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12 dicembre 2008

Automobili: un altro fallimento controllato


La crisi finanziaria ha avuto come prima grande vittima privilegiata il settore automobilistico. Non vi sono dubbi, però, che questa grande bolla propagandistica della crisi finanziaria, costerà molto di più ai lavoratori, che alle grandi industrie. Da una parte potranno cancellare i propri debiti grazie al "fallimento assistito" o ai finanziamenti statali, e dall’altra apriranno la strada a nuove dinamiche di concentrazione dei mercati, con scalate e fusioni. ( Foto: stabilimento GM di Detroit in rovina)

È ormai certo che la crisi finanziaria ha avuto come prima grande vittima privilegiata il settore automobilistico. Comunque la si veda questa recessione dell’industria dell’automobile, le sue cause possono essere facilmente ricondotte ad una pessima gestione "diversificata" delle risorse finanziarie delle industrie, e solo in minima parte alla riduzione delle vendite, all'aumento costo della manodopera e delle materie prime. Il primo terremoto finanziario delle banche, ha inevitabilmente portato con sé nel baratro anche quelle società che avevano fatto dell’attività speculativa la loro gestione caratteristica, mentre quella produttiva era passata sicuramente in secondo piano. D’altra parte, il crollo della produzione nel mondo occidentale porterà probabilmente ad una ripresa della delocalizzazione nei Paesi che dispongono di un mercato di consumatori più ampio e di un accesso alla manodopera specializzata a basso costo, e in questo i mercati dell’est offrono interessanti scenari. I casi noti sono molti, e vanno dalla Ford e Renault in Romania, alla Fiat in Serbia, considerando che in questi mercati, la minaccia di ritorsione della crisi occidentale sugli investimenti diretti esteri, renderà i Governi più flessibili.

Non vi è alcun dubbio che questa grande bolla propagandistica della crisi finanziaria, costerà molto di più ai ceti medi e ai lavoratori, piuttosto che ai grandi magnati delle industrie che, da una parte, potranno cancellare i propri debiti sulla scia del fallimento o grazie ai finanziamenti statali, e dall’altra apriranno la strada a nuove dinamiche di concentrazione dei mercati, con scalate e fusioni. Ritornano, in questo senso, le parole dell’amministratore delegato Fiat Sergio Marchionne che, nella sua analisi sul futuro del mercato dell'automobile, ha chiaramente affermato che "fra i costruttori di massa potrebbero sopravviverne solo sei : uno statunitense, uno tedesco, uno franco-giapponese con una possibile ramificazione in Usa, uno in Giappone, uno in Cina, e infine resterebbe spazio per un altro soggetto europeo". "I costruttori potranno sopravvivere solo con una produzione superiore ai cinque milioni e mezzo di auto l'anno - continua - un target che attualmente è raggiunto a livello mondiale solo da General Motors, Toyota, Ford, Volkswagen e Renault-Nissan", afferma Marchionne. Peccato che tra quelli citati vi siano molti operatori già in grande difficoltà come GM, Ford e Volkswagen. Per cui, siamo sempre più convinti che, se il mercato lo faranno le imprese con maggiori "utenti" (consumatori), l’attuale crisi su cui si specula tanto è solo un modo per superare il fallimento e non pagare i propri debiti.

Ad ogni modo, bisogna fare le dovute distinzioni ed analizzare in maniera distinta i casi dei costruttori americani e di quelli europei. GM, Ford e Chrysler si trovano in una posizione particolarmente delicata, avendo chiesto un'assistenza da parte del Governo americano di 25 miliardi di dollari, durante la metà di novembre, e di aiuti di emergenza di 15 miliardi per questo fine settimana. GM attualmente ha bisogno di un miliardo di euro al mese, Ford di circa 700 milioni di euro; tra un po' di tempo, o almeno entro la fine dell 'anno, GM avrà bisogno di 4 miliardi di euro, e Chrysler di 7 miliardi di euro. Le voragini all'interno dei loro bilanci derivano più da una catastrofica gestione finanziaria oltre che industriale, considerando che al di là del calo delle vendite, pari forse al 40% rispetto al 2006, devono fare i conti il crack delle tecniche di finanziamento a cui hanno fatto ricorso, come ad esempio una politica di finanziamento delle pensioni estremamente costosa. Questo è il caso della General Motors, all'interno della quale è fallito il fondo pensioni dei suoi ex lavoratori e la compagnia assicurativa finanziaria, sacrificando così il comparto industriale.

