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29 aprile 2009

Balcani: prima della recessione arriva il FMI


La recessione pare sia giunta nell'Europa Orientale, ed in particolare nei Balcani Occidentali, preceduta dai prestiti condizionati e "obbligati" del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Bosnia, Serbia e Macedonia, in occasione della conferenza periodica a Washington della Banca Mondiale e del FMI, hanno continuato le loro trattative per ottenere fondi di finanziamento per le loro politiche di revisione di bilancio e per le riforme strutturali. Al contrario, l'Albania sembra il solo Paese dei Balcani Occidentali che non è stato colpito (ancora) dalla crisi economica.

La recessione pare sia giunta nell'Europa Orientale, ed in particolare nei Balcani Occidentali, preceduta dai prestiti condizionati e "obbligati" del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Per Paesi caratterizzati da un'economia di transizione, l'indebitamento è una condizione costante e patologica, tuttavia viene ulteriormente indotta dalle aspirazioni di integrazione, che ormai impongono la stabilità finanziaria e il riordino dei conti pubblici. Per i Paesi dei Balcani, che già escono da pochi anni dai conflitti e dalle trattative incostanti per la creazione di nuovi Stati democratici, questa crisi economica viene troppo presto rispetto al periodo di ripresa e di crescita, provocato dalla ricostruzione. La situazione economica della regione sembra sia "omogeneamente" di crisi, salvo alcuni casi di relativa sostenibilità e di successo degli investimenti diretti esteri. In generale, Croazia, Macedonia, Bosnia insieme a Serbia e Montenegro stanno attraversando un periodo di forte rallentamento, insieme poi all'Albania che difende più alacremente il suo tasso di crescita economica, pur dovendo osservare un rigido regime di risparmio e di taglio degli sprechi. Per tre Paesi della ex Jugoslavia sono già iniziati i negoziati con il Fondo Monetario Internazionale, mentre la Croazia ha fatto ricorso a forme di prestito intermedie, prima di adire le istituzioni internazionali, ben sapendo che il suo basso rating le darebbe accesso a crediti ad alto costo.

Dunque, Bosnia, Serbia e Macedonia, in occasione della conferenza periodica a Washington della Banca Mondiale e del FMI, hanno continuato le loro trattative per ottenere fondi di finanziamento per le loro politiche di revisione di bilancio e per le riforme strutturali. Per tali Paesi vengono negoziati i cosiddetti accordi stand-by, meccanismi istituiti nel 1952 attraverso il quale un Paese membro può avere accesso ad un finanziamento fino ad un determinato importo (di regola pari o multiplo alla quota detenuta nel fondo stesso) per superare delle difficoltà a breve termine o congiunturali della bilancia dei pagamenti. I pagamenti di rimborso sono cadenzati periodicamente su base trimestrale, e la loro concessione è subordinata al rispetto di alcuni criteri di prestazione, come gli obiettivi di bilancio e la politica monetaria. Criteri che, in linea teorica, permettono sia al Paese beneficiario che al FMI di valutare lo Stato di avanzamento delle politiche, segnalando la necessità di ulteriori politiche correttive. Occorre osservare, però, che negli ultimi anni gli accordi stand-by sono divenuti una consuetudine di cui si è fatto abuso, dando così al FMI il potere di stabilire non solo le soglie di sostenibilità dei bilanci, ma anche di entrare nel merito delle voci di spesa da tagliare: nei fatti, grazie a questi accordi, il Fondo ha un potere sovranazionale, che gli permette di controllare la politica economica degli Stati che ad esso si rivolgono.

Al momento, a chiedere in maniera insistente un aiuto del FMI è la Bosnia, che sta negoziando la ratifica dell'accordo stand-by con la revisione del bilancio, per ridurre un disavanzo di 696 milioni di KM, considerando che le riforme anti-recessione adottate all'inizio del mese di marzo sono state inefficaci e inapplicate, limitandosi solo a destinare il fondo di successione di 170 milioni di KM per coprire le numerose lacune di bilancio. Secondo il Ministro delle Finanze della Bosnia Erzegovina, Dragan Vrankic, membro del team di negoziazione con il FMI, ha affermato che il bilancio del 2009, registrerà una perdita di circa 810 milioni di euro. Il capo della missione del FMI, Costas Christou, tuttavia, ha subito precisato che l'aiuto finanziario che il Fondo potrà garantire è pari ad un massimo di 400 milioni per quest'anno, ed altri 400 milioni del prossimo anno, in relazione alla quota detenuta nel Fondo. Altri fondi saranno stanziati dalla BERS e dalla BEI, per circa 1,5 miliardi di KM che andrà a copire il 40 per cento del fabbisogno di bilancio, mentre la parte restante dovrà essere utilizzato per riforme sistemiche.

La situazione della Bosnia è un caso assai peculiare, in quanto il debito deriva principalmente dalla Federazione bosniaca, considerando che l'entità serba può contare su un avanzo di bilancio e su un sistema bancario che gode di fonti di risparmio. La revisione dovrebbe essere finanziata per circa 50 milioni di KM, accantonati attraverso i capitali delle istituzioni nazionali e del distretto di Brcko, con tagli alle spese di circa 500 milioni di KM (250 milioni di euro) mentre i restanti 146 milioni di KM, saranno forniti attraverso i risparmi della Republika Srpska. Ad ogni modo, il Governo di Banjaluka lamenta proprio il fatto che il debito del FMI andrà a gravare su tutto lo Stato, nonostante sia contratto solo da una parte di esso, visto che tale credito non può essere assegnato ad una sola entità. Così la Federazione della BiH si ricorda di essere parte di un unico Stato solo in momenti di ristrettezza economica, facendo così appello anche ai risparmi della RS, mentre normalmente si guarda bene dal parlare di integrazione politica ed economica con l'entità serba. Purtroppo le cifre sono molto chiare: se la produzione industriale nella Federazione continua a ridursi, con gravi problemi di rallentamento nelle industrie, di disoccupazione e di difficoltà a far girare l'economia, in Republika Srpska la produzione è aumentata, con buoni risultati nel'industria della trasformazione, dell'energia e del gas, nonché nel settore minerario. Secondo le stime dell'Agenzia di collocamento della FBiH, 550 persone sono state vittima di fallimento, liquidazione, di ristrutturazione o di privatizzazione, 5387 sono stati licenziate perchè in esubero, mentre 4842 sono stati impiegati per un periodo limitato, mentre 7.492 persone attendono l'indennità di disoccupazione.

