Motore di ricerca

06 febbraio 2009

L'euro vicino al progetto di moneta intercontinentale


Il vertice di Davos ha mostrato all’opinione pubblica come i capi di Stato e i Governi siano ormai consapevoli dello spettro della recessione, e così della necessità di cambiamenti anche radicali nel sistema economico e finanziario. Accanto alla "bad bank", ossia il progetto per raccogliere le tossicità finanziarie, viene ventilata la "forte possibilità" che il Regno Unito, Danimarca e Svezia entrino nella zona euro. L’euro potrebbe dunque divenire un reale centro economico finanziario grazie all’adesione degli ultimi privilegiati esclusi, e l’allargamento verso l’Europa Sud Orientale.

La paura della crisi si fa sempre più sentire in Europa, al punto che potrebbe cambiare anche lo scenario del mercato della moneta unica europea. Il vertice di Davos ha mostrato all’opinione pubblica come i capi di Stato e i Governi siano ormai consapevoli dello spettro della recessione, e così della necessità di cambiamenti anche radicali nel sistema economico e finanziario. Accanto alla "bad bank", ossia il progetto per raccogliere il carrozzone delle tossicità finanziarie, viene ventilata la "forte possibilità" che il Regno Unito entri nella zona euro, dopo i bruschi crolli della sterlina e il suo storico deprezzamento. La scomparsa dei vecchi pounds non sembra piaccia molto agli inglesi che, per circa il 71 per cento di loro, credono fermamente nell’indipendenza monetaria della sterlina, ultimo baluardo del grande impero colonialista britannico. Tuttavia, le vecchie nostalgie saranno probabilmente soppiantate dalla dura legge della recessione globale dell’economia immateriale, tale che a cadere per prima sono proprio quei sistemi economici che si basano sulla speculazione finanziaria senza avere una solida base fatta di economia reale e di scambi commerciali. Ricordiamo infatti che l’Inghilterra è un’isola che dipende per l’80 per cento dalle risorse estere, in termini di importazioni di beni e risorse energetiche, mentre parte del suo PIL è costituito da investimenti diretti esteri in ogni parte del globo. Secondo alcune stime, lo scoppio della bolla immobiliare e della crisi borsistica ha sabotato l'intera produzione annuale del paese, ossia 38.700 sterline per ognuno dei 37 milioni di contribuenti, una cifra che dà bene l’idea su che cosa è costruito l’impero inglese, sulla carta straccia nei fatti.

Come il dollaro, anche la sterlina ha conosciuto l’identico percorso storico di questa crisi finanziaria, essendo stata una delle prime valute soggette a scossoni dopo lo scoppio dello scandalo sub-primes. La sterlina deve ora affrontare la peggiore recessione degli ultimi trent'anni, perdendo il 25% del suo valore rispetto al 2008, raggiungendo una parità con l'euro su cui nessuno avrebbe mai scommesso. La zona euro - per tanto tempo snobbata dai "reali" britannici - potrebbe essere un’interessante ancora di salvezza, al fine di nascondere quanto c’è di ancor peggiore tra gli scheletri delle tesorerie delle banche inglesi. Questo lo sanno bene soprattutto gli Alti funzionari, che stanno già discutendo su come intraprendere tale decisione dinanzi all’opinione pubblica, convinta che l’Inghilterra resterà sempre quell’isola felice del grande capitalismo che fu. Da questo punto di vista, si tratta solo di un problema di comunicazione e di marketing, come ogni grande scelta politica che bisogna prendere. A premere verso l’ingresso nella zona euro è anche la Danimarca, che ufficiosamente sta preparando il prossimo referendum sull'adesione all'euro, considerando che la maggioranza relativa dei cittadini si è detta favorevole. La Danimarca potrebbe essere seguita a ruota dalla Svezia, un’altra prediletta dell’economia europea, per molti patria del "socialismo perfetto", per altri solo patria dell’IKEA.

Ad ogni modo, l’euro potrebbe divenire un reale centro economico finanziario grazie all’adesione degli ultimi privilegiati esclusi, e l’allargamento verso l’Europa Sud Orientale. Bruxelles sta già preparando le pratiche amministrative per costruire "la centrale di supervisione europea dei mercati", che sarà concentrata probabilmente nelle mani della Banca Centrale Europea, nella quale confluiranno dati e informazioni provenienti da uno dei continenti più ricchi al mondo. Sembrerebbe, dunque, che sia un processo inarrestabile avendo alle sue spalle un’economia che solo in parte è stata decimata dalla crisi finanziaria, e basa il suo punto di forza proprio sull’unione delle risorse. Non condivide tale opinione George Soros, secondo il quale la moneta rischia addirittura di scomparire, e potrebbe salvarsi solo se l'Unione Europea adotterà un piano globale per costruire la sua "bad bank" e dunque ritirare gli assets tossici dalle attività finanziarie e bancarie. "L'euro potrebbe non sopravvivere alla crisi - afferma Soros - esistono gravi problemi a livello internazionale. I piani di stimolo congiunturale non sono sufficienti". Secondo Soros è necessario raggiungere un accordo globale su come dividere il carico derivante dal capitale perduto, in maniera che sia distribuito tra tutti. Ovviamente sono chiare le pressioni del famoso speculatore al fine di creare in Europa, come sarà per l’America, la famosa Bad Bank per ripulire ( e finanziare ) le attività delle banche che hanno perso valore e che inquinano la credibilità del mercato stesso. Non dimentichiamo inoltre che Soros sta attualmente speculando e scommettendo contro la sterlina, in maniera non molto diversa da come fece già con la lira negli anni ’90, spingendo l’Italia sull’orlo del fallimento. Ai fini della nostra analisi, le parole di Soros sono poco importanti, tuttavia danno un’idea dei meccanismi messi in atto per concludere degli ottimi affari sulla scia della propaganda della crisi. Da una parte vi sono ancora speculazioni, dall’altra vi sono progetti reali volti a cambiare la struttura dell’economia, sempre più accentrata intorno a dei poteri forti che hanno costruito sistemi di controllo delle informazioni e delle transazioni sulla base di processi elettronici e cibernetici, proprio come la Banca Centrale Europea.

05 febbraio 2009

La dematerializzazione e la crisi globale


Dietro la più grande recessione di tutti i tempi in realtà vi è un processo di riprogrammazione dell’economia mediante la "dematerializzazione" dei processi produttivi e dei servizi. Nel tempo sono stati attuati processi di e-government, di digitalizzazione dei dati, ma anche di interpretazione dei processi di lavoro mediante dei software che hanno cambiato il modo di lavorare. Come sappiamo, ogni cambiamento dell’economia ha causato eventi traumatici, da anni di forte depressione che sono poi sfociati in rivoluzioni e guerre. Questa però sarà la prima rivoluzione senza gente nelle piazze,silenziosa ed inesorabile.

Potreste rimanere senza parole se pensaste, per pochi istanti, che dietro la più grande recessione di tutti i tempi vi è un processo di riprogrammazione dell’economia mediante una chirurgica "dematerializzazione" dei processi produttivi e dei servizi. Sono parole queste spesso sconosciute ai mezzi di comunicazione di massa, ma in realtà sono le nuove colonne, il nuovo paradigma di questa nuova società futuristica della informazione. Quello che sembra un semplice processo di "trasformazione" di un documento materiale in un codice elettronico che lo rende immediatamente riconoscibile da un software, è invece un vero e proprio concetto che è stato applicato in questi anni a molti settori, senza nessun limite. Nel tempo sono stati attuati processi di e-government, di digitalizzazione dei dati, ma anche di interpretazione dei processi di lavoro mediante dei software, costruiti allo scopo di emulare l’elaborazione dei dati che fa il cervello umano. In questo modo sono stati creati programmi che sostituiscono perfettamente il lavoro dei cassieri delle banche mediante l’e-bank, che permettono di organizzare la logistica delle merci, le fasi produzione in una catena di montaggio, ma anche che consentono di creare a loro volta dei software. Ogni settore economico è stato "supportato" da un processo elettronico che ha ridotto sensibilmente la necessità di impiegati e di lavoratori. La disoccupazione può essere una delle prime ed importanti conseguenze che la dematerializzazione ha sulla nostra economia, la quale in maniera anche impercettibile è gradualmente cambiata, sino a diventare come la conosciamo oggi, caratterizzata dalla comunicazione istantanea e dallo scambio immediato delle informazioni.

Lo abbiamo definito progresso, infatti, ma non sappiamo con certezza se si avrà una reale evoluzione della società e degli uomini, e se in realtà non saremo ancora più ingabbiati in questi meccanismi regolati da macchine e programmi costruiti al di sopra della legge. Questo perché nessun ente pubblico, o legge, o Costituzione ha fornito gli strumenti per garantire la certificazione e l'attendibilità dei documenti o dei processi, se non delle strutture private che hanno imposto le loro regole. È stato dunque un grande errore non prestare maggiore attenzione alla creazione delle banche dati, all’installazione di un sistema elettronico o al rispetto della privacy e dei diritti umani. Tutto è stato rinviato ad un futuro prossimo, nella convinzione che l’uomo avrebbe ancora avuto la possibilità di decidere della propria vita e dettare delle leggi nei confronti di strutture che, nel frattempo, si sono create da sole, in piena autonomia, con una vita ed un ecosistema proprio, e la loro forza è stata proprio l’essere "invisibile" agli occhi della giustizia o dei Governi. Grazie a questa invisibilità sono diventate delle multinazionali, poi delle società globalizzate, ed infine superiori agli stessi Stati, tagliando i Paesi trasversalmente e dividendo i popoli non per lingua o per religione, ma per cyberspazi.

Da tempo parliamo di queste tematiche, usando parole come "disumanizzazione", "virtualizzazione" e "crimine invisibile". Ebbene oggi abbiamo dinanzi ai nostri occhi le prove evidenti che quanto dicevamo si sta realizzando, e la nostra "trappola d’oro" è già scattata inesorabilmente. Per esempio, tutti infatti conosciamo Facebook, un fenomeno definito "social-network" ma che noi preferiamo chiamare "società dematerializzata", in quanto ha creato uno specchio della società in formato digitale, ingannando le persone e inducendole a dare la propria vera identità. Ebbene, al World Economic Forum di Davos, i fondatori di Facebook, parlando proprio di questa "crisi globale", hanno annunciato che presto venderanno la propria banca dati di utenti alle società di marketing e di ricerche di mercato. Per la sua struttura, Facebook fornisce una mole di dati non solo in termini di dati personali degli utenti (generalità e residenza) ma anche per i gusti, gli interessi, l’istruzione e la professione, aprendo una finestra diretta per ogni tipo di sondaggio. La società ovviamente è assolutamente autorizzata da tutti i suoi iscritti a utilizzare quei dati, avendo accettato il contratto - pena la mancata iscrizione - che permette alla piovra Facebook di utilizzare tali informazioni per scopo di lucro. Se facciamo un po’ i conti, Facebook ha 150 milioni di iscritti (150 lingue da 170 nazioni), e solo l'Italia mette 5 milioni di utenti, quanto è disposta a pagare una società per avere questi dati?
Se questo esempio non vi convince sull’esistenza di un crimine che tanto "invisibile" non è, parliamo del caso di Monster.com, uno dei portali più grandi della rete nel settore della ricerca del lavoro, il cui database è stato violato da un "attacco pirata", che ha sottratto dai suoi server le informazioni relative a milioni di iscritti. Si tratta di milioni di numeri di telefono e di indirizzi di posta elettronica. Stranamente, insieme a Monster.com viene colpito anche USAJobs.gov, la cui base di dati viene gestita in parallelo dagli stessi server. Quali sono dunque le garanzie a tutela dei nostri dati in un sistema ormai totalmente nelle mani di entità private, che giocano sull’invisibilità della propria struttura.

