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07 settembre 2009

L'Italia nei Balcani che non esiste


Dinanzi alle grandi sfide della grande integrazione dei Balcani, l'Italia si pone come apripista e grande sostenitore dei Paesi balcanici. Eppure, qualcosa non va nel sistema italiano nei Balcani: una dura eredità del passato che non riesce a guardare al futuro, tante schegge impazzite che distruggono anni di lavoro e di sforzi per far ripartire questa grande forza motrice.

Un progetto ambizioso, impossibile da attuare e comunque reale, quello dell’Osservatorio Italiano, nato dal successo di Rinascita Balcanica, da anni di esperienza nei Balcani e poi da un immenso lavoro. Un media indipendente, una intelligence economica e una camera di commercio virtuale per aziende ed imprenditori che guardano verso i mercati dell’Est come opportunità di sviluppo e cooperazione. Qualcosa che tutti dicono di aver pensato e aver ideato, ma nessuno ha mai portato a termine, nonostante lo Stato italiano abbia profuso miliardi di lire e poi milioni di euro per lasciare un segno dell’italianità nei Balcani. Dunque il problema non è mai stato il “vile denaro”, bensì l’onesto impegno e sacrificio dei funzionari, degli impiegati, dei giornalisti o dei famosi “ideatori”. Cercando le tracce di questa famosa italianità, abbiamo trovato solo cocci e rovine dei massicci investimenti dello Stato, quel senso di deserto e abbandono che caratterizza d’altronde tutto il “mondo degli italiani all’estero”. Dopo tanta amarezza e delusione, siamo giunti alla conclusione che “l’Italia nei Balcani non esiste”. O almeno quella istituzionale, fatta dei “soliti noti” che circolano a ripetizione, faccendieri di politici, le stesse persone che si incontrano alle feste di premiazioni, di medaglie e di premi sconosciuti. Questo sono le ambasciate, gli Istituti del Commercio Estero, le Camere di Commercio (etc.) : uffici deserti, funzionari super pagati, esperti introvabili, redattori pappagalli. Tutti sono talmente occupati a non far niente, che se voleste fare una domanda su una banale notizia che circola sui giornali locali rischiereste l’emicrania. Internet per ambasciate e uffici commerciali significa ‘Facebook’, non aggiornano i loro siti da mesi, e quei pochi che lo hanno fatto, hanno scopiazzato informazioni, quando sono loro che devono produrre informazioni agendo in prima persona sul luogo, anche perché hanno i mezzi e le conoscenze per farlo. Ma al di fuori di quegli uffici condizionati non sono nessuno, sono dei semplici funzionari che sono stati trasferiti da un paesino italiano e messi dentro un’ambasciata dell’Est. In questi Paesi così lontani da casa basta poco per impazzire e diventare megalomani, avere amanti e fidanzate, e dimenticando tutto il resto. Insomma, i classici “italiani in vacanza all’estero”, quelli che in Romania chiamano “Makarona”; d’altronde nessuno guadagna il rispetto di un popolo senza lavorare onestamente e duramente.

Ed infatti, siamo arrivati al punto che l’Italia non ha neanche un sistema di informazioni all’estero, non sa neanche quello che succede all’estero, cerca di capirlo costruendo una rassegna stampa di fonti eterogenee con diversi livelli di attendibilità. E’ chiaro che noi italiani siamo bravi a stringere mani e dire “conosciamo bene l’argomento”, tanto poi si vive con i contributi dello Stato. Questa è la grande truffa, vivere come parassiti, spillare contributi allo Stato, divenuti le casse dei politici per fare propaganda. Nel mondo in cui noi viviamo troverete di tutto. Quotidiani che non sono stati mai pubblicati, settimanali fantasma accreditati alle ambasciate, famose telematizzazioni degli italiani all’estero (come l’Aire?), opere d’arte trafugate, valigie di denaro, commercio di visti, personale diplomatico che fa l’agente di commercio per le grandi società italiane che hanno i loro conti correnti alle Cayman. Alla fine sappiamo come vanno a finire le inchieste interne, e questo la dice lunga sul ruolo delle ambasciate, anche se, evidentemente, a Roma le cose vengono dette diversamente, e si continua a tollerare questa situazione perché sono stati volutamente accreditati certi personaggi.
La verità è che le ambasciate devono controllare i loro dipendenti locali, che viaggiano come schegge impazzite e, per fare i loro piccoli e miserabili interessi, distruggono l’immagine di un Paese, il lavoro di cento persone, milioni di euro spesi. Pochi gesti di una persona anonima che ‘tira a campare’ va a frantumare mille sforzi e sacrifici di tante persone che cercano di farlo ripartire questo “Sistema Italia”. Però ci si nasconde dietro tanti cavilli e continui scarica barile, e poi tutta la colpa deve ricadere sul Ministero, perchè si dice sempre “se non hai un santo al ministero non si apre nulla”.

