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03 aprile 2008

Una banca di investimento italo-russa nel mercato energetico europeo


Il Presidente russo Vladimir Putin, in collaborazione con Intesa Sanpaolo a Mosca, lancia la creazione della banca di investimenti italo-russa, su base paritaria, con un’entità giuridica che avrà sede in Italia, e che attirerà al suo interno una serie di gruppi industriali ed energetici. La Russia avrà così nel cuore dell’Europa un gigante energetico-finanziario attraverso il quale estenderà i suoi investimenti non solo in Italia, ma anche nel mercato europeo che, ha sete di gas e di energia, e, allo stesso tempo, un'arma per estendere la sua zona d'influenza.

Giunge da Mosca il progetto per la creazione della banca di investimenti italo-russa, che farà da perno per il futuro sviluppo di progetti energetici all’interno dell’Unione Europea e della Russia. Il Presidente russo ha infatti invitato le compagnie italiane a partecipare nella banca per sostenere i grandi progetti di investimento "nel territorio russo, in Unione europea, nella comunità di Stati indipendenti", per poi sbarcare nei mercati della Cina e dell'India. La proposta, ideata da Antonio Fallico di Intesa Sanpaolo a Mosca, è stata posta all’esamina del governo russo che ha così lanciato un progetto di collaborazione italo-russa a livello bancario, che si presta a essere internazionalizzato, e poi armonizzato con la legislazione italiana. Verrà così creata, entro la fine del 2008 una banca di investimento su una base paritaria, con un’entità giuridica che avrà sede in Italia, e che attirerà al suo interno una serie di gruppi industriali ed energetici. L’accordo vedrà anche l’ingresso della Gazprombank e del Consorzio Nazionale Russo della Banca di Sviluppo VEB, nonché di grosse società energetiche russe che cooperano con l'Italia e che saranno invitate anche ad entrare nel capitale della futura banca.

Secondo gli analisti, la futura grande banca degli investimenti italo-russa, che vede come controparti una delle più grandi Banche russe direttamente impegnata nel settore energetico, sarà un efficace strumento per la Russia per stabilire nel cuore dell’Europa un centro finanziario per il mercato energetico europeo. Un veicolo allo stesso tempo strumentale all’accordo concluso nel novembre del 2006 tra il gruppo petrolifero italiano Eni e la russa Gazprom, che ha già trovato una parziale realizzazione nella cooperazione all’interno del consorzio per la costruzione del gasdotto Southstream. Un’ipotesi ancor più avvalorata dal progetto che parallelamente Gazprombank sta portando avanti in Russia, in partnership con l'holding russa Gazprom e la Borsa interregionale del complesso gassifero e petrolifero, la MBNK (Interregional Oil and Gas Industry Exchange), per creare a San Pietroburgo la più grande borsa del gas d'Europa. Per realizzare questo progetto, è stato creato due mesi fa in seno alla Gazprom un comitato per lo sviluppo del commercio borsista, designando inoltre una società specialista che dovrà portare avanti il progetto. La nuova borsa del gas sarà creata sulla base della borsa petrolifera già esistente di San Pietroburgo, la SPBEX (Saint-Petersburg Stock Exchange) - attualmente il terzo luogo finanziario della Russia dopo le borse del Micex e dell'RTS - sul coordinamento di Marina Medvedeva, attuale collaboratrice del direttore generale del Micex, la borsa interbancaria degli scambi valutari di Mosca. Il proseguimento e lo sviluppo dei negoziati sulla creazione della borsa del gas di San Pietroburgo sono in corso, come confermato al quotidiano di Mosca Kommersant dallo stesso direttore del SPBEX, Viktor Nikolaiev.

La Banca degli investimenti italo-russa sarebbe, in quest’ottica, un progetto parallelo destinato a veicolare sul mercato finanziario i profitti e le transazioni dei prodotti petroliferi, stabilendo così nell’euro e nel rublo la moneta di riferimento per gli scambi. Rappresenta questo un obiettivo da tempo contemplato dalla Russia e dai produttori di gas e petrolio dell’Asia Centro-Orientale, che cercano in tal modo di rendersi indipendenti dal dollaro e dalla sua svalutazione. La Russia avrà così nel cuore dell’Europa un gigante energetico-finanziario attraverso il quale estenderà i suoi investimenti non solo in Italia, ma anche nel mercato europeo che, ha sete di gas e di energia, e, allo stesso tempo, un'arma per estendere la sua zona d'influenza.

02 aprile 2008

Il Nuovo Ordine Mondiale nelle parole del Generale Mini


Le parole del Generale Fabio Mini, ex comandante della Missione della Kfor in Kosovo, nell'intervista rilasciata alla redazione di Rinascita Balcanica. Un'analisi forte e pragmatica delle manipolazioni mediatiche, politiche e militari subite dagli Stati dei Balcani, nel quadro più vasto e terribile dell'imposizione del potere della Nato e delle strutture di potere sovranazionali. "Le strutture che manovrano gli Stati e fanno i propri interessi non sono sempre invisibili. Anzi, quelli che manipolano e calpestano appartengono in maggioranza a strutture che sono invisibili soltanto a chi non vuole vedere", dichiara il Generale Mini.

I Governi occidentali hanno esercitato molte pressioni per dare agli albanesi del Kosovo uno Stato. Eppure, la dichiarazione di indipendenza di Pristina specifica che resta in vigore la risoluzione 1244 dell'ONU, tale che il potere di fatto continua a rimanere nelle mani della missione internazionale. La stessa missione europea si trova ora in una situazione di impasse dopo che il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha confermato la permanenza della UNMIK in territorio kosovaro. È possibile affermare dunque, secondo lei, che sia stato concesso solo un contentino agli albanesi del Kosovo per raggiungere invece altri scopi?
Non direi che si tratta di un contentino. Ritengo che sia stato fatto un grosso regalo a quanti, albanesi e non albanesi, volevano smantellare l’attuale ordine giuridico mondiale che si fonda sul principio della sovranità degli stati e sulla unica competenza delle Nazioni Unite nella gestione della sicurezza internazionale. La dichiarazione unilaterale non avrebbe nessun significato pratico se non fosse seguita dai riconoscimenti degli Stati e questo sta avvenendo da parte di quelli che da tempo vogliono delegittimare le Nazioni Unite seguiti a ruota da altri Paesi impotenti di fronte alle pressioni . La 1244 è stata violata da coloro che hanno proclamato l’indipendenza ma ancor di più da chi gliel’ha scritta. E non sono stati i kosovari. Il fatto che tutti dicano che la risoluzione rimane in vigore serve solo a mascherare la premeditazione della violazione. Il potere non è nelle mani della Unmik, che oggi è più debole che mai e non passerà nelle mani né dell’Europa né dei kosovari. Resta nelle mani dei provocatori e dei profittatori di qualsiasi parte che hanno interessi illeciti che solo uno stato illecito può garantire. Resta nelle mani di quelli che fregandosene di tutti i kosovari e della loro dignità vogliono usare il Kosovo come il grimaldello per forzare il quadro di legittimità sul quale si fonda tutto il sistema politico mondiale attuale.

Generale Mini, nella sua intervista al Corriera della Sera, lei ha dichiarato che "il nuovo Stato del Kosovo conviene solo ai clan", in quanto "sarà un porto franco per il denaro che arriva dall'Est". Secondo lei, dunque, è possibile affermare che vi sono delle strutture invisibili dietro gli Stati che manipolano e calpestano le Carte Costituzionali per raggiungere i propri scopi?
Tra i profittatori di un quadro di legalità violata ci sono le parti politiche, quelle economiche e, non ultime, quelle criminali. Non bisogna fare di tutta l’erba un fascio ma il Kosovo è uno dei tanti esempi di sovrapposizione di questi interessi. Le strutture che manovrano gli Stati e fanno i propri interessi non sono sempre invisibili. Anzi, quelli che manipolano e calpestano appartengono in maggioranza a strutture che sono invisibili soltanto a chi non vuole vedere. Chi ha occhi per vedere ed un cervello proprio per giudicare può individuare strutture e persone con nome e cognome. Di esse si sa cosa fanno e perché. Si conoscono le sedi e le attività. Non è necessario pensare soltanto all’occulto o all’esoterico o ai soliti servizi segreti deviati per scoprire trame illecite e destabilizzanti, basta consultare documenti e dati pubblici, conti correnti, connessioni d’affari e soprattutto basta avere memoria: le persone coinvolte sono quasi sempre le stesse o i loro cloni.

Oggi assistiamo ad una vera e propria "guerra fredda" all'interno delle Nazioni Unite. Secondo lei, le divisioni e le pressioni interne sono la prova che si cerca di cancellare l'Onu, per rafforzare la Nato o creare altre strutture sovranazionali?
Da quasi vent’anni è in atto un tentativo di stabilire un Nuovo Ordine Internazionale. Il modello della globalizzazione economica avrebbe dovuto guidare quello di un nuovo quadro istituzionale. Alla fine della guerra fredda ci si è resi subito conto che le Nazioni Unite dovevano essere riformate per adeguare la sicurezza e i rapporti internazionali ai nuovi rapporti di forze. Il modello che sembrava ineluttabile era quello unipolare con gli Stati Uniti alla guida e a guardia del mondo in maniera diretta e indiretta attraverso degli organi delegati: i cosiddetti vice sceriffi. L’Australia si è assunta questo ruolo in Asia, Israele in Medio Oriente e la Nato in Europa. In particolare, la Nato ha ricevuto anche il compito di impedire la nascita di una forza di sicurezza europea e di guidare l’espansione occidentale ad est approfittando della debolezza russa. Gli Stati Uniti si sono riservati il ruolo dominante in tutto il mondo ed hanno assunto come priorità strategiche il contenimento economico e militare della Cina e l’abbattimento di tutti i regimi islamici autocratici detentori delle enormi risorse petrolifere.
In questo progetto i Balcani dovevano essere assimilati e questo poteva essere fatto essenzialmente smembrando la Jugoslavia. Laddove l’assimilazione non fosse stata possibile, i Balcani dovevano essere ribalcanizzati frazionandone i territori, limitandone la sovranità, la libertà e il progresso economico e lasciando chi si opponeva nel limbo o nel caos. Per quanto possa sembrare assurdo questo progetto all’inizio non aveva una connotazione imperialistica, ma rispondeva al genuino desiderio degli Stati Uniti di imporre, dopo la Guerra Fredda, un assetto più governabile e gestibile. Quando però si parla di interessi statunitensi, si parla essenzialmente di una politica di potenza e non di semplice solidarietà. Una politica in minima parte guidata dal governo e quasi totalmente asservita a logiche e lobby economico industriali. I risultati sono stati evidenti proprio con i Balcani e il Kosovo in particolare. Non è stato fatto nulla per impedirne lo sfaldamento e per evitare il ritorno dei nazionalismi più disumani. Le stesse persone che hanno condotto le varie guerre balcaniche sono le stesse che hanno addestrato e alimentato le bande paramilitari, che hanno dato vita a dei mostri giuridici, che hanno imposto trattati ineguali e che hanno alimentato il caos plaudendo alle cosiddette indipendenze su base etnica.
Se il progetto ha avuto “successo” nei Balcani e nell’Europa orientale, è stato meno fortunato nelle espansioni in Russia, Medio Oriente e Asia. La Russia si è ripresa più presto di quanto la Nato si aspettasse, il terrorismo islamico ha trasformato le guerre in Medioriente e in Asia Centrale in ostacoli insormontabili e pozzi senza fondo. Il presunto alleato di ferro in Asia, il Pakistan di Musharraf si è dimostrato vulnerabile mentre la Cina e l’India non intendono assolvere un ruolo marginale.
La lotta quindi non è “fredda” e non si limita ai corridoi ovattati dell’Onu. E’ guerra aperta che vede gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e qualche alleato volontario o involontario contro tutto il sistema giuridico che giustifica gli attuali equilibri. Il Kosovo è una delle tante battaglie, come quelle mai sopite del Tibet, del Xinjiang, del Caucaso, dell’Iran, della Korea, di Taiwan e così via.