È chiaro che costruendo globalmente un sistema unico sarà possibile porre fine totalmente alla politica economica degli Stati, anche l’azione dei Governi sarà vana se ogni cittadino deciderà di autogestirsi all’interno di un cyberspazio. A questo punto entreremo a far parte di uno pseudo-socialismo dove tutti I documenti non saranno neanche più materiali, e si venderanno semplicemente delle certificazioni, insomma "il nulla", aria fritta. Il certificato, naturalmente, non è altro che una cosiddetta macchinetta mangia soldi, un'usura del tempo, che ci impone di pagare continuamente. Mentre ogni individuo dovrà necessariamente avere un posto telematico certificato, come una residenza digitale, vi saranno dall’altra parte delle entità che guadagneranno dalla semplice esistenza, o transito, di un utente sul proprio "territorio". Sarà anche tutto giusto, e dettato dall’esigenza di far progredire la società - ed infatti nessuno dice che questi strumenti non sono necessari - tuttavia il metodo con cui viene implementato è altamente discutibile, in quanto non si vedono affatto delle istituzioni. Non esiste infatti un'autorità certificatrice perchè lo Stato stesso non ha un certificato e non li vende, bensì li compra da privati, senza avere alcuna garanzia che questi non abuseranno della loro posizione di monopolista incontrastabile. Ecco che l'ombra delle crisi finanziare sembra un pretesto, un evento eclatante e scioccante volto esclusivamente ad attuare dei provvedimenti poco consoni e che diversamente non sarebbero mai accettati dalle persone. Nella storia, ogni cambiamento dell’economia ha causato eventi traumatici, anni di forte depressione che sono poi sfociati in rivoluzioni e guerre.

Questa però sarà la prima rivoluzione senza gente nelle piazze, perché la riprogrammazione dell’economia è studiata in maniera tale da creare una confusione tale da rendere "impotenti" persino le proteste. Le masse sono state rese inerti grazie alla grande propaganda della crisi globale che ha vanificato ogni tipo di contestazione, non essendovi in effetti un responsabile o un nemico da combattere. Le imprese che non pagano i propri operai daranno facilmente la colpa alle banche che hanno tagliato le linee di credito, mentre queste a loro volta daranno la colpa alla crisi finanziaria, mentre le Banche Centrali diranno che la responsabilità è dei gruppi finanziari che hanno fatto speculazioni, ed infine i Governi puntano il dito sui privati. In questo labirinto potremo girare delle ore per cercare un colpevole, perché in realtà non esiste se è il sistema stesso, su cui tutti viaggiamo, a cambiare. Cambiano i sistemi per Banche, Governi ed imprese, e così ogni singolo individuo subisce il contraccolpo. Quando finirà la crisi, potremmo dire di essere entrati nella società della dittatura dell’immateriale, e a sopravvivere saranno solo coloro che sono in grado di produrre e scambiare qualcosa di materiale, che non sarà distrutto e cancellato dalla dematerializzazione e che potrà essere ancora usato in futuro per produrre e scambiare valore.

04 febbraio 2009

Rifiuti radioattivi nei laghi della Erzegovina?


I servizi segreti bosniaci hanno scoperto da anni un traffico di scorie e materiali radioattivi organizzato dalle truppe di pace francesi appartenenti alla missione di pace Nato in Bosnia-Erzegovina. Attraverso le missioni IFOR e SFOR la NATO "esportava" grandi quantità di rifiuti radioattivi, che venivano poi gettati nei laghi della Erzegovina. A renderlo noto è il quotidiano croato Vecernji list, che fa una prima ricostruzione degli eventi che hanno portato all’organizzazione di un vero e proprio traffico di materiali radioattivi nella Bosnia.

La Bosnia Erzegovina è disseminata di scorie radioattive. Viene così alla luce uno dei segreti più pericolosi sullo smaltimento dei rifiuti radioattivi, che le guerre balcaniche e lo stesso Trattato di Dayton hanno occultato negli anni. A renderlo noto è il quotidiano croato Vecernji list, che fa una prima ricostruzione degli eventi che hanno portato all’organizzazione di un vero e proprio traffico di materiali radioattivi nella Bosnia. Dopo la scoperta di depositi radioattivi che si trovavano anni prima della guerra nel palazzo dell’attuale Parlamento della Bosnia ed Erzegovina, nonché ad Hadzici e Han Pijesak come risultato del bombardamento ad uranio impoverito della NATO, sono state individuate "abbastanza casualmente" altri siti di stoccaggio a Zenica e in altri luoghi della Bosnia. Tuttavia, osserva il Vecernji, questi sono molto più che incidenti. I servizi segreti bosniaci sembra abbiano scoperto anni fa un traffico di scorie e materiali radioattivi organizzato dalla stessa missione di pace Nato in Bosnia-Erzegovina, attraverso la quale la Francia "esportava" grandi quantità di rifiuti radioattivi, che venivano poi gettati nei laghi della Erzegovina.

Il quotidiano spiega che "il segreto di Stato dei rifiuti radioattivi" comincia con la firma degli Accordi di Dayton, quando la Erzegovina diventa un settore della divisione multinazionale sud-est, sotto il comando dell'esercito francese. È qui che la Francia ha la brillante idea di trovare una comoda soluzione al suo annoso problema dello smaltimento dei rifiuti radioattivi prodotti dalla sua industria nucleare, che spesso si presta ad essere oggetto di "tratte" illecite verso i Paesi del Sud-Est Europeo. Così dal momento dell'arrivo della IFOR in Bosnia Erzegovina, e negli anni successivi, viene attivata nella regione della Erzegovina l'unità speciale dell'esercito francese per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti radioattivi, composto solo da agenti di origine Maori provenienti dalla Polinesia francese e dalla Nuova Zelanda. Occultando i trasferimenti di materiali nelle missioni di pace IFOR e SFOR, gli agenti francesi facevano sbarcare le navi contenenti rifiuti radioattivi nel porto montenegrino di Bar, per poi trasportare il carico scortato con un sproporzionato contingente francese sino a Stoca, dove i container con i rifiuti venivano riempiti con colate di cemento. Secondo alcune testimonianze dei servizi di intelligence bosniaca, i blocchi cementati venivano gettati con degli elicotteri in tre laghi della Erzegovina, ossia Busko, Ramsko e Jablanicko. Le forze francesi, in questo modo, hanno occultato nella Bosnia centinaia di blocchi, come testimoniato dalla popolazione del luogo che assisteva nel cuore della notte a continui voli a bassa quota di elicotteri che sganciavano poi il materiale. Anche i pescatori conoscevano bene che i tre laghi erano diventati una vera e propria discarica, ed era meglio non andare a pescare in quelle acque inquinate.Le zone di stoccaggio venivano ampiamente selezionate, depositando i blocchi in fondali di grande profondità con adeguate attrezzature.

Come descrive un ex membro del SIS (Security-Information Services), e in seguito a un FOSS (Servizio federale di sicurezza e intelligence), è stata pianificata una grande operazione segreta di smaltimento di rifiuti radioattivi. Gli stessi servizi di intelligence hanno scoperto questa operazione, ma l’intervento della politica ha evitato che la comunità internazionale fosse travolta da uno scandalo definendo così "illegale" la presenza della IFOR e SFOR. Il dramma post-bellico, la guerra e l'esilio, l'indifferenza e la stessa paura delle autorità locali e dell'aeroporto internazionale, hanno trasformato questi tre laghi della Erzegovina in una discarica mortale. Ed è così che la storia del materiale radioattivo in Bosnia-Erzegovina è divenuto un "segreto di Stato", in quanto tutti i tentativi degli ex funzionari della intelligence sono stati vanificati di volta in volta, nonostante tutti fossero a conoscenza dell'esistenza del problema del traffico di materiali radioattivi verso i Balcani. Solo pochi mesi fa l'acciaio radioattivo scoperto dalla polizia italiana venne individuato in Croazia, che forse è divenuta destinazione delle scorie trovato in Somalia sotto il controllo della criminalità organizzata che gestisce i grandi traffici del Mediterraneo. Centinaia di tonnellate di munizioni ad uranio impoverito e ora blocchi di scorie nucleari, hanno inquinato le terre della Bosnia-Erzegovina, e nessun governo pagherà mai per questo dramma.

03 febbraio 2009

Nabucco e South Stream: nessuna concorrenza ma un costante monopolio


Mentre Gazprom annuncia l'espansione del flusso instradato del South Stream, l'UE consacra il gasdotto europeo Nabucco come progetto portante nelle politiche di diversificazione dell’Europa. In realtà i progressi del progetto sono molto modesti, tale che si sta facendo strada la possibilità di una cooperazione con la Russia, che diventerebbe ufficialmente monopolista del mercato europeo. Nei fatti lo è già, vista l'inesistenza di reali alternative.

Come cornice dell’incontro interministeriale di Budapest che ha consacrato il gasdotto europeo Nabucco come progetto portante nelle politiche di diversificazione dell’Europa, la russa Gazprom ha rilanciato l’offerta annunciando l'espansione del flusso instradato del South Stream. Il progetto prevedeva inizialmente un gettito di 31 miliardi di metri cubi di gas verso Bulgaria, Serbia, Ungheria, Italia e Grecia, con un aumento di ulteriori 16 miliardi. "Stiamo pianificando la costruzione del Nord Stream, che avrà una capacità di 55 miliardi di metri cubi, e del Sud Stream, con 31 miliardi di metri cubi di flusso, tuttavia quest'ultimo potrebbe essere potenziato con ulteriori 16 miliardi di metri cubi", afferma Medvedev in un'intervista per RT, spiegando che, in relazione alla domanda esistente, aumentare la potenzialità del gasdotto rappresenta una scelta obbligata, nonché conveniente. Allo stesso tempo l'UE annuncia che investirà 3,5 miliardi di euro nel settore energetico nel 2009-2010, di cui 1,75 miliardi di euro saranno destinati ai progetti di collegamento dell'energia elettrica e gas per i Paesi dell'UE, 1,25 miliardi di euro saranno investiti in infrastrutture di stoccaggio e di consegna idrocarburi, 500 milioni di euro per istituire un sistema di turbine eoliche in mare, ed infine 250 milioni di euro sono destinati al progetto del gasdotto "Nabucco" che, attraverso il Mar Caspio, trasporterà gas naturale verso l'Europa bypassando la Russia.

Questa la decisione presa in occasione della Conferenza ministeriale di Budapest, riunita su iniziativa ungherese alla presenza delle delegazioni dei diversi Paesi dell'Unione Europea e delle istituzioni finanziarie regionali, durante la quale è approvata una dichiarazione congiunta con la quale s'impegnano a sostenere il gasdotto trans-europeo. La Turchia e la Commissione Europea hanno proposto la creazione di un'entità per lo sviluppo della regione del Caspio (Caspian Development Corporation), nonchè l'organizzazione di una conferenza in Turkmenistan, mentre nel primo semestre del 2009 verrà ratificato il definitivo accordo intergovernativo. Il gasdotto, che avrà una capacità di 27-31 miliardi di m3 all'anno e una lunghezza di 3300 km, collegherà la città turca di Erzurum a Baumgarten, in Austria, attraverso la Bulgaria, Romania e Ungheria, per un costo totale stimato di circa 7,9 miliardi di euro. La sua tratta sembra ormai definita, anche se restano da definire i Paesi di approvvigionamento, considerando che se l'Azerbaigian non può mettere molte risorse a disposizione dell’Europa, il Turkmenistan è troppo lontano, mentre l'Iran è un partner ancora molto ostile per Bruxelles nonostante abbia le risorse necessarie, mentre Iraq ed Egitto sono probabilità molto lontane. In particolare l'Azerbaigian, pur essendo uno dei fornitori di gas più quotati, non è ancora pronto a dare garanzie certe, dinanzi all’assenza di un’offerta sicura da parte degli europei, e un progetto già in atto con Gazprom. È infatti noto che il capo della holding russa, Alexei Miller, ha proposto nel giugno 2008 ad Ilkham Aliyev di vendere il gas prodotto nella seconda fase del progetto Chakh-Deniz. In particolare, Gazprom che si è detta pronta a pagare un prezzo a Baku in funzione della formula legata ai contratti ottenuti con la parte europea, con la detrazione delle spese di trasporto, di commercializzazione e un ragionevole livello di guadagno per i russi.

