Il Sottosegretario italiano all'Ambiente, Roberto Menia, ha accusato il Governo sloveno di opporsi alla realizzazione del terminal di gas di Trieste non per "le conseguenze ambientali che ci potrebbero essere in Slovenia", ma per interessi meramente economici. "La Slovenia utilizza le motivazioni ecologiche e climatiche perché come un velo copre certe cose, anche loro stanno nascondendo delle ragioni economico-commerciali", afferma Menia, sottolineando che l'Italia costruirà questo terminal e che la politica energetica europea dovrebbe tener conto dei vantaggi che esso comporta in termini di riduzione dei rischi del clima e dell'aumento della sicurezza energetica della regione. Il Governo italiano ha approvato la costruzione di un terminal del gas e di un rigassificatore, secondo il progetto della compagnia 'Gasnaturale', che dovrà essere realizzato a Zaule, vicino Trieste, al confine con la Slovenia. I lavori dovrebbero iniziare il prossimo anno, e i costi si aggirano intorno ai 600 milioni di euro; la sua capacità potrebbe raggiungere gli 8 miliardi di metri cubi di gas all'anno. La Slovenia è contro questo progetto e ha fortemente protestato, minacciando di portare l’Italia davanti alla Corte Europea per la violazione delle norme ambientali e della tutela del territorio. Menia, nelle sue parole, allude alla recente dichiarazione da parte del ministro sloveno, Matej Lahovnik, secondo la quale la Slovenia, dopo il contratto firmato con la Russia sulla cooperazione per la costruzione del 'South Stream' non vuole avere più compratori. "Penso che chiarisce molte le cose la dichiarazione pubblica che la Slovenia ha interesse a cooperare alla costruzione del terminal croato di Krk", ha detto Menia alludendo alla recente dichiarazione del ministro sloveno Matej Lahovnik secondo cui la Slovenia è interessata al terminal croato per garantire la diversificazione delle fonti di approvvigionamento. Lo stesso Lahovnik ha confermato che Lubiana non ha alcuna opposizione nei confronti del progetto croato, e che già in passato ha espresso il proprio interesse contribuendo a questo progetto con la partecipazione della slovena Geoplin sloveno dell’uno per cento.
Storia diversa per il rigassificatore di Zaule, visto che il Governo sloveno continua a ribadire che ci sarebbero delle conseguenze catastrofiche sia per il mare che per la terraferma. Negli incontri avvenuti in precedenza per stilare l'accordo era stato definito che tutta la documentazione avrebbe dovuto passare il vaglio degli sloveni affinchè potessero analizzarla nel dettaglio. Lo stesso Ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, ha affermato che la Slovenia non ha prove per portare l'Italia davanti alla Corte europea e che l’Italia farà dei trattati con la Slovenia essendo sua vicina di casa. "L'Italia rispetta le regole del suo vicino e per questo ci consulteremo, ma la consulenza non è la stessa cosa se teniamo conto della decisione congiunta. In veste di giurista, non vedo alcuna base giuridica per poter fare una causa contro l'Italia e spero che ciò non accada", ha affermato alcune settimane fa Frattini. La Slovenia si oppone fermamente al progetto, e il Ministro dell'Ambiente, Karl Erjavec, in caso di realizzazione del progetto, è pronto ad accusare l'Italia presso la Corte Europea perché ritiene abbia sottovalutato gli impatti negativi sull'ambiente e i fattori di sicurezza del Terminal. Ha richiesto ulteriore documentazione al Ministro dell'ambiente italiano, che ha rilasciato la licenza per la prosecuzione della costruzione. Ciò in considerazione del fatto che, come ricorda anche Frattini, il terminal ha lo scopo di garantire la sicurezza energetica nazionale in modo che l’Italia raggiunga gli standard degli altri Paesi europei. Per Frattini l’interesse nazionale non deve essere sopraffatto da quello locale e i procedimenti in corso nei tribunali italiani, data l’opposizione di alcune regioni, presto saranno conclusi e così si potranno avviare i lavori.
