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31 dicembre 2012

Firmato Accordo energetico Italia-Serbia: salvo questioni in sospeso con la Bosnia

Belgrado - L'Assemblea Parlamentare della Serbia, ha adottato questo sabato 29 dicembre  la legge di ratifica dell'Accordo di cooperazione nel settore dell'energia tra la Serbia e l'Italia, lasciando sostanzialmente inalterato il testo come presentato in occasione della scorsa sessione del 29 novembre. Viene però confermato, al punto 1 della legge, che i termini previsti vengano applicati anche al progetto “Srednja Drina” (Drina media), sotto condizione che tutte le "questioni in sospeso in BiH" che si riferiscono al progetto vengano risolte. Allo stesso modo, viene confermato il consenso all'Allegato 1 che contiene l'elenco dei progetti comuni, da realizzazione in cooperazione con la Republika Srpska, coinvolta nel protocollo come parte terza. Nonostante, quindi, sia stata mantenuta la promessa di Belgrado di ratificare l'accordo con il Governo italiano, resta l'incognita sul significato da attribuire al concetto di "questioni in sospeso in Bosnia che si riferiscono al progetto" Srednja Drina. Su tale punto, alle domande dell'Osservatorio Italiano, le autorità della Serbia, come anche quelle della Republika Srpska e della Bosnia, si sono sottratte dal dare ogni spiegazione o fornire un qualche chiarimento, essendo al momento "la questione più scottante" di tutta l'architettura della cooperazione energetica con l'Italia.

Come affermato in precedenza dall'Osservatorio Italiano, la "questione in sospeso" citata nella legge, può essere ricondotta al problema della definizione dell'autorità competente a fornire la concessione per lo sfruttamento delle acque del fiume che, nel tratto della Srednja Drina, è un confine naturale. Infatti, anche qualora la RS si impegni a sostenere il progetto Srednja Drina inserendolo nella sua giurisdizione, ogni legge relativa ad un progetto che si trova su una frontiera può essere impugnata come incostituzionale. Infatti, l'Atto Costitutivo della Bosnia non è chiaro su questo punto, affidando la gestione delle frontiere alle autorità statali e la competenza sull'energia alle entità. Tuttavia, non è possibile apportare una modifica o un'integrazione alla carta costituzionale, in quanto si potrebbe smuovere malori e dissensi interni talmente gravi, da far implodere lo Stato stesso: di questo ne sono consapevoli sia gli Stati Uniti che la Commissione Europea. Non dimentichiamo che nel corso del vertice di Butmir del 2010, in cui i leader bosniaci avrebbero dovuto firmare una nuova Costituzionale, l'ambasciatore americano è svenuto nel pieno della riunione.

L'Italia deve quindi prestare molta attenzione alle promesse del Governo della RS, in quanto ogni accordo raggiunto con le autorità della Bosnia per l'attribuzione della concessione e la vendita dell'energia all'Italia a tariffe incentivante, potrebbe essere messo in discussione da entità terze o dalla stessa Comunità Europea. Ricordiamo infatti che l'attuale Ministro dell'Energia Zorana Mihajlovic - nelle vesti di deputato dell'opposizione nel 2010 - criticava  l'accordo energetico con l'Italia e la Seci-Energia perché "una società troppo piccola rispetto alla EPS", mentre adesso sostiene e ratifica il protocollo. Anche l'ex ambasciatore serbo in Italia Sanda Raskovic - ora deputato all'opposizione con il DSS - ha definito 'neo-colonialista' un accordo che invece prima accoglieva con "grande spirito di amicizia". Degli esempi, questi, che fanno capire come sia facile cambiare idea nei Balcani, dove non esistono "fratellanze" talmente solide da superare problemi economici e finanziari. 

Il nodo della Srpska continuerà quindi ad essere il principale ostacolo alla realizzazione del progetto energetico tra Italia e Serbia, e sarà proprio in Bosnia che si concentreranno i maggiori interessi, come anche gli scontri più forti, che potrebbero compromettere la credibilità dell'azione di diplomazia economica del Governo italiano. Infatti, il Ministro Terzi sembra si sia subito attivato a cambiare l'ambasciatore, facendo così una scelta "politica" e non "tecnica". Con questa mossa, il Consiglio dei Ministri di Monti si conferma essere un governo di 'Alta Finanza' e non del "made in Italy" delle piccole e medie imprese.  L'Osservatorio Italiano, nonostante sia stato a lungo sottovalutato, ha dimostrato con i fatti che quanto affermato si è puntualmente verificato. Quindi, a coloro che sostengono che questa redazione sia "anti-italiana" e contro i progetti italiani, rispondiamo che ha sempre provato con argomentazioni e concretezza che vi è stata superficialità nella gestione di questi investimenti. Infatti, non si va all'estero con "metodologie di giornalai" perché inglesi, tedeschi, francesi e russi sono lì al varco ad aspettare i nostri errori. 
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Legge di ratifica dell'Accordo energetico tra Italia e Serbia 
Download legge - versione latinico
Download legge -  versione cirillico

Legge di ratifica

La legge fa riferimento all'accordo firmato il 13 novembre del 2009 dal Ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani e il Ministro dell'Instrastruttura e dell'Energia della Serbia Milutin Mrkonjić. Quest'ultimo prevede le condizioni per stilare i certificati verdi, nonché il consenso da parte dello Stato serbo per la costruzione degli strumenti necessari al fine di produrre un megawatt di energia utilizzando la forza dell'acqua, previa approvazione da parte del Ministero competente dopo 30 giorni dalla richiesta. Il consenso si avrà qualora verranno rispettate le condizioni nella realizzazione degli impianti sfruttando in maniera razionale ed efficace il potenziale idroelettrico e le risorse finanziarie a disposizione. Questo sarà valido per tre anni dal momento dell'accettazione e potrà essere prolungato per altri 12 mesi, secondo il volere del Ministero dell'Energia.  Le nuove soluzioni dovranno prevenire i fallimenti, ha spiegato il Ministro Zorana Mihajlovic, la quale ha affermato che, in precedenza, non potevano impedire agli investitori di dare il consenso a qualcun altro, ne obbligarli a finire il progetto entro il tempo stabilito. L'accordo tra il Governo della Serbia e quello dell'Italia, comporterà la costruzione di dieci centrali idroelettriche sul fiume Ibar, vicino Raska e Kraljevo, con una potenza istallata di 117 megawatt e tre sulla Drina, a Bajina Basta e Zvornik, con una potenza istallata di 235 megawatt. 

03 dicembre 2012

Il pantano balcanico del Sistema-Italia

Roma - Gli affari della cricca hanno infiltrato l’economia e gli investimenti italiani all’estero nei Balcani, e quindi una ricandidatura di Berlusconi al Governo è fuori discussione. Questo il messaggio che traspare dal reportage sui progetti energetici italiani in Serbia e Montenegro, realizzato dalla trasmissione di Rai 3 “Report” (Corto Circuito 2- dicembre 2012). Nel mirino, la solita storia ormai ben nota di A2A-EPCG e delle connessioni tra Djukanovic e Prva Banka, ma anche il contratto ottenuto da Seci-Energia in Serbia. I contenuti trattati, a nostro parere, rappresentano una lettura di ‘non fatti’ di cui i media locali hanno fatto un’ampia cronaca senza mai fornire elementi concreti. La strumentalizzazione politica della questione balcanica da parte di Report è evidente, cadendo così nella disinformazione e nel più spicciolo complottismo, di cui i Balcani sono pieni. I rapporti economici tra Italia e Balcani sono sostanzialmente politici, essendo Stati confinanti e rivieraschi, per cui sono spesso dettati da esigenze di equilibrio “euro-atlantico” all’interno del Mediterraneo. Ciò premesso, il problema di fondo non è la classe politica di turno che siede al potere, bensì l’approccio del Sistema-Italia che è volutamente ambiguo e non trasparente, per nascondere le inefficienze della macchina diplomatica e gli sprechi dei finanziamenti pubblici devoluti ad una miriade di associazioni per non fare nulla. Se non esiste un piano industriale, energetico e commerciale è perché le istituzioni italiane sono patologicamente disinformate sulla realtà dei Balcani, affidano gli studi di fattibilità sempre agli stessi personaggi e non controllano l’operato delle ambasciate e delle Camere di Commercio.

Il caso Montenegro-A2A

Quello descritto da Report non è qualcosa che ha creato Berlusconi, A2A o Maccaferri, bensì è la realtà dell’inadeguatezza dei funzionari diplomatici, dell’ICE e del MAE, che dovrebbero lavorare instancabilmente per difendere gli interessi nazionali. Per oltre 20 anni di caos balcanico non hanno fatto che disinformare, cercando di risolvere il gran pasticcio creando fantomatiche agenzie di stampa auto-celebrative, finanziate da quelle imprese che dovrebbero ricevere i contratti e dalle istituzioni che hanno sottoscritto gli accordi. Se tutti avessero fatto il loro lavoro, il Governo italiano sarebbe stato informato che il Montenegro aveva un problema con la società elettrica, e dunque con i russi che controllano la KAP, con le associazioni sindacali e le bollette mai pagate. In primo luogo, abbiamo forti dubbi che la dirigenza A2A sapesse allora dove si trovasse il Montenegro sulla cartina geografica, o che il Primo Ministro avesse una banca e che fosse coinvolto in un processo presso la Procura di Bari. Erano convinti che con un semplice avviso di pagamento avrebbero ricevuto il saldo delle bollette, mentre la realtà si è rivelata ben più complessa. Un caso similare – ad onor di cronaca – si è verificato in Albania, dove la società ceca CEZ che ha privatizzato la compagnia di distribuzione, ha tentato di staccare le forniture di corrente ai debitori insolventi (per lo più istituzioni, nel dettaglio la società degli Acquedotti), ma i dirigenti sono stati arrestati e i tecnici malmenati, mentre il Governo albanese ha chiesto la risoluzione del contratto.

L’opera di disinformazione è stata quindi completata dai giornalisti di Report, che non hanno studiato questo caso nella sua totalità, e hanno dato prova di essere stati parziali e politicamente motivati nella loro ricerca della verità, con una chirurgica selezione delle fonti. Si sono così fermati al solito racconto - ripreso ormai da tutti i media - dei rappresentanti dei sindacati e dell’opposizione, come il noto Nebojsa Medojevic, foraggiato da gruppi di interesse tedeschi e americani, ma che nella sua carriera politica non è riuscito a portare nessuna prova di fatto che dimostri l’esistenza di fantomatici accordi segreti, di corruzione o di pratiche illegali. Non viene invece detto che da oltre 4 anni sulle pagine dei quotidiani montenegrini non si fa che parlare degli ‘italiani’, sino al limite del mobbing e dello stalking, riproponendo come scoop gli articoli di Repubblica ed Espresso. Dinanzi a queste pressioni, la Terna ha risposto pubblicando il contratto interstatale per la realizzazione di un elettrodotto tra Tivat e Pescara, e mettendo così a tacere la campagna di diffamazione che era stata montata proprio dalle ONG finanziate da entità estere. Sulla questione di Djukanovic e del contrabbando di sigarette, se si vuole speculare su tale argomento bisogna fornire tutti i dettagli: il traffico e l’importazione illegale di sigarette furono alimentati dalle grandi società di tabacchi, come la Philip Morris, per mettere fuori mercato il Monopolio di Stato, agevolato anche dalle gravi omissioni delle forze dell’ordine che sorvegliavano i confini marittimi, e questa ormai è storia .