Ufficialmente, tuttavia, la causa del fallimento GM è il calo dei consumi, il caro petrolio, la crisi globale. Ed infatti, poco importa ai grandi costruttori americani se il Senato approvi o meno il piano di salvataggio dell’industria automobilistica, in quanto rimane sempre la possibilità di entrare in amministrazione controllata, e dietro il fallimento, evitare di pagare i propri debiti. Resta pur sempre l'ipotesi di attingere ai fondi del piano del Tesoro da 700 miliardi di dollari destinati al salvataggio delle banche. I repubblicani sembrano comunque più favorevoli ad un passaggio al "Chapter 11", considerando che sotto la protezione del fallimento, si potrà congelare le passività sociali e finanziarie e migliorare le condizioni per una possibile ristrutturazione. Poco importa se il fallimento causerà più di 600.000 disoccupati diretti, e milioni di disoccupati indiretti, tra linee di subappalto per le forniture e distribuzione, con una perdita di redditi pari a centinaia di miliardi di dollari, oltre ad una perdita di 80 miliardi di euro. Infine, il fallimento sarebbe certamente dannoso per creditori, debitori e concessionari, con la conseguente scomparsa di clienti o fornitori comuni ad altre società. C'è dunque da decidere - come spesso accade, e l'Italia in questo senso insegna molto - tra provocare una reazione a catena dalle conseguenze disastrose, o concedere un aiuto immeritato, verso imprese gestite male, con strutture troppo grandi e non efficienti.

Occorre inoltre considerare l'impatto anche all'estero, visto che la crisi del settore automobilistico statunitense non sembra necessariamente limitata al suolo americano. Si pensi al caso della filiale tedesca di GM, Opel, cerca ora l'aiuto dei Governi dell'Europa centrale e orientale, mentre alla Germania ha già chiesto un finanziamento immediato di un miliardo di euro. Così mentre Opel ha trasferito in passato miliardi di euro alla sua società madre, GM viene meno alle sue responsabilità e continua a battere cassa anche in Europa. Lo stesso sta accadendo in Russia, dove, anche se il mercato automobilistico russo cade meno rapidamente, alcuni impianti sono fermi, come lo stabilimento Ford di San Pietroburgo. Per i lavoratori della Ford Vsevolozhsk la società ha annunciato un taglio sui salari degli operai di circa un terzo, mentre il piano di produzione per il 2009 passerà da un aumento del 2,4% (2008) ad uno del'1,9% (125.000 unità).
Allo stesso modo, sul fronte europeo non vi sono prospettive più rosee e la paura del blocco industriale sta provocando non poche distorsioni, perchè indurrà i Governi e prendere decisioni un po' troppo impulsive. In realtà, ciò a cui assistiamo sul mercato automobilistico lo abbiamo già visto con il settore bancario: la minaccia del fallimento delle banche non solo ha mobilitato i Governi e le Banche Centrali, ma ha provocato una completa riconfigurazione delle quote di mercato. Molte banche sono sparite, altre sono state accorpate in altri gruppi, ma i debiti comunque non sono stai pagati. Ancora, molti dipendenti sono stati licenziati, mentre sono cambiate le politiche del credito, la concezione del prestito-mutuo e i finanziamenti del credito al consumo. Nulla di diverso accadrà per le industrie delle automobili, le quali non si faranno scrupoli di mettere a repentaglio i propri lavoratori pur di non pagare di tasca propria i loro errori. Allo stesso tempo, chi si sentirà più forte comincerà a "mangiare" il pesce grande in difficoltà, usando la delocalizzazione come strumento di difesa, e perchè no, di finanziamento. I nuovi mercati saranno disposti ad accogliere investimenti e nuove industrie, nonchè ad offrire loro i finanziamenti attribuiti dai fondi di sviluppo europei ed internazionali, e a creare condizioni agevoli per l'insediamento. Ecco, dunque, che è iniziata la nuova corsa alla conquista del controllo dei mercati.