Il Presidente Giorgio Napolitano ha dichiarato che occorre istituire un "Nuovo Ordine Mondiale" per combattere il terrorismo e risolvere le controversie internazionali. A che tipo di struttura crede si riferisca il Presidente?
Penso che si riferisca ad una rivitalizzazione dell’Onu in chiave multilaterale con più paesi chiamati a gestire la sicurezza internazionale. E’ un progetto che ha senso solo se i paesi designati a guidare la sicurezza mondiale rappresentano posizioni diverse, se sono autonomi, se hanno opinioni proprie giustificate da interessi collettivi e dalla ricerca della pace e dello sviluppo umano e se hanno il coraggio di sostenerle e difenderle. Oggi solo Cina e Russia sembrano avere alcune di queste capacità nei confronti della posizione dominante degli Stati Uniti, ma fanno già parte di questo consesso che dimostra tutta la sua inefficienza e non sembrano molto impegnate nella ricerca della pace e dello sviluppo umano. Non credo che l’Onu in via di fallimento possa essere la base del rafforzamento multilaterale e la tendenza generale riscontrabile nei Balcani e nel resto del mondo è proprio per la sua completa delegittimazione. Per questo penso che fino a quando non cambiano le condizioni di equilibrio e non si sviluppa nei paesi civili la coscienza della propria autonomia, l’idea del multilateralismo e della solidarietà internazionale è destinata ad essere un auspicio senza fondamento pratico.

Dopo la dichiarazione unilaterale dell'Indipendenza del Kosovo, crede che anche l'Italia potrebbe avere gli stessi problemi nei confronti dei movimenti independentisti? Ma soprattutto, crede che la questione del Kosovo metta in discussione la sovranità degli Stati?
Il regime di sovranità degli stati è stato messo in ginocchio non tanto dalla dichiarazione d’Indipendenza ma dall’accordo di alcuni Stati di riconoscerla come legittima. Oggi qualsiasi paese deve prenderne atto e temerne le conseguenze. Non si tratta soltanto di salvaguardare l’integrità degli stessi Stati ma quella di garantire un quadro di riferimento globale corretto e giuridicamente ineccepibile. Nessun Stato al mondo oggi può più ritenersi sovrano perché il quadro giuridico che lo garantiva è stato violentato. Quindi è vero che gli Sati che hanno movimenti di secessione come l’Italia sono i primi ad essere in pericolo di vere e proprie destabilizzazioni, ma è anche vero che nessun Stato al mondo ha più riferimenti certi di legittimità. La legge del più forte o di chi grida e minaccia di più non è sufficiente a sostituire il quadro alterato. Per quanto siano forti e potenti, tutti gli Stati hanno vulnerabilità che possono metterli nelle mani di ricattatori e di sfruttatori. Gli stessi Stati Uniti sono oggi ostaggio di molti pseudo alleati e di tutti gli avversari che li costringono ad un dissanguamento continuo di uomini, mezzi, risorse, prestigio e credibilità.

Secondo quanto affermato dall'Ambasciatrice serba a Roma, Sanda Raskovic-Ivic, l'Italia nel giro di due anni ha cambiato radicalmente la sua posizione nei confronti del Kosovo, negando così il suo sostegno alla Serbia. Perché questo cambiamento?
L’Italia di questi ultimi dieci anni appartiene al novero dei paesi a sovranità limitata. Non ha mai voluto esprimere una politica propria in ambito Nato ed è tranquillamente passata da un sostegno agli interessi collettivi a quello degli interessi del più forte. Non ha voluto o potuto esprimere un forte appoggio neppure per l’Europa e di fatto quando si è trattato di scegliere tra l’unità europea e l’acquiescenza nei confronti degli interessi americani ha sempre optato per quest’ultima. Il sostegno alla Serbia, se mai c’è stato, non poteva più proseguire di fronte alle pressioni americane. E’ una triste realtà che viene resa drammatica dal fatto che la politica di acquiescenza finora adottata non ha portato alcun vantaggio né all’Italia né all’Europa. Non ha neppure portato benefici agli stessi Stati Uniti che dovendo ricorrere alla forza e all’arroganza non hanno fatto altro che perdere credibilità e autorevolezza.

Stando agli ultimi dati rilevati, da quando si è insediata in Kosovo la missione internazionale dell'ONU, il traffico di droga e di armi, nonché le rappresaglie e le discriminazioni razziali nei confronti del popolo serbo, sono notevolmente aumentati. Allo stesso modo, sono aumentati anche i casi di corruzione tra le classi politiche. Come spiega questi dati? Ma soprattutto che modello di democrazia cerchiamo di esportare?
La spiegazione sta nella errata interpretazione da parte della Nato e della Unmik della sicurezza del Kosovo. Per anni si è ritenuto che le minacce alla sicurezza del Kosovo venissero dalle forze armate serbe. Abbiamo passato 4 anni a controllare i sentieri da possibili infiltrazioni dell’esercito serbo e intanto si permettevano i traffici illeciti e le corruzioni interne. Quando da comandante di Kfor ho cercato di spostare l’attenzione sulle vere minacce sono stato ascoltato da tutti i miei superiori anche statunitensi, ma guardato con diffidenza dai burocrati della politica Nato che pensavano che volessi intromettermi nei loro affari. Purtroppo nella Nato non comandano i generali sul campo ma i burocrati e i generali da corridoio.
Così ho faticato molto a convincere la Nato che la sicurezza del Kosovo non dipendeva da quanti carri armati serbi si muovevano intorno a Rudare, ma dalla crescita della criminalità, dalla corruzione, dall’inefficienza, dalla discriminazione etnica, dal mancato rilancio dell’economia, dal mancato rispetto delle minoranze, dalla parzialità della ricostruzione e della giustizia, dalla politica fallimentare dei ritorni dei rifugiati e del ripristino dei diritti di proprietà e, infine, dal rifiuto assoluto, quasi maniacale, di autorizzare il dialogo tra Unmik, Kfor e Belgrado. Sono riuscito a fare qualcosa per riequilibrare le percezioni, ma non mi sono mai fatto illusioni sulla capacità di imprimere un vero cambiamento. In realtà ero consapevole di costituire io stesso una vera e propria minaccia al sistema di omertà che tendeva a nascondere i molti insuccessi per non confessare le responsabilità.
Non mi è dispiaciuto svolgere questo ruolo perché mi ha dato modo di impegnarmi per tutto il popolo del Kosovo e per il rispetto delle regole. Sono ancora oggi convinto che il sistema democratico non si possa esportare né imporre con la forza, l’adulazione o il ricatto. Ogni nazione se lo deve costruire giorno per giorno stabilendo una legalità che salvaguardi la civiltà, l’umanità e gli interessi della collettività e non soltanto quelli della maggioranza. La democrazia intesa solo come diritto di voto non serve a niente se i candidati da eleggere sono imposti dall’esterno o se hanno ancora le mani sporche di sangue e il fucile fumante. La stessa democrazia della maggioranza è la forma più debole, perché più di altre si avvicina alla dittatura della maggioranza che tende sempre a soffocare i diritti dei deboli.
Nei Balcani in questi ultimi vent’anni abbiamo invece assistito a proposte di democrazia zoppa e di prevalenza etnica. Tra le difficoltà nel proporre un modello multietnico e collaborativo non ho trovato solo la diffidenza dei burocrati e la palese ostilità di quelle poche centinaia di kosovari albanesi che si vedevano minacciati da un sistema di legalità. Ho trovato resistenza anche da parte di molti serbi ai quali ogni ammissione di responsabilità o concessione di diritti alla popolazione k-albanese sembrava una sconfitta. In particolare ho notato l’atteggiamento ostile di alcuni rappresentanti della chiesa serbo-ortodossa del Kosovo. E spesso ho pensato che non avessero alcun interesse per i kosovari, ma che stessero combattendo con le stesse armi del nazionalismo e dell’estremismo che rinfacciavano ai propri avversari. Se la situazione è precipitata è stato anche per questo atteggiamento di chiusura al dialogo che è stato un grande favore a coloro che volevano infliggere il colpo mortale alla Serbia e che volevano mortificare tutto il popolo kosovaro sostenendolo in un'operazione di delegittimazione dell’ordine mondiale. I kosovari, e mi riferisco ai due milioni di individui per bene appartenenti ad ogni etnia, non meritano di entrare nella storia degli Stati come fuorilegge.

Come lei sa bene, dopo i bombardamenti del 1999, il Kosovo è stato teatro di speculazioni ancora oggi non chiare. Una di queste è il giallo legato alla miniera della Trepca, che è stata data in concessione a società occidentali e successivamente chiusa perché causava un grande inquinamento. Cosa può dirci lei della strana controversia della miniera della Trepca?
Posso solo parlare di quello di cui sono stato testimone. Il complesso della Trepca era un gioiello di produzione, ma un esempio negativo di rispetto per l’ambiente e per le persone. La lavorazione dello zinco elettrolitico che a Mitrovica aveva uno degli impianti più avanzati era finita per la distruzione delle grandi vasche provocata da un improbabile guasto proprio durante il primo periodo di controllo di Kfor. Durante il sopralluogo che ho fatto personalmente dopo tre anni dall’evento ho ricavato l’impressione che si fosse trattato di un sabotaggio. Qualcuno non voleva che gli impianti potessero aiutare il Kosovo a risollevarsi. Albanesi o Serbi? Non lo so, ma non escluderei neppure le responsabilità di qualche trafficante internazionale. I depositi avevano montagne di concentrato di piombo e zinco che stavano per essere cedute per quattro soldi. Il reparto di costruzione delle batterie era condotto da quattro operai sdentati che, pur essendo più giovani di me di vent’anni, sembravano miei nonni: tanta era stata la devastazione fisica a contatto con acidi e piombo.
Il curatore della fabbrica, un tedesco molto efficiente, tentava di convincere Unmik a mantenere il sussidio per i seimila operai serbi e seimila albanesi che non avevano più lavoro. Molti di questi a cinquant’anni avevano il fisico completamente distrutto e non potevano affrontare alcuna riconversione produttiva. Avevano diritto ad una pensione anticipata e ad un risarcimento per i danni fisici subiti durante gli anni di miniera. Unmik si rifiutava perfino di continuare a dare un sussidio di pochi euro. La Trepca per me rimane l’esempio di una cattiva gestione ambientale e di sicurezza del lavoro prebellica, di una inutile vendetta durante la guerra e di un massacro umanitario ed economico dopo la guerra. Per molti altri è e sarà un grande affare.

Come spiega il fatto che Bernard Kouchner, Presidente dell'Organizzazione Médécins Sans Frontières e regista del documentario sui "campi di stupro" della Bosnia, rivelatosi poi un evidente falso, sia divenuto responsabile della Missione ONU in Kosovo e poi Ministro degli Esteri francese?
Evidentemente non tutti credono alle cosiddette prove inconfutabili. Non tutti sono capaci di produrle e non tutti sono ascoltati alla stessa maniera quando le producono in sede internazionale. La politica è piena di queste sorprese. Per dimostrare le bugie e le nefandezze degli altri bisogna però fare ammenda delle proprie. Non si può neppure pensare che i crimini degli altri giustifichino i propri. Chi vuole accusare deve prima liberarsi dei propri pesi morali e materiali. Kouchner si era distinto per il suo impegno umanitario. A chi vedeva nel dramma del Kosovo soltanto la dimensione umanitaria della popolazione albanese e non vedeva le strumentalizzazioni e l’uso deliberato della “bomba umanitaria”, Kouchner sembrava il più adatto ad intervenire. In effetti i suoi provvedimenti di emergenza in Kosovo sono stati adeguati ed efficaci.
Purtroppo, come quasi tutti i suoi successori e molti comandanti di Kfor, non è riuscito ad acquistare una visione equilibrata e oggettiva dei problemi. Proprio nel suo periodo sono avvenuti i più efferati episodi di contropulizia etnica e la sua amministrazione ha aiutato l’assunzione del potere da parte di capi UCK che oggi sono definiti da un k-albanese molto noto, come Pacolli, come “poco presentabili”. L’attività di Kouchner come Ministro degli esteri è influenzata dall’appartenenza ad un governo di destra ed è ancora molto segnata dai vecchi pregiudizi formati in maniera molto comprensibile negli anni d’impegno umanitario. Lo dimostra nei Balcani, ma anche nell’interventismo militare in Iran, in Africa e in Asia. Quando dal campo sanitario e umanitario è passato a quello politico forse ci abbiamo rimesso tutti. Lui compreso.