Dalla Slovenia arrivano invece le seguenti parole: “Questo è il momento giusto per dimostrare l'importanza della Slovenia nell’UE; l’Italia per costruire ha bisogno del nostro appoggio“. E’ legittimo porsi una domanda: dietro l’opposizione ci sono degli interessi economici? Analizzando tutte le carte in tavola emergono due punti di vista fondamentali: esiste senz'altro un interesse economico della Slovenia a spostare il suo polo energetico verso i Balcani e non verso l'Italia, ma vi è anche un interesse politico come desiderio di riaffermare il proprio ruolo in Europa e nell'Adriatico. Dinanzi a questi due aspetti, quello ecologico-ambientale sembra passare in secondo piano. Il problema energetico però resta, considerando che ai paesi dell'UE serviranno molti investimenti pubblici e privati per collegare le diverse reti nazionali del gas. La crisi russo-ucraina, che ha avuto come risultato l’interruzione della fornitura per la gran parte dei Paesi dell'Unione Europea, dovrebbe far riflettere sulle esigenze dell'intera regione e disincentivare coloro che vorrebbero utilizzare il gas come arma. Evidentemente, si è innescata invece da tempo la guerra delle infrastrutture, delle reti, dei gasdotti. Vediamo Paesi che si schierano dalla parte del Nabucco o del South Stream, altri sui rigassificatori o i terminal, in quanto è la rete la chiave della sicurezza energetica, rete intesa sia a livello politico (per la ricerca delle fonti) sia a livello economico-infrastrutturale.
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27 novembre 2009
La guerra delle reti tra Italia e Slovenia
02 marzo 2009
I Balcani divisi tra giustizia e memoria
Attenzione, questa non è una pura speculazione giornalistica, perché la Corte di Giustizia Internazionale e il Tribunale Penale dell'Aja sono oberati di cause che i trattati di pace non sono riusciti a risolvere: se vi fosse stato vero accordo nel ratificarli, non saremmo arrivati a questo punto. Il più grande errore è stato compiuto proprio dalla Comunità Europea - nata dall'accordo di pace tra Germania e Francia sulla gestione del bacino della Ruhr, con la creazione della CECA - che non ha saputo evitare gli errori del passato, e non ha dato alla ex Jugoslavia l'opportunità di ottenere quella giustizia, che l'America gli ha negato, allo scopo di trattare quegli Stati come una mera colonia militare. L'Europa ha obbligato gli Stati dei Balcani a ragionare in maniera "europea" imponendo degli standard giuridici ed economici ritenuti giusti, quando sono stati inefficaci e sbagliati anche all'interno dei Paesi membri, senza, tra l'altro, mettere come condizione che venissero chiuse ex ante tutte le questioni del passato rimaste aperte. Non solo non l'ha fatto, ma ha alimentato le ingiustizie, i sentimenti di revanche, che ora creano delle situazioni paradossali, quasi impossibili da risolvere.