19 settembre 2008

Alitalia: tanto rumore per nulla

Alitalia è ad un passo dal baratro.E' questo il triste esito di un'operazione spregiudicata ed irresponsabile che il governo ha imposto quale scelta "di vita o di morte" e poi mal guidato. Berlusconi ed i suoi sodali sono usciti con le ossa rotte da questa prova di forza, ed i febbrili tentativi di trovare soluzioni alternative che si stanno susseguendo in queste ore, sembrano essere solo furbesche operazioni di maquillage per potersi ripresentare agli italiani dopo questa colossale figuraccia e dire: "non è colpa nostra".

Il Consiglio dei ministri di oggi aveva all'ordine del giorno come tema più importante il decreto legge contente ''Disposizioni urgenti per assicurare la partecipazione italiana alla missione di osservatori dell'Unione europea in Georgia''. Il blocco della trattativa su Alitalia ha, però, costretto il governo ad un cambio di programma. Toccherà a Maurizio Sacconi, ministro per le Politiche sociali, relazionare sullo stato della vicenda Alitalia. Con una dichiarazione di questa mattina, il ministro ha avvertito che l'unica soluzione in campo ''è un ripensamento di Cgil e dei sindacati autonomi che non hanno firmato la proposta di accordo, altrimenti il fallimento non ha alternative''. Secondo alcune indiscrezioni, le parti in causa - Cai la nuova societa' intenzionata a rilevare Alitalia, i sindacati che non hanno firmato l'ipotesi di accordo, il ministro Sacconi- avrebbero ancora tre giorni di tempo per tentare di riannodare i fili di un negoziato che ieri pomeriggio, com'era prevedibile, non ha dato i frutti sperati.

Di fronte al no della Cgil e dei sindacati autonomi, la soluzione potrebbe essere la formazione di una nuova società, una sorta di Cai 2, che dovrebbe rilanciare una nuova offerta di piano industriale per la compagnia aerea. A questo obiettivo starebbero lavorando da ieri sera Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, e Augusto Fantozzi, commissario straordinario Alitalia nominato dal governo. Letta ha incontrato anche Gianni Alemanno, sindaco di Roma, per riferirgli delle gravi ripercussioni che l'eventuale fallimento di Alitalia avrebbe sull'economia della capitale e del Lazio. Da più parti, nella squadra del Cavaliere di Arcore, si spinge per la presentazione di una nuova offerta di trattativa, perchè il fallimento sarebbe una grave sconfitta per il governo e soprattutto per il premier Silvio Berlusconi che ha manifestato in più occasioni la convinzione che il problema Alitalia si potesse risolvere semplicemente grazie al suo intervento personale presso gli imprenditori che avevano accettato di formare la società Cai.

Intanto i sindacati autonomi hanno deciso di assicurare la normalità dei voli Alitalia e di non dichiarare lo stato di agitazione nell'aeroporto di Fiumicino. ''Nessun panico negli aeroporti e tra chi deve viaggiare, noi siamo al lavoro e garantiremo il servizio anche a costo di gravosi sacrifici'', ha precisato Antonio Divietri del sindacato autonomo Avia. ''Voleremo finchè ci sono i soldi'', è l'annuncio del commissario Fantozzi. Lo stesso Berlusconi starebbe esaminando la situazione partendo dalla considerazione che la Cai ha ritirato la propria offerta ma ha deciso di non sciogliersi come società. Da qui a lunedì ci sarebbe quindi il tempo necessario per avanzare nuove proposte o per dichiarare il definitivo fallimento di Alitalia. Una eventuale ripresa della trattativa potrebbe partire dal piano industriale avanzato dalla Cai e dalla proposta della Cgil e dei sindacati autonomi di siglare un contratto di lavoro per i nuovi dipendenti Alitalia che ricalchi i contratti adottati dalle compagnie aeree straniere e non comporti tagli considerevoli dei salari. E' infatti soprattutto quest'ultimo punto ad aver bloccato il proseguimento del negoziato.

