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07 marzo 2018

La rivoluzione politica dei movimenti internettiani: nuovi scenari della cannibalizzazione degli Stati nazione

In questi anni, abbiamo sempre offerto ai nostri lettori un punto di vista diverso nella lettura degli eventi che caratterizzano l'epoca che viviamo, seguendo come filo conduttore l'evoluzione delle entità della Cibernetica. Sin dalla nascita dei colossi societari che creano sistemi cibernetici e gestiscono i big data, e con essi dei fenomeni propagandastici del "web e della rete", abbiamo illustrato le dinamiche e le implicazioni di ciò che abbiamo definito "Crimine invisibile". Gli eventi di cui oggi siamo testimoni, come ad esempio l'affermazione indiscussa delle lobby della cibernetica superando così quelle energetiche ed industriali, l'aumento esponenziale della disoccupazione, la nascita di nuove "professioni" e la scomparsa dei "mestieri" , hanno avuto come logica conseguenza il declino delle associazioni di categoria e così anche dei partiti politici tradizionali, lasciando spazio ai "movimenti della rete". Si parla così di democrazia diretta, di decisioni partecipate, di dirigenze orizzontali, o altri doni miracolosi che il web ha dato alla nostra società moderna, e che porterà con sé altre utopie devastanti, come la scomparsa della disoccupazione, la comunicazione globalizzata senza confine, la fine della corruzione, e chi ne ha più ne metta. Dunque arriviamo al nocciolo della questione: qui non si tratta di populismo, bensì di una nuova frontiera filosofica che vorrebbe addirittura superare i limiti del socialismo, per cui siamo arrivati ad un punto di follia pura in cui le masse si illudono di poter prendere il potere, grazie ad una serie di algoritmi informatici o ad una piattaforma elettronica.

Chi ha seguito il nostro percorso, può anche ricordare, contestualmente, la nascita del Blog di "Beppe Grillo" e successivamente del "Movimento 5 stelle", che sembra essere nato dal nulla, dall'unione sul web dei semplici cittadini, quando nella realtà sappiamo bene che non è così. Tale movimento non è altro che "un prodotto cibernetico vuoto di contenuti" i cui diritti di Copyright sono detenuti dalle lobby cibernetiche, che investono in ogni Stato per incentivare la nascita dei cosiddetti movimenti anti-sistema. Gli argomenti proposti e i programmi presentati sembrano essere il prodotto di una rielaborazione di tutto il materiale "di dubbia origine e scarsa affidabilità" che circola sul web da anni, passando da sistemi di contro-informazione a blog di opinionisti, ma in sostanza parliamo sempre della stessa minestra. Forse i più attenti potranno ricordare le origini del cosiddetto "Reddito di Cittadinanza", propinato dai movimenti del "Signoraggio" che hanno teorizzato l'esistenza di un problema sistemico-contabile, la cui risoluzione garantirebbe la liberazione di risorse superflue da distribuire alla popolazione. Ecco, il nostro famoso Movimento cinque Stelle non ha fatto altro che riprendere questa corrente internettiana, e adattarla ai nostri giorni, parlando di "lotta alla corruzione e di malgoverno", dalla quale dovrebbero scaturire risorse da reimpiegare sul territorio , e quindi per far fronte all'esborso del "reddito di cittadinanza". Si è detto anche di implementare sistemi che già esistono in Paesi nord-europei, come ad esempio il Belgio, compiendo il grave errore di cadere nello stesso meccanismo voluto dalla potente lobby del carbone. Allora, come oggi, le lobby hanno chiesto ad uno Stato di pagare il debito derivante dalla riconversione energetica dell'economia, e quindi il costo del fallimento di un sistema economico, lasciando le compagnie indenni. A distanza di decine di anni, ci ritroviamo dinanzi allo stesso paradosso, in cui delle lobby non ben identificate chiedono allo Stato italiano di pagare il costo della disoccupazione dilagante, creata dal superamento dell'economia cibernetica (immateriale) rispetto a quella industriale e dei servizi. Stiamo parlando della progressiva decimazione di professioni come "il bancario, il pubblicitario, l'assicuratore, l'immobiliarista, il giornalista, l'operaio", letteralmente sostituiti da software e robot. 

Nessun miracolo è stato compiuto, nessuna guerra è stata vinta. Andiamo in questi famosi Paesi Nord-Europei, e scopriremo che il "reddito di cittadinanza" ha ridotto la disoccupazione, ma ha creato classi di "non lavoratori", ossia di persone che hanno personalmente scelto di non lavorare, e di accontentarsi del minimo sindacale, di vivere ai margini della società, con un degrado progressivo sino a divenire dei veri e propri clochards che vivono in piccole case, senza che nessuno li veda. Insomma tutti contenti, ma le piccole e medie imprese sono letteralmente scomparse, e le lobby la fanno da padrone. Immaginiamo cosa potrebbe accadere se introducessimo in Italia il "reddito di cittadinanza", a partire dall'ipotizzare da dove saranno raccolte le risorse per coprire un simile esborso: avremo ciò che le lobby chiedono, ossia la privatizzazione dei servizi, la scomparsa delle piccole imprese a favore delle multinazionali, la riduzione del pubblico a favore del privato. Ecco la vera guerra che ci attende, il confronto tra lo Stato e il Privato, dove i secondi entreranno nella politica senza che sia neanche necessaria una legge sulle lobby (come accade ad esempio negli Stati Uniti) con una vera e propria una cannibalizzazione degli Stati Nazione. I partiti e le ideologie di destra e di sinistra non esisteranno, e vi saranno solo i "movimenti orizzontali internettiani" che dovranno confrontarsi con quelli che definiremo i "Nation".


La nostra posizione già la conoscete, non c'è bisogno di aggiungere altro. 

06 ottobre 2017

La vera storia dell'indipendenza della Catalonia

Ci dispiace vedere questa farsa della Catalonia, perché nessun paese europeo dovrebbe riconoscerla, ma se ciò dovesse avvenire allora bisognerà rimettere tutto in discussione. In realtà la Catalonia è la vittima di quella guerra che, anni fa, venne profilata dalla Etleboro parlando del conflitto in atto tra le lobbie della Cybernetica e il potere ortodosso. Oggi i  giganti della informatica finanziano le ONG, e non più la politica, attraverso quelle che potremo chiamare le 'Nuove Banche', ossia entità che possiedono dati e strumenti forti a sufficienza per sferrare le loro guerre. Ciò che unisce i vecchi conflitti congelati con la nuova era è proprio lo scontro tra le lobbies della Cybernetica, che fa delle informazioni e della speculazione un mezzo di ricchezza, e il potere ortodosso, simbolo dell'alleanza tra la Chiesa Ortodossa e il Vaticano,  e che utilizza l'energia come motore dell'economia. Con la sconfitta del petrodollaro, è stata dichiarata una guerra invisibile dai nuovi colossi dell'economia, come Google, Facebook, Amazon e Microsoft. Sono divenuti incontrastabili e qualsiasi forza che si oppone troverà dinanzi a sé la magistratura, che utilizzerà l'arma dell'evasione fiscale per distruggere i gruppo finanziari  che non stanno al loro dictat, mentre impunemente agiscono sotto il regime dell'ottimizzazione fiscale. 

La Catalonia è la terra di conquista delle lobbies della Cibernetica che pretendono uno Stato, perché si rifiutano di operare sotto le leggi dell'Unione Europea, e lo chiedono con una violenza ed una forza inaudita. Non più rivoluzioni colorate in nome della libertà dall'oppressione, bensì "referendum di secessione" in nome della libertà di evadere e di violare le leggi. Hanno così sferrato  una guerra sotterranea, facendo tutti bersaglio di ritorsioni o di falsi dossier che gettano discredito sui Governi. Uno scenario questo che la Etleboro  aveva teorizzato e dimostrato in tutti i suoi aspetti, avvertendo come gli Stati non possiedono gli strumenti per contrastare questo crimine invisibile.  Molte sono state le inchieste da noi portate avanti e puntualmente ignorate dalla Magistratura, a partire dalle speculazioni finanziarie alla nascita delle nuove lobbies. Eravamo preparati a questo scenario, e abbiamo costruito in questi anni le nostre difese per tutelare le nostre imprese.

08 gennaio 2017

Reati di Stato: La Etleboro chiede tutela per le imprese italiane

Per quanto le cerimonie tendano a glorificare le istituzioni, resta il fondato problema della credibilità delle stesse. In un sistema democratico l'autorevolezza delle istituzioni passa per la loro soggezione alla legge, il che significa che esse sono al servizio dei cittadini e di tutti i soggetti collettivi, sociali ed economici. Ognuno di noi deve quindi pretendere che i funzionari dello Stato siano trasparenti verso i cittadini e leali nei confronti delle istituzioni.  E' questo il concetto che spinge la Tela della Etleboro ad agire per la tutela delle imprese italiane, spesso vittime della negligenza di funzionari che danneggiano la stessa credibilità dello Stato. Spesso ci è capitato di vedere come le istituzioni abbiano affossato ogni legittimo diritto di singoli ed aziende al solo scopo di difendere la posizione del singolo funzionario, magari perché per proteggere la propria carriera o interessi di terzi.

Vi sono prove documentali che attestano, ad esempio, come alcuni ambasciatori abbiano cambiato repentinamente le loro azioni, commissionando delle perizie ad hoc, palesemente errate, che tuttavia giustificano o difendono la loro posizione, ai danni delle imprese che invece dovevano difendere. Gli stessi rappresentanti, nella foga di difendere il loro indifendibile operato, hanno messo a repentaglio le istituzioni statali, omettendo di effettuare o ritardando le dovute comunicazioni al ministero ed al governo.  Questi atti di negligenza o di intenzionale abuso di ufficio vanno accertati, e quindi sanzionati presso le dovute sedi. Ed è quello che la Etleboro intende fare, agendo su mandato delle imprese che sono state danneggiate da tali funzionari, presso i Tribunali della Repubblica

Allo stesso tempo, saranno presentate le richieste di ritiro di qualsiasi titolo o onorificenza riconosciuta dalle alte carico dello Stato, per evidente incompatibilità rispetto ai requisiti richiesti. Infatti, la serietà delle istituzioni repubblicane suggerisce che l'opera di trasparenza cominci dal più alto ufficio, la Presidenza della Repubblica, la quale potrà appurare se i propri alti funzionari siano stati incapaci o infedeli, indegni delle onorificenze ricevute.  Siamo dinanzi, oggi, ad un'opera di giustizia  per la tutela delle imprese italiane, il solo strumento per supportare il "Made in Italy nel mondo".