Se questo è il nostro esercito, è chiaro che poi il Parmigiano Reggiano viene rubato dai tedeschi e chiamato Parmesan, e mentre gli inglesi, i cinesi, gli albanesi e i romeni vendono i loro prodotti con nome italiano, le imprese italiane si camuffano con nomi britannici.
Signori Ambasciatori, aprite gli occhi e controllate cosa fanno i vostri dipendenti, spalancate le porte delle ambasciate affinchè possano entrare imprenditori che vogliono creare un valore aggiunto, e non vogliono chiedere solo dei visti. I mezzi sono sempre pochi e mal distribuiti, ma potreste dare loro una nota di quello che succede nel Paese quotidianamente, questo è un modo per cominciare, un modo per dare l’idea di essere vivi. Non chiamate i grandi gruppi bancari per capire dove vanno gli investimenti, non seguite le schede Paese della Banca Mondiale, ma fate la vostra informazione. La gente è stanca di sentire sempre parole “di integrazione euro-atlantica”, cose che non hanno più senso, ma vogliono sapere cosa è stato realmente portato a termine, quanta ricchezza è stata prodotta e quante piccole imprese sono nate.

L’indifferenza, il gusto ad agire alle spalle degli altri, l’ignavia, non porterà questa nostra Italia da nessuna parte, ma la aiuterà solo a sopravvivere alla giornata, a raccogliere le briciole e a fare compromessi con grandi multinazionali. Non dimentichiamo che i nostri antenati hanno attraversato oceani, i loro corpi sono stati dispersi nell’oceano, sono stati umiliati, ma senza saper parlare l’inglese hanno costruito intere nazioni come palazzi, hanno dato il sostentamento all’Italia e hanno creato “l’italianità nel mondo”. Gli Italiani, dopo, hanno creato “il mondo degli italiani all’estero” e hanno vissuto come sciacalli alle sue spalle, vanificando cento anni di lavoro. Oggi, assistiamo all’Italia nel mondo che non esiste.

14 novembre 2008

Il made in Italy che non c'è


L'italianità è senz'altro qualcosa che ci appartiene, e dunque va difeso e sviluppato. Tuttavia in questi anni il mondo degli "italiani all’estero" è diventato solo un cunicolo di vipere e di affaristi senza scrupoli, uno sterminato labirinto di millantatori, che hanno usurato degli ideali per i propri interessi. Oggi bisogna invece rilanciare l’imprenditoria italiana che ha le capacità per diffondersi nel mondo, partendo innanzitutto dalle risorse che i mercati e i governi esteri possono offrire.

Sentiamo sempre più spesso parlare di italicità, di italianità e ancora di "made in italy" come un bene che appartiene al popolo italiano e sul quale bisogna, dunque, bisogna investire. Lo Stato italiano cerca ormai da anni di colmare quella abissale lacuna della frammentazione del suo popolo a causa delle grandi migrazioni, e bisogna ammettere che ci riesce con risultati davvero scarsi, mentre il resto viene affidato spesso all’iniziativa individuale delle comunità che si vengono a creare. L’apparato istituzionale, il cosiddetto "Sistema Italia" ha delle risorse davvero minime rispetto al territorio che dovrebbe coprire, anche perché stiamo parlando dell’intero globo. Da questo punto di vista, l’Italia è uno dei pochi Stati al mondo, se non l’unico, ad avere una cittadinanza globale, che direttamente o indirettamente tende a rispecchiarsi nell'ideale dell’italianità. Un fenomeno opposto è invece la cosiddetta "fuga di cervelli", ossia il desiderio di fuggire da una realtà che non garantisce una dignitosa carriera o in certi casi la sostenibilità del tenore di vita. L’italiano all’estero è così l’incarnazione della storia e delle contraddizioni del nostro Paese, è l’impulso alla scoperta, al viaggio e all’esportazione di sapere e cultura, ma è anche il dolore del passato, il malessere del presente e l’insicurezza nel futuro. Su questo siamo tutti d’accordo: l’italianità ci appartiene ed è qualcosa da difendere. Ma cosa significa oggi essere italiano all'estero, e perchè si deve sempre parlare di italiani d’Argentina oppure degli italo-americani?