Una novità potrebbe essere rappresentata anche dall'offerta che potrebbe arrivare da qualche compagnia aerea straniera. Si fanno i nomi di Iberia, British Airways e Air France ma gli esperti ritengono che solo la tedesca Lufthansa sarebbe in grado di avanzare una proposta. In questa eventualità, si dovrebbe rivedere una parte del piano industriale della Cai: quella che prevede la presenza di un partner straniero in quota di minoranza per almeno cinque anni. E per Berlusconi che ha sbandierato a più riprese la totale italianità di Alitalia, che all'inizio della trattativa lui stesso aveva annunciato come discrimine del piano industriale, si tratterebbe dell'ennesima figuraccia. Al momento, però, l'ipotesi più realistica è quella del fallimento. Il commissario Fantozzi, dopo aver portato i libri contabili della società in tribunale, avvierebbe la vendita di Alitalia: dal patrimonio industriale (aerei e strumentazione tecnica) alle rotte e agli orari di volo. Tutti i dipendenti della società riceverebbero immediatamente la lettera di licenziamento.

Intanto Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, respinge le accuse venute da esponenti del governo sul ruolo irresponsabile che il suo sindacato avrebbe svolto nel negoziato a differenza di Uil, Cisl e Ugl: ''Per un problema di democrazia sindacale decide il 51% dei lavoratori. E le sigle confederali, tutte insieme, hanno una rappresentatività di gran lunga al di sotto di questa soglia''. Una soglia che i continui ultimatum del governo hanno contribuito ad abbassare ora dopo ora. Governo e commissario straordinario Augusto Fantozzi si sarebbero dati altre 72 ore di tempo prima di toccare per davvero con mano il baratro. Nel frattempo qualche volo sarà annullato, ma la benzina si troverà e i piloti assicureranno buona parte dei voli. La strada che divide Alitalia dal baratro è brevissima e ricca di insidie, e i falchi berlusconiani di governo, se da un lato cercano di trattare, dall'altro tentano di far passare il messaggio che non c'è un piano B e che o i sindacati accettano il piano Cai o c'è il fallimento. Staremo a vedere chi la spunterà...Di sicuro questa contesa tra giganti con i piedi d'argilla un primo effetto l'ha già prodotto:ha lasciato sul selciato migliaia di lavoratori che, tra qualche ora, vedranno sparire nel nulla l'agognato posto di lavoro.

Ernesto Ferrante
Rinascita

03 luglio 2007

Più potere ai creditori nel processo fallimentare


La riforma della Legge Fallimentare ha introdotto notevoli cambiamenti, che hanno portato alla riformulazione ed alla aggiunta di alcuni istituti. Sono numerose le modifiche apportate, tra le quali quelle alla revocatoria fallimentare, al concordato preventivo, alla curatela fallimentare.
La riforma è stata introdotta con il Decreto Legge 14 marzo 2005, n. 35, convertito in Legge 14 maggio 2005, n. 80 ed è divenuta organica con il Decreto Legislativo n. 5 del 2006 che ha, tra l’altro, esteso il numero degli imprenditori esonerati dall’applicabilità dell’istituto del Fallimento, ha accelerato le procedure concorsuali, ha valorizzato il ruolo ed i poteri del Curatore fallimentare e del Comitato dei Creditori, ma, soprattutto, ha ridimensionato i poteri del Giudice Delegato. Viene inoltre introdotta ex novo la disciplina dell’esdebitazione, cioè la liberazione del debitore dai debiti residui nei confronti dei creditori in taluni casi di “buona condotta”.