Accanto alla Bosnia, vi è la Repubblica di Macedonia, che chiede un sostegno del Fondo Monetario Internazionale (FMI), per acquisire nuove risorse dall'estero per fermare la svalutazione del dinaro macedone, a causa della drastica riduzione delle riserve in valuta estera. La Banca Popolare della Macedonia ha chiesto al Governo di intraprendere, nel più breve tempo possibile, delle trattative, al fine di preservare la posizione finanziaria macedone e la stabilità del tasso di cambio del dinaro macedone. D'altro canto, le statistiche evidenziano che il settore produttivo macedone ha subito un calo pari a circa l’11% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, in particolar modo nell’industria del legno, con un record del 64,5%, seguita poi dalla produzione di metalli di base (61,6%) e tessile (27,9%). Secondo gli esperti, questi dati potrebbero essere un grave segnale di recessione, che possono alterare le recenti misure anti-recessione preparate dal Governo di Skopje, volte soprattutto a ridurre le spese della pubblica amministrazione e a creare opportunità si sviluppo delle imprese; un programma solo in parte accolto con favore dalla comunità imprenditoriale, che vede nel piano di Gruevski una forma di protezionismo a difesa di pochi e particolari gruppi di interesse economico.

La Serbia, da parte sua, non ha fatto altro che battere cassa presso le istituzioni finanziarie internazionali , a cominciare dalla Comunità europea, a cui Belgrado ha chiesto un finanziamento a fondo perduto, convertendo i fondi di preadesione, destinati al bilancio dello Stato come strumento di assistenza alle riforme strutturali. I fondi per il 2009 sono pari a 182.5 milioni di euro, inseriti nel programma di pre-adesione IPA e di sostegno macrofinanziario. Altri fondi sono giunti dalla Banca mondiale per 300 milioni di euro, un prestito che si sommerà al precedente, con un totale di 900 milioni di euro, e andrà in parte stanziato per la costruzione del Corridoio 10, e per progetti nella sanità e nelle amministrazioni locali. Per quanto riguarda i negoziati con il FMI, la Serbia ha chiesto circa 3 miliardi di euro, con un nuovo accordo che andrà a sostituire quello precedente. Si tratta ovviamente di un accordo stand-by, condizionato a varie riforme e misure da attuare. Tra le condizioni del Fondo Monetario Internazionale è stato posto il congelamento dei salari e delle pensioni nei prossimi 18 mesi, con un risparmio nel bilancio da 20 a 30 miliardi di dinari. Allo stesso tempo, chiede la revisione del bilancio, per sostenere il mercato finanziario, il settore bancario e colmare il deficit pubblico. La revisione di bilancio prevede tagli alla spesa pubblica per 49,9 miliardi di dinari, 28,9 miliardi di dinari in spese connesse alla pubblica amministrazione, per ridurre così un disavanzo di bilancio salito a 70,5 miliardi di dinari, il che è pari a 2,3% del PIL. Secondo il FMI, tali misure sono necessarie, soprattutto in considerazione del fatto che la crescita dell'economia sarà nel 2009 pari al 2%, mentre arriverà nel 2010 a crescita zero.

Tra i Paesi che non hanno chiesto il supporto delle istituzioni finanziarie vi sono la Croazia, il Montenegro e l'Albania. Di questi, la Croazia è quella che potrebbe averne una maggiore necessità, visto che, stando alle stime ufficiali, la sua economia è già in recessione, mentre il deficit pubblico è in grande aumento, richiedendo ulteriori manovre correttive al bilancio. Ciononostante, Zagabria afferma di non aver bisogno di un prestito con il FMI, e che la moneta locale non si indebolirà grazie ai provvedimenti della Banca centrale a favore della flessibilizzazione della politica monetaria. La Croazia annuncia che emetterà eurobond per un valore di 750 milioni di euro nel mese di maggio, e che stando alle prime indicazioni tale operazione avrà sicuramente successo. Tuttavia la Croazia dimentica di dire che ha subito una continua riduzione del rating internazionale, compromettendo così la sua possibilità di accedere a fondi di finanziamento a basso costo, ragion per cui il risanamento del bilancio e la rivalutazione della sua posizione all'interno dei mercati finanziari sono passi obbligati prima di chiedere ulteriori prestiti all'estero. Per il momento, in aiuto della Croazia è accorsa la Banca europea per gli investimenti (BEI) che ha annunciato che non taglierà i fondi alla Banca croata per la Ricostruzione e lo Sviluppo (HBOR), dopo aver concesso già un prestito del valore di 250 milioni di euro. La Bers conferma un ulteriore prestito per la HBOR, del valore di 100 milioni di euro, mentre la BEI prevede di investire 400-500 milioni di euro in Croazia, soprattutto nella piccola e media imprenditoria, nonché nelle infrastrutture per i trasporti e nei progetti di efficienza energetica.

La situazione economica croata ha la sua immagine speculare nel Montenegro: entrambe economie basate sul turismo e il settore immobiliare, entrambe in crisi. La produzione industriale in Montenegro è diminuita del 13,6 %, mentre l'industria di trasformazione ha realizzato una minore produzione di circa il 34 %. La crisi economica mondiale ha colpito di più le esportazioni (già modeste ), in particolar modo quelle dell'alluminio, ridotte di circa il 40 %, mentre la copertura delle importazioni con le esportazioni è stata solo del 22,53%. Il problema della crisi industriale sembra aver totalmente bloccato il Montenegro, che ora sembra attraversare una grande fase di impasse e di imbarazzo, in quanto, dopo aver fallito nel settore della "speculazione" e della privatizzazione, cerca di vendere a nuovi "furbi" investitori, passando così da un creditore all'altro, e non ipotizzando ancora nessuna forma di ristrutturazione economica o istituzionale. Dopo i russi, le trattative partono con sceicchi, emiri e sultani, nel tentativo di portare sulle coste montenegrine capitali freschi, senza passare per delle forme di indebitamento troppo "ufficiali". Inoltre, nonostante lo stato dell'economia, Podgorica ha presentato la propria candidatura, nel pieno entusiasmo di Bruxelles che, in questo caso ( e a differenza di quanto fatto per Albania, Croazia e Serbia) non ha posto nessuna evidente obiezione.