Oltre alle evidenti difficoltà interne all’organizzazione stessa del Nabucco, gli analisti hanno ripetutamente sottolineato che, data la capacità stimata del Nabucco (31 miliardi di m3 all'anno), il gasdotto non eserciterà alcuna influenza rilevante sul consumo di gas in Europa ( che è pari a 700-800 miliardi di m3 all'anno), pur essendo considerato dalla Comunità Europea come un reale antagonista dei progetti russi del Nord Stream e South Stream, in quanto potrebbe creare "un precedente favorevole" per progetti simili successivi. Questa l’opinione di Alexandre Chatilov, del Centro di Congiuntura politica, il quale stima che l'Europa chiaramente dipenderà dalla Russia e dagli imprevisti che derivano da questo rapporto univoco, mentre d'altro canto lo stesso progetto Nabucco ha notevoli rischi, connessi ai grandi investimenti richiesti, all'aumento del numero di Paesi di transito, che possono in tirarsi indietro in qualsiasi momento, e agli stessi partner di approvvigionamento. Inoltre la diversificazione delle rotte di approvvigionamento di gas non può risolvere il problema: il Nord Stream (attraverso il Mar Baltico) e il South Stream (attraverso il Mar Nero) può sostituire in parte le inefficienze derivanti dall’Ucraina, ma mantengono la dipendenza dalla Russia, in quanto produttore, fornitore, trasportatore e distributore.

Come osservato dal quotidiano Kommersant, il Nabucco certamente ha un ruolo nella diversificazione delle fonti di importazione di gas, ma non delle rotte di approvvigionamento che sono state tracciate da tempo, a fronte di ruolo modesto ma importante di Kazakistan, Turkmenistan, Iran e Azerbaigian, e degli investimenti nelle infrastrutture per gli impianti di gas naturale liquefatto. Lo stesso quotidiano considera come il destino del Nabucco è legato al deficit di gas in Russia che potrà venirsi a creare negli anni. Stando alle stime di Gazprom, le quantità prodotte l'anno scorso erano poco meno di 90 miliardi di m3, con una riduzione progressiva di 60 miliardi di m3 entro il 2010, e di 470 miliardi di m3 nel 2030; senza considerare poi che i nuovi grandi progetti saranno avviati dopo il 2011, mentre i volumi di estrazione di Iamal sarà inizialmente molto limitata, e la maggior parte del gas naturale liquefatto del Chtokman sarà disponibile tra il 2015-2018. In breve - conclude il Kommersant - le prospettive di esportazioni di gas russo e la volontà di diversificare le fonti di importazioni di combustibile potrebbero scongiurare la morte del progetto Nabucco, anche se Gazprom facesse tutto il possibile per sabotare tali progetti con i suoi due gasdotti marittimi che vanno a deviare l'Ucraina e la Bielorussia.

Ad ogni modo la Commissione europea non ostacolerà gli investimenti da parte dei Paesi partners del progetto di gasdotto South Stream, che dovrebbe collegare la Russia all'Europa meridionale, come libera iniziativa dei singoli governi in cui l’Europa non intende interferire. Al contrario, in alcuni casi sono giunte alla Commissione il chiaro invito a sostenere i gasdotti russi, come ad esempio il Nord Stream, definito come le nuova rotta diretta tra Vyborg (Russia) e Greifswald (Germania) attraverso il Mar Baltico, per l'esportazione di gas russo verso l'Europa , soprattutto per il mercato tedesco, britannico, olandese, francese e danese, andando a bypassare i tradizionali paesi di transito. Allo stesso tempo, si fa sempre più strada la possibilità che il Parlamento Europeo prenda in considerazione l'idea di chiedere la partecipazione di Mosca al progetto di costruzione del gasdotto Nabucco, al fine di evitare ogni tipo di concorrenza tra i due gasdotti. Dinanzi ai modesti progressi del progetto europeo, gli europarlamentari potrebbero ampliare la gamma dei fornitori potenziali, dato che non vi è alcuna certezza che i partner del Mar Caspio aderiscano nel breve termine assicurando le risorse necessarie per il gasdotto. Così il Parlamento Europeo si augura che il "Nabucco sarà realizzato in cooperazione con la Russia al fine di evitare una dannosa concorrenza tra le due controparti", si legge nella relazione presentata dall’europarlamentare Anne Laperrouze. L’analisi portata avanti dal deputato ribadisce la tesi che "le relazioni tra l'UE e la Russia dovrebbero essere basate sulla interdipendenza reciproca", essendo Gazprom il "fornitore del 42 per cento del gas europeo, e il 100 per cento delle importazioni di gas in Polonia, la Finlandia e gli Stati del Mar Baltico", per cui l’Europa ha maggiori possibilità di completare il suo progetto se anche Mosca venga coinvolta. Un’amara constatazione per un gasdotto che dovrebbe garantire l’indipendenza dal gas russo, che giunge a pochi giorni dall’annuncio dell’ulteriore potenziamento delle rotte del South Stream e l’adesione allo stesso di tre membri del consorzio Nabucco, quali la OMV, la MOL e la Bulgargaz. Inoltre i Governi di Germania, Francia e Italia, che hanno stretti legami con il Cremlino nonchè contratti a lungo termine con Gazprom, non sono molto convinti della necessità di costruire nuovi gasdotti per poi dipendere dagli approvvigionamenti della stessa entità .

30 gennaio 2009

Una bad bank per nascondere il marcio della finanza


Al centro del dibattito del World Economic Forum di Davos ritorna la crisi globale finanziaria, definita ben più lunga e pericolosa della grande depressione. Tra le proposte avanzate, quella che ha attirato maggiormente l’attenzione è sicuramente la "bad bank", ossia delle entità bancarie che dovrebbero eliminare dalle banche gli "elementi tossici". Si tratta di costruire un sistema bancario "parallelo" da mettere in quarantena per dare il tempo ai mercati di metabolizzare la crisi. (Foto: George Soros, sostenitore della bad bank)

La riunione del World Economic Forum di Davos sta scorrendo con l'assenza di funzionari americani dell’amministrazione di Obama, che in questo momento sta cercando di mettere insieme un piano di salvataggio da 835 miliardi di dollari. E’ un vero peccato, tuttavia, che non ci siano, in quanto la tavola rotonda ha intenzione di creare una commissione che analizzerà le 36 ore successive al crollo di banca statunitense Lehman Brothers a settembre. La volatilità del mercato che ne è derivata, nonostante l'intervento dei Governi ha dimostrato che le misure adottate non sono state poi abbastanza, tale che si fanno sempre più strada delle misure alternative. La proposta che ha attirato maggiormente l’attenzione è quella di creare delle "bad bank", ossia delle entità bancarie che dovrebbero eliminare dalle banche gli "elementi tossici". La Svizzera è stata la prima ad avanzare tale ipotesi, con la creazione, da parte della Banca nazionale svizzera (BNS) di una banca-veicolo in cui mettere uno stock di titoli ed attività "di rifiuto" per 60 miliardi di franchi svizzeri. Allo stesso modo, l'amministrazione Obama sta seriamente prendendo in considerazione la creazione di una banca controllata dallo Stato per rimuovere le attività "tossiche" dai conti delle istituzioni finanziarie degli Stati Uniti. Richard Parsons, il nuovo Presidente del CdA di Citigroup ha infatti incontrato con il Presidente degli Stati Uniti mercoledì, discutendo proprio la possibilità di istituire una banca che potrebbe assumere migliaia di miliardi di dollari di attività bancarie pericolose, o che comunque nessuno vuole.

La "bad bank" potrebbe essere gestita dalla Commissione Federale di garanzia dei depositi bancari (FDIC), come ente governativo che da anni gestisce i fallimenti bancari. Lo staff di Obama ha sostenuto che questa sarebbe una misura obbligata per "ripristinare la fiducia nei mercati finanziari e rivitalizzare il sistema del credito richiesto al Governo ", eliminando dalle banche le loro attività tossiche e passare poi alla ricapitalizzazione. "Liberando i bilanci delle banche delle attività che potrebbero ammortizzare continuamente, è possibile ricreare la fiducia degli investitori privati che reinvestiranno capitale, come accaduto con successo in Svezia nel 1990 ", spiega Sheila Bair, Presidente della FDIC. Con l'acquisizione di beni tossici mediante uno scorporo, si potrebbe anche rinegoziare i mutui a rischio sui quali sono stati acquistati e rivenduti dei prodotti strutturati, ed evitare, al tempo stesso, un ulteriore deterioramento delle loro nuove voci. La FDIC potrebbe inoltre finanziare l'acquisto delle attività tossiche non solo con il denaro, ma anche mediante l'emissione di obbligazioni garantite dal fondo di emergenza creato dall’Amministrazione Bush per sostenere il mercato finanziario, il TARP. Le attività potrebbero essere mantenute fino a quando l'economia non migliora e si trovano le condizioni di liquidità nel mercato. In alternativa, la "bad bank" potrebbe finanziarsi chiedendo alle banche di dismettere alcune attività e smobilizzare capitale. Sono state prese in considerazione anche altre possibilità, come iniettare direttamente capitale nelle banche da parte degli azionisti, soluzione che non piace alle fondazioni in quanto sarebbe "un ulteriore rinvio della definizione della crisi". Allo stesso modo, come è stato fatto già per Citibank o Bank of America, lo Stato potrebbe dare una garanzia, raccogliendo le perdite delle banche per una certa quantità di beni tossici.

Occorre considerare però che le perdite nel sistema del credito potrebbero superare un totale di 2.000 miliardi di dollari, considerando inoltre che le banche hanno accertato meno della metà delle proprie perdite, e dunque potrebbe toccare una somma di 3.000 o 4.000 miliardi di dollari. Ricordiamo che lo scorso anno il Senato ha votato la costituzione di un Fondo per salvare il settore finanziario, il TARP (Troubled Assets Relief Program), pari circa a 700 miliardi di dollari. Circa 350 miliardi sono stati già utilizzati - o sprecati - per la ricapitalizzazione delle banche, mentre la seconda metà dei fondi disponibili, 50 miliardi di dollari potrebbero essere utilizzati per aiutare i proprietari ad evitare il sequestro delle loro case, mentre il resto è per le banche. Il nuovo Segretario del Tesoro, Tim Geithner, dovrà determinare il modo di utilizzare il resto del denaro e, soprattutto, convincere il Congresso a liberare risorse supplementari, che intanto chiedono una maggiore trasparenza nella gestione del Fondo. D’altro canto, pur escludendo del tutto una possibile nazionalizzazione del settore bancario, lo stato Americano dovrà comunque andare in soccorso di AIG, Fannie Mae e Freddie Mac, mentre detiene già il 6% di Bank of America e il 7,8% di Citigroup, tale che la parziale nazionalizzazione è inevitabile.
Ad ogni modo, il piano di salvataggio delle Banche in un certo senso è già fallito, tale che ormai si sta cercando di costruire un sistema bancario "parallelo" da mettere in quarantena per dare il tempo ai mercati di metabolizzare la crisi. In realtà, è come fare un condono degli errori del passato, omettendo ogni condanna del caso, e lasciando che il mercato finanziario continui a funzionare come ha sempre fatto. Sarebbe dunque questo il miracolo finanziario promesso da Obama? Un'opera di ingegneria finanziaria che va a nascondere le malefatte del passato, sopravvivere nel presente.

