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17 novembre 2009

Incendio alla Zastava: errore umano o sabotaggio?


Lo stabilimento della Zastava di Kragujevac è stato colpito da un grave incendio nelle prime ore della mattina di sabato. Secondo le prime stime non ufficiali, il danno è stato di oltre un milione di euro. L'incendio si è verificato nella parte vecchia dell'area di produzione, mentre in base alle prime dichiarazioni sembra che le fiamme siano state provocate da un errore umano.

Dopo delle lunghe trattative per iniziare la cooperazione tra la Zastava e il Gruppo Fiat, per la produzione integrata del modello Fiat Punto e l'apertura di un nuova linea di montaggio, nella mattina di sabato lo stabilimento di Kragujevac è stato colpito da un grave incendio. Le fiamme hanno provocato infatti danni per oltre 1 milione di euro, mentre, grazie al tempestivo intervento dei vigili del fuoco, non vi è stata alcuna vittima. La strana coincidenza temporale in cui l'incidente si è verificato, lascia aperti molti dubbi su quale siano le cause dell'incidenti, se si è tratto di un errore umano, oppure di un sabotaggio. Senza seguire alcuna retrovia complottista, sembra davvero strano che si sia verificato un incendio proprio nella parte della fabbrica dell'assemblaggio distruggendo così la linea di montaggio e il processo produttivo, proprio quando stava per partire la nuova produzione di auto a gas e il Governo serbo stava per chiudere l'accordo di vendita della Zastava. Secondo le prime stime non ufficiali, il danno è stato di oltre un milione di euro, mentre la produzione delle automobili Punto subirà uno slittamento di circa tre settimane. La squadra di esperti, dopo il primo sopralluogo, ha constatato che è stato bruciato l'impianto di assemblaggio, considerando che le fiamme si sono estese per circa 700 metri quadrati e ha distrutto parte del nastro trasportatore per il trasferimento dei veicoli, nove "Punto Fiat" che in quel momento erano al reparto di verniciatura e l'intero impianto elettrico e meccanico, nonchè 200 metri quadrati del soffitto. Insomma, una catastrofe evitata davvero per poco, grazie all'intervento dei vigili del fuoco di Kragujevac, ma un danno che ostacola la produzione che finalmente era ripresa, dopo che la fabbrica ha subito gravi danni dalla guerra e dalla fase di transizione del Paese. Come previsto dagli esperti, servirà almeno un mese per riprendere la produzione e riparare i macchinari che hanno subito delle gravi lesioni. I danni dell'incendio saranno probabilmente coperti dall'assicurazione, ma se fosse necessario, il Governo serbo contribuirà a restaurare la fabbrica di Zastava, perché è ancora nelle mani dello Stato. L'incendio si è verificato nella parte vecchia dell'area di produzione, in cui si trovano i reparti di verniciatura e i nastri per l'assemblaggio. In base alle prime dichiarazioni, le fiamme sono state provocate da un errore umano. Sul caso, sta indagando Suzana Grujovic, la quale ha affermato che "l'unico indizio da cui partire è che l'incendio si è verificato nella zona dove i dipendenti della compagnia Gosa di Smederevo hanno svolto i lavori di riparazione ai nastri trasportatori".

Il Ministro dell'economia, Mladjan Dinkic, subito dopo l'incendio si è recato a Kragujevac per visitare la fabbrica. “Nell'incendio è stata distrutta una parte importante del montaggio, la parte del meccanismo del trasporto della carrozzeria delle macchine. Spero che tutto sarà riparato entro due o tre settimane. Gli indizi ci portano a pensare che sia stato un errore umano la causa dell'incendio”, ha dichiarato il Ministro Dinkic. Egli ha sottolineato che tutti lavori nella fabbrica sono stati assicurati e che l'intero danno sarà risarcito. Anche lo staff dei tecnici della Fiat è pronto ad aiutare le operazioni di riparazione degli impianti danneggiati, ha aggiunto Dinkic, assicurando che la produzione della Punto continuerà al più presto possibile. Non si conosce ancora l'entità del danno, ma, come affermato dallo stesso sindaco di Kragujevac, Veroljub Stevanovic, il danno più grave è stato causato dal blocco della produzione della Punto. “Il danno è evidente, prima di tutto perchè la produzione si è fermata, ma credo che sarà riparata al più presto possibile. Conosco bene la fabbrica, perche ho lavorato il quello stabilimento, e se proprio doveva scoppiare un incendio, è stato meglio che si sia verificato sulla linea del trasposto e non dove si trovavano le materie chimiche”, dichiara il sindaco di Kragujevac. Secondo il direttore generale Zoran Radojevic, questo potrà essere un vero segnale affinchè anche le altre zone della fabbrica siano costruiti meglio, al fine di non danneggiare le altre linee produttive. “Queste cose capitano nel processo di taglio e saldatura, con la produzione di molte scintille, tale che questi processi devono essere affidati a dei professionisti. L'incendio è un messaggio rivolto a tutti noi di prestare più attenzione e più rigidità nella scelta delle persone per il lavoro. La fortuna è stata che l'incendio non si è esteso”, dichiara Radojevic. Gli operai di Zastava hanno confermato che anche prima si sono verificati degli incidenti, ma nessuno ha mai pensato ad un incendio di tali entità, in momento in cui lo Stato e il Fiat hanno preso l'impegno a modernizzare la produzione.

