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31 luglio 2008

La pena di morte nel Trattato di Lisbona?


Un report di analisi sul Trattato di Lisbona per spiegare uno tra gli aspetti controversi e ambigui del testo del trattato semplificato che sostituisce il progetto della Costituzione Europea. Il corpus del Trattato di Lisbona crea infatti un vero e proprio guazzabuglio su un argomento così delicato, che è la "privazione della Vita del Cittadino ", o in altre parole la pena di morte, che diventa in qualche modo "lecita" dinanzi a particolari condizioni.

Il “Trattato di Lisbona” è un corpus di più documenti che vanno a rivoluzionare completamente l’assetto del nostro continente. Comprende la vecchia Costituzione europea, bocciata da Francia ed Olanda, praticamente in toto a meno di qualche elemento di cosmesi di facciata e vari altri documenti che assimilano e modificano i precedenti. Riguardo la questione della Lecita Privazione della Vita del Cittadino da parte dello Stato i documenti fondamentali a cui si farà riferimento sono:
1. il Trattato sull’Unione Europea (TUE)
2. la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea
3. la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU)
In questo ambito il corpus del Trattato di Lisbona crea un vero e proprio guazzabuglio. Su un argomento così delicato, l’unica chiara ed inequivocabile risposta della nostra cultura europea, scaturita da secoli di lotte contro l’oppressione (Jhon Locke, 1690, Saggio sull’intelletto umano) è che la privazione della Vita del Cittadino è proibita e lo Stato non deve in nessun modo poterlo fare impunemente. E’ solo grazie alla lezione del Prof. Karl Albrecht Schachtschneider, Professore di Diritto all’Università di Erlangen-Nürnberg, che è possibile ricostruire con competenza il quadro completo.
Attualmente è disponibile in rete la Versione Consolidata del trattato, ovvero la versione completa in cui è stato sostituito tutto il “taglia e cuci” della precedente. Nonostante il processo di ratifica del Trattato in Europa sia iniziato nei primi mesi del 2008 (in Francia a Febbraio), la versione disponibile fino a Maggio comprendeva alcune centinaia di pagine incomprensibili tutte fatte di rimandi, correzioni e sostituzioni, note a piè di pagina assolutamente incomprensibile per i più, francesi compresi.
Ebbene la Versione consolidata del Trattato sull’Unione Europea dice:

Articolo 2
L'Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini.

Articolo 6, paragrafi 1 e 2
1. L'Unione riconosce i diritti, le libertà e i principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea del 7 dicembre 2000, adattata il 12 dicembre 2007 a Strasburgo, che ha lo stesso valore giuridico dei trattati.
Le disposizioni della Carta non estendono in alcun modo le competenze dell'Unione definite nei trattati.
I diritti, le libertà e i principi della Carta sono interpretati in conformità delle disposizioni generali del titolo VII della Carta che disciplinano la sua interpretazione e applicazione e tenendo in debito conto le spiegazioni cui si fa riferimento nella Carta, che indicano le fonti di tali disposizioni.
2. L'Unione aderisce alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (detta CEDU, ndr). Tale adesione non modifica le competenze dell'Unione definite nei trattati.

Inoltre il fatto che l'Unione aderisca alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali è ribadito anche nel Protocollo n°8 intitolato "relativo all'articolo 6, paragrafo 2 del Trattato sull'Unione Europea sull'adesione dell'unione alla convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali". Infine:

Articolo 51
I protocolli e gli allegati ai trattati ne costituiscono parte integrante.

Fin qui, parrebbe tutto come di consueto: viene tutelata la libertà dell’individuo, il pluralismo e sono rispettati i diritti umani inalienabili, tanto che l’Unione aderirebbe alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (come se la carta dei Diritti Fondamentali dell’Uomo dell’ONU non bastasse più…).
Occorre però osservare che integrata nel Trattato sull’Unione Europea, vi è anche la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, la quale recita:

Articolo 2
Diritto alla vita
1. Ogni individuo ha diritto alla vita.
2. Nessuno può essere condannato alla pena di morte, né giustiziato.

Ma anche

Articolo 52, paragrafo 3
Portata dei diritti garantiti
3. Laddove la presente Carta contenga diritti corrispondenti a quelli garantiti dalla convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (detta CEDU), il significato e la portata degli stessi sono uguali a quelli conferiti dalla suddetta convenzione. La presente disposizione non preclude che il diritto dell'Unione conceda una protezione più estesa.

Questo passaggio è fondamentale perché di fatto si sancisce la pariteticità tra Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) laddove le due carte trattano gli stessi argomenti.
Quest’ultima, a dispetto del nome, presenta diverse contraddizioni che minano completamente le basi precedentemente poste, infatti la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) dice:

Articolo 2 - Diritto alla vita
1. Il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge. Nessuno può essere intenzionalmente privato della vita, salvo che in esecuzione di una sentenza capitale pronunciata da un tribunale, nel caso in cui il delitto è punito dalla legge con tale pena.
2. La morte non si considera inflitta in violazione di questo articolo quando risulta da un ricorso alla forza resosi assolutamente necessario:
1. per assicurare la difesa di ogni persona dalla violenza illegale;
2. per eseguire un arresto regolare o per impedire l'evasione di una persona regolarmente detenuta;
3. per reprimere, in modo conforme alla legge, una sommossa o una insurrezione.

E’ da notare che non esiste una definizione di sommossa o insurrezione!!! Quindi le forze di polizia hanno la massima opinabilità in questo frangente! La sommossa sono i valsusini che non vogliono respirare amianto e uranio? Sono i vicentini che non vogliono 90 testate nucleari pronte a distruggere l’Iran in casa propria? Sono i cittadini di Chiaiano che non vogliono gli sversamenti abusivi di rifiuti tossici o radioattivi? Sono i Ferraresi che non desiderano un triplo cancronizzatore? O chi di noi domani quando vedrà calpestato selvaggiamente un proprio diritto fondamentale

Inoltre aggiunge nel sesto protocollo aggiuntivo:

Articolo 1 - Abolizione della pena di morte
La pena di morte è abolita. Nessuno può essere condannato a tale pena né giustiziato.

Articolo 2 - Pena di morte in tempo di guerra
Uno Stato può prevedere nella sua legislazione la pena di morte per atti commessi in tempo di guerra o in caso di pericolo imminente di guerra; tale pena sarà applicata solo nei casi previsti da questa legislazione e conformemente alle sue disposizioni. Lo Stato comunicherà al Segretario Generale del Consiglio d'Europa le disposizioni rilevanti della legislazione in questione.

Conclusioni:
-la pena di morte è ovunque abolita in tempo di pace, per cui gli Stati che la dovessero prevedere allo stato attuale la devono abolire. Ad ogni modo, nella transizione verso l’abolizione non infrangono il Trattato di Lisbona se la comminano a causa dell’articolo 2 del CEDU.
-la pena di morte può essere introdotta in tempo di guerra. Certo è che grazie al patto di mutuo soccorso fra gli stati europei in casi di attacchi terroristici, una nazione può in un attimo trascinare le altre in guerra, quindi la probabilità che anche la provincia italiana si trovi perennemente in stato di guerra è rilevante
-è gravissimo e subdolo che l’articolo 2 del CEDU permetta di sparare sulla folla impunemente. Qui non si parla di pena di morte ma di uccidere barbaramente nel tumulto! Nei casi di pena di morte in tempo di guerra, per lo meno, c’è un processo, degli avvocati, un dibattimento. In questo caso no: è tutto immediato, senza razionalità, è pura barbaria! Se il comandante impartisce l’ordine, i sottoposti possono ammazzare i manifestanti, se un celerino nel tumulto, magari preso da paura, comincia a sfasciare crani e costole all’impazzata senza più alcun controllo, lo potrà fare. Tutto ciò perché non vi è alcuna definizione di “ricorso alla forza resosi assolutamente necessario”.
Non è possibile accettare una simile legge perché la vita del cittadino è inviolabile! Ed è offensivo che i nostri politici lascino tanta indeterminatezza ed opinabilità su un argomento tanto delicato!
Fatto così, no al Trattato di Lisbona!!!

Stefano Cantelli

30 luglio 2008

Il grido di dolore di Belgrado


Decine di migliaia di persone sono scese in piazza a Belgrado per manifestare contro l'arresto cattura e l'estradizione dell'ex leader serbo Radovan Karadzic. La città sembra blindata, con imponenti cordoni di agenti intorno alla Piazza della Republica di Belgrado, Trg Republike, e stabilendo quasi un coprifuoco nella città. L'ambasciata americana a Belgrado ha deciso di chiudere le sue porte con delle ore di anticipo, mentre Belgrado si chiude in uno strano silenzio squarciato dalle grida dei manifestanti. Tra i cortei spiccano cartelli che inneggiano alla "Libertà per la Serbia", e ben presto la protesta si trasforma in una guerriglia notturna dopo l'infiltrazione di gruppi violenti di hooligans.

Con una manifestazione a cui hanno partecipato circa 15.000 persone, il popolo serbo dice "No" ai ricatti dell’Unione Europea e alle manipolazioni di una classe politica che ha tradito la Serbia. Il partito radicale serbo, definito dai media occidentali come estremista e ultra-nazionalista, è riuscito comunque a trascinare nelle piazze il popolo che si sente insoddisfatto e deluso, ma soprattutto tradito e venduto ai mercenari in cambio di quella integrazione "democratica" a cui non si può rinunciare. Tra bandiere della Serbia, ritratti dell’ex Presidente Radovan Karadzic e simboli della Serbia, si alza il grido della folla contestata dai media contro Ivica Dacic e Boris Tadic. Per tale motivo è stata una vera e propria manifestazione censurata da tutti quei giornalisti pappagalli, schiavi della carta di credito e servi del loro padrone, che dopo averci martellato di storie paranoiche sulla vita alternativa di Radovan Karadzic, non hanno neanche il coraggio di dire che la gente scende in piazza per contestare.

Per rendere ancora più credibile la tesi dell’estremizzazione della protesta e dei movimenti serbi, la manifestazione pacifica prende improvvisamente le forme di una guerriglia urbana, nella quale gruppi di hooligans aggrediscono le forze di polizia, rompendo le vetrine dei negozi, gettando pietre e molotov. Gli agenti rispondono con lacrimogeni e pallottole di gomma, colpendo anche civili e gli stessi parlamentari che avevano deciso di aderire la festa, tra cui il Segretario Generale del Partito Radicale serbo Aleksandar Vucic. In realtà, non poteva non avvenire uno stravolgimento della situazione, grazie proprio dall’intervento di gruppi estremisti, che sembrano in qualche modo infiltrati tra i gruppi di manifestanti pacifici, al punto che gli stessi organizzatori vengono sorpresi dall’evolvere degli eventi. Tuttavia, anche se la stampa occidentale si è subito affannata a dipingere la protesta come uno sfogo di movimenti estremisti e violenti, vi sono dei fatti oggettivi innegabili, ossia che qualcosa scricchiola e si sente il cedimento di un sistema tenuto in piedi su bugie e falsità. Tadic, che si è venduto al punto che anche la sua stessa famiglia prende le distanze da tali decisioni, ha perso credibilità tra il suo popolo, ed è divenuto una merce nelle mani degli eurocrati e delle menti raffinate di Stati Uniti e Gran Bretagna. Sicuramente la Serbia ha avuto il peggior Presidente della sua storia, un uomo che viene anche chiamato traditore dalla sua stessa famiglia.

