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25 gennaio 2008

Dopo una tangentopoli cade il Goveno: una storia già vissuta


Termina con un grande spettacolo al Senato, il barcollante Governo Prodi che non è riuscito a reggere l'ultimo e assestato colpo delle dimissioni del Ministro della Giustizia, Clemente Mastella. La bagarre e gli insulti durante le votazioni hanno solo dimostrato quanta tensione e quanta paura si avvertiva tra quei banchi di Palazzo Madama, convocato per decidere sulla fiducia "esplicita e motivata" nei confronti del Governo. Cusumano dice "Sì" al Governo Prodi, affermando la sua libertà politica e la sua volontà di fare il bene del Paese, scatenando così la rissa tra i Senatori. Un gesto che non è stato compreso né accettato dai colleghi, quanto meno dai giornalisti che hanno subito rilanciato i titoli sul "traditore".
Dinanzi a quanto accaduto quest'oggi, e gettando uno sguardo agli eventi delle scorse settimane, non possiamo che rimanere disorientati e atterriti dalla bassezza degli atti intimidatori nei confronti del Parlamento italiano. Hanno gettato calunnie, diffamazioni e assurda propaganda per ritrarre la perfetta immagine del Paese corrotto, in declino, ai margini della sostenibilità civile.

Forse non tutti hanno notato una sorta di parallelismo tra gli eventi di queste ultime settimane con quelli del 1992, eppure gli elementi in comune sono tanti ed evidenti, ma probabilmente si è cercato di nascondere questa verità perché ciò che viene dopo fa veramente paura. Un'altra tangentopoli sotterranea ha messo in ginocchio l'Italia, una pianificata e programmata strategia volta a colpire gli anelli più deboli del meccanismo, per poi farli crollare al momento dovuto. A nessuno è sembrato strano il fatto che delle grandi indagini sui "massoni" d'Italia, sulle "caste" sono state condotte alla luce del sole, seguite costantemente dalle telecamere e dai giornali, che sono riusciti a ricostruire in maniera magistrale cosa sia accaduto tra le alte sfere del potere. Nessuno si è chiesto perché magistrati come la Forleo e De Magistris sono stati presentati quasi come eroi nazionali che hanno condiviso con tutti i media le loro vicissitudini e i loro contrasti con "i poteri" , mentre i Giudici Borsellino e Falcone agivano in maniera silenziosa indagando sulle fiduciarie svizzere e lussemburghesi che facevano da lavanderie per i soldi della mafia e dell'alta finanza.
E ancora, nessuno si è chiesto perché Napoli è stata gettata nel caos in quel modo, senza alcuna dignità e senza alcun rispetto per i cittadini, lasciando che tutti i media del mondo vedessero come "gli italiani non sanno riciclare i rifiuti". Ricordiamo solo per un attimo il panico creato in Italia dal terrorismo, dalle morti improvvise e dai suicidi del 1992: stesso risultato, anche se con dinamiche diverse. Non dimentichiamo per le parole di Bettino Craxi pronunciate dinanzi al Parlamento, nè le speculazioni sulla lira di Soros. Non dimentichiamo la riunione del Britannia, e nemmeno il dolore dell'Italia che si frantumava per l'avvento della Grande Europa.


Ebbene, la nostra voce fuori dal coro, vuole ricordare a tutti gli italiani che il clientelismo politico, la corruzione, la manipolazione e persino i rifiuti di Napoli, sono sempre esistiti nella nostra piena consapevolezza. Allora perché adesso si grida alla scandalo, perché si decide di arrestare la moglie del Ministro della Giustizia per uno scandalo di "Asl" , perché si lascia cadere il Governo e si festeggia. Forse perché la propaganda ci ha di nuovo ingannato, e ci ha lasciato credere di combattere contro il male che si annida tra i nostri rappresentanti in Parlamento e non permette di Governare il Paese. Ecco che un'altra tangentopoli si è abbattuta sull'Italia, per destabilizzare un Governo e crearne un altro. Allora, nel 1992, si arrivò alla ratifica di Maastricht, data ricordata da tutti come l'inizio della politica eurocrate-liberista che ha devastato la nostra economia. E ora, cosa dobbiamo aspettarci?
A rispondere a questa domanda ci ha già pensato il nostro intramontabile Senatore Cossiga, che, dopo aver votato a favore del Governo, trasmette in una nota il suo verdetto. "Sembra che Mario Draghi, gia' socio della Goldman & Sachs, nota grande banca d'affari americana, oggi Governatore della Banca d'Italia sia il vero candidato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri di un "Governo istituzionale" - riporta l'Agenzia Agi - E cosi' avra' modo di svendere, come ha gia' fatto quando era Direttore Generale del Tesoro, quel che resta dell'industria pubblica a qualche cliente della sua antica banca d'affari".
Un tale monito, lungi dall'essere considerato come assoluta verità, deve indurci a riflettere, a capire il perché in pochi giorni è stata decisa, programmata e portata a termine, la destabilizzazione del Governo Prodi, quando per decisioni ben più delicate non è stato battuto ciglio conferendo a scatola chiusa la fiducia. Tutto questo, per giunta, durante una delle congiunture economiche più svantaggiose di questi ultimi vent'anni, talmente pericolosa che rischia di gettare la nostra economia nella recessione. Non ha alcun senso logico e morale, lasciar cadere il Governo ora che l'economia è maggiormente vulnerabile, ora che l'Italia può essere colpita da speculazioni o, nella peggiore delle ipotesi, vedersi sfiduciata sulle piazze finanziarie. E così, mentre i media internazionali parlano dell'Italia come Paese corrotto e in declino, gli investimenti diminuiscono, le garanzie di solvibilità si indeboliscono, e i severi giudizi delle Agenzie di consulenza si pagano amaramente.

E' chiaro che dinanzi all'esigenza di stabilità, la decisione sul nuovo Governo potrebbe ricadere proprio su un tecnico, per garantire il normale funzionamento dello Stato, nonché per approvare leggi e provvedimenti senza tuttavia avere alcun mandato da parte del popolo. Sappiamo bene che la Costituzione stabilisce che la legittimazione deriva sempre dal Parlamento, ma, come la storia ci insegna, gli schieramenti della Sinistra italiana hanno portato a termine maggiori progetti di legge durante il Governo Tecnico che nel corso della loro legislazione. I nuovi tecnici potranno così promulgare tutte le leggi necessarie al prossimo Governo, e all'Italia stessa per entrare in una nuova epoca della storia degli Stati moderni. Questo perchè ogni sconvolgente cambiamento economico, è sempre stato accompagnato da forti destabilizzazioni, e l'attualità più recente conferma questo assioma della storia.

Oggi cade il Governo, cade la dignità dell'Italia, e forse - per fortuna - cade anche il mito della casta che ha influenzato e manipolato fin troppo la nostra opinione pubblica. Con la casta dovrebbero cadere anche tutti i "filistei", attori di una storia tragico-comica, di una finta resistenza politica che ormai non ha più senso di esistere. Vorremmo così chiedere a questi blog che raccolgono 200.000 firme, cosa decideranno di fare ora che il loro nemico è stato sconfitto? Accoglieranno Draghi o altri per lui a ricoprire un'Alta carica Istituzionale, o inizieranno una nuova raccolta di firme?
La differenza tra propaganda e resistenza è molto sottile, così com'è sottile la differenza che passa tra la tangentopoli e il colpo di Stato. Bisogna prestare attenzione alle parole che utilizziamo per definire la nostra battaglia per la democrazia perché potremmo ritrovarci facilmente dalla parte del carnefice e non della vittima.

24 gennaio 2008

Crisi globale: la Russia non crollerà

La riunione del World Economic Forum (WEF) di Davos, nella blindata Svizzera, si apre all'insegna delle più pessimistiche previsioni sullo stato dell'economia mondiale, che non tarderanno a divenire realtà. Il rischio è molto alto e le probabilità di una recessione globalizzata sono sempre più alte. Rischiamo un serio strangolamento del credito, oltre ad rallentamento generalizzato a causa del declino statunitense, che difficilmente potrà essere compensato dalla produzione e dai consumi delle economie emergenti. India e Cina restano secondo gli analisti i pilastri incrollabili dell'economia reale, che, nonostante la recessione, conserveranno una crescita del 6% anziché dell'8%, mentre i Paesi industrializzati sfioreranno in maniera stentata l'1 o il 2%, per una media del 4% che lascia ancora margini di recupero. Ciò che tuttavia turba, più di ogni altra cosa è l'instabilità finanziaria e monetaria che potrebbe amplificare in alcune zone del mondo l'impatto della crisi, come i Paesi produttori di petrolio e le Borse Asiatiche, paradisi borsistici degli speculatori.

Un tale timore viene confermato dal banchiere George Soros nel suo intervento al vertice di Davos. Quasi beffardamente, cerca di giocare d'anticipo sulla prospettiva della crisi globale, affermando che la crisi dei subprime ha innescato un meccanismo che provocherà la fine dello status del dollaro come valuta di riserva del mondo. Premettiamo che George Soros rappresenta uno dei più grandi speculatori dell'epoca moderna, proprietario della più vasta rete bancaria e finanziaria d'Europa, direttamente collegata alla famiglia Rothschild nelle cui mani confluisce un patrimonio industriale e finanziario immenso. "L'attuale crisi segnala così la fine di un sistema basato sull'espansione del credito basato sul dollaro come valuta di riserva". Criticando duramente il sistema finanziario mondiale che ha lasciato a ruota libera e senza controlli le Banche (sic!), Soros mette in guardia gli operatori finanziari dell'affidarsi al dollaro come moneta di riserva. L'intervento di un tale personaggio, protagonista delle più grandi tornate speculative della storia, può avere il duplice significato che i potenti banchieri hanno deciso di rivedere le proprie strategie di investimento, o che riusciranno a lucrare, anche in questo caso, su una situazione di crisi diffusa.

Secondo Nouriel Roubini, ex consigliere economico del Presidente Clinton,stima che "sarà la crisi più difficile degli ultimi vent' anni anche se non eguaglierà la famosa crisi del 1929", perché la recessione americana porterà a nuovi e successivi crolli del dollaro, intravedendo dei margini di ripresa solo nel prevedibile abbassamento dei prezzi delle materie prime, che contribuirà a ridurre l'inflazione. Questo non in relazione alle contromisure adottate dalla Federal Reserve, giunte ormai in ritardo, ma dal crollo della domanda e dei consumi che costringerà il livello dei prezzi al ribasso. L'economia mondiale, dunque, non riuscirà a sfuggire alla spirale negativa degli Stati Uniti in quanto è direttamente determinata dall'interconnessione (domanda-offerta) tra USA e Cina, per cui se la domanda americana crolla, allora l'economia cinese produce di meno, in quanto l'Europa e il Giappone non sono in grado di compensarla. In tutto questo, sono pochi gli esempi di eccellenza che consentiranno di reggere l'impatto della crisi, e uno di questi è proprio la Russia che potrebbe trarre dalla percezione di una crisi globale, l'occasione di affermare la sua superiorità finanziaria oltre che politica.