A distanza di anni, vogliamo ricordare la famosa strage di Racack del 1999, durante la quale persero la vita circa 45 kosovari, preceduta nei giorni precedenti dallo scontro tra l'UCK e l'esercito serbo. Allora, il Capo della Missione OSCE in Kosovo, William Walker, richiamò l'attenzione dei giornalisti affinchè documentassero il "genocidio" compiuto dall'esercito serbo. Eppure, un agente dei servizi segreti francesi, Henri Brunel, affermò che in quell'occasione i corpi furono portati lì intenzionalmente, per "inscenare" una strage che non era avvenuta. Cosa pensa lei di quest'episodio, dopo anni di esperienza nei Balcani?
Quando nel 2000 ho assunto la carica di Capo di Stato Maggiore del Comando della Nato del Sud Europa che aveva la responsabilità di tutte le operazioni nei Balcani ho voluto studiare e approfondire le tappe fondamentali che avevano portato alla guerra della Nato alla Serbia. Racack è stato l’episodio che ha fatto fallire i colloqui di Rambouillet e quindi ha avuto il primo posto nella mia attenzione. Quasi tutte le versioni ufficiali erano da un lato reticenti e dall’altro ideologicamente deviate. Ho poi avuto modo di verificare sul terreno molte delle incongruenze che comunque alcune fonti internazionali avevano denunciato. Mi sono convinto che il massacro era stato inscenato, ma questo non mi meraviglia. In guerra anche i morti combattono. Non mi meraviglia neppure che l’ambasciatore Walker e il suo vice abbiano avallato immediatamente l’ipotesi dell’eccidio. Bastava vedere il curriculum di Walker e l’identità dei suoi verificatori per stabilire che il loro interesse non era né verificare né prevenire né testimoniare la verità: dovevano soltanto creare le premesse per un esito già scontato.
Ciò che mi ha meravigliato è stata la reticenza del team di patologi investito del caso dall’Unione Europea. La dottoressa Helena Ranta, dentista, a capo del team di esperti finlandesi pur non avendo alcun elemento oggettivo ha avallato immediatamente e pubblicamente la tesi dell’eccidio. Non si sa se abbia mai depositato la relazione ufficiale delle autopsie. Fatto sta che i risultati ufficiali degli esami vengono pubblicati dai suoi colleghi J. Rainio, K. Lalu, A. Penttila nel 2001 su una rivista di patologia medica canadese (Forensic Science International). I risultati delle autopsie non forniscono alcuna prova che si sia trattato di un eccidio, anzi il tipo di ferite, le armi usate, i vestiti, le condizioni dei corpi, la mancanza di spari ravvicinati e di mutilazioni intenzionali (alcuni corpi si presentavano senza arti o senza testa per danni causati post mortem da animali selvatici o randagi), tutto conduce alla conclusione che le vittime sono state uccise in un periodo da 10 giorni a un mese prima del ritrovamento, in varie parti del territorio e in diverse condizioni. Questa documentazione passa ovviamente inosservata. Nel 2002 quando mi reco a Racack gli stessi soldati finlandesi che controllano la zona mi raccontano ancora la storiella dell’eccidio e si dicono fieri che sia stato un team di dottori finlandesi a denunciarlo. Potenza della propaganda!

Come lei sa, i bombardamenti della Nato nel 1999 si concentrarono nel territorio del Kosovo utilizzando una tipologia di armi evidentemente destinata a colpire infrastrutture e grandi strutture economiche, e non l'esercito o le bande armate. È stato così definito un "bombardamento umanitario" anche se è stato danneggiato soprattutto il territorio. Perché secondo lei è stato pianificato questo tipo di attacco?
L’intento dei bombardamenti non era quello di salvare la popolazione dalle rappresaglie e dalla pulizia etnica che comunque erano state fatte dalle forze serbe e soprattutto dalle bande paramilitari che forse neppure Milosevic era in grado di controllare. I bombardamenti erano una punizione. Sia in Kosovo che in Serbia l’idea era quella di operare una distruzione strutturale che fiaccasse la volontà di resistenza serba e che provocasse danni permanenti o per lo meno duraturi all’apparato produttivo. Dal punto di vista prettamente militare una settimana di bombardamenti sui centri di comando e controllo e sulle formazioni meccanizzate e corazzate sarebbe stata più che sufficiente a mettere fuori uso le minacce più serie. Ma anche questo non era lo scopo. Si pensava inizialmente ad una occupazione militare del Kosovo e ad un intervento di terra che avrebbe dovuto seguire i bombardamenti aerei, ma la Nato si rese subito conto che un contingente di 60000 uomini come era l’ARRC dislocato in Macedonia non avrebbe assicurato una vittoria indolore di fronte ad una eventuale resistenza serba militare e paramilitare.
Era anche stato ipotizzato l’utilizzo delle formazioni UCK in veste di fanteria della Nato, ma anche questo era visto con molto scetticismo da quanti nella Nato (ed erano molti) non si fidavano affatto dell’UCK. L’unica soluzione rimaneva perciò la distruzione sistematica e ripetuta delle risorse della Serbia. In questo quadro i bombardamenti sono durati ben 78 giorni con una spesa di otto miliardi di dollari e le forze serbe non sono state cacciate da nessuno. Hanno accettato di ritirarsi con le proprie armi e, a Kumanovo, la Nato ha riconosciuto ai serbi quello che era stato rifiutato a Rambouillet e che aveva provocato il fallimento dei negoziati: la sovranità della Serbia sul Kosovo. La Nato non è tuttavia riuscita ad evitare che le bande UCK procedessero alla contropulizia etnica nei confronti dei serbi del Kosovo. E questa è stata la prima vera sconfitta sul piano militare e umanitario.

Lo Stato italiano ha oggi riconosciuto i danni subiti dall'esercito italiano a causa del bombardamento all'uranio impoverito. Allo stesso tempo è stata presentata all'ONU un progetto di risoluzione che porti a riconoscere anche i danni subiti dalla popolazione colpita. Secondo lei, vi sarà mai un reale risarcimento per i civili? E se si, quali implicazioni si avrebbero?
Nonostante le varie prese di posizione ufficiali in Italia si stenta ancora a riconoscere la causalità fra uranio impoverito e molte patologie tumorali. Per molti casi di possibile correlazione ce ne sono tanti altri che non sono correlabili perché le vittime non sono mai neppure state in teatri operativi. Io ho più volte espresso il parere che le patologie tumorali subite dai militari debbano comunque avere il riconoscimento di dipendenza da una causa di servizio. Non possiamo penalizzare i casi correlabili perché ce ne sono di non correlabili. Se questo vale per i militari deve a maggior ragione valere per le popolazioni civili che hanno subito gli effetti dell’uranio e comunque di tutti gli interventi armati o le conseguenze sull’ambiente e la salute degli interventi armati. Penso che si riuscirà a stabilire questo principio e spero che non si limiti solo al caso dell’uranio impoverito. Ci sono decine di patologie e di danni genetici che si provocano anche per l’inquinamento ambientale indotto dalle distruzioni di fabbriche, raffinerie e depositi chimici. Ci sono intere generazioni perdute per molti motivi. Ciò che invece vedo molto più difficile è che ci sia qualcuno che se ne assuma la responsabilità e che paghi.

Rinascita Balcanica

01 aprile 2008

Intervista al Presidente Cossiga: nessuna cospirazione

L'ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga risponde alle domande di Michele Altamura per Rinascita Balcanica. Nelle sue parole, un'analisi forte e sarcastica degli aspetti più problematici dei Balcani, con uno sguardo all'Unione Europa, agli Stati Uniti e alla Russia. Facendo cadere il velo del "cospirazionismo", traccia le fila dell'attuale confronto tra le potenze mondiali.

L'indipendenza del Kosovo ha sconvolto e scosso l'intera opinione pubblica. Gli Stati Uniti e parte degli Stati Europei hanno deciso di sostenere e riconoscere la dichiarazione unilaterale dello Stato del Kosovo, aggirando il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, per poi mantenere i poteri di fatto nelle mani della Comunità internazionale.E' possibile affermare che sia stato dato ai kosovari solo un semplice contentino per mantenere il controllo su uno "Stato fantoccio"?
Si tratta a ben vedere di uno Stato oggi quasi “semisouverin”, istituto ben conosciuto nell’impero ottomano - Egitto e Tunisia, ad esempio. Ma la tendenza a sottrarsi dalla protezione - non si capisce bene se dall’ONU o dall’UE o dalla NATO - sarà forte il giorno che il Kossovo disporrà di un proprio esercito e di una propria forza di polizia, tendenza frenata certamente dal forzato decremento del reddito derivante da attività criminose e dalla necessità degli aiuti degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.

Il riconoscimento del Kosovo da parte dell'Italia è giunto senza un'adeguata discussione e in assenza di un Governo. Secondo Lei, tale decisione presa in questo modo, è frutto di una nuova politica estera dell'Italia o è servilismo?
Che non si tratti di un atto di servilismo nei confronti degli Stati Uniti è dimostrato dal fatto che il riconoscimento è stato effettuato da un Governo che ha dimostrato chiaramente di non essere “filo americano”. Il riconoscimento da parte di Stati come la Germania e la Svizzera è anche dovuto alla presenza in quei paesi di una vasta comunità albanese e kossovaro-albanese. Ma è stata determinante la constatazione che sarebbe stato impossibile riportare il Kossovo sotto la sovranità di Belgrado.

La sua dichiarazione al Corriere della Sera a proposito della dinamica dell'11 settembre, ha destato non poche perplessità, in quanto ha confermato una tesi appartenente di solito al "cospirazionismo". Secondo Lei, determinate strutture manipolano gli eventi per il controllo di determinate zone geopolitiche?
La mia è stata una battuta! In relazione al Kossovo, l’unica vera cospirazione è stata - se si può parlare di “cospirazione”! - il fatto che la Russia e gli Stati Uniti, nella loro ripresa “confrontazione”, hanno voluto confrontarsi anche in relazione al problema “kosovaro”, sul “conto” dell’Europa! Se il regolamento del rapporto Serbia-Kossovo lo avessero potuto trattare direttamente, magari con la mediazione dell’UE, Belgrado e Pristina, il problema forse sarebbe stato risolto più “pianamente”.

Ricordiamo che, con la caduta della Jugoslavia, abbiamo assistito al brutale arresto e poi al sequestro del Presidente Slobodan Milosevic, che è stato sottoposto ad un processo definito da molti come parziale e non regolare, oltre che illegittimo. Dopo anni di vane indagini e ricerche, il Presidente Milosevic è morto in circostanze che non sono state ancora chiarite, a pochi giorni da una seduta decisiva per la difesa dalle accuse dell'Aja. A distanza di anni, dopo la sua morte, il Tribunale dell'Aja dichiara che la Serbia non è da ritenersi direttamente responsabile per gli eventi di Srebrenica, anche se rimane colpevole di non essere intervenuta per evitare il peggio. Come reputa Lei, da uomo di Stato e da Presidente, l'aggressione contro Milosevic?Crede che quello sia stato un atto di democrazia?
Io mi sono sempre pronunziato contro i così detti “tribunali internazionali. Ma il Tribunale de l’Aja è stato costituito dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e se dal Consiglio di Sicurezza si accetta una parte, si deve poi accettare il tutto!