19 dicembre 2016

Russia-Francia: L'incontro segreto tra Putin e Sarkozy

Tutto il mondo pensò che l'allora Presidente Nicolas Sarkozy, durante la conferenza stampa del G7 del 2007 era del tutto ubriaco. In realtà era sconvolto, letteralmente scioccato dal suo precedente colloquio con il Presidente russo Vladimir Vladimirovič Putin. 

Veniamo ai fatti. Appena arrivati, Nicolas Sarkozy apre il suo incontro con un lungo discorso, facendo la morale a Putin da spavaldo, come suo fare. Il Presidente russo lo ascoltò in silenzio, e dopo 20 minuti Sarkozy smise di parlare. Ci furono quindi 45 secondi di imbarazzo, quando Putin si rivolse a Sarkozy con uno sguardo gelido e voce sicura. "Hai finito ? - incalzò Putin - Allora ascoltami bene: tu sei appena stato eletto Presidente, ma tieni presente Nicolas la Francia è piccola", mimando con le mani un piccolo quadrato, "mentre la Russia è grandissima", allargando di colpo le braccia. "Se io voglio, ti schiaccio: da oggi in poi non mi parli più con questo tono. Se tu mi ascolti, diventerai il re d'Europa…

Ci furono altri 15 minuti di insulti di basso livello, poi Putin si alzò, lasciandolo solo sulla sedia, umiliato. Il Presidente francese non poteva credere alle sue orecchie, ne rimase talmente scioccato che ebbe difficoltà a riprendersi. Non sapendo più cosa dire, si presentò alla conferenza stampa un po' stordito, e tutti pensarono che Sarkozy e Putin si erano ubriacati. In realtà, nessuno dei due beve. Questa la triste cronaca di un piccolo uomo, letteralmente schiacciato dalla sua stessa superbia e da un gioco forse più grande di lui.  




02 maggio 2016

Militari italiani uccisi in Libia: in azione gruppi di disinformatori per screditare l'Italia

Tripoli - Nonostante le smentite ufficiali del Ministero della Difesa, continua a circolare sui media libici la notizia circa un presunto attentato avvenuto ai danni di un convoglio di forze speciali italiane da parte di Daech nei pressi di Sirte e Misurata. A rilanciare la notizia è un anonimo centro studi, il Libyan Center for Terrorism Studies - LCTS, che accredita l'informazione bypassata nei giorni scorsi dal portale israeliano Debka-file (si veda Disinformazione: falsa la notizia di Debka su attentato a forze speciali italiane in Libia ). Stando all'analisi dell'Osservatorio Italiano, la citazione del centro libico sui media arabi, di una notizia messa in circolazione da un portale straniero, rientra nello schema della propaganda disinformativa gestita da società di comunicazione, che rispondono direttamente a gruppi di interesse .  Questa strategia ha l'obiettivo di creare confusione, per intavolare in futuro una nuova conferenza di pace, sotto l'egida di altre potenze occidentali. Va ricordato, in merito, che L'Italia, pur avendo ottenuto il comando di un ipotetico e futuro intervento militare in Libia delle forze dell'Alleanza Atlantica, si è sempre detta contraria al bombardamento unilaterale del territorio libico, mentre continua a tenersi distante da ogni interferenza nella politica interna.  Tuttavia, vengono diramati continuamente comunicati di media o centri di ricerca, che contengono notizie di parte, false e diffamatorie, per dissimulare l'esistenza di un sentimento anti-italiano in Libia. L'Osservatorio italiano ha rilevato l'esistenza di piccoli gruppi di "influencer" che fanno una vera e propria opera di sciacallaggio. Ha destato non pochi dubbi la manifestazione di Bengasi dello scorso venerdì 29 aprile, quando un ristretto gruppo di manifestanti ha portato con sé delle bandiere da bruciare sotto gli obiettivi dei reporter, che a loro volta hanno divulgato le immagini attraverso i  social network ( si veda Manifestazioni in Libia:quando l'informazione segue il trend politico e Bandiera italiana bruciata in Libia: quelle notizie anonime che diventano realtà ). Questa tecnica di infiltrazione dei media è ben conosciuta, come lo sono anche gli organizzatori dei tali gruppi e quali sono le forze che stanno finanziando tale propaganda. Si nascondono dietro le parole "democrazia, diritti umani", mentre agiscono per soddisfare gli interessi delle lobbies. Ricordiamo che quando Francia e Gran Bretagna ha promesso la libertà  ai libici "dal regime di dittatura", che avevano  già un piano, quello di appropriarsi di laute concessioni per lo sfruttamento delle risorse libiche, in particolare di gas e uranio. Oggi hanno perso credibilità, e stanno finanziando la disinformazione per riaprire i tavoli di discussione sulla Libia, ma soprattutto per sottrarre all'Italia il comando militare, e tornare quindi ad essere protagonisti nelle decisioni internazionali sulla Libia.

30 aprile 2016

Manifestazioni in Libia:quando l'informazione segue il trend politico

Lo schieramento diplomatico dell’Italia in Libia comincia a divenire il bersaglio mobile di una strategia di disinformazione, volta a sferrare un attacco mediatico nei confronti dell’Italia. L’obiettivo di tale strategia è quello di creare un sentimento anti-italiano tra la popolazione libica, infondendo diffidenza nell’opera di assistenza e di consulenza della diplomazia italiana al fianco del Governo di riconciliazione. Sono attualmente in gioco delle forze molto forti,  provenienti dai nostri diretti competitor e dalle potenze arabe che stanno coltivando grandi interessi in Libia, e cercheranno di sfaldare il processo di pace che intende riunire il popolo libico.

Si può infatti osservare una escalation nella progressione della pubblicazione delle notizie, su media e social network, che potrebbe sfociare in un evento di maggiori dimensioni mediatiche, approfittando della pausa festiva del 1° Maggio, quando media italiani e libici sono in pausa e hanno una capacità di reazione più lenta. Come spesso accade in queste dinamiche di disinformazione, le notizie spacciate provengono da fonti anonime – spesso utenti sentitici neo-creati che appaiono sui social network – non contengono elementi precisi che permettono di verificare l’informazione, o di collocarla nel tempo e nello spazio.

E’ di oggi, infatti, la notizia pubblicata dal portale israeliano Debka-file circa l’attentato di Daesh ad un convoglio di forze speciali italiane partite da Misurata e diretto verso Sirte. Citando fonti anonime dei servizi di sicurezza, Debka afferma che un convoglio costituito da forze speciali italiane, britanniche e truppe libiche, era in viaggio dalla città nord-occidentale di Misurata verso Sirte, quando è caduto in un'imboscata  di Daesh subendo gravi perdite. La fonte afferma con certezza che vi sarebbero delle vittime italiane, mentre non precisa alcun dettaglio sul luogo in cui sarebbe avvenuto l'attentato.

Di lì a poche ore,  sono comparse sui social network foto di bandiere italiane che vengono bruciate da manifestanti (presumibilmente in Libia), commentate con molteplici messaggi anti-italiani, per ricordare la vittoria dei ribelli libici a Gasr Bu Hadi, il cui anniversario  cade appunto il 29 aprile.   E’ interessante notare che la  stessa dinamica dell’attentato di Daesh spacciato da Debka-file sembra rimarcare proprio la storia della battaglia di Gasr Bu Hadi, avvenuta appunto sul territorio tra Misurata e Sirte.

A differenza delle consuete manifestazioni che si sono susseguite in questi anni per la ricorrenza di tale anniversario, la protesta di quest’anno è stata appositamente organizzata dalla corrente politica pro-Haftar   - e quindi dai gruppi di potere esteri che giocano di sponda -  portando delle bandiere italiane, per far credere all’opinione pubblica occidentale che esiste un sentimento diffuso anti-italiano tra la popolazione libica.   In realtà, i libici hanno  manifestato anche in passato bruciando quelle bandiere, perché erano il simbolo della colonizzazione, e non perché vi è un sentimento anti-italiano largamente condiviso. Al contrario,  le correnti pro-Haftar hanno voluto bypassare tale ricorrenza come manifestazione di protesta “all’intervento militare italiano in Libia”.

E’ possibile quindi tracciare uno scenario, in cui varie dinamiche cominciano a confluire tra loro, per raggiungere un unico obiettivo, ossia quello di tagliare l’Italia fuori dalla scena diplomatica, a favore di Francia e Gran Bretagna, che pretendono oggi di “riappropriarsi” della gloria di liberatori della Libia dal regime, e quindi di vantare pretese sullo sfruttamento esclusivo delle risorse energetiche libiche.

In primo luogo,   il Generale Haftar vuole far credere al popolo libico che solo sotto  il suo comando la Libia sarà libera da ingerenze straniere, nascoste  dietro il Governo di riconciliazione nazionale.  In secondo luogo, Francia, Gran Bretagna ma anche Egitto ed Emirati Arabi, stanno fomentando il Generale Haftar, dissuadendolo dell’idea che “la liberazione di Sirte scongiurerà l’intervento internazionale, e farà di lui l’unico ed indiscusso liberatore della Libia”. A tale scopo, utilizzano la retorica della “colonizzazione italiana” come forte immagine comunicativa del sentimento di ribellione del popolo libico, anche perché la carta del “Tiranno Gheddafi” è stata da tempo bruciata ed inflazionata dal fallimento della rivoluzione e dallo scoppio della guerra civile.

Ci chiediamo quindi come mai l’analista dell’International Crisis Group (ICG) Claudia Gazzini ha pubblicato due giorni fa la foto di una bandiera italiana  dicendo che era stata bruciata in una manifestazione di protesta del 25 aprile, e poi oggi rinegozia la sua posizione, affermando che era stata bruciata durante una “manifestazione di test e di preparazione per l’evento del 29 aprile”.  Forse l’ICG conosceva in anticipo cosa sarebbe accaduto nella protesta di questo venerdì, che sarebbero state bruciate delle bandiere, e che sarebbe stato per manifestare contro l’intervento militare italiano? Tutto sembra portare ad un’unica pista, ossia che questa protesta è stata opportunamente organizzata per inviare un duplice messaggio mediatico: all’opinione pubblica internazionale sulla diffusione di un sentimento anti-italiano, e all’opinione libica, su doversi affidare ad Haftar per evitare il bombardamento della NATO.  Il tutto dovrà essere amplificato dai media, per ingigantire il fenomeno e creare un trend, quello appunto del malumore del popolo libico contro l’Italia.  D’altro canto, fallito il primo tentativo di impressionare i libici e la stampa italiana, la notizia viene rilanciata proprio questo venerdì con nuove bandiere, aspettando che i media italiani rilancino la notizia per fare ancora più clamore.

