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29 agosto 2008

Il Tribunale dell’Aja accusa il suo ex portavoce


All'indomani della sua testimonianza in difesa di Karadzic, il Tribunale dell’Aja accusa Florence Artmann, ex portavoce e stretta collaboratrice di Carla del Ponte nonchè autrice del libro "Pace e condanna" per aver pubblicato informazioni segrete e per oltraggio verso l’Assemblea del tribunale. Rischia una pena di 100.000 euro di multa oppure 7 anni di carcere.

Già tanto assurdo per sé stesso, il Tribunale dell’Aja continua a rendersi ridicolo annunciando l'accusa verso Florence Hartmann, ex portavoce e stretta collaboratrice di Carla del Ponte. Hartmann, che ha pubblicato il libro "Pace e condanna" lo scorso 10 settembre 2007 con la casa editoriale Flarion di Parigi, è stata accusata per aver pubblicato - alle pagine 120-122 - le dichiarazioni di Consiglio di protesta del Tribunale dal 2005 al 2006, in quanto appartenenti a documenti segreti. Sotto accusa vi è anche il testo dal titolo "Il cruciale documento nascosto di genocidio" pubblicato dall'organizzazione inglese "Bosnian Institute" il 21 gennaio 2008, redatto proprio dalla Hartmann. L'Assemblea del Tribunale ha dato ordine che Florence Artmann si presenti dinanzi al tribunale il prossimo 15 settembre per rilasciare una sua dichiarazione sui due punti di accusa: pubblicazione di informazioni segrete e oltraggio verso l’Assemblea del tribunale. Ironia della sorte, quelle "informazioni segrete" del processo di Slobodan Milosevic, che hanno contribuito a criminalizzare il Presidente serbo, ora si ritorcono contro di lei, rendendola vittima dello stesso Tribunale dell’ingiustizia.


Come conferma la Hartmann, Belgrado aveva chiesto prima di inviare i rapporti presso il Tribunale dell’Aja, di mettere sotto protezione i dossier che potevano mettere a repentaglio la Sicurezza dello Stato. "I giudici hanno accettato la proposta di Belgrado, stabilendo che le parti più delicate dei rapporti non potevano essere inviate presso il Tribunale Internazionale dell’Aja - scrive la Hartmann nel suo testo per l'Istituto bosniaco concludendo - i giudici hanno nascosto il materiale cruciale al pubblico soltanto per proteggere la Serbia davanti al tribunale dell'ONU". Questa sua dichiarazione sembra davvero assurda, considerando che proprio le truppe dell'ONU sono state coinvolte nei crimini di guerra quando hanno aiutato e aperto la strada tra Croazia e i porti di Spalato dove sono giunti i Mujaheedin dagli altri paesi del Medioriente in Bosnia. Lo stesso è accaduto in Croazia durante l’Operazione Tempesta, dopo chele truppe Nato hanno contribuito all’eccidio del popolo serbo della Krajina. Non possiamo certo credere che Tribunale dell’Aja aveva l’intenzione di proteggere la Serbia, perchè finora non si è dimostrato altro che una Corte marziale per condannare il popolo serbo. Le percentuali di condanna, sfavorevoli al di sopra di ogni dubbio nei confronti della Serbia, sembrano contraddire con molta facilità la dichiarazione della Hartmann, che ormai ha perso credibilità persino dinanzi a quell’Istituzione che rappresentava.

Sembra tuttavia strano che, nonostante la pubblicazione del libro risalga ad un anno fa, si decida solo adesso di accusare la Hartmann, che potrebbe divenire un elemento importante della difesa di Karadzic. Infatti, ha accettato di essere testimone di Karadzic, dopo che nei suoi saggi ha confermato che esisteva il famoso accordo tra America e Karadzic, individuando con precisione i responsabili della regia di Srebrenica. Improvvisamente è diventata un pericolo per molti, e proprio quando lo stesso Karadzic diventa pericoloso per la credibilità della Comunità Internazionale. Così, cercano in ogni modo di screditare la sua figura e il suo processo, cambiando le accuse, arrestando i possibili testimoni e imbrogliando i fatti. I dati che sono in possesso dell'Artmann sono una vera bomba che potrà scoppiare da un momento all’altro, e L’Aja sicuramente non permetterà che questo avvenga, al punto che decide di accusarla di oltraggio con una pena di 100.000 euro di multa oppure 7 anni di carcere.