Allo stesso tempo, vediamo persone come il fratello di Radovan Karadzic, Luka, sempre più combattivo e pronto a difendere quello che un tempo era il Presidente di tutti i serbi di Bosnia. Traditori sono tutti coloro che si stanno prestando a questo gioco, dai politici agli agenti dei servizi e di polizia, sino ai giornalisti che come delle prostitute sono pronti a darsi al maggiore offerente. Hanno creato in questi giorni solo spettacoli mediatici del tutto falsi, lanciando grandi titoli ad ogni piccola informazione strappata con il denaro e l’inganno a qualche testimone o funzionario desideroso di fama, costruendo grandi manifestazione e proteste laddove vi erano solo poche decine di persone, e infine lasciando il silenzio dinanzi alle contro-proteste del vero popolo serbo. La stampa, da parte sua, ha così commesso il suo atto terroristico, nascondendo crimini finanziari, accreditando personaggi, esaltando crimini e genocidi per poi rivenderli sui tavoli dei consigli di amministrazione, oppure barattarli nei tender per le concessioni. Mentre la rabbia si scatena, giorno dopo giorno diventa sempre più rovente e di alza un'escalation di violenza, mentre il Governo tenta in ogni modo di salvare la faccia e di recuperare almeno la dignità. L'effetto Karadzic sta prendendo senz’altro delle dimensioni incontrollate, il risentimento della popolazione si sta alzando sempre più mentre Tadic giura che riuscirà ad arrivare all’epilogo della situazione, che ha ancora dei sostegni e larghi consensi. Lo stesso Milorad Dodik non sa più cosa fare, perchè potrebbe impantanarsi da un momento all'altro perché la situazione sta diventando sempre più tesa in Bosnia dopo che le semplici dichiarazioni, si trasformano in vere intimidazioni a cancellare la Republika Srpska.

Rinascita Balcanica

29 luglio 2008

Chi vuole una Turchia destabilizzata?


E' di 18 morti e oltre 150 feriti l'ultimo bilancio dell'attentato dinamitardo che alle 21,45 (le 20,45 in Italia) della giornata di domenica ha colpito il quartiere Gungeron, sul lato europeo di Istanbul. Secondo il governatore della città Muammer Guler è convinto che si tratti di un "attentato terroristico", mentre ricadono i sospetti sul Pkk, mentre i curdi separatisti negano.

Un bilancio incerto sino alla fine quello delle vittime del duplice attentato che domenica ha scosso Istanbul, colpita due volte in rapida successione nel cuore commerciale di Gungoren, quartiere situato nella parte europea. Il numero dei morti è salito a 18 - gli ultimi due deceduti in ospedale – mentre quello dei feriti tocca ormai la quota 160. Un aggiornamento che si fa sempre più difficile proprio per le gravità dello stato in cui versano molti dei feriti, la maggior parte vittime della seconda esplosione, quella più potente. Come affermato da un testimone all’agenzia Associated Press, “la prima deflagrazione non è stata particolarmente violenta e molte persone sono accorse sul posto per vedere cosa fosse successo, finendo per essere travolte dallo scoppio del secondo ordigno”. A ventiquattrore dal duplice attentato le autorità della città sul Bosforo cominciano a tracciare piste ed escluderne altre: “Si tratta di un attacco terroristico – ha commentato il governatore di Istanbul, Muammer Guler – gli ordigni erano stati collocati nei raccoglitori dell’immondizia. È pertanto esclusa qualsiasi ipotesi di attentato suicida”. Nessun attacco kamikaze, insomma, come alcune fonti avevano in un primo momento riportato. Resta da chiarire, e non sarà facile, la matrice. Guler è stato cauto: “Non disponiamo ancora di informazioni sull’organizzazione che ne è responsabile”. Eppure sin dalle prime ore dopo l’attentato il dito è stato puntato sulla matrice curda. Fin troppo velocemente, le autorità di polizia hanno collegato l’atto terroristico al PKK, il Partito dei lavoratori del Kurdistan la cui sopravvivenza è messa a dura prova dalle incursioni delle Forze Armate turche ormai ufficialmente impegnate anche oltre il confine della Turchia, nelle aree irachene a maggioranza curda.

L’offensiva su larga scala contro la guerriglia del PKK, a detta di molti analisti, avrebbe potuto scatenare la reazione. Nulla di sorprendente: la guerriglia curda è stata già protagonista nel passato di attentati contro i civili, al punto che anche lo stesso Guler, seppure con tutte le cautele del caso, non si è sottratto all’ipotesi di un “certo legame tra l’accaduto ed il PKK”. Il coinvolgimento dei curdi è stato messo in relazione al bombardamento di alcune postazioni dei separatisti nel nord dell’Iraq da parte dell’aviazione di Ankara, avvenuta appena poche ore prima dell’esplosione. Nonostante le evidenti incertezze, la stampa turca ieri ha insistito sulla presunta matrice curda e l’opinione pubblica sembra essere orientata verso la pista che conduce al PKK. Ma sempre ieri, in mattinata, è giunta la secca smentita della dirigenza separatista. Tra tutte hanno un certo peso e credibilità le parole di Zubeyir Aydar, ex deputato curdo al parlamento turco. “Si tratta di un incidente dai contorni oscuri. Questo episodio non ha nulla a che vedere con la lotta per la libertà portata avanti dal popolo curdo. Non può essere fatta alcuna connessione con il PKK”, ha dichiarato l’attuale dirigente della sezione Politica del partito dei lavoratori del Kurdistan interpellato dall’agenzia pro curda Firat. La guerriglia nega con forza qualsiasi coinvolgimento nei fatti di Gungoren. Difficile dubitarne, anche perché gli attentati a firma curda sono sempre seguiti da una rivendicazione di responsabilità, e non il contrario come in questa occasione.

Più facile, per gli inquirenti, guardare in casa. Le antenne sono puntate in particolare sull’apertura, proprio ieri, del procedimento a carico del partito di governo, l’AKP, di cui fanno parte sia il primo ministro Recep Tayyp Erdogan, sia il presidente Abdullah Gul. L’accusa al vaglio della Corte costituzionale di Ankara è quella di aver svolto attività politiche contrarie alla laicità dello Stato, fondamento della Repubblica di Turchia. L’AKP, infatti, nasce e si muove su binari dichiaratamente confessionali e per la laicissima Turchia ciò si può tradurre nel tentativo di attentare all’unità statale. Gli atti terroristici potrebbero essere un monito all’indirizzo della suprema magistratura turca, ma anche delle Forze Armate che negli ultimi anni, dall’alto della loro funzione costituzionale di garanti della laicità dello Stato, hanno più volte rischiato la collisione con il potere esecutivo. Il copione non scritto potrebbe avere dei risvolti da manuale della dietrologia, con i settanta alti dirigenti dell’AKP sotto accusa, Erdogan e Gul compresi, pronti a tutto pur di mantenere la guida del Paese, anche a provocare uno stato di emergenza che rimandi a data da destinarsi la sentenza dell’Alta Corte. Un gioco vecchio ma scontato, quello di provocare tensione per evitare la catastrofe.
Eppure non regge: sono proprio loro, i dirigenti dell’AKP, i meno interessati a provocare un’instabilità interna che allontanerebbe inevitabilmente il sogno europeo covato a lungo proprio grazie agli sforzi di Erdogan e di Gul. L’appello all’unità lanciato dal primo ministro assomiglia più ad un’esortazione a non gettare a mare anni di trattative con l’Unione europea che ad un messaggio cifrato ai rivali della linea laica. Resta in piedi un’ultima possibilità, forse la più probabile, ovvero che oggi come nel 2003 – quando una serie di attentati colpirono sempre Istanbul provocando una sessantina di morti – si tratti di un attacco pianificato da nuclei terroristi di matrice islamica che nulla hanno a che vedere con l’istituzionale AKP. Schegge senza controllo che tentano di destabilizzare la Turchia con il duplice fine di abbattere i fondamenti laici della Repubblica e ridimensionare la portata politica degli islamici moderati. In una parola: fondamentalisti.

Siro Asinelli
Rinascita

28 luglio 2008

L'Europa propone l'immigrazione scelta contro l'emergenza


Mentre il Governo italiano lancia l'estensione a tutto il territorio italiano dello stato di emergenza per gli sbarchi clandestini, l'Unione Europea progetta un piano europeo per l'immigrazione, che avrà come scopo fondamentale l'armonizzazione delle politiche degli Stati membri e l’emissione di una "carta blu" europea per gli immigranti altamente qualificati. Si verrà così a creare il cosiddetto concetto dell'immigrazione scelta che rischia di impoverire ancora di più Paesi in via di sviluppo privandoli delle preziose risorse ed insostituibili risorse umane.

Il Governo italiano annuncia l'estensione a tutto il territorio italiano dello stato di emergenza, in seguito all’eccezionale aumento degli sbarchi clandestini durante il periodo estivo. Una misura definita da molti, non motivata, in considerazione del fatto che si tratta di un normale picco del flusso migratorio in un periodo così delicato come quello primaverile-estivo. Maroni, durante la conferenza stampa al Viminale precisa tuttavia che la decisione non è altro che una proroga di altre proroghe, per la precisione sei, di cui quattro risalgono al Governo Berlusconi a partire dall'11 dicembre 2002 e due al governo Prodi, con la sola - ma importante - differenza che il provvedimento estende l’emergenza sull'intero territorio nazionale. Una misura ritenuta necessaria per poter distribuire nei centri di accoglienza sparsi in tutta la nazione i nuovi clandestini, considerando che quelli presenti nelle tre regioni sono ormai insufficienti a contenere gli arrivi. Per avvalorare il provvedimento, il Viminale mostra gli andamenti degli sbarchi denunciando che nei primi sei mesi del 2008 sono addirittura triplicati, riguardando sempre più popoli provenienti dall’Africa in gravissimo stato di povertà, e per tale motivo nel pieno diritto di chiedere lo stato di asilo. Sono 11.949, contro i 3.158 dello stesso periodo dello scorso anno, gli immigrarti clandestini che sono sbarcati sino ad oggi sulle coste italiane, e si prevede almeno il raddoppio sino all’anno prossimo.

