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20 luglio 2011

Un potere economico che cade


Roma - L'inchiesta sul caso del San Raffaele e del suo coinvolgimento in circoli finanziari oscuri condotto circa 3 anni fa dalla Etleboro ONG, scoppia su Il Sole 24 Ore. Con l'articolo Fondi dubbi da Vaduz a Cracovia , il quotidiano porta così a conoscenza del grande pubblico i labirinti di un potere economico che sta cadendo, citando quei documenti che dimostrano inequivocabilmente come l'istituzione del San Raffaele ha costruito il suo impero finanziario, poi rovinosamente sfociato in un debito di 1 miliardo di euro. "Faccendieri, avvocati d'affari, personaggi d'ogni risma entrano in scena nei primi anni Duemila nel progetto dell'ospedale di Cracovia che don Luigi Verzè si è impegnato a realizzare con un accordo tra il ministero del Tesoro polacco e l'Associazione internazionale per la solidarietà tra i popoli, l'Aispo", scrive il Sole 24 ore, ricostruendo quel filo conduttore che univa Milano a Cracovia, e che si conduce inevitabilmente all'arcivescovo Karol Wojtyla. "Ad accendere per primo i riflettori sui finanziamenti per Cracovia è il sito web Etleboro, un'organizzazione non governativa gestita da Michele Altamura (giornalista esperto di Balcani), il quale denuncia il coinvolgimento del San Raffaele nella ricerca di fondi di origine incerta con la copertura di scatole vuote domiciliate in Svizzera e in centri offshore come le Isole Vergini Britanniche e l'isola-Stato di Niue, nel Pacifico. Etleboro scrive di «personaggi coinvolti in affari di riciclaggio di denaro e di truffe finanziarie» che sarebbero stati utilizzati dalla Aispo e dalla Joseph Foundation di Vaduz (in Lichtenstein), anch'essa presieduta da don Verzè, per reperire soldi da destinare al futuro ospedale di Cracovia".

I documenti in questioni evidenziano anche i nomi di mediatori collegati all'ex presidente del Montenegro Milo Djukanovic, ma anche di investitori sauditi, così come di società fiduciarie della Svizzera. Una complessa struttura finanziaria era stata costruita per veicolare così verso il San Raffaele fondi come un pozzo senza fondo. Ci sono voluti tre anni perchè quanto detto dalla Etleboro venisse capito, e forse se il nostro invito rivolto agli inquirenti fosse stato ascoltato le cose sarebbero andate diversamente. La Etleboro venne così definita complottista, non avendo infatti la forza di poter andare fino in fondo alla faccenda e spiegare tutta la verità, perchè poteva uscirne schiacciata. I fatti ci hanno dato ragione ed ora restiamo così a guardare con un sistema economico, fondato sulle speculazioni e sul debito, cade trascinando con sé banche e faccendieri, ma anche politici e funzionari, che si sono illusi di poter mercificare lo Stato.

18 luglio 2011

Il Vijesti indaga sul Caso Mattei?


Roma - Dopo anni di silenzio, sembra che il quotidiano di Podgorica Vijesti stia conducendo oggi un'inchiesta sul Caso Mattei, per portare alla luce la complessa storia delle connessioni finanziarie tra Montenegro e Svizzera. Una storia che tuttavia era già nota ai media di Belgrado (si veda Glas javnosti - 15 ottobre 1999 ), che denunciavano l'esistenza di una Sentenza della Corte d'appello del Canton Zurigo, alla fine di aprile di quest'anno, che condannava la Podgoricka Banka a pagare 10 milioni di dollari ad un broker che ha fornito al Governo del Montenegro collaterali del valore di un miliardo di dollari. Nasce così nel 1999 il 'Caso XY' per identificare una controversa indagine dai tanti elementi oscuri, tra cui il fatto che il Montenegro riceveva un rilevante finanziamento nonostante la Jugoslavia fosse sottoposta ad embargo finanziario. Nel 2007 il caso viene ripreso dalla Etleboro che pubblica tutti i documenti connessi a quello che diventerà 'Caso Mattei'.

Con un ampio dossier, vengono descritte le operazioni commerciali e finanziarie effettuate negli anni 1996/97 e cioè in piene sanzioni finanziarie per la Federazione della Jugoslavia, nonchè la sentenza del Tribunale Civile di Zurigo, che conferma l'esistenza di un credito in capo ad Oriano Mattei, che dovrà essere versato dalla Podgoricka Banka. Esistono inoltre tre garanzie governative, firmate dall'allora Ministro degli Esteri montenegrino, per il compenso del broker che ha seguito la transazione. Gli stessi documenti furono portati all'attenzione dei media montenegrini, come il DAN e il Monitor, che hanno pubblicato un loro reportage, al contrario del Vijesti che non ha mai risposto. La stessa documentazione venne inviata al deputato PZP Nebojsa Medojevicche, dopo vari tentativi andati a vuoto - pare che non avesse ricevtuo l'e-mail o abbia avuto 'problemi tecnici' con la posta elettronica - non ha preso in seria considerazione la grande importanza di questo caso. Nella nostra indagine abbiamo contattato anche la OLAF, la quale anch'essa non ha risposto.