29 gennaio 2009

WEF di Davos: prove tecniche del nuovo ordine economico globale


Si era preannunciata come la conferenza per "uscire dalla crisi", ma si sta trasformando in un concilio multilaterale di discussione delle cause e dei reciproci errori compiuti in passato. Con 1.400 imprenditori provenienti da 96 paesi, 43 capi di Stato o di governo, 17 ministri delle finanze, governatori delle 19 banche centrali, quella di Davos è un' immensa tavola rotonda che ha come protagonisti i grandi veterani delle crisi economiche del passato, e gli illustri assenti della recessione globale del presente.

Si era preannunciata come la conferenza per "uscire dalla crisi", ma si sta trasformando in un concilio multilaterale di discussione delle cause e dei reciproci errori compiuti in passato, lanciando le prime idee di riforma strutturale del sistema economico. La 39esima edizione del 2009 del World Economic Forum di Davos , dal titolo "Un progetto post-crisi", vede la partecipazione di 1.400 imprenditori provenienti da 96 paesi, 43 capi di Stato o di governo, 17 ministri delle finanze, i governatori delle 19 banche centrali, così come centinaia di giornalisti. Una immensa tavola rotonda che ha come protagonisti i grandi veterani delle crisi economiche del passato, e gli illustri assenti della recessione globale del presente. Mancano i dirigenti dei gruppi bancari che sono scomparsi dopo il terremoto della crisi finanziaria, nonché delle istituzioni finanziarie americane, travolti dagli scandali di Wall Street, dei mutui subprimes e della crisi di liquidità . Cina e Russia presiedono il Forum con le loro lezioni di geopolitica economica, senza nascondersi dinanzi alle domande e agli attacchi più pungenti, forti della consapevolezza del ruolo che avranno qualora vi sarà un nuovo ordine mondiale economico. Ciò anche in considerazione del fatto che al miracolo della nuova amministrazione americana di Barack Obama non tutti credono, non potendo incidere da sola sul cambiamento strutturale di uno stato di crisi che è diffuso e diramato in ogni settore.

Come osservato da Joseph Stiglitz, economista e docente presso la Columbia University, "non si può fare peggio di quanto già fatto dalle banche. Il problema fondamentale è rappresentato dal fatto che il sistema è sbagliato, e non basta sostituire le persone o predisporre un team di esperti per risolvere il problema". Stiglitz ha senz’altro centrato il problema di fondo, ossia che non si potrà arginare la situazione gettando soldi in un pozzo senza fondo, tutto sarà vano non si avrà una reale presa di coscienza che il sistema economico è cambiato, e in quanto tale ha bisogno di regole basate su diversi presupposti. È quello che chiede infatti la Cina, che punta il dito contro quei Paesi "che hanno adottato un modello di sviluppo insostenibile caratterizzato da un debole risparmio su un lungo periodo e un forte consumo". Per il Premier cinese Wen Jiabao, il nuovo ordine economico mondiale passa inevitabilmente per una riforma dei grandi istituti finanziari internazionali e una regolamentazione dei mercati capitali. Sulla riforma delle regole su cui si basa l’economia, interviene anche Vladimir Putin chiedendo che Europa e Stati Uniti attuino una politica monetaria più aperta ed equilibrata, nel rispetto delle norme internazionali della macroeconomica e della disciplina finanziaria. E a tale proposito spinge per il ritorno ai vecchi principi economici che si basano sull'integrazione regionale delle valute, contro un'economia mondiale troppo dipendente dal dollaro. "Gli operatori occidentali dovrebbero abbandonare l'ideologia del colonialismo nelle relazioni bilaterali - afferma Putin spiegando - il mondo si è globalizzato ed è oggi interdipendente. Se vogliamo mantenere rapporti civili, è necessario formulare i principi fin dall'inizio". Putin chiede dunque una riforma delle norme di emissione della moneta, e così di regolamento degli scambi, che si basi sul concetto di "valore fondamentale" delle attività, "basato sulla capacità di un'impresa di generare valore aggiunto e non su mere considerazioni soggettive", e dunque sull’economia reale. Noi aggiungiamo a tale parole "sull’economia reale di nuova generazione".

Occorre infatti considerare che sta affondando innanzitutto quell'economia reale, che utilizza fonti di energia e tecnologie scoperte agli inizi del secolo, ossia quella siderurgica, petrolifera e automobilistica, ragion per cui occorre introdurre cicli produttivi con energia sostenibile e prodotti innovativi che contribuiscano al progresso economico sostanziale. Allo stesso modo, sta cambiando anche l’economia immateriale, quella dei servizi, a cominciare da quelli finanziari, sino a quelli dell’informazione e della comunicazione, proprio in relazione all’introduzione di nuove piattaforme cibernetiche. È ormai chiaro che la crisi ha solo consentito la riconfigurazione degli assetti bancari, con concentrazioni e fusioni che hanno racchiuso il potere economico nelle mai di entità private, ma anche di fondi sovrani e Governi , come il caso di Russia e Cina, nonché alcun Paesi arabi: il mercato bancario pian piano si assesterà basandosi su nuove regole, che lo renderanno ancora più inattaccabile con l’introduzione di nuove tecniche per lo scambio di dati ed informazioni.
Una simile dinamica l’avremo nel settore dell’informatica e dell’informazione. Il caso di Microsoft è esemplare in quanto - come per Ford, GM e Crysler - ha costruito il suo monopolio su una tecnologia e una fonte di informazione che ormai è fuori mercato, e l’avvento di nuovi scenari e nuove esigenze decreteranno la sua fine. I software - come per le vecchie auto a benzina - non sono più dei beni indispensabili, in quanto sono perfettamente sostituiti dalla rete, che fornisce tutti gli strumenti richiesti anche attraverso un terminale che usa un unico programma necessario solamente ad accedere al web e a navigare. Microsoft dovrà solo sperare nella possibilità di scalare Yahoo per mettere le mani su un motore di ricerca, ed impedire che una qualsiasi joint-venture tra Google e un produttore di software possa mettere fine all’esistenza del concetto di "sistema operativo" stabilito da Windows. La comunicazione cibernetica farà scomparire la netta distinzione tra utente e macchina, e così l’utente diventerà automatizzato senza aver più bisogno di interfacce "umane" o di processi lunghi, mentre la macchina non avrà più bisogno dell’intervento umano. Questo sistema necessità dell’abbandono della vecchia energia, delle vecchie regole, delle vecchia mentalità: tutto questo non avverrà senza creare disoccupazione, crisi strutturali, recessioni e guerre. Sarebbe dunque preferibile che i capi di Stato si siedano davvero ad una tavola rotonda e concordino le nuove regole per aiutare il sistema economico a cambiare, senza tanti stravolgimenti.

28 gennaio 2009

Fondazioni come banche e molto di più


Le Fondazioni bancarie non possono godere di agevolazioni fiscali perché non equiparabili a degli enti non profit, ma a vere e proprie banche. Questa la sentenza della Cassazione che stabilisce un importante precedente per la definizione giuridica, anche se per il momento solo a fini fiscali, delle ex casse di risparmio privatizzate.

La Cassazione si è finalmente pronunciata sulla definizione giuridica "ai fini fiscali" delle Fondazioni bancarie, ossia le Casse di risparmio privatizzate dalla legge Amato del 1990 e dalla riforma Ciampi del 1999. Viene così stabilito che tali entità non possono godere di agevolazioni fiscali perché non equiparabili a degli enti non profit, essendo in realtà delle vere e proprie banche. Trova finalmente applicazione quel principio stabilito dalla legge italiana secondo cui esiste "una presunzione" dell'esercizio dell'attività di banca per coloro che sono in grado di influire sull'attività dell’istituto creditizio in relazione alla loro partecipazione. In particolare, per la Cassazione tale presunzione può essere superata soltanto se si dimostrasse che tali enti abbiano privilegiato gli scopi sociali, rispetto al governo delle Banche, che dovrebbe essere solo marginale, cosa che in realtà non è. Eppure la riforma Ciampi aveva previsto che le ex Casse di Risparmio, per beneficiare delle agevolazioni, dovevano dismettere le partecipazioni di controllo nelle banche per divenire a tutti gli effetti enti non commerciali, e dovevano svolgere fini di interesse pubblico e di utilità sociale, in maniera prevalente rispetto all’attività bancaria. Evidentemente la legge è stata elusa senza problemi, alla luce del sole, facendo leva sulla lentezza del sistema giuridico italiano e sul sostegno della classe politica, che si è vista bene di alzare la mano contro le fondazioni.

Ad ogni modo, sebbene la decisione riguardi solo un contenzioso tra il Fisco e le Fondazioni, e dunque sulla possibilità di concedere le agevolazioni fiscali che spettano alle entità che svolgono delle attività di assistenza sociale o di beneficenza, rappresenta comunque una sentenza "storica" perché sdogana dalle fondazioni bancarie quell’etichetta perbenista di "entità di interesse sociale". La Cassazione ha dato loro la definizione che più si s'addice, ossia quella di entità che controllano le banche, e dunque esercitano un’attività finanziaria-speculativa che non ha nulla a che vedere con la devoluzione di fondi per la ricerca o la beneficenza. Per tale motivo la sentenza non avrà solo un impatto sul trattamento fiscale delle fondazioni - negando loro l’esenzione della ritenuta sui dividendi o un'imposta ridotta del 50% - ma anche in termini economici e finanziari, in quanto è molto breve il passo nei confronti della ridefinizione dei loro statuti. Ovviamente ci chiediamo cosa avrà spinto lo Stato italiano a chiedere alla Cassazione una sentenza di questo tipo. Innanzitutto non sono da sottovalutare le pressioni dell’Unione Europea che chiedono un adeguamento alle regole di concorrenza e trasparenza vigenti sul mercato comunitario, dove la struttura delle Banche è diversa, presentando fondazioni equiparate a fondi di investimento, fondi sovrani istituzionalizzati, holding e tesorerie, e comunque entità giuridiche che appartengono alla sfera finanziaria.

In secondo luogo, possiamo inquadrare questa decisione nell’ambito della riorganizzazione bancaria all’indomani della crisi che ha colpito soprattutto Banche e alta finanza. In questo contesto di destabilizzazione, le fondazioni bancarie italiane rappresentano un caso sui generis, spesso una realtà protetta e ovattata, che consente loro di non esporsi anche in caso di fallimento della banca che controllano. Questo perche la fondazione non può fallire, può soltanto essere inglobata in un’altra, o andare a costituire un fondo a sostegno di altre fondazioni. Entità, dunque, che possono muoversi liberamente e fungere da punto di accumulazione di liquidità, da reinvestire continuamente. È ovvio che, da questo punto di vista, il loro potere interessa a molti, soprattutto alle Banche estere che cercano di entrare nel sistema italiano, avendo ormai intuito che è difficile prendere il controllo di una banca italiana senza avere il controllo della fondazione che ha alle spalle. Per cui, se da una parte, lo scardinamento del tessuto delle fondazioni può essere un segnale positivo per ridare allo Stato italiano il controllo reale del sistema bancario, dall’altra può aprire nuovi scenari di totale stravolgimento della nostra economia che dovrà adeguarsi ad un nuovo tipo di colonizzazione estera. Dunque, siamo ben lontani dal definire questa sentenza una vittoria di "giustizia sociale", essendo solo un sintomo di questa economia globale che sta cambiando, dove rischiano il fallimento sia i giganti del software sia le industrie automobilistiche, dove le banche riducono il personale ma aumentano gli sportelli, ed infine dove l’informatica e la cibernetica sono un fenomeno sociale.

