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19 febbraio 2009

L'Europa dell'est si allontana dall'euro

Il rapporto diramato dall’Agenzia Moody’s ha così fotografato la recessione economica nei paesi emergenti dell'Europa orientale riducendo ancora di più la possibilità di accedere alla moneta unica europea. A subire la più ampia svalutazione è stato lo zloty polacco, seguito poi dal fiorino ungherese, dalla corona ceca e dal rublo. L'impatto del tasso di cambio della moneta unica europea, in seguito alla svalutazione delle valute in Europa orientale, potrebbe non essere una semplice congiuntura, e potrebbe anche porre una pesante ipoteca sulla futura adozione dell'euro da parte dei Paesi che aspirano all’integrazione nel mercato monetario europeo.

Il rapporto Moody's sulla situazione delle banche europee più esposte nell’Europa centro-orientale è stato spietato, lasciando ampi margini di dubbio sulle strategie di espansione e di investimento future. Secondo l’agenzia di rating, la recessione nei paesi emergenti d'Europa sarà più incisiva che altrove, in quanto la forte instabilità di un’economia in crescita minaccia la solidità finanziaria delle banche della regione ed in particolar modo le filiali di banche occidentali. L’interazione di elementi come i grandi accantonamenti di crediti di dubbia solvibilità, i costi più elevati del finanziamento delle banche e la svalutazione di alcune monete interesserà la redditività delle banche ed eroderà progressivamente il capitale. Tra le banche occidentali a rischio, le quali hanno compiuto investimenti significativi in Europa centrale e orientale, figurano il gruppo italiano UniCredit, gli austriaci Erste Bank e Raiffeisen International o la francese Société Générale, ed infine la belga KBC. La loro forte presenza nei mercati dell’est ha alimentato la crescita dei loro profitti per diversi anni e ha permesso loro di resistere alla tentazione dei crediti strutturati, preferendo infatti il rischio connesso alla rapida crescita dei mercati in via si sviluppo.

"Il deterioramento della solidità finanziaria delle società controllate dell’est ha avuto conseguenze negative per le loro società madri di Europa occidentale - spiega Moody's, aggiungendo - il diffuso deterioramento della situazione economica dei principali mercati dell'Europa orientale ha un effetto negativo sulle controllate e potrebbe portare ad un deterioramento delle società madri", aggiunge. L’eventuale crisi di liquidità di una banca nell’Est europeo potrebbe creare il panico, non avendo ancora una forte autorità monetaria che possa garantire ogni forte oscillazione, per poi andare ad erodere il capitale dell’interno gruppo. Questo, secondo Moody’s , è uno dei primi rischi in si può incorrere, considerando che il portafogli crediti di queste banche non sono mai state testati da una grave crisi economica. I mercati dell'Europa orientale vengono così definiti differenti in termini di vulnerabilità, essendo più esposte a rischi esterni , al deficit pubblico e alla riduzione degli investimenti, ma anche a svalutazione delle valute locali, il peso in termini di interessi degli indebitamenti con istituzioni internazionali, la bolla immobiliare e la difficoltà di accedere al credito. Moddy’s così cita come le repubbliche baltiche, l'Ungheria, la Croazia, la Romania e la Bulgaria, e presto anche Ucraina, Kazakistan e Russia potranno essere soggette a crisi finanziarie interne.

Maggiore preoccupazione desta comunque la Polonia, mercato di destinazione di circa il 30% del capitale italiano, e la Croazia con il 16% con Unicredit, anche se il sistema bancario più esposto nell'Europa orientale è quello austriaco. Non vi sono dubbi che i valori del settore bancario in Europa orientale hanno registrato un netto calo negli ultimi giorni, mentre il costo parametrato al rischio di insolvenza sta aumentando. Erste ha raggiunto lunedì il minimo storico del 12%, il più basso dal 1993; KBC si stabilizza al 12%, Raiffeisen al 10% e Société générale al 6%. Un altro aspetto evidenziato da Moody's è che le banche occidentali presenti nella regione potrebbero divenire sempre più selettive nel finanziamento delle loro controllate, aumentando così il rischio per i paesi più in difficoltà, considerando che le banche allocano il capitale per le loro controllate, sulla base delle previsioni di rendimento rispetto al rischio. "Di conseguenza, i rischi sono particolarmente negativi per i paesi identificati come più vulnerabili", continua Moody’s affermando che solo alcuni fattori potrebbero indurre a continuare il finanziamento delle società controllate . Un disimpegno della madre di un dato paese potrebbe minare la fiducia dei clienti in un altro paese e, quindi, essere contro-produttivi in termini di rischio.

Il rapporto diramato dall’Agenzia Moody’s ha così fotografato la recessione economica nei paesi emergenti dell'Europa orientale riducendo ancora di più la possibilità di accedere alla moneta unica europea. A subire la più ampia svalutazione è stato lo zloty polacco, seguito poi dal fiorino ungherese, dalla corona ceca e dal rublo, il quale dopo un primo recupero ha iniziato un nuovo ciclo di svalutazione. L'impatto del tasso di cambio della moneta unica europea, in seguito alla svalutazione delle valute in Europa orientale, potrebbe non essere una semplice congiuntura, e potrebbe anche porre una pesante ipoteca sulla futura adozione dell'euro da parte dei Paesi che aspirano all’integrazione nel mercato monetario europeo. Un’ipotesi che è molto di più che una semplice speculazione, considerando quanto affermato dal governatore della banca centrale polacca, Slawomir Skrzypek, in un'intervista concessa al quotidiano Rzeczpospolita, affermando che "il corso dello zloty non è sufficientemente stabile da essere in grado di entrare nell'ERM2, che chiede un tasso della valuta nazionale di un paese all'interno di una serie di più o meno del 15%, stabilizzato per almeno due anni prima di adottare la moneta unica europea". La recente caduta dello zloty sul mercato dei cambi, rinvia così a tempo indeterminato la prossima adesione, almeno fino a quando la crisi economica mondiale non si attenui. Allo stesso modo, il Vice Governatore della Banca centrale della Repubblica ceca, Miroslav Singer, ha messo in guardia contro l'incremento dei tassi di interesse, mentre in Ungheria, il Primo Ministro Ferenc Gyurcsany ha affermato di aver chiesto al governatore della Banca centrale e al Ministro delle Finanze ei esplorare modi "non convenzionali" per arginare il calo del fiorino. Così anche in Romania, dove il governatore della Banca centrale, Mugur Isarescu, ha detto che stava considerando la possibilità di chiedere l'assistenza del Fondo monetario internazionale (FMI) per proteggere la sua riserve valutarie.

La Serbia, pur non essendo un membro dell'UE, ha indicato che potrebbe chiedere il Fondo monetario internazionale (FMI) un aumento del prestito per portare da 520 milioni di euro a due miliardi. Situazione altrettanto critica in Montenegro, dove l'Associazione bancaria ha chiesto infatti l'intervento della Banca centrale di Podgorica affinchè intervenga con l'aumento dei debiti all'estero e la riduzione o l'abolizione della riserva obbligatoria che le Banche devono versare presso l'istituzione centrale. La Croazia stenta a riparare i danni della sua situazione finanziaria, dopo aver rinegoziato il prestito per coprire il debito pubblico con un consorzio di banche, ottenendo un tasso di interesse solo apparentemente agevolato; allo stesso tempo si è vista costretta a rimettere in discussione il sistema pensionistico fondato sul secondo pilastro, per rimettere i fondi pensioni sotto il controllo dello Stato, e utilizzare quella liquidità a copertura delle perdite nell’Amministrazione previdenziale statale. Per quanto riguarda i Balcani Occidentali, uno dei Paesi più stabili, relativamente, è l’Albania che grazie alla sua crescita interna prossima al 5% e un costante flusso di rimesse estere riesce a sostenere il lek, anche se si avvicinano sempre di più le misure per correggere le svalutazione della moneta locale. Allo stesso modo, gli altri governi dei Paesi dell'Europa Sud-orientale hanno affermato che contribuiranno al sostegno delle loro banche e la loro moneta in difficoltà. Affermazioni che hanno creato, al contrario, ancora più preoccupazione all’interno dell'Unione europea, in quanto hanno aggravato il senso di panico tra gli investitori in crisi attualmente. Bruxelles ha espresso preoccupazione per l'improvviso tuffo delle valute della regione e ha esortato Polonia, Ungheria, Romania e Cechia a smettere di fare dichiarazioni che potrebbero spaventare gli investitori.

In realtà, il processo di espansione verso l’Est della moneta europea potrebbe subire un rilevante arresto , in maniera tale da mantenere in quella regione un’area di cambio "relativamente" favorevole per gli investimenti diretti esteri. Una soluzione temporanea che potrebbe essere un’ancora di salvataggio per molte imprese occidentali che hanno investito in Romania, Polonia e nei Balcani stessi, in funzione del basso costo della manodopera e delle materie prime. L’esperimento della Slovenia ha mostrato infatti che l’introduzione dell’euro ha subito portato il livello medio salariale a quello europeo, inducendo le imprese a trasferire le proprie sedi nei Paesi immediatamente vicini, per recuperare i rendimenti dei costi differenziali. L’area centro-orientale potrebbe essere una zona di influenza economica parallela a quella occidentale, in cui l’euro tarderebbe ad entrare. Assisteremo così a due tipi di evoluzione, da una parte quella del blocco euro-anglosassone che potrebbe rafforzarsi con l’ingresso della sterlina e della corona svedese, mentre dall’altra quello orientale che non ha ancora l’euro, ma ha un regime valutario che consente di sostenere l’economia interna e i costi dei gruppi industriali esteri. L’introduzione dell’euro in questi Paesi, e in questo particolare momento congiunturale, causerebbe due disastri: i Paesi europei occidentali dovrebbero pagare progressivamente materie prime e salari a costo pieno, considerando che il potere di acquisto si andrebbe a livellare con quello europeo, mentre i Paesi dell’Est potrebbero cadere in una grave recessione perché non riuscirebbero a sostenere l’aumento del costo della vita. Tali constatazioni portano a concludere che il processo di integrazione dell’euro sarà procrastinato sempre di più, nell’illusione di superare questa crisi e riprendere poi in un momento successivo il discorso. Non c’è dubbio che questa crisi cambierà anche il modo in cui l’Europa si verrà a creare.

17 febbraio 2009

La fine del diritto internazionale


Il Professore Antonio Cassese, importante docente di Diritto Internazionale e primo Presidente della Corte del TPIY, in un'intervista rilasciata per AP-COM, analizza in che modo la "dichiarazione di indipendenza del Kosovo" si inserisce nel quadro del Diritto Internazionale. La sua analisi rivela, tuttavia, le evidenti contraddizioni esistenti sul caso, e così anche nell'istituzione del Tribunale penale internazionale dell'Aja.

Proprio ieri, il giorno prima dell'anniversario per l'indipendenza del Kosovo, l'ex-presidente del TPI, il primo Presidente del tribunale creato ad hoc per giudicare i crimini di guerra commessi nell'ex-Jugoslavia, ha rilasciato un'intervista riportata da AP-COM Europa Nuova. E' da premettere che il Prof. Antonio Cassese è un importante docente di Diritto Internazionale, che ha più volte ricoperto incarichi rilevanti per conto dell'ONU e ci si aspetterebbe quindi un parere imparziale ed obiettivo. Nell'intervista gli è stata chiesta una sua opinione o meglio una previsione riguardo il giudizio che la Corte Internazionale di Giustizia dovrà esprimere riguardo l'indipendenza del Kosovo. La prima risposta data è assolutamente in linea con i principi del Diritto Internazionale in quanto l'intervistato, che è sicuramente uno dei massimi esperti in materia, si limita a riportare dei principi basilari universalmente riconosciuti. Le cose iniziano a cambiare con le risposte successive.