Occorre ricordare che, all'indomani del summit Italia-Serbia, i rappresentanti italiani della Fiat hanno confermato al Ministro dell'Economia Dinkic che nelle prossime settimane sarebbe stato presentato al governo serbo il business plan per il nuovo modello della Fiat, appena concluso il progetto con la Chrysler, concentrando tutte le forze e l'attenzione sulla Serbia. Allo stesso tempo, è stata annunciata la ratifica dell'allegato del contratto Fiat-Zastava, con il quale avverrà il trasferimento dei primi 100 milioni degli 800 pianificati per la Zastava, mentre sarà creata la joint-venture “Fiat automobili Srbija”. L'allegato sarà firmato entro dicembre, quando saranno anche chiariti i dettagli nel business plan, scoprendo così se nella fabbrica di Kragujevac saranno prodotte anche auto di classe A e B. Il 2010 sarà anche l`anno dell'installazione dei nuovi macchinari e della professionalizzazione dei dipendenti. “Il 98% delle auto prodotte nella Zastava saranno rivolte all'esportazione”, ha precisato il Ministero dell'economia serba. La compagnia Fijat automobili Srbija è stata fondata il 14 ottobre nell'anno scorso, ma ancora non sono stati stabiliti i dettagli su come funzionerà. Tutto questo andrà visto anche alla luce dell'ultimo incendio e degli sviluppi nei rapporti tra Serbia e Italia, che non sono stati ben accolti da alcuni. Accordi che, oltre all'industria automobilistica, riguardano anche lo sviluppo di un nuovo progetto infrastrutturale, il corridoio 11, che collegherà Timisoara, attraverso Vrsac, Belgrado, Cacak, Boljare, Podgorica e Bar, con il porto italiano di Bari.Tutto questo potrebbe essere interessante non soltanto per la Serbia ma anche per i cittadini italiani che sempre più spesso si trasferiscono nei Paesi dell'Est a causa della crisi economica. Lo stesso Premier italiano è stato molto sorpreso di apprendere dal Presidente Tadic che molti italiani residenti in Romania cominciavano a trasferirsi in Serbia.

25 settembre 2009

Cooperazione Serbia-Fiat corre verso la creazione di un indotto


Lo stabilimento di Kragujevac, in cui si concentra la cooperazione tra Gruppo Fiat e Zastava, darà inizio tra cinque o sei settimane alla produzione di un nuovo modello Fiat, per un investimento di oltre 800 milioni di euro. Ma l'espansione della Fiat in realtà non si arresta, e si prepara ad evolvere nella creazione di un vero e proprio indotto automobilistico italiano in Serbia, con gli investimenti delle maggiori imprese italiane che producono componenti auto.

Lo stabilimento di Kragujevac, in cui si concentra la cooperazione tra Gruppo Fiat e Zastava, darà inizio tra cinque o sei settimane alla produzione di un nuovo modello Fiat. Lo ha annunciato il Ministro dell'Economia serbo, Mladjan Dinkic, in occasione del Business Forum italo-serbo a Belgrado, al quale hanno partecipato più di 100 imprenditori italiani, nel quadro della missione istituzionale guidata dal Vice Ministro allo Sviluppo Economico con delega al Commercio Estero, Adolfo Urso. Quello della Fiat, come stimato da Dinkic, sarà un investimento dal valore di circa 800 milioni di euro, nella sua continua evoluzione, sino a creare un vero e proprio indotto automobilistico italo-serbo. Dinkic ha aggiunto che l'automobile sarà prodotta solo nella fabbrica di Kragujevac, sede della Fiat Srbija, joint venture nata nel dicembre del 2008 da una cooperazione tra il governo della Serbia e la Fiat, la quale alla fine di marzo,ha dato il via alla produzione della Punto (prodotta da luglio anche nella versione diesel). Dinkic ha anche annunciato che sarà organizzato in Italia, il prossimo 13 novembre, un incontro tra i rappresentanti del governo italiano e quello serbo, che sarà un ulteriore passo avanti nel migliorare i rapporti economici dei due Paesi. "Su invito del presidente della Fiat Sergio Marchionne, il 13 novembre prossimo, insieme al presidente Boris Tadic mi recherò a Torino per la presentazione del nuovo modello Fiat", ha aggiunto il Ministro Dinkic, spiegando che la delegazione serba, guidata dal presidente serbo Boris Tadic, la visiterà in novembre la fabbrica della Fiat a Torino, dove avverrà la presentazione del nuovo modello.


Il Ministro serbo ha ricordato che in Serbia sono state fondate circa 200 aziende italiane, che occupano 18.000 lavoratori, e il loro fatturato annuo è di 2,5 miliardi di euro. L'Italia è il terzo partner negli scambi esteri della Serbia, e si colloca al quinto posto per importazione di investimenti, il cui valore è di un miliardo di euro. Ciò in relazione ai vantaggi che la Serbia offre come unico paese della regione balcanica con un regime di libero scambio con gli altri stati della ex Jugoslavia, con la Turchia e con la Comunità degli Stati Indipendenti, in particolare con Russia e Bielorussia. In tal senso, Dinkic ha annunciato che proprio sulla liberalizzazione delle tariffe doganali per il settore automobilistico, sono in corso le trattative con Mosca, al fine di creare un mercato allargato per l'export di auto. La partnership tra Serbia e Fiat rappresenta un fattore trascinante per le esportazioni italiane nell'area balcanica, e nella stessa Europa Orientale, apprestandosi a prendere pian piano il posto della Polonia. Come affermato oggi in una nota dal Vice Ministro Urso, "si sta invertendo la tendenza delle esportazioni italiane nel suo complesso", e adesso l'Italia volge uno sguardo all'estero per "incardinare la ripresa e accompagnare le imprese sulla strada dell'internazionalizzazione".