Lo stesso potrebbe accadere al Vice Presidente del partito radicale, Aleksandar Vucic, che ha dichiarato alcune informazioni segrete sul caso Seselj, e qualora sarà accusato, non potrà più essere il consigliere di Seselj durante il suo processo. Questi sono senz’altro i primi segnali che dimostrano quanto il Tribunale teme la verità che prima e poi sarà scoperta, e metterà fine alle finzioni, alle ingiustizie e alle bugie di questa Corte delle multinazionali. Giorno dopo giorno diventa sempre più evidente che i veri criminali sono stati liberati e coloro che si trovano ora in carcere, sono solo dei prigionieri politici che non avranno mai giustizia. Non ci meraviglieremmo più di tanto se L’Aja decidesse di processare anche l’ex Procuratore Carla del Ponte, perchè anche lei dice di aver pubblicato dei dati considerati come segreti, e i soldati dell'esercito olandese che hanno partecipato all'operazione di Srebrenica, perché hanno accettato volontariamente di testimoniare. Resta soltanto da vedere quali saranno le ennesime pratiche di ostruzionismo per occultare ancora una volta la verità. Sono già tanti i "suicidi" avvenuti in situazioni non molto chiare.

Rinascita Balcanica

28 agosto 2008

Il Caucaso come il Kosovo?


La Russia non si ferma dinanzi alla Comunità Internazionale, e se da una parte muove le sue navi nel Mar Nero, dall'altro promette una guerra diplomatica. La strategia russa da una parte potrebbe essere un elemento di rottura rispetto al passato, che consente alla Russia di contribuire direttamente alla costruzione di un nuovo ordine mondiale, e dall’altra una conseguenza del passato, e in particolare del riconoscimento dell’indipendenza unilaterale del Kosovo da parte del blocco occidentale. (Foto: Abkhazia e Ossezia del Sud festeggiano la loro indipendenza)

Il riconoscimento da parte della Russia dell'indipendenza dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud rappresenta senz’altro un evento da non sottovalutare, ma soprattutto un fenomeno dalla duplice natura. Da una parte potrebbe essere un elemento di rottura rispetto al passato, che consente alla Russia di contribuire direttamente e con una strategia di impatto alla costruzione di un nuovo ordine mondiale, e dall’altra una conseguenza del passato, e in particolare del riconoscimento dell’indipendenza unilaterale del Kosovo da parte del blocco occidentale. Ad ogni modo si vengono a creare nuove condizioni sulla scena internazionale come effetto domino della violazione del diritto internazionale che aveva aperto il famoso "vaso di Pandora". Molti sono stati gli sforzi dei dirigenti occidentali e kosovari per stabilire che il Kosovo era un caso del tutto unico nel suo genere, e in fine di conti sono stati tutti fallimentari come dimostrato dall’escalation di eventi nel Caucaso. L’Europa e la Nato stanno oggi pagando il grave errore di aver utilizzato due pesi per due misure, e ora la Russia ha imposto loro di dover scegliere di nuovo se ripetere il loro verdetto o contraddirsi. A questo punto, qualora verrà richiesta la rigida applicazione del diritto internazionale che riconosce in parte la sovranità territoriale della Georgia, allora si dovrebbe anche ridiscutere l’atto di prepotenza nei confronti della Serbia, che si è vista sottratta un territorio dopo il dislocamento di diversi contingenti di pace per scopi "umanitari". D’altro canto, le possibilità della Serbia di contestare l'indipendenza unilaterale del Kosovo davanti alla Corte internazionale di giustizia aumentano sempre di più, in quanto si prospetta un’argomentazione valida e ed evidente, quale la dichiarazione esplicita del riconoscimento dell’integrità territoriale di una nazione.

Dunque, poiché nella tensione tra Georgia e Russia si è cristallizzata la stessa crisi kosovara, è necessario risedersi dinanzi ad un tavolo diplomatico e magari rinegoziare determinate posizioni. Ted Galen Carpenter, analista del Cato Institute di Washington, biasimando "l'ipocrisia e i doppi standard" dell’occidente, afferma così che "la posizione degli Stati Uniti e dell'Unione europea sulla questione del Kosovo è insostenibile sia dal punto di vista diplomatico che da quello logico". "Gli Stati Uniti sostengono simultaneamente che l'integrità territoriale di uno stato quasi-democratico come la Georgia è sacrosanta, mentre l'integrità territoriale di uno stato pienamente democratico come la Serbia non è sacrosanta. Questa è un'ipocrisia estrema ed è vergognoso", afferma Carpenter. D’altronde, la Russia, come altri analisti, hanno più volte ribadito la pericolosità del precedente Kosovo, ignorando le conseguenze solo per non ammettere una debolezza di fondo che fa crollare i fondamenti stessi della Comunità Internazionale. La soluzione prospettata da Carpenter è che sia Washington che Mosca propongano "una ritirata diplomatica congiunta", tale che Usa accettino di ritirare l'indipendenza del Kosovo, per spingere gli albanesi ad accettare la proposta di Belgrado sullo status autonomo della provincia, seguiti poi dalla Russia che deve fare lo stesso per Ossezia del Sud e Abkhazia.

