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31 dicembre 2012

Firmato Accordo energetico Italia-Serbia: salvo questioni in sospeso con la Bosnia

Belgrado - L'Assemblea Parlamentare della Serbia, ha adottato questo sabato 29 dicembre  la legge di ratifica dell'Accordo di cooperazione nel settore dell'energia tra la Serbia e l'Italia, lasciando sostanzialmente inalterato il testo come presentato in occasione della scorsa sessione del 29 novembre. Viene però confermato, al punto 1 della legge, che i termini previsti vengano applicati anche al progetto “Srednja Drina” (Drina media), sotto condizione che tutte le "questioni in sospeso in BiH" che si riferiscono al progetto vengano risolte. Allo stesso modo, viene confermato il consenso all'Allegato 1 che contiene l'elenco dei progetti comuni, da realizzazione in cooperazione con la Republika Srpska, coinvolta nel protocollo come parte terza. Nonostante, quindi, sia stata mantenuta la promessa di Belgrado di ratificare l'accordo con il Governo italiano, resta l'incognita sul significato da attribuire al concetto di "questioni in sospeso in Bosnia che si riferiscono al progetto" Srednja Drina. Su tale punto, alle domande dell'Osservatorio Italiano, le autorità della Serbia, come anche quelle della Republika Srpska e della Bosnia, si sono sottratte dal dare ogni spiegazione o fornire un qualche chiarimento, essendo al momento "la questione più scottante" di tutta l'architettura della cooperazione energetica con l'Italia.

Come affermato in precedenza dall'Osservatorio Italiano, la "questione in sospeso" citata nella legge, può essere ricondotta al problema della definizione dell'autorità competente a fornire la concessione per lo sfruttamento delle acque del fiume che, nel tratto della Srednja Drina, è un confine naturale. Infatti, anche qualora la RS si impegni a sostenere il progetto Srednja Drina inserendolo nella sua giurisdizione, ogni legge relativa ad un progetto che si trova su una frontiera può essere impugnata come incostituzionale. Infatti, l'Atto Costitutivo della Bosnia non è chiaro su questo punto, affidando la gestione delle frontiere alle autorità statali e la competenza sull'energia alle entità. Tuttavia, non è possibile apportare una modifica o un'integrazione alla carta costituzionale, in quanto si potrebbe smuovere malori e dissensi interni talmente gravi, da far implodere lo Stato stesso: di questo ne sono consapevoli sia gli Stati Uniti che la Commissione Europea. Non dimentichiamo che nel corso del vertice di Butmir del 2010, in cui i leader bosniaci avrebbero dovuto firmare una nuova Costituzionale, l'ambasciatore americano è svenuto nel pieno della riunione.

L'Italia deve quindi prestare molta attenzione alle promesse del Governo della RS, in quanto ogni accordo raggiunto con le autorità della Bosnia per l'attribuzione della concessione e la vendita dell'energia all'Italia a tariffe incentivante, potrebbe essere messo in discussione da entità terze o dalla stessa Comunità Europea. Ricordiamo infatti che l'attuale Ministro dell'Energia Zorana Mihajlovic - nelle vesti di deputato dell'opposizione nel 2010 - criticava  l'accordo energetico con l'Italia e la Seci-Energia perché "una società troppo piccola rispetto alla EPS", mentre adesso sostiene e ratifica il protocollo. Anche l'ex ambasciatore serbo in Italia Sanda Raskovic - ora deputato all'opposizione con il DSS - ha definito 'neo-colonialista' un accordo che invece prima accoglieva con "grande spirito di amicizia". Degli esempi, questi, che fanno capire come sia facile cambiare idea nei Balcani, dove non esistono "fratellanze" talmente solide da superare problemi economici e finanziari. 