Per quanto riguarda poi il motivo per cui l’Italia abbia deciso di investire in Montenegro – scegliendo poi A2A – bisogna considerare il fatto che il Montenegro fosse uno Stato giovane, nato solo nel 2006 per volere della Comunità Internazionale, e anche un Paese molto piccolo, contando solo 600 mila abitanti, di cui solo 278 mila sono montenegrini (Vedi scheda Wikipedia). Per cui, l’Occidente ha scelto Djukanovic per sostenere l’equilibrio etnico interno (visto che serbi  bosniaci e albanesi, venivano sostenuti rispettivamente da Belgrado, dalla Turchia e dalla diaspora albanese), e anche per evitare che si venisse a creare un bacino di criminalità. Si trattava, quindi, di un investimento poco attrattivo per grandi società come Enel, ma necessario, proprio nel tentativo di creare una presenza italiana in un Paese confinante, e mettere in sicurezza i futuri corridoi energetici, perché non cadessero in mano di speculatori. L’Italia quindi ha fatto una giusta valutazione dal punto di vista strategico, ma nell’attuazione la politica dell’affarismo ha avuto la meglio, e ha creato un clima di mistificazione. D’altro canto, quando gli altri competitor hanno capito la possibilità del business di vendere energia ad Italia ed Europa, hanno cominciato a fare pressioni e a pagare i giornalisti locali, sollevando la questione delle irregolarità degli accordi o della mancanza di un tender sul cavo sottomarino.

Il caso Serbia-Maccaferri

Con riferimento invece all’accordo energetico con la Serbia, le tariffe incentivanti di 155 euro a megawattore per l’acquisto dell’energia rinnovabile prodotta, sono il prezzo che si paga innanzitutto per i certificati verdi (che hanno un valore finanziario, secondo il protocollo di Kyoto), ma anche e soprattutto per una pace politica, per garantire la stabilità di alcune regioni dei Balcani. Per quanto riguarda invece il Gruppo Maccaferri, la responsabilità della società è evidente: ha utilizzato le strutture diplomatiche per un proprio interesse, per assicurarsi il contratto di costruzione delle centrali idroelettriche sui fiumi Ibar e Drina, accreditando il suo operato con donazioni e cerimonie di gala, puntualmente pubblicizzate da Agenzie di stampa ‘amiche’. E’ anche vero che Maccaferri non è stata la più ‘veloce’, bensì quella più addentro agli usi e costumi delle ambasciate e delle procedure amministrative, quindi ben sapeva come velocizzare le lente procedure e i fraccomodi ambasciatori. Non potendo contare sull’ICE e la Camera di Commercio ha cercato di reperire da sola le informazioni, ma è caduta nella trappola balcanica della disinformazione e del bluff. Un errore banale per chi non conosce i Balcani, e non sa che ‘tradurre articoli’ e ‘sfornare rassegne stampa’ non permette di capire un contesto così complesso e falsato da politici, giornalisti ed opinionisti che sono tuttologhi e triplogiochisti, affetti dalla classica sindrome del ‘balkanski spiun’. Se avessero studiato – o quando meno solo “ascoltato” quanto si era già detto – sarebbe emerso il problema connesso alla Drina in quanto confine interstatale, nonché alla sensibilizzazione della comunità locale che, oggi e domani, ostacolerà sempre i progetti i cui benefici non sono “equamente distribuiti”. I nostri tecnici e funzionari avrebbero dovuto sapere che per portare avanti un progetto strategico di interesse nazionale è necessario innanzitutto un canale informativo, un gruppo di imprese che già operano all’estero per il supporto logistico, un team di giuristi ed economisti preparati, mentre tutte le istituzioni già sul luogo dovevano rimanere ai loro posti. Invece, non è stata fatta una strategia, bensì un’Armata Brancaleone, che si aspettava di trovare “gente con l’anello al naso”.

Ad alimentare questo clima di ambiguità sono stati soprattutto gli impiegati delle ambasciate, che sono delle ‘gole profonde’ per raggiungere degli scopi personali, ma quando sono dinanzi alle telecamere diventano così piccoli ed insignificanti. Infatti, nel filmato di Report, l’atteggiamento del funzionario dell’ambasciata interpellato dal giornalista è del classico ‘viveur di Belgrado’, griffato e gelatinato, che si riempie la bocca per autocelebrarsi e fare da “Paperon de Paperoni” con strette di mano, abbracci e occhiolino. Però, appena si fa una semplice domanda, chiedendo per esempio di consultare il memorandum interstatale, è divenuto così piccolo, quasi invisibile alla telecamere. Dopo uno scambio di e-mail, la consultazione del memorandum è divenuta una questione di Stato. Comunque, per farla breve, il documento era stato già pubblicato sul sito del Governo della Serbia nella sua versione serba, cosa che avrebbe dovuto fare anche l’ambasciata italiana per la trasparenza, ma purtroppo si è caduti nel ridicolo e si è creato un complotto per la stupidità della disorganizzazione. Forse mancava “il tecnico di laboratorio che inseriva il documento nel sistema per la sua visualizzazione”. Tuttavia, trovandosi all’estero, dove vi sono tante organizzazioni che monitorano il rispetto dei cosiddetti standard internazionali, e considerando il moralismo che i nostri ambasciatori fanno nei loro colloqui sull’integrazione per questi Paesi, la pubblicazione di tutti i documenti con dei web-site dedicati alla questione energetica era d’obbligo.

A dimostrazione di quanto stiamo dicendo, citiamo il caso di una organizzazione non governativa finanziata dalle Banche europee (BERS, BEI,ecc.), Bankwatch, che ha realizzato uno studio sul progetto energetico italiano nei Balcani (A Partnership of unequals - Electricity exports from the eastern neighbourhood and western Balkans), contemplando proprio i casi di A2A e Seci-Energia, sui quali esprime delle riserve e dei sospetti di corruzione. Questi rapporti vengono consultati dalla Commissione Europea e dalle cancellerie, e condizionano i politici locali e le organizzazioni locali, creando un clima ostile e di sospetto, anche se non vi è nessuna prova. Ci chiediamo, quindi, perché quando è stato diffuso questo rapporto – sempreché che i nostri diplomatici ne fossero a conoscenza – non vi è stata una reazione da parte dell’Italia, ricordando invece che la Deutsche Telekom ha ammesso e patteggiato dinanzi alla Corte di giustizia statunitense la sua colpevolezza per la corruzione dei funzionari montenegrini per la privatizzazione della Telekom Montenegro, e che l’ambasciatore tedesco ha esplicitamente chiesto di non inserire questo caso nella relazione di progresso della Commissione Europea. Purtroppo il nostro ambasciatore ha portato a Podgorica il Narciso di Caravaggio, sponsorizzato da A2A, per farlo vedere a Milo e Aco Djukanovic.

Infine, ci dispiace per l’opinione dell’onorevole Aldo di Biagio, che stima Valentino Valentini come una grande mente di tutto l’Est europeo, sino alla Russia. “Caro Aldo – scusa che ti diamo del Tu, ma così ci hai concesso nella nostra ultima conversazione – è pur vero che una giornalista del Vijesti (fonte di quasi tutti gli articoli copiati ed incollati da Repubblica e Espresso) va in fibrillazione ogni qual volta sente il nome di Valentini, ma questo mito è nato dalla solita patacca americana, visto che era lui l’unico che parlava molte lingue, e veniva menzionato nei cablogrammi delle ambasciate come diretto interlocutore. Non ha mai avuto però una rilevanza politica”. Cade quindi un’altra leggenda, come quella del contratto segreto per il cavo sottomarino, che - con grande delusione della ONG MANS - non contiene nessuna retrovia dell’accordo tra Italia e Montenegro.

Da parte nostra, abbiamo sempre espresso delle riserve verso il progetto energetico italiano, spiegando con fatti e circostanze che la concorrenza era talmente organizzata, ed in grado di orchestrare delle rappresaglie, ma comunque la disorganizzazione era talmente tanta che l’autodistruzione è stata inevitabile. Nei nostri articoli abbiamo più volte lanciato degli allarmi in merito, interrogando al contempo il Ministero degli Esteri – diretto allora da Franco Frattini - e il Ministro dello Sviluppo economico, che tuttavia non hanno mai dato risposta, nonostante le rassicurazioni. Bisognava infatti chiarire il progetto della centrale nucleare in Albania, del parco eolico di Moncada, della centrale termoelettrica di Enel. La confusione era tanta e le informazioni sempre più contraddittorie. Poi nel tempo la situazione è cambiata, Gheddafi è caduto e con lui l’intera finanza italo-libica destinata all’energia, mentre le lobbies sono divenute sempre più aggressive e pressanti. Le ONG che seguono le attività italiane si sono moltiplicate, mentre la crisi ha indebolito lo Stato. Chi ha avuto l'idea di questo progetto fantastico rimarrà comunque sconosciuto, non è farina del loro sacco, ma di una mente che ha studiato l'Italia in maniera storica ed economica. Purtroppo la messa in opera è stata affidata a qualcuno che crede di essere più furbo di altri. Oggi più che mai vale la pena ancora battersi e cambiare regia, perché c'è ancora spazio per una trattativa dura, lunga e difficile. Ma ci vuole soprattutto 'amor di patria', perché ognuno diventi un Enrico Mattei.