Sembra ormai inevitabile ridursi a parlare di sagre, di feste popolari della "Little Italy", ad organizzare tombolate, "partite di calcetto" e commemorazioni della "Ellis Island". Le Associazioni di italiani all’estero che si trovano nel continente americano, sono per la maggior parte iniziative di italiani di seconda o terza generazione, in qualche modo destinate a scomparire con l’allungarsi delle generazioni. La cultura e le tradizioni che cercano di tramandare ormai si sono disperse nella commistione di usi e costumi del luogo, creando così una lingua e dei riti che nei fatti non esistono in Italia, non appartengono alla cultura italiana come tutti noi la conosciamo. Anche se va loro il merito di aver ricostruito un’identità nazionale tutta personale, non si può costruire su queste comunità un legame con la "madre patria", né un ponte economico. Sono realtà chiuse, che nascono e muoiono all’interno degli stessi quartieri italiani, costruiti ai margini delle periferie delle metropoli. Le Camere di Commercio, gli Istituti ICE, i Consolati e le Ambasciate molto spesso non hanno alcun contatto con queste entità, che in qualche modo restano legati all’immagine che si sono costruiti.

Ancora diversa è poi la realtà degli "italiani" che all’estero hanno creato la loro ragione di vita, scrivendo libri sulle grandi emigrazioni, intavolando discussioni sulla politica e l’economia italiana quando sono stati i primi ad abbandonare il Paese. Si definiscono la ricchezza ripudiata dallo Stato, e molto spesso si traducono solo in grandi studiosi "del modo ideale di imbrogliare il prossimo". Chiedono che siano create scuole italiane per mantenere la cultura italiana, e allo stesso tempo sono contrari alla creazione nel di scuole straniere e di "commistioni" con gli immigrati nel loro Paese. In questi anni, abbiamo avuto molte esperienze di questi famosi patrioti, di questi grandi condottieri di prosciutti, di sagristi e esperti di "panettonate", che si fanno strada negli uffici dei Ministeri sulla falsa riga degli studi "per creare laboratori di intelligenze". Teorie trite e ritrite, manoscritti e carta straccia, che ritraggono solo frustrazioni di pseudo-globalizzazioni inesistenti, tutte belle "storie" che sono da sempre terreno fertile di tanti personaggi che marciano sull’italianità per interessi personali, un po’ per propaganda e speculazione fine a sé stessa, un po’ perché inconsapevolmente cavalcano cavalli di battaglia sbagliati. Anche nel mondo degli italiani all’estero, è stata dunque creata una sorta di lobby che ha ridotto quest’universo sterminato di cultura ed impresa, alle solite sceneggiate nostalgiche che da anni non aggiungono niente di nuovo e non contribuiscono allo sviluppo del Paese. Sul cosiddetto "made in italy" vi sono migliaia di processi in corso, battaglie e controversie per rivendicare la paternità nel nome, dei marchi e delle denominazioni.

La verità è che gli "italiani all’estero" finanziati dallo Stato non sono uniti, sono un cunicolo di vipere e di affaristi senza scrupoli, uno sterminato labirinto di millantatori, che mettono a ferro e fuoco i Ministeri solo per spillare quattro spiccioli allo Stato, come sempre moralmente ricattato per la sua inefficienza e la sua assenza. Il Ministero degli Italiani nel Mondo, così come la Farnesina, sono ormai inondati da progetti di data base, di media, di quotidiani, di piattaforme multimediali, di uffici di rappresentanza e di intermediazione. Possiamo però assicurarvi che ognuno di essi si sgonfia in un mero processo di copy and paste, di produzione di informazione fine e sé stessa, e solo nel migliore dei casi di esternalizzazione dei servizi ad entità private. Molte "aziende" che abbiamo avuto l’occasione di conoscere, oltre ad avere grandi buchi neri nei loro bilanci con milioni di euro di finanziamenti scomparsi, sono ancorate alle menzogne sul business italiano, che loro stessi hanno contribuito a distruggere.