Innanzitutto infierisce sempre di più nella criminalizzazione della Serbia per le responsabilità di quanto accaduto nella guerra in Jugoslavia, definendola così colpevole del genocidio di tutte le etnie non-serbe presenti nei Balcani, della cosiddetta "serbizzazione" dei Balcani. Una tesi inverosimile e assolutamente non supportata dalla realtà dei fatti, in quanto vi sono molte province della ex Jugoslavia in cui le comunità serbe sono state letteralmente decimate sino a farle completamente scomparire. Dalla Krajina alla Slovenia, dalla Bosnia al Kosovo, vi è stata una pulizia etnica nei confronti delle comunità serbe, che da popolo costitutivo, sono divenute delle piccole minoranze. La stessa sentenza della Corte dell'Aja che accusa la Serbia di aver compiuto degli atti criminali in Kosovo contro gli albanesi nel 1999, potrebbe essere facilmente strumentalizzata dalla comunità internazionale che ha sostenuto il diritto di auto-determinazione del popolo kosovaro. Questa è la prima volta che delle alte cariche istituzionali serbe vengono condannati per crimini compiuti in Kosovo nel 1999, tale che una sentenza di questo tipo potrebbe davvero avere un impatto sull'opinione pubblica kosovara che, dopo l'assoluzione di Haradinaj, vedrà la consacrazione dello Stato del Kosovo come una vittoria di giustizia sociale e umanitaria. Sicuramente non è un verdetto che aiuta il processo di pacificazione del Kosovo, e rischia di influenzare anche il giudizio della Corte di Giustizia Internazionale: eppure questa sentenza piace molto all'Europa, che può ora rincarare la dose contro la Serbia, per avere la consegna dei ricercati dell'Aja o rimandare sine die l'attuazione dell'Accordo di Stabilizzazione e di Associazione.
L'altro grande errore dell'Europa, è stato quello di consentire l'entrata dalla Slovenia prima ed in maniera separata rispetto al blocco dei Balcani Occidentali, ponendola così ad un livello diverso, e dandole un potere di giurisdizione che non le compete. Lubiana oggi interferisce nel processo di integrazione della Croazia, sia per la sua adesione nella NATO che in quella dell'Unione Europea, ma anche dell'Albania, mentre cerca degli assurdi pretesti anche nei confronti della Repubblica di Macedonia. Strumentalizza le questioni di regolamento dei territori di confine per imporre il veto alla chiusura dei capitoli del processo di integrazione, e arriva persino a proporre il referendum popolare per la ratifica del protocollo di adesione alla NATO. L'ultima mossa è stata quello di bloccare il capitalo relativo al "Diritto societario", che era stato aperto nel giugno del 2007 e la Slovenia non aveva avuto alcuna obiezione sino a questo momento, trattandosi infatti di una materia puramente tecnica, senza toccare il tasto del regolamento dei confini. Allo stesso tempo, il partito del popolo sloveno (SSN) ha chiesto al Primo Ministro sloveno Borut Pahor di presentare un reclamo ufficiale alla Croazia affinchè, entro 10 giorni, rimuova i cosiddetti "punti di controllo temporaneo", sui confini di Plovanija e Sveti Martin na Muri, essendo "parte del territorio sloveno" . Per giustificare le sue pretese, parla di "difesa degli interessi nazionali", ma tali insistenti richieste fanno pensare a Zagabria che la Slovenia non sia interessata ad altri territori, quanto più ad ottenere uno sbocco sul mare, e dunque a controllare una parte della costa che dà accesso ai traffici del Mediterraneo. Dall'altra parte, la Comunità Europea la lascia agire senza intervenire, per evitare di far trasparire un'immagine di "anti-democraticità" della sua integerrima struttura. Si limita infatti a proporre un gruppo di esperti per risolvere il contenzioso bilaterale sui confini, guidato dall'ex presidente finlandese Martti Ahtisaari, il quale - dopo il grande caos del piano per il Kosovo - potrebbe dare ai Balcani un altro grande contributo di "saggezza" e "mediazione".
