioni di massa possano modificare la realtà stessa. Si sta perpetuando così il mito della "Guerra Fredda", per dare l’illusione che l’Occidente sta arginando l’avanzata dei russi nel Caucaso e nel Mediterraneo. In realtà la Guerra Fredda della nuova era, si è tramutata in un accordo tra i due blocchi che sancisce la spartizione delle zone di influenza energetiche.

Alla decisione del Parlamento della Federazione russa di riconoscere l’indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud, ha fatto subito eco l’annuncio del Presidente russo Dmitri Medvedev che conferma sulla stessa linea la posizione del Cremlino. La Russia dunque riconosce l’autonomia e la sovranità delle sue ex repubbliche accorpate alla Georgia ma da anni auto-proclamatesi indipendenti, aprendo la strada diplomatica per avvicinare Mosca a Tskhinvali e Sukhumi. La Comunità Internazionale si ribella scandalizzata dinanzi all’ipotesi del distacco e dell’annessione delle due regioni alla Russia, e dichiara "inaccettabile" la scelta della Russia di sostenere la frammentazione del Caucaso, dopo che si è battuta per anni per la disgregazione della Jugoslavia e infine della Serbia. Le Nazioni Unite e la Nato hanno combattuto una guerra sanguinosa e ingiusta per preservare le etnie che vivevano nella regione kosovara, ha parlato infatti di "intervento umanitario", e ora, con la stessa alacrità, si oppone all’indipendenza di una regione che al 90% non è georgiano, e ha subito in questi anni attacchi e violenze. Una situazione che aveva richiesto la necessità del dislocamento di un esercito di pace sul territorio georgiano in difesa del popolo osseto e abkhazo, ed è poi degenerata in un attacco diretto alla popolazione stessa da parte dell’aviazione georgiana.

Gli Stati Uniti, in quanto membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, promettono battaglia aperta in seno alla riunione dei cinque, difendendo le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza secondo cui Abkhazia e Ossezia del Sud fanno parte dei confini internazionalmente riconosciuti della Georgia. Francia, Germania e Italia si schierano accanto al loro partner atlantico, mentre la Presidenza Ue sceglie ancora la via diplomatica, sollecitando una soluzione politica per il conflitto in Georgia. Il Ministro degli Esteri italiano Franco Frattini non perde però l’occasione di ricordare che, sebbene la "balcanizzazione del Caucaso su basi etniche preoccupa seriamente", "l'isolamento della Russia non è nell'interesse né dell'Unione Europea né della Nato né della Russia", e dunque a nessuno conviene cercare il contrasto con un partner così importate. Per la Nato, stando alle parole del Segretario Generale Jaap de Hoop Scheffer, "il riconoscimento è in diretta violazione delle risoluzioni ONU" e "mette in discussione l'impegno della Russia alla pace e alla sicurezza nel Caucaso". Ancora, l’Inghilterra irrigidisce i toni e ipotizza la creazione di un fronte anti-russo per contrastare una decisione inaccettabile dalla Comunità Internazionale. Alexander Stubb, Presidente OSCE, chiede che "la Russia segua i principi dell'Osce rispettando l'integrità territoriale e la sovranità della Georgia".

Per l’Occidente dunque la Russia sta andando incontro alla violazione delle leggi internazionali, e questo la porterà ad essere relativamente isolata. Si cerca di boicottare ogni tentativo di mediazione, si parla di rivedere i Trattati, mentre i media vengono invasi dalle immagini dei carri armati e dei soldati russi, dimenticando che il Presidente Georgiano ha dato ordine di sparare sulla popolazione osseta. La Russia invece risponde nello stesso modo in cui l’Alleanza Atlantica e gli Stati Uniti si sono rivolti al Kosovo, parlando di "genocidio", di "diritto di autodeterminazione" e di protezione di popoli sovrani. Agisce con freddezza e determinazione, passando all’azione senza tante tergiversazioni ben sapendo che dietro la diplomazia può esservi solo la propaganda che ci ha fatto arrivare fino a questo punto. Ad ogni modo non si fa trovare impreparata alle manovre di manipolazione e di disinformazione, le vere armi per scatenare l'ira dei potenti e delle multinazionali, al limite della depravazione delle falsità. Il filmato che vi mostriamo è solo un esempio della manipolazione mediatica in atto che si spinge oltre ogni limite concepibile. Dopo i finti bombardamenti di Gori da parte dei russi montati ad hoc dalla CNN, Fox censura l’intervista di due cittadine dell’Ossezia del Sud che, sfuggiti ai bombardamenti, raccontano la loro esperienza. Affermano che la loro famiglia è in parte dispersa, costretta a fuggire lungo il confine verso la parte settentrionale dell’Ossezia e verso la Russia. Migliaia di civili uccisi dai bombardamenti georgiani, su preciso ordine del Presidente Saakashvili di attaccare la popolazione, contrastato dal tempestivo intervento della Russia che ha salvato i civili, per la maggior parte anche cittadini russi. La sua dura testimonianza, riportata in un’intervista in diretta, viene bruscamente interrotta dal giornalista che mette fine ad una discussione durata solo pochi minuti.