Al termine della conferenza, il Ministro Dinkic e il Vice Ministro Adolfo Urso hanno firmato la dichiarazione sulla cooperazione tra i due paesi nella produzione di componenti per l'industria automobilistica, il cui scopo è, come ha sottolineato Dinkic, assistere l'espansione della società italiana in Serbia. Dinkic ha valutato che, nel settore della componentistica auto, potrebbero essere impiegate circa 10.000 persone in Serbia, in considerazione del fatto che, secondo il piano aziendale della Fiat, dovrebbero essere impiegate 2.500 persone nello stabilimento Zastava, per aumentare da tre a quattro volte i lavoratori del settore delle componenti. Il Ministro dell'Economia ha annunciato che il più grande produttore italiano di componenti per auto per la Fiat, l'azienda Magneti Marelli, insieme con Toscana Gomma e Adler spa, potrebbe investire almeno 100 milioni di euro e assumere 600-700 persone. Per il settore della componentistica auto, il Governo serbo offrirà sovvenzioni per 4.000 euro a lavoratore per l'assunzione di nuovi posti di lavoro in Sumadija, e 5.000 euro nel sud della Serbia. Inoltre, la Serbia, in collaborazione con i governi locali, offrirà il terreno per la costruzione delle infrastrutture strumentali alla logistica della produzione.

"Per gli investimenti in Kragujevac verranno concessi agevolazioni doganali per l'esportazione, e zone franche per l'importazione di materie prime, così come l'esenzione dell'IVA per le importazioni di beni che vengono riesportati all'estero", ha detto Dinkic. "I produttori delle componenti auto godranno di agevolazioni fiscali per le imposte locali e sugli utili, se l'investimento è superiore a otto milioni di euro e se assumeranno più di 100 dipendenti", ha detto il Ministro. Da parte sua, il Vice Ministro dello Sviluppo Economico, Adolfo Urso, ha affermato che la firma della dichiarazione apre la strada per gli investimenti di tutte le aziende italiane che producono componenti auto. "Tale documento di intesa crea un contesto in cui verranno realizzati numerosi investimenti, grazie all'intervento del Governo della Serbia e dell'Italia, attraverso la sua agenzia per la promozione degli investimenti esteri", ha detto Urso, anticipando che tale soluzione di cooperazione tra i due Paesi sarà il modello più vantaggioso di tutta l'Unione Europea. Urso ha infatti valutato che il mercato serbo "ha la capacità di rispondere alla crisi finanziaria ed economica mondiale" e, grazie alla sua posizione geografica, e agli accordi di libero scambio con i paesi dell'ex Unione Sovietica, favorirà l'espansione degli investimenti degli imprenditori italiani.

24 aprile 2009

La Fiat vicina alla riconversione industriale?


Il braccio di ferro per raggiungere un accordo strategico tra il gigante automobilistico americano Crysler e l'incrollabile Fiat sembra abbia avuto una svolta. La società italiana è pronta a lanciare la Topolino con un motore ibrido rivoluzionario. Ci si chiede se questa "piccola arma strategica" sarà realizzata - come preannunciato per il modello base - in Serbia o resterà in Italia.

Il braccio di ferro per raggiungere un accordo strategico tra il gigante automobilistico americano Crysler e l'incrollabile Fiat sembra abbia avuto una svolta. La società italiana, oltre ad avere in questo frangente un maggior potere contrattuale e stabilità strutturale, svela la sua carta vincente, un progetto "segreto" che potrebbe dare un decisivo impulso alla ripresa di un settore sulla soglia del fallimento. Si tratta della nuova citycar, la Topolino (lo stesso nome della storica auto italiana degli anni '30 - nella foto) che porta dentro di sé un motore elettrico ibrido, straordinariamente rivoluzionario perché miniaturizzato ed estremamente efficiente. La tecnologia italiana ha infatti portato alla creazione di un motore elettrico, con batterie di nuova generazione a litio e con la possibilità di ricaricarsi mediante una presa di corrente domestica. Un gioiello dalle dimensioni ridotte che tuttavia troverebbe larga applicazione su qualsiasi macchina, dunque anche auto di grandi dimensioni e prestazioni, tra l'altro tanto care agli americani. La versatilità di tale sistema miniaturizzato rappresenta il vantaggio competitivo Fiat rispetto a competitor come Toyota e Honda, che hanno realizzato sino ad oggi degli ibridi molto efficienti, ma costosi e poco pratici per le città ( ulteriori dettagli su Quattroruote ).