Il grande paradosso del potere della Slovenia lo si può vedere anche con gli occhi degli stessi italiani, che devono lottare ancora oggi per il riconoscimento della memoria delle foibe, nonostante vi sia un'unanime consapevolezza presso la Comunità Internazionale dei crimini compiuti dai "partigiani di Tito". L'ultimo sconcertante episodio lo racconta il gruppo di esuli italiani di Fiume, Dalmazia e Istria, che si sono recati nel paesino sloveno di Lokev (Corgnale di Divaccia) a soli 12 chilometri da Trieste per rendere omaggio ai morti di una delle foibe, quando sono stati bloccati da una manifestazione di "esaltati" nostalgici dell'armata di Tito. Inneggiando contro "i fascisti italiani", i "democratici sloveni" hanno portato con sé bandiere ed uniformi dell'esercito jugoslavo, lo stesso sul quale - pochi anni fa - hanno sparato con vere e proprie esecuzioni di eliminazione. La manifestazione era stata organizzata dalle associazioni degli esuli italiani con il contributo del Consolato italiano di Capodistria, che ha provveduto a raccogliere tutti i permessi necessari. Tutto questo comunque non è servito, in quanto, secondo le testimonianze degli esuli italiani, gli sloveni si sono presentati con un atteggiamento visibilmente ostile e minaccioso, e hanno così sbarrato l'ingresso alla foiba per evitare che svolgessero una semplice cerimonia di preghiera. "Sembravano inferociti e dei giovinastri avvinazzati cercavano lo scontro fisico. Alcuni di loro tenevano in mano dei bastoni con punte di ferro", afferma Massimiliano Lacota, Presidente dell'Associazione degli esuli italiani, descrivendo l'assurdo spettacolo a cui hanno assistito, senza che la polizia slovena intervenisse in loro difesa e bloccando invece i manifestanti che si trovavano lì senza alcun diritto. Urlando "morte al fascismo, libertà al popolo", vecchio motto dei partigiani di Tito, hanno cominciato ad avanzare, mentre gli inneggiamenti contro i "porci italiani" e gli "sporchi fascisti" si sono protratte per più di un'ora.
Lacota, e gli altri presenti, sono stati "inorriditi" per un tale spettacolo di inciviltà, da parte di un "paese moderno" come la Slovenia, mentre noi non ci meravigliano più di tanto. Gli sloveni, per quanto vogliano sentirsi "popolo eletto" dell'Est, sono pur sempre un popolo balcanico, dall'animo "iracondo" e confusionario, della peggior specie, proprio perché convinto di essere superiore. In realtà la Slovenia è l'unico Stato dei Balcani che ha commesso crimini di guerra, che ha contribuito alla stessa frantumazione della Jugoslavia, ma non ne ha mai pagato le conseguenze, come tutti gli altri. Lubiana aveva tutto da guadagnare a staccarsi dai Balcani e dunque a volere la fine della Jugoslavia, mentre ora ha tutto da perdere nel consentire alla Serbia e alla Croazia di entrare in Europa. Perderebbe quella posizione di leadership e di "portavoce dei Balcani" che si è auto-attribuita, per diventare un semplice e banale stato dei Balcani: la Serbia diventerebbe la porta d'Oriente del commercio europeo verso la Russia , mentre la Croazia, con la sua grande superficie costiera, il "porto" dell'Europa sud-orientale, accanto al Montenegro e all'Albania. Infatti, se così non fosse, se la Slovenia non ambisse ad avere almeno un piccolo sbocco sul mare, non insisterebbe così tanto sulla difesa dei confini territoriali, ed in particolare del porto di Pirano. Purtroppo, sono ancora gli altri Stati balcanici a scontare le conseguenze della politica della Slovenia, e se l'Europa non interviene a fermare questo caos, il labirinto balcanico non vedrà mai una fine. Il primo passo dovrebbe essere proprio quello di dare un'opportunità di ripresa alla Serbia e consentire a questo popolo di ritrovare, con le sole forze della legge, la propria giustizia. In secondo luogo lasciare che ogni Stato risolva le proprie controversie sulla base di un compromesso preso con consapevolezza, per dare davvero una svolta di "modernità" alla risoluzione dei contrasti balcanici.