D’altro canto, Mosca ha dato a tutti un esempio molto più radicale di quello del Kosovo in materia di risoluzione di un problema internazionale senza ricorso ai mezzi tradizionali. Secondo Boris Chmelev, direttore del Centro di studi politici comparativi presso l’Accademia russa delle scienze, la Russia si è messa in una situazione che "qualsiasi azione causerà conseguenze negative", decidendo di scegliere il male minore. Ha scelto infatti per il riconoscimento dell'indipendenza delle due repubbliche caucasiche, ben sapendo che avrebbe provocato l’ostruzione da parte dell'occidente, e poi la crisi risolutiva dell’antagonismo dei due blocchi, sino all’imposizione di un confronto obbligato. Il non riconoscimento, secondo Chmelev, avrebbe provocato una destabilizzazione all'interno del Caucaso del Nord, cosa ben peggiore che avrebbe posto fine al suo controllo su una regione così strategica. Ad ogni modo, un accordo tra le parti e quanto meno improbabile, e ci prepariamo ad entrare in una fase del tutto diversa della nostra storia, ossia quella della tacita e consensuale spartizione dei territori da parte dei due blocchi a colpi di "indipendenze unilaterali" e "riconoscimenti di parte". Mosca ha infatti dimostrato di essere pienamente in grado di imitare le azioni degli Stati Uniti, e che la "Guerra Fredda" non si combatte in maniera diretta, ma strumentalizzando i conflitti etnici, sino ad una continua e progressiva ricerca delle micro-guerre secolari irrisolte. Dopo i Balcani e Medio Oriente, oggi vediamo disgregarsi il Caucaso, e un domani saranno le lotte interne del Tibet a mettere in crisi la Cina.

27 agosto 2008

La guerra fredda dei media


La macchina dei media infatti non si ferma. Continua a manipolare fatti e verità nella convinzione che le finzioni di massa possano modificare la realtà stessa. Si sta perpetuando così il mito della "Guerra Fredda", per dare l’illusione che l’Occidente sta arginando l’avanzata dei russi nel Caucaso e nel Mediterraneo. In realtà la Guerra Fredda della nuova era, si è tramutata in un accordo tra i due blocchi che sancisce la spartizione delle zone di influenza energetiche.

Alla decisione del Parlamento della Federazione russa di riconoscere l’indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud, ha fatto subito eco l’annuncio del Presidente russo Dmitri Medvedev che conferma sulla stessa linea la posizione del Cremlino. La Russia dunque riconosce l’autonomia e la sovranità delle sue ex repubbliche accorpate alla Georgia ma da anni auto-proclamatesi indipendenti, aprendo la strada diplomatica per avvicinare Mosca a Tskhinvali e Sukhumi. La Comunità Internazionale si ribella scandalizzata dinanzi all’ipotesi del distacco e dell’annessione delle due regioni alla Russia, e dichiara "inaccettabile" la scelta della Russia di sostenere la frammentazione del Caucaso, dopo che si è battuta per anni per la disgregazione della Jugoslavia e infine della Serbia. Le Nazioni Unite e la Nato hanno combattuto una guerra sanguinosa e ingiusta per preservare le etnie che vivevano nella regione kosovara, ha parlato infatti di "intervento umanitario", e ora, con la stessa alacrità, si oppone all’indipendenza di una regione che al 90% non è georgiano, e ha subito in questi anni attacchi e violenze. Una situazione che aveva richiesto la necessità del dislocamento di un esercito di pace sul territorio georgiano in difesa del popolo osseto e abkhazo, ed è poi degenerata in un attacco diretto alla popolazione stessa da parte dell’aviazione georgiana.