Il caso della Topolino ibrida ci incuriosisce in particolar modo anche per il suo possibile impatto sul mercato italiano - sia per un ritorno di immagine che di ripresa economica per gli stabilimenti "sofferenti" Fiat - nonché su quello dei Balcani. Non è un mistero, infatti, che il modello base della piccola-auto della Fiat dovrebbe essere prodotto "esclusivamente" negli stabilimenti della Zastava di Kragujevac (in Serbia), preferiti a quelli della Polonia e di Termini Imerese, come ipotizzato in un primo momento. Lo stabilimento serbo è stato preferito sia a causa della mancata firma di un accordo di supporto da 1,3 miliardi di euro in termini di contributi statali e regionali, sia dalla ratifica dell'accordo con Zastava per la realizzazione di una cooperazione strategica che facesse perno su una joint-venture con capitale a maggioranza Fiat. Tale accordo ha portato con sé l'approvazione da parte del Governo di Belgrado di una serie di incentivi e agevolazioni fiscali, come fondi per la rottamazione delle auto vecchie, la creazione di una zona franca per importare materie prime e semilavorati senza dazi e accordi di riesportazione verso il mercato europeo. La Serbia darà inoltre accesso al mercato dell'Est nonché a quello russo, essendo l'unico paese europeo ad avere un accordo di libero scambio con la Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) e dunque con la Russia. Occorre inoltre considerare che il mercato serbo offre una manodopera mediamente specializzata ad un costo che è tra i più bassi d'Europa, essendo un'area ancora fuori dalla zona euro, e godendo di un regime monetario relativamente conveniente.

C'è da chiedersi, dunque, se l'arma segreta italiana per la conquista americana sarà prodotta in Serbia, anche nel suo modello ibrido. Una eventualità che darebbe a questa joint-venture italo-serba una particolare rilevanza, in quanto in essa si potrebbe concentrare la produzione di un modello sperimentale, di cui la stessa Zastava potrebbe beneficiare in termini di know-how e di ritorno di immagine. Tuttavia, i sindacati italiani sembrano agguerriti più che mai, in quanto hanno già chiesto che si muovano le prime pressioni da parte del Governo italiano e degli amministratori locali affinchè il nuovo modello vada a colmare la situazione di crisi che si percepisce all'interno degli stabilimenti italiani, decimati dalla cassa integrazione e dalle ferie forzate. Probabilmente la Fiat avrà dinanzi a sé la scelta obbligata di trasferire la produzione ( o solo l'assemblaggio) in Serbia, al fine di arrivare a costruire un'auto che abbia un costo competitivo.

A pensarci bene, il lancio di un motore ibrido, con una tecnologia così complessa potrebbe andare a sostenere comunque l'industria automobilistica italiana che, a questo punto, subirà una trasformazione inevitabile: gli stabilimenti dell'assemblaggio potrebbero essere ben presto eliminati, e convertiti in centri di produzione di componenti e motori di alta tecnologia. L'Italia è destinata a divenire - come giusto che sia - il centro per la progettazione e la realizzazione di prodotti e merci di pregiata tecnologia, da riesportare verso i mercati dell'est nonché verso il mercato statunitense. Da questo punto di vista, il Governo e gli stessi sindacati dovrebbero scegliere una strategia meno miope e di lungo termine, che porti a sfruttare i vantaggi della vicinanza di economie emergenti e la maggiore specializzazione della manodopera italiana, la quale deve uscire dagli stereotipi di "operaio" per divenire "artigiano". Dovrà anche terminare quella logica di pressioni e di assistenzialismo dello Stato, il quale deve sostenere la riconversione industriale non la sopravvivenza di entità anti-economiche.

15 gennaio 2009

Il crollo del mito americano


Lo scenario degli Stati Uniti assomiglia sempre più a quello dei film apocalittici. Con il crollo dell'industria automobilistica la città di Detroit, sta entrando a far parte di una scenografia di film SF, divenuta ormai una città abbandonata. Il mito americano si è frantumato in mille pezzi, e gli uomini hanno perso non solo il lavoro, ma anche la fiducia e la speranza. Per sopravvivere le persone hanno cominciato a vendere parti del loro corpo: l’anima è la prima cosa che hanno deciso di vendere.

Mentre l'Europa resta sotto la pioggia ghiacciata senza il gas russo, lo scenario degli Stati Uniti assomiglia sempre più a quello dei film apocalittici come "The Day After Tomorrow". Queste ambientazioni di genere SF sono lentamente entrate nella nostra visione della realtà, passando dalla tela cinematografica al reality show, come accaduto con la caduta delle Torri Gemelle. Un’osservazione che ci lascia temere che l'America è già entrata nel suo circolo delle "catastrofi". Dalle notizie che trapelano dalla stampa e dai telegiornali americani possiamo vedere che il mondo capitalistico si sta sfaldando non solo con il crollo delle Borse Valori e di Wall Street, ma anche dell’anima delle stesse persone, provocando qualcosa che possiamo definire "la vera fine" o "Inferno di Dante". La città di Detroit, nota per il suo centro di produzione dell'industria automobilistica, sta entrando a far parte di una scenografia di film SF, divenuta ormai una città abbandonata. Anche i detenuti del carcere di Detroit si rifiutano di uscire per paura di diventare barboni, e molti che escono decidono di compiere degli atti criminali per essere arrestati di nuovo. Riuscire ad ottenere un lavoro dopo il carcere, che permette di avere un'assicurazione sanitaria, tre pasti al giorno e un tetto caldo in cui vivere, è divenuto impossibile così scelgono di rimanere in carcere per avere salva la vita. Gli stessi cittadini di Detroit si sono trovati in grandi difficoltà ed improvvisamente sono entrati nella vera povertà, impotenti dinanzi ad una condizione disastrosa, come ogni grande città americana: il tenore di vita per i cittadini sta sicuramente peggiorando a vista d’occhio.