23 dicembre 2008
La Guerra per l'Unione Europea
La guerra "per l’UE" in atto tra Slovenia e Croazia vede schierate le stessi armi che Lubiana ha usato negli ’90 per la frantumazione della Jugoslavia. Non appena è entrata nell’UE, in maniera sempre prepotente e senza considerarsi mai un paese balcanico, ha cominciato a mettere in atto pressioni e ricatti. La vittima stavolta è stata la Croazia con la quale non ha mai avuto dei buoni rapporti, a causa delle controversie per la decisione delle frontiere dopo la frantumazione della Jugoslavia. I problemi tra pescatori sloveni e croati esistono da anni, e molti in passato hanno cercato di risolvere le questioni irrisolte, come l'ex Premier Ivica Racan e Janez Drnovsek, tramite un arbitraggio coinvolgendo la stessa Comunità Europea. A tutto questo dobbiamo aggiungere anche la questione della centrale nucleare a Krsko, che si trova sul territorio comune dei due Stati, e il cui capitale e la cui produzione di energia vengono ripartiti in pari uguali.
La guerra per l’adesione potrebbe dunque diventare un nuovo campo di scontro "nel cuore dell’UE". A questo punto, sia la Commissione Europea che l’UE hanno capito cosa ha significato accogliere la Slovenia nel loro stesso gruppo, e mentre il Commissario per l’allargamento dell’UE Olli Rhen chiede di "controllare le emozioni forti" per calmare la situazione e che, dopo le feste natalizie - che portano a tutti "pace e serenità" - occorrerà discutere per risolvere la situazione. La superficialità intellettuale slovena forse non era conosciuta dagli europei, ma sicuramente da tutti i popoli che hanno convissuto con loro nella Jugoslavia, e sanno bene cosa vuol dire essere sempre offesi dagli sloveni con epiteti come "stupidi balcanici". La loro intelligenza è servita solo per trasformare le risorse delle terre slave in un perfetto prodotto di marketing sloveno, imbrogliando il mercato europeo con immagini manipolate per vendere i miglior prodotti dell’intera regione come di proprietà esclusiva.
Cartello: "Non si vende birra slovena"Il loro brand Lesnina cerca di imitare la Ikea, utilizzando il legname delle foreste della Bosnia e della Croazia; l’industria di elettrodomestici Gorenje utilizza componenti prodotti in Serbia e comunque non è mai riuscita ad essere come la Elektrolux; la frutta e l’uva serba è diventa "Fructal" e i vini "made in Slovenia". In questo modo, gli sloveni della ex Jugoslavia si sono arricchiti alle spalle delle altre regioni "più balcaniche", in cui però vi sono tutte le industrie produttrici dei prodotti che loro vendono soltanto. La Slovenia è diventata la "piccola svizzera", con stazioni sciistiche di lusso e turismo di élite, ma sempre con l’occhio sveglio per scorgere se riescono ad imbrogliare ancora qualcun altro al di fuori del loro confine. Essere parte della Jugoslavia è sempre stato motivo di insoddisfazione per gli sloveni, sentendosi intellettualmente superiori, "al pari degli europei". Invece nel Sud-Est Europeo sono meglio conosciuti come servi fedeli degli austro-ungheresi, coloro che sono riusciti, più di tutti, ad adeguarsi alle regole dei colonizzatori che altri hanno sempre cercato di combattere. In questo modo hanno imparato bene la lezione su come usare gli altri, mentre non hanno dimenticato i loro complessi di schiavitù.
Le patologiche conseguenze di una politica interna ed estera senza orientamento viene subita ora dalla Croazia, dopo che per molti anni sono stati i serbi i principali bersagli, e in questi anni non hanno ancora imparato la lezione come ci si deve comportare con i propri vicini. Guardando la Slovenia si può capire bene come si comporta un Paese che esce da una guerra e entra in Europa prima di ogni altro Stato della regione. Gli sloveni hanno imposto il veto all'integrazione croata, e non vedono in esso un atto "poco europeo" e "poco civile". "Non siamo in una situazione in cui dobbiamo ascoltare le lezioni su come ci si deve comportare in Europa", dichiara il Presidente sloveno Danilo Turk, con la speranza che il loro veto sia presto supportato anche dagli altri Stati membri. Il Presidente Turk forse è troppo sicuro che ogni mossa slovena venga accettata senza discussione, dimenticando che gran parte dell’economia slovena è proprio in funzione dell'esistenza dei mercati degli Stati che tanto snobbano e disprezzano. Il Premier Ivo Sanader e il Presidente Stipe Mesic sono rimasti loro stessi sorpresi del fatto che, i loro amici di indipendenza, hanno chiesto una parte del territorio croato per continuare il percorso dell’integrazione europea della Croazia. Secondo il Premier Sanader il veto non fermerà la Croazia, forse rallenterà le negoziazioni ma non bloccherà certo l’adesione di Zagabria, mentre Mesic ha sottolineato che "la Croazia deve comportarsi civilmente, risolvere i problemi e allo stesso tempo non deve rifiutare alle prove evidenti che dimostrano le sue ragioni".