La macchina dei media infatti non si ferma mai, neanche dinanzi all’evidenza, e nonostante ogni prova evidente continua a mentire, nella convinzione che le finzioni di massa possano modificare la realtà stessa. Con questi stratagemmi e montaggi, i media stanno perpetuando il mito della "Guerra Fredda", per dare l’illusione che l’Occidente sta arginando l’avanzata dei russi nel Caucaso e nel Mediterraneo, quando in realtà è assolutamente impreparato, disunito e disorganizzato. La Guerra Fredda della nuova era si è tramutata in un accordo tra i due blocchi che sancisce la spartizione delle zone di influenza energetiche. Se da una parte la Russia ha deciso di cedere sul fronte dei Balcani, abbandonando la Serbia alle proprie risorse per fronteggiare la deriva del Kosovo, dall’altra gli Stati Uniti e la Nato si rivelano impotenti nella regione causasica ed estrema orientale. Europa e Usa continuano a controllare Iraq, Arabia e Turchia, nonché Africa occidentale, la Russia consolida la sua presenza nel Caucaso, ma soprattutto nelle ex-repubbliche sovietiche che vivono in una costante situazione di destabilizzazione. Ucraina, Turkmenistan e Azerbaijan sono tra i principali Stati che direttamente cadono nel raggio di azione russo, e affrontano altalenanti crisi che mettono a rischio la stabilità dei governi. Dinanzi alla crisi economica e alla stessa dipendenza energetica, la Russia sta cercando di smuovere l'onore russo, di fomentare vecchi sentimenti nazionalisti e anti-atlantici per avvicinare a sé territori e Stati strategici. È chiaro dunque che le questioni indipendentiste saranno sempre più frequenti, mentre gli estremismi troveranno sempre più terreno fertile. Tuttavia diventerà sempre più evidente l'immaturità dei nostri governi servi degli Stati Uniti e delle Commissioni Europee, ma anche la finzione della guerra al terrorismo e l’inutilità di questa Comunità Internazionale che agisce su ordine di interessi economici ben precisi.

25 agosto 2008

Georgia-Russia: un altro conflitto senza fine


Un'intervista per Rinascita Balcanica del Generale Fabio Mini, ex comandante della Missione della Kfor in Kosovo, che analizza il conflitto russo-georgiano e le sue implicazioni sul piano internazionale. Definita come "un’altra operazione militare senza fine", secondo il Generale Mini questa guerra ha creato nient'altro che "un nuovo tavolo diplomatico e migliaia di morti e di diseredati sulla coscienza di tutti.

Che ruolo hanno avuto gli Stati Uniti in questo conflitto?
A giudicare dalle prime reazioni di Bush sembrava che non sapesse neppure cosa fosse la Georgia e di sicuro non ne sapeva niente. Ma le prime risposte dei suoi assistenti davano subito il senso del coinvolgimento che è senz’altro stato diretto e determinante. Bisogna soltanto vedere chi delle tre componenti che gestiscono la politica americana all’estero, il Dipartimento di Stato, il Pentagono e i Servizi Segreti, ha autorizzato il Presidente georgiano ad eseguire la sciagurata operazione in Ossezia e chi nell’ambito della Casa Bianca ha dato l’OK all’insaputa del Presidente. Non è infatti possibile che gli Stati Uniti che controllano da circa otto anni la Georgia non fossero al corrente dell’avventura. E se veramente non ne sapevano niente sarebbe anche peggio. Fra l’altro non ci crederebbe nessuno. Il fatto è che gli Stati Uniti hanno da tempo incluso la Georgia nel perimetro delle aree vitali per gli interessi nazionali che includono il petrolio, il controllo sulla Russia, sulla Turchia, sull’Iran e perfino sull’Iraq. Per questo non possono fingersi sorpresi e scandalizzati per un’avventura o per una trappola che essi stessi hanno istigato.