Le sue affermazioni si possono riassumere nei seguenti punti:
1)Il diritto indica delle direttive come il rispetto dell'integrità territoriale degli Stati, quindi l'unica cosa che indica è l'obbligo per gli stati di non interferire nelle attività interne di altri stati per promuoverne, sollecitarne, o fomentarne la disgregazione.
2)Se in uno stato una parte della popolazione decide di staccarsi e ha la forza di farlo (quindi senza l'aiuto di paesi terzi per il punto precedente), questo non è contrario al diritto internazionale.
3)Anche se la Corte avesse dato il suo parere a caldo, uno o due mesi dopo la dichiarazione indipendenza, questo parere non avrebbe comunque avuto un impatto notevole sulla situazione reale del Kosovo.
4)La Corte dovrà vedere se per caso alcuni Stati, ad esempio gli Usa e alcuni Paesi europei, hanno violato i loro obblighi di non interferenza negli affari interni di uno stato sovrano come la Serbia, provocando la secessione del Kosovo.
5)Politicamente USA ed UE erano a favore del distacco del Kosovo dalla Serbia e l'hanno favorito, ma non è che abbiano fatto alcunché di illecito.
6)L'indipendenza è stata resa possibile dalla presenza di un'amministrazione in Kosovo dal 1999 (cioè da quando i Serbi sono stati cacciati con i bombardamenti e la pulizia etnica), che de facto ha staccato il Kosovo dal controllo politico-amministrativo di Belgrado.
7)Per ovvi motivi politico-psicologici, la Corte dovrà naturalmente ribadire il principio d'integrità territoriale degli Stati; tutte le solite cose che si dicono insomma.
8)La Corte è competente e deve dire se quest'indipendenza è stata o meno conforme al diritto internazionale. A suo parere, non potrà non concludere che è stata conforme al diritto internazionale e poi ripeto, per ovvi motivi di carattere politico-giuridico e morale, dovrà affermare che restano saldi i principi che regolano i rapporti internazionali.
9)Sull'indipendenza dell'Abkhazia e dell'Ossezia del sud gli stati occidentali, che erano contrari a queste indipendenze, hanno avuto il buon senso di non rivolgersi alla Corte perché sanno che l'intervento della Corte non serve a nulla.
10)Probabilmente (i Kosovari) diranno che la secessione è un fatto: non è un illecito internazionale a meno che sia stata provocata da Stati che hanno interferito nella sovranità della Serbia. A suo parere, questo non è avvenuto, aggiungendo che "se fosse avvocato di Pristina", direbbe che è una cosa del tutto conforme al diritto internazionale. "Non è necessario essere esperti di logica per capire che ci sono enormi contraddizioni in quanto affermato", conclude.

Il concetto espresso nei punti 1 e 2 dice chiaramente che il Kosovo, per raggiungere l'indipendenza, avrebbe dovuto avere la capacità militare e politica di combattere e vincere contro la Serbia senza l'aiuto di paesi estranei. Nel caso qualche paese avesse aiutato il Kosovo a raggiungere l'obiettivo dell'indipendenza in qualsiasi modo, questa sarebbe stata una palese violazione del Diritto Internazionale secondo il punto 1. Anche senza voler fare riferimento alle prove esistenti riguardanti gli aiuti che la CIA ha dato all'UCK prima del '99, è lo stesso Cassese che nel punto 5 afferma che l'Europa e gli USA erano favorevoli all'indipendenza e l'hanno favorita, contraddicendo quanto affermato dal punto 1. Il giudice rincara poi la dose di incoerenza affermando, nei punti successivi, che l'indipendenza del Kosovo è avvenuta secondo il Diritto Internazionale perché nessun paese è intervenuto a favorire ciò. Dice inoltre che già dal '99 le autorità di Pristina si erano de facto staccate da Belgrado, dimenticando “l'insignificante” dettaglio che a quell'epoca i Serbi erano già stati cacciati dal Kosovo. É veramente deludente sentire certe affermazioni da parte di una persona che sicuramente conosce la storia balcanica meglio di quanto traspare dalle risposte date durante l'intervista. Cassese sicuramente ricorda cosa è successo nel '99. A seguito dei continui disordini in Kosovo, la Serbia intervenì con mano pesante per ristabilire lo stato di diritto, sicuramente esagerando in alcuni casi, ma gli stessi incresciosi episodi provocati dai militari NATO che adesso vengono definiti “danni collaterali”, venivano classificati come stragi e genocidi se compiuti dai Serbi .
La storia, tuttavia, ci ricorda che a seguito dell'intervento serbo in Kosovo, la NATO iniziò ad effettuare dei “bombardamenti umanitari” con lo scopo di fermare i Serbi e costringerli ad accettare delle proposte di pace indecenti. Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU emise la risoluzione 1244 nella quale si ribadiva l'integrità territoriale della Serbia. L'amministrazione ONU sarebbe dovuta essere solo temporanea, in realtà, l'UNMIK prima e l'EULEX in seguito, ha guidato il Kosovo all'indipendenza con il patrocinio degli USA e dell'UE, in aperto contrasto con la risoluzione 1244.

Se i bombardamenti, gli aiuti economici e militari mirati, il supporto politico internazionale non sono in contrasto con quanto detto dal Giudice Cassese, allora vuol dire che le parole, i trattati, i principi giuridici e morali - sui quali si sono regolati i rapporti tra gli Stati - non servono più a nulla. Se si inquadrano le dichiarazioni di Cassese all'interno della situazione che sta attraversando il TPIY in questo momento, forse si può dare a quelle parole un senso compiuto. Bisogna ricordare che Milosevic è morto (in modo alquanto anomalo) senza che il tribunale riuscisse a dimostrarne la colpevolezza, e adesso Seselj si trova sul punto di essere probabilmente liberato perché anche il processo a suo carico si è rivelato un fiasco al punto da essere stato sospeso a tempo indeterminato. Lo stesso processo contro Karadzic vede la formulazione di due soli capi d'accusa - per i crimini di guerra commessi in Bosnia-Erzegovina nel 1992 e per la strage di Srebrenica - mentre il Procuratore ne aveva annunciati sei. I giudici hanno escluso dal capo d'imputazione le accuse di complicità nell'atto di genocidio e di gravi violazioni della Convenzione di Ginevra, e hanno ridotto i casi di crimini di guerra e contro l'umanità di cui è accusato Karadzic, cioè 27 municipalità della Bosnia invece delle originarie 41. Il Tribunale ha respinto altre tre capi di accusa di omicidio presentate dall'accusa, sostenendo che mancavano prove indiziarie sufficienti. Non vi sono dubbi, dunque, che l'andamento dei processi al TPIY mette il rilievo le contraddizioni e le discordanze tra gli stessi giudici, che si trovano a dover protrarre dei processi senza prove e con accuse montate ad hoc, solo perché alcune persone incriminate non possono essere liberate altrimenti ciò dimostrerebbe l'assoluta inutilità del TPI e l'infondatezza delle accuse contro il popolo Serbo. L'inutilità del giudizio di una Corte Internazionale ricorre più volte nelle parole del Cassese, a dimostrazione del fatto che forse egli stesso si rende conto che ormai il Diritto ha ceduto il passo alla Diritto della Forza.

Forse sarebbe ora di cambiare mestiere.... tanto i giudici non servono più.

Rinascita Balcanica

16 febbraio 2009

La strategia inesistente


I Balcani si definiscono come una realtà interetnica molto varia e diversificata. In realtà, guardandoli da vicino e con occhi critici, ci si accorge che in fondo sono tutti uguali e con gli stessi problemi, anche se ognuno si sente diverso. Ogni piccola giovane repubblica gioca ad essere leader, per mostrare ad altri di essere uno Stato forte: ognuno vuole prevalere sull'altro, anche a costo di rimanere senza pane, per arrivare fino all'autodistruzione.


I Balcani si definiscono come una realtà interetnica molto varia e diversificata. In realtà, guardandoli da vicino e con occhi critici, ci si accorge che in fondo sono davvero molto simili tra loro. In questo labirinto di falsità e bugie, raccontate per anni e accreditate da Istituzioni Internazionali di grande livello, quelli che sono rimasti in queste terre ci credono ancora, i piccoli politici e diplomatici, si scontrano tra loro, con l’aiuto di quel perbenismo delle vecchie volpi balcaniche. Tutti gli Stati ne hanno, dai falsi intellettuali ai falsi imprenditori, così convinti di se stessi, e talmente presi dal loro piccolo mondo che non vedono oltre questa realtà sintetica che si sono creati.

Kosovo. I politici (sempre che si possano chiamare davvero politici) che frequentano le stanze della autorità di Pristina sono tutti ricattabili, si fanno sentire con dichiarazioni banali o eclatanti, un modo come un altro per battere cassa. L'ultima trovata di Hashim Tachi è stata definire Tadic come Milosevic, parlando ancora di storielle da quattro soldi, quando invece il suo popolo è rimasto senza energia elettrica, vive delle pensioni e di emolumenti sociali provenienti da Olanda,Belgio e Francia, e di lavorare non è neanche interessato. La droga trafficata in Kosovo è l’unico e vero prodotto interno lordo, ed è inutile nasconderlo, dato che è cosa nota che gli occidentali hanno permesso che accadesse, e oramai persino i politici, con le loro auto diplomatiche, fanno da corrieri della droga. Non è difficile immaginare che dietro tutte le dichiarazioni di questi "(ex) trafficanti di droga" vi sia la Nato o la Comunità Internazionale, che li ha imbevute di retorica occidentale e di "integrazione euro-atlantica". Dunque, dietro questi piccoli ed insignificanti personaggi, si nascondono organizzazioni sovranazionali, che hanno già deciso come un’entità come il Kosovo entri a far parte di istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale, anche se non riconosciuto da una grande parte di Stati della Comunità Internazionale.
Ad un anno dalla sua indipendenza, poco è stato fatto per sdoganare il Kosovo da quell’immagine corrotta che appartiene al passato: oltre al processo di riconoscimento e alla campagna di diplomazia internazionale, il Governo di Pristina non ha fatto nient’altro. In fin dei conti, vi è stato solo un passaggio di poteri, dalle Nazioni Unite all’Unione Europea, che ha il compito di fare in pochi mesi, quello che altri non sono riusciti a fare in nove anni.

Serbia. Il vittimismo dei serbi continua ancora imperterrito e rischia di gettare i serbi nel vortice dei fantasmi del passato. In ogni questione, la Serbia gioca la carta della vittima, per poi dire alla loro gente di essere stata costretta a prendere delle decisioni difficili e a fare delle scelte impopolari, come la consegna di Karadzic. I discorsi continuano all'infinito, diventano sterili e frustranti, perché mentre una parte accusa gli altri di essere "traditori e venduti", altri affermano di agire sotto forti pressioni esterne, mescolando così alla rinfusa gli eventi di questi ultimi due secoli. Molti si nascondono dietro il nazionalismo, ma in fondo questa è solo un'arma per difendersi, perché nella realtà il nazionalismo serbo esiste in un'altra forma, che poi è sfruttata dai politici per la loro campagna elettorale. Per quanto riguarda l’economia serba, possiamo affermare che è una delle più forti delle regioni, ma vive di rendita per le privatizzazioni e le vendite che ha concluso in passato, e dei finanziamenti per la ricostruzione. Il problema, e soprattutto la prova d’intelligenza dei funzionari e dei dirigenti, è quello di far partire un motore di crescita economica, che dovrà produrre risorse ed investimenti quando i capitali delle privatizzazioni e dei fondi di sostegno non ci saranno più.