Subentra così il ruolo della macchina mediatica che, opportunamente calibrata, riesce a sferrare attacchi con enormi danni collaterali, anche perché i giornalisti e i media italiani sono stati più volte beffati da false notizie non verificate. Basti ricordare la notizia trasmessa dai telegiornali nazionali sul presunto omicidio di un trafficante di esseri umani a Zuwarah da parte di forze speciali italiane; oppure la notizia sull’attacco mai avvenuto al compound della Mellitah Oil&Gas; o ancora della sfilata di una colonna di 30 veicoli di Daesh sulle strade di Sabratha, anche questa non avvenuta; sino all’ultimo caso del falso annuncio della fuga del Primo Ministro del Governo di Tripoli, tempestivamente smentita.  E’ chiaro che la tecnica comincia ad usurarsi e diviene sempre meno credibile, come assolutamente non-credibili sono i registi di questa messa in scena, la cui opera di finzione era fallita già ai tempi di Bernard Levy.   

29 aprile 2016

Bandiera italiana bruciata in Libia: quelle notizie anonime che diventano realtà

E' un twitter dell'analista dell'International Crisis Group (ICG), Claudia Gazzini, a sollevare un polverone mediatico sul presunto incendio di una bandiera italiana durante una manifestazione a Bengasi, per protestare contro la dichiarazione del Ministro della Difesa Pinotti a sostegno del nuovo governo di riconciliazione nazionale (si veda tweet). La notizia ha fatto rapidamente il giro dei media italiani, che hanno ripreso la notizia per dare inizio ad una serie di speculazioni non verificate, cadendo così  in maniera inconsapevole nella macchina della propaganda. La  notizia si è subito rivelata falsa ed inattendibile,  provenendo da una fonte anonima, a sua volta amplificata da un’organizzazione che ha un discutibile reputazione in termini di affidabilità delle informazioni spacciate. Basti ricordare la causa per calunnia e diffamazione sollevata contro l'International Crisis Group ai danni Filip Zepter, condannata dalla Corte d'Appello americana, per il rapporto pubblicato nel 2003 che collegava l’imprenditore serbo all'ex Presidente serbo Slobodan Milosevic ( si veda Sentenza United States Court of Appeals District of Columbia Circuit No. 06-7.095 ).  

Contattata da un utente twitter, l’analista ha affermato da aver ricevuto la foto da terzi, che hanno attribuito l’immagine ad una “manifestazione a piazza Al-Qish di Bengasi avvenuta  due giorni fa” (quindi il 25 aprile). Tuttavia, non esiste nessuna traccia su una presunta manifestazione a Bengasi nel corso della quale sarebbe stata bruciata la bandiera. Le ultime manifestazioni in Piazza Al-Qish sono avvenute intorno al 22 aprile, per manifestare contro la dichiarazione di fiducia al Governo di riconciliazione da parte di un gruppo di parlamentari astenuti.  Inoltre, la foto non contiene alcun elemento visivo che consenta di collocarla nel tempo o nello spazio, come ad esempio il viso dei manifestanti. Dinanzi alla replica dell'utente, che ha subito messo in dubbio la veridicità della foto, l'analista ha rilanciato con un altro twitter contenente una parziale smentita, e che al momento non può né confermare né negare .

Sembra quindi evidente il tentativo dell'ICG di inquinare il clima mediatico, e scagliare l'opinione pubblica libica contro l'Italia, che ha scelto di schierarsi al fianco della missione delle Nazioni Unite nella finalizzazione del processo di stabilizzazione della Libia, con l'insediamento di un Governo di unità nazionale. Nel far questo, ha espresso il suo sostegno alle nuove forze emergenti, chiedendo che le milizie e i poteri militari appartenenti alla fase di transizione vengano riconvertite in un esercito regolare. Una posizione questa non condivisa da altri Paesi europei, come la Francia, che si è affiancata al Presidenza egiziano Al-Sisi nel sostenere sulla scena internazionale l'opera del Generale Haftar. Un timido tentativo questo di riparare al caos scatenato con i bombardamenti della Libia, sferrati solo a seguito di una campagna di falsità e di manipolazioni in violazione di una risoluzione ONU. 

In questo clima, in cui la diplomazia sta giocando un ruolo molto delicato e difficile,  i media sono costantemente bombardati da speculazioni e false notizie diramate attraverso i social network da fonti anonime, nel tentativo di inquinare il panorama informativo. Sono in gioco società di comunicazione la cui funzione è proprio quella di spacciare notizie false, utilizzando analisti e centri studio, che media e giornali accettano come vere o plausibili, assecondando una vera e propria macchina della disinformazione. La stampa italiana, da oltre un anno,  si è fatta ripetutamente beffare sulla questione della Libia, pubblicando notizie false che sono puntualmente smentibili, perché prive di contenuto e di evidenze sostanziali.  

18 aprile 2016

Fermato dirigente italiano A2A: EPCG come KAP?


Giunge del tutto inaspettata la notizia dell'arresto dell'ex direttore finanziario dell'Elektroprivreda Crne Gore (EPCG), Flavio Bianco, nell'ambito dell'inchiesta della Procura speciale sui contratti di consulenza sottoscritti a favore dell'A2A senza rispettare le procedure di tender. Tra gli indagati figurano anche Enrico Malerba, ex direttore esecutivo dell'EPCG, e Massimo Sali, ex direttore finanziario, entrambi recatisi in Italia. Interrogato lo scorso venerdì 15 aprile, Flavio Bianco è stato posto in custodia cautelare per 72 ore dopo l'interrogatorio, misura poi prorogata per altri 30 giorni, per evitare l'inquinamento di prove e che possa lasciare il Paese. Bianco aveva rassegnato le sue dimissioni dalla dirigenza dell'EPCG appena pochi giorni prima, precisamente l'11 aprile, per andare a ricoprire un altro incarico presso la municipalizzata di Milano.



Va detto che le dinamiche dell'arresto, come dell'intera inchiesta, non sono del tutto chiare, e sembrano rimarcare le stesse procedure che hanno portato al fermo dell'ex direttore finanziario della KAP, Dmitrij Potrubach, condotto fuori dal suo ufficio in manetta, sotto gli obiettivi di media e giornali. Oggi il dirigente della Central European Aluminium. Company (CEAC) ha avviato una causa contro la Repubblica del Montenegro per il procedimento illegittimo e infondato perpetrato nei suoi confronti, a seguito dell'espropriazione di KAP. Potrubach chiede un risarcimento di circa 5 milioni di euro, per i danni in termini di mancati guadagni e di pregiudizio della sua immagine.

Questa causa è l'ulteriore dimostrazione dell’assenza dello stato di diritto in un Paese candidato all’adesione nell'UE e nella NATO, nonché l'ennesimo caso controverso di fallimento di investimenti esteri, che si traducono nel drammatico epilogo di arresti e arbitrati. Il Montenegro si conferma essere uno Stato inadeguato ad accogliere progetti di cooperazione e di investimento, e per quanto continui ad attirare nuovi capitali, accumula sempre nuovi processi giudiziari, nella maggior parte dei casi ai danni degli investitori. Di contro, per quanto riguarda il particolare caso della A2A, tale arresto costituisce un atto molto grave, che apre una faglia incolmabile nei rapporti di cooperazione energetica tra le due società e i due Stati, con un inevitabile impatto alla stessa solidità del accordo di investimento e di gestione della EPCG. Identici interrogativi possono essere sollevati in relazione al progetto del cavo di interconnessione della Terna Tivat-Pescara, che insiste in un'area marittima contesa tra la Croazia e il Montenegro, ossia la penisola di Prevlaka, e per il quale non vi è ancora alcuna prospettiva di risoluzione.

http://osservatorioitaliano.org/read.php?id=147491

24 marzo 2016

Attentati a Bruxelles: il doppio gioco dell'Occidente

Gli eventi di Bruxelles, al di là di ogni speculazione fine a se stessa, pongono dei seri interrogativi sulla efficacia del sistema di intelligence europeo, che si è rivelato fallace e per certi versi scoperto. Lacune che oggi si cerca di nascondere riversando tutta la responsabilità sul Belgio, come se fosse l’unico responsabile a dover garantire la sicurezza della capitale europea, che è anche sede delle più grandi istituzioni euro-atlantiche. Non viene infatti considerato che il sistema biometrico europeo, ed in particolare quello francese associato al sistema delle cosiddette “fiches”, ha dei grandi bug all’interno, per cui questi “cittadini sospetti” sono in grado di circolare tranquillamente tra uno Stato all’altro attraverso gli aeroporti senza essere identificati. E’ anche chiaro che la rimozione dello Schengen non sarà di grande aiuto, considerando che esiste già un problema nei controlli biometrici. 

Esiste poi un altro grave dilemma connesso alla “libera commercializzazione di armi” nei porti franchi europei – come Anversa, Amburgo, Rotterdam e Marsiglia – verso i teatri di guerra, senza che questo scandalizzi troppo le autorità europee, che rilasciano senza molti controlli le licenze alle grandi società di armamenti. Se si prende in considerazione il caso della Tunisia, coacervo delle cellule Daesh nel Mediterraneo, si può evidenziare come i carichi di armi più sospetti giungevano proprio dall’Europa. Tra i casi più recenti, e anche più interessanti, vi rientra quello del sequestro a Nabeul di un container di armi destinato ad un imprenditore belga (contenente fucili, munizioni da guerra, droni, attrezzatura subacquea), spacciate come “armi sportive”. Secondo fonti delle Dogane tunisine, dal 2013 sono giunti in Tunisia quasi 90 spedizioni sospette di società europee, in particolare belghe e francesi. 

Caso ancora più eclatante, e anche di maggiore interesse all’indomani degli esplosivi “con bulloni” a Bruxelles, è quello di un carico sospetto giunto all’Aeroporto di Tunisi e proveniente dagli Stati Uniti. A lanciare l’allarme è stato un generale di brigata delle Dogane tunisine, parlando di un "pericolo imminente" dopo la scoperta di un carico contenente esplosivo, detonatori, pentole a pressione riempite con viti e bulloni, cinture esplosive e granate. Il generale tunisino ha anche denunciato l’irresponsabilità delle autorità che hanno nascosto l’evento durante un periodo di "piena emergenza". Il container rientrava in una spedizione cargo partita dalla California (Stati Uniti) e destinata alla Tunisia, facendo scalo all'aeroporto di Charles de Gaulle. Questa "merce" è stata inviata in due viaggi (la prima il 21 gennaio di 270 kg, e il secondo il 23 gennaio di 1500 kg). A scoprire casualmente le “pentole cariche di bulloni” erano stati i dipendenti della FedEx che smistavano il carico all’Aeroporto di Parigi e, avvisate la direzione della società, hanno appreso che “si trattava di dispositivi esplosivi fittizi, destinati all’Ambasciata Americana per delle esercitazioni militari” . Di contro, l'Ambasciata degli Stati Uniti ha negato qualsiasi coinvolgimento nel caso, e quindi anche che il carico di detonatori fosse destinato ad essa. L’episodio, nonostante la gravità, non è stato oggetto di indagine da parte della Direzione delle dogane centrale o del Ministero degli Interni non hanno avviato alcuna inchiesta. 