01 novembre 2012

Il progetto farsa della cooperazione energetica nei Balcani


Roma – Aspettando senza molti indugi la vittoria di Boris Tadic e la conferma della sua lobby politica al potere, i cosiddetti ‘big dell’energia italiana’ finanziavano agenzie di stampa auto celebrative per accreditarsi e testimoniare la solida alleanza strategica italo-serba. Aerei privati, abbracci e strette di mano, nonché progetti di sponsorizzazione della cultura italiana, fondi per le ONG e altre distribuzioni di beni tra il popolino dell’internazionalizzazione del Sistema-Italia. Tutto questo, tuttavia, non è bastato a portare in porto il leggendario progetto idroelettrico di Seci Energia-Gruppo Maccaferri, e così a compensare l’abisso politico che divide l’Italia da colossi aggressivi con Germania, Russia e Cina. Inutilmente il nostro Ministro ‘del nulla’ Giulio Terzi si è recato a Belgrado con un aereo di linea per strappare al nuovo Governo di Nikolic la garanzia che sarebbero stati confermati gli accordi presi con Tadic. Evidentemente non è stato abbastanza persuasivo, visto che il progetto di legge di ratifica del partenariato energetico tra Italia e Serbia è stato ritirato perché incompleto. A quanto pare, mancano alcuni ‘dettagli’ da definire con la Republika Srpska, terzo partner del progetto sul Drina, che deve nel frattempo risolvere i suoi problemi esistenziali con la Bosnia Erzegovina per la definizione delle competenze e dei poteri nel decidere sui progetti transnazionali che insistono su un confine, non avendo una sovranità statale. Un particolare che è stato portato all’attenzione proprio dai cugini tedeschi che, senza andare molto per il sottile, hanno inviato ai politici locali chiari avvisi che si sono tradotti in mozioni parlamentari del Bundestang e in richieste di indagine ai procuratori locali su casi di corruzione. Così i media si riempiono di articoli aggressivi, assoldano giornalisti locali, fanno tutto quello che devono per proteggere le loro aziende, agiscono in squadra, lavorano, studiano e tracciano i confini.
 
Peccato che tutto questo era stato più volte segnalato dall’Osservatorio che segue il caso del cosiddetto progetto energetico italiano nei Balcani da anni. Tuttavia è rimasto inascoltato perché sottoposto all'embargo finanziario della Farnesina, dopo essere stato definito ‘nemico giurato’ della Cooperazione Italiana, della fantomatica Confindustria Balcani e degli altri filosofi dell'ICE. Numerosi sono stati i nostri allarmi sull’esistenza di pressioni che i governi locali subivano per definire ‘nero su bianco’ gli accordi presi in via informale con gli italiani. Le minacce ora sono passate in fase esecutiva, chiudendo i canali ai grandi investimenti energetici italiani nella regione. Quindi, adesso saremo molto chiari e molto coincisi, per evitare fraintendimenti. Per la diplomazia italiana e gli affaristi si è chiusa definitivamente l’epoca delle speculazioni. Il fallimento italiano si deve interpretare, prima di tutto, come la conseguenza della mancanza di una lobby in grado di gestire rapporti transnazionali e multiculturali, e soprattutto della presenza in cariche molto delicate di persone preoccupate a curare la propria carriera. Sarebbe ora opportuna una ritirata strategica della nostra Armata di Brancaleone, abbandonando le proprie posizioni megalomani su progetti di un certo tenore politico che non siamo in grado di sostenere, per ricreare una strategia basata sulle piccole e media imprese, fulcro del Made in Italy. Anche in tal caso, la cooperazione con l’estero non deve essere di selvaggia delocalizzazione portando il Paese alla miseria, bensì di reale partnership per la rivalutazione della specializzazione e delle conoscenze delle nostre imprese.

L’Osservatorio  ha vinto una battaglia, affermando sin dall’inizio che questo progetto non poteva essere portato a termine, perché solo una messa in scena millantata da diplomatici in cerca di gloria e da società a rischio fallimento. Il risultato è stato una ‘figura da niente’ dinanzi alla Serbia e all’intera Europa. Chi ripagherà i soldi che la diplomazia-Italia ha speso per mettere in piedi questa farsa? E’ inconcepibile che dei funzionari di Stati inseguano dei sogni. 


01 ottobre 2011

I francesi nei Balcani: scalata ostile ai progetti energetici italiani


Roma - L'intelligence economica francese sta cercando di sabotare i piani energetici dell'Italia, nel tentativo di scavalcare ogni controparte italiana nei progetti comuni. Un obiettivo divenuto evidente con l'aggressione della Libia, che è sfociata inevitabilmente nella corsa all'accaparramento di contratti petroliferi e rapporti privilegiati con Tripoli, che prima di allora appartenevano all'Eni. La sua azione è molto aggressiva, fomentata dalla pazzia di Sarkozy, ormai messo alle strette dalla minaccia di default, perchè i soldi per bombardare prima o poi finiranno. La Francia si prepara oggi ad entrare nei Balcani, per subentrare nei contratti concordati dalle aziende italiane. Il primo bersaglio è la Serbia, oggi sempre più debole, asserragliata dalla crisi del Kosovo, dalle minacce del Sangiaccato e dagli ultimatum di Bruxelles per la candidatura e la data per l'adesione all'UE.Dalla loro parte, i francesi hanno 'balance' da offrire a Belgrado: contratti per lavori in Libia, strada spianata nell'UE e riconferma dei contratti francesi sul mercato serbo. In cambio vogliono mettere le mani sull'energia italiana, a cominciare proprio dall'Edison, che da sola vuol dire accordi per centrali elettriche, ma anche per il gas russo di Promgas. La EDF, dopo aver 'mangiato' la quota italiana nel progetto Gazprom, salta i convenevoli e convoca a Parigi i capi della Elektroprivreda Srbije. Lasciando ad intendere che l'affare di Edison è 'cosa fatta', conferma la partnership aperta dalla dirigenza italiana, e rilancia investimenti nella rete elettrica, esponendosi sino a proporre l'assorbimento della società serba nel gigante francese. I serbi per il momento dicono 'no grazie' alla privatizzazione di EPS, ma a questo punto tutto può essere rimesso in discussione, a cominciare da quegli accordi conquistati dagli italiani dietro una 'stretta di mano politica' e fuori dai tender, sino al famoso "progetto di interconnessione della rete italiana a quella balcanica". Il fatto che sia un piano sostenuto di principio della Comunità Europea, non significa che sarà esente dalla scure della burocrazia europea, che ha già sguinzagliato i suoi ispettori negli uffici delle società energetiche per verificare il rispetto delle direttive. Forse bisognerebbe insistere di più su Edison e non dare forfet, perchè dopo il primo segno di debolezza, si aprirà il vaso di Pandora delle inchieste per la trasparenza.Sarebbe questo il momento giusto che i nostri ambasciatori si esponessero per riconfermare quei famosi accordi strategici, ma dopo l'annullamento del vertice intergovernativo Roma-Belgrado, la sola Italia che conosce la Serbia è la Fiat, mentre Seci-Maccaferri è un'impresa che promette, come tante hanno fatto. La diplomazia italiana non è in grado di risollevarsi, e neanche di proporre alternative, perché da anni le nostre Agenzie di stampa che non fanno altro che prendere contributi pubblici e fare un copia incolla. Esperti di 'macellai balcanici', analisti del formaggio di Livno, medagliati e carrieristi, false promozioni per false storie in una falsa diplomazia. Tutto si riduce a business affaristici che usano soldi pubblici per poi rivendere a privati. Come se non bastasse è già pronta la campagna mediatica, dei soliti giornali del giustizialismo, contro i vertici manageriali delle società energetiche, che ora rappresentano proprio la controparte negoziale dei francesi. Ma poi, sono davvero strane quelle inchieste della magistratura contro Ministri e personaggi politici ora impegnati in importanti negoziati. Se esistono i segreti della 'casta', esisteranno anche quelli degli intoccabili 'magistrati e giudici' che secretano le caste. La valanga della Green economy si sta abbattendo sul nostro paese, che lascerà un dito in bocca ai grani filantropi, benefattori del Made Italy. Canta la Mercegaglia, che del business con i soldi pubblici ne fa un'arte, un gioco di sigle, solo per foraggiare i cosiddetti imprenditori delle cartiere. E così mentre i francesi sottobanco trattano, i nostri cercano fantomatici nemici wahhabiti, e neanche si accorgono che il vero nemico ha già sferrato la guerriglia.

22 agosto 2011

Desertec, gas e la guerra per le interconnessioni


Alla base della nuova crisi dei mercati e del nuovo governo economico europeo che sta prendendo forma, tra la grandeur di Parigi e l'avanzata di Berlino, non vi è altro che il fallimento dei Paesi Europei e dello stesso progetto di Bruxelles, che inevitabilmente si è abbattuto sul Nord Africa con un nuova guerra. Tripoli non è ancora caduta, ed è già iniziata la lotta per l'accaparramento dei contratti petroliferi, che deciderà chi avrà il controllo del mercato energetico dell'Europa. Tuttavia, la corsa al petrolio ha messo in penombra un altro aspetto della guerra energetica nel Mediterraneo, promossa delle lobbies della cosiddetta 'green energy'. Di fatti, il grande spettro di alternative che si stagliano dinanzi all'UE si può oggi ridurre a due colossali progetti, quello della interconnessione delle pipeline che attraversano il Corridoio del gas del Sud, e quello del Desertec, super-rete di interconnessione elettrica tra Nord Africa ed Europa Meridionale. Entrambi i progetti dovranno alimentare il fabbisogno energetico della ricca Europa Centro-Settentrionale, mentre i paesi nord-africani nonchè quelli del Medioriente e centro-asiatici saranno diretti fornitori di energia.

Desertec. Con un bilancio di 400 miliardi di euro, il Desertec è un colossale progetto volto a costruire una rete di interconnessione elettrica tra il Nord Africa e l'Europa, alimentata da fonti rinnovabili derivanti dall'installazione di centrali solari ed eoliche nel deserto del Sahara, tra cui Algeria, Marocco e Tunisia. Gran parte della energia elettrica prodotta sarà distribuita in Europa per soddisfare il grande fabbisogno energetico. Per generare tali enormi quantità di energia elettrica sono state progettate gigantesche centrali solari nonchè elettrodotti ad alta tensione che passeranno sul fondale del Mar Mediterraneo. Secondo il progetto, l'elettricità generata in Africa comincerà ad alimentare la rete europea alla fine del 2015 per coprire il 15% del fabbisogno energetico europeo nel 2050. Nelle prime fasi saranno intrapresi i progetti di interconnessione tra Spagna e Marocco, e Italia Tunisia, A promuovere il progetto è stata nel 2003 la Desertec Foundation, fondata in Germania dal Club di Roma e dal National Energy Research Center Jordan, sulla base degli studi scientifici svolti dal Centro Aerospaziale Tedesco (DLR) e dalla Trans-Mediterranean Renewable Energy Cooperation (TREC). Il 13 luglio 2009, si sono aggiunte dodici aziende provenienti da Europa e Nord Africa, con l'intento di portare avanti una iniziativa industriale, che funge essenzialmente da lobbying. Il 30 ottobre 2009, viene fondata a Monaco di Baviera la joint-venture Desertec Industrial Initiative Dii GmBH, sottoforma di società a responsabilità limitata di diritto tedesco. La Dii si identifica con un consorzio di 12 società, a cui poi si aggiungono in un secondo momento altre 6, mentre al momento vi sono circa 20 azionisti, oltre poi a 35 partner.