Da parte nostra, rimaniamo sempre senza parole su come i croati ragionano in maniera civilizzata, come ad esempio con la Serbia, quando, dopo aver cacciato dal Paese circa 250.000 serbi per creare un Paese pulito, hanno accusato i serbi per genocidio. Allo stesso modo rimaniamo increduli del fatto che la Serbia come non ha reagito in nessun modo, ha chiesto scusa, e non ha posto nessun divieto alla aziende croate di entrare nel mercato serbo, anche dopo che la Croazia ha riconosciuto il Kosovo.
È ovvio che l’ "alta diplomazia" ha sempre una doppia faccia, e prima delle parole arrivano i fatti. La Croazia in questi giorni sta minacciando di imporre alla Slovenia il blocco commerciale, ma in realtà la chiusura delle dogane è già cominciata. Lungo i confini verso l’Unione Europea le auto croate sostano ore ed ore, subendo inutili e minuziosi controlli, smontando persino le ruote solo per provocare un disagio e creare interminabili code per i passeggeri diretti in Europa. Nei negozi di arredamento sloveni Lesnina della capitale croata, la gente non vuole comprare più "i prodotti sloveni", mentre si stanno riducendo anche le commesse croate verso la Slovenia. Stessa situazione nei bar del centro, dove si espongono cartelli "non si vende la birra slovena Lasko". E così, mentre i croati fanno il vero boicottaggio della merce slovena, i serbi con il loro "patriottismo masochista" accolgono l’ennesimo centro di grande distribuzione croato, Pevec. Dopo le accuse di genocidio e le scuse di Tadic, dopo l'indipendenza kosovara e il Pevec, la diplomazia serba fallisce ancora una volta.
Al contrario, la Serbia diventa "meta slovena" di solidarietà, e dalla Slovenia partiranno per Capodanno lunghi treni diretti verso grandi feste a prezzi scontanti, che non troverebbero in a nessun altro posto dell’UE. L’agenzia turistica slovena Supertrevel è la capofila della campagna pubblicitaria "Belgrado, il posto più vivace d'Europa", confermando che i cari sloveni considerano Belgrado una città europea "senza prefisso balcanico". Al contrario, altre agenzie stanno preparando "Capodano 2009 alla maniera balcanica", dove Belgrado diventa la città più divertente con le donne più belle: un treno-disco con 600 persone partirà da Lubiana diretto ai grandi party di Belgrado, mentre una guida condurrà i turisti anche nei luoghi bombardati dalla NATO. L’assurdità dei Pesi balcanici la si può descrivere ammettendo che la loro bizzarria ha un certo fascino. Scadarlia, Terazie e Kalemegdan, le perle di Belgrado dove il "fiume Sava bacia il Danubio", nella notte di Capodano saranno dei luoghi incantati dove si dimenticheranno tutte le diversità e le divisioni politiche, e si sentiranno solo risate e clamore di quei popoli che sono, nonostante tutto, sempre vicini. La Serbia è sempre stata vera Europa, e la cultura millenaria serba potrà essere vista anche in questa, nella sua capacità di chiedere scusa e di accogliere nella propria terra "familiari e vicini".