Bosnia. La Bosnia sta attraversando uno dei periodi più critici della storia, e oramai non si sa bene cosa stia accadendo. Lo stesso Alto Rappresentante, cogliendo al volo la proposta di dirigere la diplomazia slovacca, è andato via perchè non ne poteva più del "malcostume politico", che poi è questa corsa a mettere le mani sulle ultime briciole rimaste. In Bosnia tutti si rimangiano tutto,
e quello che viene deciso, rimane come legge solo per 12 ore, dopodiché ricomincia tutto da capo. Come per dimostrare una certa "indipendenza decisionale", i più grandi partiti bosniaci hanno firmato un accordo trilaterale, a nome delle entità della Bosnia, per scrivere la nuova Costituzione, ma nessuno sa bene cosa hanno firmato. Il caro Premier della Republika Srpska canta vittoria, ma non si sa bene di cosa.
E poi la riforma della Costituzione non è l’unico problema che il Paese deve affrontare, in quanto sta attraversando una crisi di licenziamenti di massa, le casse dello Stato sono state svuotate con la realizzazione di opere pubbliche inutili, con l'acquisto di macchine lussuose, aerei privati e la creazione di squadre di assistenti e consulenti. Scelte che si stanno ripercuotendo sui singoli cittadini: i salari diminuiscono con l’applicazione dei nuovi coefficienti, anche se i politici continuando a sostenere che sono aumentati, mentre sono scomparsi anche i soldi delle pensioni. È una vera vergogna, se si pensa che tutto questo è stato deciso dagli ultranazionalisti, che pensano solo alle loro tasche.

Croazia. Il mercato croato è caduto nella voragine della recessione, dopo il crollo del mercato automobilistico, immobiliare e turistico. Il Governo sostanzialmente è inerte, preso d'ostaggio e ricattato da tutti, dalla Serbia e dalla Slovenia, mentre i suoi politici sono talmente coinvolti con personaggi della malavita, e oramai dai loro stessi uffici telefonano per minacciare giornalisti. La disperazione è giunta ad un livello tale che è stato arrestato un barbone, mostrato in tutte le tv, sostenendo che è un assassino, solo per coprire delle indagini che portano dritto al Governo. Nel frattempo i croati stanno elaborando una strategia per estraniarsi dai crimini degli Ustasha, dando una parte del territorio della Croazia, la regione di Jasenovac, ai serbi di Bosnia. È evidente che è un modo per archiviare una triste pagina del passato, e spero solo che i serbi non cadano in questo tranello...

Macedonia. La Repubblica di Macedonia è un tavolo da carambola, dove non riesce a prendere alcuna decisione sul nome, mentre gli albanesi di dividono sempre più nel tentativo di prendere ciascuno il "comando della situazione", naturalmente spalleggiati dalle cosiddette Commissioni Europee. La miscellanea di macedoni , filo-bulgari, Rom, albanesi e una piccola minoranza serba, ha creato un Paese che è impossibile da comprendere, pensino per l’Europa. In Macedonia tutto ciò che si dice e si fa non serve a nulla, perchè poi troppo facilmente una banda di contadini prende dei fucili in mano e comincia a sparare all’impazzata, tale che si deve sempre rimettere tutto sul tavolo delle trattative .

Montenegro . La crisi montenegrina è lo specchio del fallimento delle speculazioni e dei megalomani programmi delle entità finanziarie europee, che volevano fare di questa provincia un paradiso bancario. I suicidi in condizioni misteriose e gli incidenti stradali strani sono all'ordine del giorno, il mercato immobiliare è caduto, e nonostante il Governo si affanni a raccontare frottole su dati statistici e sul turismo inesistente, i licenziamenti sono all'ordine del giorno. Circa il 50% delle auto che circolano in Montenegro sono state rubate in Europa, mentre dalle montagne arrivano i convoglio di droga del Kosovo. Per quanto riguarda l’industria pesante, stiamo assistendo ad una vera tragedia, in quanto il settore siderurgico sta fallendo progressivamente, divenuta ormai un’industria fuori mercato.

Albania. I cittadini albanesi si apprestano ad andare alle elezioni, ed ovviamente è stato creato il diversivo della campagna elettorale che stravolge ogni regola. Berisha ha subito colto la prima occasione che gli si è presentata per annunciare l’industria nucleare in Albania, lasciando tutti senza parole, anche perché c’è ben poco da commentare. Un grande smacco è stato fatto anche dinanzi ai "cugini kosovari", offesi dal fatto che gli albanesi hanno tolto la bandiera del Kosovo nel corso di una conferenza dell'aviazione, dopo le proteste della Serbia. L’Albania rappresenta pur sempre un Paese che, con tutte le sue difficoltà, vuole assolutamente avere un ruolo determinante per i Balcani. In realtà tutti sanno a Tirana che il Governo albanese ha un accordo con Belgrado, ma tutti fingono di non sapere per assecondare anche gli Americani.

Balcani. I popoli dei Balcani sono tutti uguali e con gli stessi problemi, anche se ognuno si sente diverso. Ogni piccola giovane repubblica gioca ad essere leader, per mostrare ad altri di essere uno Stato forte: ognuno vuole prevalere sull'altro, anche a costo di rimanere senza pane, per arrivare fino all'autodistruzione. Il vero problema è che a dirigere questi Governi vi sono persone mediocri, quelli che la ex Jugoslavia aveva già condannato perché ladri e corrotti. Alla fine sentirete da tutti dire che "stavano meglio prima, quando stavano peggio", da tutti, e persino dai kosovari albanesi, che oggi insultano i propri politici di essere ladri e banditi. La comunità internazionale non vuole vedere e né sentire, si nasconde dietro la crisi finanziaria globale per non ammettere che la vera crisi si insinua a quel castello diplomatico istituzionale che essa stessa ha creato. Pagherà un alto prezzo, tutti noi lo pagheremo, per questa strategia inesistente.

12 febbraio 2009

La diplomazia dei fondi sovrani libici


La Central Bank of Lybia ha aumento la propria partecipazione in Unicredit, in occasione della ricapitalizzazione del gruppo bancario di 3 miliardi, sottoscrivendo cashes per 250 milioni di euro. La banca libica ha così aumentato la sua partecipazione del 4,9% al 7%, divenendo il più grande azionista individuale del Gruppo italiano.

Non può certo passare inosservata l’annuncio che i fondi libici hanno acquistato un’ulteriore quota di partecipazione all’interno del gruppo bancario italiano Unicredit. La Central Bank of Lybia ha aumento la propria partecipazione in Unicredit, in occasione della ricapitalizzazione del gruppo bancario di 3 miliardi, sottoscrivendo cashes per 250 milioni di euro, circa la metà dell'importo rimasto scoperto dopo la rinuncia della Fondazione Cariverona. La banca libica ha così aumentato la sua partecipazione del 4,9% al 7%, divenendo il più grande azionista individuale del Gruppo italiano, che si trova in un momento di evidente difficoltà finanziaria, ritenendo così necessario l’aumento di capitale. Muovendo questa pedina, il Premier libico Muammar Gheddafi, e gli investitori che si celano dietro la Banca Centrale della Libia, possono contare su una partecipazione all’interno di uno dei più grandi gruppi bancari europei - che tra l’altro non è stato ancora decimato dalla crisi finanziaria anglo-americana - che gli dà diritto decisionale. Il Gruppo italiano, pur avendo le sue contraddizioni interne, può contare ancora sulla fiducia di un azionariato vario e diffuso, nonché sulla sua presenza in molti Paesi del Sud Est Europeo che, nonostante la recessione e la crisi, godono ancora del supporto delle istituzioni finanziarie internazionali e rappresentano pur sempre un importante gruppo di nuovi consumatori.

La notizia dell’aumento di capitale della Libia in Unicredit, ha fatto subito il giro di tutti i media europei, che hanno rilanciato le rispettive ripercussioni all’interno dei mercati finanziari locali, dove il gruppo italiano detiene una porzione rilevante del mercato interno. Infatti il Gruppo Unicredit si estende in Italia con oltre 180 filiali, e all’estero con finanziarie e collegate, avendo portato avanti in questi ultimi un’aggressiva politica di acquisizione e privatizzazione delle banche dei Paesi del SEE. Secondo i dati riportati dalla stessa società UniCredit Group è presente in 23 nazioni e un network internazionale in più di 50 paesi, "è la seconda banca in Italia con il 16% di quota di mercato, la prima in Austria con il 19% di quota di mercato e la terza in Germania con il 5% di quota di mercato". "In Europa Centro-Orientale, UniCredit Group opera con un network di 3.200 uffici in 20 nazioni e 25 milioni di clienti. UniCredit è presente nelle seguenti nazioni europee: Azerbaigian, Bosnia, Bulgaria, Croazia, Estonia, Kazakhstan, Kyrgistan, Latvia, Lituania, Polonia, Romania, Russia, Serbia, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Slovenia, Tajikistan, Turchia, Ucraina e Ungheria".

Per quanto riguarda l’Italia, l’aumento della partecipazione della Banca libica non desta particolare preoccupazione, vista la inverosimile "amicizia" che lega Roma a Tripoli. Non dimentichiamo che il fondo sovrano libico da tempo è in trattativa con Telecom Italia per l'acquisto di una quota nel gruppo che vale 13 miliardi di euro, per ottenere così il 10% della società di telecomunicazioni. Gli investimenti sono perfettamente in linea con l'accordo di cooperazione siglato lo scorso 30 agosto, in occasione del quale Gheddafi ha affermato che "la Libia darà la priorità all'Italia per il 90% dei suoi investimenti all'estero'’, direzionando i propri fondi in imprese italiane piccole, medie e grandi di tanti settori. Come dichiarato dall’ambasciatore libico a Roma, Hafed Gaddur, in un’intervista rilasciata lo scorso ottobre per il Sole24ore, "dopo il Trattato del 30 agosto si prospetta una nuova era negli scambi finanziari", considerando che "In Italia affluiscono (o stanno per arrivare) una buona parte dei sette miliardi di euro che erano depositati in Svizzera e che sono stati tolti dalle banche dopo la sostanziale rottura dei rapporti diplomatici". L’ambasciatore ha infatti previsto che i fondi libici "non andranno solo nelle banche commerciali italiane, ma anche nella Banca d'Italia attraverso la banca centrale", in attuazione di una politica di cooperazione tra i singoli Governi. Come rilevato dallo stesso quotidiano, il Governo di Gheddafi cerca sempre di più di accreditare le proprie scelte di investimento come una decisione pragmatica, puramente dettata da ragioni economiche e giustificate da un rapporto politico-diplomatico pre-esistente. Tuttavia non bisogna sottovalutare che la "scelta economica" possa influenzare anche la posizione politica tra i due contraenti, e dunque che lo stesso Colonnello Gheddafi utilizzi i fondi sovrani libici come strumento di diplomazia "super partes" .

11 febbraio 2009

Scienza e diplomazia di Mihailo Pupin


Accanto a Mileva Maric e Nikola Tesla, grandi rappresentanti della scienza serba a livello internazionale, è importante ricordare il ruolo di una grande personalità non solo per la comunità scientifica, ma anche per quella intellettuale. Stiamo parlando di Mihailo Pupin, scienziato serbo che ha donato alla tecnologia moderna 34 brevetti nel campo della telefonia, della telegrafia e della radiotecnica, che si utilizzano tutt'oggi per le trasmissioni delle telecomunicazioni e televisive. Fu un grande professore universitario, educando intere generazioni alla scienza, ma anche il primo diplomatico della Serbia, per far conoscere e difendere il popolo "slavo" in tempi non sospetti.