E’ lecito domandarsi il perché di questi “doppi-standard”, considerando che basta molto meno per far scattare un raid contro sospette cellule senza alcuna prova. Giocare sull’ambiguità dinanzi a temi così delicati non fa che crescere dubbi sulla lealtà dell’Alleanza atlantica, soprattutto quando Nicolas Sarkozy e David Cameron hanno programmato il bombardamento della Libia, mentre firmavano lettere di concessione per gas e uranio. Per ottenere il sostegno di Israele, venne anche fatto credere che la “Nuova Libia” avrebbe riconosciuto lo Stato israeliano, per divenire quindi il primo Paese arabo ad accettare tale riconoscimento. Oggi, mentre l’Italia chiede di investire più fondi nelle periferie e della formazione culturale degli stranieri, ci troviamo ancora una volta dinanzi ad uno scenario bellico che non lascia scampo. Infatti, Francia e Inghilterra, attraverso i vari Comitati d’affari, hanno promesso alle tribù la creazione di uno Stato Tuareg, per cercare di recuperare le concessioni perse dopo la rivoluzione del 2011. Questa diplomazia parallela aumenta inevitabilmente le divisioni nell’Alleanza, anche perché - forse bisogna ricordarlo a qualcuno – il Tribunale dell’Aja ancora esiste e aspetta chi ha commesso gravi crimini. 

Ad ogni modo, vorremmo invitare gli addetti ai lavori a riflettere su quanto accaduto a Bruxelles, nella speranza che qualcosa si fermi e non degeneri in uno scenario che nessuno vuole. Se una cellula terroristica decide di colpire una “capitale storica” per il transito di ogni tipo di commercio e strategico rifugio per le dissidenze, allora vuol dire che i sistemi di copertura sono davvero saltati, e che qualcuno all’interno dell’Alleanza sta facendo un gioco sporco.

26 dicembre 2015

Intervista al sindaco di Sabratha: Daesh non ha preso il controllo della città

Tripoli - L'Osservatorio Italiano ha intervistato il sindaco di Sabratha, Hussein al-Thawadi (nella foto), per avere maggiori chiarimenti sulla situazione all'interno della cittadina della Tripolitania, divenuta protagonista della recente cronaca dei media internazionali, come nuova conquista dell'organizzazione terroristica Daesh. Considerando la grande importanza di Sabratha, sia perché custodisce un prezioso quanto unico patrimonio archeologico, sia per la sua posizione geografica a ridosso dei confini rivieraschi italiani, l'avanzata di Daesh in questo territorio costituirebbe un grave pericolo per la sicurezza europea, nonché un possibile "cavallo di troia" per un intervento militare in Libia da parte di una coalizione esterna. Di contro, nelle sue parole, il sindaco di Sabratha smentisce nettamente qualsiasi escalation, pur confermando l'esistenza di problemi legati alla sicurezza, dovuti anche all'instabilità politica del Paese.

I media internazionali hanno riportato la notizia della presenza di 30 pick-up di Daesh a Sabratha. Può piegarci cosa è realmente accaduto in città?
Prima di tutto vorrei ringraziarvi per il vostro interesse nei confronti della situazione della Libia. In realtà queste notizie sono completamente false, in quanto i van e pick-up citati dai media appartengono in realtà a delle forze oppositrici di Sabratha, sono solo otto e non 30, e non hanno mai sventolato delle bandiera di Daesh.

La situazione all’interno della città è stabile adesso?
La situazione a Sabratha è molto buona; la Polizia, i Tribunali e tutti gli uffici stanno lavorando. La vivibilità nella città, per quanto riguarda la sicurezza, è sotto controllo.


Le forze della Rada hanno arrestato un tunisino che, in una testimonianza video, ha affermato di far parte di una cellula di Daesh e di aver ricevuto l’addestramento a Sabratha. Le autorità locali sono a conoscenza della presenza a Sabratha di una cellula affiliata a Daesh?
Il video non mi convince molto perché tutte le informazioni sostenute sono basate sull'incertezza e su congetture. Il testimone non ha alcuna informazione sicura, tutto ciò che ha affermato non è nient'altro che un discorso di strada, niente di preciso che possa ricondurre all'esistenza di una cellula di Daesh.

Esiste, secondo voi, un pericolo di espansione di Daesh a Sabratha, o in generale in Libia?
L'espansione di Daesh non avverrà solo a Sabratha, ma in qualsiasi territorio in cui manca una struttura di potere e un Governo che garantisca lo stato di diritto.

L’infiltrazione dei terroristi nel territorio libico avviene attraverso il mare o attraverso i confini terrestri?
L'infiltrazione dei terroristi avviene via terra e questo è un problema di gestione delle frontiere, come anche della lotta ai traffici nelle città di confine, abbiamo bisogno del sostegno regionale e internazionale per combattere questo fenomeno su grande scala. Per quanto riguarda le infiltrazioni attraverso il mare, non ho alcuna informazione in merito.

A che livello si attesta la collaborazione con le Autorità tunisine?
Il livello di cooperazione con le autorità tunisine, purtroppo, è debole.


Vista la diffusione di false informazioni attraverso i media sull’attacco al compound petrolifero della ENI a Mellitah, com'è percepitala la presenza degli investitori italiani nella zona di Sabratha, o più in generale in Libia?

A proposito del complesso della Mellitah, i ribelli di Sabratha hanno risposto a tutti gli attacchi sferrati dall'esercito delle tribù e dal regime precedente, il complesso è protetto. Tuttavia non dà la possibilità ai nostri giovani di ottenere un lavoro.

Esiste un reale rischio di sicurezza per il compound petrolifero della Mellitah?
Non esiste alcuna minaccia per il complesso Mellitah finché ci sono persone desiderose di proteggerlo.

Le autorità di Sabratha sono in grado di controllare gli scontri con l’esercito delle tribù?
Non temiamo l'esercito delle tribù; tutti i loro movimenti sono sotto controllo e la loro presenza non costituisce alcuna minaccia.

Le notizie dei media internazionali descrivono una realtà sempre diversa dalla situazione sul territorio. Secondo lei, quali sono le fonti di questi media? Si trovano in Libia, nei Paesi vicini, o sono informazioni false, create per un obiettivo preciso?
Tutti questi media hanno fonti non ufficiali sia dentro che fuori, alcune entità non vogliono la stabilità in questo Paese, né il supporto di altri Paesi, utilizzando di contro la lotta al terrorismo come un pretesto.

Qual è la posizione delle autorità di Sabratha rispetto all’accordo sul Governo di Unità Nazionale?
Le autorità di Sabratha sostengono  Stato e la presenza del Governo di Unità Nazionale, appoggiamo il dialogo.

10 giugno 2015

La Libia come bottino dell'ISIS sconfitto da Assad

Roma - Lo scenario libico si sta complicando sempre di più, con la scesa in campo di forze incontrollate che rispondono agli ordini di lobbies economiche pronte ad aggredire un Paese senza alcun controllo, allo sbando e diviso tra due Governi. La Libia oggi deve scontare gli errori commessi dalla Comunità Internazionale, e da “una banda di criminali doc” che si aggira tra Europa, Qatar, lobbies americane e filantropi alienati. Sono tutti oggi all’opera per trasferire gradualmente il conflitto di Siria e Iraq a Tripoli, dislocando progressivamente le milizie del cosiddetto Stato Islamico, a caccia di un bottino di guerra. L’Occidente è divenuto così vittima della stessa propaganda che ha alimentato per formare armate di mercenari da scagliare contro Bassar Al-Assad, convincendoli ad entrare nella jihad per sconfiggere “i nemici sciiti”. E così, mentre l’Iran avanza sbaragliando i jihadisti “made in Qatar”, è cominciata la timide processione alla Corte di Assad per racimolare contratti per la ricostruzione. Eppure dicevano che in tre mesi la Siria sarebbe caduta sotto i colpi dell’opposizione, mentre sono passati quattro anni e Damasco è sempre in piedi, anzi ha rafforzato le sue alleanze in Medio Oriente. A questo punto sorge una lecita domanda: quanto pesa l’affidabilità dei nostri analisi, così esperti nel denigrare e additare chi osa contraddirli, senza però aver mai centrato, anche di poco, una previsione. Hanno sempre perso per un soffio, e comunque sempre per fattori imprevedibili. Tralasciamo però questo discorso, troppo complesso e profondo, perché “già i nemici sono tanti”.

Ritornando alla Libia, l’Italia ha senza dubbio perso ogni prospettiva di rientrare a Tripoli, e quel poco che era stato costruito negli anni sarà spezzettato e rinegoziato dai nuovi poteri. Lo scenario creatosi rispecchia quanto temuto dall’Osservatorio Italiano, che avvertiva sul rischio della frammentazione della Libia in tre parti (si veda La Cireaica, il nuovo Stato di Total e BP).  Se non avranno la Siria, a conti fatti, andranno a prendersi i pozzi della Libia. Allora ci sveglieremo dal torpore e capiremo di essere stati traditi da tutti. Usciranno i giocatori di poker delle diplomazie parallele, che hanno fatto accordi sottobanco in tempi non sospetti, come i francesi, i belgi, i tedeschi e i campioni britannici, gli spagnoli. Stanno saccheggiando tutte le società africane con partecipazioni azionarie libiche, rastrellando denaro, oro e azioni della Libia. L’ISIS continuerà a combattere fino a quando non sarà fatta “piazza pulita” in tutto il continente africano. Oggi questa viene chiamata democrazia. Senza la CNN, Al Jazeera, AFP e BBC (e tanti altri) non esisterebbe neanche l’ISIS. Sono stati i media internazionali “spacciatori di notizie false” a trasformare gli attivisti in forze di opposizione, poi in Free Syrian Army, poi in Al-Nusra e in Al-Qaeda (nella sua nuova veste grafica). Ad un certo punto, dopo che i vari jihadisti si sono ammazzati tra di loro, è nata dal nulla lo Stato Islamico di Levante e Iraq, straordinariamente scoperto dalla Agence France Presse. Ormai, è cosa abbastanza nota che a fornire armi e tecnologie all’ISIS è il Qatar, dove la storia si confonde con l’intrecciarsi di tante economie e lobbies.Non vorremmo dilungarci oltre, ma i video di propaganda del cosiddetto Stato Islamico rispondono alla stessa scuola di marketing delle associazioni umanitarie, dei movimenti anti-corruzione, delle Femen e del Maidan: stesse inquadrature, stessa mimica. Basta rivolgersi ad una società di comunicazione, queste di strategia globale, pronte ad organizzare dietro compenso campagne di denuncia che possono far oscillare la quotazione in borsa delle materie prime.