Gli Stati Uniti, in quanto membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, promettono battaglia aperta in seno alla riunione dei cinque, difendendo le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza secondo cui Abkhazia e Ossezia del Sud fanno parte dei confini internazionalmente riconosciuti della Georgia. Francia, Germania e Italia si schierano accanto al loro partner atlantico, mentre la Presidenza Ue sceglie ancora la via diplomatica, sollecitando una soluzione politica per il conflitto in Georgia. Il Ministro degli Esteri italiano Franco Frattini non perde però l’occasione di ricordare che, sebbene la "balcanizzazione del Caucaso su basi etniche preoccupa seriamente", "l'isolamento della Russia non è nell'interesse né dell'Unione Europea né della Nato né della Russia", e dunque a nessuno conviene cercare il contrasto con un partner così importate. Per la Nato, stando alle parole del Segretario Generale Jaap de Hoop Scheffer, "il riconoscimento è in diretta violazione delle risoluzioni ONU" e "mette in discussione l'impegno della Russia alla pace e alla sicurezza nel Caucaso". Ancora, l’Inghilterra irrigidisce i toni e ipotizza la creazione di un fronte anti-russo per contrastare una decisione inaccettabile dalla Comunità Internazionale. Alexander Stubb, Presidente OSCE, chiede che "la Russia segua i principi dell'Osce rispettando l'integrità territoriale e la sovranità della Georgia".

Per l’Occidente dunque la Russia sta andando incontro alla violazione delle leggi internazionali, e questo la porterà ad essere relativamente isolata. Si cerca di boicottare ogni tentativo di mediazione, si parla di rivedere i Trattati, mentre i media vengono invasi dalle immagini dei carri armati e dei soldati russi, dimenticando che il Presidente Georgiano ha dato ordine di sparare sulla popolazione osseta. La Russia invece risponde nello stesso modo in cui l’Alleanza Atlantica e gli Stati Uniti si sono rivolti al Kosovo, parlando di "genocidio", di "diritto di autodeterminazione" e di protezione di popoli sovrani. Agisce con freddezza e determinazione, passando all’azione senza tante tergiversazioni ben sapendo che dietro la diplomazia può esservi solo la propaganda che ci ha fatto arrivare fino a questo punto. Ad ogni modo non si fa trovare impreparata alle manovre di manipolazione e di disinformazione, le vere armi per scatenare l'ira dei potenti e delle multinazionali, al limite della depravazione delle falsità. Il filmato che vi mostriamo è solo un esempio della manipolazione mediatica in atto che si spinge oltre ogni limite concepibile. Dopo i finti bombardamenti di Gori da parte dei russi montati ad hoc dalla CNN, Fox censura l’intervista di due cittadine dell’Ossezia del Sud che, sfuggiti ai bombardamenti, raccontano la loro esperienza. Affermano che la loro famiglia è in parte dispersa, costretta a fuggire lungo il confine verso la parte settentrionale dell’Ossezia e verso la Russia. Migliaia di civili uccisi dai bombardamenti georgiani, su preciso ordine del Presidente Saakashvili di attaccare la popolazione, contrastato dal tempestivo intervento della Russia che ha salvato i civili, per la maggior parte anche cittadini russi. La sua dura testimonianza, riportata in un’intervista in diretta, viene bruscamente interrotta dal giornalista che mette fine ad una discussione durata solo pochi minuti.

La macchina dei media infatti non si ferma mai, neanche dinanzi all’evidenza, e nonostante ogni prova evidente continua a mentire, nella convinzione che le finzioni di massa possano modificare la realtà stessa. Con questi stratagemmi e montaggi, i media stanno perpetuando il mito della "Guerra Fredda", per dare l’illusione che l’Occidente sta arginando l’avanzata dei russi nel Caucaso e nel Mediterraneo, quando in realtà è assolutamente impreparato, disunito e disorganizzato. La Guerra Fredda della nuova era si è tramutata in un accordo tra i due blocchi che sancisce la spartizione delle zone di influenza energetiche. Se da una parte la Russia ha deciso di cedere sul fronte dei Balcani, abbandonando la Serbia alle proprie risorse per fronteggiare la deriva del Kosovo, dall’altra gli Stati Uniti e la Nato si rivelano impotenti nella regione causasica ed estrema orientale. Europa e Usa continuano a controllare Iraq, Arabia e Turchia, nonché Africa occidentale, la Russia consolida la sua presenza nel Caucaso, ma soprattutto nelle ex-repubbliche sovietiche che vivono in una costante situazione di destabilizzazione. Ucraina, Turkmenistan e Azerbaijan sono tra i principali Stati che direttamente cadono nel raggio di azione russo, e affrontano altalenanti crisi che mettono a rischio la stabilità dei governi. Dinanzi alla crisi economica e alla stessa dipendenza energetica, la Russia sta cercando di smuovere l'onore russo, di fomentare vecchi sentimenti nazionalisti e anti-atlantici per avvicinare a sé territori e Stati strategici. È chiaro dunque che le questioni indipendentiste saranno sempre più frequenti, mentre gli estremismi troveranno sempre più terreno fertile. Tuttavia diventerà sempre più evidente l'immaturità dei nostri governi servi degli Stati Uniti e delle Commissioni Europee, ma anche la finzione della guerra al terrorismo e l’inutilità di questa Comunità Internazionale che agisce su ordine di interessi economici ben precisi.