Il Vice-Premier russo, nonché Ministro delle Finanze, Alexeï Koudrine ha commentato la riunione di Davos affermando che "la Russia parteciperà al programma collettivo del Fondo Monetario internazionale volto ad attenuare le conseguenze della crisi finanziaria internazionale", senza tuttavia intervenire per appianare eventuali squilibri negli altri Stati. La Russia si conferma così un punto di riferimento per l'economia euro-asiatica, essendo uno dei pochi governi che sia riuscito, in un periodo di grave crisi valutaria e finanziaria, a stabilizzare la propria moneta, e ad aumentare la redditività del Fondo di stabilizzazione - che ha raggiunto nel gennaio 2007 i 160 miliardi di dollari - in relazione al rincaro del valore dei Bonds statali esteri che, reagiscono alla crisi, offrendo sempre maggiori interessi. È possibile dedurre che la crisi si ripercuote positivamente sulla redditività degli investimenti del Fondo, in Paesi come Germania, Austria, Francia, Gran Bretagna, Spagna, Stati Uniti, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi e Portogallo. Si sta così accreditando sempre più la tesi che la Russia diventi, sullo sfondo della crisi americana, un'oasi di pace per i capitali stranieri. Non dobbiamo dimenticare inoltre che la Russia detiene la carta strategica delle risorse energetiche, che si traduce nel relativo monopolio della fornitura di gas naturale, oltre al consolidamento della rete per la distribuzione del petrolio, in particolar modo verso il mercato europeo. Mosca ricopre infatti il ruolo di catalizzatore e regista allo stesso tempo nelle dinamiche geopolitiche mondiali, in particolar mondo nel continente euro-asiatico e in quello Sud Americano, che rappresentano i centri nevralgici per l'energia. Elementi chiave della strategia russa si confermano essere l'Iran, che sta negoziando il proprio diritto al nucleare civile con la ratifica degli accordi di fornitura del gas al Nabucco e al South Stream, nonché la Serbia e il Kosovo, giunti dinanzi al bivio se affidarsi alle premure degli Stati Uniti o a quelle della Russia. La risoluzione dei due casi, che probabilmente sarà contestuale e relativamente equilibrata, decreterà la vittoria dell'uno o dell'altro, e dunque l'apertura di nuove chances per l'America o il consolidamento della Russia come potenza incontrastata.

22 gennaio 2008

Il terrorismo non ha salvato l'America


Lunedì nero per le borse dopo il grande flop del piano di emergenza di Bush. Vengono confermate le paure e i timori di chi, ancor prima dell'11 settembre parlava di crisi sistemica. La risposta delle borse è stata molto chiara. Troppo poco e troppo tardi, ma soprattutto inutile se i meccanismi e le strutture maggiormente responsabili di quanto accaduto sono rimaste impunite e al potere.

Il rischio recessione per gli Stati Uniti e il grande bluff del "piano di emergenza" presentato dal Presidente George Bush, diffonde il panico nelle borse e nelle principali piazze finanziarie. In calo le Borse europee con un margine di riduzione degli indici borsistici di oltre il 7%, bruciando in poche ore più di 400 miliardi di euro di capitalizzazione, con operazioni di svalutazione che hanno interessato principalmente i titoli bancari, ed in particolare Bnp Paribas, Ubs Bank, Société Générale e Commerzbank, anche se i dati più preoccupanti derivano dalle borse asiatiche che subiscono l'effetto di ritorno dello scoppio della bolla speculativa occidentale. Crolla Hong Kong, Singapore, Shanghai e Mumbai, con un crollo del 15% delle . Si salva invece Wall Street che è rimasta chiusa per il Martin Luther King Day, evitando così il peggio agli Stati Uniti, già devastati dal pessimismo e dalla incombente recessione. Dinanzi a noi lo scenario finanziario dell'11 settembre, senza tuttavia alcun attacco terroristico che ha sconvolto e ha manipolato la percezione degli eventi e degli shock sul mercato globale. Stranamente, lo scorso venerdì, la Banca Mondiale riceve una telefonata intimidatoria che annuncia un grave attentato nei confronti della Sede di Washington , tale da provocare la chiusura degli uffici per precauzione.

Secondo gli analisti, il piano di salvataggio dell'economia - una manovra di circa 150 miliardi di dollari - presentato dal Presidente George Bush e dal Governatore della Federal Reserve Bernard Bernanke, non salverà gli Stati Uniti da un baratro che è talmente evidente ed innegabile, da spingere le più alte Istituzioni americane ad intervenire d'urgenza, con sgravi fiscali, incentivi agli investimenti, riduzione dei tassi di interessi e aumento della base monetaria. E così, a dispetto delle dichiarazioni di George W. Bush che annuncia un piano di rilancio dell'economia di 1% del PIL, la Borsa ha subito di nuovo uno dei lunedì più neri di questi ultimi anni. La mobilitazione d'emergenza delle classe politiche e delle Istituzioni monetarie non hanno convinto gli investitori, né i cittadini americani che percepiscono ormai come inutili le misure volte a sostenere le classi più povere, con uno sgravio fiscale nei confronti di circa 90 milioni di persone, oltre all'invio di un assegno di 800 dollari per ogni contribuente, una detrazione di 1.600 dollari per l'acquisto della prima casa. Si stima tuttavia che tali sgravi potranno essere sostenuti solo fino al 2010, e in ogni caso, l'immissione sul mercato di una tale ricchezza potrà avere come effetto quello di drogare il prodotto interno lordo di almeno 2 punti senza garantire una vera ripresa dell'economia. Allo stato attuale, un rialzo dettato da un intervento così drastico, e artificiale, non può essere duraturo, in quanto la crisi strutturale tende inevitabilmente a riportare l'economia al di sotto dell'equilibrio economico. Per cui la manovra di recupero del Governo degli Stati Uniti sembra più che altro un tentativo di propaganda, volto a camuffare una grave crisi globale in una sofferenza congiunturale che potrebbe essere affrontata con una manovra di breve periodo.


La risposta delle borse è stata molto chiara. Troppo poco e troppo tardi, ma soprattutto inutile se i meccanismi e le strutture maggiormente responsabili di quanto accaduto sono rimaste impunite e al potere. Gli stessi incentivi del Governo Statunitense andranno a vantaggio delle stesse entità economiche che controllano il settore bancario e finanziario, e manovrano le operazioni speculative che hanno innescato la grande crisi di liquidità dei subprime. Ormai l'economia statunitense è allo sbaraglio e sono molti gli investitori esteri che comprano in maniera aggressiva negli Stati Uniti, approfittando della svendita delle società nonché del dollaro, che ha reso gli investimenti altamente competitivi. Solo l'anno scorso, gli investitori esteri hanno versato una somma record di circa $414 miliardi in assicurandosi così società, fabbriche, attraverso fondi di investimento di privati o aste pubbliche, mentre durante le prime due settimane del 2008 le sono stati investiti $22.6 miliardi in società americane, svendute per oltre la metà del loro valore attuale. Se la recessione aumenta e il dollaro cade ulteriore, il ritmo potrebbe accelerare ancora di più. Il dollaro debole ha fatto delle società e delle proprietà americane l'investimento più conveniente in termini globali, soprattutto per l'Europa e per il Canada, per l'Arabia Saudita e la Russia, nonché per i grandi esportatori come Cina e Germania .I beneficiari più evidenti sono sempre le banche di Wall Street come Merrill Lynch, Citigroup e Morgan Stanley che hanno venduto le loro proprietà ai fondi governativi dell'Asia e del Medio Oriente per compensare le clamorose perdite sui mercati bancari. Le entità giapponesi, cinesi, indiane, nonché arabe e emirate, hanno investito nel settore immobiliare, in quello siderurgico, energetico e in quello alimentare. Stiamo così assistendo in America ad un silenzioso movimento, quello del capitalismo statale, dove le grandi potenze "socialiste" di un tempo, stanno acquistando di sana pianta l'America capitalista.

Il lunedì nero ha così confermato le paure e i timori di molti che anni fa, già prima del crollo delle Torri Gemelle, cominciarno a parlare di crisi sistemica e della grande bolla finanziaria causata dall'inesistenza di qualsiasi controllo sulle pratiche speculative e sul valore della moneta in circolazione. Allora, un grande attentato terroristico coprì il crollo delle Borse che si è avuto a pochi mesi di distanza, come naturale conseguenza del disfacimento del sistema globale. Oggi possiamo dire che non è stato il terrorismo a far crollare le borse, ma qualcosa che è radicato così profondamente nel nostro sistema economico che continua ancora oggi a rivelare i suoi lati oscuri.

La consapevolezza che viviamo in un sistema malato si sta diffondendo sempre più, e lo si percepisce nelle piccole cose, con l'aumento dei costi bancari, sino alle grandi Istituzioni. Il Presidente dell'Eurogruppo, Jean-Claude Juncker ha osato pronunciare la parola fatidica di recessione, mentre il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale (FMI) Dominique Strauss-Kahn ha stimato per la sua parte lunedì che la crisi causata dal rallentamento della crescita americana è estremamente "seria", e potrebbe mettere in ginocchio i paesi emergenti, perché continua sempre più a deteriorarsi: ora non si può più escludere una tale eventualità. Finalmente in Fmi ammette che si è materializzata la recessione che tutti hanno previsto, e che non passerà senza conseguenze anche nella zona Europea, che abbasserà la crescita del blocco europeo intorno al 2%. Almunia e Juncker hanno discusso persino l'idea di un piano di sostegno alla congiuntura in Europa, comparabile a quello degli Stati Uniti, in vista di una situazione economica ancora più rischiosa. Tuttavia, Juncker ha riconosciuto che i Paesi europei potrebbero ricorrere agli "stabilizzatori automatici, per attutire l'effetto dei rallentamenti economici, che autorizzano i Paesi che hanno migliorato i propri conti pubblici a non compensare il minor gettito fiscale dovuti ad un deterioramento dell'economia medianti i tagli della spesa pubblica, ammettendo la possibilità da parte dello Stato di sostenere le imprese e la produzione.

A questo punto, sebbene i Paesi Asiatici sembrano essere l'anello più debole, essendo destinazione di speculazioni finanziarie e operazioni di carry trade, rappresentano quegli attori che sono in grado di sostenere la crescita globale, mantenendo stabile la domanda di energia e di risorse, e immettendo sul mercato merci e prodotti. In assenza della spinta produttiva di queste economie, la recessione potrebbe essere ben più pericolosa.

21 gennaio 2008

I nuovi surrogati dei mutui


Da un'inchiesta del portale della Regione Lazio dedicato ai consumatori, viene rilevata la triste situazione del mercato bancario italiano, che smentisce le proiezioni del Governo e della Banca d'Italia. Il rapporto stilato conferma come le Banche italiane continuino ad abusare del loro potere contrattuale, a discapito di imprese e famiglie sempre più in difficoltà e patologicamente dipendenti dal debito. Le leggi come sempre vengono eluse, raggirate, mentre si attende che nuovi contratti e forme di indebitamento sorgano dalle ceneri dei vecchi sistemi "criminalizzati".
Il Portale consumatore analizza infatti le forme di trasferimento dei contratti bancari stipulati, smentendo così il rispetto della legge Bersani, e della stessa finanziaria 2008, che escludono la pattuizione di commissioni od oneri a carico del cliente. Tra i casi esaminati, vi rientra la surroga, e dunque il trasferimento di un contratto bancario presso un'altra banca che entra così nei diritti del primo creditore. Stando ai dati rilevati, continuano a rimanere molto alti i costi notarili e le commissioni applicate per la sottoscrizione del nuovo mutuo presso un'altra banca in via automatica, tale che, quella eventuale differenza nei tassi di interesse viene del tutto compensata dai maggiori costi.
Allo stesso modo, viene esaminata la rinegoziazione dei mutui, che permette di modificare il tasso e la durata del prestito per ridurre l'ammontare della rata. Un'operazione che la Banca effettua in maniera gratuita, proprio perché l'effetto di riduzione della rata resta nel "breve periodo", ma rischia di aumentare il peso dei tassi di interesse cumulati nel tempo. Per tale motivo, tali "opzioni" per alleggerire il carico di spese delle famiglie, sono quelle più pericolose, perché rischiano di simulare di fatto un "mutuo perpetuo", proprio a causa delle continue rinegoziazioni a cui i cittadini sono costretti, non riuscendo spesso a sostenere i costi bancari. Infine, viene in qualche modo preferito, "come male minore", il regime della sostituzione del mutuo, che permette di trasferire il prestito presso una nuova banca e modificare, la durata, il tipo di tasso, e l’importo del finanziamento, con la possibilità di riunire più finanziamenti in un'unica rata. Restano tuttavia i costi e gli oneri notarili per estinguere il vecchio mutuo e negoziarlo nel nuovo Istituto di credito, e ciononostante resta l'opzione più utilizzata dai clienti della banca, nell'impossibilità di poter effettuare la surroga ad un costo adeguato.


