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12 marzo 2009

Le vie della seta della Russia


Nascondendosi dietro la necessità di diversificazione delle vie di trasporto per l'approvvigionamento di gas, la Russia continua ad utilizzare l'ennesima "via del gas" come uno strumento per rafforzare la sua posizione nello sviluppo del settore del gas. Mentre la francese GDF-Suez propone di partecipare al progetto del Nord Stream, la Spagna chiede a Gazprom di costruire rapporti analoghi a quelli che unisce la Russia a Germania, Francia e Italia.

In una prospettiva di lungo termine, solo tre paesi avranno la possibilità di garantire la fornitura di gas al mondo, e questi sono la Russia, l'Iran e il Qatar. Lo ha affermato il Vice Presidente del Consiglio di Amministrazione "Gazprom" Aleksandar Medvedev, in occasione delle negoziazioni con la società francese "GDF-Suez" sulla sua potenziale partecipazione alla realizzazione del progetto "Nord Stream". Nascondendosi dietro la necessità di diversificazione delle vie di trasporto per l'approvvigionamento di gas, la Russia si prepara ad utilizzare l'ennesima "via del gas" come uno strumento nelle mani di Mosca per rafforzare la sua posizione e accentrare sempre più la sua figura di "coordinamento" per lo sviluppo del settore del gas. Infatti Mosca diventa sempre più promotore dei progetti "partecipati" per la distribuzione del gas, invitando gli stessi partner europei a contribuire alla realizzazione degli stessi, al fine di creare un sistema energetico integrato. Un quadro che viene a delinearsi sempre più, con l'estensione dei negoziati alle fasi di estrazione, della produzione e dello stoccaggio, verso nuovi Paesi partner. La recente crisi con l'Ucraina ha dimostrato proprio l'inaffidabilità dei Paesi di transito laddove non vi è reale compartecipazione dei Paesi partner, oltre ad una mera strumentalizzazione politica. Usando queste motivazioni come leitmotiv, Mosca sta cercando di fare cerchio con i partner strategici, isolando coloro che sembrano dei sabotatori, in quanto mossi da motivazioni politiche anziché economiche, considerando che quest'ultime assicurano una certa stabilità nel rispetto dei contratti.

È chiaro che le principali contro-parti ambigue restano Polonia e Ucraina, le quali hanno più volte lanciato segnali negativi, inducendo così la Russia ad un programma strategico alternativo per rispettare la tabella di marcia imposta per la ripresa economica e il consolidamento con leader della Federazione Russa. I piani alternativi si chiamano proprio Nord Stream e South Stream, ma si chiamano anche "Iran" e "Qatar", due improbabili alleati con cui stringere un patto di non concorrenza e monopolizzare il mercato del gas dall'Adriatico al Mar Baltico, sino all'estremità dei Perenei. Seguendo le rotte dell'energia, è facile individuare, dunque, anche il percorso logico delle ultime trattative politiche, ossia la riapertura del dialogo con gli Stati Uniti per una cooperazione all'interno della Nato, l'annullamento del progetto dello scudo missilistico in Polonia, ma anche l'intermediazione con l'Iran e la falsa partenza del nucleare civile con il parziale avvio della centrale di Bouchehr. La Russia, in cambio, ha chiesto che Europa e Stati Uniti cambino i loro toni nei confronti di Georgia, Polonia e Ucraina, in maniera tale da assecondare il suo gioco-forza volto a fare arretrare determinate posizioni. I Paesi dell'Unione Europea stanno seguendo, a modo loro, questa linea diplomatica e rispondono positivamente al dialogo, nonché alla partecipazione ai progetti energetici.

Il cambiamento di rotta europeo, lo si può notare con la proposta della francese GDF-Suez a partecipare al progetto del gasdotto del Nord, che raggiunge l'Europa Centrale attraverso il Baltico, aggirando (non a caso) proprio la Polonia. Il presidente della GDF Suez, Jean-François Cirelli, per la prima volta ha ufficialmente riconosciuto che la società francese è interessata ad acquisire una quota di minoranza del Nord Stream AG. Un alto responsabile di Gazprom Export ha detto che la Russia sta effettivamente seguendo delle trattative per la vendita di circa il 9% del capitale sociale del Nord Stream AG, alla società francese, che potrebbe essere firmato entro la fine di marzo. Le stesse fonti Gazprom affermano che, per consentire l'ingresso dei partner francesi, la BASF e E-On sarebbero risposti a cedere il 4,5% alla Francia, riducendo la loro quota al 15,5%. È da notare che le trattative con i francesi giungono all'indomani della trasmissione al Ministero dell'Ambiente di Russia, Germania, Svezia, Finlandia e Danimarca, dell'intero rapporto sull'impatto ambientale del gasdotto, per "esorcizzare" le polemiche scatenate dai Governi dei Paesi baltici sui rischi di inquinamento del Gasdotto. Dopo aver speso oltre 100 milioni di euro per gli studi ambientali, la Nord Stream AG (51% di proprietà della Gazprom) la società ha chiesto che il processo di risoluzione dopo tre mesi di consultazioni con i cinque paesi della zona del Nord Stream, giungano alla fine per poter raggiungere un accordo sulla sicurezza energetica e sul rischio del progetto. La relazione doveva essere completata un anno fa, ma Finlandia, Danimarca e Svezia hanno chiesto un cambiamento di rotta del gasdotto, che ha richiesto la correzione dell'intero progetto.

Le trattative della Russia si sono spinte sino in Spagna, dove Dmitri Medvedev e Jose Luis Rodriguez Zapatero hanno firmato una dichiarazione di partenariato strategico, dichiarando la loro volontà a costruire rapporti analoghi a quelli che uniscono la Russia con la Germania, la Francia e l'Italia. Secondo il Kommersant, questo tipo di accodo, non fa altro che consolidare l'alleanza politica attraverso l'energia con la partecipazione di Gazprom, che ancora una volta ha rappresentato il principale collegamento per lo sviluppo dei legami tra Mosca e Madrid. Il monopolio russo sarà presto nel mercato spagnolo, probabilmente con una partnership della Repsol, interessata a partecipare alla produzione di GNL a Iamal, e con la vendita del gas naturale liquefatto del giacimento di Chtokmanv. Ma ciò che unisce Spagna e Russia, sono anche gli interessi in comune nell'America Latina, dove Mosca e Madrid potrebbero diventare partner nello sviluppo di giacimenti di idrocarburi in questa regione, in cui Repsol ha delle grandi quote di mercato. Infine, ultima ma non meno importante, è la cooperazione tra MOL e Gazprom, che collaboreranno (oltre che al Sud Stream) nel quadro di un accordo firmato martedì a Mosca, nella costruzione di un deposito di stoccaggio sotterraneo di gas in Ungheria, con una capacità di 1 miliardo di metri cubi, rispondendo alla metà del fabbisogno annuale del paese del combustibile blu.
È evidente che le antiche rivalità che dividevano Stati Uniti e Russia, ma anche la stessa Unione Europea da Mosca, si stanno lentamente colmando, e potrebbero cancellarsi del tutto quando si raggiungerà un accordo anche sull'Iran, ossia quando questa sarà consacrata gigante del gas e non del nucleare. Restano da definire i ruoli degli Stati "cuscinetto", come Ucraina e Polonia, e delle regioni di transizione, quali i Balcani e il Caucaso, sui quali potrebbero continuare a scontrarsi il blocco occidentale e quello orientale.

10 marzo 2009

L'Еuropa frantumata in tre parti?


L'Agenzia di intelligence americana CIA ha stilato un quadro sulla futura conformazione dell'Europa nel 2020, dividendo il continente europeo in tre blocchi di divisione territoriale e per zone di influenza. Il rapporto della Cia, trova però un'immagine speculare in un documento simile stilato da esperti di intelligence russa, secondo il quale, entro il prossimo anno, il Presidente Barack proclamerà uno Stato di emergenza, ed entro il 2011 gli Stati Uniti d'America si frantumeranno in Paesi, mentre Russia e Cina diventeranno la colonna portante del Nuovo Ordine Mondiale.

L'Agenzia di intelligence americana CIA ha stilato un quadro sulla futura conformazione dell'Europa nel 2020, dividendo il continente europeo in tre blocchi di divisione territoriale e per zone di influenza. La cosiddetta Europa Occidentale, che comprenderà Germania, Francia, Gran Bretagna, e Austria, accanto poi a Spagna e Italia, si affiancherà alla Seconda Europa, denominata Nuova Europa, in cui confluirà Estonia, Lituania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Polonia, insieme poi a Slovenia e Croazia. Il blocco orientale sarà costituito, secondo lo stesso rapporto della CIA, dalla Federazione Balcanica che include il Sud Est Europa, con popolazione a maggioranza ortodossa, includendo oltre ai Balcani Occidentali anche Romania, Bulgaria e Grecia. Un quadro che ci riconduce allo stesso programma di espansione dell'ex Presidente jugoslavo, Josip Broz Tito, o al vecchio Impero d'Asburgo, "sotto il controllo economico della Germania e il patronato degli Stati Uniti", come sottolinea il rapporto della CIA. L'analisi precisa inoltre che la crisi globale degenererà al punto da sfociare in moti rivoluzionari all'interno dell'Europa, e che di conseguenza i Paesi balcanici non entreranno mai nell'Unione Europea. Per cui, come gli analisti ussi prevedono la frantumazione dello Stato Americano, la CIA annuncia che anche la UE si spaccherà in tre entità divise tra di loro e differenti per il sistema economico e sociale.

Ivan Sijakovic, sociologo di Banjaluka, commentando la notizia giunta in Bosnia Erzegovina, ha chiarito che queste dichiarazioni potranno essere solo dei giochi di potere, al solo scopo di tenere in sospeso Stati con il continuo timore di insicurezza ed esclusione politica. "Alla base di questa previsione vi è un gioco di potere. Il potere economico e militare che gli Americani avevano in passato non basta e ora usano gli scenari futuri. Lo scopo resta quello di destabilizzare gli altri Stati. Il controllo con la paura e l'insicurezza degli altri Stati non sono spesso vicini alla realtà", ha dichiarato Sijakovic per il quotidiano Fokus di Banjaluka. Questi rapporti che dipingono scenari con storie più o meno false o vere, come "le previsioni del tempo" alla vecchia maniera senza tecnologie, inducono le persone a sperare in un futuro non sicuro, estraniandosi dalla vita quotidiana con l'immagine che "in casa degli altri" si vive peggio. Il rapporto della Cia, trova però un'immagine speculare in un documento simile stilato da esperti di intelligence russa. Così dall'altra parte dell'Atlantico, risponde Igor Panarin, ex portavoce dell'Agenzia cosmonautica russa e analista presso il KGB, ha previsto che il prossimo anno il Presidente Barack proclamerà uno Stato di emergenza, ed entro il 2011 gli Stati Uniti d'America si frantumeranno in Paesi, mentre Russia e Cina diventeranno la colonna portante del Nuovo Ordine Mondiale.

Panarin ritiene che il tenore morale e lo stress psicologico che è presente in America da anni, sta provocando una situazione estrema sia nel tessuto sociale che in quello istituzionale, e in questa chiave di lettura esamina le decisioni prese sia dall'UE che dagli stessi Stati Uniti. "Sono stato in America poco tempo fa e, vedendo cosa accade, posso dire che quella terra è ormai lontana da quello che si chiamava ‘american dream’ ", afferma Panarin, parlando così di un vero e proprio crollo del Sistema americano, che beneficerà invece la crescita di Russia e Cina, le quali riusciranno a costruire un sistema economico che li farà uscire da questa crisi in maniera più rapida e semplice. Panarin ritiene che ciò che unisce Russia e Cina, potrà rafforzare anche le economie degli altri Paesi, dando un nuovo corso al valore che ora ha il dollaro sui loro mercati. Per quanto riguarda il piano di cambiamenti dei territori, Panarin ritiene che la stessa Al Qaeda avrà un ruolo determinante. Il piano si basa su sette fasi principali, completando la sua dinamica nel 2020. La più interessante sembra la quinta fase, prevista per il 2013, quando sarà proclamato lo Stato islamico (Kalifat), e ad esso viene conferito il ruolo di partecipare alla creazione del nuovo ordine mondiale. Da questo momento in poi comincerà la sesta fase, che vedrà l'ultimo scontro tra credenti e non credenti religiosi. La settima fase è denominata "la vittoria finale", e si avrà quando il resto del mondo sarà sottoposto alla religione musulmana.