Nei suoi tempi migliori, la città di Detroit era nota come la città della General Motors, della Crisler e della Ford. Ma oggi, con la caduta dell'industria automobilistica è diventata la città dei fantasmi, e a chiunque chiederete nelle strade di Detroit, vi potrà rispondere sicuramente che nessuna crisi può colpire e far cadere una città in così breve tempo. Le radici della crisi sono infatti ben più profonde e radicate di quel che si pensi. I più ottimisti sono i più vecchi perchè già conoscono la recessione degli anni '30, poi la crisi di anni '60, e secondo loro questo è soltanto uno dei cicli dell'economia mondiale. Al contrario, la più grande forza americana, i giovani sono assolutamente pessimisti, e preferiscono entrare nella criminalità organizzata, che continua ad avanzare, allo stesso passo della povertà e della disoccupazione. Molti giovani non possono continuare a studiare perchè sono rimasti senza lavoro part-time, oppure i loro genitori sono stati licenziati o si sono visti ridurre le paghe. Molte scuole sono state chiuse e ora il sistema scolastico ha un’altra sfida da affrontare, quella di evitare la disoccupazione e dare altre specializzazioni alle persone rimaste senza lavoro. Quello che è stato il "motore vitale" della città per 100 anni, ora è fallito totalmente, con un debito di quasi 300 milioni di dollari, una disoccupazione salita al 21%, e decine di case e negozi ormai vuoti, mentre l'ex sindaco è in carcere per uno scandalo di sesso. La popolazione è diminuita per 1.8 milioni, e ora l'83% sono afro-americani. La città ha chiesto 47 milioni di dollari per rimodernare l'infrastruttura delle abitazioni, metà del bilancio sarà usato per distruggere 2300 case abbandonate: a partite dal 2005 sono stati chiusi 67000 locali, mentre 44000 case sono state abbandonate. Abbattere una casa costa 10.000 dollari, mentre per comprarne una nuova occorrono 18.000 dollari, ma comunque le case non si vendono. La maggior parte della popolazione di Detroit era impegnata nell’industria automobilistica, e la crisi del settore ha provocato un'altra "crisi umanitaria". Ogni giorno, per le strade, aumentano le file davanti agli sportelli delle organizzazioni umanitarie che danno cibo o vestiti, un ricovero o un pasto.


L’America, la terra dell'ottimismo e della rivincita personale, ha perso la sua grinta, e in questi tempi oscuri le persone "hanno perso anche l`anima", come afferma un sacerdote di Detroit. Cosa farà oggi l'America, che con la sua politica delle "guerre umanitarie" non ha portato la pace né la democrazia da nessuna parte, non essendo riuscita a salvare neanche gli stessi cittadini di New Orleans. Lo stesso si dovranno aspettare anche i cittadini di Detroit, una città fantasma, nell’attesa che il Congresso americano dia loro i soldi chiesti per risollevare l’industria. E anche in questo l’America non smette di stupirci: mentre la gente di Detroit chiede dei soldi per mangiare e salvarsi la vita, i due "Re del porno" , Larry Flint e Joe Frencis, hanno chiesto al Congresso americano un aiuto di 5 miliardi di dollari per aiutare il settore cinematografico pornografico, proponendo le stesse motivazioni dei tre grandi produttori dell'industria automobilistica. Flint e Frencis hanno sottolineato come la pornografia contribuisce al PIL interno per 13 miliardi di dollari. "Sembra che il Congresso è disposto ad aiutarci. Anche noi, come gli altri che hanno chiesto aiuto, meritiamo lo stesso rispetto", spiega Frencis, che ha scontato in passato un anno di carcere per scandali e prostituzione. A suo parere, la manovra potrà contribuire a sollevare l'animo della gente, in quanto "la gente è depressa per la recessione e non potrà essere sessualmente attiva", "questo non è certo un bene per la salute della nostra nazione". "Gli americani potranno rimanere anche senza macchine ma non senza sesso", ha sottolineato Flint che fa appello ancora una volta al Congresso per "alzare l'appetito sessuale americano". A nostro parere, considerando che il Congresso è stato più volte colpito da scandali sessuali, non sarà certo strano se alla fine deciderà di dare un supporto all'industria pornografica invece che a quella automobilistica, sia per "sostenere l'animo americano" sia perchè sono stati sempre dei buoni clienti.