26 agosto 2008

L'Europa degli idioti


Un'analisi di Dragos Kalajic, intellettuale e politico serbo (nella foto), del presente e del futuro dell'Unione Europea e dei sistemi macchinosi che hanno ormai incatenato il suo popolo in una concezione "democratica" che non appartiene alla sua storia.

L’oggetto principale di questa nostra analisi è il carattere che conforma la nostra Europa legale, ossia le sue (pseudo) élites e i suoi forti poteri economici, politici, culturali e mediatici. Lo spaccato su cui si indirizza questo esame è proprio quello che permette la più completa conoscenza di questo “carattere”: la questione dell’immigrazione. E’ un fatto che le ondate di immigrati dal Terzo e dal Quarto mondo che si abbattono sull’Europa siano sempre più frequenti, alte e minacciose. Di queste ondate sono vittime i disperati sudditi dell’ultima e peggiore forma di colonialismo e di usura: la cosiddetta economia del debito, che ovunque provoca miseria e fame. Questi flussi migratori assumono le magnitudini di una vera e propria invasione d’Europa. Se un tale processo non perderà forza e consistenza, e se la Turchia entrerà nell’area mercantile chiamata Unione europea, tutto indica e fa prevedere che già entro questo secolo gli Europei perderanno la propria patria e diventeranno una minoranza etnica nella loro propria terra, decomponendosi e scomparendo nell’oceano grigio-nero dei diversi.
Dunque, se tutto andrà avanti come oggi, si confermeranno le previsioni dell’osservatore turco Nazmi Arifi sulle conseguenze demografiche dell’entrata della Turchia nell’Unione europea, esposte una quindicina anni fa, sulle pagine del Preporod, la stampa portavoce dei musulmani di Bosnia ed Herzegovina: “L’Europa è cosciente del potenziale turco, l’Europa è cosciente della moltitudine turca. L’Europa guarda alla Turchia come ad un paese che ha potenzialmente duecento milioni d’abitanti. (Sono calcolati anche un centinaio di milioni di turcofoni dell’Asia centrale, ai quali il governo di Ankara, fedele al panturchismo, offre la cittadinanza turca oggi e offrirà quella europea domani, nota di D.K.) È logico che l’Europa non ostacolerà la Turchia. E prevedibile che, dopo dieci anni (dall’ingresso della Turchia nell’Unione europea, nota di D.K.) metà degli abitanti dell’attuale Europa occidentale saranno musulmani per una serie di cause quali: l’alta natalità dei popoli musulmani, la consistente immigrazione proveniente da paesi di religione musulmana, la caduta verticale delle natalità dei popoli europei, le conversioni all’Islam. Tutti questi sono fatti che l’Europa, volendo o non volendo, deve accettare”.

Adesso è chiaro anche agli occhi più semplici e creduli che si sono dimostrate false ed ingannevoli le formule di soluzione del problema immigratorio - instancabilmente prodotte dalle (pseudo) élites politiche - a cominciare dal progetto paternalistico di “assimilazione”, degli anni settanta, per passare poi al modello non meno ottimista e fallace dell’“integrazione”, fino ai recenti ideali mondialisti di una “società multirazziale” e “multiculturale”. In questo caso le (pseudo) élites che dominano l’Europa hanno dimostrato la propria debolezza fondamentale, la tendenza ad abbandonarsi alle superstizioni del razionalismo liberale, particolarmente alla convinzione che con l’uso delle sole parole è possibile non solo spiegare, ma anche domare la realtà, con tutte le minacce che contiene. In realtà di “assimilazione”, “integrazione” e “società multiculturale” - “che ci arricchisce” - è possibile discutere solo là dove è in questione una minoranza razziale o etnica che non minaccia la maggioranza. L’esperienza storica ci dimostra che questi rapporti pacifici vengono stravolti là dove la minoranza cresce in modo tale di minacciare il predominio della maggioranza, anche nel senso della legge di selezione naturale.