Infine, abbiamo la piccola Albania, il solo Paese dei Balcani Occidentali che non è stato colpito (ancora) dalla crisi economica. Questo dovuto, in parte, al fatto che, una popolazione all'estero almeno pari a quella residente in Albania, invia rimesse e risparmi ai propri familiari in patria, compensando così il deficit della bilancia dei pagamenti e sostenendo il tenore di vita interno. Questa grande massa di risparmi riesce a sostenere il settore bancario, e così quello economico, colmando l'eventuale calo di apporti e di capitali dall'estero. Secondo gli esperti, tuttavia, la crisi economica globale ha toccato solo il settore dell`agricoltura, cominciando così a subire la concorrenza dei prodotti esteri e l'aumento della competitività che deriva dall'apertura delle frontiere. Per il resto, è difficile ora avere un quadro reale della situazione, considerando che l'Albania si sta preparando alle elezioni politiche, tra l'altro molto importanti per completare il processo di candidatura e di ingresso all'Unione Europea. In tale ottica va vista anche il progetto del nucleare a Scutari, nato sotto le mentite spoglie di un progetto regionale, e probabilmente sarà veicolo di propaganda o di futuri accordi con le potenze del nucleare europeo, come la Francia.

05 febbraio 2009

La dematerializzazione e la crisi globale


Dietro la più grande recessione di tutti i tempi in realtà vi è un processo di riprogrammazione dell’economia mediante la "dematerializzazione" dei processi produttivi e dei servizi. Nel tempo sono stati attuati processi di e-government, di digitalizzazione dei dati, ma anche di interpretazione dei processi di lavoro mediante dei software che hanno cambiato il modo di lavorare. Come sappiamo, ogni cambiamento dell’economia ha causato eventi traumatici, da anni di forte depressione che sono poi sfociati in rivoluzioni e guerre. Questa però sarà la prima rivoluzione senza gente nelle piazze,silenziosa ed inesorabile.

Potreste rimanere senza parole se pensaste, per pochi istanti, che dietro la più grande recessione di tutti i tempi vi è un processo di riprogrammazione dell’economia mediante una chirurgica "dematerializzazione" dei processi produttivi e dei servizi. Sono parole queste spesso sconosciute ai mezzi di comunicazione di massa, ma in realtà sono le nuove colonne, il nuovo paradigma di questa nuova società futuristica della informazione. Quello che sembra un semplice processo di "trasformazione" di un documento materiale in un codice elettronico che lo rende immediatamente riconoscibile da un software, è invece un vero e proprio concetto che è stato applicato in questi anni a molti settori, senza nessun limite. Nel tempo sono stati attuati processi di e-government, di digitalizzazione dei dati, ma anche di interpretazione dei processi di lavoro mediante dei software, costruiti allo scopo di emulare l’elaborazione dei dati che fa il cervello umano. In questo modo sono stati creati programmi che sostituiscono perfettamente il lavoro dei cassieri delle banche mediante l’e-bank, che permettono di organizzare la logistica delle merci, le fasi produzione in una catena di montaggio, ma anche che consentono di creare a loro volta dei software. Ogni settore economico è stato "supportato" da un processo elettronico che ha ridotto sensibilmente la necessità di impiegati e di lavoratori. La disoccupazione può essere una delle prime ed importanti conseguenze che la dematerializzazione ha sulla nostra economia, la quale in maniera anche impercettibile è gradualmente cambiata, sino a diventare come la conosciamo oggi, caratterizzata dalla comunicazione istantanea e dallo scambio immediato delle informazioni.

Lo abbiamo definito progresso, infatti, ma non sappiamo con certezza se si avrà una reale evoluzione della società e degli uomini, e se in realtà non saremo ancora più ingabbiati in questi meccanismi regolati da macchine e programmi costruiti al di sopra della legge. Questo perché nessun ente pubblico, o legge, o Costituzione ha fornito gli strumenti per garantire la certificazione e l'attendibilità dei documenti o dei processi, se non delle strutture private che hanno imposto le loro regole. È stato dunque un grande errore non prestare maggiore attenzione alla creazione delle banche dati, all’installazione di un sistema elettronico o al rispetto della privacy e dei diritti umani. Tutto è stato rinviato ad un futuro prossimo, nella convinzione che l’uomo avrebbe ancora avuto la possibilità di decidere della propria vita e dettare delle leggi nei confronti di strutture che, nel frattempo, si sono create da sole, in piena autonomia, con una vita ed un ecosistema proprio, e la loro forza è stata proprio l’essere "invisibile" agli occhi della giustizia o dei Governi. Grazie a questa invisibilità sono diventate delle multinazionali, poi delle società globalizzate, ed infine superiori agli stessi Stati, tagliando i Paesi trasversalmente e dividendo i popoli non per lingua o per religione, ma per cyberspazi.