Senza lavoro, senza auto, e senza fare neanche l'amore, gli americani sono costretti giorno dopo giorno a vendere le loro case nuove per sopravvivere. Le statistiche dimostrano che si vende qualsiasi cosa, e che anche la vendite alla banca del seme è triplicata, considerando che una dose costa dai 60 ai 100 dollari. Nello stesso periodo, anche le donazioni di ovuli sono aumentate del 30 %, e una cella costa 7000 dollari, mentre quelle di plasma di sangue del 50% ed ogni dose viene pagata dai 20 ai 50 dollari. Da questo punto di vista, la crisi non ha portato solo male, ma anche bene perché la banca del sangue non sono mai state così numerose, e così potranno essere salvate anche le vite degli altri. Lo stesso sta accadendo per gli organi, e anche se i più venduti sono sempre i reni, le persone cominciano a dare i propri capelli per fare le parrucche dei ricchi. La maggior parte dei venditori di sperma e di ovaie sono sicuramente giovani, che con un paio di dosi potranno pagarsi l’alloggio oppure le rette scolastiche dell'università. Studenti, giovani, e ogni cittadino americano è ora costretto a stringere la cinghia.
Questo dunque dovrebbe essere il progresso e il sogno che offriva poco fa la Green Card?
La Visa ha annunciato che sono diminuite le operazioni delle loro carte di credito e si usano soltanto per la benzina e per il cibo. "La nostra economia è vissuta per molto tempo su dei falsi pilastri, producendo e comprando delle cose che non ci servono. A parte questo, la gente ha speso di più di quel che guadagnava. Così, non vi è niente di strano per quello che sta succedendo", dichiara un economista americano sottolineando che nel 2009 si attende ancora una recessione del 4%. L’industria americana avrà una perdita di altri 60 miliardi di dollari, e sarà non solo una perdita per l'economia, ma anche e sopratutto un fallimento per l' "anima americana", il crollo del mito che per anni ci ha illusi, come il loro burro di arachidi e le superstar di Hollywood. Ora la leggenda si è frantumata in mille pezzi, e gli uomini hanno cominciato a vendere parti del loro corpo per sopravvivere. L’anima è la prima cosa che hanno deciso di vendere.

22 dicembre 2008

Il Cremlino contro la destabilizzazione per la crisi


Il Governo russo ha imposto l'aumento delle imposte sulle importazioni di automobili straniere, al fine di sostenere la produzione interna. Tuttavia, non sono tardate ad arrivare le manifestazioni di piazza, con sparsi focolai da Mosca a San Pietroburgo, sino all'Estremo Oriente e alla costa russa del Pacifico. Proteste che hanno avuto ovviamente una eco anche sui media esteri, dove già si parla di crisi interna derivante dal pericolo di recessione per la Russia. Il monito del Cremlino è invece volto ad anticipare le gravi conseguenze della crisi che potrebbero ripercuotersi sulla classe media e destabilizzare l'ordine sociale.

Le ripercussioni della crisi economica ed in particolare del settore automobilistico sembra che stiano arrivando anche in Russia, e dopo i primi segnali di rallentamento della produzione industriale di società estere, il Governo decide le prime misure protezionistiche. Il Cremlino ha imposto infatti l'aumento delle imposte sulle importazioni di automobili straniere, al fine di sostenere la produzione interna, e di andare incontro al rischio dell’aumento dei prezzi sul mercato nazionale. La norma protezionistica impone così il doppio delle tasse per l’importazione di vetture e il triplo di quelle relative ai camion. La manovra, dal punto di vista della Russia, ha comunque una motivazione razionale di fondo: aumentando i tassi sulle importazioni, si andrebbe a rendere più competitive non solo le automobili di produzione russa, ma anche quelle degli stabilimenti di investimenti diretti esteri. Inoltre, la spinta inflazionistica dei dazi, potrebbe anche tenere alto il livello dei prezzi, evitando la deflazione sul mercato automobilistico. Il Primo Ministro russo Vladimir Putin ha riconosciuto che la decisione va a colpire gli interessi degli abitanti dell'Estremo Oriente, dove le automobili russe sono due o tre volte più costose di quelle vendute nella regione europea della Russia, in relazione alla differenza connessa ai costi di trasporto. Di conseguenza, Putin ha annunciato che, in sostegno di tale regione, verranno annullati i costi del trasporto ferroviario per le auto dirette dell’estremo oriente russo, promettendo di rivedere le spese di bilancio per compensare le ferrovie in Russia.

Tuttavia, non sono tardate ad arrivare le manifestazioni di piazza, con sparsi focolai da Mosca a San Pietroburgo, sino all'Estremo Oriente e alla costa russa del Pacifico, dove il 90% delle auto usate sono d'importazione giapponese. Nella capitale russa sono stati dispiegati più di 1200 poliziotti per prevenire la degenerazione della manifestazione. Nel corso del fine settimana a Sakhalin, Vladivostok e Irkutsk si sono tenute molte manifestazioni non autorizzate dalle autorità, che sono degenerate come sempre in scontri, tafferugli e arresti, considerando che i manifestanti avevano bloccato le principali arterie della città. A Primorsky (costa russa del Pacifico), nonostante gli scontri del fine settimana, i manifestanti si stanno preparando per nuovi presidi volti a paralizzare il traffico di Vladivostok. Allo stesso tempo, il Partito comunista della Russia ha organizzato questa domenica una protesta contro il governo, l'aumento della disoccupazione e il vertiginoso aumento dei prezzi di prima necessità, chiedendo così le dimissioni dell’esecutivo. La manifestazione si è svolta a Teatralnaya di Mosca, vicino al monumento eretto a Karl Marx: secondo la polizia vi hanno preso parte 35 persone, mentre secondo l’organizzazione erano presenti circa 500 persone.