L’Italia non ha alleati, è stata lasciata sola e le forze sul campo sono pari a zero, perché per anni ci si è nutriti di una falsa gloria ipocrita. Se vogliamo conquistare una voce, dobbiamo essere “pronti alla morte”, lavorare 24 ore su 24, con persone che amano il nostro Paese, per creare una “macchina bellica” fatta di contenuti. Oggi l’informazione è utile, ma il contenuto sostanziale è fondamentale. Riconquistare una posizione senza rubare e saccheggiare, significa costruire un sistema che sia in grado di bloccare i contenuti, fornendo nuove argomentazioni. Grazie alle nuove tecnologie, l’Italia può dotarsi di un sistema che possa colpire questa grande disinformazione, di cui noi stessi siamo vittime, e creare così degli spiragli per aprire delle politiche parallele che possono agevolare la piccola e media impresa. Dopo le sanzioni alla Russia, bloccare il Maghreb e spegnere la Libia, significa segnare il destino dell’economia del Mediterraneo. E’ sempre colpa del terrorismo, oppure di scelte sbagliate.

06 marzo 2015

La falsa rivoluzione dei codardi

Tirana - Potrebbe essere una storia ironica, ma anche una commedia russa, dove tutto è sempre così contorto. In realtà è la storia perversa di chi è al potere senza storia e pretende invece di fare filosofia a chi di storia ne ha da vendere, radicata nel Dna. Parliamo di quella gente che ha fede nell’onore e nella legge della “besa”, di quella gente che quando giura scrive nella pietra le proprie promesse, rispettando i propri impegni fino in fondo, a costo di essere autodistruttivi, con il vincolo della famiglia, di fratelli e amici, gente che fa della parola una firma indelebile. Dall’altra parte, vediamo al potere persone che parlano tramite Facebook, rilasciano dichiarazioni da "venditori di padelle", improvvisano professionalità grazie ai corsi serali delle società di comunicazione, ma perdono facilmente le staffe dinanzi ad un giornalista che fa delle domande non concordate. 

Due realtà agli antipodi
L’immagine di questa classe politica decadente si condensa nella figura di Edi Rama, un codardo senza un passato, conosciuto negli ambienti per essere un “grande bluff”. La sua politica è tutta racchiusa nell’utilizzo appariscente dei media, nella ristretta cerchia di scagnozzi dall'intelligenza mediocre, che viene sguinzagliata nelle trasmissioni e nelle conferenze per parlare di cose di cui non hanno alcuna cognizione di causa. Tutto sommato è un bravo attore, tanto che quando vinse le elezioni invitò nel palazzo del Governo – che aveva in tutta fretta restaurato ‘a credito’ – tutti gli ambasciatori, per annunciare che le casse dello Stato erano vuote, per poi festeggiare stappando champagne. Nelle sue trionfali uscite in pubblico, in cui si crogiola del grande successo del “suo partito socialista”, dimentica di dire che a rendere possibile questo trionfo era stato proprio Tom Doshi, l’uomo che aveva mosso le giuste pedine per aprire a Rama la strada verso il potere, consegnandogli i voti del Nord dell’Albania, roccaforte del partito democratico sin dall’inizio del pluralismo. Nei galà però preferisce accompagnarsi con l’ambasciatore americano Alexander Arvizu e il rappresentante europeo Ettore Sequi, che lo hanno sostenuto nel corso della campagna elettorale senza neanche nascondere molto questa “parzialità sleale”. Addirittura firmano insieme un articolo di promozione del “Governo Rama” come “ottima scelta degli albanesi per entrare in Europa”, il miglior risultato dopo la caduta del regime comunista. Sequi diventa così il “più grande amico” di Rama, perdendo ad un certo punto il lume della razionalità e compromette la diplomazia europea con l’epurazione politica legalizzata di Rama, in beffa dei famosi 12 criteri per l’integrazione. E’ allora che le due istituzioni internazionali hanno perso prestigio e credibilità, rendendosi complici di una proscrizione indiscutibile. Non si può infatti permettere ad Edi Rama di fare il falso eroe anti-comunista, quando non ha avuto alcun ruolo in quella rivoluzione. 

Tom Doshi a Washington incontra Eliot Engel
Tuttavia, non intendiamo parlare di questo ‘piccolo uomo’, bensì difendere l’onore delle istituzioni statali, che sono state violentate e impoverite, divenute carne da macello delle lobbies, sotto gli occhi della Comunità EuropeaE lo faremo attraverso la storia che ha da raccontare Tom Doshi,  la cui assurdità è oggi in grado di far cadere il Governo e compromettere l'intero castello di falsità montato dal binomio Rama-Meta in combutta con esponenti della comunità internazionale, per mettere l'Albania sotto il loro controllo. Premettiamo che la figura di Tom Doshi è molto importante per comprendere i recenti eventi della politica albanese, ma soprattutto per fare chiarezza su come Edi Rama sia salito al potere. Quella stessa forza che gli ha permesso di fare gesti eclatanti, proteste ed inchieste, ora è in grado di togliergli ogni cosa, perché è stato un ingrato. Visto tra i suoi elettori come un umile servitore della sua gente cattolica, Tom Doshi ha un passato strettamente connesso alle vicissitudini dell'Albania,  dai primi albori dell'indipendenza della Repubblica, sino all'avvicendarsi del comunismo. La sua famiglia è stata tra le più colpite dalla persecuzione del clero da parte del regime comunista, con cinque familiari fucilati in esecuzione. Parte della sua famiglia era anche Prek Cali, grande patriota, il parroco Don Mark, morto nelle carceri comuniste, il noto monaco francescano Zef Pllumbi, che ha trascorso 26 anni in carcere per essere rilasciato solo nel 1989. Si spense nel 2007 al Gemelli di Roma, e la sua morte è stata salutata con i funerali di Stato. Tom Doshi parla poco, ma la comunità cattolica del Nord dell’Albania sa bene chi è, riconosce la “besa” e l’onore della parola, quanto basta per poter contare sulla sua forza elettorale.Grazie a lui, la città di Scutari viene consegnata al Partito socialista, sebbene fosse stata storicamente di destra, come la nostra Emilia è da sempre di sinistra.

Dall'amicizia alle accuse di paranoia: la caduta di stile di Rama
Ma andiamo con ordine, e cerchiamo di ricostruire gli ultimi eventi che hanno visto scontrarsi questi due mondi così diversi, avvicinati solo dal comune obiettivo del “bene per l’Albania” ed allontanati da un inaspettato “alto tradimento”. Il deputato socialista Tom Doshi, circa cinque mesi fa, viene a sapere da “fonti certe” che è stato ingaggiato un killer per il suo omicidio. Di questo Doshi informa subito l’amico Edi Rama, che gli promette il massimo impegno delle istituzioni, ma in realtà lo liquida molto velocemente dicendo di non aver trovato alcun elemento di prova, e fa cadere il tutto nel silenzio. Interrompe addirittura le comunicazioni con Doshi, che da quattro mesi non ha sue informazioni su tale questione. Doshi intanto porta avanti le proprie indagini, e scopre che quelle informazioni sembrano essere tutt’altro che infondate. A confermarglielo è lo stesso killer, che gli confessa anche il nome del mandante. Rama tuttavia non crede alla tesi di Doshi e lo scomunica, cioè lo allontana in maniera irregolare dal Partito socialista, come fa un vero “piccolo dittatore”. Una decisione impulsiva e avventata, che però viene sostenuta ancora una volta dall’ambasciata americana, e dalla stessa delegazione europea, che “salutano la de criminalizzazione del Parlamento albanese”. Bisogna precisa che forse è stata fatta un po' di confusione, perché Doshi non è stato espulso dal Parlamento dalla Commissione di Decriminalizzazione, bensì dal partito, dal suo Comitato direttivo. Comunque, in poche ore Rama ottiene il sostegno atlantico, nella convinzione che questo potrà proteggerlo dal terremoto che si sta per scatenare. Al contrario, Tom Doshi non si scompone più di tanto, semplicemente ricorda all’ambasciata americana che lui non è un criminale, semplicemente perché nei suoi confronti non vi è mai stato un procedimento penale o altro.

Intanto si è attivato un meccanismo inarrestabile, e pubblica il video della testimonianza del killer, che descrive con dovizia di dettagli la dinamica della preparazione del suo omicidio, e confessa che è stato Ilir Meta ad ingaggiare una serie di persone per portare fino in fondo il lavoro. A questo punto entra subito in scena il partito democratico, dopo che Sali Berisha ha dato il proprio tacito sostegno all’azione di Doshi, preparando una mozione di sfiducia. La mattina successiva, più agguerrito che mai, Berisha si presenta in Parlamento chiedendo le dimissioni del Primo Ministro, tanto da far alterare il “pacato” Ilir Meta, che perde le staffe e comincia a beccare come una gallina. Neanche i suoi lo riconoscono, e ad un certo punto Edi Rama si alza per calmarlo. Berisha è un fiume di parole, e Ilir Meta lo incalza ridicolizzandolo – “Prendete al dottore le medicine”, dice – per poi cadere in frasi stile ’97-’98, gli anni delle piramidi finanziarie albanesi e dell’omicidio di Azem Haidari. Meta è fuori di sé, tanto da sembrare persino un po’ ridicolo; non riesce a comprendere come mai Berisha sta proteggendo Tom Doshi, che lo aveva accusato pubblicamente anni prima. L’aula parlamentare diviene un’arena di scontro tra Titani. Berisha è accerchiato dai suoi, mentre il servizio di sicurezza del Parlamento protegge il Governo: in tutto questo Rama con il suo smartphone scatta le foto da pubblicare su Facebook (vedi Foto), mentre Tom Doshi è in Procura per una deposizione dinanzi agli inquirenti di oltre 6 ore. Nel pomeriggio la Procura fa sapere che saranno ascoltati Ilir Meta, Edi Rama, il Ministro degli Interni Saimir Tahiri, i deputati Mark Frroku, Mhill Fufi e Sali Berisha. Tra i convocati risulta anche Eugen Beçi, ex capo della Procura per i gravi crimini, rimosso dalla carica con l’inizio di questa inchiesta, dopo la pubblicazione della foto che lo ritraeva a tavola insieme con il gruppo che stava organizzando l’attentato.