Mihailo Pupin, nato a Idvor in Serbia il 9 ottobre 1854, dalla madre Olimpijada e dal padre Konstantin, insieme a più di nove fratelli. Pur appartenendo ad una famiglia di modeste origini, ha avuto la possibilità di ricevere una buona istruzione di base, mentre la sua educazione è stata fortemente segnata dagli insegnamenti dei suoi genitori, come lo stesso Pupin scrive nella sua biografia. "Leggere, scrivere e contare mi sembrava come un lavoro inventato dal maestro per togliermi la libertà e i giochi. Ma comunque mia madre mi ha fatto cambiare idea. Lei non sapeva né leggere e né scrivere, e mi spiegava che si sentiva come ceca con gli occhi sani. Così ceca d'aver paura di uscire fuori dal nostro paesino. Mi diceva: «Figlio mio, se vuoi andare in giro nel mondo, ti servono anche un altro paio di occhi, devi leggere e scrivere. Il sapere è una scalinata d'oro che, attraversandola, ti porta in cielo. Il sapere è la luce che ti aiuta e ti porta avanti nella vita e in un futuro di gloria»“.

Da quel momento, comincia così ad aumentare la sua voglia di sapere e di imparare. Trasferitosi presso la scuola tecnica di Pancevo, qui ha avuto la possibilità di vedere per la prima volta gli esperimenti dello scienziato americano Benjamin Franklin, cominciando a fantasticare di andare un giorno in America, la terra del grande scienziato, suo beniamino. Su consiglio del suo professore, grazie sempre al sostegno della sua famiglia, si iscrive ad una scuola migliore, che allora si trovava a Praga, dove però si trova coinvolto nei primi moti rivoluzionari degli studenti. Rimasto senza soldi, dopo la morte del padre decide di abbandonare la scuola per non pesare sulla famiglia, vende tutte le sue cose e compra un biglietto della nave che faceva rotta verso l’America, patria di Franklin e Lincoln. I suoi primi anni in America sono stati difficili, tale che accetta di svolgere qualsiasi tipo di lavoro manuale per poter sopravvivere. Lavora nelle fattorie, nella terra o come semplice operaio, ma non dimentica mai il motivo per cui aveva deciso di andare nel nuovo continente, nonostante gli ostacoli che quel Paese gli stava riservando. Lavorando di giorno e studiando di sera nella biblioteca pubblica, riesce ad iscriversi presso l’Università della Columbia a New York. Aiutato dai suoi nuovi amici che aveva conosciuto in America, raggiunge una preparazione eccellente e passa il primo esame nel 1879.

Rivela subito la sua grande intelligenza, e riesce così ad ottenere una borsa di studio per continuare a rincorrere il suo sogno. Studia diverse lingue, come il greco, che conosce perfettamente, ma contemporaneamente non trascura la matematica e la fisica. Sulla scia degli esperimenti di Michael Faraday e i suoi primi successi nel campo dell’induzione elettromagnetica, decide di specializzarsi nel campo della fisica, e si laurea nel 1883 nel college di Cambridge. Continua i suoi studi presso le più prestigiose Università, in particolare si reca a Berlino, che segnerà in maniera decisiva la sua vita nel mondo della scienza, ma anche nel campo dell'insegnamento universitario. Il suo ritorno in Europa diventa occasione per incontrare la sua famiglia e la sua terra, che, dopo aver vissuto in America, vede da un altro punto di vista, notando come il suo popolo soffriva e viveva nella schiavitù. Il suo lavoro professionale a Cambridge lo portò a frequentare gli ambienti più facoltosi della comunità scientifica, dei più celebri scienziati dell’epoca come Isaac Newton e James Clerk Maxwell . Per capire bene la teoria di Maxwell, Pupin ha dovuto approfondire le sue conoscenze di matematica che lo ha aiutato anche dopo per le sue sperimentazioni sui brevetti. Lavorando presso il laboratorio di Tindal, ottiene la raccomandazione per accedere al laboratorio di Hermann Helmholtz a Berlino, dove si dedica agli studi di chimica e fisica, sulla base dei quali porta a termine il suo dottorato nel 1889 con la tesi "Pressione di Osmot e il suo rapporto con la free energy".

Torna in America dopo il matrimonio con Sara Catharina Jackson, e comincia il suo lavoro universitario presso l'università della Columbia.Qui insegna matematica, fisica, scienza del calore, idraulica e dinamica. Il suo primo brevetto riguardava la sperimentazione di una forte di energia derivante da due circuiti. Grazie alle sue scoperte sui circuiti di oscillazione e risonanza, è riuscito a misurare la corrente e la sua intensità; successivamente pubblica un altro brevetto sulla telegrafia multipla, una tecnica che consente di trasmettere più segnali nello stesso momento. La tecnica scoperta di Pupin si usa ancora nelle tecnologie di telecomunicazione moderna, ma anche per trasmettere un segnale televisivo. Allora il suo brevetto non trova molte applicazioni, in quanto non esistevano generatori specifici, al contrario oggi è parte di tutte le tecnologie che devono trasmettere dei segnali telefonici e televisivi. In quel periodo pubblica anche i suoi primi brevetti sul flusso della corrente elettrica in certi tipi di gas, gettando così le basi delle prime sperimentazioni con i raggi X. Il particolare, i raggi X furono scoperti da Wilhelm Conrad Roentgen, ma anni prima da Tesla, mentre Pupin apportò notevoli avanzamenti a quel brevetto riuscendo ad essere il primo scienziato che ha fatto delle "roentgen-foto". Pupin ha partecipato anche a delle dimostrazioni pubbliche sugli effetti della corrente alternata di Tesla, contro la quale Edison scatenò una vera e propria guerra. Conoscere Nikola Tesla ha significato una vera rivoluzione per la sua coscienza di scienziato, che lo trascina in un periodo difficile nei rapporti con i suoi colleghi universitari che vendevano nelle parole di Tesla "un'immaginazione favolosa". Il suo rapporto con Tesla gradualmente, però, cambia gettando in crisi la sua vita privata e la sua carriera all’interno della comunità scientifica.

Il suo successo nel campo scientifico non riuscì a risollevarlo dalla depressione dovuta alla morte della moglie, decidendo così di trasferirsi a Norfolk con la sua bambina, dove fondato il suo laboratorio in cui lavorava ad importanti brevetti. Qui nasce la sua teoria della corrente telefonica su cavi di lunghe distanze. Grazie a lui i segnali telefonici cominciarono a trasmettersi anche da una città all’altra, a lunga distanza. I brevetti furono acquistati dalla compagnia Telefonica–Telegrafica Americana, e in Europa, dalla Siemens, nonché dalla società di Marconi, a cui vende un trasmettitore di segnali senza cavi. Questi contatti gli danno fama e prestigio negli ambienti universitari, tale che diventare uno studente di Pupin era un fattore di prestigio nel mondo accademico. Era membro di diverse associazioni scientifiche in America, e i suoi 34 brevetti nel campo della telefonia, della telegrafia e della radiotecnica, che si utilizzano tutt'oggi per le trasmissioni delle telecomunicazioni e televisive. Il suo successo nel mondo scientifico ebbe un’ampia risonanza in quello sociale. Il suo libro "Da emigrante a ricercatore" gli valse il Premio Pulitzer, e la sua autobiografia divenne uno dei libri obbligatori per la letteratura scolastica nelle scuole americane. Nel 1927, ha pubblicato il libro "Nuova riforma" e nel 1930 "Il romanzo dei macchinari", in cui scrive la sua teoria della natura della elettricità e lo sviluppo della società grazie alla tecnologia. Grazie al suo libro sui "monumenti degli Slavi del Sud", il mondo ha conosciuto per la prima volta il popolo "jugoslavo", prima che divenisse un unico Stato.

Pupin era anche un buon diplomatico, dialogava spesso con le forze indipendentiste serbe che aspiravano all’autonomia dall’impero asburgico. Diventa inoltre Presidente di un'associazione serba, Sloga, che inviava aiuti ai serbi e ai montenegrini durante le guerre balcaniche e durante la prima guerra mondiale. Anche in un momento molto critico per la regione, quando si parlava del regno dei serbi, croati e sloveni dopo la prima guerra mondiale, Pupin non demorde dalla sua attività diplomatica, e il 19 aprile del 1919 invia una lettera al Presidente americano Woodrow Wilson chiedendo aiuto per i popoli della Jugoslavia. E’ stato così il primo diplomatico del Regno della Serbia in America, nonché console onorario nel 1911 fino al 1920, quando rassegna le sue dimissioni per i contrasti con la classe politica serba. Non ha tuttavia interrotto il suo alacre impegno per il suo popolo, e così fonda il "Circolo delle sorelle serbe", associazione umanitaria ancora esistente, che ha soccorso il popolo serbo anche durante l'ultima guerra nella Republika Srpska e in Serbia. Egli stesso finanzia i convogli di cibo che partivano dall’America per la Serbia, con aiuti per bambini, medicine e materiale sanitario. Fonda anche la fondazione per l’educazione dei giovani, pubblicando ancora materiale sulle antichità serbe, e diventa Presidente del Comitato per le vittime della guerra. Quando gli Stati Uniti partecipano alla prima guerra mondiale nel 1917, Pupin organizza, presso l'università della Columbia, una ricerca per sottomarini con il suo apporto personale di scienziato "americano".

Non c’è dubbio che Mihailo Pupin è stato un personaggio energico , carismatico e pieno di nuove idee ed iniziative destinate all'evoluzione della società e al benessere del suo popolo. Il suo carattere così umano è stato un aiuto importante per tantissime persone durante e dopo la Grande guerra. Per lui, una società progredita era un imperativo, e ha fatto tutto ciò che era in suo potere per creare proprio questo tipo di società. Le sue lezioni erano così interessanti che erano frequentate da molti studenti, educando intere generazioni alla scienza, e tra i suoi studenti vi furono anche due premi Nobel, quali Robert Millikan e Irving Langmuir. Il suo laboratorio non era un ambiente per uno scienziato egocentrico, ma era un luogo in cui si riunivano tante persone per costruire intorno alla scienza una vita sociale, e tutto questo dimostra come la sua vita non fu solo ricca di successi accademici ma anche di opere umane, trovando sempre un equilibrio per il bene degli altri.

Rinascita Balcanica

10 febbraio 2009

La fine dei blocchi e le zone di influenza economica

Gli Stati Uniti potrebbero trasferire l'Anti-Ballistic Missile (ABM) all’interno del Mediterraneo, e come possibile base viene considerata l`Albania, assieme a Turchia, Bulgaria e Romania. L'amministrazione di Barack Obama rinuncerebbe così ai piani per Polonia e Repubblica Ceca, dopo le pressioni da parte di Mosca. La scelta dell’Albania come Paese destinatario di questo tipo di progetto è avvalorato anche dall’avvicinamento tra i due blocchi del passato, che renderebbe i Balcani una terra di confine. Lo scenario della sicurezza è destinato ad essere stravolto, in quando la crisi globale ha tracciato delle nuove zone di influenza economica.

Le forti pressioni da parte della Russia per annullare la costruzione di un sistema d'intercettazione dei missili balistici (ABM) a ridosso dei confini del suo territorio, potrebbero decretare il trasferimento del progetto all’interno di un altro Paese. Gli Stati Uniti potrebbero infatti istallare gli intercettori all’interno del Mediterraneo, e come possibile base viene considerata l`Albania, assieme a Turchia, Bulgaria e Romania . Tale ipotesi - non così azzardata come si possa pensare - è stata avanzata dal quotidiano "International Herald Tribune", affermando che Albania, Turchia, Bulgaria e Romania potranno costituire "la striscia di sicurezza", dove installare il sistema di difesa missilistica, come " risposta alla minaccia nucleare dell`Iran". Come rilevato anche dal quotidiano britannico "The Guardian" , per ammorbidire la rabbia di Mosca sarà rimandata l`adesione dell'Ucraina e della Georgia nella NATO, e lo stesso piano dell`amministrazione di Bush per la difesa missilistica in Polonia e nella Repubblica Ceca, definito come "una perdita di tempo che deve essere abbandonata al più presto". Una tesi che potrebbe far parte della nuova politica del Presidente Barack Obama, che rinuncerà ad istallare l’ABM su Polonia e Repubblica Ceca, scegliendo un’altra regione europea che non costituisca motivo di preoccupazione per la Russia. In tale ottica, l’Albania sembra essere la più quotata, per il suo chiaro atteggiamento pro-americano senza riserve, ma anche per la sua posizione strategica all’interno del Mediterraneo.