Perché secondo lei la Russia ha scelto l'Europa come "ambasciatrice di pace" ?
Perché non conta niente. E’ il classico interlocutore che non è in grado di promettere nulla o di mantenere ciò che promette. Un impegno preso con l’Europa non è considerato vincolante anche perché l’Europa dipende più da Mosca di quanto non dipenda da Bruxelles. Una deroga agli impegni assunti con l’Europa non è una violazione ma un atto di furbizia. Questo è il risultato di una politica estera assente o affidata soltanto ai servitori fedeli e girovaghi degli Stati Uniti. Bush si è evidentemente reso conto di questa labilità europea e ha fatto la voce grossa richiamando la Russia ad osservare i propri impegni. Naturalmente per i russi anche la credibilità americana è ai minimi storici, ma questo è un pericolo in più perché da un’amministrazione che sta agonizzando in mezzo al sangue sparso negli ultimi otto anni ci si può aspettare qualsiasi sciocchezza.

Crede che Washington sia uscita sconfitta sul piano diplomatico internazionale?
Washington sta cercando solo ora di aprire il proprio fronte diplomatico, ma è indubbio che abbia già subito una forte batosta sul piano della credibilità internazionale. Solo chi non vuol vedere la realtà scambia la voce grossa di Bush per autorevolezza. E solo chi non ha memoria può scambiare gli aiuti americani alla Georgia come sostegno umanitario.

La Russia ha cambiato gli equilibri geo-politici internazionali?
La Russia è tornata ad essere un attore dominante e gli equilibri possibili solo dieci anni fa con lo strapotere statunitense non sono più accettabili. Nella questione georgiana la Russia ha avuto successo nel mettere a nudo le vere intenzioni americane nell’area. E ha detto chiaramente e brutalmente che il dominio americano nel Caucaso non è più un fatto scontato.

Secondo lei, la Russia ha reagito bene alla campagna d’informazione fatta dall'Occidente e dalla Georgia?
No. Nonostante sia maestra della manipolazione la Russia non ha accesso ai media occidentali quindi le proprie campagne di disinformazione o soltanto di controidisinformazione sono labili ed hanno poca presa in occidente. Da parte nostra non siamo ancora pronti a recepire le giustificazioni di Mosca o a capire le sue logiche. Il marchio del comunismo è ancora molto forte e quello dell’imperialismo sovietico si accomuna ancora all’immagine della Russia. Poco importa se un imperialismo analogo guida l’occidente.

La Russia ha chiesto l’istituzione di un tribunale per i crimini di guerra contro gli osseti e ha parlato di genocidio. Cosa pensa di queste iniziative?

Fanno parte del gioco di rendere internazionale e umanitario un problema politico e di potere economico.

Il Kosovo influenzerà le trattative sullo statuto delle repubbliche di Ossezia del Sud e di Abkhazia?

Il Kosovo ormai rappresenta l’esempio negativo per tutta una serie di rivendicazioni e situazioni. Anche quando non sono paragonabili. L’Ossezia è una creazione sovietica ed è stata divisa per compiacere la Georgia di cui Stalin era illustre figlio. L’Ossezia è Russia e comunque appartiene al popolo che decenni fa è stato smembrato. E’ per lo meno bizzarro che gli Stati Uniti difendano le pretese georgiane che sono figlie naturali della politica di divisione etnica dell’URSS e del comunismo reale.

Come crede che si concluderà questo confronto tra Georgia e Russia?

Come sempre, con un nulla di fatto. Con un’altra operazione militare senza fine, con un nuovo tavolo diplomatico e con migliaia di morti e di diseredati sulla coscienza di tutti.