L'ex Procuratore del Tribunale Penale Internazionale dell'Aja Carla Del Ponte, durante il suo mandato, è stata a lungo criticata perché considerata in evidente "conflitto di interessi" perchè paladina degli interessi di lobbies bancarie e finanziarie e non della giustizia internazionale. In ogni caso, nel corso del suo mandato, Carla del Ponte ha ricoperto un ruolo politico più che giudiziario. Come giudica Lei questo contraddittorio personaggio?
Conosco bene l’Avv. Carla Del Ponte, ottima giurista. Non dimentichiamo che la Carla Del Ponte è stata un pubblico ministero prima del Canton Ticino e poi della Confederazione Elvetica: e la giustizia in Svizzera è, come in molti altri campi, una cosa diversa dal resto dell’Europa….

Il Montenegro ha recentemente nominato Premier, per la quinta volta, Milo Djukanovic, con il completo benestare da parte dell'Unione Europea e dell'OCSE. Ricordiamo tuttavia che Milo Djukanovic è attualmente inquisito presso diversi tribunali nazionali, come ad esempio presso la Procura di Bari, per associazione mafiosa, riciclaggio di denaro sporco e contrabbando di sigarette. Secondo Lei, perché oggi siamo dinanzi a tali eventi così anomali?
L’inchiesta della Procura della Repubblica di Bari è una inchiesta velleitaria! Per diritto internazionale il Capo di uno Stato o Governo estero è esente dalla giurisdizione di uno Stato diverso dal proprio!

Signor Presidente, Lei ha definito il Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi "un vile affarista", esponente di una lobby bancaria che deciso e portato avanti privatizzazioni e liberalizzazioni selvagge. Possiamo tuttavia dirle, che nei Paesi dell'Est che chiedono l'integrazione all'Unione Europea, vi sono delle strutture e dei Comitati della Commissione Europea che decidono, allo stesso modo, privatizzazioni e svendite del patrimonio degli Stati, come mezzo per accedere all'Europea. A questo punto, Le chiediamo, come definirebbe Lei tale strutture?
Chi vuole entrare nell’Unione Europea deve sottostare a una serie di regole. D’altronde non è obbligatorio entrare nell’Unione Europea. Quando fu chiesto a Putin perché mai la Russia non chiedesse di entrare nell’Unione Europea, egli rispose: “E perché non l’Europa nella Federazione Russa?”

Il bombardamento all'uranio impoverito nei Balcani è stato definito una "guerra umanitaria". Lo Stato oggi ha deciso di riconoscere i danni ai militari che sono stati esposti alle radiazioni durante le esplosioni. Secondo Lei, verrà mai riconosciuto un pari risarcimento alle popolazioni colpite?
E alla popolazione kossovaro-albanese Belgrado, che con Milosevic si discostò totalmente dalla linea del croato Maresciallo Tito, il Governo di Belgrado pagherà di danni ?

Il Presidente Giorgio Napolitano ha in diverse occasioni dichiarato che occorre istituire un "Nuovo Ordine Mondiale" come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. A che tipo di struttura crede si stia riferendo?
Penso che Egli auspichi ad un rafforzamento dei poteri delle Nazioni Unite, e cioè praticamente del Consiglio di Sicurezza.

Rinascita Balcanica

31 marzo 2008

Crisi liquidità: incentivato l'investimento in BOT

Dai dati rilevati dalla Banca d'Italia, i risparmiatori italiani stanno nettamente preferendo il mercato di Buoni Ordinari del Tesoro, rispetto a quello azionario e finanziario. È stato infatti rilevato che su un totale di circa 145 miliardi di euro, gli italiani hanno acquistato 77 miliardi di euro di BOT, aumentando del 40% l'investimento in Buoni del Tesoro, dopo aver toccato un minimo di 41 miliardi nel 2005. Dall'analisi di tali stime, è stato rilevato che gli italiani hanno raddoppiato l'impiego dei loro risparmi in buoni di Stato, come non succedeva dagli anni '80, quando venivano garantiti interessi che sfioravano il 20%. Secondo gli esperti tale tendenza è il risultato di una diffusa sensazione di sfiducia nei confronti del mercato finanziario, dopo lo shock dei subprimes, del continuo crollo delle borse valori, e il progressivo avanzare della bolla immobiliare. Infatti i rendimenti garantiti, che non superano il 5%, non spiegano un tale ritorno al "titolo di Stato" come investimento privilegiato, per far fruttare il proprio risparmio. Non vi è alcun dubbio, dunque, che il susseguirsi di continui shock sul mercato azionario abbiano spinto i piccoli investitori a rifugiarsi in quel settore rifugio per eccellenza, considerando che non ci si aspetta certo l'insolvenza dello Stato.

Dati di questo genere sono in ogni caso preoccupanti, in quanto, se da una parte si hanno maggiori entrate per lo Stato - che vede andare a buon fine ogni asta di nuovi titoli di debito - dall'altra provoca una continua distrazione di capitali dalle società e le imprese. Queste infatti subiscono, indirettamente, il panico e la sfiducia globale nei confronti delle azioni, divenute ormai il veicolo di speculazioni e di abusi sul mercato finanziario. Non bisogna inoltre escludere che, cavalcando l'onda della preferenza ad acquistare titoli di Stato, le Banche e gli stessi brokers comincino a proporre ai propri clienti pacchetti di titoli di Stato con grandi margini di utili, probabilmente emessi dal Tesoro del Brasile, dell'Argentina, del Giappone. Occorre tuttavia prestare attenzione a tali investimenti dalle esorbitanti prospettive di guadagno reperibili sulle piazze finanziarie svizzere, lussemburghesi e spesso anche italiane. In tale periodo di elevata volatilità e vulnerabilità dei risparmiatori, in cui il Bot viene definito come investimento sicuro, è molto più facile cadere il truffe e trappole finanziarie. Attualmente, anche le più grandi banche d'affari, come per esempio UBS bank, Citigroup, Jp Morgan e Morgan Stanley, hanno annunciato svalutazioni per miliardi di euro, rispondendo alla crisi finanziaria interna emettendo titoli obbligazionari inseriti soprattutto all'interno di portafogli di risparmio dei fondi sovrani asiatici e di fondi pensione. Ora più che mai, le società di intermediazione cercano di camuffare investimenti rischiosi e non coperti come "fruttuose probabilità di guadagno", sommergendo le piazze finanziarie di titoli dalla provenienza sempre più incerta. Questo perché le linee di credito interne al mercato interbancario diventano sempre più restrittive e di difficile accesso.

È di venerdì infatti l'annuncio della Banca Centrale Europea di lanciare due operazioni a "lungo termine" in maggio ed in giugno, che daranno alle banche l'accesso a prestiti per 50 miliardi di euro nei prossimi tre mesi, per un totale di 150 miliardi di euro. Un provvedimento questo preso dinanzi ad una crisi finanziaria che minaccia sempre più di sabotare l'economia reale e le società industriali, alle quali il mercato finanziario non sta portando più capitali. A livello macroeconomico è stato osservato l'allarmante dato che le grandi imprese ricorrono a "titoli di tesoreria" per finanziarsi, ossia al credito inter-societario. È chiaro che se le imprese non hanno accesso al credito è perché le Banche non hanno denaro, e devono ricorrere alla BCE, che, in casi così estremi, ha deciso per un provvedimento così radicale. A mettere ancora più a rischio il mercato finanziario, è la grande instabilità dei fondi pensione, una delle ultime frontiere del "risparmio sicuro" e della "fonte finanziaria a cui accedere", mettendo in pericolo tutto il sistema delle pensioni per capitalizzazione. Qualora dovessero cedere i fondi pensione, assisteremmo ad un cataclisma finanziario con una dimensione umana drammatica, che toccherà oltre gli Stati Uniti, anche l'Europa, che spesso gode di tali capitali. Dinanzi a tale scenario, molti già stanno prendendo i dovuti provvedimenti, cercando di mettere al sicuro i propri investimenti. È ciò che hanno fatto i grandi fondi privati, ed è ciò che cercano di fare anche i piccoli risparmiatori, che ricorrono al titolo di fiducia dei Buoni del Tesoro, sempre che non diventino la giusta preda di chi cerca di intercettare tale flusso di danaro.

28 marzo 2008

I grandi business del Pentagono


Scoppia negli Stati Uniti il caso del contractor del Pentagono da 300 milioni di dollari che ha organizzato un'operazione su scala internazionale di riciclaggio di armi. Il New York Times pubblica il suo grande reportage del traffico d'armi dall'Albania all'Afghanistan, ma si guarda bene dal coinvolgere in maniera diretta il Pentagono o il Governo degli Stati Uniti. Intanto continua il giallo sull'organizzazione dell'operazione di riciclaggio di armi. Pubblichiamo qui le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche delle conversazioni avvenute tra Efraim Diveroli, che si presenta come Presidente della AYE INC. - contractor del Pentagono per il commercio di armi - e Kosta Trebicka, proprietario della società albanese XHOI, che opera nel settore dell'imballaggio.

Il New York Times ha finalmente pubblicato il servizio sul traffico di armi che giunge in Afghanistan dopo aver attraversato i Balcani e l'Europa Orientale, con l'Albania a fare da centro nevralgico (Supplier Under Scrutiny on Arms for Afghans) . Come anticipato dalla nostra redazione più volte, citando le parole del Premier Berisha dinanzi al Parlamento a pochi giorni dalla strage di Gerdec, il quotidiano americano preparava da tempo un reportage sulla connessione dell'Albania ad un traffico di armi internazionali, sottolineando che dietro una fantomatica società della Florida, vi era il Ministero della Difesa Statunitense. Non appena il servizio viene pubblicato, tutti i media statunitensi lo rilanciano, e si preparano, come ha fatto per esempio il Financial Times, a pubblicare altri reportage sul caso delle "munizioni albanesi", sino a creare un'onda mediatica contro il Governo e le mafie albanesi.

Come da copione, infatti, il Pentagono decide di sospendere l'esecuzione del contratto a nome della AYE Inc. perché soggetta ad un'investigazione criminale, che ha smascherato una società costituita da poco più 8 persone e gestita da un ragazzo di 22 anni. Il Pentagono invalida il contratto perché la AEY sembra abbia venduto munizioni "made in Cina", contravvenendo al dettato del contratto secondo cui il governo non può comprare direttamente o indirettamente munizioni da una società militare cinese, o da alcuna entità che è parte dell'industria di difesa della Cina. Secondo le fonti, la Difesa statunitense non aveva chiesto ancora la sospensione perché aspettava la conclusione delle ispezioni, ma divenuto l'affare di dominio pubblico, occorreva ricorrere alla sospensione immediata.
Allo stesso modo, il contratto viene invalidato anche nei confronti del Governo albanese, perché ha violato le clausole stabilite. Tirana, dal canto suo si difende affermando che la spedizione delle munizioni era stata precedentemente certificata dall'Ambasciata Statunitense a Tirana. Così, scoperta la truffa cadono le pedine più scoperte per coprire i veri organizzatori della complessa operazione di riciclaggio di armi.