Il confronto in Tv: nuovi elementi, Rama inconsistente
Lo spettacolo continua in serata, quando su Top Channel viene trasmessa l’intervista di Tom Doshi da parte di Sokol Balla, mentre su Tv Klan Blendi Fevziu ospita Edi Rama. Tutta l’Albania, in realtà, aspetta le parole di Tom Doshi, che risuonano nel silenzio dello studio in collegamento in un’atmosfera surreale. L’unico a capire quello che sta per succedere è il giornalista Artan Hoxha – lo stesso che sembra aver informato Doshi dell’esistenza di un piano per la sua eliminazione. L’intervista a Tom Doshi è qualcosa di surreale, perché è una persona che parla poco e guarda negli occhi del suo interlocutore, tanto che Sokol Balla ha un po’ di timore e cerca di moderare i toni. Tutt’altra storia lo spettacolo che dà in contemporanea Edi Rama: non risponde alle domande, si confonde e butta tutto in caciara, perdendosi nelle slides delle statistiche del crimine che ha portato con sé. E’ insicuro e gesticola, totalmente diverso dall’immagine che solitamente ama dare di sé nei comizi, gestiti dalla regia delle società di comunicazione.

Ad ogni modo, dalle parole di Doshi emergono nuovi interessanti dettagli. Spiega che il video è stato registrato da lui stesso, in accordo con il killer, che acconsente di essere filmato, dopo aver in precedenza accettato la sua protezione. Doshi gli ha dato infatti una macchina blindata, e lo ha aiutato a portare la sua famiglia fuori dall’Albania. Afferma inoltre di avere un secondo testimone, ossia colui che doveva posizionare la moto su cui era stata messa la bomba e che attualmente si trova in Italia (cosa che Rama ancora non sa, tanto che continua ad essere convinto che sia tutto frutto di una paranoia). Altra notizia che fuoriesce è quella che il famoso video di Prifti che incastrava Ilir Meta sulla corruzione era stato trattato da Tom Doshi, perché Edi Rama è noto per essere inaffidabile, che non rispetta mai i patti e la parola data. Delle rivelazioni esplosive rilasciate senza mai gesticolare, persino gli analisti in studio fanno molta fatica a trovare dei punti deboli: arrancano e alcuni sospirano, altri divagano e cercano di distrarre l’attenzione dal tema, mentre Artan Hoxha puntualmente li riporta sulla discussione centrale.


Le contraddizioni del Governo. Provocatoria " l'entrata in fallo " dell'ambasciata americana
In tutta questa storia ci sono molte incongruenze e conti che non tornano. Edi Rama si era tanto affrettato a dire che tutte le indagini erano state fatte ma non risultavano esserci elementi di minaccia per la sua vita, come poi confermato anche dal Direttore della Polizia Artan Didi e dal Ministro degli Interni Saimir Tahiri. Tuttavia la Procura smentisce che sia stata depositata una denuncia formale. All’improvviso però viene arrestato Durim Bani, il presunto killer, mentre tenta di passare il confine con il Montenegro di Hani i Hotit. Ci si chiede, allora, come mai Bani è stato arrestato solo dopo le rivelazioni pubbliche sul piano di omicidio di Doshi, quando le indagini precedenti non avevano riscontrato elementi di prova. Stranamente, dopo che è stato fermato, il killer ha ammesso di essere stato ingaggiato per l’attentato a Doshi, mentre la sera stessa ritratta la sua versione, affermando di “essere stato pagato da Doshi per recitare questo ruolo”. Uno scenario che era stato anticipato dall’opposizione che, dopo il fermo, rivela che Bani è stato posto in isolamento e che, dopo ore di interrogatorio e senza l’assistenza di un avvocato, sotto le forti pressioni degli inquirenti, cambierà la sua testimonianza. A questo punto, bisognerà confrontarsi con il secondo testimone, e vedere come si metteranno le cose.
La posizione dell’Ambasciata americana però si complica, perché Doshi potrebbe essere davvero vittima di un tentativo di omicidio, fermo restando che non è un criminale. La  dichiarazione rilasciata era così affrettata e tuttavia, ben studiata per screditare Doshi e invalidare anche le sue accuse verso chi lo voleva morto. Un atto talmente azzardato che persino i suoi detrattori – tra cui anche Sokol Balla – dichiarano che effettivamente si tratta di una provocazione, pronta e ben confezionata per scatenare delle reazioni. Bisogna infatti ricordare che in passato gli Stati Uniti hanno visto in Tom Doshi un uomo di fiducia, aprendogli le porte del Congresso nel corso della sua vista a Washington. E’ una contraddizione in termini molto evidente.


Cosa dire poi dell’atteggiamento assunto da Edi Rama, che passa dall’essere “compagno” ad un semplice conoscente - tra poco dirà che lo ha incontrato per caso nei corridoi - sino ad essere suo principale accusatore, definendolo un paranoico “che crea queste situazioni per i suoi business”. Insomma ci risiamo, anche con il comunismo si finiva in un ospedale psichiatrico se si davano segni di ribellione. Il Premier Rama dovrebbe invece rendere conto delle attività dei suoi “nuovi amici”, che si stanno arricchendo alle spalle dello Stato con i tanti contratti assegnati senza appalto e grazie alle istituzioni parallele, da lui stesso create. Ci chiediamo come mai il signor Koco Kokedhima propone di legalizzare la marjuana con un marchio albanese, subito dopo l’operazione di Lazarat, pubblicizzata come il più grande evento storico del governo albanese contro la criminalità organizzata. Non si è invece preoccupato di dare una soluzione economica a quell’indotto di economia sommersa che ora non esiste più, e forse avrà trovato un altro impiego. Potremmo ancora continuare con il lungo elenco di “contraddizioni” del Signor Rama, citando per esempio gli affari che le lobbies straniere stanno facendo in Albania, sottraendoli all’economia sommersa albanese. Una grande rivoluzione economica senza fare alcun piano strategico, o forse l’unica strategica è stata quella di consegnare il Paese al sistema del debito, dell’usura delle multinazionali, mentre i Paesi europei stanno combattendo per cacciarle. D’altro canto, cosa possiamo aspettarci da un Governo che si spinge sino ad arrestare i propri cittadini, che non hanno soldi per pagare l’elettricità e si collegano alla rete nazionale per poter vivere e mangiare.

Le nostre conclusioni
Da parte nostra, dinanzi a tutta questa storia, così complessa ma allo stesso tempo semplice ed evidente, non intendiamo prendere alcuna posizione, perché saranno gli inquirenti e la Procura a chiarire la realtà dei fatti. Tuttavia ci preme sottolineare come il caso di Tom Doshi abbia fatto emergere una grande verità, ossia la bassezza di una classe politica emersa dalla speculazione perpetrata dopo la caduta del regime comunista, arricchitasi con furti e svalutazioni del patrimonio pubblico, conservando però quella ideologia di prepotenza e spregiudicatezza. Hanno fatto delle istituzioni statali un mezzo per fare cassa, da utilizzare dinanzi alla Comunità europea per accreditare le riforme volute dalle lobbies, per poi degradarle nominando come funzionari e ministri persone di “madri e padri sconosciuti”, senza cultura e senza storia. E così, anche qualora il caso di Doshi possa rivelarsi una montatura, resta il fatto che dinanzi ad una legittima richiesta di un deputato di avere la protezione dello Stato, le istituzioni hanno agito con menefreghismo e superficialità, arrivando a mentire per coprire i propri bassi interessi.
Ancora peggiore è stato l’atteggiamento della Diplomazia Europea, che ha rilasciato delle dichiarazioni senza fare alcuna verifica, cosa che denota la profonda ignoranza di diplomatici, i cui stipendi sono pur sempre pagati da contribuenti europei. Pur di non mettersi a lavorare, hanno preferito accreditare la versione di Rama, che ostenta tanta sicurezza, ma in realtà è solo un burattino che gioca con Facebook,e Twitter. Di questi tipi che dicono di aver fatto la rivoluzione, ma invece sono scappati, divenuti dei vagabondi: quando sono tornati, è bastata una giacca per farli sembrare signori. In realtà restano dei codardi.

Un amico dell'Albania

18 febbraio 2015

Conflitti non convenzionali e la minaccia dell'ISIS a Roma

Roma - L’Europa manca di nuove idee e di creatività, non ci sono più i vecchi pensatori né correnti politiche. Siamo dinanzi ad una guerra di contenuti, che porterà allo scontro tra gli stessi alleati. Questo è uno dei principali motivi nasce e viene accreditata un’organizzazione terroristica più estremista e violenta di Al-Qaeda, guidata da un fantomatico califfo e un esercito di mercenari stranieri, mentre ha degli attori come immagine mediatica da mostrare in filmati hollywoodiani. Quella dell’ISIS può essere definita come la “versione terroristica islamica” del Maidan, ovvero di quella rivoluzione artificiale combattuta da contractor e pubblicizzata mediaticamente da società di comunicazione. Ed infatti, come il Maidan avrebbe dovuto rompere la nuova cortina di ferro dei confini tra Ucraina e Russia per dare un nuovo volto ad un’Unione Europea fallita, l’ISIS deve infiltrare i Paesi-canaglia del Medio Oriente e creare delle minacce terroristiche artificiali, per giustificare aggressioni militari senza passare per l’ONU o le strutture NATO. Stati e Governi, sia arabi che occidentali, sanno bene come stanno le cose, ma sono così vigliacchi da preferire continuare questa messa in scena, nella speranza di poter guadagnare da tutta questa storia. Tutti conoscono quali siano i responsabili di questa guerra: in primo luogo il Qatar, che ha finanziato la creazione di questa rete, e Nicolas Sarkozy, che ha innescato con l’attacco alla Libia un processo di non ritorno. Oggi, il bombardamento unilaterale dell’Egitto sul territorio libico porta la guerra nel cuore del Mediterraneo. Una guerra non convenzionale, che viola e supera del tutto il diritto internazionale, considerando che la Comunità Internazionale ha deciso di giustificare tacitamente l’intervento militare di uno Stato estero, per via della presenza di una fantomatica cellula terroristica provata dalla pubblicazione di un video. Chi ha autorizzato l’aggressione militare egiziana verso la Libia sta giocando un ruolo sporco, portando all’esasperazione gli equilibri del Medio Oriente, sino a provocare un conflitto totale nel mondo arabo, già tormentato dalla guerra in Siria. Il braccio armato di Al-Sisi – mosso dal sostegno di Emirati e Russia nonché da gran parte degli Stati Islamici – non si fermerà sino a quando non otterrà il formale via libera del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, e per far questo ha bisogno degli Stati Occidentali, in particolare di Francia e Italia. Da qui nasce la presunta minaccia dell’ISIS di attaccare il territorio italiano, e quindi fare pressioni sul Governo italiano perché faccia un passo falso.