Rinascita Balcanica

13 agosto 2008

Una guerra lampo mette fine al dominio USA


Tra Georgia e Russia è scoppiata senz’altro una guerra di informazione, con un continuo altalenarsi di dichiarazioni e di smentite che descrivono due immagini ben distinte, e a volte opposte, del conflitto nel Caucaso. Nei fatti l’unico intervento degli Stati Uniti nel conflitto è stato puramente mediatico, con dichiarazioni e avvertimenti trasmessi dai media, e un sostegno tacito che ha lasciato intendere che Washington sarebbe rimasta sempre e incondizionatamente accanto ai georgiani. Gli Stati Uniti, hanno comunque rivelato la loro grande debolezza, ma anche la loro incapacità a sostenere ormai una guerra aperta su troppi fronti.

È stata senz’altro una guerra di disinformazione e di contro-informazione quella che tra Russia e Georgia. Un continuo altalenarsi di dichiarazioni e di smentite che descrivono due immagini ben distinte, e a volte opposte, del conflitto nel Caucaso, che confondo l’opinione pubblica e vanno a polarizzare nettamente l’informazione intorno ai due estremi. Da una parte vi è la Georgia, strategico Stato del Caucaso a ridosso dell’ex impero sovietico e sempre più vicino al blocco atlantico, nonché crocevia di gasdotti ed oleodotti che collegano la ricca regione del Mar Caspio e dei Paesi dell’estremo Caucaso orientale alla Turchia e così al Mediterraneo. Dall’altra l’ex repubbliche sovietiche dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud che chiedono indipendenza e sovranità, e poi riannessione alla Russia, viaggiando così in maniera parallela alla strategia del Cremlino. Regista del conflitto è Mosca che ha costruito una perfetta trappola strategico-militare che puntualmente è scattata, dopo pochi giorni di combattimenti.

Innanzitutto si è messa in una posizione che va di pari passo al diritto internazionale e agli accordi raggiunti con le Istituzioni sovranazionali, che le hanno infatti concesso in passato la possibilità di dispiegare una forza di pace sotto la bandiera ONU, al fine di preservare la sicurezza della popolazione russa che vive in Ossezia e in Abkhazia. Allo stesso tempo ha agito con prontezza e tempestività, sia dislocando in poco tempo il maggior numero di forze militari possibili e prendendo subito una posizione irremovibile all’interno del territorio, sia assumendo una posizione diplomatica ferma e coerente. In secondo luogo, ha agito attentamente sull’informazione usando le stesse armi mediatiche dei demiurghi occidentali. Infatti ribadisce che la popolazione dell’Ossezia del Sud, ed in particolare il contingente russo lì dislocato, ha subito un’aggressione da parte dell’esercito georgiano, che per l’impatto e le dimensioni viene definito dal Cremlino come un "atto di genocidio". Dunque, per difendere le sue ragioni, restando nei limiti consentiti dal Consiglio di Sicurezza ONU, utilizza ora le stesse armi che le controparti occidentali scagliano per presidiare i propri interessi economici e politici in territorio strategici, come ad esempio il Vicino Oriente, la Turchia e i Balcani.

La CNN disinforma sugli attacchi russi a Gori
In uno dei suoi notiziari, la CNN ha mostrato dei carri armai russi
e degli edifici distrutti, dicendo di trovarsi nella città georgiana di Gori.
Secondo un reporter della Tv russa, si tratta invece della capitale
dell'Ossezia del Sud Tskhinvali, e il video della CNN riprende proprio la sede centrale
del contingente russo attaccata dall'aviazione georgiana.