Saremmo veramente curiosi di vedere cosa hanno fatto in tutti questi anni queste vacche grasse malaticce, vorremo anche conoscere le aziende che sono riusciti a crescere grazie a queste strutture. In realtà non c’è nulla dietro questa italicità, dietro questo "made in Italy" e l’associazionismo italiano. Molte spesso vi sono tante aziende straniere - cinesi, turche, greche, romene, inglesi, belgi - che usano questi marchi "italici" e hanno conquistano i mercati esteri : cosa ha fatto lo Stato italiano, con tutte le strutture che ha finanziato, per proteggere il vero "made in Italy" ed impedire che imprenditori esteri si potessero impossessare della nostra immagine. Un tempo, i muratori italiani andavano in giro per il mondo e aprivano ristoranti, e se alla fine dovevano servire "la pasta con il kechup" non aveva importanza, perché bisognava vendere. Oggi invece, il mercato della ristorazione all’estero è nelle mani di albanesi e romeni, che parlano benissimo l'italiano e, con le loro insegne italiche, hanno invaso il mercato. Dinanzi a tale situazione, oltre alle timide dichiarazioni di deputati degli italiani nel mondo, c’è il totale immobilismo ed indifferenza.

In realtà, dovremmo imparare dai francesi, dai tedeschi e dai russi, che entrano nei mercati esteri tramite società logistiche, avvocati, professionisti e consulenti, con le tecnologie e il loro sapere e le loro risorse. In un certo senso bisogna rilanciare l’imprenditoria italiana che ha la capacità e la forza di diffondersi nel mondo, traendo beneficio dalle risorse umane e materiali estere. Il potenziale strategico non va cercato negli italiani residenti in loco, ma nelle popolazioni indigene che condividono la cultura Italiana, e hanno un forte sentimento verso l’Italia. Da questo punto di vista, occorre concentrare l’attenzione sui mercati prossimi, vicini logisticamente con i quali è possibile sviluppare una rete di scambi immediata, indotta spontaneamente dalla specializzazione dell’economia. In questo, bisogna rifarsi alle vecchie teorie di Keynes e Ricardo, individuando nello scambio delle risorse il mezzo per coltivare "la ricchezza delle nazioni".
L’interscambio deve essere lo scopo ultimo dei progetti da realizzare, facendo ricorso a strumenti informatici, a servizi di intelligence economica, per creare infine delle Camera di Commercio transnazionali e virtuali. Progetti che devono essere controllati direttamente dalle alte Istituzioni dello Stato, come arma economica per la conquista dei mercati. Coordinando le strutture di sistema già esistenti, che non riescono a muoversi perché intrappolate nella loro stessa burocrazia, queste entità virtuali devono dare un reale supporto all'imprenditoria italiana utilizzando le strutture logistiche e i poteri locali. L’immagine delle imprese italiane dovrebbe essere di netto distacco rispetto al classico "made in italy", ridotto ai classici stereotipi del "prodotto tipico" , per ampliarsi alle conoscenze, alle tecnologie e ai modelli industriali dell’Italia.