Tuttavia, i dati più impressionanti sono quelli che mostrano la grande maggioranza di clandestini provenienti dal continente africano, in questi anni fortemente colpito dalla povertà e dalla fame, ormai catastrofica deriva della speculazione sui prezzi dei beni alimentari, nonché da guerriglie sempre più sanguinose finanziate dalle entità musulmane e dai gruppi economici petroliferi. Non bisogna poi tralasciare che spesso le tratte di clandestini, sono anche frutto di taciti accordi tra gli Stati africani, fornitori di gas e petrolio, e i Paesi europei, che prevedono lo scambio di emigrazione contro energia. Un dramma sociale che si trasforma sempre più in un comodo alibi mediatico, per alimentare in Europa la fobia dell’immigrazione sino al punto da prorogare - come accaduto in Italia - uno stato di emergenza clandestini per oltre sei anni. Questo dunque è il risultato di anni di politica italiana sorvegliata dalle direttive e dalle Commissioni Europee, che non hanno fatto altro che esasperare la percezione dell’intolleranza nei confronti delle migrazioni, anche di quelle che hanno problemi umanitari alla base, per poi arrivare alla misura estrema del controllo delle impronte e del tracciamento del movimento delle persone. In poco tempo siamo passati dal reato di clandestinità, alle impronte ai bimbi rom estese poi a tutti i cittadini italiani a partire dal 2010, sino allo stato di emergenza permanente, che rischia di sfociare in qualcosa di ben più grande che una semplice esigenza organizzativa.

L’emergenza italiana, infatti, sta avendo una eco anche nell’Unione Europea che ha adottato il problema come proprio e ha già pronta una soluzione accettabile. Bruxelles infatti sta discutendo la proposta di Nicolas Sarkozy sull’istituzione di un Patto europeo per l'immigrazione, che avrà come scopo fondamentale l'armonizzazione delle politiche degli Stati membri sull'immigrazione. La Francia infatti contesta l’uso dei Paesi europei a praticare una politica di regolarizzazione massiccia che porta i sans-papier a spostarsi poi in altri Stati sfruttando proprio la differenza di regolamentazione. I ministri europei sono già a lavoro per individuare un accordo sull'immigrazione legale, tenendo conto dei bisogni del mercato e delle capacità di accoglienza di ogni Stato membro, attirando lavoratori altamente qualificati e studenti, ed implementando una politica comune di lotta contro l'immigrazione clandestina e procedure di asilo uniche. Un obiettivo che si nasconde anche tra le pieghe del progetto dell'Euromed, ossia dell'Unione del Mediterraneo, a cui aderiranno gli Stati Balcanici, la Turchia, gli Stati del Medioriente e dell'Africa Settentrionale. Saranno così introdotti mezzi per rinforzare l'efficacia dei controlli alle frontiere, sviluppando i visti biometrici uniformi la cui emissione sarà accentrata nelle mani di Agenzie europee con l'instaurazione di un unico centro di coordinamento a livello sovranazionale. Il progetto porterà così all’emissione di una "carta blu" europea per gli immigranti altamente qualificati residenti all'estero dei paesi del Sud, come parte di un regime che coesisterà con quello dell'unione europea, con programmi similari già applicati in differenti Stati membri. Verranno applicati criteri particolarmente rigorosi sui candidati altamente qualificati, in maniera tale da creare il cosiddetto concetto dell'immigrazione scelta. Il Senegal e la Libia si sono pronunciati già contro il Patto europeo sull'immigrazione, così come il Venezuela e la Colombia che minacciano di prendere delle sanzioni contro l’Unione Europea, che andrebbe ad attentare alla stabilità economica interna attirando a sé manodopera qualificata, e svuotando l'Africa e altri Stati in via di sviluppo di ingegneri, medici ed altri diplomati di alto livello. Un tale progetto avrebbe delle conseguenze molto gravi in quanto andrebbe ad impoverire ancora di più Paesi in via di sviluppo privandoli delle preziose risorse ed insostituibili risorse umane. Ancora una volta l'Europa gioca il ruolo di pianificatore di una vera e propria strategia di sciacallaggio di un fenomeno come quello dell'immigrazione, che viene da una parte provocato e dall'altro punito.

25 luglio 2008

Un tumore distrugge l'Europa


L’ex presidente della Repubblica Srpska di Bosnia “offerto” dal governo di Belgrado alle cure del Tribunale dell’Aja in cambio dell’ingresso della Serbia nella cosiddetta “Unione europea”. Un tradimento consumato dai socialisti - già guidati dal (suicidato all’Aja) Milosevic - confluiti nella coalizione filo-occidentale tessuta da Tadic. ( Foto: manifestazione a Belgrado per Karadzic del 23 luglio)

Il nostro amico Dragos - ormai da tre anni e per sempre di guardia alle terre dove la Sava si annulla nel Danubio - si chiedeva, con un freddo interrogativo ipotetico del terzo tipo (irrealtà): “l’Unione europea è realmente europea?”. No. Per Dragos - scrittore, artista, intellettuale nazionalista e socialista serbo, senatore della Repubblica Srpska di Bosnia - come anche per noi l’entità atlantica chiamata “Ue” non è affatto europea. Anzi, peggio: l’Ue è un tumore che distrugge l’Europa. Lo sapevamo, lo sappiamo. E lo dimostra anche quanto accaduto in questi giorni e ieri tra Belgrado, New York e Bruxelles. Nella capitale serba, da una ventina d’anni costretta al ruolo di incubatrice-madre delle speculazioni valutarie e delle “rivoluzioni arancioni” inventate dal finanziere ebreo-americano Georges Soros, il Partito “socialista” (sic) già diretto da Slobodan Milosevic si è alleato nel governo “democratico” e filo-occidentale voluto dal presidente Tadic, tradendo, per trenta denari, il voto popolare appena ricevuto e scuotendo nella bara lo stesso Milosevic suicidato a l’Aja. E come primo atto di “governo” ecco, lunedì sera, la cattura di Radovan Karadzic, il presidente serbobosniaco (amico e fratello di partito e di lotta di Dragos) dichiarato criminale di guerra per aver difeso la sua patria dall’estinzione.

Immediata la soddisfazione dell’Onu che, con Ban Ki-moon, ha dichiarato l’arresto “storico” perché consentirà al tribunale (fantoccio: giudica soltanto i nemici degli atlantici, non gli aggressori d’Occidente in Kosovo o in Afghanistan, o in Iraq...) dell’Aja di “fare il suo lavoro” di fazione. E più che immediata la soddisfazione degli eurocrati, quelli che guidano “il mercato Ue”: dalla presidenza francese a Barroso, e all’italiano Frattini. Per tutti l’arresto di Karadzic apre le porte dell’Unione europea alla Serbia, altrimenti costretta al ruolo di Stato-canaglia perché non democratico ma nazionalista e protettore dei suoi cittadini più politicamente scorretti. No. L’Unione europea non è europea. Ha progettato e imposto la completa rovina degli Stati nazionali europei. Ha travolto le radici culturali dei suoi popoli. Ha trasformato i suoi cittadini in una massa informe di consumatori. Ha inviato i suoi soldati in giro per il mondo - e, con la Nato, nel 1999, proprio contro la Serbia, nel cuore stesso dell’Europa - a sporcarsi le mani nelle aggressioni, nelle invasioni, nelle occupazioni di Stati sovrani volute dal grande padre bianco di Washington e dal suo cameriere di Downing Street. No. L’Unione europea non è affatto europea. E’ atlantica, al servizio delle banche e dei fondi assicurativi e speculativi di Wall Street e della City, al servizio delle multinazionali, al servizio di quella grande finanza che non vuole popoli e patrioti, ma masse di consumatori, di clientes e di schiavi. Che vuole cancellare le nazioni e giustiziare, all’Aja, chi ama la libertà della sua terra, del suo popolo. Noi non amiamo l’Ue, il suo “mercato unico”, la sua identità mercenaria e coloniale tale e quale alla sua bandiera fatta con i colori e con le stelle delle tredici originarie colonie inglesi nel “Nuovo mondo”. Noi soli. Gli ultimi europei. Gli ultimi socialisti. Gli ultimi patrioti.

Ugo Gaudenzi

24 luglio 2008

Giorno della memoria per i “soldati di pace” ?


Il Deputato Filippo Ascierto (nella foto) ha presentato, lo scorso aprile, una proposta di legge per l'istituzione del Giorno della Memoria dei militari italiani caduti per la pace. C'è tuttavia da chiedersi se sarà la commemorazione dei cosiddetti "soldati di pace" che invadono Stati per il controllo dei pozzi petroliferi, o quelli morti per il "fuoco amico", delle bombe all'uranio "made in Usa".

In pieno periodo di guerra, una proposta di legge come quella del Deputato Filippo Ascierto per l’istituzione del Giorno della Memoria dei militari italiani caduti per la pace è una vera provocazione. Si riferisce forse ai soldati che ancora oggi muoiono, a causa delle radiazioni delle esplosioni delle bombe all’uranio impoverito, dopo aver avuto dei minimi risarcimenti per le spese mediche. Null’altro è stato concesso dallo Stato italiano, affermando che le bombe all’uranio non sono state costruite da aziende italiane bensì da quelle statunitensi che non hanno provveduto ad informare le forze militari italiane. Questi sono definiti i martiri della pace, mentre le popolazioni inermi bombardate sono le vittime della democrazia, e coloro che resistono contro le invasioni sono gli strumenti del terrorismo. Ogni conflitto armato non viene mai chiamato con il suo vero nome, quello della guerra, dell’ingiusta, violenta e sanguinosa guerra. I nostri soldati non sono altro che mercenari, gruppi finanziari che mirano ad impadronirsi di pozzi di petrolio da rivendere alle holding, niente di più e niente di meno.

Non esiste la pace se viviamo in una società del debito, sorretta dai meccanismi dell’alfa finanza e dai mutui bancari, se le nostre piccole e medie imprese sono fuggite, se i nostri imprenditori sono costretti a vivere nell'illegalità o negli artigli della criminalità. I drammi della nostra società civile si sono susseguiti ad una velocità impressionante, e quelli che prima non riuscivano a pagare le loro bollette, oggi riciclano denaro nei Paesi dell’Est per sopravvivere. Non dovremmo dunque commemorare i soldati di pace, ma i civili inermi, derubati, ingannati e uccisi, le vittime della guerra quotidiana, dell’usura persistente che non ci fa vivere. In nome del terrorismo sono state promulgate leggi per derubare gli altri Stati o i propri cittadini, sono stati bombardati interi Stati e distrutto nazioni. Per coprire i loro crimini è stato creato il Tribunale dell’Aja che ha incriminato le vittime e difeso i carnefici, raccolto prove e costruito la disinformazione al servizio delle potenti lobbies europee statunitensi. Da parte loro, gli Stati aggressori hanno eletto i loro martiri e salutato come valorosi civili chi è morto per la democrazia oppure per la lotta al terrorismo. "[…]Il dolore e la memoria per delitti così barbari deve essere per loro eredità imperitura e stimolo di responsabilità e di profonda riflessione, ricordando che il terrorismo, anche quello che si sviluppa fuori dai confini dell'Italia, rappresenta una minaccia per tutti, che deve essere affrontata con rigidità e fermezza[…]". Così recita la proposta di legge del Deputato Ascierto che invece non si rende conto che il vero atto barbaro è far credere alle famiglie che quella gente lottava per una patria, mentre in realtà moriva per le Banche.