Occorre tuttavia sottolineare come i regimi di "migrazione" dei mutui da una banca all'altra siano le nuove forme di marketing promozionale delle Banche, che sfruttano le regole della concorrenza per ampliare e diversificare i propri contratti bancari. Infatti è stato chiarito che dal regime semplificato dell'iter della surroga nasceranno molti prodotti dedicati, come l'"opzione posticipo rata", il "mutuo Orizzonte" - per chi vuole vendere la propria casa e acquistarne un'altra - , i mutui per le aste immobiliari, con la condizione sospensiva della vincita della gara, i mutui perpetui che possono ricadere sulle generazioni future. Lo scenario dinanzi a noi è così vario, studiato per stupire e per soddisfare ogni piccole, e inesistente, bisogno dei clienti.
In ogni caso, osserviamo che la decisione di trasferire il mutuo viene indotta da campagne pubblicitarie non del tutto trasparenti, che disinformano e manipolano i cittadini, che non hanno a disposizione tutti i mezzi per definire la convenienza o meno nel tempo del trasferimento. Non dimentichiamo, inoltre che, data l'alta concentrazione della rete bancaria nelle mani di pochi, esiste una grande standardizzazione delle condizioni contrattuali e la differenza nei costi è solo apparente: il sistema bancario può essere considerato come un grande supermercato, in cui le offerte e i "3X2" sono del tutto previsti e studiati in maniera di compensarsi a vicenda. Nei fatti, non esiste una concorrenza o una differenza tale da giustificare il trasferimento del mutuo da una banca all'altra, ma una finzione creata a tavolino dai gruppi bancari che decidono di sottoscrivere dei cartelli.
Per rispondere ad una tale sensazione di impotenza, intervengono le Associazioni di Consumatori e le norme di liberalizzazione del Governo, che non fanno altro che creare delle norme "sintetiche" per contenere i costi del mutuo, che nei fatti si rivelano inefficienti e inutili. Ancora oggi, a distanza di anni, non esiste una vera salvaguardia da parte dello Stato sul sistema bancario, sul diritto alla casa, sulla sostenibilità delle spese bancarie, che si cumulano sempre più in maniera esponenziale tra carte di credito e finanziamenti.
Le finanziarie occasionali e i prestiti al consumo di moltiplicano sempre di più, spesso appartengono allo stesso Gruppo Bancario che decide di differenziare le condizioni contrattuali come semplice tecnica pubblicitaria.
Questa è dunque la grande vittoria delle Banche, dopo la crisi dei subprime, dopo lo scandalo della crisi del credito, e il rischio insolvenza del sistema bancario. Le Banche cambiano, decidono di rilanciare la propria immagine, e lo fanno pattuendo a tavolino con Associazioni di consumatori e Governi i muovi "prodotti" che, con grande flessibilità, possono adattarsi alle tasche degli italiani.

18 gennaio 2008

Il WEF avverte sul possibile crollo dei prezzi


L'economia mondiale potrebbe affrontare un periodo di stagnazione non a causa della crisi energetica, bensì della crisi finanziaria globale. Lo rileva il rapporto Global Risks 2008, redatto dal World Economic Forum (WEF) che sarà discusso in occasione della conferenza annuale che si terrà a Davos a fine gennaio. Senza molta diplomazia, il rapporto rileva che il mondo affronterà il più alto rischio di recessione di questi ultimi 10 anni, facendo sicuramente leva sulle crisi politiche che si sono concentrate in punti geopolitici stratetigici. Tuttavia, tale rischio, stando la lettera degli esperti, deriva dalla crisi finanziaria che ha travolto, di conseguenza ogni settore del sistema economico globale, facendo così, il settore energetico un veicolo della crisi e non semplicemente una causa scatenante.

Gli Stati Uniti sono stati l'epicentro di un terremoto che ben presto si è esteso, come un domino, in ogni Paese del Mondo. Ricordiamo infatti come tra il 2005 e il 2007 il deficit commerciale dell'America e così la svalutazione del dollaro, ha compromesso la stabilità dell'equilibrio finanziario del mondo. Ben presto, la svalutazione monetaria ha rivelato la speculazione sui tassi di interesse, e così sui titoli che la Federal Reserve e le più grandi Banche nordamericane ed europee contribuivano a diffondere, senza alcuna garanzia o controvalore. La debolezza del mercato finanziario, ha poi prodotto i suoi effetti su quello bancario, e così sui mutui, sul credito, sui consumi, sui salari, bloccando di conseguenza la produzione.

Il rapporto così avverte che un "crash" sui prezzi - ossia una caduta libera in seguito al raggiungimento del picco di inflazione - potrebbe provocare una crisi finanziaria globale nel 2008. Il WEF stima che questo rischio è molto vicino, con una probabilità del 20%, e un eventuale crollo del valore dei beni potrebbe causare un danno di bilioni di dollari. Una tale previsione, sebbene così dura e "apocalittica", non è così inverosimile né tanto lontana, considerando che le fasi di evoluzione dell'economia sono sempre più ravvicinati nel tempo e viaggiano con velocità impressionanti. Come abbiamo avuto modo di spiegare più volte, la nostra economia si trova in una fase di recessione molto complessa, come quella della stagflazione, durante la quale ogni politica di intervento risulta inefficace o estremamente dannosa. È infatti quella fase in cui l'alta inflazione, provoca un'iniziale espansione dell'economia e poi una sua riduzione in seguito al blocco della crescita dei salari che sostengono i consumi e così la produzione.
Attualmente, per stessa ammissione di Confindustria e della Banca d'Italia, l'Italia si trova in una fase di stagflazione, così come gli Stati Uniti. Il blocco della produzione, provoca stagnazione ma anche il collasso dei prezzi, a seguito dell'eccessiva offerta rispetto alla domanda. Ebbene, qualora i prezzi dovessero cominciare a diminuire in maniera drastica, si avrebbe l'effetto contrario, in quanto vi sarebbe la svalutazione della produzione industriale, delle risorse, e delle ricchezze di uno Stato. A rendere ancor più critica la situazione saranno le speculazioni, che già si preparano, nascoste dalla virtualità delle contrattazioni della borsa e dell' alta finanza. Questo lo sanno bene tutte le entità economiche, soprattutto quelle sovranazionali che hanno maggiore potere sulle sorti dell'economia. Lo sa l'Opec, che ha sorriso in maniera beffarda quando Bush ha "timidamente" chiesto di aumentare la produzione di petrolio perché l'America soffriva l'aumento dei prezzi. Lo sa la Federal Reserve, che ha ridotto i tassi, aumentato l'offerta di moneta, ma ad un certo punto si è fermata e ha chiesto al Congresso di aumentare la politica fiscale. E lo sa anche la Banca Centrale Europea, che non ha toccato i tassi di interesse, in attesa che sia il mercato a imporglielo di conseguenza.

Per cui, dato tale scenario, la recessione si diffonderà prima negli Stati Uniti e poi in Europa, mentre la crescita di Cina e India saranno lievemente rallentate. Mentre, per quanto riguarda la Russia, il rapporto della WEF prevede un impatto negativo derivante dalla riduzione della richiesta di materie prime ed energie, a causa del calo della produzione. Gli analisti russi si sono soffermati su quello che il rapporto chiama "concetto di 2009", secondo il quale la recessione negli Stati Uniti porterà il prezzo del petrolio ai minimi storici, tale da trasformare, improvvisamente, l'eccedenza di esportazione in un'eccedenza di importazione, tale che deteriorerà anche il valore del rublo. Tale previsione, viene in qualche modo esclusa dalla Russia, così come dagli produttori di petrolio, che vedono i prezzi del greggio e dell'oro in continua ascesa, oltre i limiti storici raggiunti in passato. Questo in relazione alla crescente dipendenza dei Paesi occidentali nei confronti degli idrocarburi, e degli insufficienti investimenti nelle tecnologie di energia alternativa. Infatti, anche se gli Stati Uniti potrebbero rallentare la loro economia, la crescita annuale del 6% della Cina continuerebbe a trainare la richiesta del petrolio.




A confermare invece la tesi del vicino ribasso dei prezzi, è l'osservazione che i Paesi produttori di petrolio, sono restii ad effettuare investimenti rischiosi nella ricerca di nuovi pozzi di petrolio. La stessa Banca Internazionale Goldman Sachs, dopo aver preannunciato un rialzo dei prezzi del greggio oltre i 100$, afferma che nel 2008 un barile di petrolio costerà intorno ai 95$ per diminuire ancora in futuro. D'altro canto, è la stessa legge economica "speculativa" che afferma che, raggiunto il vertice del rialzo, i prezzi cominciano a diminuire, a causa delle forze che spingono la domanda ad eguagliare l'offerta, dopo un lungo periodo di eccedenza. Inoltre, sebbene i prezzi del petrolio potrebbero non turbare i piani degli investitori e dei consumatori, il dato più preoccupante è la crisi sul mercato finanziario che contribuisce a gonfiare ancora di più la bolla speculativa. Le grandi Banche internazionali continuano ad effettuare le svalutazioni del proprio capitale, come l'ennesima di Merrill Lynch che si aggiunge così a quelle effettuate da Ubs Bank e Citigroup, mentre la sfiducia nel mercato finanziario si espande sempre di più. Nel momento in cui si espanderà la recessione negli Stati Uniti, deprimendo così anche l'attrattività del mercato degli investimenti, si arresterà anche l'acquisto di titoli e derivati legati al dollaro, che rappresentano, sostanzialmente, il cuore di tutto il sistema finanziario. Sarà allora che si avvertirà la svendita dei titoli, la riduzione dei tassi di interesse passivi e così anche la riduzione dei prezzi. Un'eventualità questa che risiede nella natura stessa del mercato, che è in continuo movimento, tra espansioni e contrazioni, per raggiungere un equilibrio di lungo termine che rispecchia perfettamente lo stato delle ricchezze e delle risorse del pianeta. È ovvio che al momento le regole del mercato sono truccate, manipolate, distorte, e non rispettano il reale stato dell'economia mondiale. Tuttavia, la completa incapacità dei governi a governare la crisi, dimostra come il sistema è altamente instabile e potrebbe improvvisamente cambiare il proprio trend.

17 gennaio 2008

Derubata la Banca Centrale d'Albania

"Non abbiamo alcun potere sull'oro sequestrato durante il regime comunista, l'ultima parola spetta al governo". La Banca d'Albania, con queste parole, si esprime sugli obblighi nei confronti dei cittadini albanesi che sono stati espropriati delle loro ricchezze durante il regime, motivando tale decisione sulla base della sua costituzione, ex novo, a partire dal 1992. Spetta ora al governo albanese esprimersi su tale questione e prendere una decisione in merito alla distribuzione dell'oro confiscato.