28 giugno 2007

L'etnocidio elettorale degli italiani all'estero


L' Institute for Italian-American Studies ha realizzato un'indagine per mettere a confronto la lista degli elettori fornita loro dal Ministero dell'Interno con la reale situazione del popolo elettorale degli italiani del mondo. Su un campione del Nord e Centro America è stato rilevata un' alta percentuale di persone che si considerano cittadini italiani, hanno il passaporto italiano e si sono registrate all'AIRE ma non erano incluse nell'Elenco Ufficiale. L'Istitute for Italian-American Studies ha così rilevato che tra il 1988 e il 2007 sia stato perpetrato un vero e proprio 'Etnocidio Elettorale', che purtroppo è ancora in corso.
Con la legge n. 470/1988 il Parlamento Italiano approva la legge Tremaglia che predispone un vero "Censimento" degli italiani all'estero da condursi contemporaneamente a quello nazionale, e ciononostante questo censimento non è stato ancora effettuato : la legge stabiliva che i Comuni fossero i responsabili primari per l'AIRE affidando poi va al Ministero degli Esteri il compito di rintracciare gli Italiani all'estero usando tutti i mezzi disponibili "all' indirizzo comunque accertato".
Nel caso non fosse poi rintracciato si poteva passare al cancellamento della voce come soggetto irrangiugibile. In questi venti anni sono stati messi a disposizione dallo Stato Italiano 150 milioni di euro, ma, secondo l'analisi effettuata alla base della mancata realizzazione del censimento vi è l'errore di aver dato ai Comuni - che non hanno la struttura adatta per essere la fonte primaria delle informazioni desiderate; inoltre che i Consolati non disponevano di mezzi e delle rirorse per effettuare una rilevazione così precisa, e infine il fatto di non aver fatto benchè minimo ricorso alle metodologie già esistenti in combinazione tra di loro, come l'uso dei Comites, e dei registri delle 8.000 e più associazioni di Italiani all'estero. Il risultato da tale disorganizzazione, nonostante gli ingenti mezzi profusi, è stato solo un gran pasticcio perché il censimento elettorale non è stato portato a termine e molte persone sono state escluse.

Secondo i dati ISTAT gli italiani residenti all'estero e con cittadinanza italiana erano 5.115.747, senza contare poi le migliaia di emigrati che avevano chiesto la cittadinanza e non l'avevano ottenuta. 7.787: in base ai dati disponibili, i responsabili hanno dichiarato la non ammissibilità del voto di circa 50% dei connazionali iscritti negli schedari consolari".
Per cui solo 1.871.344 di persone sono state inserite, mentre 2.447.787 dell' Elenco degli Elettori, non sono stati contattati. Il 29 settembre 2004 il Ministero dell'Interno riportava che dal 1990 al 2004 ben 3.443.768 di cittadini si erano iscritti all'AIRE e che pertanto questo era il numero dei cittadini italiani residenti all'estero. Ciononostante al 7.12.2004 il MAE, in base all'anagrafe consolare dei 220 Consolati del mondo dichiara che vi sono nei cinque continenti un totale di 4.026.403 di italiani con passaporto e cittadinanza italiana. La situazione evolve ancora e al 31 dicembre 2005 il loro numero degli italiani con diritto di voto diminuisce a 2.614.839 e così tutti gli altri iscritti e possibili votanti venivano eliminati. Dopo le elezioni l'Institute for Italian-American Studies ha codotto un sondaggio telefonico da cui è emerso che tra i cittadini con diritto al voto circa il 30% non ha neanche ricevuto il plico necessario per votare.

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Vedendo da vicino i dati di ciascuna città è stato rilevato che in ogni città, piano piano scomparivano circa 1/4 degli elettori dai registri nel giro di pochi mesi.
Lo studio effettuato mette dunque in evidenza che i Ministeri dell'Interno (Comuni) e degli Esteri ( Consolati) non si sono ben coordinati tra di loro né con le associazioni, tanto da causare nel tempo la scomparsa dai registri degli italiani con diritto al voto e dei plichi stessi. Inoltre non è stata fatta alcuna attività di controllo da parte del Consiglio Generale degli Italiani all'estero e Comites, accusati di non aver messo il giusto impegno perché non interessati alle elezioni. Tale disorganizzazione viene percepita dalla comunità italiana all'estero che preferisce così estraniarsi dalla vita politica, e ad abbandonare il loro diritto al voto che diventa ormai quell'avamposto dell'italianità nostalgica.
L'Italia considera i suoi connazionali all'estero come parassiti o come estranei, si ricorda di loro solo quando occorrono i voti per riparare ad una situazione politica insostenibile. Invece l'Italia non sa che gli italiani all'estero non vogliono dimenticare le proprie origini, ma più che altro allontanarsi da quel sistema corrotto e perverso della burocrazia italiana, inefficiente e insostenibile. L'italianità nel mondo vive e si sviluppa sempre più grazie alle loro sole forze, e non certo grazie agli sforzi e ai finanziamento provenienti dal Governo Italiano, mentre l'Italia sopravvive a stento e si adagia sulle glorie del passato.