È veramente umiliante sapere che si è morti per un fuoco amico, ed altrettanto tragico vendere armi e mine anti-uomo, la vera punta di diamante del made in Italy. Leggendo questa ridicola proposta di legge, ci sentiamo comunque in dovere di dire che il terrorismo è il sistema in cui viviamo, e bisognerebbe essere sinceri con se stessi e ammettere ciò che veramente accade. Se da una parte esistono Stati canaglia, dall’altra vi sono i Paradisi Fiscali, come San Marino o il Vaticano - tanto per non andare tanto lontano - e poi la Svizzera e Lussemburgo, patria dei giuristi e delle Istituzioni europee. Ma se veramente volete creare la giornata della memoria per le vittime del terrorismo, basta andare a Bruxelles, presso le Commissioni Europee o al WTO, per sapere quali sono le catastrofi che falciano vite umane per cui vale la pena di lottare, e se dunque sia il terrorismo e la mancanza di democrazia, oppure la crisi alimentare, la speculazione su beni di prima necessità. Il caro Parlamento italiano ci dona sempre queste perle di saggezza, ma dall’alto della sua clemenza e magnanimità, sa solo parlare, perché il dolore resta ai familiari dei martiri della pace, mentre la distruzione ai popoli che ottengono la democrazia.

23 luglio 2008

La farsa della cattura di Karadzic

Mentre tutto il mondo cercava nel territorio della Serbia e della Republika Srpska il ricercato "numero uno" per i crimini di guerra compiuti in Bosnia, Karadzic Radovan si nascondeva a Belgrado sotto la falsa identità di Dragan Dabic. La sua non è stata una vera e propria latitanza, in quanto ha vissuto tredici anni in completa libertà, lavorando come medico e partecipando spesso a delle pubbliche conferenze. Inoltre non sono state ancora chiarite le circostanze del suo arresto, avvenuto probabilmente venerdì 18 luglio, alle ore 21,30 mentre si trovava su di un autobus, per poi essere rimasto rinchiuso in una cella per tre giorni.

Un arresto in circostanze non chiare, la macchina dei media che senza sosta lancia servizi contro il criminale di guerra, la soddisfazione del Tribunale dell’Aja e della Comunità Internazionale. Sono questi gli elementi scenici di questa grande farsa organizzata per l’arresto di uno dei principali ricercati da oltre 13 anni, per rendere lo spettacolo credibile al grande pubblico. Tutti si aspettavano un famigerato latitante, che aveva trascorso questi ultimi anni di caccia nella fuga e nel silenzio, in qualche bunker circondato da pochi fedeli e dal bottino dei suoi crimini. Sarebbe stata infatti la giusta ricompensa per gli sforzi, i soldi e le risorse che l’Aja, la Nato e i Governi Occidentali hanno profuso per le continue ricerche del ricercato "numero uno" della Serbia e dei Serbi di Bosnia. Invece, dinanzi a noi è apparso un uomo anziano, dall’aspetto sereno e curato al punto giusto per passare inosservato nella folla, ma soprattutto una persona che conduce una vita normale senza nascondersi, senza scappare. Viveva a Belgrado, sotto la falsa identità di Dragan Dabic, e, come libero cittadino, esercitava la professione di dottore di medicina alternativa presso una clinica privata di Novi Beograd.

La sua non è stata assolutamente una latitanza, in quanto ha vissuto tredici anni in completa libertà, prestando assistenza medica, scrivendo articoli per delle riviste e partecipando spesso a delle pubbliche conferenze, tra cui l’ultima presso il centro medico a Novi Sad tenutasi il 12 aprile 2008. Era a tutti gli effetti un cittadino perfettamente integrato, che frequentava gli ambienti della capitale serba e incontrava molte persone, confrontandosi senza alcun timore. La foto che vi mostriamo infatti ritrae così Dragan Dabic, neuropsichiatria di Belgrado, durante un incontro con colleghi in un centro medico. Un’immagine certamente insolita per un uomo ricercato e braccato da tutto il mondo, con una taglia da milioni di dollari che tranquillamente viaggiava, si spostava e faceva visita ai propri malati. Crediamo inoltre che sia davvero strano che un uomo, dal viso noto a tutto il mondo, si sia potuto confondere tra la folla in maniera così distesa, senza tra l’altro l’aiuto o la copertura di Istituzioni. Il Ministro della Salute serbo Tomica Milosavljevic ha subito precisato che non vi è nessun dottore dal nome Dragan o David Dabic che sia registrato all'Ordine dei Medici o a qualche clinica privata, nè sono state mai pubblicate dal Ministero delle licenze per medicina alternativa a nome di Dadic. Nonostante questo, tuttavia, Dadic ha comunque svolto la sua professione senza che la sua identità fosse stata messa in discussione.

Il video della conferenza tenuta da Radovan Karadzic,
nella sua falsa identità di Dragan David Dabic,
neuropsichiatra di Belgrado ed esperto di medicina alternativa

Non vi sono dubbi dunque che l’arresto di Karadzic nel cuore della notte come se fosse un fuggitivo, è una grossa presa in giro, studiata per ingannare la massa e coprire il fallimento e l’inutilità di anni di ricerche e di battute di caccia. Tra l’altro non sono state ancora chiarite le circostanze del suo arresto, avvenuto probabilmente venerdì 18 luglio, alle ore 21,30 mentre si trovava sull'autobus sulla linea 73 che collegava Belgrado a Batajnica, una località della capitale serba, per poi essere rimasto rinchiuso in una cella per tre giorni. Informazioni queste rivelate dallo stesso Karadzic durante il suo primo interrogatorio oggi a Balegrado e poi confermato da Tomislav Nikolic (SRS) che si è scagliato contro il Governo in difesa dell’ex Presidente. Non hanno effettuato alcun test per comprovare la sua identità, a differenza di Stojan Zupljanin, consigliere dello stesso Karadzic e che viveva anch’egli sotto la copertura di una falsa identità, che è stato invece sottoposto alle analisi delle impronte e del DNA prima di dare in via libera all’estradizione verso il Tribunale dell’Aja. Devono infine spiegarci perché a dare la notizia in anteprima è stata la CNN e non la Presidenza serba, considerando che i familiari di Karadzic hanno appreso dell’arresto tramite la televisione per poi subito contattare le alte Istituzioni della Serbia, che hanno riproposto subito dopo la notizia mascherando l’azzardo dell’emittente statunitense.

Ad ogni modo, è chiaro che ci troviamo dinanzi al crollo di un castello di sabbia faticosamente costruito durante questi lunghi 13 anni, con infiniti servizi e operazioni di perquisizioni nel cuore della notte nelle abitazioni di cittadini serbi e dei familiari. Nella Republika Srpska nel periodo di latitanza sono state fermate molte persone che somigliavano all’ex Presidente Karadzic e che puntualmente sono state rilasciate per l’assoluta infondatezza delle prove. Ricordiamo ancora adesso quando "Carla del Ponte" si recava a Belgrado e, sbattendo le porte, sosteneva "di avere precise informazioni che Karadzic era in Serbia protetto dalla mafia", o "di avere precise informazioni che si trovava a Banja Luka": le sue informazioni non erano così precise se in realtà Karadzic si trovava beatamente in una clinica privata a tenere conferenze. In verità, dunque, non dovrebbe essere processato Karadzic come criminale di guerra, ma l’intero sistema costruito dalle menti raffinate dell’Aja e della Nato, le quali per anni hanno ricattato degli Stati estorcendo loro riforme, privatizzazioni e tangentopoli strumentalizzando i presunti "latitanti" d’eccellenza .
Sia ben chiaro, Karadzic non è il mostro che i media hanno dipinto, la colpa che gli viene imputata deriva dal fatto di essere stato un leader durante un conflitto sanguinoso, quando occorreva prendere delle decisioni per difendere la popolazione locale e lo stesso territorio. In quanto Presidente dei serbi di Bosnia, su di lui sono ricadute le responsabilità di quegli eventi, e ha duramente pagato il suo essere "serbo", il suo coraggio per difendere la Republika Srpska dalle aggressioni esterne che volevano la totale eliminazione dell’entità. Se vi fosse stata giustizia, lo stesso trattamento sarebbe stato riservato ai comandanti dell’esercito bosniaco o kosovaro, che sono stati rilasciati o neppure arrestati, come Naser Oric, Alija Izetbegovic, o ancora come Ramush Haradinaj, Hashim Thaci. Non esiste giustizia, e di questo passo non vi sarà mai pace nei Balcani, perché l’ingiustizia fomenta risentimenti, odio, e nazionalismi. Tutto il popolo serbo sa bene cosa sta accadendo, conoscono la loro storia, il loro passato fatto di eroi e guerre, e non si lasceranno tradire da questi stratagemmi studiati a tavolino per noi "stupidi" occidentali che consideriamo "oro colato" ogni cosa che ci imbecca la televisione. Queste scenate possono andar bene per gli americani, gli inglesi, per gli italiani, ma non per coloro che conoscono la guerra e lottano per il diritto all’esistenza, proprio come i serbi di Bosnia. Tutto il male che hanno fatto e che stanno ancora facendo, si ritorcerà contro di loro senza che se ne accorgeranno.

22 luglio 2008

Rivelata la falsa identità di Karadzic

Durante la conferenza stampa tenutasi a Belgrado, Rasim Ljajic, capo del Consiglio per la Cooperazione con il Tribunale dell'Aja, mostra una fotografia di Radovan Karadzic. La foro ritrae l'ex Presidente dei serbi di Bosnia con occhiali, con capelli lunghi e barba bianchi, un'immagine completamente diversa di Karadzic, nonostante siano ormai trascorsi 13 anni dalla sua scomparsa. L'opinione pubblica serba rimane comunque molto scettica, sconvolta dinanzi a un tale cambiamento dell'ex Presidente, divenuto ora irriconoscibile. Rasim Ljajic, capo del Consiglio per la Cooperazione con il Tribunale dell'Aja, ha inoltre affermato durante la conferenza stampa che Radovan Karadzic si nascondeva a Belgrado sotto la falsa identità di Dragan Dabic. Viveva come libero cittadino ed esercitava la professione di dottore di medicina alternativa presso una clinica privata di Novi Beograd. Ljajic ha inoltre aggiunto che Karadzic non ha fornito alcuna informazione sul suo nascondiglio, ma si è scoperto che il suo ultimo indirizzo era sicuramente nella municipalità di Novi Beograd.

L'attuale immagine di Karadzic
a confronto con una foto di archivio

Le foto di Karadzic con nuovi dettagli

Tadic consegna Karadzic e tradisce la Serbia


Radovan Karadzic è stato arrestato dalle forze di sicurezza serbe, ma la sua identità non è stata ancora accertata. La Serbia e la regione Balcanica si ferma impietrita dinanzi alla notizia, e teme l'inizio del grande spettacolo per criminalizzare ancora una volta "i macellai" e i "terroristi". Il Governo serbo ha voluto vendere Karadzic per entrare in Europa, ma ora dovrà scontare la pena della colpa dinanzi al suo popolo.