27 gennaio 2009

Controversia Croazia-Slovenia-Italia: il passato che ritorna


La crisi tra Croazia e Slovenia rischia di protrarsi ancora a lungo, dopo che ha affondato le sue ragioni nella polvere degli archivi storici e aver coinvolto anche l'Italia.

Molto di quanto si è detto negli ultimi giorni ha contribuito a provocare uno scandalo diplomatico tra Croazia e Slovenia, coinvolgendo anche l’Italia e così l’intera Comunità Europea. La crisi dei confini tra i due Paesi ha decretato il blocco da parte della Slovenia dell'ingresso nell'UE di Zagabria, inducendo di risposta il blocco delle merci slovene sul mercato croato, le dichiarazioni azzardate del Presidente Stipe Mesic, nonchè i tanti difficili discorsi che hanno affondato le loro ragioni nella polvere degli archivi storici sulla reale linea di demarcazione tra Croazia, Slovenia e Italia, contribuendo così a complicare notevolmente la situazione. Dopo aver rifiutato la proposta del Presidente Mesic di sottoporre la questione alla Corte di Giustizia Internazionale, il Presidente Danilo Turk si è pronunciato sull’attuale situazione dell’Italia, e ha sottolineato che “a livello politico è stato già raggiunto un alto grado di riconciliazione tra Slovenia e Italia, perchè questi Paesi sono già membri dell'UE”, ma , come aggiunto Turk, la questione va ancora risolta a livello etico. Secondo il Presidente sloveno, “l'Italia dovrà confrontarsi con i crimini del fascismo, di un sistema totalitario che aveva alla base le sofferenze che il popolo sloveno ha subito in quel periodo”. Questi ha così sottolineato che numerosi crimini contro il popolo sloveno, sono avvenuti proprio durante la Seconda Guerra Mondiale, periodo nel quale tantissime persone sono state mandate nei campi di concentramento sull'Isola di Rab e Gonars. “Molti di quei crimini non sono ancora stati processati”, ricorda Turk, dicendosi convinto che “solo con il rispetto della minoranza slovena in Italia, si potrà risolvere quanto accaduto in passato”, e che “solo in quel modo si potrà parlare di riconciliazione e di perdono”.

Dobbiamo, a questo punto, ricordare che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha risposto allo stesso modo in occasione delle celebrazioni della ricorrenza delle vittime delle foibe, dichiarando che “la pulizia etnica in Dalmazia e Istria contro il popolo italiano, è stata mossa da un moto di odio e furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo che prevalse innanzitutto nel trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica”. Allora la Slovenia non ha risposto a tale dichiarazione, ma si è pronunciato il Presidente Mesic - sostenitore a Zagabria di uno schieramento di centro-sinistra - accusando il Presidente italiano di aver usato parole razziste nei confronti dei croati. Oggi, dopo un anno, alle parole di Napolitano risponde anche Danilo Turk, mettendosi nella posizione “intermediario” nel diverbio tra Croazia e Italia, ma con un ruolo di “avvocato del diavolo”.
Continua ad affermare che la minoranza slovena in Italia non viene sufficientemente rispettata, dopo la decisione del Governo italiano di abbassare i fondi per l'educazione, tra cui anche quelli per le scuole speciali per le minoranze. Allora il malcontento della popolazione è stato evidente, quando gli alunni di un istituto tecnico che si sono barricati all’interno di una scuola che era chiusa per mancanza di fondi, dopo che era stata licenziata la direttrice di una scuola che alla sua inaugurazione, aveva tagliato il nastro con il tricolore della Slovenia. Continua ad attaccare l'Italia per aver ridotto i fondi all’istruzione, ma anche al teatro sloveno a Trieste. Probabilmente, non è stata raggiunta nessuna conciliazione, in nome della “fratellanza europea”, come invece vogliono dare ad intendere.
L'ultima ventata di crisi, nella già grave situazione tra i due Stati, proviene dalle dichiarazioni del presidente Mesic, ospite di una trasmissione per HRT TV, per un confronto con il sindaco di Lubiana Zoran Jankovic. L’esito del colloquio non ha dato nessuna risoluzione ottimistica, considerando come i politici si contraddicono continuamente, parlando di ciò che piace sentire al popolo. È difficile capire anche cosa vuole ottenere questa politica assurda, considerando che un giorno si dichiara guerra e l’altro “tolleranza e pacificazione”, come afferma il Presidente Mesic nella trasmissione di domenica. Respingendo ogni attacco per la sua pungente provocazione a proposito della “liberazione della Slovenia da parte dei partigiani croati”, Mesic afferma che questa dichiarazione altro non era che un ‘licenza poetica’.

Esiste un proverbio che dice «ditemi la colpa di qualcuno, e io troverò una ragione per impiccarlo», in altre parole vuol dire che qualunque cosa presa al di fuori di un determinato contesto, potrebbe trovare qualsiasi significato. Quella licenza poetica spiega che sloveni e croati hanno collaborato insieme durante la Seconda Guerra Mondiale. Se non ci fossero stati i partigiani che liberarono l'Istria, sicuramente la mappa non sarebbe stata conformata come lo è ora. Noi abbiamo collaborato con gli sloveni sia nel periodo austro-ungarico, sia nella Seconda Guerra Mondiale, sia nella guerra in Jugoslavia, ma anche nel periodo in cui abbiamo entrambi avuto la possibilità di essere indipendenti con l'atto costitutivo del 1974. Siamo giunti alla conclusione che possiamo risolvere ogni questione soltanto se siamo uniti. Ora è davvero difficile arrivare a una risoluzione razionale, nella quale nessuno sa come sia nato il problema. Alcuni sostengono che si debba attuare un processo di riconciliazione. Ma mi chiedo con chi? Con gli sloveni? Io non ho litigato con nessuno”, afferma Mesic, dimenticando così di aver comunque contribuito alla situazione di crisi, scatenando un labirinto di parole e provocazioni.

Per me questo non è un conflitto serio – ha continuato Mesic – ognuno di noi deve trovare la soluzione di questa situazione, dobbiamo trovare la riconciliazione”, ribadendo la grande contraddizione della sua 'licenza poetica'. Inoltre, nel tentativo di trovare altri colpevoli, che non siano direttamente o indirettamente coinvolti con questa situazione, non poteva non ricorrere alla sua grande ossessione per Milosevic, così continua: “La nostra collaborazione tra Croazia e Slovenia è lunga e quando si parlava dell'indipendenza della Croazia mi ha aiutato Bozo Dimnik, per farmi arrivare fino ad Hans Dietrich Guensher. Ci siamo incontrati tre volte, e in quell’occasione gli ho spiegato che la guerra in Slovenia sarà corta, in Croazia sanguinosa, in Bosnia Erzegovina brutale e arriverà fino in Serbia, bagnando nel sangue Belgrado, perchè l'intento di Milosevic era quello di costruire una grande Serbia etnicamente pulita. Il suo scopo era distruggere tutto ciò che non rappresentavano i serbi, e questo che ci ha portato alla catastrofe”. Non sappiamo quale sia il legame tra Milosevic e l’ultima guerra, con la controversia con la Slovenia, ma ormai anche se i serbi non sono coinvolti occorre sempre citarli per rendere più credibili le proprie ragioni. In realtà è inutile deviare la situazione parlando della Serbia, ben sapendo che arriverà il giorno in cui i serbi della Krajina chiederanno indietro loro terre. Lo stesso accadrà con Serbia, Montenegro e Bosnia, e anche allora, tra i colpevoli vi sarà ancora una volta Milosevic.

Evidentemente Mesic non si rende conto che la situazione rischia di protrarsi all’infinito, e forse la Croazia dovrà aspettare ancora un po' di tempo per far maturare la sua democrazia, della quale nemmeno nessuno dei cittadini dei Paesi si sene sicuro. Il torneo internazionale di pallamano ha dimostrato come continua ad incombere una minaccia continua contro i giocatori serbi, dopo l’attentato dinamitardo presso l’albergo in cui risiedevano, o la contestazione per la bandiera serba nella piazza di Zara, e ancora un tifoso macedone picchiato e una bandiera bruciata a Zagabria. Sono tutti fatti che la Croazia deve cancellare per poter uscire dal suo passato nero ed entrare nel futuro dell'UE. Questo modo di gestire le questioni diplomatiche, stravolgendo completamente i fatti, può avere credibilità solo nei Balcani ma non nell’UE. Altrettanto ridicola è la mossa diplomatica del Premier croato Ivo Sanader per sbloccare l’impasse della disputa territoriale tra Croazia e Slovenia, invitando il suo omologo sloveno Borut Pahor a seguire una partita dei mondiali di pallamano in corso in Croazia. L’Unione Europea, da parte sua, ipotizza la possibilità di intavolare delle trattative dirette da un consiglio composto da tre membri guidato da Martti Ahtisaari, insieme all'avvocato francese esperto di diritto internazionale Robert Badinter, e da un tecnico. Il leader del partito SNS Zmago Jelincic è contrario a qualsiasi mandatario, sottolineando che sia Ahtisaari sia Badinter tendono a difendere la Croazia e non lo Slovenia. Mentre Ahtisaari viene definito come un uomo “pagato” dall'America, Baditer per gli sloveni sembra essere tornato “sul luogo del delitto”, considerando che proprio lui è stato a capo della Commissione UE, dal 1991 fino al 1993, quando vennero imposte le 15 direttive per la frantumazione della Jugoslavia. Allora Badinter affermò che “la Jugoslavia è stata oggetto di un processo di frantumazione”, non come affermavano Serbia e Macedonia, parlando di “processo di separazione delle repubbliche”. La Commissione propose di riconoscere la Slovenia come Stato indipendente mantenendo i confini delle repubbliche, i quali non possono essere modificati se non esiste un accordo vero e proprio, essendo “protetti dalla legge internazionale”. Da tale inciso, non era difficile intuire che i due Stati si sarebbero trovati, prima o poi, a dover affrontare questo dilemma, ma ovviamente a qualcuno fa comodo che i conflitti balcanici continuino anche in futuro, per rendere la regione continuamente schiava della politica internazionale, di padroni come Ahtisaari, Badinter o gli Alti Rappresentanti della Comunità Internazionale. A qualcuno fa comodo anche coinvolgere altri Stati, come l'Italia, per strumentalizzare gli eventi del passato a favore delle controversie attuali.

Biljana Vukicevic

Su tale tema, Rinascita Balcanica ha contattato l’avvocato Jonathan Levy, esperto di diritto internazionale, membro della squadra legale operante presso il Tribunale Internazionale dell’Aja nonché del team di accusa del Caso Alperin.

Cosa pensa, avvocato Levy, del conflitto tra Croazia e Slovenia?
La Croazia sicuramente non dovrebbe essere riconosciuta come membro dell'UE fin quando non risolve le controversie ereditate dal regime fascista croato della Seconda Guerra mondiale . In una situazione in cui agisce in maniera testarda, la Croazia dimostra che non rappresenta un vero candidato per l’UE. Dovrebbero prima chiarire le incombenze del passato, soprattutto la questione delle terre della Krajina e i crimini degli Ustasha, per poi aspettare di essere accettata come membro comunitario.