I diplomatici russi hanno inoltre accusato i media stranieri di aver manipolato l’informazione sul conflitto in corso tra Georgia e Russia, precisando che le massicce perdite tra la popolazione sono state causate dai bombardamenti georgiani - e non da quelli russi - uccidendo 2.000 civili, per la maggior parte di nazionalità russa, e provocando più di 34.000 profughi costretti a fuggire dalla Russia. La risposta russa con l’invio dei carri armati nella provincia, secondo i Generali russi, è stata "indotta dall’aggressione della Georgia". Le televisioni occidentali invece, secondo il Vice Ministro degli Esteri Grigori Karasin, hanno mostrato solo i carri armati russi e la sofferenza dei civili, e hanno commentato tali immagini affermando poi che "la Russia è intervenuta nel conflitto tra Ossezia del Sud e Georgia". "Questo sarebbe il modo obiettivo di fare informazione secondo i media occidentali?", ha chiesto Karasin accusando così le televisioni e la stampa occidentale di diffondere notizie con "una versione politicamente manipolata". Inoltre, in questi giorni, vi è stato un continuo rincorrere delle notizie data dalla stampa estera e da quella georgiana, smentendo puntualmente gli attacchi all’aeroporto internazionale di Tbilisi, alla città di Gori, e ad altre zone popolate da georgiani nell’Ossezia del Sud. La Russia risponde così al tentativo di disinformazione dell’Occidente, che ha tentato di preparare tra l’opinione pubblica internazionale le condizioni per imporre alle parti una tregua e un piano di pace scritto dagli eurocrati europei.

Nei fatti, dunque, l’unico intervento degli Stati Uniti nel conflitto è stato puramente mediatico, con dichiarazioni e avvertimenti trasmessi dai media, e un sostegno tacito che ha lasciato intendere che Washington sarebbe rimasta sempre e incondizionatamente accanto ai georgiani. Lo stesso Putin ha sottolineato che la Georgia non avrebbe mosso i suoi aerei se non avesse avuto la certezza che gli Stati Uniti si trovavano nelle retrovie, perché l’azzardo è stato troppo grande, troppo rischioso. Infatti ha trovato una Russia armata fino ai denti, che ha reagito forse "in maniera sproporzionata", ma comunque efficace per una guerra lampo senza vie di scampo. Putin ha inoltre puntualizzato che ogni reazione è stata "completamente giustificata e legittima dal punto di vista legale", perché la Georgia è accusata di "genocidio". Non si esclude la possibilità che l’Ossezia chieda alla Corte di Giustizia Internazionale e alla Corte Europea dei Diritti umani di investigare sui crimini di guerra commessi dalla Georgia, o che addirittura possa chiedere la costituzione di un Tribunale per i Crimini in Caucaso contro il popolo osseta. Come si può notare, Putin usa le stesse e identiche parole che a suo tempo furono pronunciate dagli Stati Uniti per aggredire la Serbia, e ottenere poi la secessione unilaterale della provincia kosovara. La storia si ripete, ritorcendo contro Europa e Stati Uniti le loro stesse armi, i loro diabolici meccanismi burocratici.

Tuttavia, qualcosa da allora è cambiato e questo evento ha segnato senz’altro una svolta negli equilibri geo-politici. Gli Stati Uniti, infatti, hanno rivelato la loro grande debolezza, ma anche la loro incapacità a sostenere ormai una guerra aperta su troppi fronti. Così impegnata nella sua guerra al terrorismo, tra Iraq, Afghanistan e Iran, che ha lasciato scoperto alcuni delicati punti di azione, ossia quegli "Stati cuscinetto" che si trovano in una situazione estremamente delicata e in bilico tra un fronte e l’altro. Inoltre, la sua guerra della disinformazione ormai non inganna più nessuno, perché ormai tutti conoscono i trucchetti della CNN, del New York Times, della BBC, e Mosca non si è fatta trovare impreparata: ha dichiarato dinanzi ai giornalisti di mezzo mondo che si aspettavano "provocazioni mediatiche", nonché "foto e servizi televisivi confezionati ad hoc" per giustificare l’intervento armato. Forte del successo raggiunto in una guerra-lampo, Mosca ha dettato le regole per la sottoscrizione del protocollo di pace, basato sul ritorno delle forze armate russe nelle sue posizioni precedenti alle ostilità, e sull’inizio delle trattative internazionali per scrivere lo statuto futuro dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia. Tuttavia precisa che stavolta lo statuto dovrà essere sottoposto al volere dei popoli, e che "né la Russia né alcun altro Stato deve rispondere al posto loro". Da parte sua l'Europa è pronta a partecipare all'operazione di mantenimento della pace in Ossezia del Sud, ma che potrà agire sotto la supervisione delle forze internazionali e della Russia stessa. Nessun ruolo invece avranno gli Stati Uniti, che oltre a sfruttare l’evento con la solita propaganda per la campagna elettorale, non avrà nient’altro dalla Russia.