Infatti, ciò che non viene ben messo in evidenza dal reportage, miope e dalla ristretta visuale, che lo scandalo delle munizioni dell'Albania non si riduce a due o tre società private, dalla struttura quasi inesistente, con due o tre sedicenti rappresentanti. Il New York Times si guarda bene dal coinvolgere in maniera diretta il Pentagono o il Governo degli Stati Uniti come responsabili dell'appalto e della commercializzazione delle munizioni, considerando che, al di là di ogni particolare intreccio politico, il Ministero della Difesa degli Stati Uniti ha concesso un contratto ad una società amministrata da un certo Efraim Diveroli, che risulta essere un ragazzo di 22 anni che fa il massaggiatore. A questo occorre aggiungere che la AEY INC. , posseduta dall'israeliano Heinrich Thomet, è in qualche modo collegata alla società di Cipro, la Edvin Ltd. , sulla quale si è scatenato un vero e proprio giallo in seno al Governo albanese.
Tirana ha infatti sottolineato più volte che fu la società americana a chiedere l'intermediazione della ditta di Cipro, seppure le intercettazioni sembrano incolpare la Meico, che, per volere del direttore Yili Pinari, esclude la partecipazione all'affare della società albanese XHOI di Kosta Trebicka per inserire la Edvin Ltd. che viene rappresentata a Tirana da un certo Herni Tomei. Henri Tomei è un cittadino svizzero, indagato per traffico d`armi a livello internazionale, e possiede varie società che trafficano armi, come la la “Brugger & Thomet AG” e la “BT International Ltd”. Questo personaggio svizzero, individuato anche dal New York Times, nell'ambiente è conosciuto da sui partner in affari anche come Heinrich Thomet, che risulta essere azionista di maggioranza anche della “Brugger & Thomet AG” e della “BT International Ltd”. Se questo dettaglio è vero, allora il cerchio si chiude, e possiamo senza dubbio affermare che il Governo di Tirana è stato manipolato in qualche modo da una rete di personaggi ambigui che dicevano di operare per il Governo Americano, per fantomatiche società svizzere, e quant'altro.

Pubblichiamo dunque le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche delle conversazioni avvenute tra Efraim Diveroli, che si presenta come Presidente della AYE INC. - contractor del Pentagono per il commercio di armi - e Kosta Trebicka, proprietario della società albanese XHOI, che opera nel settore dell'imballaggio. Nel corso delle conversazioni, Diveroli spiega chiaramente che Ylli Pinari, direttore della Meico, vuole escludere dall'affare, la Xhoi di Trebicka, per inserire la società di "Henri".

AUDIO : Intercettazione n.1 Trebicka-Diveroli
TREBICKA: Cosa succede con il tuo amico Pinari?
DIVEROLI: Non so, me lo puoi dire tu. Hai fatto qualche accordo con lui per le casse?
TREBICKA: Non voglio fare accordi con lui, tu lo sai che è spazzatura. Me l`hai detto tu, prima, che lui e` un uomo della mafia, o no?
DIVEROLI: Penso che lo sia, penso che e` della mafia o la mafia lo sta controllando. In tutti e due i casi lui e` un problema. Il problema è che io non ho scelta. Devo fare un accordo con lui. Il Governo Americano aspetta i prodotti. Non ho nessuna decisione da prendere. Sei tu che devi prendere una decisione.
TREBICKA: Tu vuoi...io posso dimenticare i miei soldi, quelli che ho investito lì... non ho nessun problema... non posso combattere con questo governo, non posso combattere con Pinari. Certamente ora è nelle tue mani, non nelle mie. Se Pinari vuole continuare a giocare con te, se lui metterà la gente della mafia...

AUDIO : Intercettazione n.2 Trebicka-Diveroli
DIVEROLI: Che succede con tutto quest`affare di merda qui...(parte indecifrabile di discorso su Pinari). Okey, l`azienda che sta preparando le casse potrebbe voler comprare il tuo materiale di imballaggio.
TREBICKA: Okey, molto bene, molto bene.
DIVEROLI: Io romperò l`accordo, quel che non va bene per te, non va bene neanche per me.
TREBICKA: Quale società c'è ancora? Quella di Delijorgji, di Mihal Delijorgji? E questa la compagnia?
DIVEROLI: Non ho nessuna idea. Noi stiamo aspettando che Pinari ci dia i dettagli della società. Io rimanderò questa vendita così importante, la rimando fin quando non prendi i tuo materiale...

AUDIO : Intercettazione n.3 Trebicka-Diveroli
DIVEROLI: (Discorso non ben decifrabile, facendo riferimento ai soldi che Trebiska deve a Diveroli per un carico di merce che deve partire, si tratta di una cifra di 2.5 milioni di dollari) Io sono al 100% con te. Non ti ho escluso io da quell'affare. Lo capisci? Non c'entro con questo. Anche se Pinari me l`ha chiesto, e lui mi sta obbligando a farlo, io non l`ho mai appoggiata questa decisione. Sono molto, molto seccato. Sono molto preoccupato.
TREBICKA: Lui sta ancora lavorando con Henri Tomei?
DIVEROLI: Penso che stia lavorando ancora con Henri. Io sto lavorando ancora con Henri. Devo lavorare con Henri, sto lavorando con Henri.

AUDIO : Intercettazione n.4 Trebicka-Diveroli
DIVEROLI: C`e` una cosa che deve capire Pinari: io non sono amico di Henri... non posso fare un commercio di scimmie con la mafia e Delijorgji e con tutta quella gente di merda in Albania. Io sono un'azienda diretta, io lavoro per il governo, tutti mi stanno osservando. Pinari vuole persone come Henri in mezzo che si “occupano” di lui e della sua gente, ma questo non è affar mio. Io non ne voglio sapere di questa storia. Io voglio parlare solo del business legale. Questa è la mia impressione sulla situazione. Questa è una mia idea, una mia opinione.
DIVEROLI: Come stanno le cose per te per il momento?
TREBICKA: Le cose sono okey, sono tranquillo, hai capito? Sto lavorando bene, ho altri business di cui occuparmi e il mio business quotidiano e` okey, non ho problemi.

AUDIO : Intercettazione n.5 Trebicka-Diveroli
TREBICKA: (Alcune frammenti di discorso sulla visita del Presidente Bush in Albania) Pinari è un bene per lui, per il vostro Presidente. Alex è felice. Lui mi ha detto che Pinari dirà a te per il volo di mercoledì, se si farà o meno. È nelle tue mani, lo sai. Io posso aiutarti se vieni incontro a qualche altro problema. Mi dici e ti aiuterò, ma penso che con Pinari, con la sua gente di mafia, Delijorgji e Henri, sarà più difficile per te continuare ad andare avanti, perchè loro ti daranno tanti problemi. Ma tieni presente che, qualsiasi cosa accada, in qualsiasi momento che ne avrai bisogno, fammi una telefonata. Ci sono tante possibilità che io venga chiamato a Washington D.C dalla gente della CIA e dai miei amici lì. Tra due settimane verrò in Florida per incontrarmi con te e discutiamo sugli altri accordi.
DIVEROLI: Mi piace. La facciamo questa cosa.

AUDIO : Intercettazione n.6 Trebicka-Diveroli
TREBICKA: Per il momento ho un ottimo accordo in Serbia per il quale posso avere bisogno di un po' di finanziamenti per ...
DIVEROLI: Ho un'idea, forse puoi finire l`imballaggio delle munizioni martedì. Per esempio puoi finire l`inscatolamento di due milioni e mezzo che mi devi.
TREBICKA: Si. Si
DIVEROLI: Pinari e Delijorgji vedranno il tuo lavoro che si sta muovendo tranquillamente e non vorranno bloccarlo. Così vorranno comprare materiale da te. Perchè non hanno motivo di spostare ciò che sta lì attualmente. Non hanno motivo di girarci attorno, viaggiare in Macedonia, e girare ancora. Possono dare a te i soldi. Forse questa e` una buona idea, credo. Pensi che Pinari lo farà questo lavoro?
TREBICKA: Io posso farlo, posso continuare il lavoro.

AUDIO : Intercettazione n.7 Trebicka-Diveroli
TREBICKA: Ho trovato dei buoni partner e penso che posso continuare l`affare. Non lo so se va bene per Pinari, Delijorgji e la loro gente di mafia, se vogliono lavorare ancora con me. Ma per me va bene, non ne voglio parlare. Non aprirò bocca, faro tutto quello che mi dici di fare.
DIVEROLI: Capisco, ma ti dico che : io difendo te, e tu difendi le mie cose. Lasciami parlare con Pinari. Pinari sa cosa fare con l`imballaggio. Perchè lui si sta allontanando da te, dalla posizione che hai. Se lui non colma questa divisione nel modo giusto, ci sarà una montagna di guai per tutti. Così lui si può innervosire per Delijorgji, che non può saper fare il suo lavoro, comunque. Questa è l'occasione migliore, questo è il mio sogno.

AUDIO : Intercettazione n.8 Trebicka-Diveroli
DIVEROLI: Noi dobbiamo rimandare la vendita del materiale, così almeno tu non sarai esposto e io non sono esposto. Giusto, o no?
TREBICKA: Hai ragione. Hai ragione al 100%.
DIVEROLI: Adesso c'è l`opzione A e l`opzione B. Noi andremo su una di esse, ma semplicemente non siamo sicuri su quale. Perchè non provi ora a baciare ancora una volta il culo di Pinari. Prendi il telefono, pregalo, bacialo, qualsiasi cosa. Mandagli una delle tue prostitute, che lo fa felice. Forse ti dà una chance di fare il lavoro. No?
TREBICKA: Ok, ok.
DIVEROLI: Forse lui non è organizzato, forse si innervosisce. “Beh, tu lo sai che se non faccio il lavoro, allora perdo il business di munizioni”. (Immagina cosa dovrebbe dire Trebicka) Forse diventerà nervoso e noi possiamo giocare con la sua paura. “Pinari, dai allora. Dammi un' altra possibilità”. (Continua a suggerire a Trebicka) Dagli un po' di soldi, dagli qualcosa per le sue tasche. Non prenderà molto. Prenderà solo 20 mila dollari da te...

AUDIO : Intercettazione n.9 Trebicka-Diveroli
DIVEROLI: Non posso vivere con questa. Mi capisci?
TREBICKA: Si ti capisco.
Diveroli: Fammi sapere domani. Parliamo questa sera o domani e decidiamo se scegliere la variante A o B? Parlo con Pinari, tu parli con Pinari e prendiamo una decisione. Poi passiamo ad un altro accordo. Hai qualche altra soluzione?

AUDIO : Intercettazione n.10 Trebicka-Diveroli
DIVEROLI: Di più, di più. La questione è andata più in alto del Primo Ministro e di suo figlio. Questo e`... questa mafia e` troppo forte per me. Non la posso combattere questa mafia. E` diventata troppo grande. Gli animali sono appena usciti fuori dal controllo. Troppi giocatori...

27 marzo 2008

Ecco come il Pentagono fa business

Pubblichiamo le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche delle conversazioni avvenute tra Efraim Diveroli, che si presenta come Presidente della AYE INC. - contractor del Pentagono per il commercio di armi - e Kosta Trebicka, proprietario della società albanese XHOI, che opera nel settore dell'imballaggio. Nel corso delle trattative tra l'americana AYE e la società di Stato albanese MEICO, si introduce un nuovo partner che cerca di entrare nell'affare, la Xhoi di Trebicka che prende contatti con Ylli Pinari, direttore della Meico.

AUDIO : Intercettazione n.1 Trebicka-Diveroli

TREBICKA: Cosa succede con il tuo amico Pinari?
DIVEROLI: Non so, me lo puoi dire tu. Hai fatto qualche accordo con lui per le casse?
TREBICKA: Non voglio fare accordi con lui, tu lo sai che è spazzatura. Me l`hai detto tu, prima, che lui e` un uomo della mafia, o no?
DIVEROLI: Penso che lo sia, penso che e` della mafia o la mafia lo sta controllando. In tutti e due i casi lui e` un problema. Il problema è che io non ho scelta. Devo fare un accordo con lui. Il Governo Americano aspetta i prodotti. Non ho nessuna decisione da prendere. Sei tu che devi prendere una decisione.
TREBICKA: Tu vuoi...io posso dimenticare i miei soldi, quelli che ho investito lì... non ho nessun problema... non posso combattere con questo governo, non posso combattere con Pinari. Certamente ora è nelle tue mani, non nelle mie. Se Pinari vuole continuare a giocare con te, se lui metterà la gente della mafia...

