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02 marzo 2009

I Balcani divisi tra giustizia e memoria


L'entrata della Slovenia in Europa, prima e in maniera separata rispetto ai Balcani Occidentali, e la criminalizzazione della Slovenia, stanno contribuendo sempre più alla instabilità di questa regione. Il grande paradosso del potere della Slovenia lo si può vedere anche con gli occhi degli stessi italiani, che devono lottare, ancora oggi, per il riconoscimento della memoria delle foibe. L'ultimo sconcertante episodio lo racconta il gruppo di esuli italiani bloccati da una manifestazione di "esaltati" nostalgici dell'armata di Tito, mentre si recavano a rendere omaggio alle vittime delle foibe (nella foto).

La frammentazione programmata della Jugoslavia e gli stessi errori delle politiche di allargamento dell'Unione Europea, stanno avendo oggi degli effetti spesso fuori dal controllo dei Governi e della Comunità Internazionale. Possono anche trascorrere decenni, ma quando le guerre terminano su accordi di pace che provocano altrettante ingiustizie, non si vengono mai a creare delle "democrazie" moderne e stabili. Nelle nuove repubbliche dei Balcani c'è poco di moderno, perché in queste terre sono spesso vividi e persistenti sentimenti di rabbia e superbia che vanno persino oltre il nazionalismo, perché manca proprio il concetto di stato-nazione o di simbolo nazionale. A volte sembra che la guerra degli anni '90, ma anche la seconda guerra mondiale, non sono mai finite, e che le fazioni etniche continuino a contrastarsi per difendere i propri diritti all'esistenza. E proprio qui, nel cuore dell'Europa, si lotta ancora per la memoria, intesa come "ideale" da proteggere contro le aggressioni dei "vincitori" che hanno scritto la storia: non si tratta di revisionismo storico, sarebbe un po' troppo riduttivo e andrebbe ad etichettare un fenomeno per associarlo ad un "reato", perché in realtà è un desiderio di giustizia, una ricerca della verità, necessaria per dare pace a questi popoli. Anche la giustizia, come la memoria, è un concetto complicato e relativo, ma chiudere i conti del passato senza concedere il diritto alla difesa e al contraddittorio significa togliere anche la speranza di creare davvero le "nuove democrazie".

Attenzione, questa non è una pura speculazione giornalistica, perché la Corte di Giustizia Internazionale e il Tribunale Penale dell'Aja sono oberati di cause che i trattati di pace non sono riusciti a risolvere: se vi fosse stato vero accordo nel ratificarli, non saremmo arrivati a questo punto. Il più grande errore è stato compiuto proprio dalla Comunità Europea - nata dall'accordo di pace tra Germania e Francia sulla gestione del bacino della Ruhr, con la creazione della CECA - che non ha saputo evitare gli errori del passato, e non ha dato alla ex Jugoslavia l'opportunità di ottenere quella giustizia, che l'America gli ha negato, allo scopo di trattare quegli Stati come una mera colonia militare. L'Europa ha obbligato gli Stati dei Balcani a ragionare in maniera "europea" imponendo degli standard giuridici ed economici ritenuti giusti, quando sono stati inefficaci e sbagliati anche all'interno dei Paesi membri, senza, tra l'altro, mettere come condizione che venissero chiuse ex ante tutte le questioni del passato rimaste aperte. Non solo non l'ha fatto, ma ha alimentato le ingiustizie, i sentimenti di revanche, che ora creano delle situazioni paradossali, quasi impossibili da risolvere.

Innanzitutto infierisce sempre di più nella criminalizzazione della Serbia per le responsabilità di quanto accaduto nella guerra in Jugoslavia, definendola così colpevole del genocidio di tutte le etnie non-serbe presenti nei Balcani, della cosiddetta "serbizzazione" dei Balcani. Una tesi inverosimile e assolutamente non supportata dalla realtà dei fatti, in quanto vi sono molte province della ex Jugoslavia in cui le comunità serbe sono state letteralmente decimate sino a farle completamente scomparire. Dalla Krajina alla Slovenia, dalla Bosnia al Kosovo, vi è stata una pulizia etnica nei confronti delle comunità serbe, che da popolo costitutivo, sono divenute delle piccole minoranze. La stessa sentenza della Corte dell'Aja che accusa la Serbia di aver compiuto degli atti criminali in Kosovo contro gli albanesi nel 1999, potrebbe essere facilmente strumentalizzata dalla comunità internazionale che ha sostenuto il diritto di auto-determinazione del popolo kosovaro. Questa è la prima volta che delle alte cariche istituzionali serbe vengono condannati per crimini compiuti in Kosovo nel 1999, tale che una sentenza di questo tipo potrebbe davvero avere un impatto sull'opinione pubblica kosovara che, dopo l'assoluzione di Haradinaj, vedrà la consacrazione dello Stato del Kosovo come una vittoria di giustizia sociale e umanitaria. Sicuramente non è un verdetto che aiuta il processo di pacificazione del Kosovo, e rischia di influenzare anche il giudizio della Corte di Giustizia Internazionale: eppure questa sentenza piace molto all'Europa, che può ora rincarare la dose contro la Serbia, per avere la consegna dei ricercati dell'Aja o rimandare sine die l'attuazione dell'Accordo di Stabilizzazione e di Associazione.