La specie più forte sospinge e alla fine elimina la specie più debole. E’ per questo motivo, all’inizio del periodo neolitico, che la massa del tipo d’uomo detto mediterraneo gracile, basso, brachicefalo, con scheletro fragile e pelle olivastra - che aveva conquistato il Rimlend mackinderiano, dall’India fino alle Isole britanniche, dedicato all’agricoltura ed ai culti della Madre Terra - era riuscita completamente ad assorbire o eliminare gli indigeni europei, l’uomo di Cromagnon, alto, forte e robusto cacciatore. Solo alcuni millenni dopo i discendenti dell’uomo di Cromagnon, i nostri progenitori, sono ridiscesi dagli altipiani caucasici dove si erano rifugiati, nell’Europa per riconquistare la patria perduta. Furono quelle ondate di popoli indoeuropei ad emergere vittoriosi grazie all’arte della guerra.

L’Europa diventerà islamica?
Le industrie mediatiche, produttrici dell’opinione pubblica, che fino a ieri diffondevano un ottimismo roseo nei confronti dei modelli di coesistenza tra gli indigeni europei e gli immigrati, oggi cercano di nascondere la realtà dell’invasione d’Europa e dei processi di un rovesciamento dei rapporti demografici e di ridurre tutto unicamente al problema di opzione religiosa: L’Europa cristiana o islamica? Forse mirano alla sempre più diffusa irreligiosità degli Europei e alla corrispondente indifferenza nei confronti del dilemma proposto... Una cosa è certa: tale dilemma non esiste perché il predominio dell’Islam sugli Europei è sicuro. Secondo una nuova formulazione del quesito che agli Europei - mediante i media più influenti, da Welt und Sontag e Welt, fino al Corriere della Sera - propongono le guide intellettuali dei musulmani perfino “moderati”, ad esempio, Bassam Tibi, “il problema non è se la maggioranza degli Europei diventa musulmana, ma piuttosto quale forma di islam è destinata a dominare in Europa: l’islam della sharia o l’euroislam”.

Per cacciare via dalle teste degli Europei ogni pensiero o ogni speranza di difesa della natura europea della patria comune, il messaggio citato viene abilmente accompagnato con il sostegno di “uno dei più grandi esperti mondiali del Medio Oriente”, Bernard Lewis: “Entro la fine di questo secolo il nostro continente diverrà islamico.” Davanti a questa prospettiva della trasformazione degli Europei in una minoranza religiosa (ma in realtà etnica), il rapporto verso l’invasione degli immigrati deve essere radicalmente cambiato. Se alla fine di questa prospettiva temporale - nel segno di un rovesciamento demografico - sarà ancora possibile parlare di “assimilazione”, “’integrazione” o “società multiculturale”, lo potranno fare solo gli immigrati nei confronti della minoranza degli indigeni europei, a patto di avere la misericordia per le loro debolezze e non un giustificato disprezzo, perché, tra l’altro, hanno capitolato e concesso la propria patria agli invasori senza la minima resistenza. In questa prospettiva, per gli europei si pone un problema essenziale: come sopravvivere e non scomparire nell’oceano degli altri che inonda e sta per affondare la loro patria. Invece di opporsi ai processi che minacciano la cultura e la civiltà degli Europei, le forze dominanti nell’Unione europea fanno tutto il possibile per mantenere ed anche rendere più potente l’invasione degli immigrati, sostenendone pubblicamente la necessità. Anche nei casi quando le (pseudo) élites politiche si sforzano di contenere almeno l’impatto caotico dell’immigrazione, con le leggi, le regole e le misure restrittive – tutto questo si dimostra, prima o poi, non solo vano, ma anche controproducente.

Questo complesso dell’Europa legale, che agisce contro l’Europa reale, è composto, grosso modo, da quattro campi di forze e da interessi corrispondenti. Poiché l’Unione europea sta abbandonando celermente un sistema economico che è proprio della storia, della cultura e della tradizione europea, assoggettandosi al sistema angloamericano, ossia liberalcapitalista, le potenze sopranazionali e sovraeuropee del mondo finanziario ed industriale sono la forza-guida nell’alto tradimento. Le (pseudo) élites politiche servono gli interessi di questa forza-guida che oramai, da molto tempo, ha espulso la politica autentica dalla scena pubblica, riducendola ad uno dei propri servizi ausiliari. In un’ottica più larga, schmittiana, è evidente che queste (pseudo) élites politiche sono sottomese ai condizionamenti e ai voleri del Leviatano atlantico (per usare un’allegoria schmittiana), che fa di tutto per far entrare la Turchia nell’Unione europea e per ingrandire l’invasione degli immigrati, reagendo con rabbia contro ogni contromisura europea. La Chiesa Cattolica, con i propri ordini monastici e le organizzazioni caritative è un magnete particolarmente attraente per la massa degli immigrati, che, a priori sanno dove saranno ben accolti e difesi, malgrado la propria clandestinità e illegalità. Last but not least, particolarmente influenti fautori dell’invasione dell’Europa sono i maggiori produttori d’opinione pubblica che cercano ostinatamente di convincere gli Europei - con le buone, attraverso promesse fallaci e con le cattive, con i ricatti morali - che l’immigrazione porta solo il bene (economico, culturale ed umano) e che ogni resistenza è un male, una specie di peccato mortale nell’epoca della secolarizzazione. Segue il latrato dei branchi a servizio del tradimento, liberati dai guinzagli. Così vengono continuamente demonizzate o criminalizzate le rare voci di coraggio alzate per la difesa della patria europea.