Da quel momento, è stato un susseguirsi di richieste di informazioni e di contatti da parte di fantomatici giornalisti e strani personaggi, che però si sono rivelati tentativi inconcludenti. Sono state assoldate anche associazioni e organizzazioni, come la Rete per l'affermazione delle ONG (MANS), che ha sferrato un'agguerrita campagna di lotta contro la corruzione, sviando l'attenzione sulle connessioni affaristiche tra Montenegro e Italia, forse per evitare di descrivere quelle tra Podgorica e Washington. Così, sino ad oggi, il Caso Mattei è stato volutamente ignorato, forse perchè non utile alle logiche di propaganda e alle campagne mediatiche studiate a tavolino dai media e dalle forze di opposizione del Montenegro. Ci chiediamo quindi cosa sia cambiato, e per quale motivo si vuole oggi rilanciare un caso che fino a poco tempo fa veniva quasi considerato inesistente. Eppure la sentenza di Zurigo è reale, come reale è stato il pagamento di un acconto dei famosi 10 milioni di dollari stabiliti dalla Corte. La macchina mediatica, che è stata fermata dopo le prime pubblicazioni, oggi è stata riattivata per sfruttare questo caso a proprio vantaggio e colpire determinati personaggi come capri espiatori. Non caso, dopo il fallimento della campagna di attacchi e denigrazioni nei confronti degli investimenti energetici italiani in Montenegro, il Vijesti si sta spingendo sul Caso Mattei, nonostante fosse da tempo in possesso del materiale. I timori sulla sua strumentalizzazione sono più che motivati, nutrendo così il lecito dubbio che i giornalisti montenegrini siano davvero interessati alla verità. Questo dovrebbe anche far riflettere sul perchè si ribatte continuamente sulla libertà dei media e della stampa in Montenegro, nonostante sia davvero ampia, se non fuori controllo.

13 luglio 2011

Evitato incidente diplomatico Tirana-Bucarest grazie ad un hacker serbo


Roma - Il rocambolesco episodio della notizia falsa sui presunti insulti del Presidente romeno Traian Basescu rivolti al popolo albanese ha assunto toni esasperati con tratti davvero surreali. L'operazione di disinformazione da parte di un anonimo personaggio e sedicente giornalista sembra sia riuscita grazie all'ingenuità dei media albanesi e kosovari, e all'impreparazione di un portale italiano, che ha fatto passare una notizia senza verificare la fonte che, a nostro parere, è senz'altro uno pseudonimo di un giornalista inesistente, ricercato tra l'altro dalle televisioni della Romania. Tutto ciò che è stato detto successivamente, ossia che la notizia sarebbe stata 'infiltrata' da un hacker serbo, è ancora più assurdo rispetto alla stessa notizia. Infatti per nascondere il madornale errore, si è preferito riversare la colpa sul solito 'hacker serbo' che ha sferrato un attacco spinto da 'pulsioni nazionalistiche'. Eppure, interrogato dall'Osservato Italiano sulla fonte della notizia, il media italiano “julienews.it” ha detto che avrebbe contattato il giornalista per verificare le notizia, confermando di essere a conoscenza dell'articolo pubblicato, del nome dell'autore e delle modalità di pubblicazione. Lasciando nel silenzio la nostra richiesta, il media italiano ha preferito cancellare la notizia, che è rimasta però nel cached del motore di ricerca. Dunque dubitiamo seriamente della bufala detta per nascondere il proprio errore, anche perchè è comprensibile l'attacco, ma che siano riusciti a capire anche l'etnia è ancora più fantascientifico.