La scelta dell’Albania come Paese destinatario di questo tipo di progetto è avvalorato anche dall’avvicinamento tra i due blocchi del passato, che renderebbe i Balcani una terra di confine quasi neutrale. In questa regione confluiscono rotte commerciali ed energetiche di interesse per entrambe le parti, tale che è in queste terre che continuerà ad oltranza lo scontro tra Russia ed Occidente per la conquista del Mediterraneo. Uno scontro che coinvolge anche l’Italia e il Caucaso, essendo entrambe delle basi militari per eccellenza. Tuttavia, rappresenta sempre un confronto che viaggia sul filo del rasoio, fatto di guerre silenziose e compromessi diplomatici che stanno cambiando la configurazione delle zone di influenza e, di conseguenza, anche delle organizzazioni internazionali che detengono il potere. L’Alleanza del Nord Atlantico (NATO) è la prima che verrà riformata all’indomani del cambiamento delle zone di influenza. Questo l’esito della Conferenza della sicurezza tenutasi a Monaco, durante la quale è lo stesso Segretario Generale della NATO, Jaap de Hoop Scheffer, ad affermare che "l'Occidente deve rafforzare le sue relazioni con la Russia", così come "Stati Uniti ed Europa" devono raggiungere un nuovo equilibrio. "Tutte le parti devono essere disposte al compromesso", afferma Scheffer, mentre per il presidente francese Nicolas Sarkozy " la Russia non è una minaccia per l'Unione europea e l'Alleanza atlantica", definendo così anacronistico che l’Europa tema un’aggressione militare da parte di Mosca. Allo stesso modo, il Presidente Dmitri Medvedev ha proposto la discussione di un nuovo quadro della sicurezza, in cui siano rimessi in discussione anche gli antichi ruoli attribuiti dall’eredità della seconda guerra mondiale.

Lo scenario della sicurezza è destinato ad essere stravolto, perché oggi è diverso il ruolo che ha ogni singolo Stato, ogni regione e ogni ente sovranazionale, proprio perché l’economia, cambiando, ha dato un nuovo volto alla politica. La crisi economica globale è stata un semplice pretesto per ricreare delle zone di influenza economica, che non saranno tracciate più dalle etnie ma dalla distribuzione della ricchezza. Allo stesso modo, la paura della recessione è un modo per coinvolgere quanti più Stati possibili ad accettare prestiti e linee di credito delle organizzazioni finanziarie internazionali, indebitando di nuovo le economie per far partire la macchina pianificata con Bretton Woods. In un certo senso stiamo combattendo una Guerra fredda diversa. I russi hanno già lanciato il loro sistema, ed è il premier Russo Vladimir Putin ad aver mosso le pedine, e questa volta non saranno missili, né carri armati, ma le armi di una "guerra invisibile", ossia i software più avanzati che permettono di agire all'interno della rete senza lasciare traccia. Ad esempio, Putin ha già detto che la Russia ha bisogno delle sue agenzie di rating, in quanto quelle occidentali non sono più capaci di comprendere "le specificità del mercato russo". "Ovviamente siamo interessati ad avere delle agenzie nazionali di rating che siano capaci di tenere in considerazione in maniera completa le specificità del mercato russo nel loro rating e che offrano qualità e termini accettabili non solo per le grandi compagnie ma anche per le imprese di media grandezza", ha dichiarato Putin, spiegando che la procedura di accreditamento dovrà essere "volontaria, trasparente e il più semplice possibile".

Oggi esistono le zone di influenza transnazionali, un nuovo sistema di rete internet e nuove società di rating: tutto questo viene dalla Russia, che sta usando una forza invisibile, operazioni clandestine economiche, per dare alla propria economia, e quella degli Stati correlati, un nuovo sistema. Tramite agenti commerciali che si nascondono dietro le strutture delle camere di commercio, vengono create nuove finanziarie, mentre i collegamenti con società di Voip sono diventate delle vere basi clandestine economiche. Il tutto viene gestito attraverso protocolli non accessibili alla rete normale. Ed è proprio grazie a tali schemi invisibili che i russi stanno prendendo sempre maggiori posizioni all’interno dei Balcani. Finanziano tutti i partiti di opposizione, i piccoli crepuscoli, creando delle false diaspore all’interno delle quali far confluire denaro, come donazioni, tramite operazioni di rating , che poi sono operazioni di riciclaggio di denaro. Dunque, da oggi in poi, lo scenario politico nei Balcani sarà sempre più instabile, trascinato da una parte dalla falsa riga della crisi economica, e dunque dell’indebitamento dei confronti del FMI e della Banca Mondiale, e dall’altra dall’avanzata russa. Non bisogna dunque cadere nel solito errore di credere nella propaganda della recessione globale e della "guerra fredda" dei blocchi, perché si rischia di perdersi lo spettacolo della vera guerra.

09 febbraio 2009

Rambouillet e l'uranio impoverito


Ricorre il 6 febbraio l’anniversario delle trattative di Rambouillet, lo storico evento che decretò l’intervento della Nato nel 1999 contro la Serbia. A dieci anni dal bombardamento , non solo il Kosovo ma tutta la Serbia è diventata un grande cimitero, che seppellisce ogni giorno decine di persone colpite dal cancro. Il numero di ammalati è aumentato di circa tre volte rispetto al livello registrato prima della guerra, e ormai 20 persone su 60.000 si ammalano di cancro. (Foto: la Nato bombarda Belgrado, 1999 )

A dieci anni dal bombardamento della Serbia nel 1999, l’accordo di Rambouillet è ancora l'immagine del crollo della ex Jugoslavia per mano dei poteri occidentali. Un trattato che nei fatti non è mai esistito, ma è servito per dimostrare al mondo e ai popoli della Jugoslavia come Slobodan Milosevic "poteva sacrificare il proprio popolo per rimanere al potere", tale che in questi anni molti sono stati gli sforzi per accollare al solo Presidente serbo la responsabilità dell’intervento NATO in Serbia. Il capo della delegazione serba Ratko Markovic conferma oggi che "l'accordo è stato portato a termine dal gruppo di contatto" e che la sua ratifica è giunta all’improvviso, "senza un vero e proprio piano premeditato" dalla parte serba. Al contrario, precisa, il tutto è stato programmato dalla diplomazia americana guidata da Madeleine Albright, per prendere con la forza posizioni in Kosovo per sottrarle così alla Serbia, specificando che "il fallimento delle trattative diplomatiche sarebbe stata una scusa per l'intervento militare". Allo stesso modo, Milan Milutinovic, allora Presidente della provincia della Serbia, confermava che "nel castello di Raumbouillet non c’erano trattative ma solo pezzi di carta che giravano". La sua risposta dinanzi all’ipotesi di un possibile bombardamento della Serbia era: "Non chiedete a me, chiedete a Javier Solana, io non mi chiamo Javier, ma mi chiamo Milan" . Tutto il resto è storia che conosciamo. Le trattative furono una falsa montatura, quando il vero scopo era sottrarre il Kosovo alla Serbia ad ogni costo, e il più grande sacrificio furono proprio le vittime dei bombardamenti.

Nessuno infatti ha pensato cosa sarebbe successo dopo 10 anni dai bombardamenti sapendo che le forze armate NATO usavano missili che violano le convenzioni in difesa dei diritti umani, come le cluster-bombe all' uranio impoverito. Confrontando il livello di radiazioni attuale rispetto a quello del 2000, viene scoperto che il livello radioattivo è due volte superiore a quello normale. I dati mostrano che le zone più colpite sono Pec, Dakovica, Prizren, Urosevac e Podujevo, contraddicendo così la mappa disegnata dalla NATO (nella foto) che a vederla sembra che nessun luogo è stato mai bombardato. In realtà, non solo il Kosovo ma tutta la Serbia è diventata un grande cimitero, che seppellisce ogni giorno decine di persone colpite dal cancro. Il numero di ammalati è aumentato di circa tre volte rispetto al livello registrato prima della guerra, e ormai 20 persone su 60.000 si ammalano di cancro. La stessa Organizzazione Mondiale per la Salute (WHO) ha presentato un rapporto con dei risultati scioccanti, evidenziando come ogni giorno vengono riscontrati nuovi casi di cancro, mentre prima vi era un’incidenza di un caso ogni tre mesi. Tuttavia, l’Organizzazione Mondiale della salute ha fatto qualcosa? Di fatto nulla, sempreché non si considera che nel 2001 è stato censurato il rapporto del 2001, come confermato da uno degli esperti della stessa WHO.

Il fisico Keith Baverstock, ex consigliere dell’Organizzazione Mondiale della salute, ha osservato come sia lampante, sulla base del rapporto del 2001, che le armi usate nella guerra contro la Serbia abbiano provocato gravi malattie, e che lo stesso rapporto WHO del 2001 non ha voluto trarre queste conclusioni, adducendo come motivazione la "mancanza di dati precisi". Baverstock - che oggi lavora presso l’Università della Finlanda - ha spiegato come i poteri invisibili abbiano influenzato e manipolato i rapporti WHO, portando invece avanti una campagna contro l’uso di sigarette. Sembra davvero mostruoso combattere contro le industrie di tabacco e fare una guerra di sensibilizzazione contro le sigarette per dimostrare di occuparsi della salute della gente, e nello stesso momento coprire il traffico di uranio e i peggiori danni arrecati alla popolazione dall’uso barbarico di questi materiale. Lo scienziato così ha apertamente dichiarato che il rapporto del 2001 è stato prima vietato, poi manipolato per essere pubblicato, grazie all’intervento dell’allora direttore del WHO, l’ex Premier norvegese Harlem Bruntland. Intervenendo dinanzi al Parlamento Europeo, Baverstock afferma che i "politici hanno avvelenato il pozzo da cui le democrazie devono bere". Due anni dopo, è giunta una conferma anche da Dan Fahy, reduce della Marina americana, affermando che la Nato ha utilizzato armi ad uranio impoverito contro la Serbia e il Kosovo. "Nella guerra balcanica sono stati usati due missili tipo Tomahawk , gli stessi usati nella guerra del Golfo e in Iraq nel 1996, contenenti uranio impoverito per garantire la stabilità del loro peso. Nessuno all’interno del Dipartimento di Stato e del Pentagono ha voluto commentare questo dato. E` stato però confermato che l'uranio impoverito provoca cancro, danni al DNA e morte delle celle sane, nonché danni neurologici e alla fertilità", continuava Fahy.