L'altro grande errore dell'Europa, è stato quello di consentire l'entrata dalla Slovenia prima ed in maniera separata rispetto al blocco dei Balcani Occidentali, ponendola così ad un livello diverso, e dandole un potere di giurisdizione che non le compete. Lubiana oggi interferisce nel processo di integrazione della Croazia, sia per la sua adesione nella NATO che in quella dell'Unione Europea, ma anche dell'Albania, mentre cerca degli assurdi pretesti anche nei confronti della Repubblica di Macedonia. Strumentalizza le questioni di regolamento dei territori di confine per imporre il veto alla chiusura dei capitoli del processo di integrazione, e arriva persino a proporre il referendum popolare per la ratifica del protocollo di adesione alla NATO. L'ultima mossa è stata quello di bloccare il capitalo relativo al "Diritto societario", che era stato aperto nel giugno del 2007 e la Slovenia non aveva avuto alcuna obiezione sino a questo momento, trattandosi infatti di una materia puramente tecnica, senza toccare il tasto del regolamento dei confini. Allo stesso tempo, il partito del popolo sloveno (SSN) ha chiesto al Primo Ministro sloveno Borut Pahor di presentare un reclamo ufficiale alla Croazia affinchè, entro 10 giorni, rimuova i cosiddetti "punti di controllo temporaneo", sui confini di Plovanija e Sveti Martin na Muri, essendo "parte del territorio sloveno" . Per giustificare le sue pretese, parla di "difesa degli interessi nazionali", ma tali insistenti richieste fanno pensare a Zagabria che la Slovenia non sia interessata ad altri territori, quanto più ad ottenere uno sbocco sul mare, e dunque a controllare una parte della costa che dà accesso ai traffici del Mediterraneo. Dall'altra parte, la Comunità Europea la lascia agire senza intervenire, per evitare di far trasparire un'immagine di "anti-democraticità" della sua integerrima struttura. Si limita infatti a proporre un gruppo di esperti per risolvere il contenzioso bilaterale sui confini, guidato dall'ex presidente finlandese Martti Ahtisaari, il quale - dopo il grande caos del piano per il Kosovo - potrebbe dare ai Balcani un altro grande contributo di "saggezza" e "mediazione".

Il grande paradosso del potere della Slovenia lo si può vedere anche con gli occhi degli stessi italiani, che devono lottare ancora oggi per il riconoscimento della memoria delle foibe, nonostante vi sia un'unanime consapevolezza presso la Comunità Internazionale dei crimini compiuti dai "partigiani di Tito". L'ultimo sconcertante episodio lo racconta il gruppo di esuli italiani di Fiume, Dalmazia e Istria, che si sono recati nel paesino sloveno di Lokev (Corgnale di Divaccia) a soli 12 chilometri da Trieste per rendere omaggio ai morti di una delle foibe, quando sono stati bloccati da una manifestazione di "esaltati" nostalgici dell'armata di Tito. Inneggiando contro "i fascisti italiani", i "democratici sloveni" hanno portato con sé bandiere ed uniformi dell'esercito jugoslavo, lo stesso sul quale - pochi anni fa - hanno sparato con vere e proprie esecuzioni di eliminazione. La manifestazione era stata organizzata dalle associazioni degli esuli italiani con il contributo del Consolato italiano di Capodistria, che ha provveduto a raccogliere tutti i permessi necessari. Tutto questo comunque non è servito, in quanto, secondo le testimonianze degli esuli italiani, gli sloveni si sono presentati con un atteggiamento visibilmente ostile e minaccioso, e hanno così sbarrato l'ingresso alla foiba per evitare che svolgessero una semplice cerimonia di preghiera. "Sembravano inferociti e dei giovinastri avvinazzati cercavano lo scontro fisico. Alcuni di loro tenevano in mano dei bastoni con punte di ferro", afferma Massimiliano Lacota, Presidente dell'Associazione degli esuli italiani, descrivendo l'assurdo spettacolo a cui hanno assistito, senza che la polizia slovena intervenisse in loro difesa e bloccando invece i manifestanti che si trovavano lì senza alcun diritto. Urlando "morte al fascismo, libertà al popolo", vecchio motto dei partigiani di Tito, hanno cominciato ad avanzare, mentre gli inneggiamenti contro i "porci italiani" e gli "sporchi fascisti" si sono protratte per più di un'ora.