Con la costituzione del sistema democratico in Albania, nel 1992, la Banca d`Albania - oltre a cambiare il suo nome, da Banca dello Stato Albanese a Banca d`Albania - ha cambiato soprattutto i suoi obblighi, perché, a partire da quest`anno, la banca inizia la sua "esistenza" ex novo. Fonti ufficiali dell`Autorità Centrale Finanziaria confermano dunque che "la Banca d`Albania non ha ereditato nessun debito arretrato dello Stato albanese o della stessa banca, e ciò implica che non riconosce alcuna pretesa delle parti sulla proprietà dell'oro, di cui essa dispone presso il Tesoro dello Stato". La legge del 1992, che regolamenta il funzionamento della Banca Centrale, ha riconosciuto alla Banca d'Albania la possibilità di comprare e vendere oro, altri metalli preziosi, per conto suo e per conto di terzi. Possiede tuttavia l'oro, assieme alla relativa documentazione e ha il potere di custodia su di esso come parte del Tesoro dello Stato, senza tuttavia avere alcun obbligo di restituzione nei confronti dei suoi precedenti possessori, non avendo potere sulla destinazione del tesoro. Ogni tipo di intervento sulla redistribuzione dell'oro potrà avvenire solo attraverso legge speciale.

Tali misure sono state stabilite non solo dalla legge del 1992, ma anche dalla Costituzione dell'Albania, all'interno della quale veniva specificato che "dopo due o tre anni dall'entrata in vigore della Costituzione, occorreva approvare la legge per la Restituzione delle proprietà mobili e dell' oro". Tuttavia, la legge per la regolamentazione della restituzione dell'oro è stata approvata nel 2004 - ben 6 anni dopo rispetto alla prescrizione della Costituzione - e delega il Parlamento ad emanare una legge speciale per eseguire di fatto la redistribuzione delle ricchezze, anche se la Costituzione, al suo interno, già riconosce di fatto la proprietà e gli obblighi che lo Stato ha nei confronti dei cittadini. Così sono trascorsi 9 anni, e non sono stati restituiti né l'oro, né il compenso finanziario dei beni mobili confiscati durante il comunismo in base alla legge sul tassazione straordinaria. Si stima che la riserva valutaria della Banca d`Albania è di circa 2 miliardi di dollari, all'infuori della quantità d'oro, di cui non si conosce l'ammontare preciso, visto che viene considerato come un importante segreto bancario.

Aspettando dunque che sia il governo ad prendere un`iniziativa sulle procedure di restituzione, la Banca d'Albania agirà solo in applicazione di un decreto approvato dal Parlamento albanese.
Il vuoto legislativo sta creando dissensi e inquietudini tra i cittadini albanesi, che chiedono delle spiegazioni al Parlamento albanese, e allo stesso tempo alla Banca d`Albania di rispettare la Costituzione, e dunque restituire l` oro. L'Associazione “Proprietà con giustizia”, che ha promosso l'iniziativa per ottenere la restituzione del metallo prezioso alle famiglie a cui esso appartiene, dichiara attraverso il suo Presidente Agim Toro, che "la banca non deve aspettare il decreto parlamentare per agire, ma deve distribuire l`oro alle famiglie".
Allo stesso modo si è espresso il Segretario Generale dell'Associazione degli ex-proprietari, affermando che “non si riesce a capire perchè il Governatore della Banca d`Albania non restituisce l`oro, quando è la stessa Costituzione che lo prevede", infatti - continua il Segretario Generale - esistono l'inventario e i processi verbali dei sequestri, tutto è rimasto intatto, per cui non c`è alcuna ragione per cui questa ricchezza non venga restituita ai legittimi proprietari”. Il Governatore della Banca d'Albania Ardian Fullani replica affermando che occorrerà aspettare l`approvazione della legge da parte del Parlamento, e che "il ruolo della Banca Centrale resta quello della custodia del tesoro e non della sua alienazione" .

Sorge a questo punto il dubbio se la Banca d`Albania possieda ancora oro a sufficienza per risarcire gli ex-proprietari. Non vi è la certezza che la Banca d'Albania disponga di quest'oro e che non sia stato utilizzato durante questi anni, né quale sia la quota di legittima proprietà del Tesoro. Le stime delle Associazioni parlano di 273 tonnellate d'oro confiscato, che, valutato all'attuale quotazione dell'oro ammonterebbe a circa 8,7 miliardi di dollari. In ogni caso, una tale quantità d'oro, non può essersi dissolta senza lasciare dietro di sé qualche traccia, in quanto, qualora sia stata immessa nel circuito bancario al fine di creare capitale anche 100 volte superiore, è stato senz'altro tracciato. Il Parlamento albanese, non a caso, ha deciso di porre il segreto bancario sulla questione dell'oro, e rinvia all'infinito una decisione che spetta di diritto al popolo albanese, in base alla lettera costituzionale. E così, una ricchezza che appartiene agli albanesi da oltre 60 anni, sembra essere misteriosamente scomparsa dopo la caduta del regime comunista e l'Istituzione della Repubblica, e la creazione di una nuova entità come Banca Centrale, che eredita il patrimonio e le competenze, ma non i debiti e le obbligazioni nei confronti dei cittadini. È chiaro dunque il tentativo di nascondere uno dei capitoli più bui della storia dell'Albania, che ha pesantemente influito anche sull'attuale situazione del Paese, in balia dell'influenza dell'entità economiche internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Un mistero così importante, da tenere nascosto a tutti i costi, come la morte di un Colonnello del Sismi, che decise di suicidarsi di ritorno dall'Albania...

16 gennaio 2008

L'Iran finge la guerra e firma contratti


Il tour in Medioriente di Bush lascia dietro di sé non pochi dubbi sul futuro dell'equilibrio mondiale e della crisi petrolifera. Un Presidente Americano visita il Medioriente tormentato dalle guerre che lui stesso ha causato e combattuto, e non incontra sul suo cammino né proteste né attentati. È stato più che altro il viaggio di un padrone nelle sue terre, popolate da fantasmi, ma ricchi di petrolio. Presso la corte del Principe Saudita lancia il messaggio del pericolo di recessione degli Stati Uniti a causa dell'elevato prezzo del petrolio, e in risposta riceve un ironico rifiuto, per ricordare che le speculazioni sull'oro nero non viene fatto dai produttori di petrolio, ma da altre entità economiche. Come tra due amici di "vecchia data" la discussione si chiude con la "strana rassegnazione" di Bush e la firma di un accordo di miliardi di dollari per la vendita di sistemi militari di difesa. Tanto per giustificare quel megalomane acquisto di armi da parte dell'Arabia Saudita - molto probabilmente necessario a perfezionare ben altre operazioni finanziarie - Bush e il principe saudita guardano all'Iran, come potenziale nemico in un probabile conflitto non così tanto lontano.
"L'Iran è il principale sponsor del terrorismo", dichiara Bush rivolgendosi ad Abu Dhabi, emirato con molteplici rapporti con il regime iraniano, "le azioni dell'Iran minacciando ovunque la sicurezza delle nazioni e per questo gli Stati Uniti stanno rafforzando i loro impegni a lungo termine con i nostri amici nel Golfo, e riunendo amici attorno il mondo per affrontare questo pericolo prima che sia troppo tardi". Vorremmo però capire, di quale nemico stiamo parlando, considerando che l'Iran, coperto dal silenzio dei media, è riuscito a difendere la propria posizione sul piano internazionale, sia per quanto riguarda il suo ruolo di produttore, ed esportatore di gas, sia per quanto riguarda la questione del nucleare.

Infatti, proprio mentre Bush accusa Teheran di aver tentato di attaccare le navi statunitensi nel Golfo di Ormuz, l'Agenzia Internazionale dell'Energia Atomica (AIEA) ha annunciato che ha trovato un accordo con l'Iran per risolvere tutti i problemi rimasti in sospeso sul programma nucleare del Paese, redigendo un "documento di lavoro" destinato a chiarire la posizione dell'Iran nelle prossime settimane. In particolare le attività passate sull'utilizzo di plutonio e Polonium 210, sulla produzione dell'uranio arricchito, e soprattutto su degli studi supposti legati ad un programma nucleare militare. Così i giochi di guerra di cui parla il Pentagono, potrebbero sembrare un chiaro tentativo di sabotaggio delle trattative in seno al Consiglio di Sicurezza dell'Onu di mettere fine al capitolo nucleare, soprattutto in risposta alle pressioni della Russia.

Ma ciò che risolve la posizione dell'Iran è la regolamentazione della sua posizione all'interno del mercato del gas, con l'annuncio della probabile ripresa del rifornimento nei confronti della Turchia, come affermato la scorsa settimana dal Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdogan, riattivando il gasdotto dalla città di Tabriz, nel nord-ovest dell'Iran, fino ad Ankara. La ripresa del rifornimento viene ora resa incerta dalla decisione da parte del Turkmenistan di interrompere le sue consegne quotidiane, di circa 20 e 25 milioni di m3, cosa che porterebbe ad interrompere anche le esportazioni turche di gas verso la Grecia. Malgrado i problemi attuali di approvvigionamento, l'Iran spera di aumentare l'esportazione, soprattutto grazie al nuovo gasdotto in Armenia, che dovrebbe trasportare circa 3 milioni di m3 di gas al giorno. Allo stesso modo Tehran ha firmato con Damasco un protocollo per esportare ogni anno tre miliardi di m3 di gas verso la Siria, e con la Malaysia, lo scorso mercoledì, un accordo di circa sei miliardi di dollari per lo sviluppo di due giacimenti di gas "offshore", Ferdos e Golshan, situati nel Golfo. L'Iran si è dunque impegnato con Ankara a far fronte alle esportazioni di gas dirette in Europa, potendo contare, in un certo senso, sul supporto della Russia nel rifornimento verso Turchia e Russa, come richiesto dalla società turca Botas per far fronte alle consegne sul mercato europeo. La Turchia, in attesa della risoluzione dei problemi del Turkmenistan, compra il gas naturale liquefatto dall'algerina Sonatrach, per un totale di oltre 80 milioni di m3 di gas.


I rapporti tra Iran e Russia sembrano essere ormai consolidati, stando a quanto dichiarato dal Ministro del petrolio dell'Iran, Gholamhossein Nozari, secondo cui la Gazprom è interessata a sviluppare e a finanziare delle attività di esplorazione e progetti di gasdotti. Allo stesso modo anche il gruppo italiano Edison e il regime di Teheran hanno appena firmato un accordo per l'esplorazione del blocco petrolifero di Dayer, situato nel Golfo, con un investimento di 107 milioni di dollari. Grazie a questo accordo, il gruppo italiano potrebbe garantirsi un accordo di fornitura di 42 milioni di metri cubi di gas da immettere sul mercato europeo, attraverso un gasdotto che attraversa la Turchia, la Grecia o l'Albania.


Considerando tali prospettive, possiamo intendere le parole del Ministro degli Esteri Massimo D'Alema, che ha dichiarato che il presidente americano George Bush ha usato toni ''inutilmente allarmanti sulla pericolosità dell'Iran". È chiaro dunque che l'allarmismo provocato dal Presidente americano per rilanciare il pericolo iraniano diventa sterile e fine a se stesso, non avendo alcun riscontro non solo tra gli alleati, ma anche con la reale situazione internazionale.
Gli Stati ora hanno sete di petrolio, di gas, di energia, e classificano i propri partner a seconda dei vantaggi che possono offrirgli, sebbene occorre sempre rispettare il classico antagonismo voluto dall'America. Tuttavia, non esiste alcun nemico iraniano, né alcuna minaccia di terrorismo, ma solo i problemi del sistema capitalistico dinanzi all'imminente crisi energetica, che non ha una soluzione nel breve termine.