Da tale analisi, Panarin ricorda quando spesso si affermava che la zona dei Balcani, della BiH, della Croazia e del Kosovo erano molto importanti per l'avanzamento della religione islamica in Europa. Della stessa opinione è anche Dzevad Galijasevic, esperto dei crimini dei Mujahedin, secondo il quale questa è solo l'attuazione del vecchio piano della CIA, già noto a coloro che seguono da tempo le dinamiche nei Balcani. "Il documento della CIA è stato pubblicato per attuare un piano e un'ideologia che gli USA non hanno abbandonato. Proprio per questo in Bosnia, Kosovo, Montenegro e Macedonia le controversie tra le etnie non sembrano finire. Tendono dunque a creare una trasversale di tensioni nell'UE", dichiarava Galijasevic. Ad ogni modo, ogni piano evidenziato dalle rispettive intelligence, evidenziano come dovrà essere negoziato in futuro il nuovo accordo tra i blocchi continentali, minacciando da una parte la spaccatura dell'UE e dall'altra l'avanzare dell'islamizzazione e delle divisioni etniche anche nel mondo occidentale. Gli Stati Uniti stanno tentando, in maniera evidente, di ottenere una posizione strategica all'interno dell'UE, ma allo stesso tempo provocano tensioni interne, ben sapendo che l'Europa dipende più da Russia e Cina che dall'America. Se gli Stati Uniti e la CIA trattano la guerra come "scontro tra civiltà", in cui ognuno aspira ad ottenere il potere centrale, Cina e Russia spero in un'alleanza sempre più forte, con la quale potranno rispondere ad armi pari.

Rinascita Balcanica

06 marzo 2009

La crisi sintetica


Dal Baltico all'Adriatico la crisi serpeggia in tutti i governi. Quasi in modo ossessivo si cerca di uscire dall'impasse in cui l'Europa e i Paesi Nato sono caduti, e per far questo che vediamo nascere l'amicizia russo-italiana, le scuse del Governo italiano ad Muammar Gheddafi, le proposte di riconciliazione tra Russia e Nato. Queste sono soluzioni rapide che vengono escogitate per chiudere una "crisi sintetica", ossia una crisi diplomatica che in realtà non esiste ed è stata creata solo per giustificare una decisione che sta alla base, ed è molto più difficile da accettare per l'opinione pubblica.

La Conferenza per la cooperazione della sicurezza delle frontiere, a cui ha partecipato anche il Ministro degli interni italiano Roberto Maroni, è stata la solita giostra diplomatica senza fine. Si parla sempre di sforzi per la lotta alla criminalità transfrontaliera, dei traffici e dell'immigrazione illegale, che passano necessariamente per l'instaurazione di un regime di controllo dei confini e dei flussi di migrazione e circolazione delle persone attraverso sistemi biometrici. L'Unione Europea chiede ai Paesi che si apprestano ad entrare nello spazio Schengen, la cosiddetta lista bianca, imponendo rigide condizioni prima di concedere la liberalizzazione dei visti. Delle richieste che si trasformano con brevi passaggi in un vero e proprio dictat, quando poi sappiamo bene che in Europa, e nella stessa Italia, sono stati costruiti dei campi di accoglienza, adibiti spesso a "lager" per gente che è davvero disperata.

Bisogna anche chiarire bene che cos'è il traffico di essere umani e le false statistiche; se in Italia ci sono statistiche molto elevate sulla scomparsa dei bambini, è dovuto anche al fatto che il rilascio dei visti da parte delle autorità consolari è sempre più difficile, mentre i ricongiungimenti familiari sono sempre più ostacolati dalle legge e dalle quote flussi. Del resto è impossibile impedire a chi vive da anni in Europa, o in Italia, di rivedere i propri figli, anche se ci sono molti casi in cui madre e figli non si vedono per moltissimi anni. Da qui derivano quegli stratagemmi sicuri per il trasporto dei bambini, passando le frontiere con un falso nome per poi raggiungere i loro famigliari: dopo questo ricongiungimento extra-legale, quel nome falso registrato dalla dogana diventa un numero, una statistica che non ha però un riscontro con la realtà. Tra l'altro, sono molto rari i casi in cui vengono venduti i bambini nei Balcani, anche se i quotidiani europei hanno sempre puntato molto sull'esistenza dei traffici di essere umani.

Sarebbe bene invece tenere a mente che "per ogni disperato, qualcuno prende dei soldi", iperfinanziato dalle false politiche di assistenzialismo, le stesse che i Governi di Paesi come Libia e Albania (etc.) saranno pronti a ricordare ai nostri ambasciatori quando occorrerà discutere ad un tavolo diplomatico di investimenti e sovvenzioni. In realtà e un business-to-bussines, visto che mentre i nostri ambasciatori raccontano ai Governi delle "nuove democrazie" che l'Europa è una terra promessa, i Governi chiedono ai propri cittadini sacrifici e dedizione per il sogno europeo, ma tutto ciò che avranno sono politiche di delocalizzazione, di privatizzazione e di concessioni ed appalti. Il sogno europeo è tutto lì, è una trattativa di affari, in cui viene negoziata la libera circolazione delle persone (diritto dell'uomo fondamentale) con l'apertura al libero mercato, alla nuova moneta"forte" e alle ristrutturazioni delle società dello Stato. Questo miraggio lo conosce bene la Croazia e i cantieri navali croati, lo conosce il Montenegro e la sua costa sfigurata dai nuovi centri turistici, lo conosce anche l'Albania che in passato ha già dato il suo tributo di vite umane dopo che ha accolto nella sua economia le piramidi finanziarie. In maniera diversa, lo conosce anche la Serbia, che chiede continuamente "scusa" per i crimini del passato, del presente e degli eventuali in futuro, pur di avere l'opportunità di sdoganare la sua immagine sfocata.

Dal Baltico all'Adriatico, la crisi serpeggia in tutti i governi, dai Polacchi che ormai si stanno rassegnando all'idea che lo scudo non ci sarà più, agli slovacchi, che sperano ancora in un ripensamento di Washington. La grande macchina della propaganda americana, pur di aiutare l'amministrazione Obama a chiudere ogni rapporto con la Polonia, arriva persino ad affermare che il Governo polacco è "antisemita", cadendo così nel patetico e nel ridicolo. Queste categorie di concetto sono state così inflazionate che hanno perso proprio di significato, e come vi sono le leggi contro il negazionismo, vi dovrebbero essere altrettanti leggi che vietano di utilizzare queste accuse in maniera gratuita, solo per rispondere alle esigenze degli altri vertici politici ebbene che i politici ed economici. Quasi in un modo ossessivo si cerca di uscire dall'impasse in cui l'Europa e i Paesi Nato sono caduti, e per far questo che vediamo nascere l'amicizia russo-italiana, le scuse del Governo italiano ad Muammar Gheddafi, le proposte di riconciliazione tra Russia e Nato, e persino i blitz di agenti di massima sicurezza negli uffici del gigante del gas ucraino. Queste sono soluzioni rapide che vengono escogitate per chiudere una "crisi sintetica", ossia una crisi diplomatica che in realtà non esiste ed è stata creata solo per giustificare una decisione che sta alla base, molto più difficile da accettare per l'opinione pubblica.

I Balcani, in questo momento, sono asserragliati da crisi sintetiche di questo tipo, arricchite da eventi e sfumature spesso impercettibili. Ad esempio, la controversia del confine croato-sloveno viene arricchita di significato dalla scoperta di una fossa comune in Slovenia di 250 vittime del regime croato nazista degli Ustasha. Ancora, sembra che organizzazioni albanesi stiano preparando un attentato contro il Ministro degli Esteri serbo Vuk Jeremic e il Presidente Boris Tadic, mentre la Bosnia diventa ancora una volta una "persecuzione" dell'amministrazione americana come possibile polveriera dei Balcani, quando in realtà è solo un Paese in cui nessuno è d'accordo sin dal tempo dei turchi. La Macedonia, da parte sua, ha deciso di riaprire l'inchiesta sulla morte del loro Presidente in un tragico incidente aereo, che ha avuto come testimoni di eccellenza proprio un contingente Eufor. Il Kosovo, infine, tira calci nel tentativo di rendersi autonomo ed uscire dal labirinto del "protettorato"perpetuo, al punto che alcuni membri della Nato stanno decidendo di rinunciare alla pacificazione kosovara, per andare ad "esportare democrazia" in Afghanistan. Il più simpatico, come sempre, è stato Sali Berisha che, spazientito dalle scuse e dagli alibi addotti dalla Presidenza ceca, comincia a fare battute sull' "acqua entrata nella casa europea", affermando così che, anche se l'Europa non può accogliere degli ospiti, nello stato in cui si trova la sua casa, l'Albania non aspetterà che "l'acqua venga scaricata", e dunque presenterà la sua richiesta di adesione.

Queste crisi sintetiche continuano ad arricchire la cronaca quotidiana dei nostri giorni, ma chi le ha alimentate in questi anni, trascinando in queste situazioni, sono proprio quelli che oggi giudicano e chiedono l'attuazione di protocolli senza senso. Così si va avanti con strette di mano, firme e foto, con sforzi e lotte, ma alla fine sono solo parole, e per i Paesi balcani e dell'Est, una frase scatena subito attriti e conflitti. Parlare di leggi, di direttive europee, di standard internazionali, equivale a ricoprire questa realtà di un velo di perbenismo, per nascondere tutte le contraddizioni e i crimini che in passato sono stati tollerati per fini meramente utilitaristici. Oggi, gli stessi crimini, vengono riutilizzati per ricattare questi Paesi e costringerli a sottostare, ancora ad una volta, al volere dei vertici, dando loro sono un rapido assaggio di quella terra promessa di cui non godranno mai i benefici, ma ne pagheranno solo il prezzo. Questo falso perbenismo da quattro soldi è tipico dell'Europa che è sempre stata in guerra esportando all'estero le crisi e le missioni di pace; una politica deleteria perché, mentre certi Paesi stanno chiudendo le porte, l'Europa vede di nuovo la guerra in casa propria. Dal Baltico all'Adriatico si sta così venendo a creare una nuova struttura, che molti vogliono chiamare la nuova Europa, altri invece semplicemente Est.

05 marzo 2009

Gli Stati Uniti alla ricerca di un accordo storico?


Il Presidente Barack Obama ha inviato al suo omologo russo Dmitri Medvedev una lettera in cui viene accennata la possibilità per gli Stati Uniti di abbandonare l'istallazione dello scudo anti-missilistico ABM in Europa "in cambio" di un aiuto per risolvere la questione nucleare iraniana. Mosca non ha ancora risposto alla proposta del Presidente Obama, ma il presidente russo aveva già parlato del suo prossimo incontro con Barack Obama al prossimo G20 di Londra per discutere delle stesse tematiche.