Lacota, e gli altri presenti, sono stati "inorriditi" per un tale spettacolo di inciviltà, da parte di un "paese moderno" come la Slovenia, mentre noi non ci meravigliano più di tanto. Gli sloveni, per quanto vogliano sentirsi "popolo eletto" dell'Est, sono pur sempre un popolo balcanico, dall'animo "iracondo" e confusionario, della peggior specie, proprio perché convinto di essere superiore. In realtà la Slovenia è l'unico Stato dei Balcani che ha commesso crimini di guerra, che ha contribuito alla stessa frantumazione della Jugoslavia, ma non ne ha mai pagato le conseguenze, come tutti gli altri. Lubiana aveva tutto da guadagnare a staccarsi dai Balcani e dunque a volere la fine della Jugoslavia, mentre ora ha tutto da perdere nel consentire alla Serbia e alla Croazia di entrare in Europa. Perderebbe quella posizione di leadership e di "portavoce dei Balcani" che si è auto-attribuita, per diventare un semplice e banale stato dei Balcani: la Serbia diventerebbe la porta d'Oriente del commercio europeo verso la Russia , mentre la Croazia, con la sua grande superficie costiera, il "porto" dell'Europa sud-orientale, accanto al Montenegro e all'Albania. Infatti, se così non fosse, se la Slovenia non ambisse ad avere almeno un piccolo sbocco sul mare, non insisterebbe così tanto sulla difesa dei confini territoriali, ed in particolare del porto di Pirano. Purtroppo, sono ancora gli altri Stati balcanici a scontare le conseguenze della politica della Slovenia, e se l'Europa non interviene a fermare questo caos, il labirinto balcanico non vedrà mai una fine. Il primo passo dovrebbe essere proprio quello di dare un'opportunità di ripresa alla Serbia e consentire a questo popolo di ritrovare, con le sole forze della legge, la propria giustizia. In secondo luogo lasciare che ogni Stato risolva le proprie controversie sulla base di un compromesso preso con consapevolezza, per dare davvero una svolta di "modernità" alla risoluzione dei contrasti balcanici.

20 febbraio 2009

Il nazionalismo europeo si risveglia

Il Giorno della Memoria è stato accompagnato da una campagna di informazione sul passato più lontano d’Europa, quasi a risvegliare un antico nazionalismo che sembrava perduto nelle pieghe del sogno europeo. È evidente che il nazionalismo sia ancora vivo nei Paesi europei, alimentato dai fantasmi del passato, cercando di nascondere in esso problemi ben più gravi che l’Unione Europea non vuole affrontare, con il rischio che tutto questo possa creare una possibile frantumazione molto simile alla Jugoslavia degli anni '90. ( Foto: Rocco Cerchiara e Andrea Cardia, Foibe, 2009 - tratto dalla mostra "Foibe, dalla Tragedia all'Esodo", al Complesso del Vittoriano a Roma fino al 22 febbraio )