Le proteste russe hanno avuto ovviamente una eco anche sui media esteri, dove già si parla di crisi interna derivante dal pericolo di recessione per la Russia. In verità, il rischio reale che potrebbe destabilizzare la Russia non è molto diverso da quello che si abbatterebbe sull’Europa o sull’Italia qualora il blocco industriale diventi inevitabile. Il monito del Cremlino è infatti volto ad anticipare le gravi conseguenze della crisi delle case automobilistiche estere che potrebbero ripercuotersi sulla classe media operaia, e rafforzare movimenti popolari, che costituiscono un grave precedente per l’ex federazione comunista. Il controllo della stabilità del settore industriale è, infatti, sempre direttamente proporzionale a quello dell’equilibrio sociale. Così Vladimir Putin ha avvertito le società russe di non far ricorso al licenziamento di massa come forma di leva morale da utilizzare nei confronti dello Stato. "Il Governo non può garantire il benessere delle imprese a spese dei contribuenti - afferma Putin - non siamo in grado di acquistare immobili ai prezzi precedenti senza considerare le esigenze sociali. Il nostro compito è quello di minimizzare la perdita di aziende, e di mantenere la sua capacità di sopravvivenza, ma non di garantire le prestazioni", ha avvertito Vladimir Putin. Pone dunque i primi limiti all’attuazione delle misure a sostegno dell’economia, dopo che autorità finanziarie russe si sono dette pronte ad immettere sul mercato 150 miliardi di rubli (4,116 miliardi di euro), aumentando l'importo degli aiuti per l'economia reale a 325 miliardi di rubli (8,918 miliardi di euro). Il piano economico prevede infatti il graduale ingresso dello Stato all'interno del capitale azionario delle società, con la condizione che la partecipazione statale verrà dismessa dopo la crisi, a condizioni eque onde evitare manovre speculative. Ovviamente, secondo molti, dietro tale manovra si nasconde l’obiettivo della Russia rafforzare il ruolo dello Stato, dal momento che quasi tutte le risorse naturali sono concentrate nelle sue mani. Se da una parte una tale eventualità non è certo da escludere, dall'altra occorre ammettere che il Governo russo sta cercando di giocare d'anticipo su una crisi che rischia di compromettere il lavoro di stabilizzazione dopo il crollo sovietico. Sicuramente, la crisi potrebbe rallentare la marcia di espansione della Russia, ma nei prossimi due anni di recessione diffusa, prevarrà non chi aumenta la produzione, bensì chi arresta il declino e comincia a ripartire. E oggi, mentre Mosca avverte sulle speculazioni e l'abuso del sostegno dello Stato, gli Stati occidentali alimentano questo tipo di distorsioni senza arrestare quelle manovre scorrette che, in fin dei conti, ci hanno trascinato nella situazione attuale.

12 dicembre 2008

Automobili: un altro fallimento controllato


La crisi finanziaria ha avuto come prima grande vittima privilegiata il settore automobilistico. Non vi sono dubbi, però, che questa grande bolla propagandistica della crisi finanziaria, costerà molto di più ai lavoratori, che alle grandi industrie. Da una parte potranno cancellare i propri debiti grazie al "fallimento assistito" o ai finanziamenti statali, e dall’altra apriranno la strada a nuove dinamiche di concentrazione dei mercati, con scalate e fusioni. ( Foto: stabilimento GM di Detroit in rovina)

È ormai certo che la crisi finanziaria ha avuto come prima grande vittima privilegiata il settore automobilistico. Comunque la si veda questa recessione dell’industria dell’automobile, le sue cause possono essere facilmente ricondotte ad una pessima gestione "diversificata" delle risorse finanziarie delle industrie, e solo in minima parte alla riduzione delle vendite, all'aumento costo della manodopera e delle materie prime. Il primo terremoto finanziario delle banche, ha inevitabilmente portato con sé nel baratro anche quelle società che avevano fatto dell’attività speculativa la loro gestione caratteristica, mentre quella produttiva era passata sicuramente in secondo piano. D’altra parte, il crollo della produzione nel mondo occidentale porterà probabilmente ad una ripresa della delocalizzazione nei Paesi che dispongono di un mercato di consumatori più ampio e di un accesso alla manodopera specializzata a basso costo, e in questo i mercati dell’est offrono interessanti scenari. I casi noti sono molti, e vanno dalla Ford e Renault in Romania, alla Fiat in Serbia, considerando che in questi mercati, la minaccia di ritorsione della crisi occidentale sugli investimenti diretti esteri, renderà i Governi più flessibili.

Non vi è alcun dubbio che questa grande bolla propagandistica della crisi finanziaria, costerà molto di più ai ceti medi e ai lavoratori, piuttosto che ai grandi magnati delle industrie che, da una parte, potranno cancellare i propri debiti sulla scia del fallimento o grazie ai finanziamenti statali, e dall’altra apriranno la strada a nuove dinamiche di concentrazione dei mercati, con scalate e fusioni. Ritornano, in questo senso, le parole dell’amministratore delegato Fiat Sergio Marchionne che, nella sua analisi sul futuro del mercato dell'automobile, ha chiaramente affermato che "fra i costruttori di massa potrebbero sopravviverne solo sei : uno statunitense, uno tedesco, uno franco-giapponese con una possibile ramificazione in Usa, uno in Giappone, uno in Cina, e infine resterebbe spazio per un altro soggetto europeo". "I costruttori potranno sopravvivere solo con una produzione superiore ai cinque milioni e mezzo di auto l'anno - continua - un target che attualmente è raggiunto a livello mondiale solo da General Motors, Toyota, Ford, Volkswagen e Renault-Nissan", afferma Marchionne. Peccato che tra quelli citati vi siano molti operatori già in grande difficoltà come GM, Ford e Volkswagen. Per cui, siamo sempre più convinti che, se il mercato lo faranno le imprese con maggiori "utenti" (consumatori), l’attuale crisi su cui si specula tanto è solo un modo per superare il fallimento e non pagare i propri debiti.