Da tempo parliamo di queste tematiche, usando parole come "disumanizzazione", "virtualizzazione" e "crimine invisibile". Ebbene oggi abbiamo dinanzi ai nostri occhi le prove evidenti che quanto dicevamo si sta realizzando, e la nostra "trappola d’oro" è già scattata inesorabilmente. Per esempio, tutti infatti conosciamo Facebook, un fenomeno definito "social-network" ma che noi preferiamo chiamare "società dematerializzata", in quanto ha creato uno specchio della società in formato digitale, ingannando le persone e inducendole a dare la propria vera identità. Ebbene, al World Economic Forum di Davos, i fondatori di Facebook, parlando proprio di questa "crisi globale", hanno annunciato che presto venderanno la propria banca dati di utenti alle società di marketing e di ricerche di mercato. Per la sua struttura, Facebook fornisce una mole di dati non solo in termini di dati personali degli utenti (generalità e residenza) ma anche per i gusti, gli interessi, l’istruzione e la professione, aprendo una finestra diretta per ogni tipo di sondaggio. La società ovviamente è assolutamente autorizzata da tutti i suoi iscritti a utilizzare quei dati, avendo accettato il contratto - pena la mancata iscrizione - che permette alla piovra Facebook di utilizzare tali informazioni per scopo di lucro. Se facciamo un po’ i conti, Facebook ha 150 milioni di iscritti (150 lingue da 170 nazioni), e solo l'Italia mette 5 milioni di utenti, quanto è disposta a pagare una società per avere questi dati?
Se questo esempio non vi convince sull’esistenza di un crimine che tanto "invisibile" non è, parliamo del caso di Monster.com, uno dei portali più grandi della rete nel settore della ricerca del lavoro, il cui database è stato violato da un "attacco pirata", che ha sottratto dai suoi server le informazioni relative a milioni di iscritti. Si tratta di milioni di numeri di telefono e di indirizzi di posta elettronica. Stranamente, insieme a Monster.com viene colpito anche USAJobs.gov, la cui base di dati viene gestita in parallelo dagli stessi server. Quali sono dunque le garanzie a tutela dei nostri dati in un sistema ormai totalmente nelle mani di entità private, che giocano sull’invisibilità della propria struttura.

È chiaro che costruendo globalmente un sistema unico sarà possibile porre fine totalmente alla politica economica degli Stati, anche l’azione dei Governi sarà vana se ogni cittadino deciderà di autogestirsi all’interno di un cyberspazio. A questo punto entreremo a far parte di uno pseudo-socialismo dove tutti I documenti non saranno neanche più materiali, e si venderanno semplicemente delle certificazioni, insomma "il nulla", aria fritta. Il certificato, naturalmente, non è altro che una cosiddetta macchinetta mangia soldi, un'usura del tempo, che ci impone di pagare continuamente. Mentre ogni individuo dovrà necessariamente avere un posto telematico certificato, come una residenza digitale, vi saranno dall’altra parte delle entità che guadagneranno dalla semplice esistenza, o transito, di un utente sul proprio "territorio". Sarà anche tutto giusto, e dettato dall’esigenza di far progredire la società - ed infatti nessuno dice che questi strumenti non sono necessari - tuttavia il metodo con cui viene implementato è altamente discutibile, in quanto non si vedono affatto delle istituzioni. Non esiste infatti un'autorità certificatrice perchè lo Stato stesso non ha un certificato e non li vende, bensì li compra da privati, senza avere alcuna garanzia che questi non abuseranno della loro posizione di monopolista incontrastabile. Ecco che l'ombra delle crisi finanziare sembra un pretesto, un evento eclatante e scioccante volto esclusivamente ad attuare dei provvedimenti poco consoni e che diversamente non sarebbero mai accettati dalle persone. Nella storia, ogni cambiamento dell’economia ha causato eventi traumatici, anni di forte depressione che sono poi sfociati in rivoluzioni e guerre.

Questa però sarà la prima rivoluzione senza gente nelle piazze, perché la riprogrammazione dell’economia è studiata in maniera tale da creare una confusione tale da rendere "impotenti" persino le proteste. Le masse sono state rese inerti grazie alla grande propaganda della crisi globale che ha vanificato ogni tipo di contestazione, non essendovi in effetti un responsabile o un nemico da combattere. Le imprese che non pagano i propri operai daranno facilmente la colpa alle banche che hanno tagliato le linee di credito, mentre queste a loro volta daranno la colpa alla crisi finanziaria, mentre le Banche Centrali diranno che la responsabilità è dei gruppi finanziari che hanno fatto speculazioni, ed infine i Governi puntano il dito sui privati. In questo labirinto potremo girare delle ore per cercare un colpevole, perché in realtà non esiste se è il sistema stesso, su cui tutti viaggiamo, a cambiare. Cambiano i sistemi per Banche, Governi ed imprese, e così ogni singolo individuo subisce il contraccolpo. Quando finirà la crisi, potremmo dire di essere entrati nella società della dittatura dell’immateriale, e a sopravvivere saranno solo coloro che sono in grado di produrre e scambiare qualcosa di materiale, che non sarà distrutto e cancellato dalla dematerializzazione e che potrà essere ancora usato in futuro per produrre e scambiare valore.

21 gennaio 2009

La crisi della KAP di Podgorica nelle mani dei russi


Il Governo di Podgorica ha annunciato che sarebbe disposto a lasciare la gestione della fabbrica di alluminio nelle mani dei russi, pena il fallimento della Kombinat aluminijuma di Podgorica (KAP). Si apre un spiraglio per l'approvazione del piano di aiuti di Stato nei confronti dell'industria di alluminio controllata all'oligarca russo Oleg Deripaska (nella foto). Ci si chiede, però, se queste misure potranno colmare la crisi strutturale della fabbrica, che non è stata mai affrontata dalla dirigenza russa.