Il barbiere di Cipro


Un progetto di demilitarizzazione si è trasformato in un'operazione di riciclaggio di armi, con la creazione di denaro dal nulla. Un traffico di armi e munizioni viene apparentemente gestito da un circuito chiuso di prestanomi e società fantasma, mentre il Pentagono e contractors statunitensi costituiscono i veri protagonisti di una grande truffa ai danni del popolo albanese, vittima del crimine invisibile di società e centri di potere internazionali. (Foto: Mihal Delijorgji)

L'incredibile incidente dell'esplosione del deposito di Gerdec, in Albania, ha portato alla luce una verità sconcertante e paradossale. Un traffico di armi e munizioni viene apparentemente gestito da un circuito chiuso di prestanomi e società fantasma, mentre il Pentagono e contractors statunitensi costituiscono i veri protagonisti di una grande truffa ai danni del popolo albanese, vittima del crimine invisibile di società e centri di potere internazionali. Il vero giallo sul traffico delle armi scoppia con l'esplosione del deposito di Gerdec che rade al suolo un intero villaggio nei pressi di Tirana, con decine di vittime e centinaia di feriti.
Le indagini a questo punto sono obbligate, in quanto le famiglie e i media vogliono chiarezza sulle responsabilità dell'accaduto. A gestire il deposito è la società statunitense Southern Ammunition, che nel maggio del 2007 sottoscrive un contratto con il Ministero della Difesa per lo smaltimento delle munizioni, sino al 7 dicembre del 2007, dopodichè con un subappalto trasferisce le successive operazioni di smantellamento alla società albanese Albdemil, che tuttavia risulta essere partecipata per il 25% dalla stessa Southern Ammunition Inc. Co. e il 75% da Mihal Delijorgji che ha una fonderia in Albania. In particolare, la SAIC sottoscrive il 27 dicembre 2007 un contratto di acquisto con la MEICO, e dopo 3 soli giorni di vendita delle stesse munizioni con la collegata Albdemil per un prezzo maggiorato del 2%. La curiosità di questo evento è che la Albdemil è stata creata solo nel 2006 e la sua attività caratteristica è il trasporto di armi, quando la sola azienda concessionaria di tale settore è la società di Stato Meico. Tuttavia, dopo 4 mesi dalla sua costituzione, un piano di riforme del governo Berisha, voluto dalla Comunità Europea, liberalizza il settore e permette anche alle aziende private di trasportare e commercializzare armi e munizioni. Così Dielejiorgi riesce a prendere il controllo della situazione e con grande diplomazia mette tutti d'accordo. La Albdemil riesce a scavalcare l'azienda di Stato Meico, e, tramite una legge speciale della Presidenza del Consiglio albanese e con il benestare del Ministro della difesa Fatmir Mediu, la società americano-albanese si aggiudica l'appalto di demilitarizzazione.

In realtà non vi è stata una vera e propria opera di bonifica perché all'interno dei depositi avveniva la selezione e lo scarto delle munizioni, che, secondo varie testimonianze, durante la notte le casse venivano reimballate e portate a Durazzo per essere poi esportate. Hanno dunque sequestrato armi vecchie, per poi reimballarle, rivenderle come nuove agli eserciti che sono ancora in guerra, rigorosamente sotto il marchio "made in US". Questo fa ben capire cosa siano in realtà le campagne di demilitarizzazione che la UNDP promuove con le star del cinema internazionale come Michael Douglas, giunto in Albania per pubblicizzare una campagna per lo smaltimento delle armi e la loro distruzione.
Con una sofisticata tecnica di distribuzione, di riciclaggio e di riarmo di vecchi eserciti, come quello afghano ed irakeno, che hanno in dotazioni armi vecchie è stato costruito un perfetto sincronismo tra Nato, Comunità Europea e Organizzazioni Internazionali, tra demilitarizzazione dei paesi, liberalizzazioni dei settori controllati dai monopoli di Stato e campagne di sensibilizzazione. L'organizzazione è talmente perfetta che tutto fila liscio, tutti guadagnano e il circuito gira senza problemi.
Un pomeriggio, però, esplode il grande deposito di Gerdec, nella tragedia muore anche il cognato del Premier Berisha che rivestiva il ruolo del conteggio delle munizioni. Berisha imbarazzato dalla situazione, si giustifica dinanzi ai giornalisti dicendo di non conoscerlo perché sua cognata, dopo il divorzio in Albania, si era risposata all'estero, per poi tornare. Anche l'ambasciatore americano a Tirana, John Withers II , sembra in forte difficoltà, e si precipita a dichiarare che il governo americano non è in alcun modo implicato con quanto accaduto, in quanto l'intera operazione era gestita solo da società private e dal Governo Albanese. Accuse contro gli albanesi piovono anche dalla società statunitense che aveva ottenuto l'appalto di smaltimento delle munizioni. Gli eventi subiscono una continua escalation, e dagli Stati Uniti si prepara un reportage-scoop del New York Times sull'esistenza di un traffico di armi verso l'Afghanistan proveniente dall'Albania.

A questo punto, l'Albania, trovandosi alle strette, comincia a difendersi, e il Ministero della Difesa mostra i contratti regolarmente sottoscritti tra la società di Stato MEICO, e la AEY Inc. ( Contratto del 23 Marzo tra MEICO e AEY Inc. ) , posseduta dall'israeliano Heinrich Thomet, e divenuta un contractor dell' US Government Contracting Office di Rock Island, nonchè concessionaria di un contratto con il Pentagono, per l'esercito degli Stati Uniti. Precedentemente, tra il 2006 e il 2007, la AEY Inc. aveva vinto un tender del Pentagono per la fornitura di munizioni alle Forze di sicurezza dell'Afghanistan, per un ammontare di 298 milioni di dollari ( n. protocollo #W52P1J-07-D-004). L'esercito afghano infatti utilizza armi di manifattura russa e cinese risalenti agli anni '80, con munizioni diffuse ancora oggi solo in Paesi Balcanici e del continente euro-asiatico. Per tale motivo, la AEY cerca in giro munizioni vecchie, per poterle reimballare, e consegnarle poi all'esercito afghano.
Nel corso delle trattative, determinate situazioni non sono più chiare, e così si stabilisce che per perfezionare l'accordo di vendita delle armi alla società americana occorre utilizzare come intermediario la Evdin Ltd, che ha sede a Cipro ( Contratto MEICO-Edvin-AEY). Con l'ingresso all'interno delle trattative della Edvin Ltd il prezzo concordato per l'acquisto di una cassa di munizioni aumenta da 22 a 40 dollari. Il Governo albanese afferma che fu la controparte statunitense a pretendere l'ingresso di un intermediario per concludere l'affare, mentre la AEY ha sempre sostenuto che la Meico propose di inserire la Edvin Ltd. nell'affare. Vista la discordanza delle tesi delle due controparti, non è stato ancora ben chiarito in che modo la Edvin Ltd. sia intervenuta nelle trattative, ma la sua presenza è molto importante.

Si scopre infatti che la Evdin ltd, con sede a Cipro, in via Thermopylon 1 6023 Larnaca Cipro, in realtà corrisponde ad un "barbiere". I riferimenti telefonici presenti sul suo sito - un fax +387 62 94 24 52 e un cellulare +387 32 40 72 72 - ci riportano ad un ufficio presente in Bosnia, nella zona di Zenica. Quando abbiamo contattato il numero di telefono, risponde una persona che nega l'esistenza di un sito che appartiene a questa società. Dopo alcune ricerche, scopriamo che anche un'altra ditta, la Garietta LTD, mostra gli stessi riferimenti telefonici: ritelefoniamo e lo stesso utente, questa volta, chiude il telefono senza rispondere. A questo punto contattiamo il Provider Top Hosting di Sarajevo e, nonostante lo informiamo che ha registrato un sito con dei riferimenti falsi, non interviene per verificare l'identità della società e del proprietario del sito.
Da fonti giornalistiche albanesi che indagano sulla presunta ditta fantasma del "barbiere di Cipro", si viene a sapere che a rappresentare la Edvin Ltd. in Albania è Henri Tomei, cittadino svizzero, indagato per traffico d`armi dal Dipartimento Americano della Difesa, da Amnesty International e dal Governo svizzero. È conosciuto sul mercato internazionale delle armi come “Dio della Guerra”. Secondo le stesse fonti, la MEICO non ha sottoscritto un contratto diretto con AEY, ma con Tomei in qualità di intermediazione, nonostante abbia degli oscuri precedenti. Tomei è anche rappresentante, fondatore e proprietario dell'azienda svizzera “Brugger & Thomet” e “AG BG International”, nonché azionista di maggioranza di una miriade di aziende implicate nel traffico d`armi in paesi in conflitto sotto embargo dell'ONU. Il business di Tomei sembra essere concentrato nei Balcani, in particolar modo in Serbia e Montenegro. È da lì che è partito, circa tre anni fa, un ulteriore caso di traffico d'armi che vede come protagonista l'azienda israelita “Talon” con sede a Tel Aviv, che gestiva un traffico d`armi dalla Serbia e Montenegro verso il Medioriente. Dalla Camera di Commercio d`Israele, risulta che il proprietario della “Talon” è il Maggiore Shmuel Avivi, che, nonostante neghi ogni coinvolgimento, risulta essere collegato ad un'azienda svizzera che aveva come partner un certo "Henri", conosciuto anche come Heinrich Thomet, lo stesso azionista di maggioranza della AEY Inc e di altre società che vendono armi. Senza alcuna sorpresa scopriamo che le società incriminate sono la “Brugger & Thomet AG” e la “BT International Ltd”. Non bisogna dimenticare la nota comune di tutti i trafficanti di armi che usano due nomi: uno ufficiale che risulta su documenti originari, e l'altro con cui firmare i documenti. Ad ogni modo, lo stesso Heinrich Thomet, della AEY, ha ammesso di aver lavorato occasionalmente con Avivi e le sue aziende, che, a suo dire, lavoravano solo per il governo americano, e per nessun contractor destinato all`Afghanistan o all'Iraq.

Ci chiediamo, a questo punto, come sia possibile che una società americana, contractor del Pentagono, abbia potuto concedere un subappalto di consegna di armamenti ad una società fantasma. Rivolgiamo la stessa domanda alla Comunità Internazionale che dovrebbe spiegare come mai, nonostante la miriade di leggi per la lotta al terrorismo, non vengano effettuati i dovuti controlli sulle società concessionarie degli appalti di vendita di armi. Con tutti i suoi potenti mezzi di intelligence, né la Cia o l'NSA sono intervenuti a fermare l'operazione di riciclaggio delle armi.
Fatmir Mediu e John Withers II
È evidente invece che l'intero circuito è stato studiato e organizzato in maniera tale da non far ricadere colpe e responsabilità sui grandi contractors e sullo stesso Pentagono, servendosi così di società fantasma, di brokers e rappresentanti di ambigua credibilità, per ricostruire l'intero tracciato dei soldi e delle armi, e far ricadere la colpa sul Governo Albanese e le sue società. In tutto questo, infatti, un progetto di demilitarizzazione si è trasformato in un'operazione di riciclaggio di armi, con la creazione di denaro dal nulla, grazie all'apertura di linee di credito e l'emissione di garanzie bancarie a copertura dei finanziamenti e degli investimenti. Non possiamo credere infatti che il danaro, le transazioni e i trasferimenti non siano stati tracciati, o che non sia stato rilevato che una società fantasma di Cipro stava portando a termine una compravendita di armi per milioni di dollari.
Malgrado lo scandalo sia scoppiato, la verità non verrà mai a galla, perché le grandi società, accreditate da potenti strutture militari e internazionali agiscono sempre con una rete di ditte anonime per disperdere nei circuiti le loro identità. L'epilogo di questa assurda vicenda del "barbiere di Cipro" potrebbe essere sconcertante. L'Albania dovrà infatti pagare il suo errore di aver sottoscritto un contratto per la vendita di armi, e il suo Governo sarà ricattato per l'ennesima volta. Di quelle munizioni, alla fine dei conti, solo una minima parte sono uscite dalle frontiere albanesi, ma era necessario che fossa l'Albania l'intestatario ultimo dei contratti, facendo così da "prestanome" per una complessa operazioni di riciclaggiano di armi. Comunque, "il libanese" gira sempre nel blocco di Tirana e propone ai nuovi ricchi grandi guadagni e visti, in cambio di firme e di denaro.