11 gennaio 2008

La UE frena le cooperative


La Commissione critica la legislazione italiana delle cooperative non mutualistiche, e prepara una lettera di avvertimento per il governo italiano, criticando le agevolazioni fiscali concesse alle cooperative italiane. Lo rende noto il Sole24ore, riportando alcune indiscrezioni provenienti da Bruxelles.
Secondo la commissaria Ue alla Concorrenza, Neelie Kroes, le agevolazioni concesse alle cooperative sulla base del principio della mutualità prevalente e della dimensione delle cooperative sono da considerarsi aiuti di Stato. Dopo aver analizzato l'impatto delle leggi di sostegno alle cooperative, la Commissione Europa può infatti riservarsi il diritto di escludere parte degli incentivi deliberati qualora siano ritenuti eccessivi.

Il Regolamento CE n. 659/1999 del Consiglio Europeo del 22 marzo 1999, recante modalità di applicazione dell'articolo 93 del trattato CE, prevede infatti che " se la Commissione ritiene che un regime di aiuti non sia, o non sia più, compatibile con il mercato comune emette una raccomandazione" che propone "modificazioni sostanziali del regime di aiuti, l'introduzione di obblighi procedurali o l'abolizione del regime di aiuti". Nel caso in cui lo Stato nazionale dovesse non adeguarsi a tali prescrizioni scatterebbe la procedura di infrazione. L'intervento della Commissione Europea ha avuto origine da una denuncia della Federdistribuzione sulla possibile distorsione della concorrenza, nel campo della grande distribuzione, da parte dell'intervento dello Stato. Qualora lo Stato membro, in questo caso l'Italia, non dovesse uniformarsi ai "suggerimenti" proposti dalla Commissione, scatta la vera e propria procedura d'infrazione nei confronti del Paese, ma probabilmente non scatterà alcuna procedura di restituzione degli aiuti dalle imprese alle casse dello Stato.

Sulla base di tale regolamento, la Commissione Europea può in pieno diritto esaminare il regime degli aiuti di Stato previsto e prescrivere le dovute modifiche da apportare, a cui il Governo deve attenersi. Con riferimento alla normativa per le cooperative, l'Unione Europea considera aiuti di Stato l'esenzione delle tasse sui profitti imputati a riserva legale per oltre il 70% . Si chiede dunque di ridurre la facoltà di imputare i riserva i profitti non oltre il 30% , soprattutto per le cooperative che presentano più di 250 soci e hanno un fatturato di 50 milioni di euro. Allo stesso modo, sono considerati aiuti di Stato illegali le deducibilità per le coop a carattere "non mutualistico", ad esclusione dei ristorni posti a favore dei soci e delle imputazioni a riserva indivisibili, nei limiti dell'ammontare della riserva legale. Una decisione in tal senso da parte dell'Unione Europea potrebbe senz'altro dare una risposta all'esigenza di maggiore trasparenza all'interno della normativa delle cooperative, colpita recentemente da continue e molteplici attacchi dalla scena politica. Occorre osservare che, sebbene le cooperative siano espressione di un antico legame tra la politica e le imprese, costituiscono una parte fondamentale del tessuto economico italiano.

Le cooperative si sono sviluppate e sono cresciute come una vera grande società, ma hanno riunito sotto di sé tante piccole imprese consentendo loro di non essere inglobate dai grandi gruppi societari multinazionali. Tale fenomeno continua ad essere importante per l'Italia, tuttavia secondo l'Unione Europea rischia di sfociare in forme di clientelismo o parassitismo che danneggia la libera concorrenza nel mercato della produzione e della distribuzione industriale o agroalimentare. Si rischia tuttavia che, a causa della classica e patologia influenza di entità economiche e politiche, una costola importante dell'economia italiana rischia di morire. Tra cooperative "Bianche, rosse, verdi" - socialiste, cattoliche o laiche - l'opinione pubblica continua ad attaccare la "cooperazione italiana" , che esiste una oltre un secolo e producono il 7% del PIL, con più di 12 milioni di associati. Ci sono dunque numerose pressioni, dalla disinformazione alla propaganda, dalle regole comunitarie alle dinamiche di globalizzazione, che vogliono limitare il fenomeno delle cooperative, che, per la loro struttura, riescono a competere con i grandi giganti in virtù dell'unione di tante piccole entità.

Secondo la Commissione Europa, al contrario, per finanziare e stimolare l'innovazione nelle piccole e medie imprese, occorre innanzitutto dare impulso agli investimenti transnazionali dei fondi di venture capital, e superare così le regolamentazioni nazionali di mobilitazione dei capitali e di investimento tra zone di confine. I fondi di investimento potranno così penetrare nelle piccole realtà imprenditoriali, superando quei limiti che inducono a rinunciare ad investire all'infuori della loro giurisdizione di origine. Per tale motivo essere di fare in modo che le strutture di venture capital che hanno un buono funzionamento siano adottate e riconosciute negli altri Stati membri. La Commissione invita gli Stati membri, a riconoscere reciprocamente l'esistenza dei fondi di venture capital esteri, in modo da garantire un differente finanziamento delle attività delle piccole imprese. L'Europa indica dunque nei mercati finanziari e borsistici i canali di finanziamento, incentivando la deregolamentazione transnazionale, mentre limita e censura sempre di più l'ingerenza dello Stato nel settore economico. Si cerca così di far diventare la cooperazione un fenomeno di piccole dimensioni, mentre le grandi cooperative devono essere convertite in società di capitali, che, in quanto tale, devono competere con le regole di mercato.

10 gennaio 2008

Operazione Bernanke


Grazie ad una rocambolesca operazione della Tela, la Etleboro è venuta in possesso di un'importante documentazione che dimostra l'esistenza di transazioni che hanno ad oggetto US Treasury Checks emessi dalla Federal Reserve Bank. Dinanzi a noi si apre l'ennesimo canale virtuale finanziario, ma stavolta i soggetti coinvolti ricoprono un ruolo di importanza primaria sulla scena internazionale. Un cittadino di Singapore , Teo Hui Kiat, deposita presso la Federal Reserve dei titoli emessi dal Tesoro Americano dal valore nominale di oltre US$ 500.000.000, presenti sulla piazza finanziaria svizzera. Sulla base della documentazione che vi mostriamo la Federal Reserve prende in custodia i suddetti titoli, per un valore complessivo di 1 miliardo di dollari, emettendo un "custodial safekeeping receipt" ( ricevuta di deposito ) , autenticato dalle firme del Governatore Bernard Bernanke e del Vice-Governatore Roger W. Ferguson. I titoli, oggetto dell'operazione, circolano al momento sulle piazze finanziarie svizzere, e sono utilizzati in programmi di trading.
Come noto, tutti i programmi di rating sono tassativamente vietati dagli organi internazionali, essendo operazioni che, movimentando grandi somme di denaro a fronte dell'emissione di un titolo virtuale - spesso inesigibile e infruttuoso - nascondono tentativi di speculazione e di riciclaggio. Allo stesso tempo, notiamo che la prassi dei controlli da parte delle Istituzioni è rigida e impenetrabile, proteggendo spesso il sistema vizioso Trader-Istituto di credito. La crisi subprime ha appunto dimostrato il fallimento del sistema di supervisione e di controllo delle Istituzioni governative sul sistema bancario e finanziario. Così il mancato intervento da parte dell'Istituto di vigilanza equivale ad una complicità, lasciando il sospetto che sia l'ente emittente stesso ad utilizzare il titolo per scopi estranei a quanto stabilito dai regolamenti del mercato e dalle leggi nazionali e internazionali.
Occorre infatti considerare che tali titoli di debito al portatore, denominati per cifre molto elevate, possono essere utilizzati - nonostante siano le società di Trading a reperirli e certificarne la validità - da parte di Banche, Fondazioni e Multinazionali per creare grandi fondi dal nulla, medianti i quali costituire assets, liquidità e tesorerie. Il tutto viaggiando sul limite della legalità consentita e al di sopra delle normali condizioni stabilite per le transazioni, anche se dall'ammontare irrisorio. Un paradosso che sfiora l'assurdo, considerando che proprio recentemente le misure di contrasto al riciclaggio e al finanziamento illecito sono state inasprite, in relazione alla necessità di controllare ed eliminare le fonti di finanziamento al terrorismo.

A rivelare l'illiceità dell'operazione dovrebbe essere la fonte emittente dei titoli stessi - facendo così ricorso alle liste dei titoli non validi esistenti sul mercato - oppure lo scopo della transazione: rappresentano questi i controlli che la Banca Centrale e o l'Istituto di credito dovrebbe effettuare per garantire sicurezza e trasparenza sul mercato. Qualora tuttavia, i controlli non vengano fatti e si venga a creare una rete tra i diversi attori che va a eliminare e nascondere le tracce, è ovvio che il cerchio si chiude e non esiste entità che può intervenire. È da tali meccanismi, chiusi e inavvicinabili dai Governi stessi, che scaturiscono le speculazioni su scala globale, la creazione del denaro e il finanziamento ai conflitti mondiali. Questo e nient'altro. Al di là della rete bancaria e finanziaria, circondata da una costellazione di società, non esiste altro canale per i cosiddetti terroristi o per i criminali: ogni operazione portata a termine accade perché è il sistema che lo permette, in quanto le regole all'interno cui muoversi sono prestabilite. Per tale motivo, possiamo affermare che la guerra finanziamento del terrorismo è la più grande bufala che i nostri politici abbiano inventato, per dimostrare il loro impegno nella lotta contro il crimine, contro le truffe o la corruzione. Da tempo però queste illusioni sono svanite, perché il sistema ha fallito, ha rivelato delle falle e tutti noi dobbiamo pagare ora per tali errori.

Ci attendiamo invece dalla pubblicazione di tale documentazione che il sistema americano prenda una decisiva posizione su questo tipo di transazioni, e chiarisca il perché dei titoli oggetto di operazioni di trading sono stati ufficialmente accettati dalla Federal Reserve Bank. Come dimostrato nelle fasi iniziali di questa indagine, la Gazprombank, il Tesouro Nacional do Brasil nonché la Petrobras, hanno ringraziato la Tela per il contributo alla lotta contro le frodi finanziarie, prendendo così una posizione chiara sulla natura e la funzione dei collaterali presi in considerazione. Una risposta della Federal Reserve è ora indispensabile e critica allo stesso tempo, perché può arrivare a far luce sul grande paradosso del terrorismo, della crisi dei subprime e del crollo del dollaro.

09 gennaio 2008

L'avanzata della Russia


Mentre sale la tensione nel Golfo dopo la diffusione della notizia da parte della CNN sul probabile tentativo di sabotaggio delle vedette iraniane contro la marina militare statunitense, cominciano a riaffiorare i primi segnali di inquietudine sulla scena internazionale. L'Iran nega qualsiasi segnale di ostilità, mentre gli Stati Uniti cercano di presentare le prime prove a dimostrazione dell'attacco, solo per avere una valida motivazione per giustificare un intervento militare. Stranamente, si riapre il capitolo Iran, dopo la parziale battuta d'arresto delle trattative del Consiglio di Sicurezza dell'Onu e dell'Agenzia Internazionale dell'Energia Nucleare, in cui la Russia - da fiero opposizione degli Stati Uniti - ha avuto un importante ruolo nell'alimentare la propaganda iraniana. Allo stesso tempo, si placano i toni di secessione all'interno dei Balcani, dopo che l'Onu, in coordinamento con l'Unione Europea, cercherà di emettere una risoluzione nel quadro della giurisdizione internazionale. E' da notare come questi due eventi, si siano evoluti di pari passo in questi ultimi mesi, secondo una logica di compensazione reciproca: l'Iran perde centralità nella propaganda occidentale, proprio quando diventano critiche le trattative per il Kosovo. A scandire i tempi e le modalità di questo gioco mediatico sono sempre la Russia e gli Stati Uniti, che con il loro antagonismo danno l'impressione che esista una sorta di equilibrio delle forze a livello internazionale.