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Azionisti Dii GmBH Partner Consulenti specializzati
Società fondatrici

- Munich Re;
- Abengoa Solar;
- RWE;
- Deutsche Bank,
- Siemens;
- ABB;
- E. ON;
- HSH Nordbank;
- Cevital, società algerina;
- M & W Group;
- Schott Solar, azienda tedesca
specializzata nel solare;
- Flagsol in joint venture
con Ferrostaal e Solar Millennium

Successivi azionisti

- Nareva, proprietà della ONA, holding del Marocco
controllata dalla famiglia reale;
- Enel Greenpower;
- Saint Gobain;
- Red Eléctrica de España;
- Terna;
- Unicredit;
- Société tunisienne de l'Electricité et du gaz
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Partner
3M
AGC
Audi
BASF
Concentrix solar
Conergy
Deloitte
Evonik Industries
GL Garrad Hassan
HSBC
IBM
ILF
Morgan Stanely
Nur Energie
OMV
MPG
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Consulenti specializzati
Bearing Point
Bilfinger Berger
Rexroth, Bosch Group
Commerzbank
FCC Servicios Ciudadanos
First Solar
Flabeg
Fraunhofer
Italgen Italcementi
Kaefer
Lahmeyer International
Maurisolaire
Schoeller Renewables
SMA Solar Technology
Terna Energy SA
TUV SUD
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Il consorzio così conformato si presenta come una sorta di lobby, il cui obiettivo è quello di creare le condizioni per una rapida attuazione della interconnessione elettrica dei 14 Stati del Desertec, che appartengono all'Area EUMENA (Europa-Medio Oriente-Nord Africa), alimentata da fonti energetiche del solare e dell'eolico. Nelle prime fasi, l'iniziativa si è posta come mission quella di identificare le tecnologie appropriate per la produzione e trasmissione di energia, e così tutte le tecniche attualmente collaudate e nella disponibilità delle società per la conversione dell'energia solare ed eolica in elettricità, nonchè per la trasmissione a lunga distanza. Tra queste sono state già proposte la tecnologia CSP (Concentrated solar power, che utilizza specchi parabolici e una torre di accumulazione), nonchè la tecnologia fotovoltaica. Allo stesso tempo, viene promossa l'elaborazione di un programma di sviluppo tecnico ed economico, ed un quadro politico e normativo per incoraggiare gli investimenti nelle energie rinnovabili e delle reti interconnesse, nonchè l'elaborazione di progetti per la verifica della fattibilità di ciascuno. Dovrà inoltre essere sviluppato un piano di funzionamento a lungo termine fino al 2050, riportando i punti di riferimento per gli investimenti e finanziamenti.


Ruolo del Nord Africa. Il coinvolgimento dei Paesi nel Nord Africa diventa tra l'altro fondamentale, in quanto metteranno a disposizione di tale progetto il grande potenziale energetico del deserto del Sahara. La partnership con Tunisia, Algeria e Marocco è infatti strategica, come dimostrato dalla presenza della algerina Cevital (tra i fondatori di DII), e delle compagnie statali della Nareva e della Société tunisienne de l'Electricité et du gaz. Tuttavia, il governo algerino non ha aderito al progetto Desertec, non volendo trasferire all'estero le risorse energetiche statali, per cui intende sviluppare propri progetti. Tra questi ricordiamo la centrale elettrica ibrida alimentata con gas naturale e solare realizzata a Tilghemt, con una capacità totale di 150 MW, di cui 30 MW prodotti solo dal sole, da parte della New Energy Algeria (NEAL) e la società spagnola Abener con un investimento da 350 milioni di euro. Allo stesso modo la Sonelgaz

(società statale algerina per la distribuzione del gas e elettricità) prevede di produrre 365 MW di energia solare tra il 2013 e il 2020. Al contrario, il governo tunisino ha mostrato maggiore entusiasmo, identificando già diversi possibili siti per l'installazione di impianti solari.

La Tunisia ospita anche l'Università Desertec Network, istituito nel giugno 2010. Si tratta di una rete universitaria di ricerca, che riunisce i paesi di Europa, Nord Africa e Medio Oriente, per studiare le tecnologie che possono essere installate nel deserto.



Tuttavia, è il Marocco ad essere lo Stato nord-africano che porterà avanti la prima centrale solare pilota del desertec, disponendo già di un elettrodotto sottomarino che lo collega alla Spagna, oltre ad essere l'unico Paese della regione che non dispone di idrocarburi. Il governo marocchino ritiene infatti che il Desertec possa mettere finire alla dipendenza energetica del Marocco (che acquista dall'estero il 96% della sua energia), nonchè produrre sufficiente energia da esportare in Europa. E' stata così predisposta lo scorso giugno la partnership in partenariato pubblico-privato con l'agenzia marocchina per l'energia solare Masen. Il Marocco ha anche lanciato il proprio piano solare nel 2009, con l'obiettivo di produrre il 14% di energia elettrica prodotta nel paese entro il 2020 con un investimento di 9 miliardi di dollari per costruire cinque impianti solari che producono 2.000 megawatt di energia elettrica, per ottenere lo sfruttamento di più di un terzo della capacità della nazione entro il 2020. Parte di tale strategia, è il progetto di Ouarzazate (Marocco) della capacità installata di 500 MW che dovrebbe presto ottenere un prestito dalla BEI, dall'Agenzia Francese di Sviluppo (AFD), dal KfW (gruppo bancario pubblico tedesco) e dalla Banca mondiale.



Altre iniziative. Accanto al Desertec, vi sono altre reti di lobby che promuovono il concetto di interconnessione dei paesi del Mediterraneo come fonte di energia per l'Europa, nonchè come luogo di incontro tra stati consumatori (Nord Europa) e stati produttori. Tra queste citiamo:

  • ENTSO-E: European Network of Transmission System Operators for Electricity, che rappresenta la rete degli operatori europei dei sistemi di trasmissione elettrica. Essa ha sviluppato un piano di sviluppo decennale con una proposta di investimento in infrastrutture di trasmissione elettrica in 34 paesi europei ( UE e non UE), con oltre 500 progetti del valore complessivo di 23-28 miliardi di euro.
  • Friends of the Supergrid: gruppo di aziende e organizzazioni che promuove la creazione di una super-rete di trasmissione elettrica continua, in tutta l'Europa, che dovrà facilitare la produzione energia sostenibile su larga scala in aree remote. Tale iniziativa è particolarmente interessata alle infrastrutture di trasmissione di energie rinnovabili verso l'Europa del Mare del Nord.
  • Transgreen: è un consorzio di aziende che, al pari della Dii, si pone come obiettivo quello di installare una super-rete di trasmissione energetica nei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa verso l'Europa. Esso rientra nel Piano solare del Mediterraneo, la cui creazione è stata decretata dalla firma del protocollo, alla presenza dei funzionari del Governo francese, da società francesi, spagnole e tedesche: Abengoa ; AFD ; Alstom; Areva ; Atos Origin ; CDC Infrastructure; EDF ; Prysmian; Nexans ; Red Electrica de Espana; RTE; Siemens; Taqa Arabia.

Nuovi scenari. Dinanzi agli attuali sviluppi, diventa evidente che territori di transito delle nuove autostrade energetiche saranno Italia, Spagna e Balcani, che si trovano ad affrontare un periodo tra i più difficili della loro storia dopo gli anni '90, al centro del fuoco incrociato della guerra energetica del Mediterraneo, che decreterà la configurazione delle fonti e delle reti per i prossimi 20 anni. Cambia inoltre anche il concetto di sistema energetico, che passa dall'idea di un insieme di progetti a sé stanti e territorialmente limitati, a quella di struttura interconnessa ed integrata, che avrà l'energia elettrica la base fondamentale perchè può essere conservata e trasportata a basso costo. Le interconnessioni elettriche saranno le nuove pipelines per cui si combatteranno le guerre, mentre l'elettricità sarà la 'moneta unica' che sostituirà il petrol-dollaro di questa Europa integrata, non più costituita dall'UE bensì dalla cosiddetta EUMENA. Senza accorgercene, questa guerra è già scoppiata, e ha come focolai proprio il Nord Africa e i Balcani. Da non dimenticare infatti il caso del Montenegro e dell'elettrodotto della Terna Tivat-Pescara, un progetto che è stato a lungo criminalizzato nonostante fosse parte delle strategie di sviluppo energetico dell'Unione Europea, le cui regole vengono accettate da tutti gli stati membri, candidati e partner esterni.

Di fatti, l'Italia si trova oggi in una vera fase di transizione, che deciderà se in futuro sarà un'economia leader del Mediterraneo oppure una semplice piattaforma per le compagnie energetiche straniere, sempre più divisa e con un tessuto sociale ed etnico stravolto. Una fase che ricorda quella del secondo dopo-guerra, in cui ebbe in Enrico Mattei una grande guida, la cui intelligenza strategica ha garantito al Paese una rendita di benessere per il restate mezzo secolo. I suoi prossimi 50 anni saranno decisi dall'aggressività o dalla remittenza della sua politica estera, e dalle nuove alleanze che riuscirà a stringere. Gli scontri a Bruxelles sul via libera all'acquisto dei titoli obbligazionari dei Paesi dell'Europa meridionale, hanno di fatti creato uno stato di tensione e di incertezza, nonchè imposto una sorta di ricatto economico. La politica economica italiana è stata commissariata a fronte della concessione gli aiuti di UE e FMI. Per anni addormentata, l'Italia non ha saputo reagire alle conseguenze disastrose della guerra in Libia e della crisi statunitense, mentre diventano sempre più serrati gli attacchi della magistratura e della classe 'pseudo-culturale' che vuole la destituzione di Berlusconi. Con la caduta di Gheddafi ed il congelamento dei fondi libici nella finanza italiana, si è venuto a creare un vuoto che ha innescato forti pressioni per l'accaparramento delle risorse, come Generali o Unicredit. Non c'è dubbio che dopo la disfatta della Libia (con lo stralcio del patto di amicizia che avrebbe dovuto tutelare il settore finanziario ed energetico italiano), l'Italia perde terreno anche nei Balcani, grave sintomo dell'esistenza di forti pressioni che la costringono a rientrare nei propri confini.