Credere che l’ISIS sia “a sud di Roma”, oltre ad essere una cialtroneria è anche un insulto all’intelligenza di chi lavora. Vogliamo ricordare che tale fenomeno ha avuto origine almeno tre anni fa, quando la tela dell’Etleboro ha intercettato un messaggio diramato attraverso i socialnetwork di un nuova entità terroristica, che l’intelligence francese accreditava come la “nuova Al-Qaida”. I nostri canali avevano individuato delle reti che, in maniera molto palese e senza molti segreti, ricevevano sostegno e mezzi dall’Occidente. Questo fenomeno ha origine e si sviluppa proprio quando l’esercito di Assad aveva sbaragliato i guerriglieri e si preparava all’assalto che avrebbe compromesso il conflitto. La vittoria di Assad era ormai certa, tanto che la Etleboro pubblica un articolo sibillino (Assad ha vinto la guerra), anticipando un possibile gesto estremo da parte degli sconfitti. Ed infatti, dopo sole due settimane avviene il fantomatico attacco chimico, che ha portato all’isteria mediatica oltre alle patetiche prediche moraliste dei diplomatici occidentali, tra le boccettine dei campioni e le prove inequivocabili del Ministro Giulio Terzi. Obama era già pronto a bombardare, ma tutto si ferma e cade nel silenzio. E’ allora che nasce il fenomeno mediatico del cosiddetto Stato Islamico dell’Iraq e Levante (ISIS), il cui leader era Shaker al-Wahiyib Fahdaoui (La nuova Al-Qaida), apparso in un video in cui trucida a sangue freddo dei camionisti siriani perché “sciiti alawiti”, come atto dimostrativo da divulgare come propaganda di quella che sarà la frangia più estrema del terrorismo islamico di matrice wahhabita, votata alla distruzione dei governi arabi. "Non smetteremo mai di combattere fino a quando non si alzerà la voce della preghiera sino a Roma (lett. Non ci fermiamo fino a che facciamo il Takbīr e l’Adhān a Roma, se dio vuole)”, riporta il messaggio del movimento che cita testualmente il Corano. Tali parole lasciano tuttavia intendere che - secondo l'ideologia wahhabita - "nessuno potrà fermare questa armata sino ai confini della cristianità", sconfiggendo nel loro cammino tutti i governi arabi musulmani per farne uno solo, ossia "in cui tutti i musulmani saranno dalla Mecca a Roma" (Crisi Siria: meglio Assad che la guerriglia in casa). In altre parole, affermano che la loro guerra sarà inarrestabile fino a che non venga creata la "khelafa " islamica, cioè un governo islamico wahabita all’interno del mondo islamico.
Ciò significa che questa minaccia non è rivolta all’Occidente, bensì ai Governi del Medio Oriente. Per cui, il travisamento di questo messaggio con una potenziale minaccia nei confronti dell’Italia, si traduce in una vera e propria trappola, per indurre Roma a fare un passo falso ed intervenire nel conflitto, affiancandosi ad Egitto e Francia. Il vero obiettivo di questa partita è togliere ogni egemonia ed influenza economica agli italiani, perché le risorse della Libia sono state spartite a tavolino. Concludiamo con un interrogativo. Chi ha diramato il primo mandato di cattura contro Bin Laden? E’ interessante scoprire che è stata proprio la Libia di Gheddafi (Mandato Tripoli). Ed ecco che siamo tornati al punto di partenza.

16 febbraio 2015

ISIS e dintorni: prove tecniche per l'invasione e la divisione della Libia

Roma - La pubblicazione dell’ennesimo filmato dal montaggio cinematografico dell’ISIS fa scattare la trappola dell’intervento militare estero in Libia, ponendo così le basi per la divisione e la spartizione del suo territorio tra i gruppi di interesse da tempo schierati. L’esercito di Al-Sisi, dietro il sostegno di Emirati Arabi e Russia, è pronto ad invadere il confine occidentale, mentre le basi aeree egiziane nella notte hanno bombardato presunti punti logistici dell'ISIS, appena poche ore dopo l'annuncio dell’allarme generale per mettere in assetto da attacco gli Apache e gli F16 per un immediato attacco della Libia. L'annuncio del Presidente egiziano parlavano di possibile attacco una volta avuto il via libera dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, come riserva di prendere contromisure di offensiva per vendicare la strage dei 21 cittadini egiziani copti sequestrati. Nei fatti l'Egitto ha anticipato ogni mossa, in quanto nella notte sono iniziate le manovre di rullaggio dei caccia, cominciando a bombardare la zona costiera di Derna, non molto lontano dal confine occidentale con la Libia.


Potrebbe essere questo il risultato di un patto scellerato raggiunto a Minsk con la Russia, che lascia a Mosca la possibilità di fare da regista della ‘balcanizzazione’ dell’Ucraina, a fronte della disponibilità di Putin a non ostacolare una possibile risoluzione dell’ONU per la Libia. In tal caso, la cosiddetta “coalizione anti-ISIS” avrebbe il via libera ad intervenire e spartirsi le risorse libiche, oltre che a riattivare i canali di traffico di armi per alimentare i conflitti perenni del Medio Oriente. Quanto sta accadendo all’Ucraina non è molto distante dal patto di non-aggressione di Hitler e Stalin, con la ripartizione della Polonia, la cui attualità ritorna oggi per salvare le commesse di Mistral e Alstom, come anche i contratti energetici e industriali delle aziende tedesche, forse anche il South Stream. Questo la dice lunga sul motivo per cui François Hollande e Angela Merkel si siano arrogati il diritto di trattare con Mosca a nome dell’Europa, senza nessun mandato formale da parte chi “non aveva più alcuna credibilità” dinanzi alla controparte. La stessa potenza sta ora chiedendo all’Italia di trattare sulla Libia, nel tentativo di creare un fronte comune sull’intervento militare di “terzi paesi” sotto l’egida dell’ONU. A questo punto, non è molto difficile capire che a tenere le fila di queste trattative sommerse siano proprio gli Stati Uniti, che stanno inducendo i Paesi europei ad esporsi in prima persona per stabilizzare quei conflitti scatenati e fomentati da lobbies senza Stato-nazione. A tale scopo, Washington ha simulato delle minacce trasversali, esasperate sino all’inverosimile, che stanno creando lo spettro del terrorismo nel cuore dell’Europa, spingendo la guerriglia sino ai suoi confini più prossimi del Mediterraneo e dei Paesi Baltici. L’obiettivo di fondo è proprio quello di far credere ai governi europei che l’UE dovrà rimanere una costola della NATO, seguendo le sue leggi economiche e militari, impendendo così nei fatti la creazione di un terzo blocco politico che possa trattare con Russia e Cina. Ed infatti ha indotto gli Stati del Baltico a credere che saranno invasi dall’esercito russo, pronto a sfondare tutti i suoi confini per riaffermare l’Unione Sovietica.


Allo stesso modo, sono state azionate delle forze per sbloccare lo stallo nel mondo arabo, creando una macchina di propaganda terroristica senza confini, capace di “comparire” ovunque puntando una bandiera, e di colpire qualsiasi obiettivo con efferatezza e freddezza. La stessa mossa egiziana, emulando perfettamente la Giordania – che ha sferrato dei bombardamenti unilaterali per vendicare l’uccisione del suo pilota – fornisce qualche indizio in più sulla natura di un’organizzazione terroristica sorta dal fallimento di Al-Qaeda contro Assad, che conta tra le sua fila personaggi che hanno avuto contatti con funzionari americani, e che non scopre il viso dei suoi militari. E’ anche strano che la loro tecnica di propaganda audio-visiva sia eccezionalmente migliorata, passando da una semplice telecamera ad un montaggio post-produzione, con tanto di regia e fotografia, testi e sceneggiatura. La propaganda che va ad alimentare, fa dell’ISIS un’organizzazione controversa, con logistica e tecnica militare, ma con manodopera di basso profilo. Sono infatti ben poche le fonti che hanno intravisto sui campi di scontri quei miliziani così fieri che compaiono nei video diramati in rete, perché in prima linea vi sono i soliti mercenari-schiavi assoldati o sequestrati. Eppure i media occidentali, nonostante non abbiano uomini sul campo, sono i più informati, anzi fin troppo bene informati, riuscendo così a seguire, se non anticipare le prossime mosse dei terroristi.

Ed è proprio l’ISIS a fare la differenza in Libia, perché senza di esso la situazione resterebbe di scontro perenne tra le guerriglie e le polizie private, con due Governi e due Parlamenti (Tobruk e Tripoli), un esercito riconosciuto affiancato da una formazione paramilitare supportata da Emirati e Occidente (ndr. Khalifa Haftar) che si oppone al movimento sovversivo di Fajr Libia che gode del sostegno del Qatar, oltre agli eserciti rimasti fedeli a Gheddafi (come quello di Zintan) che continuano una propria guerra, per riacquisire una posizione. E’ questo lo spaventoso spettro della grande “opera diplomatica” della deposizione del Colonnello, gettando il caos nella regione per consentire ad altri ampio spazio di manovra per i propri traffici: armi, mercenari, petrolio, e droga,e quant’altro ha da offrire il mercato libico. Lo scenario è ancor più complesso, considerando che Al-Sisi si sta preparando ad attaccare “formalmente” la Libia, mentre continua quello silenzioso e invisibile, in atto da mesi a sostegno dell’esercito di Haftar e di recente in maniera più intensa lungo i confini. Armato “sino ai denti” grazie a contratti bellici miliardari “piovuti” dalle mani di Francia e Russia, Al-Sisi potrebbe non fermarsi dinanzi a questo bluff dell’ISIS, e quindi andare fino in fondo “per conto di terzi”. Quello stesso esercito che non ha esitato a far fuoco sulla folla per fermare la Fratellanza musulmana, ha deciso di accorrere in “vendetta” dei copti, nonostante l’Egitto li abbia sempre perseguitati e sterminati. E’ evidente che è tutta una grande farsa quella di Al-Sisi in difesa della cristianità minacciata dallo Stato Islamico. L’intervento egiziano, con o senza il benestare dell’ONU, innescherà dei meccanismi di reazione dalle conseguenze imprevedibili, ma comunque sotto gli schemi di una guerra non convenzionale.