Tuttavia, parlare di antagonismo sembra eccessivo, in quanto la Russia, soprattutto in tempi recenti, sembra che si sia avvicinata molto agli Stati Uniti, come dimostrato dal successo della figura di Putin nell'opinione pubblica americana, che stima e teme questo "uomo di Stato" che lotta per una nazione. Putin, eletto "persona dell'anno" dal Time, viene ritratto come "un Presidente americano" del passato, ispirato dagli interessi statalisti e non privati. Ecco che la Russia, consapevole della propria forza, si presenta agli Stati Uniti come un valido partner, con il quale arrivare alla risoluzione dei conflitti del mondo, e dunque all'equa ripartizione delle zone di influenza. Questa interpretazione darebbe così un senso logico alle tante contraddizioni della Russia, che da una parte dichiara ostilità nei confronti di Organismi Occidentali come l'OCSE, stralcia il Trattato sulle forze convenzionali in Europa (FCE) e critica la NATO, e dall'altra continua a mantenere degli stretti rapporti economici e militare con i singoli componenti.

Risuona in maniera alquanto strana la notizia , resa nota dallo Stato Maggiore della Marina, secondo cui nella giornata di oggi, dalla stazione navale Mar Grande di Taranto salpano due unità navali della Federazione Russa, il cacciatorpediniere Admiral Chabnenko e il rimorchiatore d’altura Nickolay Chiker, che insieme alla fregata Espero e il pattugliatore di squadra Bersagliere svolgeranno un addestramento nel mar Jonio. La presenza nel Mediterraneo della Marina russa viene giustifica nel quadro della cooperazione internazionale tra i due Stati, "per accrescere l’interoperabilità degli equipaggi". Una notizia, dello stesso contenuto, viene diffusa dall'Agenzia russa RIAN, secondo cui sono stati dislocati nel Mediterraneo la portaerei Su-33 e degli elicotteri di combattimento, per operazioni di addestramento. La spedizione, che ha avuto inizio il 5 dicembre, sarebbe così volta ad "per assicurare una presenza navale nelle aree strategiche marittime chiavi e stabilire le condizioni per la sicurezza della navigazione dei vascelli. La flotta nel Mediterraneo, secondo il Ministro della Difesa Ministro Anatoly Serdyukov, rappresenta la quarta nave da guerra dislocata nelle acque internazionali, insieme a sette unità della Russian Northern, del Mar Nero e delle Black Fleets, così come 47 aeroplani e 10 elicotteri, pronti a intervenire da una distanza di 12,000 miglia. Questo dispiegamento di forze è stato annunciato da Putin durante lo scorso agosto, che ha ristabilito i voli di perlustrazione strategici, considerando che, dopo il crollo dell'Unione sovietica ed il caos economico e politico che ne è conseguito, per molti anni la Russia è rimasta priva di difesa.

I comunicati trasmessi dal Governo russo, non lasciano alcun dubbio sullo scopo di difesa delle esercitazioni militari, infondendo così il timore che la Russia sia pronta ad ogni evenienza, e così anche ad intervenire in un eventuale conflitto. Tuttavia, non bisogna dimenticare che gli interessi che la Russia intende difendere sono di natura prettamente economici, e riguardano il controllo dei corridoi per l'instradamento delle fonti energetiche sino in Europa. La vera competizione che dunque si gioca è intorno alle autostrade del petrolio, tra la pipeline atlantica del Baku-Tblisi-Ceyhan connessa poi al Nabucco, e quella del South Stream connessa alla Bourgas-Alexandroupolis, entrambi sponsorizzati dalla Russia.

È chiaro che, mentre l'Iran rappresenta un Paese fornitore che si vende al miglior compratore, i Balcani, si posizionano come crocevia per accedere al mercato europeo attraverso l'Adriatico o la regione balcanica. L'instabilità a livello internazionale, si sta così ripercuotendo, con piccoli e deboli segnali di destabilizzazione, proprio nei Balcani dove, da un giorno all'altro, cambiano i programmi politici e i protagonisti. L'Albania sembra perdere quel ruolo di "super-potenza energetica" dopo che è stato chiaramente bloccato il progetto della grande centrale termoelettrica di Fier, e cominciano a sorgere i primi dubbi sulla fattibilità di una centrale nucleare proprio in quella zona. La posizione della Serbia continua ad essere sospesa tra integrazione e secessione, mentre il rapporto con la russa Gazprom, per l'ingresso nel consorzio South Stream, diventa sempre più stretto. Il Ministro degli esteri sloveno Dimitrij Rupel dichiara che l'Europa è disponibile a velocizzare le tappe verso l'adesione della Serbia, ma viene presto contraddetto dall'Olanda, secondo la quale "non sarà possibile la firma dell’Asa finché non sarà chiarita la posizione dei criminali di Guerra". Infine, la Macedonia decidere di liberalizzazione la cittadinanza distribuendo passaporti ai cittadini albanesi di confine, mentre imperversa in Kosovo il conflitto tra comunità serba e albanese.
Esiste dunque una dilagante sensazione di tensione, resa ancora più critica dall'avvicinarsi della crisi petrolifera e monetaria, in vista della recessione statunitense. In tutto questo, le grandi potenze giocano il ruolo di registi delle crisi che si alternano, restando pur sempre legate dal desiderio comune di controllare la distribuzione delle risorse e delle ricchezze.

08 gennaio 2008

Il dollaro internazionale sulle ceneri di Bretton Woods


All'indomani della visita di George Bush in Medioriente, ritorna lo spettro di un conflitto con l'Iran, come risposta alla crisi petrolifera e alla grave svalutazione del dollaro. Secondo le notizie fornite dal media statunitense CNN, citando le fonti della Difesa americana, delle navi iraniane avrebbero effettuato delle manovre giudicate ostili contro tre navi americane all'interno dello stretto strategico di Ormuz. Le cinque vedette iraniane si sarebbero avvicinate a circa 200 metri dalle navi della Marina americana, preannunciate dal messaggio radio "sto per attaccarvi, esploderete tra pochi minuti".
Il presunto attacco da parte iraniana, reso assurdo e alquanto inverosimile dalla segreta rivelazione di un uomo del Pentagono alla CNN, è stato tuttavia sufficiente a creare la giusta atmosfera di tensione in un'area strategica e sensibile, come il Golfo di Ormuz. Stiamo parlando infatti dello stretto attraverso il quale avviene l'instradamento del petrolio dei paesi del Golfo verso gli oleodotti dell'Arabia Saudita sino in Turchia, per un quantitativo di oltre il 20-25% della produzione mondiale di brut. Non dimentichiamo che il 23 marzo del 2007, Teheran prese in ostaggio 15 componenti della marina britannica, accusati di aver violato le acque internazionali all'interno dello stesso Golfo, e allora l'ammiraglio Habibollah Sayyari dichiarò che l'Iran "non aveva alcun progetto di blocco dello stretto di Ormuz, ma era pur sempre pronta a condurre qualsiasi operazione necessaria per difendere i propri interessi". Una tale decisione da parte del Governo iraniano, potrebbe avere conseguenze che molto più gravi della realizzazione del piano nucleare, in quanto potrebbe catapultare il mercato del petrolio in uno scenario di oltre 250 dollari al barile di greggio, come stabilito da Standard and Poor's nell'agosto del 2006. Il blocco del golfo potrebbe arrestare l'offerta mondiale di brut, con l'inevitabile recessione dell'economia mondiale, come accaduto tra il 1980 e il 1982.
Se una sospensione dell'Iran delle sue esportazioni di petrolio provocherebbero un rialzo del 30%, il blocco comprometterebbe la stabilità dell'intera economia mondiale. Questo lo scenario che secondo gli esperti americani spingerebbe gli Stati Uniti ad appoggiare un eventuale conflitto tra Israele e Iran, che andrebbe così a capovolgere una situazione di crisi ormai compromessa dal continuo inasprimento delle politiche dell'Opec e della svalutazione del dollaro.

In realtà, la propaganda del probabile conflitto iraniano potrebbe creare il diversivo ideale per nascondere e neutralizzare il rischio più spaventoso del totale deprezzamento del dollaro, che trascinerebbe nel baratro intere economie. La guerra che tutti percepiscono non sempre corrisponde al reale andamento dei fatti, gran parte di essa rappresenta solo lo sfondo di eventi ben più radicali e rivoluzionari.
Occorre dunque riflettere alle reali alternative che si profilano dinanzi agli Stati Uniti, ossia se lasciare fallire non solo l'America ma l'intero sistema, oppure azionare un meccanismo di autodifesa che possa cambiare la forma ma non la sostanza del sistema. In tale meccanismo, svolge un ruolo importante anche la propaganda e la minaccia di un conflitto iraniano, ma non è l'unica soluzione o l'unico aspetto a cui bisogna fermarsi. La svalutazione del dollaro ha visto sorgere lo spettro per gli Stati Uniti e per il gruppo di Paesi che detengono le loro riserve in dollari, dell'inflazione e della perdita della fiducia e della credibilità presso gli investitori stranieri. Questi sono infatti condannati a temere l'erosione del valore dei loro titoli e delle loro valute, che hanno subito continue svalutazioni, non solo in seguito alla dismissione delle stesse per differenziare le tesorerie, ma anche a causa dell'assurda politica monetaria della Federal Reserve che ha riempito il mercato internazionale di carta straccia.
Il dollaro, essendo una valuta di riserva, è stato utilizzato in questi anni come strumento politico e democratico, riuscendo ad influire sugli investimenti e sulla politica economica degli Stati ad esso agganciati. Basti pensare alla banche centrali dell'Asia e ai problemi che Paesi come Iran e Corea del Nord stanno affrontando a causa dell'embargo bancario. Stampando dollari su dollari, carta su carta, ha finanziato conflitti e ricostruzioni, privatizzazioni e fusioni, e ora il mondo intero si trova nella situazione tale di detenere una valuta riserva che non ha alcun valore. Più il dollaro si indebolisce, e più si indebolisce il sistema capitalistico, perché a quel punto occorre istituire la moneta di riferimento che dovrà sostituirlo.
È da notare che al momento non esiste una valuta in grado di ricoprire lo stesso ruolo, considerando che il rublo è ancora fortemente instabile, lo Yuan svalutato, mentre l'Euro è forte solo per luce riflessa del fallimento del dollaro. I paesi dell'Unione Europea non sembrano infatti essere disposti ad affrontare la responsabilità di divenire una valuta di riserva, da tesorizzare, essendo più che altro una valuta numeraria e commerciale.