Se da un lato la riforma vuole cercare di non far morire l’impresa e soddisfare i creditori più rappresentativi, dall’altro ha sicuramente calpestato alcuni principi costituzionali, attenuando di molto i poteri del Giudice Delegato.
Novità del concordato fallimentare è che può essere composto da terzi, mentre il presupposto del concordato preventivo non è solo lo stato d’insolvenza, ma anche lo stato di crisi.
Il legislatore della riforma, in pratica, si è adoperato nella prospettiva di favorire il recupero delle capacità produttive dell’impresa, del risanamento e del superamento della crisi, della conservazione dei mezzi organizzativi, assicurando la sopravvivenza, ove possibile, dell’impresa e, negli altri casi, garantendo al ceto creditorio una più consistente tutela delle proprie ragioni patrimoniali attraverso il risanamento ed il trasferimento a terzi delle strutture aziendali.Esercizio provvisorio, affitto d’azienda, vendita dell’azienda e concordato fallimentare sono gli strumenti che consentono di realizzare la conservazione dell’attività d’impresa. La disciplina di affitto e vendita di azienda colma un vuoto della precedente disciplina (che risale al 1942).

Dalla riforma emerge sicuramente il lato negativo della tendenza ad attenuare fortemente il carattere giurisdizionale delle procedure concorsuali e, quindi a ridimensionare il ruolo dell’Autorità Giudiziaria.
Non incanalandosi in troppi tecnicismi, che fuorvierebbero il lettore, bisogna assolutamente dire che la conseguenza più evidente del modello adottato dal Legislatore nella riforma del diritto concorsuale, è che al sistema precedente, basato sul rigoroso controllo della procedura da parte del Tribunale Fallimentare e del Giudice Delegato, si sostituisce un sistema di carattere più propriamente negoziale.
Infatti, viene lasciato ampio spazio agli accordi tra debitore e creditori, con forte attenuazione del ruolo del Giudice, con esclusione di questo dal controllo, ma, soprattutto, con la possibilità di regolare i rapporti dell’imprenditore in stato di insolvenza con una procedura interamente extragiudiziale.
Un esempio evidente è dato dal nuovo concordato preventivo, ove il Giudice interviene solo per verificare la mera regolarità degli atti allegati alla proposta; ed anche in caso di opposizione dei creditori dissenzienti può solo verificarne la mera regolarità senza poter controllare nel merito la convenienza del concordato.
A prescindere dalle già segnalate conseguenze negative che potrebbero derivare anche ai creditori meno garantiti o, più semplicemente, a coloro che meno incidono quantitativamente sull’entità del passivo, deve essere messa in evidenza la ricaduta, che sul piano generale, può derivare da questa impostazione nell’ambito della collettività. Senza un controllo Giurisdizionale sulla procedura, si rischia di stimolare condotte non condivisibili sul fronte della correttezza imprenditoriale.

Un altro punto dolente di questa riforma è sicuramente quello di attribuire maggiori poteri e, quindi, di conseguenza, maggiori responsabilità al Curatore Fallimentare.
Pari perplessità suscita la possibilità per la maggioranza dei creditori ammessi di confermare o chiedere la sostituzione del Curatore, indicando al Giudice un nuovo nominativo. Tutto questo rischia di mettere in dubbio la conformità del nuovo processo fallimentare al principio del giusto processo, lasciando, tra l’altro, il fallito nelle grinfie dei creditori, che alcune volte, purtroppo, sono persone senza scrupoli.
Il giusto processo si realizza, infatti, non soltanto attraverso la terzietà, l’imparzialità e l’indipendenza del Giudice, ma anche attraverso la terzietà, l’imparzialità e l’indipendenza degli ausiliari, consulenti ed incaricati del Giudice che debbono svolgere la loro attività super partes nel processo.

Proprio il Curatore, ovvero l’organo al quale è demandato la cura indifferenziata di tutti gli interessi coinvolti nel fallimento essendo anche un pubblico ufficiale ai sensi dell’art. 30 L.F., deve essere confermato dai destinatari dei suoi atti ( i controllati) e addirittura sostituito se la maggioranza dei creditori lo riterrà più opportuno. A discapito dell’imprenditore fallito, vi è uno sbilanciamento dei poteri, ove si consideri che il Curatore, anziché terzo e rispettoso delle sole direttive del Giudice Delegato, potrebbe essere indotto ad una maggiore accondiscendenza verso i “più importanti” creditori, che sono in grado di condizionare la scelta della maggioranza, a scapito di altri, per evitare il rischio della sostituzione e della perdita dell'incarico.