Ancora nessuna buona notizia per l’industria siderurgica del Montenegro, che sta subendo un lento ed inesorabile declino, che si cerca di imputare a tutti i costi alla crisi globale del mercato automobilistico e quindi dei metalli. In realtà si tratta di una situazione ben più complessa, che vede l’intrecciarsi di una serie di eventi concomitanti, a partire dalla discutibile gestione da parte del Governo di Podgorica delle operazioni di privatizzazione, dei rapporti con le dirigenze delle società acquirenti e con le parti civili in causa, per poi finire con la cosiddetta "crisi globale". Questa sta danneggiando il comparto industriale non solo attraverso il calo della domanda aggregata di prodotti siderurgici, ma anche con la sottrazione di fondi e risorse finanziarie al processo produttivo per pagare, molto spesso, i debiti contratti con Banche e società di investimento. Il Montenegro, da questo punto di vista, rappresenta uno specchio di quelli che possono essere gli errori della finanza e delle privatizzazioni, in quanto la crisi delle sue industrie siderurgiche comincia proprio da una forte responsabilità del Governo e delle società che le hanno acquistate. Dunque, dopo aver esaminato il caso della fonderia Livina di Gatti spa e dell’acciaieria Zeljezara, entrambe dislocate nel complesso siderurgico di Niksic, esamineremo la situazione della Kombinat Aluminjiuma Podgorica (KAP), controllata dalla Central-European Aluminum Company (CEAC), detenuta dall’azionista di maggioranza russo Oleg Deripaska.

Il caso della KAP è molto complesso, in quanto la vera crisi comincia a manifestarsi mesi prima della cosiddetta crisi globale, quando la CEAC decide di querelare il Governo di Podgorica chiedendo un risarcimento danni per 300 milioni di euro dopo che un’esamina dei bilanci ha rivelato delle perdite inaspettate. I legali della CEAC accusano infatti il Montenegro di aver occultato dati importanti per stabilire il valore della Kombinat durante le negoziazioni per l'acquisto della fabbrica. I russi hanno così richiesto l’apertura di un arbitraggio internazionale a Francoforte, istituendo come controparti il Governo del Montenegro, il Fondo di Sviluppo, il Fondo di Assicurazione Pensionistica e l'Ufficio di Collocamento. Il Governo, da parte sua, si è difeso affermando che russi non hanno realmente rispettato il contratto di vendita per quanto riguarda gli investimenti pattuiti, e che per tale motivo non dovrebbe essere preso in considerazione parte dei debiti della Kombinat pari a circa 104.5 milioni di euro. Poco dopo arriva il primo annuncio di Deripaska della possibilità di chiudere la fabbrica di alluminio, nonostante l’approvazione dei lavori di ristrutturazione del valore di 30 milioni di euro nei prossimi due anni e di ulteriori 50 milioni come previsto dal contratto. I segnali di malessere continuano però ad aumentare e la sensazione di un peggioramento della situazione della KAP viene avvertito anche dagli operai, che minacciano continuamente scioperi dinanzi all’inerzia della dirigenza dinanzi alla necessità di contribuire realmente alla vita e al progresso dell’impresa. La società deve infatti affrontare una lunga protesta sindacale in seguito alla mancata liquidazione di circa 18 milioni di euro di stipendi arretrati e 4.5 milioni per dazi doganali.

Così nel mese di dicembre, la CEAC comunica che "ogni altra misura volta a sostenere la KAP come nuovi contributi per l'energia elettrica o altri privilegi, implica solo una conservazione artificiale della società, mentre i nuovi costi e le perdite ricadrebbero sempre sullo Stato", chiudendo qualsiasi prospettiva di sviluppo dello stabilimento. La dirigenza infatti avverte che vi è una situazione di disastro finanziario all’interno della società, che non verrà facilmente colmata con misure superficiali: da queste parole, sembra che la CEAC non è assolutamente intenzionata a tenere aperta la fabbrica di alluminio, giudicata ormai un pessimo investimento da liquidare nel più breve tempo possibile. Infatti, secondo alcune fonti riportate dal quotidiano di Podgorica Vjesti, il miliardario russo sta attualmente negoziando, con diversi investitori cinesi e americani, la vendita del pacchetto di minoranza delle sue società, tra cui anche il gigante dell'alluminio Russian Aluminum (RusAl) , nel tentativo di reperire i fondi necessari per pagare i debiti contratti verso le banche.
A nostro parere, qualcosa cambia ad un certo punto, perché la società lancia l'allarme sulla crisi di liquidità della compagnia, la quale potrebbe mettere a rischio la sopravvivenza della stessa. Dopo la crisi finanziaria strutturale, si parla di crisi di liquidità, per poi sfociare nella crisi globale.

Nel frattempo, infatti, le perturbazioni del mercato finanziario colpiscono senza pietà gran parte degli investimenti dell’oligarca russo Deripaska, che accumula in poche settimane un debito personale di 20 miliardi di dollari, per il quale ha chiesto un credito offrendo come garanzia la sua partecipazione nel gruppo assicurativo russo Ingosstrakh, controllato mediate il fondo Basic Element . Sembra che dopo la forte espansione del suo patrimonio - con investimenti nel comparto dell'energia, delle costruzioni e quello bancario-assicurativo - Deripaska deve progressivamente dismettere parte delle sue proprietà, a cominciare dal 20% di Magna (produttore canadese di componenti per auto), dal 9,99% del costruttore tedesco Hochtief, per poi perdere in borsa il 75% di Basic Element e rifinanziare il prestito ottenuto da un consorzio di banche estere con un finanziamento dello Stato russo per 4,5 miliardi di dollari; tale manovra gli costa cara perché la sua posizione nella Basic Element diventa sempre più precaria, sino all’avanzamento dei soci di minoranza. Dunque, il magnate russo - che comunque gode del sostegno diretto del Cremlino, e di numerosi gruppi bancari europei, come quello dei Rothschild - è stato costretto ad una serie di corsi e ricorsi di emergenza, per colmare un enorme debito, nato però da investimenti speculativi che hanno visto crescere il loro valore nel giro di pochi mesi.