Il Giorno della Memoria è stato accompagnato da una campagna di informazione sul passato più lontano d’Europa, quasi a risvegliare un antico nazionalismo che sembrava perduto nelle pieghe del sogno europeo. Nelle più grandi città italiane si potevano vedere grandi manifesti per ricordare all’Italia la strage della foibe, compiuta dai “sanguinari partigiani di Josip Broz che alla fine della Seconda Guerra mondiale hanno fatto della lotta anti-fascista una crociata di pulizia etnica. Lungo le strade e nei pressi dei monumenti vi erano grandi manifesti che raffiguravano una mano che puntava il dito verso i “vicini dell'Est”, accusando il regime di Tito per lo sterminio e la cacciata degli italiani in Croazia. Dopo la frantumazione della Jugoslavia del 1991, Slovenia e Croazia dovranno pagare il conto di tutto quello che è accaduto sul loro territorio durante il regime di Tito. Nelle strade di Trieste potevamo vedere i graffiti dei movimenti di estrema destra che inneggiavano contro Tito e gli Jugoslavi, e contro la minoranza slovena che “deve tornare nel proprio Paese”. “Gli slavi di Tito”, Zagabria e Lubiana, sono rimaste scioccate quando, nel 2005, l'Italia decide di stabilire “il giorno della memoria delle foibe”. In tale gesto, i vicini croati e sloveni, hanno visto solo il ritorno del “nazionalismo italiano” e la “riabilitazione dei crimini del fascismo compiuti in Italia”. Allora, sloveni e croati, hanno inviato una protesta formale nei confronti della RAI per aver trasmesso un documentario “Il cuore nel profondo”, del regista Alberto Negrin, segnando così la prima tappa per ottenere il riconoscimento di quella strage contro gli italiani. La Slovenia infatti affermò che durante il documentario venivano mostrati fatti non veri e manipolati, e che l'Italia "non aveva ancora abbandonato il suo fascismo". Lubiana ha inoltre insinuato che gli italiani, anche oggi, hanno censurato sulle reti RAI il documentario della BBC “Fascist Legacy” proprio perché esso parla dei crimini dei fascisti italiani in Jugoslavia, osservano i politici sloveni.

Gli scontri tra Roma-Zagabria-Lubiana cominciano di nuovo un anno fa, dinanzi alle parole del Presidente Giorgio Napolitano e delle sue dichiarazioni contro l' “espansionismo sloveno”, gli “atti barbarici” e la “pulizia etnica” dei comunisti di Tito. Dopo lo scambio di minacce ed intimidazioni tra i due Stati, cominciano le trattative di integrazione europea della Croazia, con la campagna di "riconcilizione” dei Presidenti croato e sloveno, Stipe Mesic e Danilo Turk . Il 10 febbraio diventa il giorno della memoria delle Foibe, quando prima era solo l'anniversario della sottoscrizione del Trattato di pace del 1947, con il quale l'Italia perde le isole croate e le città in Istria e Croazia. La città di Rodik, in Slovenia, ha ospitato decine di pullman provenienti dall’Italia, per ricordare l'anniversario della Foibe, e in quei giorni era anche possibile trovare dei souvenir con la raffigurazione del "Duce" e lo slogan "La vera strage". I cittadini di Rodik erano pronti a fermare gli Italiani con un muro di corpi, considerando la loro visita come “la vendetta dei veterani dei fascisti”, come ha scritto un giornalista del quotidiano sloveno Delo. “Gli italiani, quando sono sinceri, dicono che vedono il confine a 15 chilometri da Lubiana - afferma un cittadino di Rodik, aggiungendo - gli Italiani credono che si possa cambiare qualcosa”, dichiarano con paura gli sloveni, facendo appello anche agli storici per difendere quanto sancito dal Trattato di pace del 1947.

"La storia è stata scritta dai vincitori", si dice spesso, ma durante il regime di Tito dalla ex Jugoslavia sono stati cacciati 350.000 italiani, mentre tutte le loro terre furono sequestrate come indennizzi di guerra. Sia Lubiana che Zagabria, negano una tale cifra affermando che gli italiani hanno scelto di “andare via da soli” per ragioni economiche, stimando così che le vittime delle foibe sono solo 1500 persone. Per Roma quella cifra è cinque volte di più, ma potrebbero aumentare ancora di più, per alimentare il nazionalismo tra gli Stati europei oppure tra quelli che vogliono essere i prossimi membri della Comunità Europea. Ci si chiede , come sarà possibile convivere in una realtà in cui i fantasmi del passato non stati ancora chiariti, e i processi non ancora visto un epilogo finale. Ci chiediamo ancora perché, dopo tanti anni dalla fine del secondo conflitto mondiale e della sanguinaria guerra della ex Jugoslavia, a cui hanno partecipato sloveni e croati, si parla di nuovo di "fascismo italiano" per andare così a risvegliare i fantasmi del passato, ben sapendo che proprio il Nazionalismo ha provocato la frantumazione della Jugoslavia e poi la Guerra?