E mentre Roma rinvia a data da destinarsi del vertice intergovernativo italo-serbo, la Germania gioca d'anticipo e programma ad agosto un tour in tutti i Paesi dei Balcani, ripartendo le tappe tra i Ministri della Cooperazione Dirk Niebel e degli Esteri Westerwelle, che hanno anticipato la venuta della Merkel attesa in Croazia, Serbia e Slovenia. Non vi è alcun dubbio che il cancelliere tedesco giunge a Belgrado forse nel momento più importante e più difficile per il Paese negli ultimi anni, dato il fatto che la nuova crisi nel Nord minaccia la Serbia nelle fasi di inizio dei negoziati con l'UE. D'altro canto, dietro il 'nyet' della Bundesbank verso la BCE di acquistare titoli italiani e spagnoli, privilegiando quelli di Irlanda e Portogallo, si nasconde l'ormai evidente obiettivo della Germania di prendere il controllo del sistema monetario europeo, e non solo. Un eventuale ruolo della Germania nella costellazione geopolitica delle pipelines, avrebbe un impatto anche sullo scenario che si staglia dinanzi all'Europea. Berlino Germania guarda alla sua ripresa economica, nonchè al dominio della eurozona, attraverso una strategia energetica di lungo periodo, che gli garantirà stabilità per almeno i prossimi trent'anni. Dopo aver abbandonato l'energia nucleare, e aver sacrificato con logica freddezza un intero tessuto industriale basato sull'atomica, investe nel gas e nelle energie rinnovabili. L'E.ON annuncia difatti una ristrutturazione interna con il taglio di oltre 11.000 licenziamenti, per destinare tale risparmio di risorse per la costruzione dell'infrastruttura energetica gassifera ed elettrica.




21 maggio 2009

Frattini e l'Iran: una strategia vecchia di 50 anni


Va a vuoto l'imprevista visita del Ministro degli Esteri Franco Frattini a Teheran, ma Roma lancia comunque un forte segnale. L'Italia entra nel tavolo delle trattative delle grandi questioni internazionali, ma sembra essere interessata all'Iran per gli stessi motivi per cui lo era circa cinquant'anni fa. Roma non cerca questioni sul nucleare o i test dei missili, ma cerca energia a buon prezzo.

Nonostante sia andata a vuoto l'imprevista visita del Ministro degli Esteri Franco Frattini a Teheran, l'Italia ha lanciato ieri un forte segnale di indipendenza all'Unione Europea e agli Stati Uniti. Quello che doveva essere il fronte diplomatico occidentale, totalmente di matrice europea o statunitense, si è sfaldato lanciando l'Italia ai grandi vertici di discussione delle problematiche internazionali. È lo stesso Financial Times a sottolineare che l'Italia è il primo Paese ad uscire dal fronte europeo, dopo che era stato affidato all'Alto Rappresentante Javier Solana il compito di mantenere ufficialmente le relazioni con Teheran, senza neanche chiedere il nulla osta di Washington agendo così in maniera unilaterale e di propria iniziativa. D'altro canto, l'Iran rappresenta per Roma quell'antico alleato persiano che in questi anni ha perso, ma che cerca di recuperare affiancandosi alla Russia, sinora unica controparte considerata "alla pari" da Teheran. Ovviamente, per contravvenire agli schemi prestabiliti, occorre ideare una strategia imprevedibile e rapida nei movimenti, da qui un viaggio a Teheran non inserito nell'agenda della Farnesina, reso però evidente solo al momento del suo annullamento, viste che le condizioni creatasi non sembravano più adatte alle discussioni da affrontare.

L'Italia sembra essere interessata all'Iran per gli stessi motivi per cui lo era circa cinquant'anni fa, quando l'ENI gettava le basi del futuro energetico di un Paese uscito dalla guerra come perdente ma destinato a risollevarsi con dignità. Ecco, Roma non cerca questioni sul nucleare o sui missili terra-aria contro Israele, bensì cerca energia, adottando così una vecchia strategia di alleanza con i Paesi produttori di fonti petrolifere a fronte di tecnologia e cooperazione. In questo è affiancata da Mosca, che ha trovato negli italiani dei partner solidi per ogni progetto di rilevanza strategica, intavolando insieme tavoli di negoziati con parti terze, ma anche dalla Libia, dall'Egitto e dalla regione dei Balcani, che costituiscono rispettivamente fonti e transito di energia.
L'Iran è proprio quell'anello mancante ad una catena politico-energetica che ha come scopo quello di raggiungere una certa stabile indipendenza economica dal blocco filo-americano. Ben conscia della propria strategicità, Teheran gioca con i suoi alleati, nel tentativo di trarre da loro quanti più vantaggi possibili, con cui alimentare la propaganda di regime e consolidare le proprie aspirazioni di controllo della regione mediorientale. Un gioco assecondato dai russi, che hanno aiutato l'Iran a costruire la sua tanto agognata centrale nucleare, razionando però la fornitura di combustibile e di tecnologia, quel tanto che basti per dare credibilità al suo Governo dinanzi agli occhi degli iraniani e del mondo.

A questa lotteria della propaganda e della disinformazione si è schierata anche l'Italia, che in un certo senso ha già cominciato ad assecondare gli umori di Teheran, sapendo che è un rischio da correre se si vuole chiudere un progetto altrettanto ambizioso. Non è infatti inverosimile che sia proprio l'Italia quel tassello che manca per creare la struttura dell'Opec del Gas, così come voluta dalla Russia, ossia un ente che non stabilisce il prezzo dell'energia ma coordina i progetti di realizzazione delle condutture, disciplina le norme sul transito e la distribuzione, e contribuisca a riscrivere la carta dell'energia. In un certo senso, già la cooperazione italo-russa sulla costruzione del Blue Stream e tra poco del South Stream, ha dato vita ad un piccolo "cartello" della tecnologia del gas, essendo già una base contrattuale su cui i due Paesi decidono i prezzi al fornitore, la scelta dei paesi esportatori e di quelli consumatori. L'ingresso dell'Iran darebbe maggiore forza e nuova linfa vitale ad un progetto che dovrà dare all'economia europea carburante per l'industria pesante, sostituendo in parte il petrolio, e per favorire la parziale riconversione energetica a fonti meno inquinanti. Non a caso, le società energetiche italiane puntano nel breve periodo su fonti rinnovabili e gas. La chiave di lettura dell'energia ritorna anche nel caso in cui sia il nucleare il vero nocciolo della questione, nell'ottica in cui l'Italia e la Russia potrebbero fornire tecnologia e combustibile all'Iran, in cambio di petrolio e gas.

L'essenza della strategia non cambia molto, in quanto resta pur sempre il dato di fatto che Roma e Mosca si muovono insieme, in silenzio e fuori dagli schemi, motivate dalla convinzione che dalla crisi globale si può uscire più forti e con maggiore equilibrio a livello internazionale. Non basta, infatti, un Presidente nero a rendere il mondo equilibrato nei suoi poteri, ma occorre tenacia e pragmatismo, nonché l'intelligenza di saper agire d'anticipo rispetto ai propri competitor. Una lezione impartita da un altro esempio italiano, quale la Fiat che, da società vicina al fallimento, a leader promotore di una casa automobilistica multinazionale, solo in virtù di una maggiore flessibilità e della sua capacità di uscire dal circolo vizioso del mercato finanziario prima della sua disfatta, fermo restando che molti sono gli errori fatti in passato. Dall'altra parte, però, abbiamo un'industria europea barricata all'interno dei propri mercati (come quella francese), o ridotta al fallimento dalla pessima gestione di entità esterne (Opel-GM), e anche il totale fallimento (Crysler-GM). Che le cose stiano cominciando a girare diversamente se n'è accordo anche Obama che sceglie il piccolo costruttore di auto italiano per impartire "lezioni di vita", per poi inviare il suo Vice nei Balcani per fare pace con le terre bombardate proprio dagli Stati Uniti. Non a caso Biden accetta la Bosnia con la Republiska Srpska, e la Serbia senza il riconoscimento del Kosovo, cercando di aprire un canale diplomatico prima che tali Paesi diventino "europei", per cui soggetti alle regole comunitarie per ciò che riguarda la presenza di "compagnie estere" ed aiuti di Stato. Non stupirebbe il fatto che tra pochi giorni Washington cominci a dialogare anche con l'Iran, accettando così "Teheran con il nucleare".

18 maggio 2009

South Stream: prima vittoria nel conflitto Russia-UE-Ucraina


La realizzazione del gasdotto del South Stream è sempre più vicina. La russa Gazprom e il gigante italiano Eni hanno firmato venerdì a Sochi il secondo allegato del memorandum d'intesa per il progetto South Stream. Tra i Paesi firmatari figurano anche la Serbia, la Bulgaria e la Grecia, come controparti "investitori" nel progetto. A suggello di tale patto multilaterale, vi era la presenza dei Premier italiano e russo Silvio Berlusconi e Vladimir Putin, che hanno così garantito per il buon esito del progetto.

La residenza di Sochi ha visto la ratifica di uno dei primi protocolli decisivi per la realizzazione del gasdotto del South Stream tra i due soggetti promotori del consorzio che curerà il progetto. La russa Gazprom e il gigante italiano Eni hanno firmato il secondo allegato del memorandum d'intesa in merito al proseguimento della realizzazione del progetto South Stream. Il direttore esecutivo di Gazprom Alexei Miller e il Presidente di Eni, Paolo Scaroni, in presenza dei Primi Ministri italiano e russo, Vladimir Putin e Silvio Berlusconi, hanno così confermato l'accordo stilato lo scorso 23 giugno 2007. Il documento delinea le aree di cooperazione delle due società per la progettazione, il finanziamento, l'installazione e la gestione del futuro oleodotto, che avrà una capacità di 63 miliardi di metri cubi di gas all'anno, per collegare la Russia all'Europa meridionale attraverso il Mar Nero e il Mar Adriatico, aggirando l'Ucraina . La conduttura, che passa ad oltre 2 km di profondità sotto il Mar Nero, partirà dal porto russo di Novorossiysk e giungerà a Varna, in Bulgaria, per una lunghezza di circa 900 km, e avrà un costo di 8,6 miliardi di euro, come ha annunciato ai giornalisti Alexei Miller. Per raggiungere il mercato europeo, sono stati ratificati poi degli accordi speciali per il transito con la Bulgaria, la Serbia, l'Ungheria e la Grecia, i quali metteranno a disposizione il loro territorio al passaggio della conduttura e beneficeranno delle royalties dalla fornitura di gas. Di fatti, da Varna partiranno due rami, uno diretto a sud-ovest attraverso la Bulgaria e la Grecia e poi nel Mare Adriatico in Italia, un altro a nord-ovest attraverso la Bulgaria, la Serbia, l'Ungheria e l'Austria.