A pagare la colpa del dissesto globale, è la stessa Kombinat aluminijuma di Podgorica, la quale si è vista costretta ad aprire un canale di negoziazioni con il Governo per ottenere degli aiuti di Stato, al fine di consentire almeno l'acquisto delle principali materie prime necessarie al ciclo produttivo e dell’energia elettrica. Il pacchetto di aiuti alla KAP ammonta a circa 50 milioni di euro, e riguarda agevolazioni fiscali, riduzione dei contributi, annullamento del debito per le forniture di energia elettrica e olio combustibile verso la EPCG e la riduzione di altri oneri. Il Governo, da parte sua, afferma che, affinchè siano erogati degli aiuti finanziari statali, occorre che i russi garantiscano per i dipendenti della fabbrica un' occupazione a lungo termine. In caso contrario non vi sarà nessun aiuto e la fabbrica andrà in liquidazione, per poi tornare nelle mani dello Stato. Podgorica aveva anche chiesto come condizione iniziale per esaminare tale richiesta, che l'azionista di maggioranza della CEAC, Oleg Deripaska, receda immediatamente dalla causa contro lo Stato, presso il Tribunale di arbitraggio di Francoforte. Al momento il ciclo produttivo rischia la paralizzazione, in quanto i lavoratori hanno minacciato di incrociare le braccia dopo che sono stati informati che la società non avrebbe pagato il salario del mese di dicembre, considerando che il conto della KPA presso la Banca Commerciale del Montenegro era stato improvvisamente bloccato. Inoltre, la produzione nella miniera di bauxite di Niksic - fermata per le festività natalizie il 17 dicembre - non ha ancora ripreso a funzionare, dopo che l'estrazione del minerale, che è destinata alla Kombinat Alluminjiuma Podgorica (KAP), è stata nuovamente rinviata per risparmiare sui costi della lavorazione, dato che la materia prima impiegata per la produzione di alluminio non è sufficiente.

Secondo gli ultimi aggiornamenti provenienti da Podgorica, il Governo ha annunciato che sarebbe disposto a lasciare la gestione della fabbrica di alluminio nelle mani dei russi, pena il fallimento della KAP stessa, e le gravi conseguenze sull 'economia del Paese, sui lavoratori, sull’intera filiera dell’alluminio e sul sistema bancario. Il governo, dunque, preferisce che la KAP continui ad operare nel gruppo CEAC, in quanto il fallimento non è assolutamente un’opzione da prendere in considerazione. Dinanzi alla minaccia dei russi di chiudere la fabbrica e di licenziare più di 4000 persone se non saranno devoluti gli aiuti di Stato, il Governo ha intavolato dei colloqui a cui stanno prendendo parte non solo i rappresentati del gruppo russo, ma anche il consorzio di banche che cooperano con la CEAC e i principali creditori. Delle trattative che hanno come posta in gioco la sopravvivenza di una comunità di lavoratori e di un ecosistema economico, e come contropartita un vero e proprio ricatto. Il Governo ha le sue grandi responsabilità, non può indietreggiare dinanzi a questa richiesta perché non può tradire il suo elettorato all’indomani delle prossime elezioni e della crisi che si sta abbattendo sul Parlamento. Allo stesso tempo, il Premier Djukanovic non può venir meno alla parola data ad Oleg Deripaska, il quale rappresenta anche un diretto partner di investimenti nel progetto turistico della costa di Budva. Infine, la questione della KAP va chiusa nel più breve tempo possibile, in quanto è un affare che pesa su entrambi le parti, sia per il modo in cui è stato ottenuto, sia per come è stato gestito.

15 gennaio 2009

Il crollo del mito americano


Lo scenario degli Stati Uniti assomiglia sempre più a quello dei film apocalittici. Con il crollo dell'industria automobilistica la città di Detroit, sta entrando a far parte di una scenografia di film SF, divenuta ormai una città abbandonata. Il mito americano si è frantumato in mille pezzi, e gli uomini hanno perso non solo il lavoro, ma anche la fiducia e la speranza. Per sopravvivere le persone hanno cominciato a vendere parti del loro corpo: l’anima è la prima cosa che hanno deciso di vendere.

Mentre l'Europa resta sotto la pioggia ghiacciata senza il gas russo, lo scenario degli Stati Uniti assomiglia sempre più a quello dei film apocalittici come "The Day After Tomorrow". Queste ambientazioni di genere SF sono lentamente entrate nella nostra visione della realtà, passando dalla tela cinematografica al reality show, come accaduto con la caduta delle Torri Gemelle. Un’osservazione che ci lascia temere che l'America è già entrata nel suo circolo delle "catastrofi". Dalle notizie che trapelano dalla stampa e dai telegiornali americani possiamo vedere che il mondo capitalistico si sta sfaldando non solo con il crollo delle Borse Valori e di Wall Street, ma anche dell’anima delle stesse persone, provocando qualcosa che possiamo definire "la vera fine" o "Inferno di Dante". La città di Detroit, nota per il suo centro di produzione dell'industria automobilistica, sta entrando a far parte di una scenografia di film SF, divenuta ormai una città abbandonata. Anche i detenuti del carcere di Detroit si rifiutano di uscire per paura di diventare barboni, e molti che escono decidono di compiere degli atti criminali per essere arrestati di nuovo. Riuscire ad ottenere un lavoro dopo il carcere, che permette di avere un'assicurazione sanitaria, tre pasti al giorno e un tetto caldo in cui vivere, è divenuto impossibile così scelgono di rimanere in carcere per avere salva la vita. Gli stessi cittadini di Detroit si sono trovati in grandi difficoltà ed improvvisamente sono entrati nella vera povertà, impotenti dinanzi ad una condizione disastrosa, come ogni grande città americana: il tenore di vita per i cittadini sta sicuramente peggiorando a vista d’occhio.