Che gli Stati Uniti siano alla ricerca di un accordo con la Russia vi sono ormai pochi dubbi, e ciò non solo a causa dell'avanzare della crisi economica, ma anche del cambiamento degli assetti delle zone di influenze. Volendo stigmatizzare la situazione attuale, possiamo affermare che la cosiddetta "crisi globale" c'entra ben poco nella decisione degli Stati Uniti di avvicinarsi alla Russia con toni meno ostili: per alcuni può essere la nuova politica rivelatrice di Obama, per altri può essere la semplice constatazione che la Guerra Fredda è finita negli anni '90 e all'indomani della guerra al terrorismo "globallizzato". Un accordo con la Russia si è reso necessario da tempo, come constatato già da Vladimir Putin e George Bush, ma occorrevano le giuste condizioni per rinegoziare i trattati e porre le nuove basi della sicurezza internazionale. Il "giallo" del "new deal" degli Stati Uniti nei confronti di Mosca sembra essere scoppiato con la lettera che il Presidente Barack Obama ha inviato al suo omologo russo Dmitri Medvedev, nella quale - secondo il New York Times prima, e il Kommersant dopo - è stata accennata la possibilità per gli Stati Uniti di abbandonare l'istallazione dello scudo anti-missilistico ABM in Europa "in cambio" di un aiuto per risolvere la questione nucleare iraniana.

Tralasciando la polemica poi sollevata sulla veridicità o meno della lettera destinata a Medvedev, nonostante sia comunque un dettaglio da non trascurare, la proposta di intavolare un dialogo sia sul programma nucleare iraniano che sulla questione ABM con la Russia viene confermata anche dal Segretario della Difesa Robert Gates . "E 'evidente che se vi è un modo per convincere l'Iran a sospendere il loro programma nucleare, è quello di farlo insieme", ha detto in una conferenza stampa a fianco il suo omologo francese Hervé Morin, auspicando così una "partnership globale" con la Russia nel campo della sicurezza nucleare e missilistico di difesa, affermando che i missili testati dall'Iran sono una minaccia sia per l'Europa orientale sia per la Russia. Lo stesso Gates aveva dichiarato, quasi senza esitazione, in un'intervista a metà febbraio, per il quotidiano polacco Rzeczpospolita che il futuro del sistema di difesa missilistico per i missili Patriot in Polonia dipendeva direttamente dalla posizione di Mosca nei confronti dell'Iran. Se la Russia accetta il punto di vista americano, e farà pressioni su Teheran ad abbandonare lo sviluppo del suo programma nucleare, il dispiegamento di missili di difesa e, quindi, dei missili Patriot in Polonia non sarà più necessario.

Mosca non ha ancora risposto alla proposta del Presidente Obama, considerando che il presidente russo aveva già parlato del suo prossimo incontro con Barack Obama al prossimo G20 di Londra per discutere delle stesse tematiche. Tuttavia, nonostante le schermaglie, si può ipotizzare che un accordo tra Washington e Russia sia cominciato già tempo fa, aspettando ora la sua consacrazione anche all'interno delle Organizzazioni Internazionali. Il Cremlino, in questi anni, ha consolidato la sua posizione internazionale, vincendo guerre diplomatiche e silenziose in maniera molto graduale, prima tra tutte quella del gas, guadagnando così il rispetto (o il timore) dell'Unione Europea , poi quella economica riscattando la propria credibilità presso le istituzioni finanziarie internazionali, ed infine quella corpo-a-corpo con il conflitto caucasico contro la Georgia, in occasione della quale ha ottenuto anche il riconoscimento della legittimità dell'intervento militare da parte dei Paesi Europei. Queste tre condizioni le hanno permesso di rivestire un ruolo di una certa autorità presso Stati come Germania, Italia e Spagna, presso parte del mondo arabo e dell'America Latina, gestendo le proprie trattative sempre con contratti e accordi di cooperazione economica alla mano. Così mentre l'America si dissanguava in Iraq e Afghanistan, in una guerra contro il terrorismo già fallita, la Russia ha prestato attenzione alla sua crescita economica, per riconquistare anche una posizione diplomatica autorevole, per sedersi ad un tavolo di trattative alla pari.

Il primo passo indietro è stato fatto sull'istallazione del nuovo sistema di difesa missilistico (ABM) nel territorio della Polonia, con 10 missili intercettori e di una grande stazione radar nella Repubblica Ceca prima del 2013. Questi progetti non sono stati propriamente abbandonati ma "sottoposti a revisione" in termini di efficacia e di necessità, soprattutto per le spese che richiedono. Al termine della sua riunione del 25 febbraio con il Segretario di Stato Hillary Clinton, Radoslaw Sikorski ha chiesto esplicitamente che, indipendentemente dalla presenza o l'assenza di nuovi missili intercettori in Polonia, venisse comunque distribuita una batteria di missili anti-Patriot in Polonia, insistendo che venissero installati in Polonia prima che fossero trasferiti in Germania "per rotazione". Varsavia non sembra disposta a rinunciare ai 20 milioni di euro derivanti dai diritti per ospitare sul suolo polacco il terzo settore di posizionamento per la difesa missilistica degli Stati Uniti e per l'ammodernamento del esercito polacco. D'altro canto c'è l'ipotesi dell'Albania, che ha già espresso la sua disponibilità, e potrebbe essere una valida alternativa che consenta anche di raggiungere un compromesso con la Russia per la riduzione delle armi strategiche offensive dell' 80%, vale a dire ridurre il numero di testate nucleari strategiche per 1.000 pezzi.

È ovvio che la Russia ha poche motivazioni a ridurre le sue armi, in quanto convenire sulla richiesta degli americani creerebbe uno squilibrio delle forze nucleari, per dare automaticamente una superiorità agli Stati Uniti che, di questi tempi, è un grande onere da gestire. Per quanto riguarda l'Iran, poi, Mosca non si è mostrata poco indifferente alle possibilità di cooperazione sul nucleare iraniano, senza tuttavia mostrare alcun atteggiamento di liberalità totale. Ha però completato la costruzione della prima tranche della centrale nucleare di Bouchehr - tra l'altro contestualmente alla prima crisi dell'ABM in Polonia - e si appresta ora a concludere i relativi contratti, al fine di proseguire la cooperazione in questo campo. La risposta della Russia alla proposta di Medvedev è stata proprio la visita a Teheran del ministro dell'Energia russo Sergei Chmatko, per incotrare il capo della Organizzazione dell'energia atomica iraniana Gholamreza Aghazadeh, confermando così l'impegno nella cooperazione nel nucleare civile. L'attivazione della centrale di Bouchehr è stato tra i temi discussi durante i colloqui, mentre Mosca ha garantito di consegnare un reattore VVER-1000, di fornire combustibile nucleare e formare degli specialisti. Allo stesso tempo, Russia e Iran hanno confermato le grandi potenzialità per la cooperazione nel settore petro-gassifero, e la realizzazione di grandi progetti infrastrutturali per lo sfruttamento delle grandi risorse energetiche dell'Iran.

La Russia non vuole negoziare né sull'Iran e né sulle armi, e dunque c'è da chiedersi cosa intende proporre come merce "di scambio" dinanzi al compromesso avanzato dagli Stati Uniti. È probabile che Mosca chiederà un maggior potere decisionale all'interno degli organismi internazionali, con la riconfigurazione dell'Alleanza Atlantica e degli Accordi di Bretton Woods, cercando così di escludere dai progetti di ampliamento di tali strutture Stati che non sono nella propria zona di influenza e rappresentano una "spina nel fianco" per i progetti russi, quali l'Ucraina e la Georgia. Non è da escludere che sarà negoziato anche la stabilizzazione definitiva dei Balcani, dove ci si aspetta la risoluzione delle crisi rimaste ancora irrisolte e complicano notevolmente i progetti di investimento verso la porta d'Oriente che si affaccia sul Mar Adriatico. Infatti, occorre dare alla Bosnia una riforma costituzionale che rispetti gli Accordi di Dayton e le nuove esigenze di integrazione euro-atlantica; allo stesso tempo occorre restituire alla Serbia il ruolo centrale per gli appartiene per l'economia della regione; alla Croazia occorre dare una soluzione di mediazione con la Slovenia, ma anche un reale processo sui reati commessi in passato. Inoltre l'ex Repubblica jugoslava di Macedonia sta aspettando ancora un nome, mentre il Kosovo aspetta un'identità. Ad ogni modo si tratta di "crisi sintetiche" che possono facilmente trovare una soluzione, e che probabilmente la avranno non appena russi e americani si siederanno allo stesso tavolo di trattative.

Un ulteriore aspetto da considerare è il ruolo della mediazione tra questi grandi colossi, che probabilmente spetterà all'Italia, piccola ma grande alleata della Russia. Come affermato dal Ministro degli Esteri Franco Frattini "è necessario creare un gruppo di contatto con la Russia", "un foro permanente dove prevalga lo spirito favorevole alla collaborazione" ."L’Italia è considerata il miglior amico della Russia nell’Ue", afferma Frattini in un'intervista per il quotidiano Libero, osservando inoltre che l’Italia è un anello di congiunzione tra Occidente e Russia, e il primo passo lo ha fatto proprio con la restituzione della Chiesa ortodossa di San Nicola di Bari al Patriarcato di Mosca, un forte gesto politico del Vaticano stesso. La conciliazione reale tra Russia e Occidente doveva, infatti, passare per forza attraverso la restituzione di quella Chiesa, come previsto e spiegato dalla intelligence economica della Etleboro ONG, la prima organizzazione che ha parlato del "servizio segreto ortodosso" e dei piani di riavvicinamento della Russia all'Europa (si veda Il potere ortodosso avanza e Barack lancia la guerra cybernetica ), passando attraverso una fitta tela di rapporti diplomatici e di accordi economici. Quanto preannunciato sta dunque accadendo, e le successive prove di questa riconfigurazione dell'assetto della sicurezza internazionale, si materializzeranno con l'effettivo riequilibrio dei poteri.

03 marzo 2009

Dopo la crisi, gli USA si accordano sui Balcani?


Un report riassuntivo che, con un rapido excursus degli eventi più significativi, traccia un quadro sommario di come gli Stati dei Balcani affrontano le loro sfide di "europeizzazione". Le contraddizioni e i contrasti sono sempre più evidenti, con gli Stati Uniti di Barack Obama ancora in prima linea, nonostante la nuova amministrazione tenga a precisare che "la politica verso i Balcani" non è stata ancora decisa. Eppure, se da una parte sostiene l'indipendenza del Kosovo, dall'altra alimenta la campagna di criminalizzazione della Serbia, mentre accentra su di sé le decisioni risolutive per la Bosnia Erzegovina. I Balcani, tuttavia, dimostrano di essere, ancora una volta, alla mercé di Washington, che usa queste terre per intavolare trattative.

Serbia. La Serbia protesta per la condanna dei suoi ex funzionari a L'Aja , ma intanto il Presidente nazionale per la cooperazione con l'Aja Rasim Ljajic assicura che Mladic sarà arrestato entro la fine dell'anno. Al contrario, è stato rilasciato Milan Milutinovic, ex Presidente serbo durante la guerra del 1999, che probabilmente è già arrivato a Belgrado, ma è altamente improbabile che diventerà una figura politica di riferimento. In pieno clima di polemiche sui crimini dei serbi, il quotidiano francese "Le Monde" scrive un editoriale nel quale definisce i bombardamenti alla Serbia nel 1999 illegali ma legittimi, adottando così il solito registro linguistico diplomatico e burocratico per ingannare chi ascolta, e rinegoziare quella verità che hanno sempre rivenduto come pappagalli, senza però darlo a vedere.
Dal punto di vista della politica interna, il Presidente Bosis Tadic ha confermato che sosterrà la decentralizzazione della Vojvodina e il diritto all'autonomia della provincia, se questo non mette in pericolo l'integrità territoriale della Serbia. Inoltre il Ministero della Difesa annuncia un progetto di legge per l'uso dell'esercito della Serbia e di altre forze di difesa in operazioni multinazionali al di fuori dei confini della Serbia. Nonostante le prove di resistenza, la crisi nel governo serbo si fa sempre più sentire, e come l'America abolisce per il momento la pena di morte per via della crisi, cosi Tadic sostiene che fare delle elezioni anticipate graverebbe sull'economia del Paese, per cui bisogna resistere così ed andare avanti. Allo stesso tempo, si affila sempre più la guerra diplomatica tra Kosovo e Serbia, anche se serbi e kosovari si alleano per partecipare come consorzio alla gara per il quarto operatore di telefonia mobile in Albania.