Insomma, con questa riforma il nostro Ordinamento Giuridico ha fatto veramente un passo in dentro, calpestando i principi del giusto processo, nonché le garanzie che potrebbe offrire un organo giurisdizionale esterno sia nei confronti dei creditori, sia nei confronti degli organi ausiliari, ma, soprattutto, nei confronti dell’imprenditore fallito.

Avv. Domenico Di Pasquale

27 giugno 2007

Basilea : lasciar fallire l'esercito degli insolventi


La Banca dei regolamenti internazionali, una delle più antiche istituzioni finanziarie nata a Basilea nel 1930 ed oggi centro per la cooperazione delle banche centrali, rende pubblico il rapporto dello Stato della economia mondiale. Un rapporto che ha come elemento centrale il debito, sia per le famiglie e le imprese, che per gli Stati, rilevando una situazione di crisi o di protratto indebitamento che porta all'inevitabile fallimento.
L'unica nota positiva del rapporto pare che siano proprio le grandi performance delle Banche europee nelle operazioni di fusioni e acquisizioni, con una nota di apprezzamento per il processo virtuoso di fusioni bancarie grazie all'intervento del governo verso le deregolamentazioni dell'apparato legislativo.

La sofferenza dei bilanci familiari e delle imprese, patologicamente dipendenti rispetto all'indebitamento, porterà a creare, secondo la Banca dei regolamenti internazionali un nuovo esercito di "morosi" che possono, con le loro insolvenze compromettere in un certo senso la stabilità del sistema. In particolare la BRI afferma che l'insolvenza, e così l'espropriazione degli immobili messi in vendita forzatamente, rischiano di far salire lo stock di abitazioni offerte sul mercato, facendo calare i prezzi e innescare una sorta di bolla immobiliare.
Alla base di questa insolvenza patologica vi sarebbe la maggiore concessioni di crediti e un allentamento dei criteri di valutazione della solvenza, e la maggiore richiesta di mutui che spinge le Banche ad aumentare i tassi di interesse. Un'osservazione questa della BRI che non rispecchia molto la realtà del sistema monetario, in quanto è la Banca Centrale che decide di aumentare i tassi di interesse di riferimento per combattere l'inflazione e imporre una stretta monetaria: presto infatti arriverà l'ulteriore rialzo sino al 4,5%, cosa che continuerà ad aumentare l'inflazione - invece di combatterla - perché causerà un conseguente aumento dei tassi di interesse per l'indebitamento e così anche dei prezzi dei beni di consumo.
I dati rilevati dalle imprese e dagli individui sono invece discordanti rispetto a quelli della BRI, perché se ha una parte aumentano le concessioni di piccoli prestiti e le carte di credito, l'accesso al finanziamento delle attività economiche è molto difficile, reso più macchinoso proprio dai nuovi pilastri di Basilea 2. Nel momento in cui i casi di morosità aumenteranno, perché evidentemente le persone non riusciranno a rimettere i propri debiti, si verrà a creare una zona grigia che rischia, secondo la BRI, di compromettere addirittura il mercato immobiliare o la solvibilità del sistema, che si basa proprio sul continuo pagamento di debiti e la contrazione di nuovi.
Questa è una delle tante motivazioni che ha spinto la BRI a chiedere ai governi dei rimedi più drastici dinanzi alle società in dissesto: occorre lasciar fallire le imprese che non riescono a competere sul mercato, vanno lasciate fallire, altrimenti rischiano di contaminare il resto del tessuto economico. Se si consente alle società in crisi di rimanere in piedi, si rischia dunque, secondo la Banca di Basilea, che le altre imprese vengano danneggiate.
Quello che però le Istituzioni non dicono, è che le imprese che falliscono spesso non sono messe nelle condizioni di potere portare avanti un'attività economica, o che le famiglie non riescono a sostenere il peso dei debiti. Va dunque posta una chiara distinzione tra il finanziamento a fondo perduto di vecchie strutture che non fanno altro che macinare e fabbricare debiti, e che vengono tenute in piedi perché rientrano negli interessi di alcune lobbies, dal sostegno alle imprese che non riescono a sopravvivere per colpa delle distorsioni del sistema stesso. Ancora, se la BRI si riferisce ancora una volta alle aziende statali che offrono dei servizi pubblici e che oggi sono definiti "i vecchi carrozzoni" , allora bisogna comunque stare attenti e fare le dovute distinzioni. Occorre dunque distinguere quelle situazioni in cui occorre riorganizzare l'Amministrazione Pubblica che non funziona in maniera efficiente perchè basata su servilismi e privilegi, da quelle in cui si sceglie la privatizzazione selvaggia e la svendita del patrimonio pubblico. Consentire la dismissione delle aziende pubbliche, invece di provvedere alla sua riorganizzazione secondo dei principi di economicità, che valgono per il settore privato, è la politica delle lobbies economiche e non dello Stato. Allo stesso modo lasciar fallire delle imprese perchè non competitive e dannose per il sistema, è l'alibi dello Stato che non vuole ammettere di essere in grado di aiutare le sue aziende con progetti di sviluppo e politiche economiche mirate.