26 marzo 2008

La terra promessa del web


Ciò che prima rappresentava la televisione, come fenomeno che molti hanno definito il cancro del sistema, oggi è costituito dal web. Con quella contraddittoria apparenza democratica, la rete è divenuta lo stereotipo della strumento della volontà popolare, dando vita così a community particolari, a spazi virtuali in cui tutti vogliono esprimere la loro voce, a movimenti di controinformazione. Dietro tutto questo, non vi è altro che finzione, un muro invisibile, che si attraversa per perdersi all'interno di esso.
Burattinai reggono le fila di questo spettacolo, si muovono nella rete come delle strutture invisibili, che forse sono ben evidenti ma nessuno vuole vedere, ma sicuramente sono sempre gli stessi che si rivendono ogni volta. Nella giungla di quello che è diventato il web possiamo distinguere la nuova professione dei commentaristi, che "lavorano nei forum" come vere e proprie macchine di disinformazione. Accerchiano il proprio obiettivo e strumentalizzano le sue parole e le sue idee per raggiungere con la manipolazione il proprio scopo. Creano intorno ad esso elogi, apprezzamenti, poi critiche e polemiche, che vanno alla fine a svilire totalmente l'obiettivo che era stato prefissato. Lo schema che vi proponiamo spiega così come il forum, pian piano agisce contro l'idea che viene individuata come antagonista.

Un esempio di plateale manipolazione è stato l'attacco di Indymedia nei confronti di Etleboro, che è stata definita un'organizzazione fascista semplicemente perché sosteneva la causa della Serbia, vittima della guerra dei Balcani, e la lotta contro il sistema bancario. Quello che era considerato come lo strumento per eccellenza della controinformazione, è miseramente fallito perché in esso non vi era nulla di democratico o di reale, ma solo la pessima copia di un forum. Nel nostro viaggio, abbiamo così incontrato una miriade di piccoli personaggi che escono alla luce se toccati da particolari temi, per poi scomparire nel nulla. Le loro armi sono l'etichettare, il diffamare, il distorcere, la propaganda, postando a raffica dei commenti inutili, nascondendosi dietro dei nick falsi.
Così il "ragno" della community manipola la sua community, creando false identità, complimentandosi con se stesso e ponendo domande stupide solo per risaltare la sua stessa intelligenza. In alcuni uffici politici, questi ruoli vengono definiti utenti sintetici, per indicare una massa di identità virtuali inesistenti. In realtà, questo sistema libero del Web sdoppia i personaggi : quelli che crediamo siano dei violenti, in realtà non lo sono e scopriamo che c'è solo propaganda, altri invece, che crediamo siano dei giusti, scopriamo che sono molto pericolosi. È il nuovo stile dei commentaristi, e per divenire tali basta avere accesso all'internet, creare un forum con delle pubblicità, e accogliere attorno al proprio forum un piccolo gruppo di utenti sintetici che andranno a colpire una persona, per diffamarla e screditarla.

Questa è la povertà in cui siamo caduti, e quella che noi definiamo "democrazia dal basso" ci sta rovinando, perché non usiamo la rete per arricchire il nostro sapere, per crescere economicamente grazie all'aiuto della telematizzazione, ma per sfogare le nostre frustrazioni, come puro svago disinteressato. Tutto si riduce ad uno sterile "copy and paste", ad un commento del commento che non porterà certo alla verità. Ciò che per esempio fa Beppe Grillo, è solo una grande campagna di marketing per vendere se stesso e il suo prodotto di "sarcasmo" sui drammi della nostra società, per poi strumentalizzare la massa. Anche Marco Travaglio, che in qualità di giornalista commenta degli atti pubblici accuratamente selezionati, resta nella sua visione di settarismo senza dare alcun vero contributo alla scoperta dei sistemi giuridici invisibili che proteggono i potenti, di qualsiasi schieramento politico essi siano. Non è questo il giornalismo di investigazione, ma un eterno commentare degli atti a tutti disponibili, perché l'accesso alle fonti è troppo costoso per portare avanti una vera inchiesta.

Queste dunque sono le forze che giocano e ribaltano il web, con gli stessi meccanismi che un domani condurranno le campagne elettorali, promuoveranno progetti di legge e politiche sociali. Per tale motivo, bisogna chiedersi quale sia il loro scopo, a cosa servono, e perchè hanno creato sistemi di "opinionisti" da quattro soldi, di "pensatori", che aggrediscono chiunque si presenti con un'idea diversa. Se oggi si vogliono abbattere queste barriere, una società, un partito politico, una qualsiasi struttura, dovrà creare un sistema cybernetico suo e non già predisposto, perché è stato concepito per usarci.Tutto questo porta ad uno spirito di contraddizione in continua crescita, perchè chi ha creato queste strutture sa come manipolarci. Il web e la rete sono il miraggio, la terra promessa che non esiste, quella democrazia che non verrà mai realizzata. Inconsapevolmente, tutti si accaniscono a scrivere nei forum, e senza volerlo si rendono partecipi della grande cospirazione che vuole la creazione di una realtà sintetica.

21 marzo 2008

Il traffico d'armi del Pentagono passa per l'Albania


Il premier Sali Berisha, nel corso della seduta plenare del Parlamento albanese tenuta lo scorso martedì, smentisce le notizie che cominciano a circolare all'interno dei media sull'esistenza di un traffico di armi tra Albania e Afghanistan. Il Capo del Governo albanese, riferendosi all'articolo che sarà pubblicato entro questa settimana dal “New York Times”, nega che l'Albania gestisca il traffico delle armi verso i guerriglieri Afghani. Attacca duramente le falsità e l'inesattezza dei dati contenuti all'interno del reportage del giornale statunitense e precisa che “il commercio di armi verso l'Afganistan esiste, ma prove e fatti dimostrano che l'appalto è stato sottoscritto dal Pentagono". "L'azienda in questione ha comprato armi per volere di quel governo in diversi Stati, anche quello che ha ispirato questa persona (si tratta del giornalista che ha redatto il reportage per il New York Times). Queste armi sono state poi rivendute in Afghanistan. Ma non c`è nessun commercio, oltre quello legale, potete anche prendere il relativo dossier”.


Questa la dura reazione del Primo Ministro Sali Berisha al reportage del quotidiano americano, denunciando la manipolazione delle informazioni effettuata allo scopo di dipingere l'Albania come "crocevia di un traffico d'armi illecito". “Il commercio delle armi è un monopolio di Stato. Una pallottola non viene venduta all'estero al di fuori di questo monopolio. Non vi è alcun commercio, oltre a quello legale”, dichiara Berisha. Dinanzi al Parlamento Berisha spiega che 4 mesi fa un giornalista - che a suo parere non si trova più presso il “New York Times” - arriva in Albania e incontra il Ministro della Difesa, Fatmir Mediu , motivando tale visita con la sua intenzione di portare a termine un'indagine su di un'azienda della Florida, e dunque non su un traffico di armi. A tal proposito Berisha sottolinea che "l'affare su cui pretendeva di indagare questo giornalista non era come pensava, ma un processo totalmente legale". Infatti - continua Berisha - un' azienda della Florida, la AYE, ha vinto un appalto pubblico presso il Pentagono da 300 milioni di dollari Americani, con la facoltà di acquistare armi in diversi paesi e tra questi anche in Albania. La compagnia contatta il Ministero della Difesa, in particolare la MEICO, che viene messa in contatto con una società con sede a Cipro, la Evdin Ltd. "Nel luglio del 2007 - ha aggiunto Berisha - una persona chiamata Kosta Trebicka ferma mio figlio e lo accusa di averlo ostacolato nei rapporti con un'azienda americana che vuole collaborare con lui. Mio figlio si difende affermando di non averlo mai incontrato, ma che è disposto ad incontrare quel cittadino americano. In un primo momento accetta, ma non lo ha mai portato all'incontro". Secondo Berisha, esiste un'intercettazione fra Kosta Trebicka e Efraim Diveroli, Presidente della società americana della Florida, durante la quale Trebicka afferma che vuole essere lui stesso il subcontractor, e Efraim Diveroli risponde che questo non dipende da lui. All'interno dell'intercettazione Diveroli dice a Trebicka che questo affare dipende da Pinari (direttore di MEICO) che consiglia di "inviargli una prostituta e di corromperlo con 25 mila dollari". “Diveroli ha mentito? Assolutamente no, ma sono convinto che uno di questi mafiosi albanesi ha usato il mio nome come la usa ordinariamente, affermando di avere il sostegno del Primo Ministro”.

Il monologo di Berisha, che sembra essere più uno sfogo contro il tentativo di criminalizzare l'Albania, nasconde un vero e proprio giallo, direttamente collegato alla strage di Gerdec. Infatti, dietro l'improvvisa esplosione del deposito di munizioni nasconde semplicemente una tragedia, che potrebbe far scoprire che l'Albania ha gestito un traffico illecito d'armi. Dalle prove evidenziate è risultato che la società di Stato albanese MEICO ha venduto armi e munizioni, che sono poi giunte in Afghanistan. A comprovare tale versione dei fatti è subito intervenuto il New York Times che ha avvalorato la tesi del coinvolgimento del governo albanese per deviare l'attenzione dalla società statunitense e del Pentagono stesso. È stata così messa su una grande farsa, che ha avuto inizio con il castello di bugie della Southern Ammunition e della Alb Demil - società responsabili della gestione del deposito di Gerdec - sino all'implicazione della Meico nel commercio di armi verso l'estero.
Tuttavia la situazione sta prendendo una piega inaspettata, con il subentro di intercettazioni, strani personaggi, una guerra di povera gente disposta a fare da prestanome per avere belle macchine e due prostituite accanto. La storia delle armi e della vendita clandestina di armi è stata pianificata e attuata da stranieri, tra americani, libanesi con tre passaporti, magari gli stessi che un tempo organizzavano a Rinas quei cargo Sofia-Tirana-Belgrado. Non bisogna tuttavia trascurare che non si può portare a termine questo tipo di affari senza avere un sostegno finanziario da parte delle Banche, che mediante fiduciari mettono in circolazione titoli e lettere di credito, destinati a creare il denaro necessario a finanziare l'operazione. Per organizzare questo sistema così contorto, invisibile e preciso, ci vogliono anni, e occorre la partecipazione di media e organizzazioni per mettere su il grande spettacolo. Ricordiamo infatti che anni fa, fu organizzata dalla UNDP, con la straordinaria partecipazione di Michael Douglas, una campagna di sensibilizzazione sullo smaltimento delle armi , in seguito alla quale sono giunte in Albania una miriade di società statunitensi per risolvere il problema.

In realtà, alla fine di tutto, non è necessario che escano delle armi dall'Albania, ma è fondamentale che risulti che escano da lì: del resto la Cia in Albania può fare tutto quello che vuole, quando l'America chiede l'Albania obbedisce. Un patto politico scellerato tra la destra e la sinistra ha fatto sì che questa storia continuasse, in maniera tale che tutti i contratti maggiormente compromessi siano "made Albanian", coprendo i veri colpevoli e lasciando che sia accusato lo Stato albanese . Peccato che nessuno ha considerato che in Albania neanche il servizio segreto può mantenere un segreto, perchè nel "Paese delle aquile" non esiste il segreto. Ora occorre solo aspettare l'evoluzione degli eventi, perché si giungerà ad una verità che è solo parziale, che condanna i soliti capri espiatori per proteggere gli yankees e i loro sporchi traffici.