I finanziamenti che dovevano sostenere i progetti del censimento sono serviti solo a sostenere la rete organizzativa in sé, composta dai mille funzionari che si sono accaparrati una quota dei progetti, e in venti anni non hanno prodotto nulla. Vi è dunque la forte esigenze di cambiare i retaggi del passato e di affrontare il prossimo Censimento del 2010, con diversi strumenti. Lo studio L'Institute for Italian-American Studies propone allora un vero censimento basato sulla raccolta sul campo e in tempo reale dei dati attuali sulla comunità italiana all'estero ma soprattutto su un sistema decentrato nei diversi Stati. Occorre dunque adottare le metodologie utilizzate nei diversi Paesi, usufruendo anche delle strutture delle autorità locali, delle migliaia di associazioni presenti sul territorio. Il principio deve essere quello di unire gli italiani nel mondo utilizzando proprio le strutture che nel tempo sono sorte, le uniche in grado di arrivare in maniera capillare all'interno della Comunità italica.

Questa soluzione potrebbe contrastare in parte quell'etnocidio elettorale dai danni della comunità italiana nel mondo al solo scopo di manipolare le elezioni a vantaggio della classe politica. Se tutto questo non verrà fatto, senza un'organizzazione più efficiente anche il voto elettronico sarà una grande farsa, o meglio, un pericolo ancora più insidioso in quanto il sistema potrà essere ancora di più manipolato in maniera invisibile.

13 giugno 2007

La Banca dati delle Intelligenze italiane nel mondo


Il Ministero Affari Esteri lancerà a settembre il Progetto Columbus, una nuova piattaforma telematica che costituirà la banca dati delle Professionalità e Personalità degli italiani residenti all'estero. Il progetto nasce con lo scopo di monitorare la "mobilità internazionale dei connazionali altamente qualificati", costruendo una Banca Dati che farà un censimento delle varie tipologie professionali. Il Columbus è stato accolto con grande entusiasmo dalla comunità italiana all'estero, ma i primi dubbi cominciando già ad emergere soprattutto a causa della possibile discriminazione degli italiani che si trovano all'estero esclusi dai criteri di iscrizione alla piattaforma.
Quello che sarà un vero e proprio portale, avanzato rispetto all'esistente database Da Vinci, darà la possibilità agli iscritti di usufruire di un'area riservata che permetterà loro di visionare le statistiche sui professionisti italiani all'estero, ricevere informazioni sulle opportunità di collaborazioni con l'Italia, inserire e visionare news ed eventi interessanti, partecipare o proporre progetti ed iniziative che sono in fase di realizzazione. I vari iscritti potranno inoltre contribuire alla creazione di una biblioteca di documenti sugli italiani all'estero, e, infine di dialogare e interagire con gli altri professionisti appartenenti alla Columbus tramite una sezione specifica, al fine di creare un vero e proprio network di comunicazione.
Per entrare a far parte del database delle intelligenze italiane nel mondo occorrerà tuttavia possedere i requisiti minimi della nazionalità italiana , di residenza all'estero e dell'appartenenza ad una delle categorie professionali specificate .
Le "categorie discriminanti sono in grandi linee quelle tutte quelle che abbracciano un'attività di consulenza, amministrativa e professionale, andando ad escludere imprenditori e piccole professionalità non riconosciute da un albo o dal mondo accademico. Un grande neo questo perché potrebbe rivelarsi un progetto riduttivo perché troppo elitario, nonché, da un certo punto di vista, inutile e lesivo per la comunità di italiani residenti nel mondo che per la maggior parte è costituita da operai e piccoli imprenditori che. La loro grande importanza non è da sottovalutare perché costituiscono una grande parte dell'italianità nel mondo, l'ossatura essenziale del made in italy e delle esportazioni, e, per tale motivo, un grande punto di riferimento per la logistica all'estero.