In tal senso, Gazprom ha ratificato una serie di documenti con le società del settore energetico di Bulgaria (Bulgarian Energia Holding), Grecia (Desf) e Serbia (Srbijagas), che definiscono la cooperazione delle parti in fase di pre-progettazione, di investimento e disciplina le procedure per la costituzione e il funzionamento delle imprese comuni che saranno create per lo studio del progetto del gasdotto, la costruzione della rete e la gestione della stessa. In particolare, Miller firma l'accordo con il Presidente del Gestore nazionale del sistema gas naturale (Desf), Nicolas Mavromatis, e il direttore generale Panagiotis Canellopoulos, alla presenza del Ministro per lo sviluppo della Grecia, Costis Hadzidakis, con il quale vengono definiti i termini per la costituzione del consorzio che metterà a punto uno studio di fattibilità per la sezione greca del gasdotto, ed includerà un riesame di tutte le caratteristiche e gli indici di carattere tecnico, giuridico, finanziario, ambientale e della struttura economica. Allo stesso modo, Gazprom stila il protocollo di intesa con il direttore generale del Srbijagas, Dusan Bajatovic, che descrive i primi dettagli della costruzione del gasdotto, e pone le basi per la creazione di una joint-venture con sede in Svizzera, partecipata per il 51% da Gazprom e il 49% dalla società serba. Da evidenziare la controversia nata con la Bulgaria, la quale ha proposto di utilizzare il gasdotto per il trasporto del gas di altre compagnie ed ottenere royalties da tale servizio, divergenze che probabilmente sono state appianate con la visita del premier bulgaro Sergej Stanisev a Mosca.

Identici problemi sono emersi tra Eni e Gazprom - come riportato, nei giorni precedenti all'accordo, dal quotidiano russo Kommersant, citando fonti vicine al Governo italiano - dopo che l'Eni ha chiesto di avere il controllo del mercato del gas nei paesi di transito per il Sud Stream, mentre Gazprom vuole limitare la distribuzione comune per il territorio italiano. Una fonte vicina a ENI ha confermato che la società ha chiesto di condividere i redditi derivanti dalle vendite annuali di 10 miliardi di m3 nell'Unione europea, mentre Gazprom concede la vendita sino a 6 miliardi di m3. Il braccio di ferro tra ENI e Gazprom sembra essere a favore dei russi, che sono riusciti a riprendere il controllo della distribuzione ricomprando da ENI la quota del 20% di Gazpromneft, pagando 4,1 miliardi di euro, senza battere ciglio. D'altro canto, è proprio sul business della distribuzione del gas che si decide quanto si guadagnerà dalla costruzione di questo gasdotto. I firmatari del progetto, nelle sue tratte principali (che costituiscono le arterie per la rete del gas) saranno non solo Paesi consumatori, ma anche Paesi esportatori, acquisendo anche il diritto di partecipare, come membri del consorzio, agli utili derivanti dalla vendita del gas a Paesi terzi, con la costruzione delle diverse diramazioni. In particolare, i Paesi dei Balcani e dell'Europa Centrale esterni al consorzio, saranno serviti con una rete secondaria, e difficilmente diventeranno destinatari diretti e dunque fornitori, a meno che non decidano di investire e di finanziare a loro volta la costruzione della rete nazionale.

Ad ogni modo, da questo progetto ne esce vincitrice l'Italia, ma anche e soprattutto la Russia, che va ad accentrare il mercato di produzione ( fonti di estrazione ) e della distribuzione, senza lasciare niente al caso. Nelle scorse settimane, Gazprom ha lanciato una campagna aggressiva per portare a casa contratti pluriennali per lo sfruttamento dei giacimenti di gas dei Paesi della Comunità degli Stati Indipendenti, e sottrarli così all'Unione Europea. Il gigante russo e la compagnia petrolifera nazionale dell'Azerbaigian hanno firmato un memorandum per l'avvio dei negoziati per la vendita del gas azerbaigiano, proponendo un prezzo di 340 dollari per 1.000 m3 per il primo trimestre 2009, mentre il prezzo proposto dall'Europa per rifornire il Nabucco ha raggiunto 400 dollari a 1.000 m3. La Russia propone un contratto a lungo termine e un prezzo basato sulla formula europea (vale a dire relative al costo dei prodotti petroliferi), e fa forza sul fatto che le compagnie europee non saranno in grado di proporre un prezzo migliore. L'Azerbaigian è l'ultimo dei paesi esportatori di gas del CSI che non ha ancora firmato un contratto con la Russia, tuttavia i negoziati sembrano essere molto vicini alla loro conclusione, mirando ad acquistare il gas in una seconda fase del progetto Shah Deniz, la cui capacità è di quasi 16 miliardi di m3 all'anno.

Allo stesso tempo la Russia si riavvicina alla Turchia e, con il recente incontro tra il Primo Ministro russo Vladimir Putin e quello turco Recep Tayyip Erdogan, è stato discusso la possibilità di proroga del contratto di transito del gas russo della conduttura del Blue Stream, che scade nel 2011 e che comprende 6 miliardi di metri cubi di gas, nonchè di gettare le basi per costruire una seconda conduttura, sotto il nome di "Blue Stream 2". Pur precisando la sua fedeltà al Nabucco, la Turchia non sembra tirarsi indietro dall'installazione di una seconda conduttura parallela al gasdotto Blue Stream attraverso il fondale del Mar Nero. Il Blue Stream, che è di proprietà su base paritetica di Gazprom e l'italiana dell'ENI, trasporta circa 10 miliardi di metri cubi di gas tramite i due rami che hanno una capacità di 8 miliardi di metri cubi ciascuno. Costruire un "Blue Stream 2" sembrerebbe molto più un accordo su base politica, essendo stato rilanciato proprio dopo che la Turchia è diventata uno dei firmatari del progetto Nabucco ed è ripresa la guerra del transito con l'Ucraina infuriata a inizio anno. Non a caso, la Turchia ha minacciato di ritirarsi dal progetto Nabucco qualora non vengano riaperti i negoziati di adesione all'Unione Europea. Per tale motivo, il Blue Stream 2, come pure il South Stream, è lo specchio del conflitto del gas tra la Russia, l'Ucraina e l'Europa.

27 novembre 2008

Russia, energia e deflazione: il mosaico si ricompone

Le alleanze strategiche di Mosca continuano a moltiplicarsi, raccogliendo consensi in ogni parte del mondo. Dopo Libia, Italia, e Serbia, ma anche Turchia, Iran e Qatar, e gran parte del Caucaso sino ad India e Cina, Mosca conquista Brasile, Venezuela e Cuba. Le strade del petrolio sono state tracciate, e la creazione di un cartello del gas non è poi così lontana. (Foto: Oleg Deripaska e Dmitri Medvedev all'APEC di Lima)

Anche se "alcuni navi di guerra russe vicino alle coste venezuelane non modificano l'equilibrio delle forze nella regione", alcune piattaforme russe di estrazione di gas e petrolio nei mari dell’America Meridionale possono inquietare un po’ di più gli analisti americani. Così il segretario di Stato americano Condoleezza Rice ha minimizzato le ripercussioni della missione strategica della Russia in Brasile e Venezuela, ritenendo che “l'equilibrio delle forze nell'emisfero occidentale non sarà messo in dubbio" dalle esercitazioni di propaganda del Cremlino. Eppure, le alleanze strategiche concluse da Mosca continuano a moltiplicarsi, raccogliendo consensi in ogni parte del mondo, grazie ad una politica democratica aperta e pragmatica, dove la crisi finanziaria viene esorcizzata con una risposta drastica dell’economia reale e della riaccensione dei motori dell’energia. Dopo Libia, Italia, e Serbia, ma anche Turchia, Iran e Qatar, e gran parte del Caucaso sino ad India e Cina, Mosca conquista Brasile, Venezuela e Cuba: le strade del petrolio sono state tracciate, e la creazione di un cartello del gas non è poi così lontana. La Russia ha così tracciato una sorta di triangolazione nell’America lontana che ha in Lula e Chavez dei fieri alleati, per poi spingersi sino alle coste più insidiose di Cuba.

I dirigenti di Gazprom hanno gettato infatti le prime basi per una cooperazione energetica con la società petrolifera di Stato Petrobras, pianificando la possibilità di collaborare per l’estrazione dei nuovi campi petroliferi recentemente scoperti sulla terra ferma e sulla piattaforma continentale del Brasile, nonché di apprendere nuove tecnologie per la ricerca di idrocarburi in acque profonde e per la produzione di biocarburanti. Un’esperienza interessante, come definito dal Vice Presidente di Gazprom Alexander Medvedev, tenendo pero a precisare che "petrolio e gas resteranno l'attività prioritaria di Gazprom nonché la principale fonte d'energia, almeno per XXI secolo". Non è un caso però che il Brasile è stato scelto da Gazprom per stabilire la sua sede di rappresentanza in America latina, vedendo in Petrobras un importante player per le prospettive di sviluppo dell'industria gassifera e petrolifera.

Seguendo gli stessi criteri, Medvedev ha individuato il Venezuela come importante partner per la realizzazione di progetti bilaterali nel settore degli idrocarburi e della stabilità sul mercato energetico internazionale e la difesa della "sicurezza energetica mondiale". Prima di ogni cosa, le grandi società energetiche russe rafforzeranno la loro presenza sul mercato venezuelano, grazie ad un accordo di cooperazione nel settore dell'estrazione e del trattamento industriale degli idrocarburi, con la formazione di un consorzio controllato dalla Petroleos Venezuela S.A. (PDVSA). Gazprom sarà l'operatore del consorzio petro-gassifero per nome e per conto delle società russe ed opererà direttamente in Venezuela, quali Rosneft, TNK-BP, Surgutneftegaz e Lukoil. Le società russe prevedono anche di ottenere dal Governo venezuelano la concessione per le attività di rarefazione del gas naturale estratto in Venezuela.

Le mire espansionistiche in America Latina non terminano qui, in quanto diventa sempre più reale l’ "opzione cubana", con lo sfruttamento delle piattaforme off-shore a largo della Florida e prossime alle acque territoriali di Cuba. Mentre gli Stati Uniti hanno imposto il divieto federale di sfruttare le risorse petrolifere di quella zona, Cuba ha giocato d’anticipo affittando i diritti di estrazione a delle società cinesi, che stanno oggi perforando quasi 90 miglia al largo delle coste degli Stati Uniti. Per giunta, secondo quanto riportato dal quotidiano Sunday, le major petrolifere russe stanno valutando la possibilità di sfruttare le riserve del Golfo del Messico, come annunciato dall'ambasciatore della Russia a Cuba, Mijail Kamynin, al magazine economico cubano Opciones. Le società russe potrebbero dunque raggiungere presto la cinese Sinopec nello sviluppo dei pozzi riserve di petrolio a Cuba, sia sul territorio dell’isola che lungo la costa, sui quali esistono già dei progetti concreti. Kamynin ha anche rivelato che le stesse sarebbero interessate alla costruzione di serbatoi di stoccaggio di petrolio greggio e alla modernizzazione dei condotti di Cuba, come pure intervenire in Venezuela per ristrutturare la vecchia raffineria del porto della città di Cienfuegos.
Come si può notare, sebbene Cuba continui a sembrare al mondo occidentale l’ultima bandiera alzata del socialismo a causa dell’assurdo embargo statunitense, il Governo de L’Avana ha già firmato accordi operativi con società e multinazionali provenienti da diversi Paesi, per esplorare le acque territoriali che, a detta degli scienziati cubani, dovrebbero conservare oltre 20 miliardi di barili di petrolio. Tra questi figura proprio il Presidente brasiliano Lula, che ha visitato Cuba nel mese di ottobre per ratificare accordi bilaterali che daranno alla PDVSA la possibilità di investire 8 milioni di dollari per un periodo di sette anni, per l’esplorazioni delle acque profonde a nord della famosa spiaggia di Varadero: qualora i risultati saranno positivi, il Brasile potrebbe produrre petrolio e gas naturale grazie a Cuba per i prossimi 25 anni.