Bosnia.
Sembra che il nuovo Alto Rappresentate della Comunità Internazionale a Sarajevo, forse l'ultimo Altro Rappresentante della Bosnia sarà l'austriaco Valentin Inzko, ma non vi è stata ancora nessuna ufficializzazione in quanto si attende la conferma del Peace Implementation Council. Su questa notizia, i media bosniaci, alimentati dalle indiscrezioni delle "fonti americane", hanno creato un vero e proprio giallo, arrivando persino ad affermare che possa tornare Paddy Ashdown. Fonti della Comunità Europea assicurano solo che esiste un candidato comune, escludendo ogni altra assurda teoria che possa essere stata pubblicata dai media. E' chiaro però che gli americani cercano di darsi importanza, lasciando pensare che sia la loro parola finale, il verdetto determinante per la nomina dell'Alto Rappresentante.
Intanto, sul fronte interno, la situazione non è certo migliore, come sottolineato dal capo dell'SDP che appello ai politici di partiti di non comportarsi come adolescenti, perché hanno superato ogni limite. Tra l'altro, il primo marzo è la festa della federazione bosniaca, mentre la Srpska ha festeggiato il 9 gennaio. Non sappiamo fino a che punto un paese con due feste della repubblica, possa essere considerato uno "Stato". Silajdcic, membro della Presidenza della Bosnia, ha tuttavia dichiarato che vi è ora il diritto del popolo bosniaco a costruire la Bosnia Erzegovina, ma detto da lui, non si sa se crederci o meno, anche perché ne hanno dette tante in questi giorni, che i cittadini non sanno più se essere disperati per loro o per le bollette che arrivano. Le amministrazioni locali di tutta la Bosnia sono in preda ad un "raptus collettivo", mandando in confusione dipendenti, imprenditori e funzionari, che non sanno più cosa stia accadendo al bilancio dello Stato. Per questo motivo tutti i leader si sono affrettati a dire che l'Europa ha risposto alla crisi e che presto arriveranno i soldi dalla Banca Mondiale.
Ad ogni modo, la grande bufala della settimana l'ha pubblicata il New York Times, secondo cui la Republika Srpska chiederà l'indipendenza, mentre i croati invieranno un loro contingente per proteggere la minoranza croata. Subito però ha risposto il Ministero Croato dicendo che essa rispetta la sovranità e l'integrità territoriale della Bosnia Erzegovina.

Kosovo.
Le varie dichiarazioni su questa "improbabile alleanza" tra Stati Uniti e Kosovo risuonano in maniera un po' diversa rispetto alle ultime sentenze di Sejdiu e di Tachi, cercando di dare l'impressione che vi è stata una specie di marcia indietro della politica americana verso i Balcani. L'ex ambasciatore degli Stati Uniti presso l'ONU, John Bolton, sostiene che ancora non è chiara la politica della nuova amministrazione di Barak Obama, aggiungendo poi che la questione della indipendenza non è ancora completata. Questo è il solito trucco di far intervenire gli ex funzionari del Kosovo per far parlare di sé e prendere tempo nelle varie trattative: in realtà non c'è niente di nuovo, gli americani hanno fatto le solite promesse ai leader kosovari, quando in sottofondo stanno trattando la cancellazione del progetto dello scudo in Polonia, per poi trovare un punto di incontro nei Balcani. Così, mentre con la mano destra cercano di aumentare le tensioni proprio per cercare di ottenere un minimo riconoscimento da parte della Serbia dell'indipendenza del Kosovo, con la mano sinistra lascia che la Serbia faccia accordi con l'Eulex, la quale ha lo scopo di disapplicare la stessa risoluzione a favore del Piano Ahtisaari senza però dare la completa autonomia a Pristina. Infatti, nel momento in cui i serbi che lavorano nel sistema giuridico si sono resi conto che i giudici e i magistrati dell’Eulex usano i sigilli della cosiddetta Repubblica del Kosovo, subito sono cominciate le manifestazioni. Questo è anche un modo per provocare e poi studiare le reazioni. Dalla parte albanese vi è sempre un Thaci "più creativo che mai", che va in America e afferma che nessun serbo ha lasciato il Kosovo quando vi è stata la proclamazione dell'indipendenza: detto da lui, segno inequivocabile di garanzia, sarà sicuramente vero. La KFOR, nel frattempo, ha annunciato che comincerà a ridurre il contingente dispiegato fino a circa 15 mila uomini.
Intanto continua il saccheggio delle aziende e delle proprietà serbe, si cerca di depositare all'estero i soldi, mentre le banche continuano ad accettare ogni cosa purchè si vada avanti , finchè dura. L'economia però soffre, e da giorni è cominciato lo sciopero generale di tutti gli operatori sanitari del Kosovo chiedendo l'aumento salariale, oggi fermo a 250-300 euro, mentre i dirigenti dei partiti viaggiano con macchine da 60 mila euro.

Montenegro. La gran loggia di Londra ha acconsentito alla creazione di una nuova loggia massonica in Montenegro. Lo stesso avvocato Novica Jovovic si meravigliava tempo fa del fatto che così rapidamente, la madre di tutte le madri delle logge massoniche, aveva accettato immediatamente la proposta del Montenegro.Magari anche la Croazia adesso immagina di vederli tutti con i "grembiuli" da massone nelle cerimonie ufficiali, ma il problema sarà convincere un montenegrino a farsi chiamare "muratore" invece di "boss".
È ovvio che i montenegrini hanno bisogno di soldi, e questo ormai è evidente a tutti, anche perché gli investitori esteri stanno andando via. Lo scoppio della bolla immobiliare ha fatto cadere già le prime teste, come pure la crisi del mercato mondiale, che sta decimando il settore siderurgico. La notizia preoccupante è però che la gara d'appalto sul cantiere navale Adriatico è saltata, mentre la società di Abu Dhabi ha fatto qualche passo indietro sull'acquisto del pacchetto azionario di maggioranza. Ultimo colpo di coda potrebbe essere quello della famiglia reale del Qatar Al-Thani, interessata a degli investimenti nell' economia croata e alla costruzione del terminal di GNL.
Per dare una mano all'attrazione di investimenti si arriva a promulgare la controversa legge sulla vendita e la concessione di risorse naturali a favore di investitori esteri: se da una parte lo Stato non concederà la vendita del patrimonio naturalistico, dall'altra aumenterà la durata delle concessioni ultra trentennali. Una mossa astuta prima di sciogliere completamente l'esecutivo. Ma comunque si può apprezzare l'operazione condotta dalla polizia che ha scoperto un traffico di 2.5 tonnellate di hashish in due mesi.
Ad ogni modo, tanto per cambiare, la minoranza albanese in Montenegro si è divisa, tale che avranno due candidati da presentare come Premier, ossia Nika Deljosaja e Vaselj Sinistaj.

Croazia. Si fa sempre più tesa la situazione con la Slovenia, con l'Europa che comincia a bacchettare silenziosamente Lubiana, che si è auto-proclamata giudice dell'integrazione dei Paesi balcanici, quando in realtà è evidente che "chi non conta nulla in Europa, è quella che fa parlare più di sé". Anche perche lo stesso Istituto di cartografia Sloveno ha dichiarato di essere in possesso di una mappa che inequivocabilmente dimostra che la Slovenia non poteva reclamare nessun territorio. Forse da questo nasce l'idea del referendum per l'ingresso della Croazia nella NATO. Ma la Slovenia non è nuova alle "bufale" mediatiche di grande effetto, basti pensare al famoso, ma purtroppo inesistente, bombardamento di Lubiana.

Albania.
Le autorità consolari italiane hanno avuto un gran daffare, tra l'incidente che ha colpito un imprenditore italiano, Tiberio Putiniano, minacciato con una pistola e travolto da un'auto, e il sequestro di un peschereccio italiano, forse in panne, perso nelle acque albanesi. Così mentre l'Albania si sta avvicinando alle elezioni, il Governo amplifica i suoi dati statistici, mentre dall'altra parte vi è una crisi spaventosa con il crollo vertiginoso degli affitti: insomma è finita la pacchia, e ne vedremo delle belle dopo le elezioni , quanti cadranno come birilli. Nel frattempo si è aperto un vero e proprio giallo per il bando delle frequenze del quarto operatore di telefonia mobile. Secondo il deputato socialista Erion Brace, dietro il consorzio kosovaro si nasconde, in realtà, un accordo tra serbi e kosovari. I media cercano di collegare questo evento al fatto che Hashim Thaci, 10 giorni fa, è stato sorpreso dalla televisione macedone A2 all'uscita di un ristorante di Skopje, in compagnia di "personaggi balcanici". Visibilmente imbarazzato, alla domanda della giornalista sul motivo del suo viaggio a Skopje, afferma che aveva fatto 2 ore di strada per "mangiare un'insalata macedone".

Macedonia. Anche la Repubblica di Macedonia è in piena campagna elettorale per le sue elezioni presidenziali. I partiti albanesi hanno raggiunto un'intesa a non mostrare le bandiere del proprio partito, ma solo i nomi dei propri candidati. Tuttavia i partiti albanesi lamentano ancora una sorta di "discriminazione", da parte della polizia macedone, nei confronti dei teppisti a seconda della loro etnia. Ma siamo in campagna elettorale, e questi trucchi di vittimismo e protezionismo funzionano sempre.

02 marzo 2009

I Balcani divisi tra giustizia e memoria


L'entrata della Slovenia in Europa, prima e in maniera separata rispetto ai Balcani Occidentali, e la criminalizzazione della Slovenia, stanno contribuendo sempre più alla instabilità di questa regione. Il grande paradosso del potere della Slovenia lo si può vedere anche con gli occhi degli stessi italiani, che devono lottare, ancora oggi, per il riconoscimento della memoria delle foibe. L'ultimo sconcertante episodio lo racconta il gruppo di esuli italiani bloccati da una manifestazione di "esaltati" nostalgici dell'armata di Tito, mentre si recavano a rendere omaggio alle vittime delle foibe (nella foto).

La frammentazione programmata della Jugoslavia e gli stessi errori delle politiche di allargamento dell'Unione Europea, stanno avendo oggi degli effetti spesso fuori dal controllo dei Governi e della Comunità Internazionale. Possono anche trascorrere decenni, ma quando le guerre terminano su accordi di pace che provocano altrettante ingiustizie, non si vengono mai a creare delle "democrazie" moderne e stabili. Nelle nuove repubbliche dei Balcani c'è poco di moderno, perché in queste terre sono spesso vividi e persistenti sentimenti di rabbia e superbia che vanno persino oltre il nazionalismo, perché manca proprio il concetto di stato-nazione o di simbolo nazionale. A volte sembra che la guerra degli anni '90, ma anche la seconda guerra mondiale, non sono mai finite, e che le fazioni etniche continuino a contrastarsi per difendere i propri diritti all'esistenza. E proprio qui, nel cuore dell'Europa, si lotta ancora per la memoria, intesa come "ideale" da proteggere contro le aggressioni dei "vincitori" che hanno scritto la storia: non si tratta di revisionismo storico, sarebbe un po' troppo riduttivo e andrebbe ad etichettare un fenomeno per associarlo ad un "reato", perché in realtà è un desiderio di giustizia, una ricerca della verità, necessaria per dare pace a questi popoli. Anche la giustizia, come la memoria, è un concetto complicato e relativo, ma chiudere i conti del passato senza concedere il diritto alla difesa e al contraddittorio significa togliere anche la speranza di creare davvero le "nuove democrazie".