Oggi giunge il Columbus come progetto rivelazione, ma forse non tutti sanno che l'Italia è già in ritardo su questo, in quanto già la legge del 1988 che disciplinava il censimento dei cittadini italiani all'estero con diritto di voto, prevedeva la costruzione di un database completo sull'italianità nel mondo: sono passati ormai vent'anni e nulla è stato fatto. Ci troviamo di fronte ad uno Stato che non sa neanche quanti sono nel mondo i cittadini italiani che hanno diritto al voto, che non conosce com'è composta quell'immensa comunità che si chiama italica. Sino ad oggi è stata la comunità italiana all'estero, le associazioni e le iniziative individuali, a fare un'attività di censimento delle sue intelligenze e delle attività economiche create nel mondo, dando così vita a banche dati di numerosità 10 volte superiore a quelle costruite dallo Stato italiano. La stessa banca dati dell'Aire, ossia dell'associazione italiani residenti esteri, è un progetto fallimentare in certo senso, in quanto le liste elettorali sono solo una farsa, assolutamente inefficienti e inadatte a rispondere alle esigenze degli italiani che desiderano esercitare il loro diritto di voto.
Il problema che ruota oggi intorno all'italianità è molto complesso, ha in sé nascosti molti aspetti poco chiari che vanno ad intrecciarsi tra di loro. La tendenza dello Stato italiano è quella di modificare i criteri di cittadinanza, andando ad incidere sulla possibilità o meno degli oriundi di acquisire la denominazione di cittadino italiano: ciò significa che l'Italia, vorrà, ad un certo punto negare l'appartenenza italiana, agli italiani figli dell'immigrazione e dell'etnocidio di cui è stato vittima il popolo. Si nega l'esistenza di una diaspora italiana, e ancor più viene ignorata perché non si vuole che si crei un'entità ben più forte ed estesa della stessa comunità italiana. Non si deve scherzare con chi ha dato la sua vita al made in italy, e l'Italia non deve e non ha nessun diritto di dimenticare la sua gente, Italiani venduti per il carbone. Tutti i progetti destinati ad unire l'Italia sono stati abbandonati, sabotati perché nessuno ha mai voluto che la comunità italiana e italica si unisca e vada a formare un'entità, forse ben più potente di quella esistente all'interno dello Stato. Nel caso specifico del Columbus, ritroviamo ancora una volta un progetto che ha tardato vent'anni ad arrivare, ma che non rappresenta l'italianità nel mondo: è un mero archivio dei professionisti italiani che esercitano la loro attività all'estero, che sia strettamente definita dai criteri espressi. Saranno molti gli italiani esclusi dal progetto, e il problema del censimento italico si riproporrà sistematicamente in quanto non verrà mai realizzato un vero e proprio network di italiani nel mondo.

21 maggio 2007

L'Italia Multinazionale vende il made in italy

Nella pianificazione delle politiche economiche dei governi e delle istituzioni sovranazionali sta emergendo una forte tendenza alla globalizzazione che rischia di colpire e di danneggiare il made in Italy. Una constatazione che deriva non solo dall'atteggiamento dei nostri governi dinanzi ai tentativi di incursione del mercato nazionale e di appropriazione dei marchi italiani, ma anche dalla visione del marchio italiano da parte degli investitori esteri.