Se uno Stato favorisce il fallimento, allora vuol dire che è lo Stato stesso ad essere fallito e che vive sull'usura delle attività economica e della rigenerazione dei debiti, vuol dire che siamo in un sistema di schiavitù che uccide chi non riesce a sopravvivere. La legge del fallimento, purtroppo, è la legge del creditore, ma non del debitore che dovrebbe essere invece aiutato ad evitare il fallimento per rigenerare la sua impresa.

18 giugno 2007

Riforma legge fallimentare: falliranno più imprenditori


Il Consiglio dei ministri ha approvato il 15 Giugno lo schema del decreto legislativo della riforma del diritto fallimentare civile, dopo un procedimento difficile e tormentato ma che alla fine ha messo d'accordo sia la destra che la sinistra. Un decreto che andrà ad incidere in maniera diretta sull'ecosistema economico italiano, composto da piccole e medie imprese che lavorano in situazioni di estrema difficoltà, in un cotesto globalizzato e molto competitivo.
Le modifiche alla disciplina del codice civile sono state rilevanti, ma sono molti i lati oscuri del decreto che non vengono messi in evidenza dalla stampa e che restano tra le informazioni degli addetti ai lavori. Per tale motivo la Etleboro ha lanciato uno studio congiunto degli avvocati e i professionisti della Tela per fornire un'informazione indipendente e professionale sui rischi e le conseguenze legate alla riforma. L'obiettivo è quello di individuare quali sono gli aspetti critici della nuova legge e fornire alle nostre imprese gli strumenti e le informazioni necessarie per non essere impreparati dinanzi ad un argomento così delicato.

I punti critici del programma di riforma hanno come obiettivo di fondo quello di rafforzare la posizione del creditore e di fornire ai consumatori un mercato più sicuro e stabile, un mercato in cui "ogni debitore rimette i suoi debiti". I soggetti nell'interesse dei quali si snoda la norma sono essenzialmente gli utenti, nonché i finanziatori delle imprese - Banche, fornitori, clienti - mentre gli imprenditori vengono posti in una posizione di colpevolezza che dovranno scontare con il fallimento. Questa decisione, come poche, ha messo d'accordo l'una e l'altra fazione politica che, in maniera congiunta hanno deciso di porre rimedio agli errori di una legge che lasciava fuori dal fallimento il 70% delle piccole e medie imprese italiane in difficoltà finanziaria. Cosa che, secondo il Ministro della Giustizia, "indebolisce il rischio di impresa pregiudicando così le capacità competitive del sistema".
Gli aspetti controversi sono molti e gravi, e possono essere individuati nell'ampliamento della categoria delle imprese che possono essere soggette al fallimento, coinvolgendo anche quelle definite dal codice civile come "piccole imprese", nell'attribuzione dell'onere della prova della non appartenenza alla categoria a carico dell'imprenditore, nell'attribuzione di maggiori poteri al comitato dei creditori. A questo occorre aggiungere il fatto che le procedure alternative al fallimento, come il concordato preventivo, non sono sempre accessibili, per cui dinanzi ad un dissesto finanziario, il fallimento diviene l'unica alternativa dinanzi alla morsa dei creditori.