Fare un Governo con i socialisti di Milosevic e consegnare contemporaneamente Radovan Karadzic nelle mani del Tribunale dell’Aja, "veltro" della giustizia ingrata, è il più grande schiaffo che abbia potuto dare alla Serbia. Il Presidente Boris Tadic resterà nella memoria dei posteri come l’uomo della Serbia Europea, oppure come il simbolo del grande tradimento e della negazione della storia serba. È riuscito in poco tempo in qualcosa in cui il Tribunale dell’Aja non è riuscito per anni, lasciando invecchiare ed esiliare Carla del Ponte che, alla notizia dell’arresto con Serge Brammertz a capo del Tribunale Internazionale, sarà impazzita di rabbia. Non staremo però qui a raccontare cosa sia il Tribunale dell’Aja e che cosa ha rappresentato negli anni l’insulsa figura di Carla del Ponte, ma guardiamo con tanta pena a questo Governo serbo che si auto-proclamerà liberatore della Serbia dal giogo dei criminali di guerra quando invece ha tradito il suo popolo. Ora che la Serbia è diventata come l’Italia - tradita, colonizzata e offesa dai suoi stessi Ministri - ora che i morti di Srebrenica sono aumentati a dismisura, ora che la storia dei criminali di guerra è diventata una leggenda di "briganti", arriveremo presto al punto che sarà scritta una legge per il negazionismo per cancellare quel che resta della storia.

Certamente Tadic si è fatto carico di una grande responsabilità perché dovrà andare fino in fondo in questa storia, e dovrà affrontare anche le critiche di tutti i serbi, che finalmente vedranno in lui una duplice natura, ossia quella di un "serbo" con "madre musulmana" che dimentica la sua storia e il suo DNA ortodosso. Per dimenticare i malesseri del petrolio, dell’aumento dei prezzi, sono giunti sulla grande scena, i Governi dei buoni, i tribunali di pace, gli analisti che odorano di dollari, i giornalisti e i media che completeranno con premi e rassegne questa perfetta sceneggiata. In realtà questo è un equilibro che non sappiamo fin quando reggerà, perché tutti vanno avanti "alla giornata", e percepiscono come il clima e la stabilità sono precari quanto improbabili. Gli antichi risentimenti risorgono dalle loro ceneri, mentre l’orgoglio nazionale viene ferito per l’ennesima volta sotto gli occhi del grande pubblico occidentale. Il Governo serbo ha voluto vendere Karadzic per entrare in Europa? Sta bene, ma ora dovrà scontare la pena della colpa dinanzi al suo popolo, e chissà se avrà il coraggio di affrontare le folle. Ci auguriamo solo che oggi, non vedremo riservare a Karadzic il cruento spettacolo preparato per Saddam, quando alla sua cattura i giornalisti hanno gridato, insultando il Presidente irakeno. Non abbiamo più parole. Non esiste più il bene contro il male, esistono solo terroristi e macellai, che però domani saranno proclamati combattenti per la libertà.

21 luglio 2008

A Srebrenica continua la vendita dei corpi


Ogni anno comincia la caccia alla ricerca di centinaia di nuovi corpi per poi seppellirli nel campo di Srebrenica. "I politici bosniaci con il supporto dei rappresentanti internazionali, dipingono un immagine bianco nero degli eventi di Srebrenica nel 1995. Raccolgono i corpi dei musulmani in ogni zona della BiH per portarli a Srebrenica dove vengono seppelliti", ha dichiarato Ivanisevic.
Commemorazioni, funerali, elenchi di morti ufficiali, lapidi e campi sterminati: è una storia che non finirà mai, diventata come il mercato dei corpi dove ogni anno aumentano le vittime. Ogni anno comincia la caccia alla ricerca di centinaia di nuovi corpi per poi seppellirli nel cimitero di Potocari di Srebrenica. Così un paio di giorni fa, è stato seppellito il corpo di Mujo Omer Kardasevic, riesumato il 4 maggio 2004 dal cimitero Trnavac a Tuzla e poi riconsegnato il 26 giugno all’Istituto per le persone scomparse della BiH Kardasevic: è stato definito una vittima di Srebrenica nonostante sia noto a tutti che era morto a Tuzla. Un dato questo confermato anche dalla documentazione in possesso dell'Organizzazione dei veterani di guerra della RS. Il corpo di Mujo Kardasevic è stato riesumato da una tomba segnalata con una croce ortodossa e con il nome di Jozefina Arsic, mentre le analisi del corpo hanno dimostrato che si tratta di un scheletro maschio, mentre dal DNA sembra risultare che si tratta di Mujo Kardasevic. Tutto è stato pianificato per dimostrare che Kardasevic è stato ucciso nel 1995 a Srebrenica. Questa è solo una delle storie false del cimitero di Potocari, come testimoniato da uno dei membri dell'organizzazione dei Veterani di Guerra della RS.

Una delle foto trasmesse dai media delle vedove
e madri delle vittime di Srebrenica. La donna sulla destra
è evidente che si tratta di un uomo
È sorprendente come i rappresentanti internazionali con la loro presenza legittimano ogni anno la falsificazione e la manipolazione di corpi e vittime, così come è alquanto strano che l’Alto Rappresentante Miroslav Lajcak ha accettato di recarsi a Potocari prima che siano stati controllati i corpi da seppellire dagli esperti dell’OHR. Infatti, se avesse fatto questo, avrebbe potuto notare come i corpi non corrispondano a nessun tipo di elenco, e avrebbe capito che anche lui è la vittima di una grandissima manipolazione che ha il solo scopo di accrescere sempre più il cimitero di Srebrenica. Nessuno vuole negare che è stato commesso un crimine e nessuno nega che le vittime dovranno essere seppellite con dignità, ma aumentare sempre più, di anno in anno, il numero delle vittime, andando a caccia di corpi, supera qualsiasi dignità umana.

Il professore Milivoj Ivanisevic, esperto del Centro per le ricerche dei crimini di guerra, ha dichiarato che esistono tantissime manipolazioni sul numero delle vittime, al punto che "la commemorazione annuale è diventato un ballo politico di vampiri". "I politici bosniaci con il supporto dei rappresentanti internazionali, dipingono un immagine bianco e nero degli eventi di Srebrenica nel 1995. Raccolgono i corpi dei musulmani in ogni zona della BiH per portarli a Srebrenica dove vengono seppelliti", ha dichiarato Ivanisevic. "Per gli organizzatori della commemorazione la cosa più importante è avere più gente possibile e più tombe a Srebrenica, ma chi ci sia dentro la bara ha poca importanza, della tomba non importa a nessuno - continua Ivanisevic . Dei morti di Srebrenica esiste l’elenco ufficiale dei tribunali che specifica esattamene quante persone sono morte dopo 1995. Si può notare che chiunque sia defunto di morte naturale a distanza di 100 km attorno a Srebrenica, è stato poi seppellito a Potocari. Circa un centinaio di morti erano soldati delle brigate bosniache 280 e 281 uccisi nel marzo del 1994. La maggior parte di questi sono stati proposti come medaglia d’onore per aver bruciato le campagne e ucciso serbi". Hajrudin Nuriosmanovic, Ibro Muric, Mehmed Hodzic, Saban Omerovic, Mehmed Hodzic, Hajrulah Hafizovic, Ismet Huseinovic, Ahmet Avdic, Omer Ahmetovic, Abid Zuhric, Meho Durakovic: sono solo alcuni nomi di coloro che sono stati inseriti nell’elenco delle vittime della battaglia di Srebrenica. Milivoj Ivanisevic, nel suo libro "Srebrenica luglio 95 alla ricerca per la verità", spiega tutte le circostanze che hanno portato a seppellire nei cimiteri di Srebrenica migliaia di vittime morte altrove, dimostrando con fatti e documenti la manipolazione dei corpi. Stratagemmi e invenzioni concepite da menti raffinate che fomentano così l’odio e la propaganda contro i "serbi macellai". Non contenti di ciò, continuano a provocare il popolo serbo espandendo le commemorazioni anche a Bratunac, a Kravice, dove sono stati massacrati interi villaggi prima della famosa strage di Srebrenica, mentre i bosniaci continuano a voler dare una "lezione di storia ai serbi". Non vi è niente di strano se non rispettano le vittime serbe, dato che non hanno dimostrato rispetto neanche dinanzi alle proprie, ma non è giusto creare disinformazione anche da episodi di chiara provocazione. La polizia della RS ha infatti fermato qualsiasi tipo di manifestazione per impedire che si potesse esasperare la situazione per poi provocare dei possibili incidenti tra serbi e musulmani.Così, maestri della falsificazione e del teatro, entreranno nei libri di storia non come le vittime dei serbi, ma come i servi della manipolazione della politica da quattro soldi.

Rinascita Balcanica

18 luglio 2008

Il verme delle banche nel sistema produttivo


L'ondata di fallimenti si trasferisce dalle Banche alle industrie, alla produzione e alla disoccupazione. La strategia del salvataggio in extremis continuo, pianificato dalle Istituzioni nazionali creano ancora più debito a sostegno delle istituzioni finanziarie, con la conseguenza che il crollo dell'economia finanziaria distrugge l'economia produttrice.

Dinanzi alla Camera dei Deputati, in apertura delle discussioni sul decreto legge che compone la manovra economica triennale, il Ministro Giulio Tremonti annuncia una profonda crisi economica che rischia di aggravarsi ancora di più, e certo non scomparirà ignorandola. "Siamo di fronte ad una crisi economica profonda. Metà del sistema bancario americano è stato nazionalizzato. Invece da noi c’è gente che ancora non vuole capire la gravità di quello che sta avvenendo". Parole, che sembrano annunciare gli apocalittici scenari della Crisi del ’29, ma che risuonano ora come monito dopo i tremori che provengono oltreoceano dal sistema bancario americano che ancora vacilla e comincia a trasmettere cifre impressionanti. Secondo gli analisti nei prossimi 18 mesi potremmo veder fallire circa 150 banche, dinanzi al peggioramento della crisi finanziaria degli Stati Uniti, il cui profondo malessere è stato segnato proprio dal fallimento dei giganti dei prestiti ipotecari Fannie Mae e Freddie Mac, nonché della IndyMac Bank di Pasadena. In particolare, quello di IndyMac Bank è il secondo più grande fallimento bancario della storia Stati Uniti e la quinta banca che fallisce quest'anno, che costerà ai contribuenti americani per il suo rilevamento circa 8 miliardi di dollari. Nel frattempo, le bank-stock sono crollate a piombo lunedì con ribassi ai minimi storici dal 1989 su Wall Street: le quotazioni dalla Washington Mutual sono diminuite del 35%, un anno fa un'azione bancaria fu valutata a 43$ mentre sulle borse pochi giorni fa valeva solo tre dollari.

Ciò che più preoccupa, tuttavia è come l’ondata di fallimenti si trasferisce dalle Banche alle industrie, e dunque sulla produzione e sulla disoccupazione, nonché sull’erario nazionale per coprire le perdite delle banche in seguito all’intervento delle autorità internazionali. È in atto la strategia del salvataggio in extremis continuo, pianificato dalla Federal Reserve che crea ancora più debito a sostegno delle istituzioni finanziarie, con la conseguenza che il crollo dell'economia finanziaria ha cominciato a distruggere l'economia produttrice fatto dal popolo che lavoro per vivere e per ripagare debiti. Si fa infatti strada la possibilità che le Banche Centrali, per far fronte alle necessarie operazioni di nazionalizzazione delle banche, possano vendere il proprio oro al fine di creare una liquidità eccedente e rinvigorire le casse in sofferenza. Una manovra che tuttavia potrebbe indurre all’ennesima speculazione dinanzi allo sgretolamento del credito, che sicuramente potrebbe essere ancora più pericolosa.