Il nodo della Srpska continuerà quindi ad essere il principale ostacolo alla realizzazione del progetto energetico tra Italia e Serbia, e sarà proprio in Bosnia che si concentreranno i maggiori interessi, come anche gli scontri più forti, che potrebbero compromettere la credibilità dell'azione di diplomazia economica del Governo italiano. Infatti, il Ministro Terzi sembra si sia subito attivato a cambiare l'ambasciatore, facendo così una scelta "politica" e non "tecnica". Con questa mossa, il Consiglio dei Ministri di Monti si conferma essere un governo di 'Alta Finanza' e non del "made in Italy" delle piccole e medie imprese.  L'Osservatorio Italiano, nonostante sia stato a lungo sottovalutato, ha dimostrato con i fatti che quanto affermato si è puntualmente verificato. Quindi, a coloro che sostengono che questa redazione sia "anti-italiana" e contro i progetti italiani, rispondiamo che ha sempre provato con argomentazioni e concretezza che vi è stata superficialità nella gestione di questi investimenti. Infatti, non si va all'estero con "metodologie di giornalai" perché inglesi, tedeschi, francesi e russi sono lì al varco ad aspettare i nostri errori. 
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Legge di ratifica dell'Accordo energetico tra Italia e Serbia 
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Legge di ratifica

La legge fa riferimento all'accordo firmato il 13 novembre del 2009 dal Ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani e il Ministro dell'Instrastruttura e dell'Energia della Serbia Milutin Mrkonjić. Quest'ultimo prevede le condizioni per stilare i certificati verdi, nonché il consenso da parte dello Stato serbo per la costruzione degli strumenti necessari al fine di produrre un megawatt di energia utilizzando la forza dell'acqua, previa approvazione da parte del Ministero competente dopo 30 giorni dalla richiesta. Il consenso si avrà qualora verranno rispettate le condizioni nella realizzazione degli impianti sfruttando in maniera razionale ed efficace il potenziale idroelettrico e le risorse finanziarie a disposizione. Questo sarà valido per tre anni dal momento dell'accettazione e potrà essere prolungato per altri 12 mesi, secondo il volere del Ministero dell'Energia.  Le nuove soluzioni dovranno prevenire i fallimenti, ha spiegato il Ministro Zorana Mihajlovic, la quale ha affermato che, in precedenza, non potevano impedire agli investitori di dare il consenso a qualcun altro, ne obbligarli a finire il progetto entro il tempo stabilito. L'accordo tra il Governo della Serbia e quello dell'Italia, comporterà la costruzione di dieci centrali idroelettriche sul fiume Ibar, vicino Raska e Kraljevo, con una potenza istallata di 117 megawatt e tre sulla Drina, a Bajina Basta e Zvornik, con una potenza istallata di 235 megawatt. 

10 dicembre 2012

Gasdotto del Baltico-Adriatico: Qatar conferma interesse. Saipem nell'occhio del ciclone

Zagabria - Mentre la Croazia ha appena annunciato il progetto del terminale GNL sull'isola Krk, del valore di circa 600 milioni di euro, aspettando la risposta dal Qatar, se sarà solo un fornitore o un investitore, i lavori sulla costruzione del terminale per il gas liquefatto naturale in Polonia sono già in stato avanzato. Come è stato annunciato, questo terminale ha la stessa capacità di quello previsto in Croazia, e dovrà essere messo in funzione nel 2014. I funzionari degli Operatori del sistema di trasmissione del gas croato e polacco, le società Plinacro e Gaz System, nel mese di settembre hanno firmato una dichiarazione che mostra l'intenzione di stabilire un corridoio di trasporto del gas tra il Baltico e l'Adriatico, quindi il collegamento del terminale GNL polacco e il futuro terminale GNL sull'isola di Krk. Il terminal GNL di Swinoujscie è il primo progetto infrastrutturale nell'Europa centrale e orientale, al quale cerca di far parte anche la Croazia.Il Presidente del Consiglio di amministrazione della società Polskie GNL, Rafal Wardzinski, ha informato che appoggiano il progetto per la costruzione del  terminal Adria GNL, per il quale si auspica che contribuisca alla sicurezza energetica europea. "Crediamo che c'è ancora spazio per i nuovi terminali GNL nel mercato europeo", ha affermato Wardzinski. Con la costruzione di detto terminale, la Polonia diventa un nuovo attore nel mercato globale GNL, mentre il Qatar garantirà le forniture al terminal, sulle quali conta anche la Croazia. L'accordo sulla fornitura del gas dal Qatar in Polonia è stato concordato dalla società polacca PGNiG (Polish Oil and Gas Company) e dalla Qatargas, per un ventennio, cioè dal 2014 al 2034.  