Non ci vuole molto a capire che questi silenziosi movimenti, vanno a determinare un interessante sviluppo per il futuro dell'economia mondiale, in considerazione del crollo dei prezzi dei prodotti petroliferi e del moltiplicarsi degli stessi cartelli sulle fonti energetiche. Anche in questo si intravede l’opera sotterranea della Russia, la quale ha già posto la possibilità di "coordinare i livelli di produzione con l'OPEC". Secondo quanto riportato dal quotidiano russo Vedomosti, citando il Ministro russo dell'Energia Sergei Chmatko, "il Cremlino non esclude la riduzione (congiunta) dell'estrazione del petrolio", o meglio potrebbe decidere di "diminuire la sua produzione, in simultanea con l'OPEC", anche senza un impegno formale con il cartello. È evidente, a questo punto, che la Russia si prepara a prendere maggiormente le redini della situazione di "crisi", e se non ci riuscirà a livello finanziario con l’istituzione di una nuova Bretton Woods, allora ci proverà giocando la carta energia, e non solo nei confronti dell’Europa, ma anche degli Stati Uniti, che stavolta dovranno per forza raggiungere un accordo. Tale scenario non è una pura speculazione, in quanto è la Russia stessa che lo dà ad intendere lanciando continui messaggi all’Occidente.

Interessante occasione è stata la riunione del Forum di cooperazione economica Asia-Pacifico (APEC) tenutosi a Lima, dove Medvedev e Bush hanno avuto modo di confrontarsi su tematiche internazionali forse per l’ultima volta. Il vertice, svoltosi a porte chiuse, è stato inaspettatamente aperto dal "Business Advisory Council cochairman" Oleg Deripaska, miliardario russo che ricordiamo per i suoi importanti investimenti in Montenegro accanto a Nathaniel Rothschild per i progetti di Budva e Ulcinj. L’intervento di Deripaska - che ha ottenuto il suo attimo di gloria - non a caso riguardava il ruolo futuro della Russia. "Questa crisi non è finanziaria, ma una crisi di sovrapproduzione - afferma Deripaska, come riportato dal Kommersant - in Occidente non vi era una forte domanda aggregata, non c’erano capitali, a causa del basso costo del credito al consumo. Noi non siamo stati distratti da questa tendenza. Il nostro Paese non è solo ricco di risorse, ma dispone anche di capitali. Questo è il vantaggio del nostro Paese. I nostri cittadini e investitori continueranno a comprare, mentre in Occidente i consumatori non acquisteranno nulla nei prossimi 12 mesi, a meno che, naturalmente, i governi non cominceranno a lanciare soldi dagli elicotteri".

Anche se usa parole molto ciniche, non possiamo dargli tutti i torti. "Fino a quando il mondo continua a mantenere in vita una politica industriale inefficiente, la fase di crescita non si avvierà", continua Deripaska, e avverte sulla possibilità che i Paesi occidentali, per arginare la caduta dei prezzi, prenderà misure di protezionismo, e dunque farà dumping. Con queste parole anticipa dunque il fantasma della deflazione, deridendo tutti quelli che si erano lamentati dell'inflazione, la quale rappresenta pur sempre un movimento espansivo dell’economia. "Questa situazione è un'occasione unica per la Russia, che deve fare ciò che era stata in grado di fare in precedenza: costruire strade, rafforzare infrastrutture, mezzi di trasporto di merci, persone ed energia, avere tecnologia e sistemi di comunicazioni. Essere insomma indipendente dagli altri Paesi industrializzati", ha concluso entusiasmato. Detto ciò, possiamo solo aspettare la reale evoluzione della situazione economica, tenendo presente che la Russia, quando muove le sue pedine, considera sempre anche le decisioni degli altri giocatori, proprio come in uno schema di Nash. Le informazioni che passano sono sempre un po’ parte della sua propaganda, e del suo modo di comunicare: sta ora a noi fare la prossima mossa.

20 novembre 2008

La politica asimmetrica di Russia e UE


Le direttrici degli equilibri tra il blocco euro-occidentale e quello russo cambiano. L'Eulex ottiene il consenso di Russia e Serbia per il dispiegamento in Kosovo, mentre l'Ossezia e l'Abkhazia una prima opportunità di ottenere delle trattative di pace. Un nodo politico che lega Mosca e Bruxelles, e confluisce poi nel patto energetico che si sta delineando: l'UE chiede l'indipendenza dalle fonti russe, mentre Mosca offre investimenti e corridoi dell'Energia.

Dispiegare la missione Eulex in Kosovo ed iniziare le negoziazioni di pace per il Caucaso. Queste le nuove direttrici degli equilibri tra il blocco euro-occidentale e quello russo, estremi della nuova politica estera "asimmetrica" che guideranno la cooperazione tra Bruxelles e Mosca. Infatti, se da una parte l’Europa è riuscita ad ottenere un consenso sulla missione giuridica in Kosovo, approvata dalla Russia e dalla Serbia, dall’altra Mosca ha ottenuto il parziale riconoscimento dell’aggressione della Georgia nei confronti dell’Ossezia del Sud, nonché l’inizio, con la riunione di Ginevra, delle discussioni sul conflitto georgiano. Se da una parte è stato confermato che la Comunità Internazionale difende la sovranità della Georgia, dall’altra si apre uno spiraglio sulla sicurezza dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhasia con la presenza delle forze russe e UE per garantire l’implementazione della pace. Forse pochi si aspettavano questa sorta di accordo bilaterale di non belligeranza tra le due potenze, venutosi a creare proprio nel momento di completa assenza degli Stati Uniti, che sono riusciti ad ottenere solo rinvii ad oltranza.

Tra tutti, sono senza dubbi gli albanesi del Kosovo ad aver subito maggiormente il contraccolpo di questo strano assestamento degli equilibri internazionali, e cercano ora di rivendicare quel diritto di auto-determinazione, a cui hanno rinunciato quando sono scesi a patti con la Nato e i terroristi dell’UCK. Hanno chiesto l’indipendenza e l’hanno avuta, hanno preteso una Costituzione e un Governo e sono stati creati proprio per loro, insieme ad una bandiera e a dei passaporti. Ovviamente sono stati manipolati dai grandi demiurghi che avevano già previsto come strappare il Kosovo alla Serbia per poi militalizzarlo e trasformarlo in una rocca forte militare a presidio dei grandi corridoi che attraversano i Balcani. Oggi, tuttavia, gli albanesi si svegliano da una sorta di torpore e decidono di scendere in piazza per protestare contro il proprio Governo - lo stesso che hanno difeso nonostante le terribili accuse che gravano su ognuno dei membri - e contro l’Unione Europea che intende insediarsi in Kosovo senza rispettare, a loro dire, "il volere del popolo". La situazione è talmente paradossale, che gli stessi albanesi non possono credere di essere stati completamente raggirati. Credevano di aver creato uno Stato, invece hanno fatto una base militare perpetua, una prigione d’oro in cui ci si sono rinchiusi con le loro stesse mani: i loro documenti sono inutili, le loro istituzioni non sono accreditate né riconosciute, mentre la loro economia è fortemente arretrata e monopolizzata dal contrabbando e dalla criminalità. Solo oggi, all’indomani del dislocamento dell’Eulex si rendono conto che lo Stato che hanno proclamato indipendente è una provincia satellite di un "Governo ombra" che non si conosce, con una instabilità interna ben peggiore della Bosnia Erzegovina.

Questi anche se sembrano dettagli, rappresentano invece degli importanti segnali per capire verso quale direzione stanno evolvendo gli eventi. I Balcani, così come il Caucaso, rappresentano le valvole di sfogo dell’instabilità dell’Europa e la loro pacificazione, in nome di un accordo innaturale, equivale alla firma dell’armistizio e della partnership tra UE e Russia, mettendo da parte gli Stati Uniti. Qualcosa che si era già avvertito nell’aria in occasione del vertice di Nizza, per poi essere confermata al G20 di Washington. Dopo il gelo della guerra nel Caucaso, gli accordi di partnership tra le due potenze sono nati con diverse premesse e presupporti. Dinanzi allo spettro della crisi economico-finanziaria, la cui responsabilità è stata senza dubbio addossata all’Amministrazione Bush, Russia e Unione Europea sembrano avvicinare le loro posizioni, benché Mosca desideri una svolta ben più netta, sulla riforma del sistema finanziario mondiale e delle istituzioni finanziarie come la Banca mondiale ed il FMI. Una conciliazione che sembra sia iniziata a parire dalle trattative per la cooperazione energetica, e delle "strade del petrolio" che la Russia costruirà proprio per l’Europea. All’indomani della pubblicazione del piano strategico per la sicurezza energetica dell'UE sino al 2030, è sempre più evidente che, quei punti di contrasto con Mosca, si apprestano a divenire sempre più dei punti di contatto.