È bene ricordare, infatti, che durante la depressione del 1930, e la stagflazione degli anni settanta, le obbligazioni e le azioni crollavano mentre il credito falliva, ma ciò che rese più drammatica la situazione fu la svalutazione dell'oro crollando sotto il valore corrente ben 17 volte, e ben 15 volte tra il 1971 ed il 1980. Al momento il rischio è altrettanto pericoloso, considerando che vi sono circa 50000 investitori pronti a rimettere il proprio oro sul mercato per un totale di 7,5 tonnellate di lingotti d'oro. È chiaro che siamo giunti ad un punto in cui si compromette la stabilità delle finanze pubbliche e dell’economia nazionale per fermare la deriva del fallimento delle Banche. In questo momento, è proprio l’instabilità del sistema economico a danneggiare la governabilità degli Stati, travolti da tangentopoli e inchieste ormai senza fine. Se da una parte finiscono alle manette i grandi dirigenti di finanziarie e Istituti di credito, dall’altra sono soprattutto i politici e i funzionari che si sono prestati alle operazioni con derivati e collaterali. La finanza dei derivati ha fatto stragi e rovine nelle alte dirigenti dell’Amministrazione pubblica e delle società che offrono servizi pubblici, ed ora si arriverà alla grande depurazione delle classi politiche per arginare l’usura delle casse pubbliche. D’altro canto, l’ondata sarà ancora più travolgente e si arriverà ad indire una nuova Bretton Woods le cui nuove regole potrebbero essere ancora più immateriali e distruttive se verrà attuata la cosiddetta economia dell’e-money, della cybernetica e della telematica.

17 luglio 2008

Impronte digitali e controllo delle masse: un obiettivo raggiunto


Approvato il decreto sicurezza che dà un drastico impulso al proseguimento delle riforme in tema di immigrazione e di pubblica sicurezza, giungendo all'applicazione delle norme di raccolta delle impronte nei confronti di tutti i cittadini italiani a partire dal 2010. Viene così messa fine all'iter legislativo che si protrae da anni, iniziato dalla cosiddetta Bossi-Fini, che ha posto le basi per instaurare il tracciamento universale dei cittadini italiani, nonché europei.

L'approvazione del decreto sicurezza, sul quale il Governo Italiano ha giocato la fiducia dinanzi al Parlamento, ha dato un drastico impulso al proseguimento delle riforme in tema di immigrazione e di pubblica sicurezza, giungendo all'applicazione delle norme di raccolta delle impronte nei confronti di tutti i cittadini italiani a partire dal 2010. In particolare, sono state aumentate le pene per lo straniero, con aggravanti imposti sia per extracomunitari, sia per cittadini degli Stati Membri dell'Unione Europea irregolarmente presenti in Italia, mentre viene applicato con maggiore frequenza l'espulsione, sia per i cittadini stranieri condannati ad una pena superiore a due anni sia per coloro che delinquono o non sono in grado di dimostrare una fonte lecita di guadagno. Vengono così superati gli ostacoli posti inizialmente dall’Unione Europea sulla probabile violazione della libertà di movimento e circolazione dei cittadini comunitari, per giungere ad un fedele e rigido recepimento delle direttive europee sull’ingresso e la permanenza di "stranieri" nonostante la loro origine "comunitaria".

La stessa tecnica normativa - perfettamente speculare alle leggi europee - si è riproposta con l’estensione dell’ordinanza che autorizza il rilevamento delle impronte digitali anche ai cittadini italiani a partire dal 2010. Ordinanza che in breve tempo aveva sollevato proteste dall’alta Commissione Europea, ma anche di organizzazioni umanitarie, che sottolineavano il carattere "discriminatorio" della norma, imponendo il censimento di impronte e dati personali per i bambini di etnia rom. Lo Stato italiano, in evidente imbarazzo, ha affermato che si tratta di un provvedimento necessario a garantire la loro integrazione e salvaguardia all’interno della società europea, nonché una misura diretta a contrastare la criminalità organizzata che trova in tali tessuti sociali terreno fertile. Argomentazioni che forse non sono bastate a placare le proteste del Governo di Bucarest, che si è sentito direttamente e personalmente coinvolto in questa ordinanza "ad personam" che impone un’evidente violazione dei diritti umani e offende la dignità umana, non essendovi un crimine o una colpa che giustifica una simile misura. Per superare l’impasse diplomatico, l’estensione a tutti i cittadini italiani dell’obbligo alla raccolta delle impronte è stato quanto meno immediato, ponendo così fine alla discriminazione tra i soggetti colpiti da queste "misure cautelative". Così, nonostante le iniziali riserve dell’Unione Europea e della stessa Authority italiana per la privacy, il provvedimento "impronte" passa alla Camera, e soddisfa il Governo e gli eurocrati europei. "Con l'estensione del rilevamento delle impronte digitali a tutti i cittadini italiani, non si cambia nulla ma si aumenta il livello di controllo e sicurezza - dichiara il Ministro dell’Interno Roberto Maroni al termine della votazione, e continua affermando che "questa è la strada giusta perché rilevare le impronte significa dare un'identità e garantire per più alti livelli di sicurezza".

Dalla ricostruzione della vicenda, sembra che il provvedimento finale sia stato "lo scopo iniziale" ed essenziale della stessa normativa, che va a terminare un iter legislativo che si protrae da anni, essendo iniziato dalla cosiddetta Bossi-Fini, che ha posto le basi per instaurare il tracciamento universale dei cittadini italiani, nonché europei. Il processo di controllo con il Dna dei cittadini immigrati e la raccolta delle impronte dei cittadini Rom, sembrano così dei meri esperimenti e delle tecniche di rodaggio a cui si fa ricorso prima di estendere il provvedimento a livello nazionale in maniera diffusa. Un progetto che non è fine a se stesso, ma che rientra in un programma sovranazionale di controllo e di censimento dei cittadini, con la realizzazione della cosiddetta E-Justice, ossia di un data-base a livello europeo in cui far confluire i dati biometrici, personali, biologici e giuridici dei cittadini europei, posto sotto il controllo di Agenzie di Investigazione e di Intelligence che rispondono direttamente alla Commissione Europea. Per tale motivo, l’Unione Europea non poteva certo opporsi a questo tipo di misure, essendo essa stessa promotrice del tracciamento elettronico del movimento e dei dati dei cittadini. Il suo richiamo nei confronti del Governo Italiano è stato un semplice "sfogo moralista", per condurre poi l’esecutivo verso la scelta più ovvia da prendere, che era proprio quella di dare inizia alla creazione di un database nazionale e diffuso che si affianca a quello biometrico costruito dai passaporti elettronici.

È chiaro che ormai siamo entrati una fase matura dell’era del "controllo delle masse" in cui le tecnologie RFID, di scanner delle impronte e di riconoscimento biometrico sono ormai conosciuti e applicati nella loro funzione di origine, essendo stati da tempo sdoganati dalla disinformazione e dalla stessa contro-informazione. A questo punto, il processo è in continua corsa e non può essere fermato, in quanto significherebbe fermare il Trattato di Lisbona, l’attuazione dello Schengen Information System II, e dello stesso ampliamento dell’Unione Europea. Tuttavia, ogni Stato membro ha il potere di raggiungere lo scopo nella maniera che ritiene più opportuna per salvaguardare la sicurezza dello Stato, e per far questo non dovrebbe mai affidare questo tipo di operazioni così delicate a privati e multinazionali, bensì al CNR al fine di studiare un sistema che resti segreto e tutelato dalle leggi dello Stato, e impedisca l’infiltrazione da agenti esterni. Questo tipo di sistemi infatti, nella loro complessità, presentano sempre delle falle e dei bug, che possono essere utilizzati per violare i sistemi di protezione, introdursi nel sistema ed avere accesso alle informazioni dei database. La cancellazione o la manipolazione dei dati dei cittadini costituiscono infatti i nuovi sistemi di sabotaggio delle guerre silenziose dell’era della telematica, in cui le armi di difesa sono costituite proprio dalla protezione e dal controllo dei sistemi da parte di entità indipendenti che rispondono direttamente allo Stato.

16 luglio 2008

Il predicatore di Tirana diventa il capro espiatorio degli Usa


Il caso della triangolazione del traffico di armi Stati Uniti- Albania(Cina)- Afghanistan lascia i tribunali e le procure per approdare tra i media che assumono ora un ruolo determinante per risolvere il grande intreccio. Tutto è cominciato da un reportage del New York Times, prontamente smontato in ogni suo elemento dai servizi dei media dei Balcani, tra cui la stessa Rinascita Balcanica ( si veda Il NYT al servizio delle lobbies delle armi ). Successivamente sono sempre i media statunitensi che, dopo aver difeso l’ambasciata degli Stati Uniti in ogni fase dello scandalo Gerdec, decide di attaccarla e ridicolarizzarla, utilizzando le sue stesse parole e la figura ambigua di Whiters, così fuori luogo in un contesto come quello dell’Albania. ( Foto: Fatmir Mediu e Ambasciatore John L.Withers II)

Lo scandalo del traffico d’armi tra Albania e Afghanistan finanziato dal Pentagono, dopo gli ultimi rilievi che provano il coinvolgimento dell’Ambasciata Americana di Tirana comincia ad avere, sempre più, derive politiche. A tirare in ballo l’ambasciatore americano di Tirana John L. Withers II è stata l’inchiesta del deputato repubblicano nonchè capo della Commissione di Monitoraggio e delle Riforme Governative, Henri Waxman, che, in una lettera inviata al Segretario di Stato Condoleeza Rice, ha messo in dubbio l’assoluta estraneità allo "scandalo armi" dei rappresentanti diplomatici statunitensi. A gettare benzina sul fuoco sono ancora i media americani, che, dopo aver pubblicato in anteprima la notizia dell’apertura dell’indagine contro l’ambasciatore, riporta la dettagliata missiva destinata a Condoleeza Rice sui movimenti di Whiters e sul suo presunto incontro con l’ex Ministero della Difesa albanese Fatmir Mediu, smentendo le sue stesse dichiarazioni rilasciate subito dopo lo scoppio dello scandalo. L’articolo del Los Angeles Times cita la prima intervista dell'ambasciatore Withers rilasciata al “The Times”, in cui dà la propria versione dei fatti sul contenuto del colloquio con il Ministro della difesa Mediu, posta così in netta contraddizione con la requisitoria di Waxman.

Secondo la versione ricostruita da Waxman, l`ambasciatore USA in Albania aveva incontrato l`ex ministro della Difesa Mediu in totale segretezza per coprire gli scandali della AEY Inc. nell’operazione di fornitura di armi all’esercito Afghano, che ha violato la legislatura americana che vieta l’utilizzo di armi di provenienza cinese. In particolare, secondo l’accusa, la AEY Inc. con sede a Miami e posseduta dal 22enne Efraim Diveroli, ha sottoscritto un contratto con la società Meico albanese in qualità di contractor del Pentagono, acquisendo tuttavia munizioni di origine cinese, e compiendo dunque una truffa. In tale operazione, sembra che l’ambasciatore Withers abbia avuto un ruolo chiave per mascherare la frode ed individuare un sistema per nascondere le prove, concordando le modalità e i movimenti proprio in occasione dell’incontro con l’ex Ministro della Difesa Mediu.