Ad ogni modo, bisogna fare le dovute distinzioni ed analizzare in maniera distinta i casi dei costruttori americani e di quelli europei. GM, Ford e Chrysler si trovano in una posizione particolarmente delicata, avendo chiesto un'assistenza da parte del Governo americano di 25 miliardi di dollari, durante la metà di novembre, e di aiuti di emergenza di 15 miliardi per questo fine settimana. GM attualmente ha bisogno di un miliardo di euro al mese, Ford di circa 700 milioni di euro; tra un po' di tempo, o almeno entro la fine dell 'anno, GM avrà bisogno di 4 miliardi di euro, e Chrysler di 7 miliardi di euro. Le voragini all'interno dei loro bilanci derivano più da una catastrofica gestione finanziaria oltre che industriale, considerando che al di là del calo delle vendite, pari forse al 40% rispetto al 2006, devono fare i conti il crack delle tecniche di finanziamento a cui hanno fatto ricorso, come ad esempio una politica di finanziamento delle pensioni estremamente costosa. Questo è il caso della General Motors, all'interno della quale è fallito il fondo pensioni dei suoi ex lavoratori e la compagnia assicurativa finanziaria, sacrificando così il comparto industriale.

Ufficialmente, tuttavia, la causa del fallimento GM è il calo dei consumi, il caro petrolio, la crisi globale. Ed infatti, poco importa ai grandi costruttori americani se il Senato approvi o meno il piano di salvataggio dell’industria automobilistica, in quanto rimane sempre la possibilità di entrare in amministrazione controllata, e dietro il fallimento, evitare di pagare i propri debiti. Resta pur sempre l'ipotesi di attingere ai fondi del piano del Tesoro da 700 miliardi di dollari destinati al salvataggio delle banche. I repubblicani sembrano comunque più favorevoli ad un passaggio al "Chapter 11", considerando che sotto la protezione del fallimento, si potrà congelare le passività sociali e finanziarie e migliorare le condizioni per una possibile ristrutturazione. Poco importa se il fallimento causerà più di 600.000 disoccupati diretti, e milioni di disoccupati indiretti, tra linee di subappalto per le forniture e distribuzione, con una perdita di redditi pari a centinaia di miliardi di dollari, oltre ad una perdita di 80 miliardi di euro. Infine, il fallimento sarebbe certamente dannoso per creditori, debitori e concessionari, con la conseguente scomparsa di clienti o fornitori comuni ad altre società. C'è dunque da decidere - come spesso accade, e l'Italia in questo senso insegna molto - tra provocare una reazione a catena dalle conseguenze disastrose, o concedere un aiuto immeritato, verso imprese gestite male, con strutture troppo grandi e non efficienti.

Occorre inoltre considerare l'impatto anche all'estero, visto che la crisi del settore automobilistico statunitense non sembra necessariamente limitata al suolo americano. Si pensi al caso della filiale tedesca di GM, Opel, cerca ora l'aiuto dei Governi dell'Europa centrale e orientale, mentre alla Germania ha già chiesto un finanziamento immediato di un miliardo di euro. Così mentre Opel ha trasferito in passato miliardi di euro alla sua società madre, GM viene meno alle sue responsabilità e continua a battere cassa anche in Europa. Lo stesso sta accadendo in Russia, dove, anche se il mercato automobilistico russo cade meno rapidamente, alcuni impianti sono fermi, come lo stabilimento Ford di San Pietroburgo. Per i lavoratori della Ford Vsevolozhsk la società ha annunciato un taglio sui salari degli operai di circa un terzo, mentre il piano di produzione per il 2009 passerà da un aumento del 2,4% (2008) ad uno del'1,9% (125.000 unità).
Allo stesso modo, sul fronte europeo non vi sono prospettive più rosee e la paura del blocco industriale sta provocando non poche distorsioni, perchè indurrà i Governi e prendere decisioni un po' troppo impulsive. In realtà, ciò a cui assistiamo sul mercato automobilistico lo abbiamo già visto con il settore bancario: la minaccia del fallimento delle banche non solo ha mobilitato i Governi e le Banche Centrali, ma ha provocato una completa riconfigurazione delle quote di mercato. Molte banche sono sparite, altre sono state accorpate in altri gruppi, ma i debiti comunque non sono stai pagati. Ancora, molti dipendenti sono stati licenziati, mentre sono cambiate le politiche del credito, la concezione del prestito-mutuo e i finanziamenti del credito al consumo. Nulla di diverso accadrà per le industrie delle automobili, le quali non si faranno scrupoli di mettere a repentaglio i propri lavoratori pur di non pagare di tasca propria i loro errori. Allo stesso tempo, chi si sentirà più forte comincerà a "mangiare" il pesce grande in difficoltà, usando la delocalizzazione come strumento di difesa, e perchè no, di finanziamento. I nuovi mercati saranno disposti ad accogliere investimenti e nuove industrie, nonchè ad offrire loro i finanziamenti attribuiti dai fondi di sviluppo europei ed internazionali, e a creare condizioni agevoli per l'insediamento. Ecco, dunque, che è iniziata la nuova corsa alla conquista del controllo dei mercati.