Ora occorre esaminare - a grandi linee e senza alcun ideologismo - le principali e più frequenti giustificazioni sul “bisogno” che l’Europa resti aperta alle invasioni immigratorie, offerte dalle (pseudo) élites dominanti. I portavoce delle forze finanziarie ed industriali giustificano sempre l’apertura verso l’immigrazione di massa con ragioni dedotte da contingenze effimere: dalla necessità di superare la crisi provocata con lo shock energetico, degli anni settanta, fino ad una specie di imperativo categorico della globalizzazione, che impone a tutti popoli -privati del diritto di decidere sulla questione - il libero flusso delle merci, dei capitali, dei servizi e degli uomini. Tutte queste ragioni sono riducibili alla causa comune, alla demonia economica, ossia all’idolatria del profitto per il profitto. E’, questa, la prova di un immenso complesso psichico di idiotismo attivo: è questo il termine che gli antici Greci usavano per designare una forma estrema d’individualismo e d’egoismo antisociale. Pervase e guidate da questo idiotismo, le forze finanziarie ed industriali d’Europa non si sentono parte di una comunità e di una realtà culturale e storica. Anzi. Le forze in questione - assoggettate alla globalizzazione - non posseggono nemmeno la coscienza - immanente ad ogni cultura e civiltà normale, in tutti i tempi - di considerare l’economia, come una parte ed un mezzo che debba servire per fini del tutto sociali, e non il contrario. Già il fatto stesso che la cosiddetta necessità dell’apertura verso le onde immigratorie venga giustificata con il bisogno impellente di manodopera - mentre la disoccupazione degli indigeni assume oramai le proporzioni di un male cronico - ci dimostra quanto le forze in questione siano indifferenti verso i destini del proprio contesto sociale.

Per questa visione di mondo alla rovescia il profitto è ueber alles. Forse è inutile illuminare qui la perniciosità di questa patologia e l’orizzonte enorme delle conseguenze catastrofiche, cominciando dalla crescita esponenziale dei prezzi assistenziali e sanitari, sociali e culturali, ecologici e demografici. Per di più in molti casi ci troviamo davanti ad un circulus vitiosus. Per esempio, l’immigrazione in massa viene solitamente giustificata come una manna che compensa il calo demografico degli europei, mentre proprio l’imposizione del sistema liberalcapitalista - rendendo la vita estremamente incerta e precaria - è una delle cause maggiori di questo declino. Questa evidenza viene notata anche da certi politici non ancora addomesticati. Ecco come si esprime Vladimir Spidl, nel suo ruolo di presidente del Consiglio della Repubblica Ceca, dubitando apertamente che l’immigrazione possa risolvere il problema demografico: “La gente è scoraggiata ad avere più figli a causa delle difficoltà a trovare la casa, della lunga attesa per l’impiego, dell’ambiente ostile alla famiglia, e dall’instabilità del lavoro. ”. L’idiotismo di cui stiamo trattando si manifesta anche nella cecità verso le conseguenze disastrose che prima o poi subiranno gli stessi complessi di interessi e di profitti. E’ certo che l’importazione delle masse degli immigrati, pronti a svendere le loro braccia, porti agli importatori buoni profitti a breve termine, cominciando dall’abbassamento o almeno dal contenimento del prezzo del lavoro e la conseguente repressione delle proteste sindacali dei lavoratori indigeni, desiderosi di difendere i loro diritti.