La Slovenia ha deciso di imporre il veto contro l’ingresso della Croazia all’interno dell’UE come contromisura per risolvere i propri problemi di confine. Crede che la Croazia risolverà allo stesso modo le sue controversie con i serbi della Kajina?
Questa è un'ottima domanda! Qualora la Croazia entrerà in Europa prima della Serbia, potrà usare il veto allo stesso modo per punire la Serbia? Essendo anche Belgrado un candidato per l’UE, è necessario includere anche la Krajina tra le controversie bilaterali, e prima che gli Stati possano entrare in UE.
Cosa accade con il caso dei serbi di Krajina?
I serbi della Krajina continuano a rivendicare i propri diritti contro la Croazia, come le case e le proprietà espropriate dai francescani. Purtroppo, il Governo serbo non presta molta attenzione alla Krajina in questo momento

La Croazia ha chiesto un arbitraggio presso la Corte di Giustizia Internazionale (CIJ) a L’Aja. Ritiene che il tribunale sia in grado di risolvere questo caso, o potrebbe rientrare nelle ingerenze di qualche altro tribunale?
Credo che un arbitraggio ad hoc possa consentire di raggiungere la soluzione migliore e offrire un nuovo inizio. Il mio consiglio potrebbe essere quello di effettuare un arbitraggio a Mosca , Ginevra, o Atene, tutte soluzioni da preferire a L’Aja, perché è divenuto ormai un tribunale assolutamente contrario ai serbi, nonché un immagine dello Stato olandese.

La controversia dei confini ha coinvolto anche l’Italia, rimettendo in discussione il passato fascista e i crimini compiuti in Dalmazia e Istria da parte dei partigiani croati. Lei crede che questo sia un buon periodo per fare un passo avanti nel caso Alperin?
L’Accordo di pace del 1947 è un argomento di difesa per il caso Alperin contro i francescani. La. Corte USA non ha ritenuto l'Accordo del '47 come una questione chiusa. Allo stesso modo, anche la Corte italiana non considera come archiviato questo caso, in quanto la Germania non ha ancora risposto alle accuse del caso Civitella, che è ora all’esame della Corte di Giustizia Internazionale.

B.V.

26 gennaio 2009

Il traffico di armi tra il Sigurimi e la Camorra


Con l'apertura dei dossier del regime comunista, vengono portati alla luce e pubblicati i documenti che dimostrano i rapporti ventennali tra la Camorra napoletana e il Sigurimi. Questi gestirono insieme il traffico degli armamenti militari, di armi contro mezzi blindati e di armi automatiche adatte alle guerriglie urbane. I rapporti con la Camorra ebbero un raggio d'azione molto ampio, in quanto riuscì occultare la vendita di armi in tutto il Mediterraneo con il traffico di sigarette e di esseri umani.

Con l’apertura dei dossier segreti del Comunismo, cominciano a venire alla luce i primi scioccanti retroscena dello sviluppo delle mafie all’interno del Mediterraneo, e dei loro legali con i servizi segreti degli Stati. I primi documenti segreti riguardano l’esistenza di forti legami tra le forze di sicurezza del regime comunista albanese e la mafia napoletana, che si sono protratti per più di 20 anni. I fascicoli svelano infatti come furono prodotti e trafficati mezzi anticarro e armi automatiche per la guerriglia urbana, ma soprattutto che fine ha fatto il bottino ottenuto dai traffici e come venivano organizzate le transazioni bancarie per il riciclaggio di denaro. Documenti autentici, dimostrano che la Camorra napoletana e la Sicurezza collaborarono per il traffico degli armamenti militari, di armi contro mezzi blindati (missili anticarro) e di armi automatiche adatte alle guerriglie urbane, ossia per la cosiddetta guerra popolare partigiana dei centri abitati. Il traffico di armi portò senz’altro ad una nuova escalation dei rapporti fra il Sigurimi e la Camorra, che ebbero inizio nella metà degli anni '60, e si interrompe dopo il suicidio misterioso del Primo Ministro Mehmet Shehu, per continuare fino all'autunno del 1991, due settimane prima dell'arrivo del contingente della missione “Pelikan” in Albania.

Alla fine del 1983, l`interruzione degli aiuti cinesi avvenuta cinque anni prima, stava causando seri problemi per le casse finanziarie della dittatura comunista, tale che per assicurare la stabilità della valuta albanese, la Sicurezza intraprende attività sempre più oscure, condannabili con il massimo della pena secondo le leggi internazionali. Si fece strada, così, il collegamento italiano con la mafia napoletana, costruito e gestito allo scopo di ottenere fondi sufficienti dal traffico di armi. Ogni operazione veniva coperta con frasi in codice di propaganda, come "La difesa della patria è un dovere sopra ogni dovere", "Combattere, pensare e lavorare come se fossimo accerchiati". Per i contatti diretti con la Camorra necessitavano dei veri e propri negoziatori, e per questo venne dato l'incarico ad uno dei rappresentanti della Sicurezza, l'ex autista dell’Ambasciata albanese nella Repubblica Araba Unita (U.A.R), inviato all' estero su ordine dell`ufficiale superiore del partito B.Angjeli, e con l’autorizzazione dell`organizzazione del PPSH (Partito del Lavoro dell` Albania). A rappresentare la "Camorra" era Michele Zaza, vecchio interlocutore della Sicurezza di Stato, conosciuto in tutto il bacino del Mediterraneo come il numero uno del contrabbando delle "bionde", come venivano chiamate a Napoli le sigarette di contrabbando. L`incontro avvenne in una piccola villa di Posillipo, del quale le autorità italiane ne vennero a conoscenza solo diversi anni più tardi, grazie alla dichiarazioni un po’ approssimate del pentito Pasquale Galasso, della zona del Vesuviano. Il capo degli investigatori della DIA ( Direzione Inchiesta Antimafia) di Salerno, Leonida Primicerio, definì questi contatti come molto problematici, tali da essere riportati ai servizi della intelligence italiana.

Secondo gli accordi, le operazioni di esportazione delle merci sarebbero state assicurate dalla parte italiana, mentre il trasporto sarebbe avvenuto sia attraverso mezzi italiani, che quelli albanesi, come ad esempio i mezzi di alto tonneggio della Flotta d’Esportazione, le navi della Flotta Commerciale e delle valigie diplomatiche. Uno dei boss della Camorra, con dimora provvisoria ad Herstal, Liege, Belgio, alla via “Rue Grand Puits 23”, assicurava la vendita di armi prodotte dall’Albania con una qualità tecnica quasi identica alle armi automatiche delle fabbriche belghe, nonché dei macchinari cechi, cinesi e svedesi (Bofors) . Dell’andamento delle negoziazioni, faceva rapporto ai capi della Sicurezza dello Stato, un agente dal nome di codice "Bibi", inviando un messaggio dalla sede della compagnia “Soko mar” in Svizzera, che fu poi ricevuto dalla compagnia "Albtrans", che copriva le operazioni del contrabbando internazionale organizzate dallo Stato. Per le comunicazioni vennero usate delle apparecchiature di interconnessione Telex, allora molto all’avanguardia. Tali strumenti di trasmissione, di produzione “Sagem”, vennero importante con valuta nazionale dalla Direzione Generale delle Ferrovie Albanesi, che fungeva da importatore legale.

Le negoziazioni dell`affare delle armi automatiche e dei missili anticarro, furono discusse segretamente dai più alti vertici della Sicurezza dello Stato e del Ministero della Difesa, informando Ramiz Alia, Prokop Murra e Hekuran Isai. Lo stesso Vice Ministro degli Affari Interni, Zylyftar Ramizi, nel marzo del 1984, emette un ordine, scritto a mano, sulle modalità e i prezzi per l’importazione delle armi automatiche e dei missili. Le direttive vennero trasmesse con telex in Italia, e i vertici della Camorra conclusero la transazione. Non sono state però trovate le prove che sia stato informato anche Enver Hoxha, il cui stato di salute si era molto aggravato, proprio nel periodo in cui venivano realizzate queste vendite. Le negoziazioni preliminari sono totalmente comprovate dalla documentazione e dalla corrispondenza del tempo, che mostra come venne organizzata sotto tutti gli aspetti - come il prezzo, le modalità di pagamento, il costo di trasporto, la quantità, l`imballaggio, e le misure di segretezza - dell`importazione di armi automatiche con calibro 9 mm e dei missili anticarro con raggio d’azione di 900 yard (800 metri) e una potenza perforante di 300 mm. I rappresentanti della "Camorra", dopo le ispezioni presso le fabbriche segrete militari a Cekin, Polican e la Fabbrica dell'Artiglieria, offrirono alla Sicurezza di Stato i loro quattro esperti, altamente qualificati, per monitorare la produzione in Albania delle armi. Le forze albanesi dovevano produrre fino a 200 mila pezzi in 3-4 anni, destinati sia all'esercito albanese che all'esportazione. A quel tempo, l'arsenale delle Forze Armate Albanesi erano di soli 250 mila AK-47 (kalashnikov) di produzione russa, cinese e albanese. I primi contingenti di armi automatiche e di vari tipi di missili pronti all'uso, dotati anche di mire ottiche, arrivarono in Albania dalla fabbrica produttrice in Belgio.

Così, più che servire alla difesa della patria socialista, le spedizioni di armi servirono all'arricchimento degli arsenali della "Camorra", per venderli al Paese vicino attraverso i canali del contrabbando degli scafi blu. Tale quantità di armamenti, poco dopo l`incidente con la famiglia Popa, giunsero a Napoli, e vennero stoccate in un edificio accanto al Campo Santo di Poggio Reale, in via “Santa Maria del Pianto”, per essere poi trasferiti nel deposito di un'officina metalmeccanica della zona di Afragola. È importante osservare che i profitti ottenuti dalla vendita delle armi, vennero usati per l`alta nomenclatura comunista e per il rafforzamento della dittatura del proletariato. Una parte della valuta forte fu usata per trasformare in blindata la "Mercedes" di Ramiz Alia e Adil Carcani, e per acquistare una “Range Rover”. La compagnia che si occupò del blindamento degli automezzi era tedesca, mentre i pagamenti avvennero attraverso una banca svizzera. Con la stessa quantità di valuta furono acquistati in Svezia degli apparecchi di rilevamento di radiazioni, definiti “dosimetri” o “Gayger counter”. Grazie all`intermediazione delle compagnie controllate dalla "Camorra", furono acquistate delle monete spagnole, night-sticks (manganelli di gomma), shock granades (granate che feriscono, ma non uccidono) ed agenti aggressivi chimici del tipo “incapacitating” (che tolgono la capacità di reagire). Questo arsenale venne dato in dotazione alla polizia e all'esercito albanese, con le relative istruzioni per il loro utilizzo contro le folle di dimostranti.

I missili vennero invece trafficati verso la Palestina, e in particolare venduti al Gruppo di George Habash, di una frazione libanese legata al leader locale Walid Jumblad. Al contrario, le mitragliatrici contraffatte dei Cekin di Gramsh (Albania) furono vendute ai terroristi dell’Irlanda del Nord, i corpi del reggimento per la difesa di Ulster, nella periferia dell`est della città di Londonderry. Il NCIS britannico (Servizio Nazionale di Investigazione Criminale) seguì le tracce delle armi fino a arrivare ad un camion ad alto tonneggio albanese, giunto in Inghilterra nel periodo in cui tra i due Paesi vi erano ancora dei rapporti, diplomatici per importare merci di comfort per conto di una compagnia statale albanese, con sede in via “4 Shkurti” a Tirana.
I rapporti con la Camorra ebbero, dunque, un raggio d'azione molto più ampio di una semplice operazione di "criminalità organizzata", in quanto venne studiata nei minimi dettagli e riuscì occultare la vendita di armi in tutto il Mediterraneo con il traffico di sigarette e di esseri umani. Ciò lascia sospettare che difficilmente la Camorra e il Sigurimi albanese abbiano agiti da soli, e che in realtà fossero parte di una rete criminale molto estesa, in cui hanno avuto un ruolo gli stessi servizi segreti deviati di molti Stati occidentali.