Progetto di matrice italiana
Il terminal sarà realizzato da un consorzio multinazionale, guidato dalla italiana Saipem (Gruppo ENI) e composto anche da Techint, Snamprogetti Canada, e le polacche PBG e PBG Export. Il consorzio si è aggiudicato la gara nel 2008 per costruire il primo terminale di rigassificazione in Polonia con un contratto da  720 milioni di euro, assegnato dalla Polskie LNG. Il terminal offshore avrà una capacità iniziale di 5 miliardi di metri cubi di gas l’anno, un terzo della domanda nazionale polacca, che potrà salire fino a 7,5 miliardi di euro. L’avvio dell’impianto è previsto per il giugno del 2014. La Polonia al momento consuma 14 miliardi di metri cubi di gas, in maggioranza proveniente dalla Russia. Nell’aggiudicarsi la gara internazionale le aziende italiane hanno superato le offerte di Daewoo Engineering e di Construction di Daewoo International, mentre  la società di ingegneria canadese  specializzata in tecnologia LNG, la SNC-Lavalin,  è stata scelto  per effettuare il piano di ingegneria e progettazione (FEED), preferito alla Suez-Tractebel.  

La crisi e le rassicurazioni di Saipem
Stando alle ultime notizie fatte trapelare dai media locali, la costruzione è in ritardo di alcuni mesi a causa delle difficoltà finanziarie che stanno affrontando i contractor del progetto tra cui proprio l’italiana Saipem insieme alla polacca PBG SA, la quale a giugno ha chiesto e ottenuto dal tribunale la protezione dalle richieste di bancarotta. Saipem è oggi oggetto di un controverso scandalo, che la vedono indagata presso la procura di Milano presunti reati di corruzione relativi ad alcuni contratti stipulati in Algeria. Al riguardo Saipem ritiene che la propria attività sia stata svolta nel rispetto delle leggi applicabili, delle procedure interne, del codice etico e del modello 231 e offre massima collaborazione alla Procura di Milano.  

Delegazione del Qatar ad aprile in Croazia
Ai canali diplomatici il Qatar ha inviato una lettera con la quale conferma il suo interesse per il progetto GNL.  Il neo eletto Ministro dell'Economia, Ivan Vrdoljak, ha rifiutato di commentare le informazioni, secondo le quali gli sceicchi del Qatar hanno presentato i progetti di accordo sulla cooperazione economica, nonché un promemoria del terminale GNL sulla Krk. La delegazione del Qatar sarà in visita in Croazia nell'aprile dell'anno prossimo. Secondo notizie informali, oltre al terminale GNL, il Qatar è interessato anche ad altri sei progetti, nel settore dell'energia, dell'agricoltura e dell'industria.  

03 dicembre 2012

Il pantano balcanico del Sistema-Italia

Roma - Gli affari della cricca hanno infiltrato l’economia e gli investimenti italiani all’estero nei Balcani, e quindi una ricandidatura di Berlusconi al Governo è fuori discussione. Questo il messaggio che traspare dal reportage sui progetti energetici italiani in Serbia e Montenegro, realizzato dalla trasmissione di Rai 3 “Report” (Corto Circuito 2- dicembre 2012). Nel mirino, la solita storia ormai ben nota di A2A-EPCG e delle connessioni tra Djukanovic e Prva Banka, ma anche il contratto ottenuto da Seci-Energia in Serbia. I contenuti trattati, a nostro parere, rappresentano una lettura di ‘non fatti’ di cui i media locali hanno fatto un’ampia cronaca senza mai fornire elementi concreti. La strumentalizzazione politica della questione balcanica da parte di Report è evidente, cadendo così nella disinformazione e nel più spicciolo complottismo, di cui i Balcani sono pieni. I rapporti economici tra Italia e Balcani sono sostanzialmente politici, essendo Stati confinanti e rivieraschi, per cui sono spesso dettati da esigenze di equilibrio “euro-atlantico” all’interno del Mediterraneo. Ciò premesso, il problema di fondo non è la classe politica di turno che siede al potere, bensì l’approccio del Sistema-Italia che è volutamente ambiguo e non trasparente, per nascondere le inefficienze della macchina diplomatica e gli sprechi dei finanziamenti pubblici devoluti ad una miriade di associazioni per non fare nulla. Se non esiste un piano industriale, energetico e commerciale è perché le istituzioni italiane sono patologicamente disinformate sulla realtà dei Balcani, affidano gli studi di fattibilità sempre agli stessi personaggi e non controllano l’operato delle ambasciate e delle Camere di Commercio.