20 marzo 2008

Il contratto della vergogna


L'esplosione del deposito di munizioni di Gerdec, Albania, ha inferto una grande ferita al popolo albanese, portando alla luce una realtà triste ed orribile. Migliaia di tonnellate di munizioni che dovevano essere smantellate e distrutte dal Governo albanese, secondo le direttive della Nato e dello stesso Dipartimento di Stato Americano, sono diventate oggetto di un circuito di contratti, e di subappalti gestito dalla società statunitense Southern Ammunition Inc. Co. e da compagnie private albanesi. La SAIC afferma di aver cessato i propri rapporti con il Governo albanese agli inizi del mese di dicembre, ma la Procura Generale di Tirana porta alla luce due contratti sottoscritti in un momento successivo rispetto alla data dichiarata dalla SAIC. L'Ambasciata Statunitense di Tirana continua a negare ogni coinvolgimento del Governo americano nella gestione del progetto, ma le prove sembrano portare a tutt'altra parte, e le responsabilità carico della controparte americana crescono sempre di più.

In particolare, gli inquirenti portano alla luce due contratti sottoscritti in un momento successivo rispetto alla data individuta dalla SAIC per la cessazione dei rapporti con il Ministero della Difesa Albanese. Il primo del 28 dicembre, con la società statale MEICO , che si occupa dell'import-export delle armi, con il quale la Southern Ammunition compra per un valore di 580.326 dollari americani le munizioni per smontarle e smaltirne, e il secondo del 31 dicembre con il quale la SAIC vende alla Alb Demil sh.p.k le stesse munizioni, ad un prezzo superiore del 2%. Secondo le condizioni del contratto stipulato fra la compagnia americana e la società albanese “Albademil” sh.p.k. , le munizioni militari del reparto di Gerdec non erano destinati solo ad essere distrutte completamente, ma anche ad essere commerciate e vendute sui mercati esteri.
Il contratto, sottoscritto in data 31 dicembre 2007 tra i Presidenti della società statunitense e albanese, rispettivamente da Patrick Henry e Mihail Delijorgji, legittimava la “Albademil” , oltre a smantellare e demilitarizzare le riserve di munizioni dell'Albania, anche a commercializzare le armi. Citando il testo del secondo contratto, si evidenzia che "la parte alienante (SAIC) vende e trasferisce alla parte acquirente (‘Albademil’ sh.p.k), che accetta i diritti di proprietà delle munizioni con lo scopo di smontarle, demilitarizzarle e commerciarne i materiali che si ottengono dalla loro lavorazione”.

L'esistenza dei due contratti smentisce nettamente la versione fornita dalla società statunitense, secondo la quale i rapporti con l'Albania per lo smantellamento delle armi sarebbero cessati il 7 dicembre del 2007, con la fine del contratto con l`azienda albanese Albademil , che aveva come obblighi la sola concessione degli equipaggiamenti e non il trasporto. La SAIC ha inoltre precisato che la seconda fase del programma di smaltimento, quale lo smantellamento delle munizioni a grosso calibro, è iniziata solo nel gennaio del 2008 senza coinvolgere la compagnia Southern Ammunition, che non ha fornito personale, tecnologie o equipaggi. Lo stesso governo albanese conferma inoltre che, in data 13 dicembre 2007 (nella Foto), la conclusione "con successo" del progetto per la distruzione degli armamenti pesanti, realizzato in attuazione dell'Accordo Tecnico tra il Ministero della Difesa di Albania ed il Dipartimento di Stato Americano, che hanno così stilato il comune programma con la società privata SAIC che ha dato esecuzione al contratto nel maggio 2007 e fino a dicembre 2007.

Dinanzi all'evidenza dei fatti, anche il Governo Albanese si piega e il Premier Berisha smentisce le dichiarazioni della Southern Ammunition e ammette l'esistenza dei due contratti che hanno conferito alla società statunitense la possibilità di vendere le munizioni con lo scopo di far svolgere ad un'altra società le attività di smaltimento e di lucrare sulla differenza. Diventa, dunque, sempre più evidente la responsabilità della società americana, dietro la quale si nasconde la colpa del Governo degli Stati Uniti che hanno agito mediante il Dipartimento di Stato, e la stessa Ambasciata USA a Tirana, per curare il progetto di smaltimento delle munizioni. Un progetto che, non solo non è stato portato a termine come è stato dichiarato in maniera falsa, ma che è stato gestito commettendo una serie di gravissime violazioni. Dal mancato controllo delle attività di formazione del personale, alla totale assenza di misure precauzionali in difesa dei lavoratori, sino all'assoluta mancanza di sicurezza nelle operazioni di trasporto e di custodia delle munizioni. Tali crimini vengono ancora di più aggravati dall'esistenza di prove che dimostrano che la Southern Ammunition ha semplicemente lucrato su degli armamenti che avrebbe dovuto smontare e mettere in sicurezza, acquistando e rivendendo tonnellate di munizioni. Le colpe e le responsabilità crescono a dismisura coinvolgendo società e politici, ma nessuno mai potrà pagare per la distruzione di un villaggio e delle vite di intere famiglie. Ma, nonostante le evidenze delle prove, il Governo Americano, la Southern Ammunition, e l'Ambasciata USA di Tirana negano qualsiasi coinvolgimento nella strage di Gerdec, e puntano il dito sull'Albania, sul Governo e sul popolo albanese. Molti hanno avvalorato l'ipotesi del sabotaggio, per impedire l'ingresso dell'Albania all'interno della Nato, altri invece di un attacco terroristico. In realtà, l'episodio di Gerdec è solo uno dei tanti crimini degli Stati Uniti e delle potenti società che costituiscono il braccio armato delle entità economiche. Disprezzando completamente i diritti dei popoli, mercificando le persone e facendo di esse carne da macello, senza alcuna pietà. E così mentre i Ladroni continuano ad arricchirsi, lasciando dietro di sé solo distruzione, un semplice operaio continuerà a lavorare per soli 100€ al mese, vendendo per pochi denari la propria vita.

19 marzo 2008

Il paradiso artificiale svizzero


La Svizzera non è solo un grande paese di civiltà e di efficienza, ma è anche, e soprattutto, il lato oscuro e occulto della Comunità Europea e del sistema finanziario e bancario. E' un vero e proprio ecosistema costituito da fiduciari, avvocati d'affari, notai e soprattutto da Banche, che rappresentano il centro di potere di ogni settore.

Il mondo conosce da anni la Svizzera come il Paese del cioccolato e della grande civiltà, dove la popolazione ha un alto concetto del rispetto altrui e verso la Nazione. In un certo senso è così, considerando che la Svizzera è un mosaico di Cantoni con una propria autonomia amministrativa che funziona in maniera eccellente ed efficiente. Poi esiste l'altra Svizzera, quella occulta, che è formata da fiduciari, da avvocati d'affari, da notai e soprattutto da Banche. Le Banche sono il vero centro di potere, e tutto ruota intorno a loro, persino la politica e la stessa magistratura, che si vedono costretti a fare i conti con i colossi finanziari, sottomettendosi alle regole imposte dagli interessi bancari. Tutti lavorano per le Banche, e per loro tutti si prestano senza il minimo scrupolo alle più terribili operazioni che il più delle volte vede vittime sacrificali, come capri espiatori, cittadini privati di nazionalità non svizzera.

Innanzitutto vi sono i fiduciari, che mettono a disposizione i propri uffici e le proprie strutture, facendo da ponte tra le grandi banche e il sottobosco illegale, formato da fantomatici brokers squattrinati che, "per tirare a campare" si impegnano a procacciare clienti, più o meno danarosi, che piano piano vengono spogliati di tutti i loro averi: nel momento in cui varcano la frontiera svizzera, sono completamente nelle mani dei fiduciari o degli avvocati d'affari. Ad un livello più elevato, vi sono gli avvocati d'affari e i notai, che costituiscono una vera e propria élite. Una categoria che, sebbene di presenti in una forma più rassicurante, è invece la categoria più pericolosa, in quanto, essendo un ordine di casta, è molto più spavalda e arrogante. Il potere che racchiudono nelle loro mani è davvero grande, che , al confronto, quello degli avvocati e dei notai italiani non è nulla. Questo perché sono direttamente collegati con le Banche, racchiusi in un circuito di affari e di collaborazioni molto strette. Non a caso, in Svizzera non esiste nessun avvocato che combatte il sistema bancario e quando questo accade, chi osa sfidare il sistema viene completamente isolato e additato: tutti i canali e i contatti si chiudono, nessuno vuole più lavorare con l'avvocato che si è permesso di attaccare una banca.

Allo stesso modo, anche il sistema giudiziario svizzero svolge un ruolo di protettorato e di sorveglianza, in una continua situazione di conflitto di interesse. I magistrati e i procuratori non sono altro che avvocati, i quali, al termine del suo mandato nella magistratura, divengono gli avvocati d'affari delle Banche. In Italia e nel mondo si discute molto del conflitto d'interesse da parte di imprenditori e di magistrati che vanno a ricoprire ruoli pubblici, prestando molta attenzione che questi abbandonino le proprie attività durante il mandato, o che non riprendano i loro affari una volta terminato il loro compito. Considerando quanto accade in Svizzera, come può un magistrato o un procuratore pubblico essere considerato imparziale e al di sopra delle parti, quando deve pronunciarsi in un processo che vede come imputato una Banca, e in alcuni casi, la Banca più importante della Svizzera? È ovvio che il giudice, in questo caso, è in qualche modo condizionato nell'emettere una sentenza contro una banca che potrebbe diventare in futuro un importante cliente. Il conflitto di interesse è evidente, tuttavia il sistema lo tollera e lo incentiva, in maniera tale che il cerchio possa chiudersi ad un certo punto. Sarebbe interessante sapere quante denunce e quante sentenze sono state emesse da tribunali svizzeri negli ultimi dieci anni contro gli Istituti bancari.

Bisognerebbe così iniziare a capire che la Svizzera non è poi quel Paese democratico e trasparente che tutto il mondo crede, anzi, al contrario. La Svizzera è lo Stato per eccellenza in cui la Giustizia è legalmente "ingiusta": qualsiasi cittadino non svizzero è considerato dalla comunità come un extracomunitario, senza alcun diritto e senza alcuna tutela. Provate, infatti, a mettervi contro un cittadino svizzero, e andrete incontro a seri problemi mentre il vostro avversario non subirà alcuna conseguenza. Allo stesso mondo, qualora proviate e scontrarvi con una Banca, verrete completamente massacrati e privati di tutto ciò che vi appartiene, compresa la vostra dignità. E pensare che questo piccolo fazzoletto di terra è nato con i soldi di tutto il mondo, è cresciuto con il libero commercio di ogni prodotto che era invece vietato in altri Paesi vicini. Infatti in Svizzera tutto è definito libero mercato: sigarette, marijuana, armi, materie prime di ogni genere, valuta più o meno lecita. Infatti, mentre in Italia versare 100.000 € equivale ad essere sottoposto a centinaia di pressanti controlli anti-riciclaggio, in Svizzera, e nel vicino Principato del Lichtenstein, confluiscono milioni di euro non dichiarati ad alcuna autorità nazionali.

Solo oggi, a distanza di anni certi loschi giri di denaro cominciano a riaffiorare, a causa delle violente speculazioni che hanno compromesso la stabilità delle borse mondiali e dei governi, o delle tangentopoli che vengono scatenate contro le classi politiche. È giunto invece il momento che i media e le autorità giudiziarie cominciassero ad affrontare seriamente il problema dei paradisi fiscali e bancari della Comunità Europea. I nostri grandi beniamini della televisione dovrebbero prestare la loro attenzione ad altro, e non annoiarci tutte le sere con le solite storielle delle truffe di Silvio Berlusconi, come Michele Santoro e Marco Travaglio, o il nostro caro Beppe Grillo che con i suoi proclami perbenisti contro le multinazionali continuano a collezionare onorificenze delle grandi fondazioni. Il fulcro del nostro sistema economico si accentra nelle grandi speculazioni e le grandi fughe di capitali in quei paradisi artificiali come la Svizzera e il Lichtenstein, dove ogni autorità nazionale e internazionale scompare, sotto le direttive di potenti centri di potere.