Attenzione, questa non è una pura speculazione giornalistica, perché la Corte di Giustizia Internazionale e il Tribunale Penale dell'Aja sono oberati di cause che i trattati di pace non sono riusciti a risolvere: se vi fosse stato vero accordo nel ratificarli, non saremmo arrivati a questo punto. Il più grande errore è stato compiuto proprio dalla Comunità Europea - nata dall'accordo di pace tra Germania e Francia sulla gestione del bacino della Ruhr, con la creazione della CECA - che non ha saputo evitare gli errori del passato, e non ha dato alla ex Jugoslavia l'opportunità di ottenere quella giustizia, che l'America gli ha negato, allo scopo di trattare quegli Stati come una mera colonia militare. L'Europa ha obbligato gli Stati dei Balcani a ragionare in maniera "europea" imponendo degli standard giuridici ed economici ritenuti giusti, quando sono stati inefficaci e sbagliati anche all'interno dei Paesi membri, senza, tra l'altro, mettere come condizione che venissero chiuse ex ante tutte le questioni del passato rimaste aperte. Non solo non l'ha fatto, ma ha alimentato le ingiustizie, i sentimenti di revanche, che ora creano delle situazioni paradossali, quasi impossibili da risolvere.

Innanzitutto infierisce sempre di più nella criminalizzazione della Serbia per le responsabilità di quanto accaduto nella guerra in Jugoslavia, definendola così colpevole del genocidio di tutte le etnie non-serbe presenti nei Balcani, della cosiddetta "serbizzazione" dei Balcani. Una tesi inverosimile e assolutamente non supportata dalla realtà dei fatti, in quanto vi sono molte province della ex Jugoslavia in cui le comunità serbe sono state letteralmente decimate sino a farle completamente scomparire. Dalla Krajina alla Slovenia, dalla Bosnia al Kosovo, vi è stata una pulizia etnica nei confronti delle comunità serbe, che da popolo costitutivo, sono divenute delle piccole minoranze. La stessa sentenza della Corte dell'Aja che accusa la Serbia di aver compiuto degli atti criminali in Kosovo contro gli albanesi nel 1999, potrebbe essere facilmente strumentalizzata dalla comunità internazionale che ha sostenuto il diritto di auto-determinazione del popolo kosovaro. Questa è la prima volta che delle alte cariche istituzionali serbe vengono condannati per crimini compiuti in Kosovo nel 1999, tale che una sentenza di questo tipo potrebbe davvero avere un impatto sull'opinione pubblica kosovara che, dopo l'assoluzione di Haradinaj, vedrà la consacrazione dello Stato del Kosovo come una vittoria di giustizia sociale e umanitaria. Sicuramente non è un verdetto che aiuta il processo di pacificazione del Kosovo, e rischia di influenzare anche il giudizio della Corte di Giustizia Internazionale: eppure questa sentenza piace molto all'Europa, che può ora rincarare la dose contro la Serbia, per avere la consegna dei ricercati dell'Aja o rimandare sine die l'attuazione dell'Accordo di Stabilizzazione e di Associazione.

L'altro grande errore dell'Europa, è stato quello di consentire l'entrata dalla Slovenia prima ed in maniera separata rispetto al blocco dei Balcani Occidentali, ponendola così ad un livello diverso, e dandole un potere di giurisdizione che non le compete. Lubiana oggi interferisce nel processo di integrazione della Croazia, sia per la sua adesione nella NATO che in quella dell'Unione Europea, ma anche dell'Albania, mentre cerca degli assurdi pretesti anche nei confronti della Repubblica di Macedonia. Strumentalizza le questioni di regolamento dei territori di confine per imporre il veto alla chiusura dei capitoli del processo di integrazione, e arriva persino a proporre il referendum popolare per la ratifica del protocollo di adesione alla NATO. L'ultima mossa è stata quello di bloccare il capitalo relativo al "Diritto societario", che era stato aperto nel giugno del 2007 e la Slovenia non aveva avuto alcuna obiezione sino a questo momento, trattandosi infatti di una materia puramente tecnica, senza toccare il tasto del regolamento dei confini. Allo stesso tempo, il partito del popolo sloveno (SSN) ha chiesto al Primo Ministro sloveno Borut Pahor di presentare un reclamo ufficiale alla Croazia affinchè, entro 10 giorni, rimuova i cosiddetti "punti di controllo temporaneo", sui confini di Plovanija e Sveti Martin na Muri, essendo "parte del territorio sloveno" . Per giustificare le sue pretese, parla di "difesa degli interessi nazionali", ma tali insistenti richieste fanno pensare a Zagabria che la Slovenia non sia interessata ad altri territori, quanto più ad ottenere uno sbocco sul mare, e dunque a controllare una parte della costa che dà accesso ai traffici del Mediterraneo. Dall'altra parte, la Comunità Europea la lascia agire senza intervenire, per evitare di far trasparire un'immagine di "anti-democraticità" della sua integerrima struttura. Si limita infatti a proporre un gruppo di esperti per risolvere il contenzioso bilaterale sui confini, guidato dall'ex presidente finlandese Martti Ahtisaari, il quale - dopo il grande caos del piano per il Kosovo - potrebbe dare ai Balcani un altro grande contributo di "saggezza" e "mediazione".

Il grande paradosso del potere della Slovenia lo si può vedere anche con gli occhi degli stessi italiani, che devono lottare ancora oggi per il riconoscimento della memoria delle foibe, nonostante vi sia un'unanime consapevolezza presso la Comunità Internazionale dei crimini compiuti dai "partigiani di Tito". L'ultimo sconcertante episodio lo racconta il gruppo di esuli italiani di Fiume, Dalmazia e Istria, che si sono recati nel paesino sloveno di Lokev (Corgnale di Divaccia) a soli 12 chilometri da Trieste per rendere omaggio ai morti di una delle foibe, quando sono stati bloccati da una manifestazione di "esaltati" nostalgici dell'armata di Tito. Inneggiando contro "i fascisti italiani", i "democratici sloveni" hanno portato con sé bandiere ed uniformi dell'esercito jugoslavo, lo stesso sul quale - pochi anni fa - hanno sparato con vere e proprie esecuzioni di eliminazione. La manifestazione era stata organizzata dalle associazioni degli esuli italiani con il contributo del Consolato italiano di Capodistria, che ha provveduto a raccogliere tutti i permessi necessari. Tutto questo comunque non è servito, in quanto, secondo le testimonianze degli esuli italiani, gli sloveni si sono presentati con un atteggiamento visibilmente ostile e minaccioso, e hanno così sbarrato l'ingresso alla foiba per evitare che svolgessero una semplice cerimonia di preghiera. "Sembravano inferociti e dei giovinastri avvinazzati cercavano lo scontro fisico. Alcuni di loro tenevano in mano dei bastoni con punte di ferro", afferma Massimiliano Lacota, Presidente dell'Associazione degli esuli italiani, descrivendo l'assurdo spettacolo a cui hanno assistito, senza che la polizia slovena intervenisse in loro difesa e bloccando invece i manifestanti che si trovavano lì senza alcun diritto. Urlando "morte al fascismo, libertà al popolo", vecchio motto dei partigiani di Tito, hanno cominciato ad avanzare, mentre gli inneggiamenti contro i "porci italiani" e gli "sporchi fascisti" si sono protratte per più di un'ora.

Lacota, e gli altri presenti, sono stati "inorriditi" per un tale spettacolo di inciviltà, da parte di un "paese moderno" come la Slovenia, mentre noi non ci meravigliano più di tanto. Gli sloveni, per quanto vogliano sentirsi "popolo eletto" dell'Est, sono pur sempre un popolo balcanico, dall'animo "iracondo" e confusionario, della peggior specie, proprio perché convinto di essere superiore. In realtà la Slovenia è l'unico Stato dei Balcani che ha commesso crimini di guerra, che ha contribuito alla stessa frantumazione della Jugoslavia, ma non ne ha mai pagato le conseguenze, come tutti gli altri. Lubiana aveva tutto da guadagnare a staccarsi dai Balcani e dunque a volere la fine della Jugoslavia, mentre ora ha tutto da perdere nel consentire alla Serbia e alla Croazia di entrare in Europa. Perderebbe quella posizione di leadership e di "portavoce dei Balcani" che si è auto-attribuita, per diventare un semplice e banale stato dei Balcani: la Serbia diventerebbe la porta d'Oriente del commercio europeo verso la Russia , mentre la Croazia, con la sua grande superficie costiera, il "porto" dell'Europa sud-orientale, accanto al Montenegro e all'Albania. Infatti, se così non fosse, se la Slovenia non ambisse ad avere almeno un piccolo sbocco sul mare, non insisterebbe così tanto sulla difesa dei confini territoriali, ed in particolare del porto di Pirano. Purtroppo, sono ancora gli altri Stati balcanici a scontare le conseguenze della politica della Slovenia, e se l'Europa non interviene a fermare questo caos, il labirinto balcanico non vedrà mai una fine. Il primo passo dovrebbe essere proprio quello di dare un'opportunità di ripresa alla Serbia e consentire a questo popolo di ritrovare, con le sole forze della legge, la propria giustizia. In secondo luogo lasciare che ogni Stato risolva le proprie controversie sulla base di un compromesso preso con consapevolezza, per dare davvero una svolta di "modernità" alla risoluzione dei contrasti balcanici.

27 febbraio 2009

La Polonia non riceve conferme da USA sullo scudo, attenzione sui Balcani


Il segretario di stato Usa Hillary Clinton incontra il capo della diplomazia polacca, ma il colloquio durato quasi un'ora non ha dato nessuna conferma circa l'installazione dello scudo antimissilistico in Polonia. Clinton non ha voluto definire quando Washington prenderà una decisione in merito, mentre si fa sempre più reale l'ipotesi che salti anche la nomina del Ministro Sikorski come Segretario Generale della NATO. Allo stesso tempo diventa sempre più viva la questione sulla creazione dello scudo nei Balcani anziché in Polonia, e, dopo il nulla di fatto del capo della diplomazia polacca a Washington, tale ipotesi è ancora più reale.

Non emergono risposte concrete per la Polonia dall'incontro odierno del ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski con il segretario di stato Usa Hillary Clinton. La Clinton nel colloquio durato quasi un'ora non ha dato nessuna conferma circa l'installazione dello scudo antimissilistico in Polonia, limitandosi a ribadito la volontà da parte dell'amministrazione Obama di perseguire obiettivi per un piano di difesa efficace. Tuttavia, non ha voluto definire quando Washington prenderà una decisione in merito allo stazionamento prima temporaneo e poi definitivo della batteria di missili Patriot sul territorio polacco. Il Segretario di Stato ha riferito che " gli Stati Uniti sono interessati a stabilire una proficua collaborazione militare con la Polonia", ma non sono stati presi ancora degli accordi definitivi. Identica segretezza viene mantenuta sull'appoggio, da parte degli Stati Uniti, di una possibile elezione di Sikorski a nuovo Segretario Generale Nato, il quale si è semplicemente limitato a dire che l'elezione della nuovo dirigente non è stato oggetto del colloquio con la Clinton. Il quotidiano tedesco "Sueddeutsche Zeitung" ha però scritto ieri che Washington non è in grado di sostenere il Ministro polacco, poichè gli americani temono che egli non sia gradito a Mosca, e che quindi renderebbe ancor più difficili le relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia.

La notizia più significativa, trapelata da fonti diplomatiche, è che durante l'incontro Sikorski ha chiesto se il Premier polacco Donald Tusk sarà in linea diretta con il Presidente Barack Obama, considerando che la possibilità di chiamare la Casa Bianca in caso di necessità è attualmente una prerogativa solo dei più importanti capi di governo, fra i quali il Premier britannico, il cancelliere tedesco e il Presidente francese. Senza dubbio, tali informazioni non sono trapelate sui media occidentali, che hanno distorto quanto accaduto, dando sempre un'immagine di serenità e toni distesi, che non gettino ombre sulle "ottime" relazioni tra Washington e i Paesi dell'Europa centro-orientale. Allo stesso tempo, diventa sempre più viva la questione sulla creazione di uno scudo missilistico nei Balcani anziché in Polonia, e - dopo il nulla di fatto del capo della diplomazia estera polacca a Washington - sorge anche il dubbio se il Primo Ministro polacco avrà una linea diretta con il Presidente americano, così come altri grandi Premier nel mondo. Ciò che può aver spinto i Polacchi a chiedere una definitiva conferma, può essere stato proprio il chiaro sentore che gli accordi di Washington presi in passato possano cambiare. Anche perché cominciano ad essere sempre più accreditati i pareri degli esperti secondo i quali non sarà facile dimostrare l'efficacia della strumentazione dello scudo al 100%, mentre lo stesso Obama ha dichiarato che ha bisogno di verificare bene la fattibilità del progetto, in quanto condizione necessaria per la realizzazione dovrà essere la dimostrazione della sua efficacia ed efficienza.