Il caso Montenegro-A2A

Quello descritto da Report non è qualcosa che ha creato Berlusconi, A2A o Maccaferri, bensì è la realtà dell’inadeguatezza dei funzionari diplomatici, dell’ICE e del MAE, che dovrebbero lavorare instancabilmente per difendere gli interessi nazionali. Per oltre 20 anni di caos balcanico non hanno fatto che disinformare, cercando di risolvere il gran pasticcio creando fantomatiche agenzie di stampa auto-celebrative, finanziate da quelle imprese che dovrebbero ricevere i contratti e dalle istituzioni che hanno sottoscritto gli accordi. Se tutti avessero fatto il loro lavoro, il Governo italiano sarebbe stato informato che il Montenegro aveva un problema con la società elettrica, e dunque con i russi che controllano la KAP, con le associazioni sindacali e le bollette mai pagate. In primo luogo, abbiamo forti dubbi che la dirigenza A2A sapesse allora dove si trovasse il Montenegro sulla cartina geografica, o che il Primo Ministro avesse una banca e che fosse coinvolto in un processo presso la Procura di Bari. Erano convinti che con un semplice avviso di pagamento avrebbero ricevuto il saldo delle bollette, mentre la realtà si è rivelata ben più complessa. Un caso similare – ad onor di cronaca – si è verificato in Albania, dove la società ceca CEZ che ha privatizzato la compagnia di distribuzione, ha tentato di staccare le forniture di corrente ai debitori insolventi (per lo più istituzioni, nel dettaglio la società degli Acquedotti), ma i dirigenti sono stati arrestati e i tecnici malmenati, mentre il Governo albanese ha chiesto la risoluzione del contratto.

L’opera di disinformazione è stata quindi completata dai giornalisti di Report, che non hanno studiato questo caso nella sua totalità, e hanno dato prova di essere stati parziali e politicamente motivati nella loro ricerca della verità, con una chirurgica selezione delle fonti. Si sono così fermati al solito racconto - ripreso ormai da tutti i media - dei rappresentanti dei sindacati e dell’opposizione, come il noto Nebojsa Medojevic, foraggiato da gruppi di interesse tedeschi e americani, ma che nella sua carriera politica non è riuscito a portare nessuna prova di fatto che dimostri l’esistenza di fantomatici accordi segreti, di corruzione o di pratiche illegali. Non viene invece detto che da oltre 4 anni sulle pagine dei quotidiani montenegrini non si fa che parlare degli ‘italiani’, sino al limite del mobbing e dello stalking, riproponendo come scoop gli articoli di Repubblica ed Espresso. Dinanzi a queste pressioni, la Terna ha risposto pubblicando il contratto interstatale per la realizzazione di un elettrodotto tra Tivat e Pescara, e mettendo così a tacere la campagna di diffamazione che era stata montata proprio dalle ONG finanziate da entità estere. Sulla questione di Djukanovic e del contrabbando di sigarette, se si vuole speculare su tale argomento bisogna fornire tutti i dettagli: il traffico e l’importazione illegale di sigarette furono alimentati dalle grandi società di tabacchi, come la Philip Morris, per mettere fuori mercato il Monopolio di Stato, agevolato anche dalle gravi omissioni delle forze dell’ordine che sorvegliavano i confini marittimi, e questa ormai è storia (si veda l’inchiesta della Etleboro: Scacco matto alla cocaina colombiana La mafia e il gossip).

Per quanto riguarda poi il motivo per cui l’Italia abbia deciso di investire in Montenegro – scegliendo poi A2A – bisogna considerare il fatto che il Montenegro fosse uno Stato giovane, nato solo nel 2006 per volere della Comunità Internazionale, e anche un Paese molto piccolo, contando solo 600 mila abitanti, di cui solo 278 mila sono montenegrini (Vedi scheda Wikipedia). Per cui, l’Occidente ha scelto Djukanovic per sostenere l’equilibrio etnico interno (visto che serbi  bosniaci e albanesi, venivano sostenuti rispettivamente da Belgrado, dalla Turchia e dalla diaspora albanese), e anche per evitare che si venisse a creare un bacino di criminalità. Si trattava, quindi, di un investimento poco attrattivo per grandi società come Enel, ma necessario, proprio nel tentativo di creare una presenza italiana in un Paese confinante, e mettere in sicurezza i futuri corridoi energetici, perché non cadessero in mano di speculatori. L’Italia quindi ha fatto una giusta valutazione dal punto di vista strategico, ma nell’attuazione la politica dell’affarismo ha avuto la meglio, e ha creato un clima di mistificazione. D’altro canto, quando gli altri competitor hanno capito la possibilità del business di vendere energia ad Italia ed Europa, hanno cominciato a fare pressioni e a pagare i giornalisti locali, sollevando la questione delle irregolarità degli accordi o della mancanza di un tender sul cavo sottomarino.