Lo stesso monito d’allarme giunge in queste ore dalla Tela di corrispondenti a Tripoli, circa la pericolosa escalation posta in essere da molteplici forze schierate, pronte a dividere la Libia in tre parti parti, che fanno riferimento a Tripoli, Bengasi e Murzuk, ciascuna dietro il sostegno di distinte lobbies. Come anticipato dall’Osservatorio Italiano, all’immediato scoppio dei primi scontri a Tripoli, “l’obiettivo della Francia e dell'Inghilterra era sin dall'inizio quello di dare un nuovo Stato alla Total e alla BP, e per far questo hanno incendiato tutto il Nord Africa. Il problema è che, una volta innescato, questo meccanismo infernale non si fermerà, e nuove rivolte si preparano in Siria, ma se si arriva alla Giordania non si torna più indietro. D'altro canto, occorre tenersi pronto al contraccolpo, che si traduce nella reazione dei Governi aggrediti con il terrorismo. Sono molte le reti create dalle intelligence occidentali nei Paesi difficili da stabilizzare e da controllare, e una volta che vengono spezzate e 'abbandonate' diventano armi micidiali e imprevedibili". All'indomani dell'incursione franco-britannica, l'Osservatorio Italiano avvertiva sulle pericolose derive della destituzione di Gheddafi (si veda La Repubblica Cirenaica, il nuovo Stato di Total e BP), considerando "l’attacco aereo solo la prima fase della totale destabilizzazione del regime di potere in Libia, che è stato infatti trasformato in terreno da sciacallaggio per le milizie armate, al soldo di società private. Nel tentativo di prevaricare l'una sull'altra e prendere il controllo delle riserve petrolifere, delle infrastrutture energetiche e logistiche, in questi anni di transizione si sono dilaniate a vicenda, foraggiate da molteplici fronti, come Qatar, Emirati Arabi, Arabia Saudita, ma anche dai cartelli petroliferi e delle armi. La Libia non è più uno Stato, bensì una terra di nessuno da conquistare. E' ovvio che questa nuova guerra può essere un passo falso per l'alleanza franco-britannica, perchè questa politica della Regionalizzazione - una sorta di evoluzione della balcanizzazione che porta alla scomparsa degli Stati Nazione - può essere un'arma a doppio taglio, portando la guerra sino in Europa. Infatti non esistono solo Palestina, Cisgiordania, Kurdistan, Sangiaccato, ma anche Corsica, Scozia, Paesi Baschi, Fiandre. All'Italia ora non resta che tamponare una crisi che è solo agli inizi". scriveva ancora l'Osservatorio, citando proprie fonti presenti sul territorio libico.


Dinanzi a questo scenario, il gioco-forza del Governo italiano è sin troppo azzardato, evidentemente spinto a trattare nel Nord Africa al posto degli Stati Uniti, considerando che la diplomazia americana ha perso del tutto la propria credibilità in questa regione. L’Italia, infatti, non è in grado di gestire un conflitto nel cuore del Mediterraneo e nelle immediate prossimità delle sue coste, come se fosse il conflitto nei Balcani. La sua diretta esposizione serve oggi a coprire chi sta già tramando per subentrare ad essa, e si avvicinano sempre più come belve affamate. Oltre all’Egitto, non dimentichiamo che la Francia ha già mosso le sue navi per manovre tecniche nel Mediterraneo mentre da mesi reclama il “diritto” a guidare una missione anti-terrorismo nelle metodologie dell’attacco in Mali. Una prerogativa solo “temporaneamente” fermata dagli eventi di Charlie Hebdo, ma le minacce alla raffineria Total potrebbero essere sufficienti ad inviare un contingente. In realtà, il territorio libico è stato già infiltrato da forze esterne e contractor, che stanno giocando un ruolo sporco nella formazione di forze di sicurezza private e auto-investite di autorità. Difficilmente l’Italia riuscirà a conservare le proprie posizioni e a prevenire gli attacchi fratricidi dei propri alleati. Nella sua posizione dovrebbe arretrare e limare le proprie dichiarazioni, in quanto vengono strumentalizzate e mal interpretate dai media arabi, che stanno gradualmente innescando una campagna mediatica di sciacallaggio contro l'Italia, come se fosse l'artefice di un disegno politico di "dominio nel Mediterraneo". Del resto, in Paesi così tormentati non si può usare la teoria della democrazia e neanche si può pretendere di riuscire a mantenere uno stato di guerra per altri due anni, il tempo di creare un porto franco attraverso il quale riuscire ad armare l’Africa e l’Ucraina.

06 febbraio 2015

L’onda anomala del Balkanistan

Banja Luka - Dopo un periodo di silenzio, è stata riattivata la macchina della disinformazione che sta smistando tra i media locali controverse analisi e pareri sui possibili scenari connessi alla diffusione del radicalismo islamico nei Balcani. Quella che un tempo veniva chiamata Trasversale verde - che storicamente collegava la Croazia sud-occidentale, la Bosnia e tramite il Sangiaccato, il Kosovo e l’Albania, sino alla Tracia orientale e alla Turchia - viene oggi definita Balkanistan, da intendersi come regione dei Balcani come parte del Califfato islamico. A questo proposito, in una rocambolesca coincidenza, sono comparse delle bandiere dell’ISIS su una casa del villaggio di Gornja Maoca - nota sede di una piccola comunità di wahhabiti, ben conosciuta dai servizi di intelligence locali. Tuttavia la notizia è giunta nella redazione di Reuters e Daily Mail prima ancora che nell’Agenzia di Investigazione (SIPA). Gli agenti non hanno fatto in tempo a raggiungere la casa abbandonata su cui erano state esposte le quattro bandiere, che il tabloid britannico  aveva già pubblicato le foto, per cui alle forze dell'ordine non è rimasto che constatare la rimozione delle stesse, mentre i presunti combattenti si sono prestati ad interviste e reportage dei giornalisti accorsi.

A questo punto, da oggi in poi, non possiamo che aspettarci una valanga di teorie, ipotesi e sospetti sulla presenza dell’ISIS in Bosnia, il tutto per creare sempre maggiore confusione e depistaggi, in un terreno fertile per questo tipo di propaganda, ma allo stesso tempo fragile e ferito. Le sfumature delle teorie propagandate sembrano cambiare, con toni più aggressivi e violenti, ma la corrente di fondo rimane immutata, perché i portavoce della propaganda del terrore, che si avvicendano da oltre vent’anni, sono sempre gli stessi. Nel grande coro dei passacarte si sono distinti Tanja Topic, analista di Banjaluka, Vlatko Cvrtila, esperto di geopolitica di Zagabria, Marko Attila Hoare, storico presso la Kingston University, nonché Tihomir Loza, giornalista croato che vive a Londra esperto su Paesi in transizione, Danko Plevnik giornalista croato, oppure Zarko Petrovic, direttore del Centro Internazionale per la sicurezza – ISAC foundation. A questi si uniscono talvolta Dzevad Galijasevic, come anche Darko Trifunovic, affiancato dall’analista Milan Mijalkovski, che insegna presso la Facoltà della sicurezza di Belgrado, mentre Domagoj Margetic ha lasciato l’Islam per fare la guerra alla corruzione.

E' comunque difficile stilare l’intera lista degli analisti "occasionalmente volontari" per associazioni e organizzazioni createsi negli ultimi vent’anni nei Balcani. Molte di esse sono sparite così come sono nate, tante ne esistono ancora, ma sono sempre più numerose le nuove entità venutesi a creare, spesso parte della medesima rete, che gode del supporto delle ambasciate degli Stati occidentali, delle Fondazioni bancarie ed in particolare della Open Society. Il loro campo di azione spazia dalla lotta per la trasparenza e la corruzione, alla criminalità organizzata e traffici, per ritornare solo di recente ai labirinti delle analisi sul terrorismo nei Balcani. Un gran “pour parler” costruito sul nulla, che vede protagonisti analisti da bar formulare le teorie più assurde, prive di qualsiasi fondamento o ricerca strutturata, bensì frutto della lettura di qualche sito internet. Il crimine peggiore è l’accredito fornito dai media internazionali, che forniscono così la matrice per cominciare con la propaganda. Un gioco questo ormai usurato dal tempo, con tecniche obsolete e talmente collaudate, che tali personaggi credono davvero si passare inosservati.

Da parte nostra, riteniamo che non vi sia alcun presupposto per intraprendere un discorso serio sul terrorismo islamico nei Balcani, in quanto il mantenimento di uno stato di confusione conviene sia alla Comunità Internazionale che ai governi locali. Il caos della Bosnia serve un po’ a tutti, soprattutto quando si è a corto di argomentazioni. Per cui serve dire che i kalashikov utilizzati negli attentati sono bosniaci, come bosniaco è il canale di reclutamento. Sebbene non condividiamo certe tesi, preferiremmo che, al posto di Balkanistan, si definisca Trasversale verde o meglio Occasionalmente terroristi, tanto per dare l’idea di chi abbiamo di fronte. Ed infatti, creare delle onde anomale di disinformazione sul fondamentalismo islamico nei Balcani è molto pericoloso, non per questi Paesi – che in fondo conoscono bene le dinamiche di cui parliamo – bensì per le ricadute su terzi o in patria. Basta ricordare gli errori di valutazione dei grandi strateghi che hanno voluto portare la guerra in Ucraina nella convinzione che la Russia non avrebbe reagito, o che volevano abbattere la Siria con la propaganda spicciola delle primavere arabe. I Balcani, in questo, sono molto più folli ed imprevedibili, e creare in questi Paesi una minaccia - sebbene virtuale - rischia di innalzare una fiamma di ritorno ancora più insidiosa. In attivo c'è già il fallimento del tentativo di sovversione con le proteste di Sarajevo, dello scorso febbraio, quando un gruppo di ONG ha assembrato un branco di hooligans nella speranza di portare al collasso le istituzioni. Adesso la strategia è cambiata, si ritorna nella 'trasversale verde' con il Balkanistan, tirando fuori delle bandiere e sperando nel colpo di fortuna. Che dire: una grande creatività....