Il piano, che si snoda su sei punti principali, prevede innanzitutto la creazione di una rete energetica sovranazionale che fa da interconnessione delle diverse reti elettriche dei Paesi membri, stanziando 2.000 miliardi di euro ben sapendo, tuttavia, che allo stato attuale è avvero difficile da attuare. Tale progetto, confluisce poi a sua volta nel piano Community Gas Ring, elaborato dalla Commissione Europea al fine di riunire tutte le reti energetiche e gassifere dell'Europa prima "in una tela energetica" e dopo “in un anello energetico". La Commissione cerca infatti di risolvere il problema della dipendenza energetica verso la Russia, con lo sviluppo di un corridoio che tagli l’Europa Sud Orientale per instradare le riserve del Mar Caspio e del Vicino-Oriente verso l'UE, di strette relazioni con i Paesi del Mediterraneo da cui importare gas ed elettricità, di trattative supplementari per il trasporto di gas verso l'Europa centrale ed orientale.
In tal senso si sta già muovendo per costruire il suo "corridoio del sud" che potrà attingere dalle riserve di gas del Turkmenistan e del Kazakistan, ma anche dall'Azerbaigian, mediante la costruzione di un nuovo gasdotto che attraversa il Mar Caspio, la Turchia ed i Balcani per poi salire verso l'Austria. A tal fine, il 2 dicembre la Commissione europea lancerà la procedura d'approvazione dell'accordo commerciale transitorio con il Turkmenistan, che permetterà di acquistare gas senza intermediari. Allo stesso modo, l’anno prossimo verrà creato un consorzio tra le più grandi società europee, "Caspian Development Corporation (CDC)", che dovrà occuparsi delle operazioni di acquisto, del trasporto e della vendita del gas del bacino del Caspio, nonché della creazione di infrastrutture. Per ciò che riguarda la partnership del Mediterraneo verrà estesa la cooperazione gassifera e petrolifera con la Libia, e probabilmente anche con l'Iraq, mentre le direttrici "nord-meridionali" dovranno realizzare un collegamento con i Paesi baltici e del Mediterraneo.

Ovviamente, il piano energetico europeo è stato fortemente criticato dalla Russia, ritenendo che si basa su ragioni puramente politiche e non su necessità economiche: trasportare verso l'Europa gas della Libia sarà molto più costoso che importarne dalla Russia, e allo stesso modo trattare con il Turkmenistan, ancora legato da accordi presi con Mosca, senza passare attraverso Gazprom è alquanto impossibile. Per cui, se l'UE ha cercato con ogni modo di dare ad intendere che non ha bisogno della Russia dal punto di vista energetico, Mosca diplomaticamente si offre come un partner da cui trarre benefici e di cui non può fare a meno. Si ritorna così alla questione di sempre, ossia al fallimento ormai decennale dei progetti dei gasdotti europei, come il Nabucco, che non possono contare su delle fonti di approvvigionamento, e alla rapida e tenace opera dei consorzi di partnership russe.
Diventa di nuovo protagonista il Nord Stream, che deve collegare il porto russo di Vyborg al porto tedesco di Greifswald attraverso il Mar Baltico, e deviano le tratte dei Paesi del Nord Europea come la Polonia. Non a caso, il Primo Ministro russo Vladimir Putin, pochi giorni prima del vertice di Nizza, aveva infatti affermato che “l'Europa deve decidere se ha bisogno o no del gasdotto del Nord Stream che passa sotto il Mar Baltico, e se ne non ha bisogno, costruiremo impianti di rigassificazione per il mercato mondiale, oltre che europeo, ma questo costerà di più", precisa con una forte vena polemica, ricordando che l’opera costa alla Gazprom ben 7,4 miliardi di euro e forse sarà ancora più costosa in vista della crisi finanziaria. Il promemoria di Putin non poteva essere più stringato ed opportuno, visto che non si è fatta attendere la replica del rappresentante della Commissione europea a Mosca, Marc Franco, che precisa come l’UE non abbia mai "messo in dubbio la necessità degli investimenti nel progetto Nord Stream". La sottile polemica di Putin fa certamente trasparire come i vecchi contrasti sono divenuti fonte di investimento reciproco, a partire dall’aspetto energetico sino a quello meramente politico. I Balcani e il Caucaso diventeranno probabilmente terreno di confronto bilaterale, mentre i corridoi che questi vedranno attraversare saranno destinati alle esportazioni della Russia e alle importazioni dell’UE.

30 ottobre 2008

La Teoria della Relatività e Mileva Maric


Dopo anni di silenzio accademico, torna a far parlare di sé Albert Einstein con la sua controversa figura, declinata tra letteratura ufficiale e biografie ufficiose, grazie alla fiction della Rai "Einstein". Una realizzazione che cerca di far trasparire nella sua trama, con sprazzi di storicità e romanzo, l’aspetto più nascosto della vita dello scienziato, e di mettere così in risalto la figura di Mileva Maric, prima moglie di Albert Einstein.

Forse non c’è nulla di più affascinante e misterioso della vita di uno scienziato. Nelle pieghe della sua umana visione si nascondono personaggi e sfumature che danno, anche alle stesse teorie scientifiche, una chiave di lettura completamente diversa. E così, dopo anni di silenzio accademico, torna a far parlare di sé Albert Einstein con la sua controversa figura, declinata tra letteratura ufficiale e biografie ufficiose, grazie alla fiction della Rai "Einstein". Una realizzazione che cerca di far trasparire nella sua trama, con sprazzi di storicità e romanzo, l’aspetto più nascosto della vita dello scienziato, e di mettere così in risalto la figura di Mileva Maric, prima moglie di Albert Einstein. Non tutte le biografie ufficiali di Einstein hanno ritenuto opportuno citarla come personaggio importante, e le sue tracce negli anni sono andate sempre più scomparendo, essendo andati persi i documenti che dimostravano il suo ruolo.
Nata da una famiglia serba e benestante che le consentì di coltivare i suoi studi scientifici sino all'università, è divenuta ben presto una mente matematica brillante, una scienziata dalla forte personalità e dalla generosa indole, che la spinse a dedicare forze e ed energie al marito Einstein e alla sua famiglia. Negli anni di università conobbe Nikola Tesla, che le presentò un suo collega, un fisico, Albert Einstein, che allora aveva intrapreso i suoi studi presso il Politecnico di Zurigo, al quale era stata ammessa anche la Maric come unica studentessa donna. Le tracce della loro storia d’amore sono racchiuse quasi esclusivamente all’interno della corrispondenza privata di Einstein, considerando che gran parte dei documenti che la coinvolgevano sono stati distrutti. Il loro amore "moderno" venne a lungo ostacolato dalla famiglia Einstein che vedevano in lei una donna troppo intelligente, indipendente, e soprattutto non ebrea. Ciononostante ha sempre difeso e sostenuto Albert, finanziandolo mentre era ancora un giovane emergente, e rinunciando alla sua stessa carriera per aiutarlo. Dal matrimonio delle menti dei due scienziati nasce così la straordinaria "Teoria della Relatività" (1905), destinata a rinnegare le leggi della fisica classica e a portare sulla scena geopolitica una nuova fonte di energia.
Alcune lettera della corrispondenza di Einstein
Le lettera private di EisteinLe lettera private di EisteinLe lettera private di Eistein
Secondo molti scienziati, infatti, la vastità della teoria e del modello matematico, lascia presumere che vi sia alle spalle un lavoro molto più complesso e di compartecipazione di altre persone. Anche oggi, con l'aiuto dei supercomputer, è difficile immaginare che uno scienziato possa produrre così tanto lavoro perfetto nella sua forma, su soggetti ampiamente diversi, in un solo anno. Gli scettici si sono sempre chiesti come avesse fatto Einstein a fare quel lavoro senza calcolatori, mentre continuava a lavorare a tempo pieno. In realtà la relatività e l'energia nucleare non sarebbero state scoperte senza la base intuitiva di Mileva Maric, che diede all'intera struttura teorica una sistematicità e una perfezione logica. Recenti documenti hanno portato alla luce una diretta testimonianza, secondo cui la Maric rivela ad un amico serbo: "Abbiamo terminato un importante lavoro che renderà mio marito lo scienziato più famoso del mondo". Anche in molte lettere appartenenti alla corrispondenza privata di Einstein, vengono usate spesso le espressioni come "nostro" e "noi" a proposito di tematiche scientifiche a cui lavorava, per cui non vi sono dubbi che la coppia stava lavorando insieme per qualche teoria.

Certificato di Morte Mileva

Una testimonianza autorevole su questa disputa, deriva dal fisico sovietico, Abraham Joffe, un membro rispettato dell'Accademia sovietica che aveva accesso ai manoscritti originali del 1905. Joffe allora testimoniò di aver visto i documenti dello sviluppo della teoria della Relatività firmati con il nome Einstein-Marity (Maric , tradotto dal diritto svizzero come Marity ). La questione è stata a lungo discussa, in quanto la storia tramandata nega l'esistenza di questa firma attribuendo ad Einstein la totale paternità, ma il ritrovamento di alcuni documenti dimostrerebbe che lo scienziato e la prima moglie serba siano stati coautori . La denominazione Einstein-Marity, apparve, tra l’altro solo sui documenti ufficiali consultati dalle accademie, considerando che non era costume indicare i due cognomi affiancati, tranne per la donna, che usava accostare il cognome da nubile a quello del marito. Tra l'altro lo stesso certificato di morte di Mileva cita esplicitamente "Einstein-Marity" . Sulla base di tale osservazione, alcuni hanno addirittura ipotizzato che parte della teoria sia stata presentata solo dalla Maric.

A conferma di questa strana "compartecipazione" vi è anche il fatto che Albert Einstein non ha ricevuto il Premio Nobel per la Teoria della Relatività, bensì "per i suoi contributi alla fisica teorica, in particolare per la scoperta della legge dell'effetto fotoelettrico". Come si vede, la relatività non compare esplicitamente nella motivazione, ma viene solo sottintesa, considerando che le successive teorie furono logiche deduzioni della prima. Gli aspetti più oscuri del loro rapporto non terminano qui, considerando che, all’indomani del loro divorzio per consentire poi il secondo matrimonio con Elsa, Einstein acconsentì subito al pagamento degli alimenti e di grosse somme di denaro. Somme che, secondo le stesse fonti, potrebbero essere ricondotte ai presunti compensi per delle teorie scoperte insieme. Vi è inoltre una strana contraddizione nelle parole di Einstein il quale, spesso, nella sua corrispondenza denigrava sua moglie, e le si rivolgeva sempre con indifferenza. Ben presto, infatti, dopo il successo dello scienziato cominciarono a sorgere delle profonde divisioni, da ricondurre anche ad una mancata condivisione degli scopi "militari" a cui era destinate le scoperte di Einstein. Nonostante infatti la sua campagna pacifista, fu inevitabile che la teoria della relatività e i risvolti della scoperta dell’energia nucleare, venissero strumentalizzati dalle forze che si preparavano alla seconda guerra mondiale.

Non c'è dubbio che vi è ancora molto da scoprire sulla storia della scienza moderna, che per anni è stata occultata e manipolata, al fine di tenere ben distinta la sfera scientifica e quella politica. Invece, oggi assistiamo ad un lento cambiamento dell’ordine politico di alcuni Paesi nei confronti di certe tematiche, nel tentativo di archiviare o di sdoganare determinati miti, dando sempre una versione ufficiale come termine di paragone. L’Italia, per esempio, ha dato il suo contributo citando la figura di Mileva Maric nella storia di Einstein e comincia a riproporre Nikola Tesla come scienziato unico e dimenticato sotto il peso dei potenti.