Viene così presentata la teoria di Fred Bergsten, l'economista americano che sta elaborando una soluzione al problema del dollaro. Egli infatti ha proposto la creazione da parte del Fmi di "Diritti di Emissione speciali" ( Special Drawing Right - SDRs) all'interno dei quali depositare i dollari detenuti dai diversi Paesi. I diritti di emissione speciali rappresentano uno strumento di riserva internazionale assegnati proporzionalmente alla loro quota nel FMI. Furono creati nel 1969 per sostenere il sistema di parità fissa di Bretton Woods. Ogni paese aderente al sistema doveva infatti disporre di riserve ufficiali, denominate in oro e in titoli della banca centrale accettati su larga scala, in modo tale da garantire il riacquisto della moneta nazionale sui mercati dei cambi internazionali, e sostenere il proprio tasso di cambio. Allora, l'offerta internazionale dei due grandi valori di riserva, l'oro ed il dollaro, si rivelò insufficiente per sostenere l'espansione del commercio e l'evoluzione finanziaria. La comunità internazionale ha deciso di creare un nuovo valore di riserva mondiale, garantito dal FMI. Con la creazione di Bretton Woods, le grandi monete sono passate ad un regime di tasso di cambio variabile, mentre per garantire le quotazioni sui mercati furono introdotti i prestiti su scala internazionale.

Gli SDRs si limitano ora ad essere un'unità di conto del FMI e di altri organismi internazionali, non costituiscono una moneta, né un credito sul FMI, bensì un credito virtuale sulle monete dei paesi membri del FMI. Il convertibilità tra SDRs e valute viene così stabilita da accordi di scambio stabiliti tra i Paesi membri, e può avvenire anche quando il FMI designa i paesi membri dalla posizione più forte ad acquistare dei SDRs del Paese membro dalla posizione più debole. È per tale motivo dunque che Bergsten propone di ricorrere di nuovo agli SDRs per acquistare dollari e frenarne il crollo, agendo sui mercati internazionali come se vi fosse un parziale regime di parità fissa. I paesi che hanno così l'esigenza di apprezzare le loro valute contro il dollaro potranno cambiare i propri dollari a fronte di SDRs, garantiti dal FMI.

Tale soluzione, presa senz'altro in circostanze di grave crisi potrebbe portare alla creazione di quella che può essere la valuta internazionale virtuale, una moneta per eccellenza che agirebbe a livello globale, riportando il sistema monetario agli anni '50-'60. Come confermato da molti analisti, Bretton Woods è ormai fallita da tempo, e a rivelarne la sua fallibilità sono proprio le crisi di iperinflazione che si susseguono ormai con una cadenza sempre più frequente. Bretton Woods ha così perpetrato quella decisione della Federal Reserve di agganciare la valuta riserva al petrolio, e ora quella decisione si è rivoltata contro di noi con tutta la sua violenza. La reazione del sistema è tuttavia già pronta, in quanto le grandi Istituzioni monetarie internazionali stanno già ricorrendo ai ripari, nel tentativo di proteggere il crollo del dollaro e di istituire la nuova moneta globale in un futuro non così lontano. Molti collaterali denominati per miliardi di dollari sono già in circolazione sui mercati finanziari, scambiati dalle entità bancarie ed economiche come perfetti surrogati del dollaro. Presto inonderanno le riserve valutarie di tutti i Paesi, compromettendo ancor più il loro legame inscindibile con l'economia americana, e consentendo agli Stati Uniti di frenare e controllare l'andamento del dollaro in maniera pilotata. La guerra, in tutto questo, rappresenta solo l'inganno ideale per spingere ad acquistare titoli sui mercati, sulla cresta dell'onda della speculazione petrolifera.

07 gennaio 2008

L'ordine mondiale della manipolazione


"La globalizzazione non è sinonimo di ordine mondiale". Questo il messaggio di Benedetto XVI nella sua omelia in occasione dell'Epifania, ricordando come "i conflitti per la supremazia economica e l'accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime" impedisca la giusta redistribuzione delle ricchezze tra la popolazione mondiale. Richiama così all'austerità e ad uno stile di vita più sobrio, con una giusta distribuzione delle risorse, unica soluzione per instaurare "un ordine di sviluppo giusto e sostenibile". Il Vaticano, inteso come entità economica e politica, non può però essere certo considerato come un termine di paragone o come esempio di giusta applicazione della dottrina "equa e solidale". La Chiesa, "sebbene sia Santa", ha la struttura di una vera multinazionale, con una holding bancaria al suo interno, lo IOR, che funge da tesoreria di una rete finanziaria fitta e ben radicata nel sistema bancario mondiale. I suoi rappresentanti siedono all'interno del Consiglio di Amministrazione della Banca Centrale Europea e, per stessa ammissione della Commissione Europea, le Istituzioni Finanziarie del Vaticano non possono essere sottoposte alla normativa anti-riciclaggio comunitaria, né a quella degli Stati nazionali. Le sue proprietà immobiliari si estendono in ogni Stato che si possa definire vicino alla dottrina cattolica, grazie alle sue rivendicazioni storiche e ai numerosi accordi bilaterali conclusi con i Governi. Un tale impero economico, si accompagna ad un dilagante potere mediatico e religioso, che gli conferisce l'assoluto controllo sulle coscienze degli uomini, e così anche sulle leggi e sulle decisioni politiche degli Stati. Da tanto potere non dovrebbe derivare l'impotenza e l'indifferenza a cui invece assistiamo dinanzi alle guerre, alle carestie e alle emergenze umanitarie che distruggono i Paesi più poveri della Terra e quelli detentori delle ricchezze e delle risorse strategiche per la sopravvivenza dei Paesi occidentali.
Perdono così di significato le parole e le omelie contro la guerra e la globalizzazione, se rappresentano solo ciò che la massa e l'opinione pubblica si aspetta di ascoltare, se non sono la vera espressione del credo e della missione del Vaticano, se in realtà sono gli stessi carnefici dei popoli che dovrebbe difendere. Benedetto XVI, così, critica fortemente la globalizzazione come "ordine mondiale", annunciando l'avvento di una nuova era, in cui il sacrificio di ognuno di noi sarà rivolto al bene collettivo. Nessun riferimento è stato tuttavia fatto nei confronti dei signori della guerra, ai finanziatori dei conflitti, a coloro che muovono le alte sfere del potere e fanno sì che le strutture e le entità economiche perpetuino un sistema energetico arcaico e obsoleto. Nessuna condanna contro l'usura bancaria, contro le speculazioni e gli sciacallaggi, che stanno facendo carne da macello delle nostre piccole imprese e della nostra economia. Non vi sono omelie né preghiere, per definire il gesto di un piccolo commerciante di Bari che decide di suicidarsi, bruciandosi vivo dinanzi ad una chiesa, spinto dalla disperazione e dal peso dei debiti che stava portando al fallimento e alla povertà la sua famiglia.
Giorno per giorno, ci stanno trascinando nell'oblio, le crisi si succedono con una frequenza inarrestabile, mentre i nostri governi si preparano ad entrare nell'epoca delle guerre perpetue. I rincari e l'inflazione sono tuttavia destinati a continuare, come affermato dall'Opec che, proprio quando il corso di un barile di petrolio supera la soglia dei 100 dollari, nega l'aumento dell'offerta di petrolio, considerata "sufficiente a soddisfare le esigenze del mercato" , non essendovi così alcuna ragione per aumentare la produzione. "La caduta del dollaro e l'inflazione sta così creando il fittizio rialzo del prezzo del petrolio", dichiara il Ministro algerino Chakib Khelil, e probabilmente è destinato a raggiungere il limite dei 110 $. Le tensioni in Pakistan, in Kenya e in Nigeria, a cui occorre aggiungere la speculazione, la mancanza di capacità di raffinazione dei Paesi esportatori di greggio, il crollo delle scorte americane, l'aumento della domanda di Cina, India e Medio Oriente, e ancora il rialzo dei costi di produzione petrolifera, hanno portato ad un prezzo di 100 dollari "non necessariamente molto elevato", perchè ormai l'equazione della domanda rispetto all'offerta è stata ribaltata. L'immobilismo dell'Opec può essere interpretato sia come logico tentativo di continuare a lucrare dinanzi ad una situazione di grande difficoltà per il resto del mondo, sia come un segno di debolezza, come reale incapacità ad aumentare la produzione di petrolio essendo già ai massimi regimi per la maggior parte dei paesi esportatori. Il presidente dell'Opec ha sottolineato infatti che resta "oggi esistono ben poche regioni da esplorare ancora" e le "sorgenti nuove" di idrocarburi, come i sabbie bituminose del Canada o i giacimenti nelle acque profonde degli oceani rappresentano "degli investimenti enormi", che farebbero aumentare ancor di più i costi. Ci si aspetta che dovrà aumentare il numero dei Paesi dell'Opec, con la Guinea Equatoriale o il Sudan, ma di questo passo si potrebbe arrivare a sottoporre al cartello qualsiasi piccolo produttore di petrolio.

La situazione dunque, è alquanto difficile e problematica, i problemi degli Stati occidentali potrebbero aumentare ancor di più, e il terrorismo potrebbe dilagare seminando ovunque caos. Una tesi non inverosimile, considerando che la Francia si è già autodefinita prossimo obiettivo di Al Qaida, all'interno del proprio territorio. Dopo l'attacco che è costato la morte a quattro turisti francesi in Mauritania - che ha causato l'annullamento della Paris-Dakar - è stato lanciato su un sito web islamico, secondo le intelligence "gestito" dal Al Qaida, una minaccia di attacco contro Parigi, allo scopo di provocare "la caduta del Presidente Nicolas Sarkozy e il crollo economico in Francia. Tale tesi è stata diffusa da un centro americano specializzato nella sorveglianza delle comunicazioni della rete di Osama Bin Laden, il Site Intelligence Group, affermando che gli attentati potranno colpire sia i siti più popolari ed importanti, sia le personalità più prestigiose ed importanti. Ecco che attraverso la Francia si insinua lo spettro del terrorismo, che ha, non a caso, scelto una vittima di eccellenza, con una situazione politica interna già compromessa dal malcontento dei cittadini francesi naturalizzati, e un passato fortemente implicato con il mondo arabo e dei fondamentalismi.
La Francia pagherà amaramente questa falsa propaganda orchestrata per fare clamore e deviare l'attenzione sulla crisi che colpisce le economie occidentali. Tutti gridano così alla catastrofe, ma la catastrofe c'è già e può essere solo placate da parole di speranza, da omelie di fede o da canti di guerriglia. La nostra società sta così rispondendo alla crisi creando delle realtà alternative, sintetiche in cui sfogare le proprie frustrazioni. Il web sta proprio per questo diventando il luogo virtuale in cui creare la propria verità, il proprio mondo, le proprie sette, agendo, tuttavia, nel raggio di azione di regole predefinite e prestabilite. Si può in questo modo dare vita ai falsari sintetici, agli opinionisti sconosciti, alle false teorie che accreditano personaggi e uomini politici, al terrorismo e al nemico ideale di ogni democrazia.

04 gennaio 2008

Pakistan : un nuovo focolaio di guerra e terrorismo


L'omicidio di Benazir Bhutto ha destabilizzato il Pakistan sollevando all'interno della Comunità Internazionale gravi dubbi sulla probabile infiltrazione all'interno del regime di Musharraf di cellule terroriste di Al Qaida. Una tale eventualità potrebbe spingere gli Stati Uniti ad intervenire per rimuovere il governo di Musharraf e "ripristinare" la democrazia, compromessa dalla probabile esistenza di cellule terroristiche all'interno della regione.