Al contrario Withers afferma che fu Mediu a richiedere un incontro urgente con l'ambasciatore americano per sottoporgli delle questioni "urgenti e delicate", tale da far pensare, secondo Withers, ad una questione "sensibile" riguardante un’operazione di terrorismo. Tuttavia Mediu - continua il suo racconto Withers - con un tono molto diverso e in preda ad uno stato emozionale, gli ha suggerito strani stratagemmi per poter ostacolare il reporter del New York Times che sarebbe giunto, per indagare sul commercio di armi tra Albania e Afghanistan, proprio all'aeroporto di Rinas dove venivano eseguite le operazioni di imballaggio delle munizioni di origine cinese. Withers inoltre ha aggiunto che nessuno dei membri dell'Ambasciata si è comportato in maniera tale da far pensare che sarebbero state sostenute "le strane idee di Mediu", chiedendo invece di preparare una replica qualora l`articolo sarebbe stato pubblicato. Secondo l’ambasciatore di Tirana, il rapporto redatto nel corso dell’investigazione di Waxman ha frainteso interamente lo scopo dell’incontro, rivolgendogli così delle accuse infondate. La sua indignazione arriva al punto tale da inviare una lettera allo stesso Waxman, pubblicata l`11 luglio, dove chiede di un incontro riservato per chiarire la verità sul suo ruolo e sull'ambasciata nello scandalo AEY, e lo richiama per aver trasmesso ai media il rapporto di investigazione destinato a Condoleeza Rice, prima di comunicarglielo di persona.
"Nella sua lettera de 23 giugno diretta al Segretario di Stato, Rice, ha insinuato che vi fossero dei collegamenti tra l'ambasciata americana e l’inchiesta contro la compagnia AEY Inc. di Efraim Diveroli. Sono certo che questi legami sono assolutamente infondati", scrive Withers sottolineando che "la lettera è stata trasmessa ai media, prima che giungesse al Segretario di Stato e alla parte direttamente interessata, in questo caso io". “In segno di rispetto, vi chiedo un incontro faccia a faccia per descriverle la versione della mia Ambasciata circa le attività della AEY, per smentire ogni dichiarazione che possa rovinare la reputazione di un personaggio pubblico che serve un'Ambasciata Americana nella Repubblica d`Albania", afferma nella lettera di Withers.

Da parte sua, Mediu reagisce contro le accuse di Whiters di aver agito per ostacolare l`investigazione del traffico d`armi del reporter del “New York Times”, affermando che ogni accordo è stato fatto nella nella più totale trasparenza, senza avere nulla da nascondere a riguardo. Infatti, secondo Mediu, il contratto sottoscritto con l’AEY Inc. viola la sola legislazione americana, ma non quella albanese che non prevede alcun impedimento alla vendita di munizioni cinesi e russe. Per tale motivo, Mediu afferma di aver agito nel rispetto delle leggi nazionali e con trasparenza nei confronti della AEY Inc, che era pur sempre un contractor della Difesa Statunitense. A maggior ragione, Mediu smentisce di aver chiesto all’ambasciatore Whiters di impedire che il giornalista del Times potesse scoprire l’origine cinese dei proiettili che venivano portate in Afghanistan. "La MEICO vende munizioni e armamenti a partire dagli anni '90 e continua a farlo tutt`ora", afferma Mediu lasciando intendere che sapeva che l'Albania esportava verso l'Afghanistan munizioni cinesi. Resta tuttavia da chiarire se Mediu ha comunque delle responsabilità nei confronti dello stato americano, in quanto lo stesso Diveroli ha affermato che "lui stesso non sapeva che gli albanesi stavano consegnando delle munizioni cinesi". In tal modo Diveroli si discolpa da ogni responsabilità relativa alla violazione del contratto nei confronti del Pentagono, e getta sull’Albania ogni tipo di accusa.

Il caso-telenovela della triangolazione del traffico di armi Stati Uniti-Albania(Cina)-Afghanistan lascia dunque i tribunali e le procure per approdare tra i media che assumono ora un ruolo determinante per risolvere il grande intreccio. Tutto è cominciato da un reportage del New York Times, prontamente smontato in ogni suo elemento dai servizi dei media dei Balcani, tra cui la stessa Rinascita Balcanica. Successivamente sono sempre i media statunitensi che, dopo aver difeso l’ambasciata degli Stati Uniti in ogni fase dello scandalo Gerdec, decide di attaccarla e ridicolarizzarla, utilizzando la figura ambigua di Whiters, così fuori luogo in un contesto come quello dell’Albania. Il loro obiettivo infatti è di fare dell’ambasciatore Withers il capro espiatorio degli Stati Uniti, essendo ormai troppo esposti per dichiarare ogni tipo di estraneità dei fatti, per coprire così, insieme alla condanna di Diveroli, il Pentagono e le sue strutture. Così, mentre Mediu è il sacrificio dell’Albania per ripagare le vittime di Gerdec e il mancato controllo sui tipi di contratti effettuati, Whiters è lo scotto da pagare degli Usa, ormai abbandonato da tutti e ferito con le stesse armi riservate all’ultimo della catena.

Rinascita Balcanica

15 luglio 2008

Scandalo del Turco: il marcio del sistema finanziario


Dopo lo scandalo dei derivati, i fallimenti dei mercati finanziari internazionali e i numerosi commissariamenti delle autorità locali, scoppia il caso delle tangenti nella sanità pubblica. Un tema molto delicato e controverso, che abbiamo già analizzando portando in rilievo i retroscena e gli aspetti più vicini al mondo dell’alta finanza. L’affare stavolta sembra essere così grave da scatenare quotidiani e giornali, che si sono spinti al punto da affermare che "siamo dinanzi ad una nuova tangentopoli". Il presidente della Regione Abruzzo, Ottaviano del Turco è stato arrestato, insieme a numerosi membri della giunta regionale e dell’Amministrazione pubblica che curava gli interessi finanziari della sanità della Regione. Gli imputati sono stati coinvolti in un'inchiesta della Guardia di Finanza su una sospetta cartolarizzazione di 1 miliardo di euro dei credeiti appartenenti alla sanità abruzzese, che ha portato inoltre alla movimentazione di oltre 14 milioni di euro tra i vari funzionari pubblici. Tra i reati contestati compaiono associazione per delinquere, riciclaggio, corruzione oltre a truffa aggravata, falsi, abuso d'ufficio.


Nell’occhio del ciclone la sanità pubblica, i cui crediti sono stati oggetto di una cartolarizzazione per centinaia di milioni di euro eseguita e monetizzata da Banche Internazionali. Da quello che è stato possibile leggere sui quotidiani nazionali o locali, risulterebbe che delle cartolarizzazioni dal valore di circa cento milioni di euro, siano stati monetizzate e liquidate grazie a delle autocertificazioni di comodo, che sarebbero state eseguite dallo studio legale Anello&Partners di Roma, anziché passare attraverso il vaglio e il consenso della Corte dei Conti. Ci chiediamo però come sia potuto accadere che una Banca abbia accettato di monetizzare una cartolarizzazione che è stata certificata da uno studio privato. Il punto cruciale per capire cosa sia accaduto, sta proprio nell'individuare quale banca ha fatto questo e per quale motivo. Il gioco infatti è molto semplice.
La Regione Abruzzo ha infatti deciso di cartolarizzare i suoi crediti, ossia di costituire un "fondo di investimento" che ha alla base i crediti vantati nei confronti di terzi, per poi emettere una serie di titoli o azioni, rappresentanti le quote del fondo costituito. Come si può notare, l’intero meccanismo viene costruito sul concetto di base che i crediti sono liquidi o liquidabili, tale che il rimborso del capitale prestato viene garantito proprio dal pagamento dei debiti sottostanti. In questo caso, il credito è stato certificato da un privato che ne avvalora la solvibilità, e la certificazione viene presentata presso una Banca d’Affari che accetta la cartolarizzazione pagando all’ente una percentuale del valore nominale dell’operazione. A quel punto, la Banca d’Affari, come in una vera e propria operazione di "sconto" titoli, diventa la proprietaria del credito e trasforma la cartolarizzazione in titoli denominati Bond, che verranno poi offerti ai propri investitori. Dopo molto tempo, tuttavia ci si accorge che i titoli bond sono infruttiferi, perché nel frattempo la magistratura ha scoperto la truffa. Tuttavia, chi perde i propri risparmi sono sempre i piccoli investitori, mentre le Banche e chi ha cartolarizzato guadagna sempre da quei fondi, in quanto i titoli stessi non potranno essere rintracciati, ormai dispersi in mille scatole cinesi su conti privati all’estero.

Come tutti gli addetti ai lavori sanno, in questi ultimi anni è stata cartolarizzata mezza Italia, a partire dal grande patrimonio del Ministero del Tesoro sino alla più piccola multiutilities, ma crediamo che sia giunto il momento di fare totale chiarezza su questo punto, prima che succeda un disastro totale. Questo circolo vizioso oramai esiste da anni e tutti sappiamo in quali condizioni sono le banche mondiali e quali buchi finanziari sono venuti alla luce in questi anni. Per individuare il marcio del sistema occorre infatti dirigersi verso le Banche, le quali sono il solo mezzo per ottenere soldi. Infatti la cartolarizzazione di beni o crediti di regioni, province e comuni , sono l'ennesima leva finanziaria che le banche usano per raccogliere fondi tra i risparmiatori, come già accaduto con i titoli subprime e i bond Argentini, in quanto su ogni fondo creato vengono emessi strumenti finanziari poi venduti sul mercato. I politici, gli imprenditori e i manager sono, in fin dei conti, lo strumento che viene sempre usato dai poteri forti, ma alla fine sono sempre le banche che tramutano "pezzi di carta" in denaro contante. Il gioco dello scandalo mediatico non serve a nulla, se non si ha il coraggio o la possibilità di entrare nel cuore del sistema, e fino a che nessuno scardinerà il potere bancario, e, di conseguenza, le grandi lobbies mondiali, il problema resterà sempre.
Tutte le corruzioni, tutti gli imbrogli, tutti gli intrecci hanno un solo padrone : il potere finanziario, che non sono le banche, ma chi controlla i flussi finanziari e le materie prime. Dello scandalo della Fira, e del coinvolgimento di Ottaviano del Turco e dell'ex Governatore della Regione Abruzzo di centro-destra, si sapeva fin dal 2005. Con questo non vogliamo attaccare la magistratura come istituzione, pur essendo asservita ai poteri forti, ma è sostanzialmente un attacco ad un sistema politico profondamente sbagliato che garantisce troppa libertà ai magistrati. Purtroppo - e si intenda che non vogliamo cadere in vecchi luoghi comuni di propaganda - la magistratura opera al servizio di determinati centri di interesse, mercificando la giustizia con laute parcelle, e rispondendo all’ordine ben preciso di creare un'altra tangentopoli. Sono state queste le parole del caro Di Pietro, che non ha perso occasione per ricominciare la sua grande campagna di criminalizzazione della politica, ben sapendo che ormai egli stesso è divenuto un importante anello del sistema.