Nei suoi tempi migliori, la città di Detroit era nota come la città della General Motors, della Crisler e della Ford. Ma oggi, con la caduta dell'industria automobilistica è diventata la città dei fantasmi, e a chiunque chiederete nelle strade di Detroit, vi potrà rispondere sicuramente che nessuna crisi può colpire e far cadere una città in così breve tempo. Le radici della crisi sono infatti ben più profonde e radicate di quel che si pensi. I più ottimisti sono i più vecchi perchè già conoscono la recessione degli anni '30, poi la crisi di anni '60, e secondo loro questo è soltanto uno dei cicli dell'economia mondiale. Al contrario, la più grande forza americana, i giovani sono assolutamente pessimisti, e preferiscono entrare nella criminalità organizzata, che continua ad avanzare, allo stesso passo della povertà e della disoccupazione. Molti giovani non possono continuare a studiare perchè sono rimasti senza lavoro part-time, oppure i loro genitori sono stati licenziati o si sono visti ridurre le paghe. Molte scuole sono state chiuse e ora il sistema scolastico ha un’altra sfida da affrontare, quella di evitare la disoccupazione e dare altre specializzazioni alle persone rimaste senza lavoro. Quello che è stato il "motore vitale" della città per 100 anni, ora è fallito totalmente, con un debito di quasi 300 milioni di dollari, una disoccupazione salita al 21%, e decine di case e negozi ormai vuoti, mentre l'ex sindaco è in carcere per uno scandalo di sesso. La popolazione è diminuita per 1.8 milioni, e ora l'83% sono afro-americani. La città ha chiesto 47 milioni di dollari per rimodernare l'infrastruttura delle abitazioni, metà del bilancio sarà usato per distruggere 2300 case abbandonate: a partite dal 2005 sono stati chiusi 67000 locali, mentre 44000 case sono state abbandonate. Abbattere una casa costa 10.000 dollari, mentre per comprarne una nuova occorrono 18.000 dollari, ma comunque le case non si vendono. La maggior parte della popolazione di Detroit era impegnata nell’industria automobilistica, e la crisi del settore ha provocato un'altra "crisi umanitaria". Ogni giorno, per le strade, aumentano le file davanti agli sportelli delle organizzazioni umanitarie che danno cibo o vestiti, un ricovero o un pasto.


L’America, la terra dell'ottimismo e della rivincita personale, ha perso la sua grinta, e in questi tempi oscuri le persone "hanno perso anche l`anima", come afferma un sacerdote di Detroit. Cosa farà oggi l'America, che con la sua politica delle "guerre umanitarie" non ha portato la pace né la democrazia da nessuna parte, non essendo riuscita a salvare neanche gli stessi cittadini di New Orleans. Lo stesso si dovranno aspettare anche i cittadini di Detroit, una città fantasma, nell’attesa che il Congresso americano dia loro i soldi chiesti per risollevare l’industria. E anche in questo l’America non smette di stupirci: mentre la gente di Detroit chiede dei soldi per mangiare e salvarsi la vita, i due "Re del porno" , Larry Flint e Joe Frencis, hanno chiesto al Congresso americano un aiuto di 5 miliardi di dollari per aiutare il settore cinematografico pornografico, proponendo le stesse motivazioni dei tre grandi produttori dell'industria automobilistica. Flint e Frencis hanno sottolineato come la pornografia contribuisce al PIL interno per 13 miliardi di dollari. "Sembra che il Congresso è disposto ad aiutarci. Anche noi, come gli altri che hanno chiesto aiuto, meritiamo lo stesso rispetto", spiega Frencis, che ha scontato in passato un anno di carcere per scandali e prostituzione. A suo parere, la manovra potrà contribuire a sollevare l'animo della gente, in quanto "la gente è depressa per la recessione e non potrà essere sessualmente attiva", "questo non è certo un bene per la salute della nostra nazione". "Gli americani potranno rimanere anche senza macchine ma non senza sesso", ha sottolineato Flint che fa appello ancora una volta al Congresso per "alzare l'appetito sessuale americano". A nostro parere, considerando che il Congresso è stato più volte colpito da scandali sessuali, non sarà certo strano se alla fine deciderà di dare un supporto all'industria pornografica invece che a quella automobilistica, sia per "sostenere l'animo americano" sia perchè sono stati sempre dei buoni clienti.

Senza lavoro, senza auto, e senza fare neanche l'amore, gli americani sono costretti giorno dopo giorno a vendere le loro case nuove per sopravvivere. Le statistiche dimostrano che si vende qualsiasi cosa, e che anche la vendite alla banca del seme è triplicata, considerando che una dose costa dai 60 ai 100 dollari. Nello stesso periodo, anche le donazioni di ovuli sono aumentate del 30 %, e una cella costa 7000 dollari, mentre quelle di plasma di sangue del 50% ed ogni dose viene pagata dai 20 ai 50 dollari. Da questo punto di vista, la crisi non ha portato solo male, ma anche bene perché la banca del sangue non sono mai state così numerose, e così potranno essere salvate anche le vite degli altri. Lo stesso sta accadendo per gli organi, e anche se i più venduti sono sempre i reni, le persone cominciano a dare i propri capelli per fare le parrucche dei ricchi. La maggior parte dei venditori di sperma e di ovaie sono sicuramente giovani, che con un paio di dosi potranno pagarsi l’alloggio oppure le rette scolastiche dell'università. Studenti, giovani, e ogni cittadino americano è ora costretto a stringere la cinghia.
Questo dunque dovrebbe essere il progresso e il sogno che offriva poco fa la Green Card?
La Visa ha annunciato che sono diminuite le operazioni delle loro carte di credito e si usano soltanto per la benzina e per il cibo. "La nostra economia è vissuta per molto tempo su dei falsi pilastri, producendo e comprando delle cose che non ci servono. A parte questo, la gente ha speso di più di quel che guadagnava. Così, non vi è niente di strano per quello che sta succedendo", dichiara un economista americano sottolineando che nel 2009 si attende ancora una recessione del 4%. L’industria americana avrà una perdita di altri 60 miliardi di dollari, e sarà non solo una perdita per l'economia, ma anche e sopratutto un fallimento per l' "anima americana", il crollo del mito che per anni ci ha illusi, come il loro burro di arachidi e le superstar di Hollywood. Ora la leggenda si è frantumata in mille pezzi, e gli uomini hanno cominciato a vendere parti del loro corpo per sopravvivere. L’anima è la prima cosa che hanno deciso di vendere.