I marchi del "made in italy" oggi sono sinonimo di un prodotto con alto rapporto prezzo-qualità, rafforzato dal prestigio e dalla esclusività dei processi produttivi, tuttavia vengono allo stesso tempo messi in discussione e continuamente attaccati con tentativi di delegittimazione del "marchio" o di contraffazione. Il mercato del falso "made in italy" è oggi il nuovo business in cui molte società hanno investito nel tempo, anche multinazionali o diretti concorrenti, in quanto ha consentito pian piano di sabotare il marchio del prodotto italiano, e mettere così in discussione il mondo del "made in italy". È stata infatti la contraffazione, controllata e ben studiata dalle multinazionali, a rendere necessario i controlli e le etichette per certificare la provenienza del prodotto italiano. Il risultato, per quanto paradossale possa sembrare, rischia di nuocere il "made in italy" stesso, con la pretesa di difenderlo, andando a privare di tale denominazione le società italiane che sono state acquistate dalle multinazionali e che, per questo motivo, hanno impostato la loro produzione secondo delle logiche della globalizzazione. La nuova normativa europea sulla etichettatura degli alimenti potrebbe infatti compromettere il marchio "made in italy" per la produzione dell'olio extravergine, o dei prodotti conservieri, o degli stessi formaggi italiani. È ciò che si può constatare dalle analisi dei media internazionali, che fanno elegantemente notare che, una volta introdotta la normativa europea dell'etichettatura dei prodotti, si potrebbe arrivare a scoprire che solo il 30% dell'olio venduto come Made in Italy, è in realtà proveniente da coltivazioni italiane. L'attuale normativa permette che ciò accada in quanto si afferma che l'olio subisce in Italia un processo di raffinazione della materia prima e dunque di successiva lavorazione che consente di conservare questa denominazione. Se tuttavia, le norme europee imporranno la semplice dichiarazione della provenienza della produzione, la sola lavorazione successiva della materia prima non basterà a far conservare a quel prodotto il prestigio che deriva dal made in italy. In nuovo rapporto, infatti, pubblicato dal Ministro dell'Agricoltura Paolo De Castro precisa infatti che le etichette devono dichiarare il paese in cui sono stati coltivati gli ulivi e dove è avvenuta la spremitura, indicando così i vari paesi di origine delle miscele. Si riuscirebbe a cautelare in un certo senso le piccole imprese artigianali, ma non i marchi italiani che, sono stati nel tempo acquistati dalle multinazionali, come la Bertolli, di proprietà della Unilever, Carapelli, Cirio e altre che si vedrebbero tolta la denominazione di made in italy, per essere così inglobati in maniera totale nei meccanismi della burocrazia. Lo stesso discorso si può per analogia traslare su altri prodotti attualmente definiti italiani, come la salsa di pomodoro, prodotta dalla trasformazione di pomodori per lo più importati, la mozzarella, anch'essa ottenuta spesso da paste di importazione, il vino, il miele, la pasta. Così facendo, sebbene si andrà a colpire quelle società che abusano di tale denominazione, si danneggerà anche l'universo del made in italy, se la produzione di alcuni prodotti italiani perderà il suo marchio storico. Questo accadrà perché il concetto stesso di made in Italy non è ben concepito ed elaborato e viene spesso interpretato in maniera molto stretta: esso invece rappresenta la ricchezza stessa dell'Italia, è il motore del PIL e dell'economia dell'esportazione. Tale aspetto non viene spesso dovutamente considerato e incentivato dal governo e dall'Istituzioni che preferiscono invece puntare su quella che amano definire "l'Italia Multinazionale", ossia un'Italia che si apre agli investitori esteri e di avventura in investimenti diretti esteri. Dall'ultimo rapporto del Ministero del Commercio Internazionale, presentato dall'On. Bonino e dal Pres. dell'ICE Vattani, emerge un quadro dell'Italia internazionalizzata molto sacrificato, che mostra un'economia protezionistica e non promotrice delle partecipazioni estere mediante delocalizzazioni, una Italia in difficoltà nel produrre investimenti netti all'estero e nel attrarre investimenti dall'estero. La Bonino teme per esempio che l'Italia venga marginalizzata nel processo di riallocazione della produzione di beni e servizi sui mercati esteri, e per tale motivo occorre passare da un modello di promozione meramente commerciale ad un modello che favorisca la presenza stabile e l'integrazione sui mercati internazionali. In base a tali problemi il Governo afferma che si impegnerà maggiormente sulle politiche di attrattività degli investimenti diretti esteri sul territorio italiano con maggiori liberalizzazioni, per l'insediamento stabile degli investitori, e per fare dell'Italia una vera piattaforma di riferimento per le aree dinamiche del Medio Oriente e dell'Asia. Le liberalizzazioni diventano così quel motore che consentirebbe di far entrare investimenti e capitali in Italia, per essere poi riciclati e rigirati per la produzione di ricchezza all'esterno, con un'internazionalizzata che non si basi tanto sulle piccole e medie imprese, che di muovono solo con la rete e il distretto, ma sulle grandi società. In realtà il made in italy non è oggi nelle mani delle società italiane divenute multinazionali, ma è nelle mani delle piccole imprese, dei distretti, delle reti di aziende, che hanno ottimizzato i loro processi e producono il vero prodotto italiano. La ricchezza del settore della moda, non è nel marchio e nella griffe, ma è nella filiera di qualità, di produzione e di ricerca del settore tessile italiano. Allo stesso modo il settore delle calzature, ha il suo motore nei distretti conciari e artigianali che servono poi le grandi marche. Su di loro occorre investire, e su di loro che può basarsi lo sviluppo del made in italy, e non sui grandi marchi ormai globalizzati e privati di quella che è la italianità della produzione.