Mappa tracciata dalle autorità serbe

Dietro il dramma delle vittime dell’uranio nei Balcani vi è molto di più, in quanto dietro di esso vi sono sempre forti lobbies politiche, mafia e criminalità organizzata. In questi anni, molte sono state le cronache - mai pubblicate e spesso censurate dai grandi media internazionali - sul traffico di materiale radioattivo e sulle conseguenze delle guerre in cui vengono utilizzati questi materiali. Le inchieste sul traffico di uranio dei giornalisti uccisi, vittime dimenticate di questo crimine, dimostrano come tutte le guerre sono combattute solo da contractor . Nulla di diverso è accaduto in Serbia, bombardata da "contractor", dai quali poi sono derivate le pressioni per nascondere la verità, ma chiudendo ogni strada per dare giustizia e cura ai malati di cancro della regione dei Balcani è stato compiuto un altro crimine. Lo stesso governo serbo, non sapendo bene come stanno le cose o scegliendo una linea politica estera senza ostacoli, non parla spesso dei casi degli ammalati per uranio.
La stessa situazione la ritroviamo in Bosnia Erzegovina, dove, dopo più di dieci anni dal bombardamento, comincia a far discutere il caso "uranio impoverito" grazie ai primi provvedimenti in difesa dei soldati dell'esercito italiano, colpiti dalle radiazioni dei proiettili usati. Infatti, come confermato in un'intervista rilasciata da Domenico Leggiero dell’Osservatorio militare ( Uranio impoverito: un crimine contro l'umanità) , la “sindrome dei balcani” sta uccidendo ancora I soldati italiani. Evidentemente non erano sufficienti per la Comunità Internazionale i dati rilevati presso le cliniche della Bosnia, dove le malformazioni dei feti sono aumentate del 75% dal 2000 fino ad oggi.

Grazie alle lobbies internazionali e al coinvolgimento di giorno in giorno di politici e criminalità organizzata, il traffico di uranio nei Balcani aumenta sempre di più. Come denunciato dal giornalista croato Domagoj Margetic, la mafia nucleare croata ha coinvolto politici con pieni poteri, definiti come i "ragazzi di Hennessy", registi del riciclaggio di denaro della vendita di uranio e plutonio attraverso le banche locali, definendo quelle somme come "debito estero dello Stato". Molto pericoloso è stato anche il modo in cui sono state trasportate le materie radioattive, ma al momento nessuno conosce con sicurezza quali siano state le rotte di trasporto e quali luoghi abbiano contaminato durante quei pericolosi trasferimenti. Margetic inoltre ha affermato nei suoi articoli che "la mafia nucleare croata era ben collegata alle forze internazionali", sia verso l’Occidente che l’Oriente. La centrale per regione orientale si trovava in Germania, come dimostrato da contratto firmato da Rita Draxel a Vienna, il 27 giugno del 1991, con una transazione di oltre 60 milioni di dollari. I pagamenti giungevano direttamente attraverso la Banca del Liechtenstein. Il materiale doveva giungere, tramite la Croazia, Serbia e Bulgaria, in al Medioriente, oppure in Turchia e in Iraq. Allo stesso modo, è stato trafficato del materiale radioattivo dal porto di Sebenico nell’Africa del sud, coinvolgendo vertici politici e grandi banche europee come Deutsche bank e Dresdner Bank AG, Erste Bank, Osterreichische Sparkasse Bank.

Questa è la vera dimostrazione che non solo le bombe, ma anche il materiale che segretamente viaggia come un semplice carico all’interno di container, può contaminare l'ambiente e danneggiare la salute della popolazione. Tuttavia è intollerabile che i danni arrecati a questa regione nel passato, continuino a persistere e ad essere nascosti e occultati dai media e dalle organizzazioni internazionali. I rapporti del WHO affermano che l’uranio impoverito può provocare "solo pochi danni ai reni", mentre migliaia sono state le vittime per cancro, tumori e malformazioni nei Balcani. Ed è per tale motivo che l'Italia, e ora anche il Belgio, indaga sui gravi danni subiti dai soldati che hanno partecipato alle operazioni in BiH e Kosovo. Nonostante non siano mai stati preparati degli elenchi ufficiali che evidenziano l'aumento dei malati di cancro nei Balcani, sono più che mai evidenti le conseguenze che si sono abbattute sulla popolazione dopo 10 anni, colpendo soprattutto bambini malati di diabete e leucemia. La gente della Serbia non parla tanto e solo pochi familiari delle vittime, qualche volta, fanno sentire la propria voce chiedendo un'azione organizzata contro tutti coloro che hanno perpetuato questi crimini. Lo stesso Premier della Republika Srpska, Milorad Dodik, intervistato da Rinascita Balcanica, ha dichiarato che la RS è impotente dinanzi ad ogni possibile causa contro la NATO per chiedere un risarcimento dei diritti delle vittime dei bombardamenti ad uranio impoverito.

Questa impotenza sembra ovvia anche in Serbia, a cui oggi si chiede di entrare nella NATO, la stessa organizzazione che ha bombardato e contaminato le sue terre per i prossimi decenni. Ancora oggi, dopo 10 anni, la Serbia non ha ancora redatto uno studio dettagliato sulle conseguenze da uranio impoverito, mentre i serbi ancora aspettano delle risposte sul perché, vicino Vladicin a 40 km da Bujanovac, gli animali nascono con problemi generativi, le pecore sono anemiche e partoriscono agnelli con otto gambe e due orecchi interni, e i topi hanno le code come scoiattoli. Immaginate, dunque, quale veleno uccide questa gente, deforma i suoi bambini e i suoi animali, contamina falde acquifere e terreni. Dinanzi a tali disastrosi danni, il Ministro degli Esteri della Serbia, Vuk Jeremic a afferma che “la Serbia ha perso fiducia nella NATO”, e non per quanto fatto dieci anni fa, bensì per la partecipazione dell’Alleanza Atlantica alla formazione della Forza di Sicurezza del Kosovo. Ci chiediamo allora quando arriverà il momento di parlare del rispetto dei diritti umani in Kosovo, Serbia e Bosnia, e del diritto alla vita che ogni persona al mondo ha e che non viene rispettato dalla parte della NATO. Dobbiamo ricordare come l'anniversario di Rambouillet e le trattative per la pace con le bombe all'uranio impoverito, hanno dimostrato la totale “mancanza di fiducia” nei confronti di organizzazioni come NATO, WHO, Human Right Watch, la stessa UE, e tutta la Comunità Internazionale che 15 anni fa ha partecipato alla “Guerra umanitaria”. La cosa più triste è che i serbi stessi non si sono ancora accorti, oppure hanno dimenticato, di guardare le cartoline delle zone contaminate dalla NATO. Bentornati alla realtà, per questo anniversario delle false trattative di Rambouillet.

Rinascita Balcanica

06 febbraio 2009

L'euro vicino al progetto di moneta intercontinentale


Il vertice di Davos ha mostrato all’opinione pubblica come i capi di Stato e i Governi siano ormai consapevoli dello spettro della recessione, e così della necessità di cambiamenti anche radicali nel sistema economico e finanziario. Accanto alla "bad bank", ossia il progetto per raccogliere le tossicità finanziarie, viene ventilata la "forte possibilità" che il Regno Unito, Danimarca e Svezia entrino nella zona euro. L’euro potrebbe dunque divenire un reale centro economico finanziario grazie all’adesione degli ultimi privilegiati esclusi, e l’allargamento verso l’Europa Sud Orientale.

La paura della crisi si fa sempre più sentire in Europa, al punto che potrebbe cambiare anche lo scenario del mercato della moneta unica europea. Il vertice di Davos ha mostrato all’opinione pubblica come i capi di Stato e i Governi siano ormai consapevoli dello spettro della recessione, e così della necessità di cambiamenti anche radicali nel sistema economico e finanziario. Accanto alla "bad bank", ossia il progetto per raccogliere il carrozzone delle tossicità finanziarie, viene ventilata la "forte possibilità" che il Regno Unito entri nella zona euro, dopo i bruschi crolli della sterlina e il suo storico deprezzamento. La scomparsa dei vecchi pounds non sembra piaccia molto agli inglesi che, per circa il 71 per cento di loro, credono fermamente nell’indipendenza monetaria della sterlina, ultimo baluardo del grande impero colonialista britannico. Tuttavia, le vecchie nostalgie saranno probabilmente soppiantate dalla dura legge della recessione globale dell’economia immateriale, tale che a cadere per prima sono proprio quei sistemi economici che si basano sulla speculazione finanziaria senza avere una solida base fatta di economia reale e di scambi commerciali. Ricordiamo infatti che l’Inghilterra è un’isola che dipende per l’80 per cento dalle risorse estere, in termini di importazioni di beni e risorse energetiche, mentre parte del suo PIL è costituito da investimenti diretti esteri in ogni parte del globo. Secondo alcune stime, lo scoppio della bolla immobiliare e della crisi borsistica ha sabotato l'intera produzione annuale del paese, ossia 38.700 sterline per ognuno dei 37 milioni di contribuenti, una cifra che dà bene l’idea su che cosa è costruito l’impero inglese, sulla carta straccia nei fatti.

Come il dollaro, anche la sterlina ha conosciuto l’identico percorso storico di questa crisi finanziaria, essendo stata una delle prime valute soggette a scossoni dopo lo scoppio dello scandalo sub-primes. La sterlina deve ora affrontare la peggiore recessione degli ultimi trent'anni, perdendo il 25% del suo valore rispetto al 2008, raggiungendo una parità con l'euro su cui nessuno avrebbe mai scommesso. La zona euro - per tanto tempo snobbata dai "reali" britannici - potrebbe essere un’interessante ancora di salvezza, al fine di nascondere quanto c’è di ancor peggiore tra gli scheletri delle tesorerie delle banche inglesi. Questo lo sanno bene soprattutto gli Alti funzionari, che stanno già discutendo su come intraprendere tale decisione dinanzi all’opinione pubblica, convinta che l’Inghilterra resterà sempre quell’isola felice del grande capitalismo che fu. Da questo punto di vista, si tratta solo di un problema di comunicazione e di marketing, come ogni grande scelta politica che bisogna prendere. A premere verso l’ingresso nella zona euro è anche la Danimarca, che ufficiosamente sta preparando il prossimo referendum sull'adesione all'euro, considerando che la maggioranza relativa dei cittadini si è detta favorevole. La Danimarca potrebbe essere seguita a ruota dalla Svezia, un’altra prediletta dell’economia europea, per molti patria del "socialismo perfetto", per altri solo patria dell’IKEA.

Ad ogni modo, l’euro potrebbe divenire un reale centro economico finanziario grazie all’adesione degli ultimi privilegiati esclusi, e l’allargamento verso l’Europa Sud Orientale. Bruxelles sta già preparando le pratiche amministrative per costruire "la centrale di supervisione europea dei mercati", che sarà concentrata probabilmente nelle mani della Banca Centrale Europea, nella quale confluiranno dati e informazioni provenienti da uno dei continenti più ricchi al mondo. Sembrerebbe, dunque, che sia un processo inarrestabile avendo alle sue spalle un’economia che solo in parte è stata decimata dalla crisi finanziaria, e basa il suo punto di forza proprio sull’unione delle risorse. Non condivide tale opinione George Soros, secondo il quale la moneta rischia addirittura di scomparire, e potrebbe salvarsi solo se l'Unione Europea adotterà un piano globale per costruire la sua "bad bank" e dunque ritirare gli assets tossici dalle attività finanziarie e bancarie. "L'euro potrebbe non sopravvivere alla crisi - afferma Soros - esistono gravi problemi a livello internazionale. I piani di stimolo congiunturale non sono sufficienti". Secondo Soros è necessario raggiungere un accordo globale su come dividere il carico derivante dal capitale perduto, in maniera che sia distribuito tra tutti. Ovviamente sono chiare le pressioni del famoso speculatore al fine di creare in Europa, come sarà per l’America, la famosa Bad Bank per ripulire ( e finanziare ) le attività delle banche che hanno perso valore e che inquinano la credibilità del mercato stesso. Non dimentichiamo inoltre che Soros sta attualmente speculando e scommettendo contro la sterlina, in maniera non molto diversa da come fece già con la lira negli anni ’90, spingendo l’Italia sull’orlo del fallimento. Ai fini della nostra analisi, le parole di Soros sono poco importanti, tuttavia danno un’idea dei meccanismi messi in atto per concludere degli ottimi affari sulla scia della propaganda della crisi. Da una parte vi sono ancora speculazioni, dall’altra vi sono progetti reali volti a cambiare la struttura dell’economia, sempre più accentrata intorno a dei poteri forti che hanno costruito sistemi di controllo delle informazioni e delle transazioni sulla base di processi elettronici e cibernetici, proprio come la Banca Centrale Europea.