Prima di ogni cosa preme sottolineare che cambierà per il legislatore, e così per il giudice, la categoria degli imprenditori che possono fallire. Sino ad oggi la legge esclude gli imprenditori non commerciali e i piccoli imprenditori, ossia coloro che - secondo il codice civile all'art. 2083 - esercitano un’attività professionale organizzata prevalentemente con il lavoro proprio e dei componenti della famiglia, i piccoli commercianti e i coltivatori diretti del fondo. La nuova norma individua tra gli imprenditori che non possono fallire quelli che hanno rispettato, in maniera congiunta e contemporanea nei tre esercizi antecedenti, tre requisiti: un attivo patrimoniale non superiore a 300 000€, ricavi non superiori a 200 000€, debiti non superiori i 500 000€. Il superamento di uno di questi limiti, porta l'imprenditore ad entrare automaticamente nella categoria del fallimento, cosa che tuttavia è alquanto semplice considerando il limite posto ai ricavi conseguiti o alla sussistenza patrimoniale, in quanto sono dei parametri in cui rientrano la maggior parte delle piccole imprese.
Inoltre è stato stabilito che dovrà essere l'imprenditore a dimostrare di non aver superato questi limiti per evitare il fallimento, non i creditori che dichiarano l'insolvenza dell'impresa, che va a ricoprire una posizione di svantaggio all'interno della procedura fallimentare, già di per sé molto onerosa e difficile da affrontare per il piccolo imprenditore. Tuttavia questa modifica a parere del legislatore era necessaria perché l'impresa, a quanto pare, riusciva ad evitare il fallimento semplicemente reagendo passivamente all'accusa di insolvenza, magari presentando una documentazione incompleta. In verità, è ovvio che l'imprenditore cercava di evitare la dichiarazione del fallimento della sua attività, nonostante l'insolvenza e il dissesto finanziario.
Infine, stato ampliato il potere del comitato dei creditori, a cui vanno molti dei poteri, come l'approvazione del piano di liquidazione, che prima erano affidati al giudice : questi diventa un mero organo di supervisione, mentre il gruppo rappresentativo dei creditori gestirà in prima persona molte delle fasi della procedura.
Una volta che tale decreto verrà applicato le piccole imprese che si trovano in una situazione di dissesto finanziario - che sono maggiormente presenti al Sud Italia - rischiano di incorrere in una procedura di fallimento con l'onere di dover dimostrare la loro situazione di "piccola attività commerciale". Il sistema legislativo le pone in questo caso in una posizione molto svantaggiata, in quanto dovranno confrontarsi con il comitato dei creditori che ha la legge ancor più dalla sua parte. Ancora una volta, le piccole imprese sono succubi della legge del creditore, che vuole proteggere il sistema del "finanziamento dell'impresa", dei consumatori, ma non la realtà industriale o commerciale di un Paese come l'Italia che ha la sua ricchezza proprio nelle piccole dimensioni. Perché dunque lo Stato continua ad accanirsi contro il piccolo, con leggi fiscali, controlli e decreti sempre più severi, mentre resta indifferente dinanzi alle evasioni delle multinazionali? È chiaro che chi scrive le leggi non è la mano del rappresentante del popolo, ma la mano della lobby che vuole asservire la piccola imprenditoria alle leggi della globalizzazione. Questa che oggi viviamo è una vera e propria lotta ad armi impari, perché da una parte abbiamo il piccolo imprenditore con una famiglia e una tradizione alle spalle, dall'altra abbiamo la legge della competitività, della concorrenza sleale e della standardizzazione. Quando vedremo le nostre imprese fallire sentiremo dire dagli esperti che "erano chiaramente fuori mercato", ma nessuno in loro difesa dirà che allo stato attuale, con queste leggi e questo sistema bancario, non aveva altra scelta. Chi sarà debole, impreparato e isolato cadrà sotto i colpi della legge del più forte.