Rinascita Balcanica

23 gennaio 2009

Il grande bluff


L’insediamento alla Casa Bianca di Barack Obama viene salutato dagli amici e dai nemici del mondo intero come un "alleato" per la costruzione di nuove alleanze e per l’apertura di un dialogo. Tuttavia cambierà ben poco nelle linee strategiche di Washington, come dimostrato dalla presenza di Hillary Clinton come Segretario di Stato alla politica estera, o di Richard Holbrooke per la questione del Medioriente. Tutte vecchie conoscenze che dimostrano in grande bluff del nuovo Presidente "democratico", che è sulla buona strada per commettere ancora più errori del suo predecessore.

La cerimonia dell’insediamento alla Casa Bianca di Barack Obama ha scosso l’opinione pubblica globale, la quale ha salutato il nuovo Presidente come l’inizio del new deal americano e la risposta al desiderio di cambiamento. Molti sono stati gli interventi da Fidel Castro ad Ahmadinejad, dal Cremlino al Governo di Pechino, guardando al Presidente Obama come un "alleato" per la costruzione di nuove alleanze e per l’apertura di un dialogo su nuove basi. In realtà, riteniamo che cambierà ben poco nelle linee strategiche di Washington per quanto riguarda la politica estera, e in particolar modo per la regione centro-asiatica, tormentata da conflitti e da una grave instabilità politica. La stessa presenza di Hillary Clinton come Segretario di Stato alla politica estera, dà già l’idea di costante continuità del governo del partito democratico, e dà sicuramente un volto diverso al “nuovo governo” della “nuova amministrazione” obamista. Dopo essersi distinta nella sua campagna elettorale per le sue scioccanti dichiarazioni su eventi mai accaduti - come il suo arrivo a Tuzla, accolta da uno sciame di cecchini - Hillary Clinton giunge sul seggio della politica estera diplomatica americana, riprendendo dai vecchi discorsi cominciati sia da George Bush che dallo stesso Bill Clinton. Inoltre, per la gestione della crisi israeliana è stato nominato Richard Holbrooke, la vecchia volpe dei Balcani, e padre ideologico della Pace di Dayton, che ha portato alla fine della guerra in Bosnia e la creazione di uno Stato, ma anche del compromesso per ottenere l’uscita di scena di Karadzic, lo stesso accordo che dopo poco è stato rinnegato dall’Amministrazione americana.

Tante vecchie conoscenze che ritornano, come riecheggiano gli errori dell’amministrazione Clinton, per alcuni aspetti anche più gravi dell’uscente reggenza di Bush, avendo dato vita al finanziamento del terrorismo, per poi combatterlo negli anni successivi. L’ex Presidente Clinton è stato l’artefice non solo di un inaspettato intervento in Iraq, ma anche e soprattutto della guerra della ex Jugoslavia, che ha provocato un bombardamento nel cuore dell’Europa Orientale per far cadere le ultime colonne del comunismo di matrice sovietica. Allora la strategia della manipolazione e della finzione di massa - di cui il partito democratico di Clinton e dello stesso Obama sono veri maestri - portò alla creazione della propaganda del genocidio perpetrato dal Governo di Slobodan Milosevic contro le etnie non-serbe, per alimentare pian piano lo sfaldamento graduale dell’intera Jugoslavia. I media del mondo intero fecero una guerra spietata a Milosevic, che venne definito il "macellaio" dei Balcani, nascondendo dietro un’unica figura i crimini commessi dalle stesse bande che stavano nascendo sposando la causa indipendentista della propria regione. Bande che ben presto si sono trasformate in corpi paramilitari, finanziati dal traffico di droga e di armi, nonché dalle strutture parallele delle intelligence occidentali, le quali hanno reso possibile l’organizzazione di vere e proprie armate, all’interno delle quali venivano poi reclutati mercenari e guerriglieri dei movimenti fondamentalisti islamici. A quel punto, quello che era l’esercito nazionale jugoslavo divenne il nemico, mentre queste forze vennero considerate "eserciti di difesa" o di protezione per la popolazione.

Questa è la storia della Bosnia, della Croazia e del Kosovo, dove conflitti interetnici centenari sono scoppiati in una guerra sanguinosa e fratricida. A distanza di anni, tali eventi sono stati riportati dalle cronache dei media in maniera completamente diversa, senza mai lasciare che fossero ascoltati i veri protagonisti di quegli atroci eventi. Fu lo stesso Slobodan Milosevic che cercò di spiegare come l’interferenza di stati esteri avesse pregiudicato in maniera irreparabile la situazione interna del Paese, portando come esempio proprio lo storico incontro di Rambouillet, il cui fallimento decretò l’intervento della NATO. " Rambouillet è stato il motivo della guerra contro la Jugoslavia, o meglio dell’aggressione criminale - spiega il Presidente Slobodan Milosevic dinanzi al Tribunale Internazionale dell’Aja - ma io voglio dire qui in pubblico che non c’è stato nessuna trattativa a Rambouillet. La delegazione serba non si è nemmeno mai incontrata con quella albanese. La delegazione americana ha realizzato il suo programma, mentre quella albanese rilasciava le dichiarazioni: l’intero contenuto dell’accordo di Rambouillet, come doveva essere risultato della trattativa, è stato pubblicato dal quotidiano albanese “Koha Ditore” due giorni prima dell’inizio della trattativa. E questo è un dato di fatto facile da verificare, io stesso ho avuto quel quotidiano tra le mani, e tutti pensavamo si trattasse della propaganda albanese che scriveva "delle stupidaggini difficili persino da immaginare" - dichiara Milosevic alla Corte.

"Rambouillet è stato il pretesto per invadere la Yugoslavia, mentre Wesley Clark e Hashim Tachi si incontravano nei bar prendevano accordi. Ovviamente, loro sapevano già, a differenza di noi, cosa sta per accadere. Se gli americani volessero arrestare tutti coloro che hanno un collegamento con i terroristi, dovrebbero arrestare subito Wesley Clark, Madaleine Albright e altri diplomatici lì presenti. Per loro non c’è nemmeno l'ombra del sospetto che avessero dei legami con i terroristi. Nessuno dei Presidenti americani del passato ha fatto quello che ha fatto invece Clinton il “democratico”. Lui ha proclamato il genocidio come politica di Stato, ma ha detto che non ci saranno vittime. Ha dichiarato la distruzione di uno Stato indipendente e sovrano 676 volte più debole e a 10.000 Km distante dagli USA, come meta di una guerra "senza vittime". Oltretutto, tanto per rendere l’idea di quanto sia grande l’assurdità, la Yugoslavia non aveva nessun conflitto con nessuno di quegli stati, né territoriali né economici, né ha attaccato o ha subito minacce da nessun Paese vicino. Il genocidio è il mezzo con il quale tutte le potenze colonialiste hanno realizzato i propri interessi nel corso della storia. In entrambe le Americhe, in Africa, in Asia, tutte le potenze hanno portato avanti il loro interesse mediante il genocidio. Il nuovo colonialismo ha fatto uso dello stesso mezzo. Tutto il mondo dovrebbe sentire questo allarme, perché tutto il mondo è meta di questo colonialismo, inclusa l’Europa arretrata ed addormentata. Gli Usa potrebbero realizzare il loro ruolo da leader diffondendo benessere, nuove tecnologie, mercato libero, valori culturali, e non spargimento di sangue e sofferenza per oltre centinaia di milioni di persone. Il ruolo da leader mondiale si otteneva con la spada ai tempi dell’Impero Romano, ed io ho affermato apertamente che Clinton ha sbagliato millennio. Duemila anni fa, quello era il modo per conquistarsi il ruolo da leader, ma nel terzo millennio no! Nessuno potrà mai nascondere e giustificare i crimini mostruosi che ha commesso la NATO in questa parte dell’Europa, alla soglia del nuovo millennio. Nonostante la decennale campagna mediatica contro il popolo serbo e la produzione di menzogne nella guerra dei media, nella quale è stato fatto uso abusivo della rete globale, e persino ora in questo processo, dovranno lavorare ancora molto per occultare la verità. La verità non la si può nascondere con poco lavoro, devono impegnarsi molto, ma non ci riusciranno”.

Queste le parole di Milosevic che, dinanzi al Tribunale per i crimini di guerra della ex Jugoslavia, ha cercato di salvare la verità e la dignità di un popolo, prima che di salvare se stesso, ben sapendo che quell’evento avrebbe cambiato l’assetto politico dei Balcani e della stessa Europa, nonostante questa si sentisse esente da ogni responsabilità. Oggi la storia ritorna a far sentire il suo grave peso, nell’illusione che un altro Presidente "democratico" possa cambiare gli errori del passato. Cominciamo invece subito col dire che la politica americana nei Balcani sarà la stessa, per ammissione dello staff della Casa Bianca, vista la direzione della squadra diplomatica da parte di Hillary Clinton. Vi è per questo il sentore che qualcosa comincia già a muoversi nella regione. Sentiamo sempre più spesso parlare della cattura di Mladic e secondo alcune fonti, l’ex Generale serbo, è stato già trattenuto e sarà trasportato in una località per dare la possibilità di inscenare la cattura, proprio nel vecchio stile dei Clinton. Da questo punto di vista, la cattura di Mladic potrebbe essere un bel colpo per l’amministrazione americana per risollevare la sua posizione nei Balcani. Naturalmente si parla di processi giusti ed equi, cercando di far credere alla gente che dietro tutto questa sceneggiata vi sia il concetto di Istituzione, di Giustizia. In realtà da questi processi non si stabilisce nulla, le persone vengono zittite, scompaiono i testimoni, e rappresentano un mezzo come un altro per fare politica. Lo stesso processo contro Karadzic è già stato fatto e concluso con tanto di condanna da parte dei media, che senza pietà hanno lanciato titoli e agenzie di primo piano per "il macellaio della Bosnia". Come grande contraddizione, invece, un uomo come Agim Ceku, che guidò le forze paramilitari in Croazia contro i serbi, che terrorizzò i serbi della Krajina, ammazzando bambini e vecchi, e cacciando i serbi dalle loro case, è stato premiato dalla grande amministrazione Clinton, con l’onorificenza di "Generale della UCK" e poi Premier del Kosovo.