05 febbraio 2009

La dematerializzazione e la crisi globale


Dietro la più grande recessione di tutti i tempi in realtà vi è un processo di riprogrammazione dell’economia mediante la "dematerializzazione" dei processi produttivi e dei servizi. Nel tempo sono stati attuati processi di e-government, di digitalizzazione dei dati, ma anche di interpretazione dei processi di lavoro mediante dei software che hanno cambiato il modo di lavorare. Come sappiamo, ogni cambiamento dell’economia ha causato eventi traumatici, da anni di forte depressione che sono poi sfociati in rivoluzioni e guerre. Questa però sarà la prima rivoluzione senza gente nelle piazze,silenziosa ed inesorabile.

Potreste rimanere senza parole se pensaste, per pochi istanti, che dietro la più grande recessione di tutti i tempi vi è un processo di riprogrammazione dell’economia mediante una chirurgica "dematerializzazione" dei processi produttivi e dei servizi. Sono parole queste spesso sconosciute ai mezzi di comunicazione di massa, ma in realtà sono le nuove colonne, il nuovo paradigma di questa nuova società futuristica della informazione. Quello che sembra un semplice processo di "trasformazione" di un documento materiale in un codice elettronico che lo rende immediatamente riconoscibile da un software, è invece un vero e proprio concetto che è stato applicato in questi anni a molti settori, senza nessun limite. Nel tempo sono stati attuati processi di e-government, di digitalizzazione dei dati, ma anche di interpretazione dei processi di lavoro mediante dei software, costruiti allo scopo di emulare l’elaborazione dei dati che fa il cervello umano. In questo modo sono stati creati programmi che sostituiscono perfettamente il lavoro dei cassieri delle banche mediante l’e-bank, che permettono di organizzare la logistica delle merci, le fasi produzione in una catena di montaggio, ma anche che consentono di creare a loro volta dei software. Ogni settore economico è stato "supportato" da un processo elettronico che ha ridotto sensibilmente la necessità di impiegati e di lavoratori. La disoccupazione può essere una delle prime ed importanti conseguenze che la dematerializzazione ha sulla nostra economia, la quale in maniera anche impercettibile è gradualmente cambiata, sino a diventare come la conosciamo oggi, caratterizzata dalla comunicazione istantanea e dallo scambio immediato delle informazioni.

Lo abbiamo definito progresso, infatti, ma non sappiamo con certezza se si avrà una reale evoluzione della società e degli uomini, e se in realtà non saremo ancora più ingabbiati in questi meccanismi regolati da macchine e programmi costruiti al di sopra della legge. Questo perché nessun ente pubblico, o legge, o Costituzione ha fornito gli strumenti per garantire la certificazione e l'attendibilità dei documenti o dei processi, se non delle strutture private che hanno imposto le loro regole. È stato dunque un grande errore non prestare maggiore attenzione alla creazione delle banche dati, all’installazione di un sistema elettronico o al rispetto della privacy e dei diritti umani. Tutto è stato rinviato ad un futuro prossimo, nella convinzione che l’uomo avrebbe ancora avuto la possibilità di decidere della propria vita e dettare delle leggi nei confronti di strutture che, nel frattempo, si sono create da sole, in piena autonomia, con una vita ed un ecosistema proprio, e la loro forza è stata proprio l’essere "invisibile" agli occhi della giustizia o dei Governi. Grazie a questa invisibilità sono diventate delle multinazionali, poi delle società globalizzate, ed infine superiori agli stessi Stati, tagliando i Paesi trasversalmente e dividendo i popoli non per lingua o per religione, ma per cyberspazi.

Da tempo parliamo di queste tematiche, usando parole come "disumanizzazione", "virtualizzazione" e "crimine invisibile". Ebbene oggi abbiamo dinanzi ai nostri occhi le prove evidenti che quanto dicevamo si sta realizzando, e la nostra "trappola d’oro" è già scattata inesorabilmente. Per esempio, tutti infatti conosciamo Facebook, un fenomeno definito "social-network" ma che noi preferiamo chiamare "società dematerializzata", in quanto ha creato uno specchio della società in formato digitale, ingannando le persone e inducendole a dare la propria vera identità. Ebbene, al World Economic Forum di Davos, i fondatori di Facebook, parlando proprio di questa "crisi globale", hanno annunciato che presto venderanno la propria banca dati di utenti alle società di marketing e di ricerche di mercato. Per la sua struttura, Facebook fornisce una mole di dati non solo in termini di dati personali degli utenti (generalità e residenza) ma anche per i gusti, gli interessi, l’istruzione e la professione, aprendo una finestra diretta per ogni tipo di sondaggio. La società ovviamente è assolutamente autorizzata da tutti i suoi iscritti a utilizzare quei dati, avendo accettato il contratto - pena la mancata iscrizione - che permette alla piovra Facebook di utilizzare tali informazioni per scopo di lucro. Se facciamo un po’ i conti, Facebook ha 150 milioni di iscritti (150 lingue da 170 nazioni), e solo l'Italia mette 5 milioni di utenti, quanto è disposta a pagare una società per avere questi dati?
Se questo esempio non vi convince sull’esistenza di un crimine che tanto "invisibile" non è, parliamo del caso di Monster.com, uno dei portali più grandi della rete nel settore della ricerca del lavoro, il cui database è stato violato da un "attacco pirata", che ha sottratto dai suoi server le informazioni relative a milioni di iscritti. Si tratta di milioni di numeri di telefono e di indirizzi di posta elettronica. Stranamente, insieme a Monster.com viene colpito anche USAJobs.gov, la cui base di dati viene gestita in parallelo dagli stessi server. Quali sono dunque le garanzie a tutela dei nostri dati in un sistema ormai totalmente nelle mani di entità private, che giocano sull’invisibilità della propria struttura.

È chiaro che costruendo globalmente un sistema unico sarà possibile porre fine totalmente alla politica economica degli Stati, anche l’azione dei Governi sarà vana se ogni cittadino deciderà di autogestirsi all’interno di un cyberspazio. A questo punto entreremo a far parte di uno pseudo-socialismo dove tutti I documenti non saranno neanche più materiali, e si venderanno semplicemente delle certificazioni, insomma "il nulla", aria fritta. Il certificato, naturalmente, non è altro che una cosiddetta macchinetta mangia soldi, un'usura del tempo, che ci impone di pagare continuamente. Mentre ogni individuo dovrà necessariamente avere un posto telematico certificato, come una residenza digitale, vi saranno dall’altra parte delle entità che guadagneranno dalla semplice esistenza, o transito, di un utente sul proprio "territorio". Sarà anche tutto giusto, e dettato dall’esigenza di far progredire la società - ed infatti nessuno dice che questi strumenti non sono necessari - tuttavia il metodo con cui viene implementato è altamente discutibile, in quanto non si vedono affatto delle istituzioni. Non esiste infatti un'autorità certificatrice perchè lo Stato stesso non ha un certificato e non li vende, bensì li compra da privati, senza avere alcuna garanzia che questi non abuseranno della loro posizione di monopolista incontrastabile. Ecco che l'ombra delle crisi finanziare sembra un pretesto, un evento eclatante e scioccante volto esclusivamente ad attuare dei provvedimenti poco consoni e che diversamente non sarebbero mai accettati dalle persone. Nella storia, ogni cambiamento dell’economia ha causato eventi traumatici, anni di forte depressione che sono poi sfociati in rivoluzioni e guerre.

Questa però sarà la prima rivoluzione senza gente nelle piazze, perché la riprogrammazione dell’economia è studiata in maniera tale da creare una confusione tale da rendere "impotenti" persino le proteste. Le masse sono state rese inerti grazie alla grande propaganda della crisi globale che ha vanificato ogni tipo di contestazione, non essendovi in effetti un responsabile o un nemico da combattere. Le imprese che non pagano i propri operai daranno facilmente la colpa alle banche che hanno tagliato le linee di credito, mentre queste a loro volta daranno la colpa alla crisi finanziaria, mentre le Banche Centrali diranno che la responsabilità è dei gruppi finanziari che hanno fatto speculazioni, ed infine i Governi puntano il dito sui privati. In questo labirinto potremo girare delle ore per cercare un colpevole, perché in realtà non esiste se è il sistema stesso, su cui tutti viaggiamo, a cambiare. Cambiano i sistemi per Banche, Governi ed imprese, e così ogni singolo individuo subisce il contraccolpo. Quando finirà la crisi, potremmo dire di essere entrati nella società della dittatura dell’immateriale, e a sopravvivere saranno solo coloro che sono in grado di produrre e scambiare qualcosa di materiale, che non sarà distrutto e cancellato dalla dematerializzazione e che potrà essere ancora usato in futuro per produrre e scambiare valore.

04 febbraio 2009

Rifiuti radioattivi nei laghi della Erzegovina?


I servizi segreti bosniaci hanno scoperto da anni un traffico di scorie e materiali radioattivi organizzato dalle truppe di pace francesi appartenenti alla missione di pace Nato in Bosnia-Erzegovina. Attraverso le missioni IFOR e SFOR la NATO "esportava" grandi quantità di rifiuti radioattivi, che venivano poi gettati nei laghi della Erzegovina. A renderlo noto è il quotidiano croato Vecernji list, che fa una prima ricostruzione degli eventi che hanno portato all’organizzazione di un vero e proprio traffico di materiali radioattivi nella Bosnia.

La Bosnia Erzegovina è disseminata di scorie radioattive. Viene così alla luce uno dei segreti più pericolosi sullo smaltimento dei rifiuti radioattivi, che le guerre balcaniche e lo stesso Trattato di Dayton hanno occultato negli anni. A renderlo noto è il quotidiano croato Vecernji list, che fa una prima ricostruzione degli eventi che hanno portato all’organizzazione di un vero e proprio traffico di materiali radioattivi nella Bosnia. Dopo la scoperta di depositi radioattivi che si trovavano anni prima della guerra nel palazzo dell’attuale Parlamento della Bosnia ed Erzegovina, nonché ad Hadzici e Han Pijesak come risultato del bombardamento ad uranio impoverito della NATO, sono state individuate "abbastanza casualmente" altri siti di stoccaggio a Zenica e in altri luoghi della Bosnia. Tuttavia, osserva il Vecernji, questi sono molto più che incidenti. I servizi segreti bosniaci sembra abbiano scoperto anni fa un traffico di scorie e materiali radioattivi organizzato dalla stessa missione di pace Nato in Bosnia-Erzegovina, attraverso la quale la Francia "esportava" grandi quantità di rifiuti radioattivi, che venivano poi gettati nei laghi della Erzegovina.

Il quotidiano spiega che "il segreto di Stato dei rifiuti radioattivi" comincia con la firma degli Accordi di Dayton, quando la Erzegovina diventa un settore della divisione multinazionale sud-est, sotto il comando dell'esercito francese. È qui che la Francia ha la brillante idea di trovare una comoda soluzione al suo annoso problema dello smaltimento dei rifiuti radioattivi prodotti dalla sua industria nucleare, che spesso si presta ad essere oggetto di "tratte" illecite verso i Paesi del Sud-Est Europeo. Così dal momento dell'arrivo della IFOR in Bosnia Erzegovina, e negli anni successivi, viene attivata nella regione della Erzegovina l'unità speciale dell'esercito francese per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti radioattivi, composto solo da agenti di origine Maori provenienti dalla Polinesia francese e dalla Nuova Zelanda. Occultando i trasferimenti di materiali nelle missioni di pace IFOR e SFOR, gli agenti francesi facevano sbarcare le navi contenenti rifiuti radioattivi nel porto montenegrino di Bar, per poi trasportare il carico scortato con un sproporzionato contingente francese sino a Stoca, dove i container con i rifiuti venivano riempiti con colate di cemento. Secondo alcune testimonianze dei servizi di intelligence bosniaca, i blocchi cementati venivano gettati con degli elicotteri in tre laghi della Erzegovina, ossia Busko, Ramsko e Jablanicko. Le forze francesi, in questo modo, hanno occultato nella Bosnia centinaia di blocchi, come testimoniato dalla popolazione del luogo che assisteva nel cuore della notte a continui voli a bassa quota di elicotteri che sganciavano poi il materiale. Anche i pescatori conoscevano bene che i tre laghi erano diventati una vera e propria discarica, ed era meglio non andare a pescare in quelle acque inquinate.Le zone di stoccaggio venivano ampiamente selezionate, depositando i blocchi in fondali di grande profondità con adeguate attrezzature.