22 dicembre 2008

Il Cremlino contro la destabilizzazione per la crisi


Il Governo russo ha imposto l'aumento delle imposte sulle importazioni di automobili straniere, al fine di sostenere la produzione interna. Tuttavia, non sono tardate ad arrivare le manifestazioni di piazza, con sparsi focolai da Mosca a San Pietroburgo, sino all'Estremo Oriente e alla costa russa del Pacifico. Proteste che hanno avuto ovviamente una eco anche sui media esteri, dove già si parla di crisi interna derivante dal pericolo di recessione per la Russia. Il monito del Cremlino è invece volto ad anticipare le gravi conseguenze della crisi che potrebbero ripercuotersi sulla classe media e destabilizzare l'ordine sociale.

Le ripercussioni della crisi economica ed in particolare del settore automobilistico sembra che stiano arrivando anche in Russia, e dopo i primi segnali di rallentamento della produzione industriale di società estere, il Governo decide le prime misure protezionistiche. Il Cremlino ha imposto infatti l'aumento delle imposte sulle importazioni di automobili straniere, al fine di sostenere la produzione interna, e di andare incontro al rischio dell’aumento dei prezzi sul mercato nazionale. La norma protezionistica impone così il doppio delle tasse per l’importazione di vetture e il triplo di quelle relative ai camion. La manovra, dal punto di vista della Russia, ha comunque una motivazione razionale di fondo: aumentando i tassi sulle importazioni, si andrebbe a rendere più competitive non solo le automobili di produzione russa, ma anche quelle degli stabilimenti di investimenti diretti esteri. Inoltre, la spinta inflazionistica dei dazi, potrebbe anche tenere alto il livello dei prezzi, evitando la deflazione sul mercato automobilistico. Il Primo Ministro russo Vladimir Putin ha riconosciuto che la decisione va a colpire gli interessi degli abitanti dell'Estremo Oriente, dove le automobili russe sono due o tre volte più costose di quelle vendute nella regione europea della Russia, in relazione alla differenza connessa ai costi di trasporto. Di conseguenza, Putin ha annunciato che, in sostegno di tale regione, verranno annullati i costi del trasporto ferroviario per le auto dirette dell’estremo oriente russo, promettendo di rivedere le spese di bilancio per compensare le ferrovie in Russia.

Tuttavia, non sono tardate ad arrivare le manifestazioni di piazza, con sparsi focolai da Mosca a San Pietroburgo, sino all'Estremo Oriente e alla costa russa del Pacifico, dove il 90% delle auto usate sono d'importazione giapponese. Nella capitale russa sono stati dispiegati più di 1200 poliziotti per prevenire la degenerazione della manifestazione. Nel corso del fine settimana a Sakhalin, Vladivostok e Irkutsk si sono tenute molte manifestazioni non autorizzate dalle autorità, che sono degenerate come sempre in scontri, tafferugli e arresti, considerando che i manifestanti avevano bloccato le principali arterie della città. A Primorsky (costa russa del Pacifico), nonostante gli scontri del fine settimana, i manifestanti si stanno preparando per nuovi presidi volti a paralizzare il traffico di Vladivostok. Allo stesso tempo, il Partito comunista della Russia ha organizzato questa domenica una protesta contro il governo, l'aumento della disoccupazione e il vertiginoso aumento dei prezzi di prima necessità, chiedendo così le dimissioni dell’esecutivo. La manifestazione si è svolta a Teatralnaya di Mosca, vicino al monumento eretto a Karl Marx: secondo la polizia vi hanno preso parte 35 persone, mentre secondo l’organizzazione erano presenti circa 500 persone.

Le proteste russe hanno avuto ovviamente una eco anche sui media esteri, dove già si parla di crisi interna derivante dal pericolo di recessione per la Russia. In verità, il rischio reale che potrebbe destabilizzare la Russia non è molto diverso da quello che si abbatterebbe sull’Europa o sull’Italia qualora il blocco industriale diventi inevitabile. Il monito del Cremlino è infatti volto ad anticipare le gravi conseguenze della crisi delle case automobilistiche estere che potrebbero ripercuotersi sulla classe media operaia, e rafforzare movimenti popolari, che costituiscono un grave precedente per l’ex federazione comunista. Il controllo della stabilità del settore industriale è, infatti, sempre direttamente proporzionale a quello dell’equilibrio sociale. Così Vladimir Putin ha avvertito le società russe di non far ricorso al licenziamento di massa come forma di leva morale da utilizzare nei confronti dello Stato. "Il Governo non può garantire il benessere delle imprese a spese dei contribuenti - afferma Putin - non siamo in grado di acquistare immobili ai prezzi precedenti senza considerare le esigenze sociali. Il nostro compito è quello di minimizzare la perdita di aziende, e di mantenere la sua capacità di sopravvivenza, ma non di garantire le prestazioni", ha avvertito Vladimir Putin. Pone dunque i primi limiti all’attuazione delle misure a sostegno dell’economia, dopo che autorità finanziarie russe si sono dette pronte ad immettere sul mercato 150 miliardi di rubli (4,116 miliardi di euro), aumentando l'importo degli aiuti per l'economia reale a 325 miliardi di rubli (8,918 miliardi di euro). Il piano economico prevede infatti il graduale ingresso dello Stato all'interno del capitale azionario delle società, con la condizione che la partecipazione statale verrà dismessa dopo la crisi, a condizioni eque onde evitare manovre speculative. Ovviamente, secondo molti, dietro tale manovra si nasconde l’obiettivo della Russia rafforzare il ruolo dello Stato, dal momento che quasi tutte le risorse naturali sono concentrate nelle sue mani. Se da una parte una tale eventualità non è certo da escludere, dall'altra occorre ammettere che il Governo russo sta cercando di giocare d'anticipo su una crisi che rischia di compromettere il lavoro di stabilizzazione dopo il crollo sovietico. Sicuramente, la crisi potrebbe rallentare la marcia di espansione della Russia, ma nei prossimi due anni di recessione diffusa, prevarrà non chi aumenta la produzione, bensì chi arresta il declino e comincia a ripartire. E oggi, mentre Mosca avverte sulle speculazioni e l'abuso del sostegno dello Stato, gli Stati occidentali alimentano questo tipo di distorsioni senza arrestare quelle manovre scorrette che, in fin dei conti, ci hanno trascinato nella situazione attuale.