La parte più surreale di tutta questa storia, è che la notizia è giunta non solo al Premier Hashim Thaci, ma anche alla diplomazia albanese che ha convocato l'ambasciatore romeno a Tirana per fornire chiarimenti, per poi costringere lo stesso Ministero degli Esteri romeno a smentire pubblicamente la veridicità della notizia che era senza dubbio falsa. L'incidente diplomatico era quasi inevitabile, e per fortuna è sbucato un hacker serbo a salvare la pelle allo stormo di 'giornalisti già in vacanza'. La vera storia raccontata dall'Osservatorio Italiano è stata volutamente ignorata, nonostante sia stata la chiave per risolvere il giallo prima ancora che scoppiasse un 'caso diplomatico'. La reazione è stata infatti istantanea e coordinata tra Roma e Bucarest, per fermare una notizia che avrebbe dovuto far accendere una polemica sterile e senza senso. Questi 'volani di sterco' sono episodi inevitabili per chi non ha referente sul territorio e pubblica notizie di Agenzia con un mero "copia e incolla". Gli stessi 'professionisti dell'informazione' poi pretendono di fare i monitor delle nostre imprese all'estero e delle istituzioni italiane. E' evidente che siamo "in ottime mani" e che i soldi pubblici vengono sempre ben spesi, grazie all'intervento della Confindustria, delle ONG, della Cooperazione Italiana, e quant'altro.


12 luglio 2011

Basescu e il Kosovo: disinformazione e mitomani

Roma - Da un portale italiano rimbalza sui media albanofoni la notizia di chiara disinformazione relativa ad una dichiarazione del Presidente Traian Basescu che va a commentare il rifiuto al riconoscimento del Kosovo. L'articolo in questione riporta un intervento di Basescu che fa riferimento agli albanesi del Kosovo, senza però fornire dati che vanno a contestualizzare quelle parole, che tra l'altro non hanno alcun riscontro nei media romeni o nelle fonti ufficiali di Bucarest. La notizia, che va quindi a screditare ed inquinare l'atteggiamento ufficiale della Romania nei confronti del riconoscimento del Kosovo, deve considerarsi falsa, oltre ad essere diffamante e pericolosa, Il testo reca la firma di un redattore che si presenta come "Costel Antonescu, giornalista di Realitatea Tv o di Telenews", che già lo scorso anno fece pubblicare su quotidiani, portali e blog di orientamento politico di destra un articolo dal titolo "I Rom non sono romeni".

Il portale romeno Telenews, contattato dall'Osservatorio Italiano, smentisce ogni collegamento con Costel Antonescu, mettendo persino in serio dubbio la sua professionalità, minacciando di querelarlo per aver utilizzato abusivamente il nome del loro media. Dai pochi dati disponibili, si viene a sapere che si tratta di un blogger di nazionalità romena che vive a Bologna. Quindi, le scarse informazioni sull'identità e sulla carriera di tale sedicente giornalista, fanno sorgere molti dubbi sul suo accreditamento presso i media, restando così un blogger che crea disinformazione e tenta di infiltrare quotidiani e tv con scoop falsi, ma credibili al punto da attirare l'attenzione dei malcapitati. Un caso questo molto simile al mitomane Pietro Zannoni, responsabile della pubblicazione sui grandi media italiani della notizia sulla morte di Rugova o l'arresto di Mladic e Karadzic. Tecniche queste che i russi definivano "dezinformacija", che mettono così alla prova la rete di interconnessione dei media e i tempi di risonanza di una notizia.

05 luglio 2011

I processi a L'Aja: una fabbrica di kamikaze


L'Aja - Mostrato come un trofeo e deriso con disprezzo dai media internazionali. Così si chiude lo spettacolo della seconda udienza del processo dinanzi al Tribunale dell'Aja contro l'ex Generale Ratko Mladic, espulso dall'Aula con superbia e indifferenza, senza notare di avere dinanzi a sé un uomo malato, che non è in grado di difendersi o di affrontare in maniera lucida le discussioni. Che democrazia è quella che permette dall'umiliazione di un uomo anziano e malato, non più in possesso delle proprie facoltà mentali, lasciando che i media infieriscano in maniera brutale. "Lo show di Mladic in aula" scrive Repubblica, "Mladic: disturba e si rifiuta di rispondere" titola l'Agenzia ASCA, "Mladic sprezzante a Corte Aja" afferma Libero-News: mettono così Mladic sulla forca, dimenticando però affiancare al banco degli imputati quel esercito ONU che ha occultato la verità sullo scontro di Srebrenica. Trasmettendo in tutto il mondo una simile farsa non si vuole altro che dimostrare che i milioni di dollari stanziati per le ricerche e i processi di crimini di guerra hanno infine portato alla 'giustizia'. Ci chiediamo allora perchè il processo agli imputati dell'11 Settembre non è stato mondato lo stesso spettacolo mediatico internazionale, come se fosse stato secretato. La giustizia nei Balcani e la condanna della Serbia non ha forse lo stesso valore del 'trionfo' della lotta al terrorismo?