A confermare la strategia di sabotaggio del Pakistan interviene la testimonianza di un medico che aveva soccorso Benazir in seguito all'attentato, il quale afferma che " è stata uccisa da un'arma laser dell'esercito, aveva una ferita complessa, non da proiettile". Secondo il The Nation , riportando una dichiarazione ufficiale di un dirigente del Partito popolare pakistano (Ppp) della Bhutto, Babar Awan, l'arma che ha ucciso l'ex primo ministro è simile a quella usata dalle forze americane in Iraq, e attualmente non è in possesso dei talebani, ma dei reparti speciali di sicurezza del presidente Pervez Musharraf. Mentre il New York Times riprende la dichiarazione di un medico secondo cui il governo ha ritirato le cartelle cliniche subito dopo il ricovero. La prova più eclatante è stata tuttavia fornita dalla CNN, che ha ripreso la scena dell'attentato in una prospettiva chiara ed evidente, sulla quale possono essere formulate molteplici ipotesi sulla dinamica sugli eventi. Una tale mobilitazione dei media statunitensi lascia così pochi dubbi nell'intera opinione pubblica internazionale, che vede così nel Pakistan un nuovo nemico, un nuovo focolaio di terrorismo che rischia di rendere instabile una regione così importante per la produzione e il trasporto di petrolio.
Così gli scontri e le emergenze in Pakistan sono state seguite costantemente dai media internazionali, creando come una guerra virtuale che nasconde un sabotaggio sotterraneo del regime di Musharraf, da parte degli Stati Uniti e delle entità che da tempo cercano di appropriarsi del controllo della Regione.

Nello svolgimento dei fatti si riconosce con molta facilità la strategia adottata dalle intelligences e dalle forze occidentali per destabilizzare i Governi dei Paesi individuati come "stati canaglia", proprio come accaduto in Iraq, in Jugoslavia e in Afghanistan, e che sta colpendo ora la Georgia, l'Ucraina e il Kazakhstan. Ritroviamo infatti la "guerra lampo dei media" che hanno attaccato il Presidente Musharraf in diverse occasioni, mettendo in dubbio il suo potere, il suo ruolo nella "guerra di Washington sul terrorismo" e preannunciano la sua caduta; i soldi e i finanziamenti ai movimenti del dissenso organizzato, e così gli attivisti disposti a mobilitarsi e ad organizzare gruppi sociali di protesta. Ancora, una campagna di disinformazione attraverso l'Internet, con l'apertura di forum e mailinglist per inscenare l'esistenza di una opposizione invisibile di contrasto al regime totalitarista; la nascita di numerose ONG europee ed americane finanziate da grandi fondazioni che hanno a loro volta alimentato la macchina di mobilitazione anti-governo. La disinformazione mediatica è stata totale, considerando che le Agenzie degli Stati Uniti controllano direttamente le reti televisive pachistane private, che in questi mesi hanno sostenuto la linea dell'opposizione, parlando di corruzione, di inflazione e di insostenibilità economica. Le piazze sono state riempite di studenti, di avvocati, di movimenti di protesta infiltrati da gruppi armati e violenti che hanno così testimoniato il dissenso popolare. Al momento, tuttavia, nessuna associazione studentesca ha reso noto chi si nasconda dietro le proteste degli studenti, e molto probabilmente esiste una regia sotterranea che ha guidato la mano di molti di coloro che sono scesi in piazza per protestare contro le riforme costituzionale del Presidente Musharraf. A quel punto è intervenuta la "dichiarazione dello stato di emergenza", mentre gli attentati hanno cominciato a colpire diversi esponenti governativi ed istituzionali. È stato creato un leader dell'opposizione quasi dal nulla, rilanciando la figura opaca di Benazir Bhutto, salutata dall'intera opinione pubblica come la reale espressione del "Pakistan democratico". In realtà la sua figura è stata completamente manipolata, per essere prima una pedina per indebolire Musharraf e poi per distruggerlo completamente. La sua morte è stato un grande spettacolo, stranamente seguito dalle televisioni del mondo intero, accreditata dalle diverse prove di colpevolezza di Musharraf create ad hoc e accreditate dai media e dalle intelligence statunitensi.

Il Governo Pakistano, a sua volta, cerca di difendersi, annunciando attraverso il suo portavoce agli Affari Esteri Tasnim Aslam che esistono delle prove "di un coinvolgimento indiano con gli elementi anti-statali in Pakistan", alludendo così alla stretta collaborazione esistente tra il Governo Statunitense e quello Indiano per rafforzare il controllo sull'Afghanistan e sul Pakistan stesso. È bene ricordare infatti che lo scorso 22 dicembre è stato ufficialmente reso noto da parte del Ministro del Petrolio iraniano Gholamhossein Nozari che l'India non ha rinunciato al progetto di costruzione del cd. "gasdotto della pace" che instraderà il gas dell'Iran verso il territorio indiano, come confermato anche dal Ministro indiano agli Affari Esterni, E.Ahamed. L'unico dubbio sorto, pare che sia provenuto proprio dal Pakistan che ha imposto che venisse previsto nel contratto di collaborazione tra i tre Paesi, una tassa di transito, per conferire al territorio pakistano il rilievo che gli spetta nel Progetto trilaterale. Per tale motivo, il "gasdotto della pace"ha già creato molteplici scontri e guerre, che saranno probabilmente destinate a far cadere la pedina che al momento è più debole.
L'Iran dal canto suo è riuscito, con tale manovra, a riservarsi una posizione privilegiata a livello internazionale, coperta dagli scontri sul problema del nucleare.

Quanto sta accadendo in Pakistan è solo uno dei tanti episodi che hanno già colpito e distrutto Stati come la Jugoslavia e l'Iraq, che oggi cercano di compromettere la stabilità del Kosovo, per arrivare a controllare la regione chiave per l'accesso e al controllo del Corridoio VIII, che si dirige verso Oriente e verso il Mar Caspio. Il Kosovo è stato infatti letteralmente bersagliato dai media occidentali, che hanno già creato la finzione del conflitto etnico, e ora la sicurezza della sua popolazione viene messa a rischio dal diffondersi di bande armate e cellule terroristiche che si dichiarano pronte ad attaccare. Sin dagli anni '90 è stato gestito e controllato un traffico di armi dal mercato americano a quello kosovaro, finanziando l'Esercito per la Liberazione del Kosovo (KLA). Gli Stati Uniti hanno fatto spesso da base logistica per organizzare una guerriglia dall'estero, finanziando così organizzazioni terroriste e crimine organizzato, grazie all'appoggio di numerosi politici americani che frequentano spesso gli incontri per la raccolta dei fondi del movimento di liberazione. Al momento, ancora esiste la rete di contatto con le lobbie esterne pronte ad alimentare la guerra attraverso le guerriglie e la disinformazione.

03 gennaio 2008

Un 2008 tra rincari e guerre perpetue


Il petrolio raggiunge sulla borsa di New York la soglia storica dei 100 dollari al barile, dopo le tensioni che hanno colpito i centri nevralgici di produzione in Nigeria e in Pakistan, e la riduzione delle scorte americane. Un record raggiunto al termine di un anno di speculazioni e di scontri, che hanno preannunciato un periodo di rincari, crisi, ma soprattutto di guerre, per sostenere un sistema energetico obsoleto.

Un barile di petrolio ha raggiunto la soglia dei 100 dollari a New-York, mentre Africa e Asia centrale bruciano preparandosi a nuovi scontri sotto i colpi dell'Occidente. Il rapporto del dipartimento americano dell'energia (DoE) presto annuncerà una diminuzione di 3,15 milioni di barili delle riserve di brut, causato, secondo gli analisti, dalle numerose tensioni geopolitiche ricomparse improvvisamente negli ultimi giorni dell'anno, amplificando i timori sull'approvvigionamento. Allo stesso tempo, sale vertiginosamente la quotazione dell'oro che si attesta intorno agli 859 dollari, un valore che non veniva registrato dal 1980. Un dato questo critico, considerando che rappresenta uno storico bene di rifugio dinanzi alla crescente inflazione, rivalutandosi così a spese del dollaro, il cui inesorabile declino viene sancito ancor più dalla scelta della Federal Reserve di ridurre i tassi di interesse.
Il doppio rincaro, simultaneo e istantaneo, rappresentano il grave segnale del fallimento del sistema capitalistico fondato sul binomio oro-petrolio, che non ha nulla a che vedere con le crisi geopolitiche che stanno colpendo i Paesi produttori di petrolio. Queste infatti rappresentano una conseguenza del malessere in cui siamo costretti a vivere, e non una causa. Sembra infatti alquanto strano che un attentato ha colpito un leader dell'opposizione del Presidente Musharraf, lasciando così pochi dubbi sul movente, sui colpevoli e sul mandante stesso dell'attacco. Benazir Bhutto muore dopo l'ennesimo attentato organizzato in grande stile, tra la folla, sotto gli occhi delle telecamere della CNN, mentre le intelligences già annunciano l'implicazione di Musharraf. Un esito scontato e prevedibile, soprattutto in seguito alla decisione del Governo Pakistano di rafforzare i propri rapporti con l'Iran e probabilmente anche con l'India, nella costruzione della pipeline Iran-Pakistan-India, destinato ad instradare il gas iraniano sino all'estremo Oriente. Un contratto di circa 7,4 miliardi di dollari che avrà ad oggetto la fornitura del gas iraniano all'India attraverso il Pakistan, immettendo nel gasdotto di oltre 2.600 km - la cui costruzione ha avuto inizio nel 1994 - 21,1 miliardi di metri cubi di gas naturale all'anno. La destabilizzazione del Pakistan era già stata decisa, essendo un crocevia fondamentale per il trasporto e la distribuzione del petrolio centro-asiatico. Tuttavia i media hanno inscenato in questi mesi un clima di tensioni politiche e di terrorismo al solo fine di portare in Pakistan e nella regione circostante un'altra guerra, mentre tutte le attenzioni sono rivolte all'Iran e al pericolo del nucleare. Vengono così colpiti i centri nevralgici della distribuzione e del trasporto del petrolio, per cui la Georgia, la Siria, la Somalia, il Kosovo, dopo che Iraq e Afghanistan sono stati completamente colonizzati. La costellazione di conflitti andranno così a creare uno stato di guerra perpetua, che entrerà nelle nostre vite e permetterà di allontanare dall'Occidente la paura della recessione, ma non fermerà i processi inflazionisti che impoveriranno i Paesi.
L'Europa si è così risvegliata in un 2008 all'insegna dei rincari e delle crisi di borsa, che rischiano ora di condurre le nazioni sull'orlo dell'iperinflazione e della recessione. Dal petrolio, alle materie prime, dai servizi alle utenze, fino ai generi alimentari di prima necessità, andando così a ridurre sempre più il potere d'acquisto degli italiani, già compromesso, e la competitività delle piccole e medie imprese. I salari e gli utili di impresa non riusciranno a far fronte ai rincari dei fidi e dei contratti bancari, delle bollette e delle spese giornaliere: molte saranno le aziende che falliranno, mentre la disoccupazione e il crollo dei consumi bloccheranno la produzione. Allo stesso tempo la Cina annuncia il totale l'abbattimento delle frontiere all'esportazione, per inondare i mercati occidentali di prodotti e semilavorati a basso costo.
Dinanzi a tale situazione, i nostri governi restano immobili e impassibili, continuando la loro sciocca politica di privatizzazione e di svendita del patrimonio dello Stato, senza porre alcun limite agli aumenti del costo del danaro e dei contratti bancari.
Lo scenario che si sta venendo a creare favorirà sempre più le speculazioni da parte di società che detengono il monopolio nell'offerta di beni e servizi, non solo sui mercati reali, ma anche su quelli borsistici. Siamo dunque in balia di pericoli speculatori che possono ora ridurre a povertà e a schiavitù le economie più deboli.