È invece chiaro che la credibilità degli americani è diminuita notevolmente, sopratutto con la reggenza del Dipartimento di Stato da parte di Hillary Clinton, la cui campagna elettorale ha messo in evidenza i tanti punti oscuri della diplomazia americana, fatta anche e soprattutto di superficialità, di falsità e manipolazione. In questi anni abbiamo avuto conferma che, della parola degli americani, non si può avere fiducia, perché non esiste una chiara linea diplomatica che viene seguita: lo ha dimostrato l'Iraq, l'Afghanistan, la Jugoslavia. Stati i cui Governi sono stati spalleggiati e finanziati, per poi essere dimenticati, mentre gli accordi presi sono stati sommersi con una campagna militare massiccia. Oggi si rischia di commettere lo stesso errore, in quanto l'attuale amministrazione Obama preannuncia una politica estera che avrà un legame, senza soluzione di continuità, con l'ex amministrazione Clinton. Ritorna infatti l'ex first lady, minacciata da fantomatici cecchini a Tuzla nel 1995, ma anche Richard Holbrooke che, dopo aver fatto parlare di sé per l'accordo con Radovan Karadzic, viene proposto come inviato per l'Afghanistan. La stessa propaganda di "militarizzazione" e di blindatura di Polonia e Repubblica Ceca attraverso uno scudo missilistico, si sta sfaldando lentamente per spostare la propria attenzione sui nuovi punti strategici, con i quali si gioca la spartizione delle zone di influenza. Così, mentre Obama dirà ai cittadini americani ed europei che lo scudo missilistico non si farà per dare priorità ad altri progetti più utili, le vecchie volpi dei Balcani concluderanno nuovi accordi per creare nuove basi militari tra l'Albania e il Kosovo. Il focus si sposterà gradualmente nel Mediterraneo, e così sulle coste della Turchia, dei Balcani Occidentali, del Mar Nero e del Mar Caspio, sino a spingersi nel cuore del Caucaso e ancora una volta del Medioriente.

26 febbraio 2009

La Russia e il nucleare iraniano


La Russia e l'Iran firmeranno un contratto per la fornitura di combustibile nucleare per almeno dieci anni. Lo annuncia il direttore generale della Holding della Federazione russa per l'energia atomica Rosatom, Sergei Kirienko, che parteciperà alla cerimonia di lancio della prima centrale nucleare iraniana. Il nucleare iraniano giunge a poca distanza dall'annuncio del Premier albanese Sali Berisha che l'Albania è pronta ad accogliere sul proprio territorio il sistema ABM degli Stati Uniti. Si riapre la partita delle zone di influenza dei due blocchi, o dietro tutto questo c'è solo pura propaganda?

La Russia e l'Iran firmeranno un contratto per la fornitura di combustibile nucleare per almeno dieci anni. Lo annuncia il direttore generale della Holding della Federazione russa per l'energia atomica Rosatom, Sergei Kirienko, che parteciperà alla cerimonia di lancio della prima centrale nucleare iraniana a Bouchehr che sta per essere completata dai tecnici russi. La costruzione della centrale nucleare di Bouchehr l'ha avviata la Germania nel 1975, la quale si è poi rifiutata di proseguire i lavori dopo la rivoluzione del 1979, l'attacco contro l'ambasciata americana a Teheran e l'introduzione di un embargo degli Stati Uniti per la fornitura di alta tecnologia per l'Iran. Nel 1995, la Russia e l'Iran firmano un contratto per un miliardo di dollari per il completamento della costruzione, di un reattore VVER-1000, di combustibile nucleare e della formazione di specialisti. La centrale è stata completata l'8 luglio del 1999, ma il collaudo del sito è stata rinviato più volte, e ora attende la visita di Kirienko per fare la prova di lancio dell'impianto, anche se i russi preferiscono parlare di una nuova fase di preparazione dopo che è stato completato il 95% dell'opera. Ad ogni modo, verrà fatto un primo test dopo di che inizierà a lavorare il reattore per la produzione di energia, che dovrebbe cominciare a fluire nella rete energetica del Paese entro la fine del 2009.
Rosatom precisa che vi sono ancora delle installazioni da fare e alcune attività da finire per portare a compimento questo progetto, aggiungendo che il reattore viene testato con l'iniezione di "combustibile fittizio", e non uranio arricchito. L'arricchimento dell'uranio è una delle poche contraddizioni trapelate attraverso la stampa, in quanto, mentre l'Iran afferma spavaldo di aver pronte circa 6.000 centrifughe che diventeranno addirittura 50.000 entro i prossimi cinque anni per alimentare una serie di altre centrali che prevede di costruire, la Russia precisa che l'Iran resterà un Paese sottoposto ad un certo controllo.

La notizia ha sicuramente scosso l'Occidente che da anni cerca di tenere sotto controllo l'Iran e le sue mire di potere megalomani, con un chiaro atteggiamento ostile che non accompagna, di solito, i programmi di "differenziazione" energetica. Allo stesso modo, la contrarietà al nucleare civile dell'Iran e la medesima concessione in favore di altri Stati, hanno creato il giusto terreno per alimentare accordi e cooperazione parallele su cui fare leva per aprire poi nuove guerre silenziose per l'accaparramento delle zone di influenza. Infatti, se la Russia concede Bouchehr agli iraniani, dopo che per anni hanno ratificato le sanzioni decise dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU di cui è membro permanente, vuol dire che lo stesso Cremlino non ha totale fiducia dell'Iran. Se da una parte gli concede un accordo "commerciale", dall'altra cerca di mantenere le distanze, o comunque di conservare le cosiddette "chiavi del reattore" da azionare nel momento in cui questo improbabile alleato possa venir meno ai patti. Da questo punto di vista, la situazione potrebbe preoccuparci ancora di più, perché se l'Iran diventa parte della zona di influenza russa, allora la regione Mediorientale potrebbe avere un valido "ago della bilancia" con cui le altre potenze dovranno confrontarsi. Per anni la Russia ha rinviato il completamento della centrale nucleare, anche sino a poche settimane fa, parlando di incompatibilità tra il materiale russo e le attrezzature fornite dalla Siemens nel 1974; eppure in pochi giorni si è spinta ad annunciare i primi test con materiale fittizio. Non è da escludere l'ipotesi che Mosca abbia acquisito un certo vantaggio all'interno della stessa Agenzia Internazionale dell'Energia Atomica (AIEA) riuscendo così a sottrarre agli Stati Uniti quella leadership che gli apparteneva. Oppure, il programma nucleare e il braccio di ferro con gli americani serve per amplificare la crisi in Medioriente e spingere Obama ad accettare un compromesso. Sicuramente il nucleare iraniano giunge a poca distanza dall'annuncio del Premier albanese Sali Berisha che l'Albania è pronta ad accogliere sul proprio territorio il sistema ABM degli Stati Uniti se Washington farà un'offerta. Non conferma né esclude le indiscrezioni sulla possibilità che lo stato balcanico possa ospitare lo scudo missilistico contro Iran e Corea, mentre la Repubblica Ceca avrà un radar e la Polonia dieci missili intercettori.

Sono tutte ipotesi plausibili, ma non si confanno alla politica estera della Russia, che agisce solo quando si sente sicura di ciò che fa e conosce bene le mosse delle proprie controparti. Se Mosca ha deciso di completare questa fantomatica centrale in Iran, dopo ben 30 anni di polemiche e conflitti, evidentemente lo ha fatto per chiaro motivo: dare agli iraniani ciò che desiderano più di ogni altra cosa, ma solo in parte, guadagnare spazio in Medioriente con un gesto di composta alleanza, e nello stesso tempo raggiungere un accordo con la troika europea. Infatti è alquanto improbabile che la Russia agisca senza conoscere, almeno sommariamente, il parere delle proprie controparti europee. L'Iran, da parte sua, vuole solo materiale interessante per alimentare la propria propaganda e soddisfare le mire di grandezza di quella lobby fondamentalista che ha ancora molta influenza sul Paese. Resta pur sempre uno Stato che deve ancora sviluppare l'intera filiera energetica del petrolio e del gas, di cui è ricco, e così la stessa rete di trasporto e distribuzione, e ripone così tanta attenzione e risorse in una fonte di energia che non gli è assolutamente accessibile. È chiaro che questa non è una guerra per l'energia elettrica, ma è solo una parte di un piano molto più vasto, che comprende la definizione delle zone di influenza, le rotte energetiche dei gasdotti e anche la riconfigurazione dell'assetto della sicurezza mondiale. Se la NATO si espande sino a comprendere anche la Russia, vuol dire che il confronto dei due blocchi orientale ed occidentale non esiste. Ma vuol dire anche che in realtà vi sarà un nucleo di potenze che troveranno un accordo di non belligeranza per sopravvivere, e una costellazione di Stati cuscinetto che dovranno fornire solo un supporto energetico, logistico e strategico, per la gestione delle risorse e delle ricchezze da parte delle stesse potenze. Il Caucaso, i Balcani, il Medioriente, sono regioni che non conosceranno mai la pace, e resteranno sempre pedine, oggetto di queste manipolazioni.

23 febbraio 2009

I Balcani e le loro contraddizioni, prima dell'integrazione


Un rapido excursus dell'attuale status di integrazione dei Paesi Balcanici, si può notare che la situazione è davvero vicino allo stallo. Se la Croazia viene frenata dal veto della Slovenia per una disputa territoriale, la Macedonia è tenuta al giogo della Grecia, mentre la Serbia deve far fronte all'altalenante collaborazione con il Tribunale Internazionale dell'Aja. Albania e Montenegro sono i soli Stati che devono fronteggiare la crisi con riferimento alle sole condizioni di integrazione, ma non hanno ancora risolto i loro gravi problemi interni.

Balcani. Mentre la crisi finanziaria avanza inesorabilmente verso l'Europa dell'Est, si fa sempre più reale l'ipotesi di un "temporaneo" arresto del processo di integrazione dei Balcani Occidentali e dell'ampliamento dell'area euro verso i Paesi dell'Europa centro-orientale. Il rapporto redatto dalla Commissione Europea, convenendo con quanto affermato dalle Agenzie di rating, dunque pone delle riserve sulla possibilità che la crisi possa rallentare i negoziati di adesione . Secondo il commissario Ue per l'Allargamento, Olli Rehn, chiede che "i Balcani non paghino gli errori di Wall Street", del capitalismo finanziario, chiedendo ai governi dell'Ue di "mantenere in carreggiata la politica di stabilizzazione e integrazione graduale dei Balcani occidentali". Delle parole che risuonano come vera ipocrisia, in quanto da tempo l'Unione Europea si sta trincerando dietro una politica di adesione ostile e piena di cavilli procedurali, e se da una parte promette una rapida adesione e una veloce chiusura dei negoziati, dall'altra pecca di indifferenza o di eccessiva restrizione. L'attuale situazione dell'integrazione dei Balcani possiamo definirla il reale specchio della crisi economica e politica della cosiddetta Comunità Internazionale. Facendo un rapido excursus dell'attuale status di integrazione dei Paesi si può notare che la situazione è davvero vicino allo stallo, in quanto la Croazia viene frenata dal veto della Slovenia per una disputa territoriale, la Macedonia dalla Grecia, mentre la Serbia deve far fronte all'altalenante collaborazione con il Tribunale Internazionale dell'Aja. Albania e Montenegro sono i soli Stati che devono fronteggiare la crisi con riferimento alle sole condizioni di integrazione, già di per sé difficili. A chiudere questo quadro di destabilizzazione vi è il Kosovo, il quale nonostante abbia già festeggiato il primo anniversario dal suo riconoscimento, continua ad essere un protettorato della Comunità Internazionale, che se da una parte alimenta le sue prospettive di indipendenza, dall'altra ammette la possibilità di una divisione amministrativa interna.