Dietro tale evento forse si nasconde anche il motivo per cui Croazia e Slovenia chiedono la “frantumazioni dei vecchi accordi tra i tre Stati” , dato che nessuno di loro è soddisfatto della divisione del territorio e della linea della frontiera disegnata dall’alleanza. E forse Slovenia e Croazia vogliono gettare ombra su qualcun altro per coprire il loro disaccordo sulla divisione del Golfo nel Mar Adriatico. La Slovenia è giunta al punto di proporre la raccolta delle firme per organizzare un referendum sulla possibilità o meno che la Croazia possa entrare nella NATO, Il Presidente Danilo Turk nega tutto, affermando che non si tratta di niente di serio, chiedendo scusa per il comportamento del Governo sloveno a causa della condotta dei “partiti nazionalisti” che hanno proposto una tale iniziativa. La Croazia si aspettava che entro il 2009 sarebbero state portate a termine le trattative per il suo ingresso in Europea, per poi festeggiare la nomina ufficiale nel 2011, ma la Slovenia esclude totalmente la firma dell’ASA prima della risoluzione della controversia territoriale. Non è bastata neanche l’opera di mediazione di Olli Rehn, consigliando alla Slovenia di mettere da parte le loro pretese nazionalistiche per risolvere così i loro problemi di frontiera. Lo stesso Premier, sin dall'inizio ha partecipato a questa “Guerra delle frontiere” tra Slovenia e Croazia per ridurre le tensioni createsi all’interno dell'opposizione per la raccolta delle firme sul referendum.

La Slovenia, come la stessa Croazia, hanno però dimostrato da tempo di non essere degni membri dell’Unione Europea, a causa del loro comportamento nei confronti degli stessi serbi. È evidente che il nazionalismo sia ancora vivo nei Paesi europei, alimentato dai fantasmi del passato, cercando di nascondere in esso problemi ben più gravi che l’Unione Europea non vuole affrontare, con il rischio che tutto questo possa creare una possibile frantumazione molto simile alla Jugoslavia degli anni '90.
Ma la storia del nazionalismo risvegliato europeo non finisce qui. Come Slovenia, Croazia e Italia, anche Germania e Polonia si stanno confrontando con le vecchie storie del passato. Il loro disaccordo è nato con la fondazione di un centro di raccolta della documentazione relativa ai tedeschi cacciati dopo la seconda Guerra mondiale. Varsavia chiede a Berlino che il dirigente del Centro non sia Erika Steinbach, che fa parte del partito democristiano. A prima vista sembra un problema di poca importanza, ma da questo episodio sono nati altri fantasmi della Seconda Guerra mondiale. Ricordiamo che dopo la Seconda Guerra Mondiale, si stima che 12-15 milioni di tedeschi sono stati perseguitati nell’Europa dell’Est e nella Germania Democratica. Anche loro oggi non accettano come è stata tracciata la frontiera sui fiumi Odra e Nisa e la stessa Erika Steinbach ha votato contro l’ingresso della Polonia e della Repubblica Ceca in Europa. “Il caso Steinbach”, come scrive Frankfurter Allgemeine Zeitung, "dimostra chiaramente come sia lunga la strada della riconciliazione".

Questo potrebbe aiutare a capire il motivo per cui la situazione politica della Bosnia resta irrisolta da anni, considerando che la Comunità Internazionale ha cercato di far vivere nello stesso Stato i “nemici sanguinari” appena terminata la guerra, unendo insieme diverse etnie, tre religioni diverse, che hanno combattuto tra di loro a causa delle differenze che li dividevano e della storia mai chiarita, dopo che la riconciliazione del Comunismo di Tito ha trasformato il passato in tabù. Lo stesso sta accadendo così per il Centro memoriale in Germania: rifugio, persecuzione e riconciliazione, dietro cui si nascondono forti emozioni, brutti ricordi, memoria, disaccordi e ricatti politici.
Solo adesso l'Europa può capire i problemi che gli jugoslavi hanno dovuto affrontare, proprio perchè la Jugoslavia 50 anni fa era davvero una piccola Unione Europea. I professori e i democratici europei giunti in queste terre come Alti Rappresentanti della Commissione Europea dicevano alle “tribù balcaniche” come devono vivere insieme, come fratelli e sorelle, felici e contenti con i loro traumi della Guerra. Di tutto questo sono rimasti i “ricatti”, come li definisce il Presidente Mesic, che vengono scambiati usando come arma l’ingresso nelle strutture euro-atlantiche. Questa è la vera immagine di una Europa già frantumata, che sta ripercorrendo le stesse tappe della frantumazione della Jugoslavia con la stessa ricetta “nazionalismo e memoria”, sapendo bene che ognuno porta dentro di sé e nelle generazioni a venire, in silenzio, il ricordo della tragedia . Gli stessi psicologi potranno confermare che conservando il trauma in silenzio senza dare la possibilità di discuterne, equivale ad avere dentro di sé una bomba che può esplodere in futuro. È solo questione di tempo. I Balcani hanno già avuto la propria lezione, ora tocca all’Europa.