Il caso Serbia-Maccaferri

Con riferimento invece all’accordo energetico con la Serbia, le tariffe incentivanti di 155 euro a megawattore per l’acquisto dell’energia rinnovabile prodotta, sono il prezzo che si paga innanzitutto per i certificati verdi (che hanno un valore finanziario, secondo il protocollo di Kyoto), ma anche e soprattutto per una pace politica, per garantire la stabilità di alcune regioni dei Balcani. Per quanto riguarda invece il Gruppo Maccaferri, la responsabilità della società è evidente: ha utilizzato le strutture diplomatiche per un proprio interesse, per assicurarsi il contratto di costruzione delle centrali idroelettriche sui fiumi Ibar e Drina, accreditando il suo operato con donazioni e cerimonie di gala, puntualmente pubblicizzate da Agenzie di stampa ‘amiche’. E’ anche vero che Maccaferri non è stata la più ‘veloce’, bensì quella più addentro agli usi e costumi delle ambasciate e delle procedure amministrative, quindi ben sapeva come velocizzare le lente procedure e i fraccomodi ambasciatori. Non potendo contare sull’ICE e la Camera di Commercio ha cercato di reperire da sola le informazioni, ma è caduta nella trappola balcanica della disinformazione e del bluff. Un errore banale per chi non conosce i Balcani, e non sa che ‘tradurre articoli’ e ‘sfornare rassegne stampa’ non permette di capire un contesto così complesso e falsato da politici, giornalisti ed opinionisti che sono tuttologhi e triplogiochisti, affetti dalla classica sindrome del ‘balkanski spiun’. Se avessero studiato – o quando meno solo “ascoltato” quanto si era già detto – sarebbe emerso il problema connesso alla Drina in quanto confine interstatale, nonché alla sensibilizzazione della comunità locale che, oggi e domani, ostacolerà sempre i progetti i cui benefici non sono “equamente distribuiti”. I nostri tecnici e funzionari avrebbero dovuto sapere che per portare avanti un progetto strategico di interesse nazionale è necessario innanzitutto un canale informativo, un gruppo di imprese che già operano all’estero per il supporto logistico, un team di giuristi ed economisti preparati, mentre tutte le istituzioni già sul luogo dovevano rimanere ai loro posti. Invece, non è stata fatta una strategia, bensì un’Armata Brancaleone, che si aspettava di trovare “gente con l’anello al naso”.

Ad alimentare questo clima di ambiguità sono stati soprattutto gli impiegati delle ambasciate, che sono delle ‘gole profonde’ per raggiungere degli scopi personali, ma quando sono dinanzi alle telecamere diventano così piccoli ed insignificanti. Infatti, nel filmato di Report, l’atteggiamento del funzionario dell’ambasciata interpellato dal giornalista è del classico ‘viveur di Belgrado’, griffato e gelatinato, che si riempie la bocca per autocelebrarsi e fare da “Paperon de Paperoni” con strette di mano, abbracci e occhiolino. Però, appena si fa una semplice domanda, chiedendo per esempio di consultare il memorandum interstatale, è divenuto così piccolo, quasi invisibile alla telecamere. Dopo uno scambio di e-mail, la consultazione del memorandum è divenuta una questione di Stato. Comunque, per farla breve, il documento era stato già pubblicato sul sito del Governo della Serbia nella sua versione serba, cosa che avrebbe dovuto fare anche l’ambasciata italiana per la trasparenza, ma purtroppo si è caduti nel ridicolo e si è creato un complotto per la stupidità della disorganizzazione. Forse mancava “il tecnico di laboratorio che inseriva il documento nel sistema per la sua visualizzazione”. Tuttavia, trovandosi all’estero, dove vi sono tante organizzazioni che monitorano il rispetto dei cosiddetti standard internazionali, e considerando il moralismo che i nostri ambasciatori fanno nei loro colloqui sull’integrazione per questi Paesi, la pubblicazione di tutti i documenti con dei web-site dedicati alla questione energetica era d’obbligo.