E' questo il clima della disinformazione, che fa da anti-camera alle strategie di destabilizzazione, innescatesi con il fallimento delle campagne mediatiche di diffamazione e criminalizzazione. I popoli dei Balcani sono stanchi delle petizioni e delle ONG che 'lottano per crimini di guerra', non credono più alle storie delle madri di Srebrenica, non credono più a personaggi come Natasha Kandic, né nella giustizia dell'Aja, dinanzi alla quale solo i Governi si piegano perchè tengono di più all'integrazione e allo sviluppo, piuttosto che all'orgoglio nazionalista. Scatta tuttavia una nuova fase, quella in cui l'umiliazione di un ideale e l'offesa del sacrificio di vite umane può diventare una "fabbrica di kamilaze". Viviamo in tempi in cui ogni manifestazione diviene occasione per scatenare una guerriglia urbana, all'interno delle quali si infiltrano mercenari che non hanno nulla a che fare con i movimenti 'no-global'. La guerra occidentale è quella delle periferie, delle banlieuex, dei presidi. Al contrario quella balcanica si annida e verrà scatenata quando il fallimento della comunità internazionale diventerà evidente.

01 luglio 2011

Fallisce Rekom: la cacciata di Natasa Kandic


Banja Luka - Natasa Kandic, storica protagonista delle campagne mediatiche occidentali nei Balcani per i crimini di guerra, lascia la Rekom dopo forti critiche e dure accuse. Il fallimento della raccolta delle firme o la malversazione dei fondi stanziati non sono l'unica causa ad aver dettato il licenziamento della 'madre di tutte e madri' della disinformazione nei Balcani. La pubblicazione degli articoli da parte dell'Osservatorio Italiano si sono rivelati delle granate, in quanto hanno innescato tra i media locali dei Balcani un'ondata di contro-informazione e di attacchi contro la Rekom, all'interno di forum, socialnetwork e dibattiti, per poi espandersi a macchia d'olio con il boicottaggio e lo smantellamento dei chioschi nelle strade. Il grande conflitto di interesse della Rekom e la malafede di questo esercito di 'fondamentalisti democratici', strafinanziati da Soros, è divenuto sempre più evidente ed inaccettabile. E' evidente quindi che il messaggio trapelato tra i media è giunto ai vertici, che si sono così visti costretti a chiudere la questione prima di una emorragia che potrebbe colpire anche le altre iniziative intraprese dallo stesso gruppo di potere. Rekom infatti è solo la punta di una piramide di disinformazione dilagante, che attraverso una fitta rete di ONG e Associazioni si aggancia ad ogni questione e polemica, da sfruttare a proprio vantaggio per attaccare progetti energetici e concessioni a 'società estranee'.

Per quanto riguarda la Kandic, c'è ben poco da dire. Per anni è stata citata dai media internazionali come portavoce della lotta ai crimini di guerra commessi dai serbi, finanziando il suo Centro dei Diritti Umani a Belgrado, ben consapevoli che era un "utile idiota" da usare al momento opportuno. Veniva dipinta dai media amici come una 'eroina europea' solo perchè dava loro qualche spicciolo o qualche gita per partecipare al Gay Pride, visto che qualche Direttore è molto sensibile a queste tematiche, come 'test di democrazia dei Paesi' che vogliono l'integrazione. Dopo il lancio dell'iniziativa volta a creare una commissione regionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia, quale miglior portavoce poteva essere scelto se non la Kandic, sempre avida di denaro e 'affamata di democrazia diretta'. Qualcosa però non ha funzionato stavolta, visto che la maggior parte delle firme sono state raccolte in Serbia, in Montenegro e nella Srpska, insomma tra il popolo serbo e non quello bosniaco o kosovaro. Al momento di mettere le firme, chi ha fatto secondo loro il genocidio voleva un processo dei crimini, e invece chi dice di averlo subito, non è andato a firmare. A questo punto, chi finanziava tutta la baracca evidentemente avrà capito che con le chiacchiere non avrebbero ottenuto molto, anche perchè per anni hanno orchestrato una campagna diffamatoria nei confronti dei serbi. Alla fine la Kandic ha perso 'per un pelo' la sua opportunità di rilanciarsi, come la sua esimia collega Carla del Ponte, rinnegata persino dalla Svizzera e dal Canton Ticino. Questo serva però da monito alle ONG italiane, che pensano di poter restare sul carro dei vincitori per sempre, parlando semplicemente di crimini di guerra, di 'democrazia' e integrazione. Bisogna stare molto attenti a mettersi in certi giochi, i tempi sono cambiati e sono rapidissimi. Non siamo degli sprovveduti come credete, il vostro tempo è finito e con i conti alla mano siamo pronti a smantellare l'ennesimo progetto di speculazioni. I soldi sono tutti uguali, dipende da chi li prende e come li prende