Oggi si parla di cartolarizzazione, ieri si parlava di subprime o di bond argentini, e poi di valuta irachena piuttosto che di valuta coreana. Ottaviano del Turco è solo un piccolo tassello del sistema, e non è il solo criminale: dopo di lui ne arriverà un altro, e un altro ancora che si presterà al gioco di potere, e il processo di corruzione continuerà imperterrito. Sono anni che ormai assistiamo a grandi scandali, e tutto si trasforma sempre in un grande scoop televisivo e poche indagini, per poi scomparire. I tribunali e i pubblici ministeri dovrebbero fare le loro indagini fino in fondo, attivando rogatorie internazionali e indagini incrociate. In questo caso, infatti, il più grande colpevole è proprio la banca che ha accettato la monetizzazione della cartolarizzazione certificata da uno studio privato, senza passare attraverso i canali istituzionali. Mentre dunque crolla il sistema sanitario pubblico, il sistema finanziario internazionale resta in piedi, perché completamente corrotto e sotto il controllo dei grandi poteri.

14 luglio 2008

Il traffico di monete inesistenti

Scoperto un traffico di banconote e monete fuori corso tra Torino e Zurigo, per un valore di circa trenta milioni di euro. Si tratta di milioni di banconote emesse da Banche Svizzere su commissione del Governo irakeno nel 2002, rimaste nelle securities della Svizzera anche dopo l’invasione degli Stati Uniti e del crollo di Saddam Hussein, definite "Swiss dinar". Dal traffico di monete partono canali di finanziamento verso organizzazioni terroristiche provenienti da Banche Svizzere e italiane, e ancora riciclaggio di denaro e ricapitalizzazioni di società o banche.

Gli agenti del distretto antimafia di Torino, sulla scia dell’indagine già in atto in Svizzera, hanno scoperto un traffico di monete non valide per circa trenta milioni di euro. Si tratta di milioni di banconote emesse da Banche Svizzere su commissione del Governo irakeno nel 2002, rimaste nelle securities della Svizzera anche dopo l’invasione degli Stati Uniti e del crollo di Saddam Hussein. Dopo la scomparsa del dittatore irakeno, le banconote denominate "Swiss dinar" diventano un tesoro nelle mani di brokers e dei fiduciari svizzeri, che creano nelle piazze internazionali un traffico di dinari irakeni vecchi quanto pregiati. Nelle pieghe dell’inchiesta "White Horse", viene individuata l’esistenza dei canali di finanziamento verso organizzazioni terroristiche provenienti da Banche Svizzere e italiane, che accettano i dinari e garantiscono aperture di credito, finanziamenti e ricapitalizzazioni di società o banche.Nella rete di traffico di monete vengono coinvolti personaggi illustri, alti dirigenti e funzionari di Banche, tra cui la Credem di Parma, ma anche l’ex presidente di un ente pubblico di Torino.

Oggetto delle vendite non erano solo i dinari irakeni, ma anche pesos argentini, dinari croati, marchi ex Ddr, e lire italiane fuori corso. Circa 32 milioni di banconote, dal valore nominale di 800 milioni di dinari sono stati scambiati per 6 volte il loro valore, per un traffico di oltre 30 milioni di euro che si trasformano in miliardi attraverso il circuito bancario, vista la velocità di circolazione di titoli e capitali. Il lavoro più sporco viene fatto proprio dalle banche che, secondo gli atti d’accusa, "compivano attività dirette al trasferimento di denaro che per le modalità dell’offerta (quantitativi esorbitanti, anche in giacenza estera) è di origine non documentata ovvero artefatta attraverso una documentazione appositamente predisposta al fine di attestarne l’origine lecita e della riservatezza delle trattative, non potevano che provenire da un delitto". In altre parole, si tratta proprio di certificati valutari accompagnati da perizie e documentazione sottoscritta da studi legali e notarili che comprovano la validità e il valore delle monete e vanno ad accreditare la truffa ed irretire investitori e risparmiatori sprovveduti. L’imbroglio è sempre ben congeniato, e a cadere nella ragnatela sono sempre privati o imprenditori che si affidano a broker o alle loro stesse banche, nella speranza di chiudere con poche operazioni un affare milionario, senza sapere che in questo modo alimentano un circolo vizioso di istituti di credito ormai nel più totale fallimento. Inchiesta ha portato alla luce ancora una volta un traffico illecito di prodotti finanziari, confermando che il mercato italiano è il centro distributivo per eccellenza delle piazze svizzere.

Ormai l’Italia è invasa come un cancro da questo tipo di truffe, sconosciute alla massa e alla maggioranza, ma ben nota ai banchieri che in mala fede consigliano ai propri clienti queste "soluzioni di investimento". Si continua ad indagare, per esempio, sullo scandalo dei derivati, che ha truffato lo Stato stesso e le amministrazioni locali, dopo che hanno investito i soldi dei contribuenti e i fondi statali in pacchetti finanziari poi crollati a picco. Un cattivo investimento che tuttavia ha messo in pericolo anche la stabilità finanziaria di aziende e multiutilities che gestiscono importantissimi servizi pubblici: le conseguenze infatti sono state disastrose, mettendo addirittura in discussione la possibile privatizzazione delle società. Ora invece scoppia il caso delle valute "inesistenti" - perché solo così possiamo definirle - e chissà quant’altri strumenti della "finanza creativa si inventeranno", per salvare dal fallimento banche e società. Secondo le nostre fonti, in questo momento il mercato svizzero è in possesso anche di un’incredibile quantità di banconote denominate in valuta coreana Won, offerta per un valore del 10% rispetto al prezzo reale: una grande speculazione che si prepara ad avere un forte contraccolpo sugli stessi mercati asiatici. Un’operazione che è pronta a deflagrare non appena i mercati europei continueranno a vacillare, e sorgerà la necessità di reperire nuovi capitali e nuove risorse per prolungare l’agonia finale.

11 luglio 2008

L'Europa impone le proprie regole sul Nord Stream


Il Nord Stream verrà bloccato dal Parlamento Europeo se non verrà effettuata un valutazione dell'impatto ambientale, o magari la considerazione di un percorso alternativo del gasdotto. Viene inoltre chiesto che la Russia dia la sua disponibilità alla cooperazione energetica e alla ratifica della Carta Energetica Europea. Per cui, se da una parte il Parlamento Europeo decide di bloccare il progetto russo perché ritenuto un pericolo per l’ambiente circostante, dall'altra impone il suo controllo per evitare che in Nord Stream si trasformi in un gasdotto di dipendenza.

Il Parlamento europeo ha dichiarato, in una risoluzione non costrittiva che il progetto del gasdotto russo Nord Stream non può essere realizzato "senza una preliminare valutazione delle sue incidenze sull'ambiente naturale". E' stato adottato infatti a una larga maggioranza - 542 voti favorevoli, 60 contrari e 38 astenuti - la relazione di Marcin Lipicki che è stato sostanzialmente modificato rispetto a quello preparato precedentemente in seguito alle petizioni firmate da 30.000 europei residenti sul territorio della regione baltica. Il Consorzio Nord Stream AG, che fa capo alla società con sede in Svizzera e guidata dall’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, è partecipato per il 51% dalla Gazprom, insieme alla BASF/Wintershall e la E.ON Ruhrgas, che detengono ciascuno il 20%, mentre la Gasunie detiene il 9%. Il gasdotto, che prende il nome dal consorzio stesso, Nord Stream passerà così sui fondali del Mar Baltico, collegando la costa russa nella regione di Vyborg alla costa tedesca nella regione di Greifswald. La prima tratta, lunga 1.200 km e con una capacità di 27,5 miliardi di m3 di gas all'anno, sarà operativa nel 2010.


Vista la mole dell’opera, che probabilmente occuperà circa 2400 kmq di territorio, ha sollevato le proteste di Estonia, Polonia, Svezia e Finlandia, che hanno espresso tutte le loro riserve ipotizzando che la costruzione e lo sfruttamento del gasdotto erano suscettibili di arrecare dei gravi danni all'ambiente naturale. Riserve che sono state poi riportate dal progetto di legge dall’euro-parlamentare polacco Marcin Lipicki, esprimendo la più totale contrarietà nei confronti di un progetto che rendeva l’Europa completamente dipendente dalla Russia. Secondo gli esperti, tuttavia, la forte opposizione polacca derivava dal suo timore di perdere il ruolo centrale di crocevia per il trasporto nell’Europa Centrale, essendo essa stessa promotrice di un progetto volto ad aggirare le fonti russe. Il progetto, da una parte è stato valutato come sistema di ampia dimensione strategica e politica, sia per l'UE che per la Russia, e dall’altra viene temuto perché potrebbe alterare l’equilibrio del mercato interno. Sottolineando che l'area del Baltico è patrimonio comune dei paesi che vi si affacciano e "non una questione attinente alle relazioni bilaterali tra gli Stati", l’Europarlamento dunque si oppone all'attuazione del progetto nella versione proposta "senza che si disponga preliminarmente di una valutazione dell'impatto ambientale positiva" ed invita la Commissione, il Consiglio e gli Stati membri a garantire che la costruzione del gasdotto Nord Stream sia conforme alla legislazione dell'UE. Chiede inoltre che il consorzio Nord Stream, esamini "dei tracciati alternativi a quello che è stato scelto".

Tuttavia la problematica ambientale non è la sola opposizione sollevata. Al centro della risoluzione vi è anche il principio di reciprocità tra i due Stati, che deve essere rispettato "qualora l'interdipendenza tra l'UE e la Russia si sviluppi in un partenariato". Precisando infatti che mentre i paesi terzi hanno libero accesso al mercato europeo, gli investitori europei non godono di simili vantaggi in Russia, rimanda alla Commissione ogni decisione per preservare la concorrenza sul mercato, ma soprattutto per "evitare che Gazprom assuma un ruolo dominante sui mercati del gas europei qualora non siano accordati alle società europee pari diritti di ingresso sul mercato energetico russo". Viene inoltre chiesto che la Russia, da parte sua, "dia prova di disponibilità per quanto concerne la cooperazione nel quadro della politica energetica europea", e dunque mostri la sua propensione alla ratifica della Carta Energetica Europea e il relativo protocollo sul transito. Aggiunge infatti che "tale ratifica ridurrà il potenziale di conflitto riguardo a progetti come Nord Stream". Questo perchè, si cerca di tenere in considerazione "gli aspetti geopolitici della dipendenza dalle importazioni e le relative possibili conseguenze delle interruzioni legate a motivi politici".
Per cui, se da una parte il Parlamento Europeo decide di bloccare il progetto russo perché ritenuto un pericolo per l’ambiente circostante, dall'altra impone di assoggettare ogni decisione al benestare della Commissione Europea e al dettato delle direttive. E così viene posta l’ennesima condizione, che subordina la realizzazione del gasdotto alla ratifica della Carta Energica, o comunque alla trasformazione dell’Europa in un attore principale, ossia non da consumatore, ma da entità decisionale dello stesso progetto. L’Europa ha infatti creato un mercato liberalizzato ma non per questo alieno da regole, se non quelle decise dal cervellone centrale.