Come descrive un ex membro del SIS (Security-Information Services), e in seguito a un FOSS (Servizio federale di sicurezza e intelligence), è stata pianificata una grande operazione segreta di smaltimento di rifiuti radioattivi. Gli stessi servizi di intelligence hanno scoperto questa operazione, ma l’intervento della politica ha evitato che la comunità internazionale fosse travolta da uno scandalo definendo così "illegale" la presenza della IFOR e SFOR. Il dramma post-bellico, la guerra e l'esilio, l'indifferenza e la stessa paura delle autorità locali e dell'aeroporto internazionale, hanno trasformato questi tre laghi della Erzegovina in una discarica mortale. Ed è così che la storia del materiale radioattivo in Bosnia-Erzegovina è divenuto un "segreto di Stato", in quanto tutti i tentativi degli ex funzionari della intelligence sono stati vanificati di volta in volta, nonostante tutti fossero a conoscenza dell'esistenza del problema del traffico di materiali radioattivi verso i Balcani. Solo pochi mesi fa l'acciaio radioattivo scoperto dalla polizia italiana venne individuato in Croazia, che forse è divenuta destinazione delle scorie trovato in Somalia sotto il controllo della criminalità organizzata che gestisce i grandi traffici del Mediterraneo. Centinaia di tonnellate di munizioni ad uranio impoverito e ora blocchi di scorie nucleari, hanno inquinato le terre della Bosnia-Erzegovina, e nessun governo pagherà mai per questo dramma.

03 febbraio 2009

Nabucco e South Stream: nessuna concorrenza ma un costante monopolio


Mentre Gazprom annuncia l'espansione del flusso instradato del South Stream, l'UE consacra il gasdotto europeo Nabucco come progetto portante nelle politiche di diversificazione dell’Europa. In realtà i progressi del progetto sono molto modesti, tale che si sta facendo strada la possibilità di una cooperazione con la Russia, che diventerebbe ufficialmente monopolista del mercato europeo. Nei fatti lo è già, vista l'inesistenza di reali alternative.

Come cornice dell’incontro interministeriale di Budapest che ha consacrato il gasdotto europeo Nabucco come progetto portante nelle politiche di diversificazione dell’Europa, la russa Gazprom ha rilanciato l’offerta annunciando l'espansione del flusso instradato del South Stream. Il progetto prevedeva inizialmente un gettito di 31 miliardi di metri cubi di gas verso Bulgaria, Serbia, Ungheria, Italia e Grecia, con un aumento di ulteriori 16 miliardi. "Stiamo pianificando la costruzione del Nord Stream, che avrà una capacità di 55 miliardi di metri cubi, e del Sud Stream, con 31 miliardi di metri cubi di flusso, tuttavia quest'ultimo potrebbe essere potenziato con ulteriori 16 miliardi di metri cubi", afferma Medvedev in un'intervista per RT, spiegando che, in relazione alla domanda esistente, aumentare la potenzialità del gasdotto rappresenta una scelta obbligata, nonché conveniente. Allo stesso tempo l'UE annuncia che investirà 3,5 miliardi di euro nel settore energetico nel 2009-2010, di cui 1,75 miliardi di euro saranno destinati ai progetti di collegamento dell'energia elettrica e gas per i Paesi dell'UE, 1,25 miliardi di euro saranno investiti in infrastrutture di stoccaggio e di consegna idrocarburi, 500 milioni di euro per istituire un sistema di turbine eoliche in mare, ed infine 250 milioni di euro sono destinati al progetto del gasdotto "Nabucco" che, attraverso il Mar Caspio, trasporterà gas naturale verso l'Europa bypassando la Russia.

Questa la decisione presa in occasione della Conferenza ministeriale di Budapest, riunita su iniziativa ungherese alla presenza delle delegazioni dei diversi Paesi dell'Unione Europea e delle istituzioni finanziarie regionali, durante la quale è approvata una dichiarazione congiunta con la quale s'impegnano a sostenere il gasdotto trans-europeo. La Turchia e la Commissione Europea hanno proposto la creazione di un'entità per lo sviluppo della regione del Caspio (Caspian Development Corporation), nonchè l'organizzazione di una conferenza in Turkmenistan, mentre nel primo semestre del 2009 verrà ratificato il definitivo accordo intergovernativo. Il gasdotto, che avrà una capacità di 27-31 miliardi di m3 all'anno e una lunghezza di 3300 km, collegherà la città turca di Erzurum a Baumgarten, in Austria, attraverso la Bulgaria, Romania e Ungheria, per un costo totale stimato di circa 7,9 miliardi di euro. La sua tratta sembra ormai definita, anche se restano da definire i Paesi di approvvigionamento, considerando che se l'Azerbaigian non può mettere molte risorse a disposizione dell’Europa, il Turkmenistan è troppo lontano, mentre l'Iran è un partner ancora molto ostile per Bruxelles nonostante abbia le risorse necessarie, mentre Iraq ed Egitto sono probabilità molto lontane. In particolare l'Azerbaigian, pur essendo uno dei fornitori di gas più quotati, non è ancora pronto a dare garanzie certe, dinanzi all’assenza di un’offerta sicura da parte degli europei, e un progetto già in atto con Gazprom. È infatti noto che il capo della holding russa, Alexei Miller, ha proposto nel giugno 2008 ad Ilkham Aliyev di vendere il gas prodotto nella seconda fase del progetto Chakh-Deniz. In particolare, Gazprom che si è detta pronta a pagare un prezzo a Baku in funzione della formula legata ai contratti ottenuti con la parte europea, con la detrazione delle spese di trasporto, di commercializzazione e un ragionevole livello di guadagno per i russi.

Oltre alle evidenti difficoltà interne all’organizzazione stessa del Nabucco, gli analisti hanno ripetutamente sottolineato che, data la capacità stimata del Nabucco (31 miliardi di m3 all'anno), il gasdotto non eserciterà alcuna influenza rilevante sul consumo di gas in Europa ( che è pari a 700-800 miliardi di m3 all'anno), pur essendo considerato dalla Comunità Europea come un reale antagonista dei progetti russi del Nord Stream e South Stream, in quanto potrebbe creare "un precedente favorevole" per progetti simili successivi. Questa l’opinione di Alexandre Chatilov, del Centro di Congiuntura politica, il quale stima che l'Europa chiaramente dipenderà dalla Russia e dagli imprevisti che derivano da questo rapporto univoco, mentre d'altro canto lo stesso progetto Nabucco ha notevoli rischi, connessi ai grandi investimenti richiesti, all'aumento del numero di Paesi di transito, che possono in tirarsi indietro in qualsiasi momento, e agli stessi partner di approvvigionamento. Inoltre la diversificazione delle rotte di approvvigionamento di gas non può risolvere il problema: il Nord Stream (attraverso il Mar Baltico) e il South Stream (attraverso il Mar Nero) può sostituire in parte le inefficienze derivanti dall’Ucraina, ma mantengono la dipendenza dalla Russia, in quanto produttore, fornitore, trasportatore e distributore.

Come osservato dal quotidiano Kommersant, il Nabucco certamente ha un ruolo nella diversificazione delle fonti di importazione di gas, ma non delle rotte di approvvigionamento che sono state tracciate da tempo, a fronte di ruolo modesto ma importante di Kazakistan, Turkmenistan, Iran e Azerbaigian, e degli investimenti nelle infrastrutture per gli impianti di gas naturale liquefatto. Lo stesso quotidiano considera come il destino del Nabucco è legato al deficit di gas in Russia che potrà venirsi a creare negli anni. Stando alle stime di Gazprom, le quantità prodotte l'anno scorso erano poco meno di 90 miliardi di m3, con una riduzione progressiva di 60 miliardi di m3 entro il 2010, e di 470 miliardi di m3 nel 2030; senza considerare poi che i nuovi grandi progetti saranno avviati dopo il 2011, mentre i volumi di estrazione di Iamal sarà inizialmente molto limitata, e la maggior parte del gas naturale liquefatto del Chtokman sarà disponibile tra il 2015-2018. In breve - conclude il Kommersant - le prospettive di esportazioni di gas russo e la volontà di diversificare le fonti di importazioni di combustibile potrebbero scongiurare la morte del progetto Nabucco, anche se Gazprom facesse tutto il possibile per sabotare tali progetti con i suoi due gasdotti marittimi che vanno a deviare l'Ucraina e la Bielorussia.

Ad ogni modo la Commissione europea non ostacolerà gli investimenti da parte dei Paesi partners del progetto di gasdotto South Stream, che dovrebbe collegare la Russia all'Europa meridionale, come libera iniziativa dei singoli governi in cui l’Europa non intende interferire. Al contrario, in alcuni casi sono giunte alla Commissione il chiaro invito a sostenere i gasdotti russi, come ad esempio il Nord Stream, definito come le nuova rotta diretta tra Vyborg (Russia) e Greifswald (Germania) attraverso il Mar Baltico, per l'esportazione di gas russo verso l'Europa , soprattutto per il mercato tedesco, britannico, olandese, francese e danese, andando a bypassare i tradizionali paesi di transito. Allo stesso tempo, si fa sempre più strada la possibilità che il Parlamento Europeo prenda in considerazione l'idea di chiedere la partecipazione di Mosca al progetto di costruzione del gasdotto Nabucco, al fine di evitare ogni tipo di concorrenza tra i due gasdotti. Dinanzi ai modesti progressi del progetto europeo, gli europarlamentari potrebbero ampliare la gamma dei fornitori potenziali, dato che non vi è alcuna certezza che i partner del Mar Caspio aderiscano nel breve termine assicurando le risorse necessarie per il gasdotto. Così il Parlamento Europeo si augura che il "Nabucco sarà realizzato in cooperazione con la Russia al fine di evitare una dannosa concorrenza tra le due controparti", si legge nella relazione presentata dall’europarlamentare Anne Laperrouze. L’analisi portata avanti dal deputato ribadisce la tesi che "le relazioni tra l'UE e la Russia dovrebbero essere basate sulla interdipendenza reciproca", essendo Gazprom il "fornitore del 42 per cento del gas europeo, e il 100 per cento delle importazioni di gas in Polonia, la Finlandia e gli Stati del Mar Baltico", per cui l’Europa ha maggiori possibilità di completare il suo progetto se anche Mosca venga coinvolta. Un’amara constatazione per un gasdotto che dovrebbe garantire l’indipendenza dal gas russo, che giunge a pochi giorni dall’annuncio dell’ulteriore potenziamento delle rotte del South Stream e l’adesione allo stesso di tre membri del consorzio Nabucco, quali la OMV, la MOL e la Bulgargaz. Inoltre i Governi di Germania, Francia e Italia, che hanno stretti legami con il Cremlino nonchè contratti a lungo termine con Gazprom, non sono molto convinti della necessità di costruire nuovi gasdotti per poi dipendere dagli approvvigionamenti della stessa entità .