In questa strategia che viaggia sul filo del rasoio, la comunicazione è tutto. Le agenzie di stampa cominciano a rilanciare dichiarazioni scioccanti, secondo cui "il generale Mladic avrebbe minacciato i bambini delle sue guardie del corpo e della sua gente", affinchè non venisse tradito e consegnato. Queste sono delle vere e proprie depravazioni mediatiche, che servono semplicemente ad isolare sempre di più Mladic nella sua prossima difesa all’Aja, e ad isolarlo dal contesto in cui è vissuto. La guerra in Bosnia è stata un massacro perpetrato da bande paramilitari, che hanno consentito di deviare l’attenzione dei media dalla graduale colonizzazione che veniva fatta del territorio, e la progressiva scomparsa dei popoli che invece hanno sempre popolato quelle terre. Forse nessuno sa che il 50% del territorio della Bosnia fa parte della Republika Srpska (l’entità serba) ma si cerca di trasformare l’intero Stato in "nazione bosniaca"; allo stesso tempo parte della popolazione bosniaca è costituita da mujaheddin, che hanno commesso i più grandi crimini della guerra in Bosnia contro serbi, croati e gli stessi musulmani. Sulla loro presa indagava Vukovic, capo dell’Ufficio del ministero degli interni della Bosnia Erzegovina, che 10 giorni fa è stato arrestato, nel pieno di un’indagine sui traffici da parte della criminalità organizzata e le collusioni esistenti con i mercenari mujaheddin. Nessuno ha parlato della strana dinamica dell’arresto di questo funzionario che, dopo aver fatto visita al diplomatico americano Raffi Gregorian, si reca a Fiume, in Croazia, dove viene arrestato per traffico di armi e collusione con la criminalità organizzata. Non siamo assolutamente convinti che questa sia la verità, ma siamo consapevoli che questo è il modo in cui questi Paesi risolvono i loro "regolamenti di conti". Questo perché dei Balcani non importa a nessuno, interessa semplicemente a determinate lobbies per mantenere il controllo di determinati territori, con privatizzazioni e svendite, lavorando giorno dopo giorno alla disinformazione e alla divisione continua tra i diversi Stati. Adesso staremo a vedere come il grande Obama "democratico" e la sua amministrazione risolveranno i problemi del mondo, sperando che non bombardi più di quanto abbia fatto Bush.

21 gennaio 2009

La crisi della KAP di Podgorica nelle mani dei russi


Il Governo di Podgorica ha annunciato che sarebbe disposto a lasciare la gestione della fabbrica di alluminio nelle mani dei russi, pena il fallimento della Kombinat aluminijuma di Podgorica (KAP). Si apre un spiraglio per l'approvazione del piano di aiuti di Stato nei confronti dell'industria di alluminio controllata all'oligarca russo Oleg Deripaska (nella foto). Ci si chiede, però, se queste misure potranno colmare la crisi strutturale della fabbrica, che non è stata mai affrontata dalla dirigenza russa.

Ancora nessuna buona notizia per l’industria siderurgica del Montenegro, che sta subendo un lento ed inesorabile declino, che si cerca di imputare a tutti i costi alla crisi globale del mercato automobilistico e quindi dei metalli. In realtà si tratta di una situazione ben più complessa, che vede l’intrecciarsi di una serie di eventi concomitanti, a partire dalla discutibile gestione da parte del Governo di Podgorica delle operazioni di privatizzazione, dei rapporti con le dirigenze delle società acquirenti e con le parti civili in causa, per poi finire con la cosiddetta "crisi globale". Questa sta danneggiando il comparto industriale non solo attraverso il calo della domanda aggregata di prodotti siderurgici, ma anche con la sottrazione di fondi e risorse finanziarie al processo produttivo per pagare, molto spesso, i debiti contratti con Banche e società di investimento. Il Montenegro, da questo punto di vista, rappresenta uno specchio di quelli che possono essere gli errori della finanza e delle privatizzazioni, in quanto la crisi delle sue industrie siderurgiche comincia proprio da una forte responsabilità del Governo e delle società che le hanno acquistate. Dunque, dopo aver esaminato il caso della fonderia Livina di Gatti spa e dell’acciaieria Zeljezara, entrambe dislocate nel complesso siderurgico di Niksic, esamineremo la situazione della Kombinat Aluminjiuma Podgorica (KAP), controllata dalla Central-European Aluminum Company (CEAC), detenuta dall’azionista di maggioranza russo Oleg Deripaska.

Il caso della KAP è molto complesso, in quanto la vera crisi comincia a manifestarsi mesi prima della cosiddetta crisi globale, quando la CEAC decide di querelare il Governo di Podgorica chiedendo un risarcimento danni per 300 milioni di euro dopo che un’esamina dei bilanci ha rivelato delle perdite inaspettate. I legali della CEAC accusano infatti il Montenegro di aver occultato dati importanti per stabilire il valore della Kombinat durante le negoziazioni per l'acquisto della fabbrica. I russi hanno così richiesto l’apertura di un arbitraggio internazionale a Francoforte, istituendo come controparti il Governo del Montenegro, il Fondo di Sviluppo, il Fondo di Assicurazione Pensionistica e l'Ufficio di Collocamento. Il Governo, da parte sua, si è difeso affermando che russi non hanno realmente rispettato il contratto di vendita per quanto riguarda gli investimenti pattuiti, e che per tale motivo non dovrebbe essere preso in considerazione parte dei debiti della Kombinat pari a circa 104.5 milioni di euro. Poco dopo arriva il primo annuncio di Deripaska della possibilità di chiudere la fabbrica di alluminio, nonostante l’approvazione dei lavori di ristrutturazione del valore di 30 milioni di euro nei prossimi due anni e di ulteriori 50 milioni come previsto dal contratto. I segnali di malessere continuano però ad aumentare e la sensazione di un peggioramento della situazione della KAP viene avvertito anche dagli operai, che minacciano continuamente scioperi dinanzi all’inerzia della dirigenza dinanzi alla necessità di contribuire realmente alla vita e al progresso dell’impresa. La società deve infatti affrontare una lunga protesta sindacale in seguito alla mancata liquidazione di circa 18 milioni di euro di stipendi arretrati e 4.5 milioni per dazi doganali.

Così nel mese di dicembre, la CEAC comunica che "ogni altra misura volta a sostenere la KAP come nuovi contributi per l'energia elettrica o altri privilegi, implica solo una conservazione artificiale della società, mentre i nuovi costi e le perdite ricadrebbero sempre sullo Stato", chiudendo qualsiasi prospettiva di sviluppo dello stabilimento. La dirigenza infatti avverte che vi è una situazione di disastro finanziario all’interno della società, che non verrà facilmente colmata con misure superficiali: da queste parole, sembra che la CEAC non è assolutamente intenzionata a tenere aperta la fabbrica di alluminio, giudicata ormai un pessimo investimento da liquidare nel più breve tempo possibile. Infatti, secondo alcune fonti riportate dal quotidiano di Podgorica Vjesti, il miliardario russo sta attualmente negoziando, con diversi investitori cinesi e americani, la vendita del pacchetto di minoranza delle sue società, tra cui anche il gigante dell'alluminio Russian Aluminum (RusAl) , nel tentativo di reperire i fondi necessari per pagare i debiti contratti verso le banche.
A nostro parere, qualcosa cambia ad un certo punto, perché la società lancia l'allarme sulla crisi di liquidità della compagnia, la quale potrebbe mettere a rischio la sopravvivenza della stessa. Dopo la crisi finanziaria strutturale, si parla di crisi di liquidità, per poi sfociare nella crisi globale.

Nel frattempo, infatti, le perturbazioni del mercato finanziario colpiscono senza pietà gran parte degli investimenti dell’oligarca russo Deripaska, che accumula in poche settimane un debito personale di 20 miliardi di dollari, per il quale ha chiesto un credito offrendo come garanzia la sua partecipazione nel gruppo assicurativo russo Ingosstrakh, controllato mediate il fondo Basic Element . Sembra che dopo la forte espansione del suo patrimonio - con investimenti nel comparto dell'energia, delle costruzioni e quello bancario-assicurativo - Deripaska deve progressivamente dismettere parte delle sue proprietà, a cominciare dal 20% di Magna (produttore canadese di componenti per auto), dal 9,99% del costruttore tedesco Hochtief, per poi perdere in borsa il 75% di Basic Element e rifinanziare il prestito ottenuto da un consorzio di banche estere con un finanziamento dello Stato russo per 4,5 miliardi di dollari; tale manovra gli costa cara perché la sua posizione nella Basic Element diventa sempre più precaria, sino all’avanzamento dei soci di minoranza. Dunque, il magnate russo - che comunque gode del sostegno diretto del Cremlino, e di numerosi gruppi bancari europei, come quello dei Rothschild - è stato costretto ad una serie di corsi e ricorsi di emergenza, per colmare un enorme debito, nato però da investimenti speculativi che hanno visto crescere il loro valore nel giro di pochi mesi.

A pagare la colpa del dissesto globale, è la stessa Kombinat aluminijuma di Podgorica, la quale si è vista costretta ad aprire un canale di negoziazioni con il Governo per ottenere degli aiuti di Stato, al fine di consentire almeno l'acquisto delle principali materie prime necessarie al ciclo produttivo e dell’energia elettrica. Il pacchetto di aiuti alla KAP ammonta a circa 50 milioni di euro, e riguarda agevolazioni fiscali, riduzione dei contributi, annullamento del debito per le forniture di energia elettrica e olio combustibile verso la EPCG e la riduzione di altri oneri. Il Governo, da parte sua, afferma che, affinchè siano erogati degli aiuti finanziari statali, occorre che i russi garantiscano per i dipendenti della fabbrica un' occupazione a lungo termine. In caso contrario non vi sarà nessun aiuto e la fabbrica andrà in liquidazione, per poi tornare nelle mani dello Stato. Podgorica aveva anche chiesto come condizione iniziale per esaminare tale richiesta, che l'azionista di maggioranza della CEAC, Oleg Deripaska, receda immediatamente dalla causa contro lo Stato, presso il Tribunale di arbitraggio di Francoforte. Al momento il ciclo produttivo rischia la paralizzazione, in quanto i lavoratori hanno minacciato di incrociare le braccia dopo che sono stati informati che la società non avrebbe pagato il salario del mese di dicembre, considerando che il conto della KPA presso la Banca Commerciale del Montenegro era stato improvvisamente bloccato. Inoltre, la produzione nella miniera di bauxite di Niksic - fermata per le festività natalizie il 17 dicembre - non ha ancora ripreso a funzionare, dopo che l'estrazione del minerale, che è destinata alla Kombinat Alluminjiuma Podgorica (KAP), è stata nuovamente rinviata per risparmiare sui costi della lavorazione, dato che la materia prima impiegata per la produzione di alluminio non è sufficiente.

Secondo gli ultimi aggiornamenti provenienti da Podgorica, il Governo ha annunciato che sarebbe disposto a lasciare la gestione della fabbrica di alluminio nelle mani dei russi, pena il fallimento della KAP stessa, e le gravi conseguenze sull 'economia del Paese, sui lavoratori, sull’intera filiera dell’alluminio e sul sistema bancario. Il governo, dunque, preferisce che la KAP continui ad operare nel gruppo CEAC, in quanto il fallimento non è assolutamente un’opzione da prendere in considerazione. Dinanzi alla minaccia dei russi di chiudere la fabbrica e di licenziare più di 4000 persone se non saranno devoluti gli aiuti di Stato, il Governo ha intavolato dei colloqui a cui stanno prendendo parte non solo i rappresentati del gruppo russo, ma anche il consorzio di banche che cooperano con la CEAC e i principali creditori. Delle trattative che hanno come posta in gioco la sopravvivenza di una comunità di lavoratori e di un ecosistema economico, e come contropartita un vero e proprio ricatto. Il Governo ha le sue grandi responsabilità, non può indietreggiare dinanzi a questa richiesta perché non può tradire il suo elettorato all’indomani delle prossime elezioni e della crisi che si sta abbattendo sul Parlamento. Allo stesso tempo, il Premier Djukanovic non può venir meno alla parola data ad Oleg Deripaska, il quale rappresenta anche un diretto partner di investimenti nel progetto turistico della costa di Budva. Infine, la questione della KAP va chiusa nel più breve tempo possibile, in quanto è un affare che pesa su entrambi le parti, sia per il modo in cui è stato ottenuto, sia per come è stato gestito.