Kosovo. Hashim Thaci e Fatmir Sedju, fautori dei grandi festeggiamenti dell'indipendenza, hanno costellato questo evento di dichiarazioni scioccanti, l'una più assurda dell'altra, mentre le Agenzie affannosamente rilanciavano questi comunicati senza senso. Geloso di tanta attenzione da parte dei media, Ramushus Haradinaj ha lanciato la sensazionale notizia che i ribelli dell'Uganda hanno chiesto la sua intermediazione per i negoziati con il Governo, stabilendo il primo incontro a Londra. Staremo a vedere cosa si riuscirà a concludere. A parte questo, la notizia più eclatante crediamo l'abbia data Thaci, affermando che la Russia, e poi a seguito la Serbia, riconosceranno il Kosovo, scatenando così l'ilarità di Mosca, mentre Belgrado ha reagito prontamente schierando Vuk Jeremic con le solite frasi di circostanza. Persino il giornalista di Euronews, a cui Thaci ha rilasciato un'intervista esclusiva, non ha potuto fare a meno di sorridere, al pensiero che la Russia avrebbe riconosciuto l'indipendenza unilaterale del Kosovo, e che fosse "impressionata" degli sviluppi di Pristina. È chiaro, dunque, che tali dichiarazioni non hanno alcun senso e servono solo ad aizzare gli animi, anche perché il malumore dei kosovari comincia a sollevarsi sempre di più. Mentre fino a poche settimane fa, difendevano la presenza dell'UNMIK nel Kosovo, oggi rifiutano il piano di riconfigurazione di Ban Ki-Moon e decidono di abbracciare solo i dettami del Piano Ahisaari, il quale tuttavia prevedeva lo scioglimento del Parlamento dopo nove mesi dall'indipendenza. Dato che nessuno vuole perdere il proprio potere acquisito, il Piano Ahtisaari comincia ad essere contestato persino dall'opposizione kosovara, la quale afferma che un programma politico che va "contro il popolo kosovaro". Dunque, i kosovari non sono più disponibili ad accettare nessuna trattativa o negoziazione, per loro il Kosovo è uno Stato a tutti gli effetti, che tuttavia nessuno riconosce nel suo pieno potere, ma sempre con delle riserve. La polizia del Kosovo era pronta persino ad arrestare i deputati serbi in visita del Kosovo, i quali sono stati accettati come cittadini comuni e non come ufficiali di Stato. Ad ogni modo, la cosa più sorprendente di questa festa dell'indipendenza è stato il fatto che nessun politico di spicco d'Albania si è recato a Tirana (sic!), mentre nelle strade cominciavano a sfilare bandiere americane e "kosovare", e sempre meno albanesi.

Albania. Ha inizio in Albania la gara della campagna elettorale, e in queste situazioni tutto è concesso. La legge della lustrazione, forse scritta ad hoc dal Governo di Berisha, rappresenta solo un'arma di ricatto per gli avversari politici, e serve solo a questa maggioranza per far fuori la sinistra. Nel Pd di Berisha vi sono invece le varie correnti che si scontrano, come quella di Topi, che chiude la sua tornata di viaggio all'estero in Italia con la serata di gala del Festival di San Remo; e quella di Berisha che accusa la Banca Mondiale per lo scandalo delle spiagge di Jale e rilancia il nucleare, per appianare gli scandali e le magagne del suo Governo, dalla costruzione dell'autostrada Rreshen-Kalimash, all'esplosione del deposito di armi di Gerdec, con tutta la deriva politica che ne è derivata. Tuttavia dinanzi ai tribunale vi sono sempre più pignoramenti , sono migliaia infatti le piccole e medie imprese che sono scomparse in soli pochi mesi; mentre i tagli di energia elettrica cominciano a farsi sentire. Anche Edi Rama a Librazhd, nel pieno del suo comizio, viene sorpreso da un Black out, e ne approfitta per gridare che "Berisha non ha mantenuto la sua promessa sulla crisi energetica e idrica". Nard Ndoka, Segretario del partito democristiano (PDK) , ha portato in Albania Luigi Baruffi della UDC italiano, il quale dichiara dinanzi alla folla: "Appoggeremo totalmente il Partito Democristiano, portavoce dei nostri stessi principi". Dall'altra parte vi è Fatos Nano che intavola un ricco pranzo al Prince Park con Lulzim Basha, Ministro degli Esteri, ed è in questa occasione che la furbizia di Nano si vede in ogni sua sfumatura. Ilir Meta, non sapendo più da che parte stare, decide di fare un sopralluogo sui lavori della Kukes Morine, tanto per fare un favore a Berisha. A rendere questa settimana ancor più ricca di eventi, è stata la venuta di del faccendiere bosniaco Damir Fazlic, che ha deciso di rispondere alle domande della Procura, rifiutando ogni genere di accusa e bacchettando i procuratori, a cui chiede di mostrare prove sulle sue accuse. I media albanesi, da parte loro, sembrano essere più interessati all'etnia bosno-serba di Fazlic, che ai fatti reali. Dobbiamo comunque dire che gli albanesi, vedendo l'evolvere della situazione, hanno deciso di non stare più al gioco dei kosovari: "amici come sempre, ma ognuno a casa propria". I kosovari sono convinti di essere albanesi, ma i veri Albanesi li considerano solo kosovari.

Macedonia. In macedonia ci sono sette candidati per le presidenziali. Fino ad ieri, solo gli albanesi protestavano contro l'oppressione dei propri diritti, ma oggi sembra nata un'altra minoranza, quella dei macedoni-antichi, ossia i macedoni provenienti dalla Slovenia, dopo che l'europarlamentare sloveno Jelko Kacin dichiara che la "Macedonia deve senz'altro uscire dal vortice del populismo e nazionalismo". Ecco che ritorna la parola "nazionalismo", ormai di moda nei Balcani quando non si sa cosa dire. Anche il Presidente Crvenkovski e Primo Ministro Gruevski non riescono più a trovare un accordo, perché ognuno ha un punto di vista diverso, protraendo così all'infinito il raggiungimento di un qualsiasi accordo macedone prima di trovarsi dinanzi alla Corte di Giustizia Internazionale. Intanto, il Ministro degli Esteri greco Dora Bokoyannis ha inviato una protesta informale verso Ban Ki-Moon per il video promozionale della Macedonia trasmesso dalla Cnn, affermando che "la Macedonia ha usato artefatti che appartengono alla storia antica greca". Mentre i greci cercano di censurare "l'avanzata macedone", la propaganda fatta con la "storia della Macedonia" e di "Alessandro il Grande" non sembra arrestarsi, tappezzando strade, aeroporti e piazze.
Sicuramente sono problemi questi, ma cosa dire allora dell'allarme lanciato dalle autorità finanziarie sulla crisi che sta colpendo le imprese macedoni, che non riescono più a pagare i salari dei propri dipendenti perché stanno perdendo mercato all'interno della regione. Possiamo affermare, infatti, che le imprese macedoni sono state le più colpite dalla crisi immobiliare del Montenegro, in quanto detenevano la maggior parte delle quote del mercato dell'edilizia e delle costruzioni.

Croazia
. Il Presidente Stipe Mesic conclude con una visibile mortificazione il suo intervento televisivo a proposito della controversia con la Slovenia. Quasi piangendo, afferma che gli sloveni hanno fatto un vero e proprio ricatto, e che se prima avevano trovato un accordo, una volta entrati in Europa, hanno cominciato ad aumentare le loro richieste, ed ora , oltre alle frontiere terrestri, aggiungono anche quelle costiere. E pensare che il Premier sloveno aveva chiesto un referendum popolare per l'adesione della Croazia alla Ue, ma è bastata una bacchettata dall'Unione Europea per fare tre passi indietro.
Adesso, tra le diverse dichiarazioni e le rettifiche dei tracciati delle terre riguardati il singolo centimetro, il Premier Sloveno cerca di calmare i toni degli stessi sloveni, che si sono autoproclamati "giudici" della Comunità Europea, nonostante abbiamo costruito uno Stato sulla epurazione delle etnia di 24 mila cittadini sloveni, facendo perdere loro tutti i diritti civili. Lo storico caso di Alexander Todorovic, che ha vinto la causa per il recupero dei suoi diritti da cittadino condannando la Slovenia a pagare 18 mila euro.
Oggi i paladini sloveni si stanno armando per proteggere i propri interessi nazionali, però nessun media europeo può definirli "nazionalisti".

Rep.Srpska
. L'Accordo di Prud, come anticipato la scorsa settimana è saltato definitivamente, e tutt'ora non si conosce bene il motivo della discordia, né i vecchi e né i nuovi accordi. Dal momento che la Republika Srpska non doveva essere messa in discussione, è stato proposto un accordo su base territoriale, che naturalmente nessuno ha visto o letto. Comunque vada, il Partito del Premier Milorad Dodik canta vittoria: prima per aver fatto un accordo, che non ha visto nessuno tra l'altro, e dopo per essere uscito da quell'accordo perché aveva messo in discussione la RS. Insomma alla fine è stata una grande sceneggiata, tanti sorrisi e strette di mano, mentre i giornalisti glorificano Dodik, facendone più un danno che un vantaggio. Molti politici sono ormai soggiogati da continui ricatti, sia per la loro avidità, sia per aver frequentato una certa università sconosciuta a Mosca, una Università slava umanistica del principato di Sherbatov.

Bosnia. Sarajevo è piena di neve, i cittadini sono pieni di debiti con le casse del Tesoro ormai vuote. L'accordo "mai esistito" con i serbi ha unito ancora nella sventura di più i croati e i bosniaci, gridando che Milorad Dodik li aveva ricattati: non si sa bene di cosa, non si sa bene il perché. Forse il motivo è che mentre uno parla di Republika Srpska, l'altro parla di entità, e altri ancora di territorialità, insomma una vera Babele che vuole portare sempre alla cancellazione della RS. Però la disoccupazione aumenta vertiginosamente e il Premier Nedzad Brankovic è andato a chiedere soldi alle banche per pagare pensioni e salari. Per non sentirsi esclusi, anche I Mujahedin stanno facendo la loro parte, e dopo aver strappato un risarcimento danni alla RS e alla città di Banja Luka, hanno addirittura minacciato di accusare la Bosnia perchà ha negato loro la cittadinanza.

Serbia
. La Serbia sta attraversando in questi ultimi anni delle vicissitudini assurde, quasi paradossali. Questa settimana, in cui cadeva l'anniversario del Kosovo, è stata vissuta da Belgrado con un certo ottimismo, sempre all'insegna dell'amor patrio, con Vuk Jeremic che ha fatto da protagonista. Accanto alle assurde parole Tachi e Sedju, abbiamo dovuto subire anche quelle di Peter Sorensen della UE, che si è sentito umiliato e offeso da Vuk Jeremic perchè ignorato. È chiaro che la battaglia giuridica e diplomatica che Serbia sta portando avanti presso l'Onu non piace molto, anche perché, a conti fatti, i kosovari non ne vogliono sapere proprio della risoluzione ONU 1244. Così la partita si è giocata anche a Mosca, che ha risposto alle provocazioni di Tachi affermando che non può certo permettersi di prevedere "cosa farà la Russia". Intanto, sul fronte interno, il Governo serbo cerca la talpa che ha fornito informazione ai media sul caso Miladin Kovacevic, secondo cui la Serbia si sia offerta di pagare un milione di dollari al cittadino americano Bryan Steinhauer per chiudere il caso.