A dimostrazione di quanto stiamo dicendo, citiamo il caso di una organizzazione non governativa finanziata dalle Banche europee (BERS, BEI,ecc.), Bankwatch, che ha realizzato uno studio sul progetto energetico italiano nei Balcani (A Partnership of unequals - Electricity exports from the eastern neighbourhood and western Balkans), contemplando proprio i casi di A2A e Seci-Energia, sui quali esprime delle riserve e dei sospetti di corruzione. Questi rapporti vengono consultati dalla Commissione Europea e dalle cancellerie, e condizionano i politici locali e le organizzazioni locali, creando un clima ostile e di sospetto, anche se non vi è nessuna prova. Ci chiediamo, quindi, perché quando è stato diffuso questo rapporto – sempreché che i nostri diplomatici ne fossero a conoscenza – non vi è stata una reazione da parte dell’Italia, ricordando invece che la Deutsche Telekom ha ammesso e patteggiato dinanzi alla Corte di giustizia statunitense la sua colpevolezza per la corruzione dei funzionari montenegrini per la privatizzazione della Telekom Montenegro, e che l’ambasciatore tedesco ha esplicitamente chiesto di non inserire questo caso nella relazione di progresso della Commissione Europea. Purtroppo il nostro ambasciatore ha portato a Podgorica il Narciso di Caravaggio, sponsorizzato da A2A, per farlo vedere a Milo e Aco Djukanovic.

Infine, ci dispiace per l’opinione dell’onorevole Aldo di Biagio, che stima Valentino Valentini come una grande mente di tutto l’Est europeo, sino alla Russia. “Caro Aldo – scusa che ti diamo del Tu, ma così ci hai concesso nella nostra ultima conversazione – è pur vero che una giornalista del Vijesti (fonte di quasi tutti gli articoli copiati ed incollati da Repubblica e Espresso) va in fibrillazione ogni qual volta sente il nome di Valentini, ma questo mito è nato dalla solita patacca americana, visto che era lui l’unico che parlava molte lingue, e veniva menzionato nei cablogrammi delle ambasciate come diretto interlocutore. Non ha mai avuto però una rilevanza politica”. Cade quindi un’altra leggenda, come quella del contratto segreto per il cavo sottomarino, che - con grande delusione della ONG MANS - non contiene nessuna retrovia dell’accordo tra Italia e Montenegro.

Da parte nostra, abbiamo sempre espresso delle riserve verso il progetto energetico italiano, spiegando con fatti e circostanze che la concorrenza era talmente organizzata, ed in grado di orchestrare delle rappresaglie, ma comunque la disorganizzazione era talmente tanta che l’autodistruzione è stata inevitabile. Nei nostri articoli abbiamo più volte lanciato degli allarmi in merito, interrogando al contempo il Ministero degli Esteri – diretto allora da Franco Frattini - e il Ministro dello Sviluppo economico, che tuttavia non hanno mai dato risposta, nonostante le rassicurazioni. Bisognava infatti chiarire il progetto della centrale nucleare in Albania, del parco eolico di Moncada, della centrale termoelettrica di Enel. La confusione era tanta e le informazioni sempre più contraddittorie. Poi nel tempo la situazione è cambiata, Gheddafi è caduto e con lui l’intera finanza italo-libica destinata all’energia, mentre le lobbies sono divenute sempre più aggressive e pressanti. Le ONG che seguono le attività italiane si sono moltiplicate, mentre la crisi ha indebolito lo Stato. Chi ha avuto l'idea di questo progetto fantastico rimarrà comunque sconosciuto, non è farina del loro sacco, ma di una mente che ha studiato l'Italia in maniera storica ed economica. Purtroppo la messa in opera è stata affidata a qualcuno che crede di essere più furbo di altri. Oggi più che mai vale la pena ancora battersi e cambiare regia, perché c'è ancora spazio per una trattativa dura, lunga e difficile. Ma ci vuole soprattutto 'amor di patria', perché ognuno diventi un Enrico Mattei.

Michele Altamura