Montenegro. Podgorica tace, sono pochi i clamori che trapelano nonostante sia in piena campagna elettorale. La vera notizia scioccante è che il Premier Milo Djukanovic, ormai indissolubilmente legato a questo potere, ha stretto un accordo con la minoranza croata e quella bosniaca, diventato Segretario della nuova coalizione che dovrebbe arrivare al potere alle prossime elezioni. Ma prima Djukanovic vola in gran segreto nel Qatar per iniziare i negoziati con i membri della famiglia reale per un importante investimento in Montenegro, sia nelle spiagge di Budva che nelle quote della Prva Banka. Nel frattempo, la vera mossa strategica è stata quella di dare al sistema bancario, costituito per la maggior parte da filiali di banche occidentali, altri 40 milioni di euro, approvando un provvedimento che consentirà alle banche commerciali di utilizzare il 20 per cento della riserva obbligatoria. Alla fine ce l'hanno fatta, nonostante la Banca Centrale del Montenegro (CBCG) ha dichiarato di essere contraria a tale provvedimento.

20 febbraio 2009

Il nazionalismo europeo si risveglia

Il Giorno della Memoria è stato accompagnato da una campagna di informazione sul passato più lontano d’Europa, quasi a risvegliare un antico nazionalismo che sembrava perduto nelle pieghe del sogno europeo. È evidente che il nazionalismo sia ancora vivo nei Paesi europei, alimentato dai fantasmi del passato, cercando di nascondere in esso problemi ben più gravi che l’Unione Europea non vuole affrontare, con il rischio che tutto questo possa creare una possibile frantumazione molto simile alla Jugoslavia degli anni '90. ( Foto: Rocco Cerchiara e Andrea Cardia, Foibe, 2009 - tratto dalla mostra "Foibe, dalla Tragedia all'Esodo", al Complesso del Vittoriano a Roma fino al 22 febbraio )

Il Giorno della Memoria è stato accompagnato da una campagna di informazione sul passato più lontano d’Europa, quasi a risvegliare un antico nazionalismo che sembrava perduto nelle pieghe del sogno europeo. Nelle più grandi città italiane si potevano vedere grandi manifesti per ricordare all’Italia la strage della foibe, compiuta dai “sanguinari partigiani di Josip Broz” che alla fine della Seconda Guerra mondiale hanno fatto della lotta anti-fascista una crociata di pulizia etnica. Lungo le strade e nei pressi dei monumenti vi erano grandi manifesti che raffiguravano una mano che puntava il dito verso i “vicini dell'Est”, accusando il regime di Tito per lo sterminio e la cacciata degli italiani in Croazia. Dopo la frantumazione della Jugoslavia del 1991, Slovenia e Croazia dovranno pagare il conto di tutto quello che è accaduto sul loro territorio durante il regime di Tito. Nelle strade di Trieste potevamo vedere i graffiti dei movimenti di estrema destra che inneggiavano contro Tito e gli Jugoslavi, e contro la minoranza slovena che “deve tornare nel proprio Paese”. “Gli slavi di Tito”, Zagabria e Lubiana, sono rimaste scioccate quando, nel 2005, l'Italia decide di stabilire “il giorno della memoria delle foibe”. In tale gesto, i vicini croati e sloveni, hanno visto solo il ritorno del “nazionalismo italiano” e la “riabilitazione dei crimini del fascismo compiuti in Italia”. Allora, sloveni e croati, hanno inviato una protesta formale nei confronti della RAI per aver trasmesso un documentario “Il cuore nel profondo”, del regista Alberto Negrin, segnando così la prima tappa per ottenere il riconoscimento di quella strage contro gli italiani. La Slovenia infatti affermò che durante il documentario venivano mostrati fatti non veri e manipolati, e che l'Italia "non aveva ancora abbandonato il suo fascismo". Lubiana ha inoltre insinuato che gli italiani, anche oggi, hanno censurato sulle reti RAI il documentario della BBC “Fascist Legacy” proprio perché esso parla dei crimini dei fascisti italiani in Jugoslavia, osservano i politici sloveni.

Gli scontri tra Roma-Zagabria-Lubiana cominciano di nuovo un anno fa, dinanzi alle parole del Presidente Giorgio Napolitano e delle sue dichiarazioni contro l' “espansionismo sloveno”, gli “atti barbarici” e la “pulizia etnica” dei comunisti di Tito. Dopo lo scambio di minacce ed intimidazioni tra i due Stati, cominciano le trattative di integrazione europea della Croazia, con la campagna di "riconcilizione” dei Presidenti croato e sloveno, Stipe Mesic e Danilo Turk . Il 10 febbraio diventa il giorno della memoria delle Foibe, quando prima era solo l'anniversario della sottoscrizione del Trattato di pace del 1947, con il quale l'Italia perde le isole croate e le città in Istria e Croazia. La città di Rodik, in Slovenia, ha ospitato decine di pullman provenienti dall’Italia, per ricordare l'anniversario della Foibe, e in quei giorni era anche possibile trovare dei souvenir con la raffigurazione del "Duce" e lo slogan "La vera strage". I cittadini di Rodik erano pronti a fermare gli Italiani con un muro di corpi, considerando la loro visita come “la vendetta dei veterani dei fascisti”, come ha scritto un giornalista del quotidiano sloveno Delo. “Gli italiani, quando sono sinceri, dicono che vedono il confine a 15 chilometri da Lubiana - afferma un cittadino di Rodik, aggiungendo - gli Italiani credono che si possa cambiare qualcosa”, dichiarano con paura gli sloveni, facendo appello anche agli storici per difendere quanto sancito dal Trattato di pace del 1947.

"La storia è stata scritta dai vincitori", si dice spesso, ma durante il regime di Tito dalla ex Jugoslavia sono stati cacciati 350.000 italiani, mentre tutte le loro terre furono sequestrate come indennizzi di guerra. Sia Lubiana che Zagabria, negano una tale cifra affermando che gli italiani hanno scelto di “andare via da soli” per ragioni economiche, stimando così che le vittime delle foibe sono solo 1500 persone. Per Roma quella cifra è cinque volte di più, ma potrebbero aumentare ancora di più, per alimentare il nazionalismo tra gli Stati europei oppure tra quelli che vogliono essere i prossimi membri della Comunità Europea. Ci si chiede , come sarà possibile convivere in una realtà in cui i fantasmi del passato non stati ancora chiariti, e i processi non ancora visto un epilogo finale. Ci chiediamo ancora perché, dopo tanti anni dalla fine del secondo conflitto mondiale e della sanguinaria guerra della ex Jugoslavia, a cui hanno partecipato sloveni e croati, si parla di nuovo di "fascismo italiano" per andare così a risvegliare i fantasmi del passato, ben sapendo che proprio il Nazionalismo ha provocato la frantumazione della Jugoslavia e poi la Guerra?

Dietro tale evento forse si nasconde anche il motivo per cui Croazia e Slovenia chiedono la “frantumazioni dei vecchi accordi tra i tre Stati” , dato che nessuno di loro è soddisfatto della divisione del territorio e della linea della frontiera disegnata dall’alleanza. E forse Slovenia e Croazia vogliono gettare ombra su qualcun altro per coprire il loro disaccordo sulla divisione del Golfo nel Mar Adriatico. La Slovenia è giunta al punto di proporre la raccolta delle firme per organizzare un referendum sulla possibilità o meno che la Croazia possa entrare nella NATO, Il Presidente Danilo Turk nega tutto, affermando che non si tratta di niente di serio, chiedendo scusa per il comportamento del Governo sloveno a causa della condotta dei “partiti nazionalisti” che hanno proposto una tale iniziativa. La Croazia si aspettava che entro il 2009 sarebbero state portate a termine le trattative per il suo ingresso in Europea, per poi festeggiare la nomina ufficiale nel 2011, ma la Slovenia esclude totalmente la firma dell’ASA prima della risoluzione della controversia territoriale. Non è bastata neanche l’opera di mediazione di Olli Rehn, consigliando alla Slovenia di mettere da parte le loro pretese nazionalistiche per risolvere così i loro problemi di frontiera. Lo stesso Premier, sin dall'inizio ha partecipato a questa “Guerra delle frontiere” tra Slovenia e Croazia per ridurre le tensioni createsi all’interno dell'opposizione per la raccolta delle firme sul referendum.

La Slovenia, come la stessa Croazia, hanno però dimostrato da tempo di non essere degni membri dell’Unione Europea, a causa del loro comportamento nei confronti degli stessi serbi. È evidente che il nazionalismo sia ancora vivo nei Paesi europei, alimentato dai fantasmi del passato, cercando di nascondere in esso problemi ben più gravi che l’Unione Europea non vuole affrontare, con il rischio che tutto questo possa creare una possibile frantumazione molto simile alla Jugoslavia degli anni '90.
Ma la storia del nazionalismo risvegliato europeo non finisce qui. Come Slovenia, Croazia e Italia, anche Germania e Polonia si stanno confrontando con le vecchie storie del passato. Il loro disaccordo è nato con la fondazione di un centro di raccolta della documentazione relativa ai tedeschi cacciati dopo la seconda Guerra mondiale. Varsavia chiede a Berlino che il dirigente del Centro non sia Erika Steinbach, che fa parte del partito democristiano. A prima vista sembra un problema di poca importanza, ma da questo episodio sono nati altri fantasmi della Seconda Guerra mondiale. Ricordiamo che dopo la Seconda Guerra Mondiale, si stima che 12-15 milioni di tedeschi sono stati perseguitati nell’Europa dell’Est e nella Germania Democratica. Anche loro oggi non accettano come è stata tracciata la frontiera sui fiumi Odra e Nisa e la stessa Erika Steinbach ha votato contro l’ingresso della Polonia e della Repubblica Ceca in Europa. “Il caso Steinbach”, come scrive Frankfurter Allgemeine Zeitung, "dimostra chiaramente come sia lunga la strada della riconciliazione".

Questo potrebbe aiutare a capire il motivo per cui la situazione politica della Bosnia resta irrisolta da anni, considerando che la Comunità Internazionale ha cercato di far vivere nello stesso Stato i “nemici sanguinari” appena terminata la guerra, unendo insieme diverse etnie, tre religioni diverse, che hanno combattuto tra di loro a causa delle differenze che li dividevano e della storia mai chiarita, dopo che la riconciliazione del Comunismo di Tito ha trasformato il passato in tabù. Lo stesso sta accadendo così per il Centro memoriale in Germania: rifugio, persecuzione e riconciliazione, dietro cui si nascondono forti emozioni, brutti ricordi, memoria, disaccordi e ricatti politici.
Solo adesso l'Europa può capire i problemi che gli jugoslavi hanno dovuto affrontare, proprio perchè la Jugoslavia 50 anni fa era davvero una piccola Unione Europea. I professori e i democratici europei giunti in queste terre come Alti Rappresentanti della Commissione Europea dicevano alle “tribù balcaniche” come devono vivere insieme, come fratelli e sorelle, felici e contenti con i loro traumi della Guerra. Di tutto questo sono rimasti i “ricatti”, come li definisce il Presidente Mesic, che vengono scambiati usando come arma l’ingresso nelle strutture euro-atlantiche. Questa è la vera immagine di una Europa già frantumata, che sta ripercorrendo le stesse tappe della frantumazione della Jugoslavia con la stessa ricetta “nazionalismo e memoria”, sapendo bene che ognuno porta dentro di sé e nelle generazioni a venire, in silenzio, il ricordo della tragedia . Gli stessi psicologi potranno confermare che conservando il trauma in silenzio senza dare la possibilità di discuterne, equivale ad avere dentro di sé una bomba che può esplodere in futuro. È solo questione di tempo. I Balcani hanno già avuto la propria lezione, ora tocca all’Europa.