Dall’altra parte, in una prospettiva a lungo termine, questa strategia dello sfruttamento spietato porterà ad una specie di suicidio economico perché provoca una serie di conseguenze nefaste e autodistruttive. Una prima conseguenza è evidentemente il fermo di ogni perfezionamento tecnologico ed organizzativo della produzione. La ricerca, si sa, è molto più cara della manodopera a basso prezzo... In fine dei conti, asserire che l’immigrazione è necessaria allo sviluppo economico e al mantenimento almeno del volume di produzione, è contraddetto dall’attuale main stream industriale. Esiste infatti una ben altra e spietata regola che i profitti maggiori vengano ottenuti non solo con il perfezionamento tecnologico ed organizzativo, ma sopratutto laddove sono maggiori le riduzioni dei posti di lavoro. Ecco smascherato il ricatto, molto frequente, che dichiara l’importazione della giovane manodopera straniera come “necessaria per rimediare la caduta verticale della natalità ed il generale invecchiamento della società europea”. Le tecnologie nuove, collegate alle nuove tecniche di organizzazione sociale, offrono buone possibilità di superamento dei problemi in questione. Ma costano e riducono i profitti. L’importazione avida delle masse di manodopera straniera aumenta il popolo indigeno dei disoccupati e causa, riducendo le loro capacità d’acquisto degli europei, l’implosione del mercato europeo. Se con lo sguardo attento seguiamo le linee-forza dei processi di globalizzazione, inevitabilmente giungiamo a scorgere un futuro dove i prezzi e le condizioni di lavoro - sotto l’imperativo della concorrenza mondiale - dovranno essere omogeneizzati o addirittura parificati a quelli del Terzo o Quarto Mondo.

Dunque, a causa di un tradimento dell’Europa legale, l’Europa reale dovrà rinunciare anche alle ultime briciole del benessere sociale e della propria qualità della vita, di stile europeo. Sotto il peso di una concorrenza globale, gli europei dovranno ridursi allo stesso livello delle masse planetarie che patiscono la miseria e le privazioni, accettando di vivere, per esempio, come i cinesi. Si tratta di un orizzonte futuro nel segno della realizzazione di una forma di morte, prevista dalla Seconda legge di termodinamica, dove un determinato sistema perde la vita per via della parificazione della temperatura delle singole molecole che lo compongono. La politica delle contraddizioni L’atteggiamento generale delle (pseudo) élites nazionali ed eurocratiche davanti alle sfide dell’immigrazione è anche nel segno delle contraddizioni intellettuali e delle doppiezze morali. Tra l’inquietudine dell’Europa reale e le direttive delle forze che oramai da molto tempo hanno espulso la politica vera dalla scena pubblica, le (pseudo) élites producono solo le finte resistenze alle ondate immigratorie. Queste resistenze apparenti hanno le forme delle leggi, dei regolamenti, delle misure protettive… Ma rimangono sempre le lettere morte, parole sulla carta, poi pure cancellate con le periodiche, ma regolari, sanatorie. In sostanza, salvo rare eccezioni, le (psuedo) élites fanno di tutto per giustificare, sostenere e realizzare la tesi assurda che l’invasione d’Europa degli allogeni è una necessità economica, sociale e perfino biologica. Sebbene le (pseudo) élites in questione abbiano accettato in pieno i principi del liberalismo angloamericano e del corrispondente individualismo egoista ed avido - questa ideologia la applicano solo nei confronti degli indigeni europei e non anche agli immigrati. E’ evidente che si tratta di una presa di posizione molto più profonda di una pura sregolatezza nei confronti della logica aristotelica. Se non si tratta di un moralismo ipocrita, che maschera la brama dei profitti - è uno dei molti sintomi dell’autorazzismo degli Europei.

Durante l’ultimo decennio del XX secolo, i governi del centro sinistra hanno tradito e distrutto tutto il patrimonio delle lotte sindacali per far ricadere il lavoro ed il popolo dei lavoratori nelle condizioni di un secolo fa. Tutte le “novità” erano presentate sotto le designazioni cinicamente false e svianti: “le riforme”, “la deregolamentazione”, “la liberalizzazione del lavoro”, “la flessibilità”… Cercando di fare tutto il bene per gli immigrati e di migliorare le loro condizioni di vita - per attrarre le nuove ondate d’invasione - troppo spesso la politica proimmigratoria fa del male a tutti. Un buon esempio lo offre la generale legge sul “congiungimento famigliare” - introdotta prima in Germania - che gli immigrati usano per non lasciare il paese dove vendono la propria manodopera, altrimenti sarebbero terrorizzati dall’idea che, andando a visitare la famiglia, in patria, non otterrebbero più il visto di reingresso. L’applicazione in massa di questa legge - solo formalmente umanitaria - altera completamente la ragione primaria, puramente economica dell’immigrazione. In questo modo uno stanziamento temporaneo diventa permanente. Non solo il venditore di manodopera, ma anche tutta la sua famiglia vengono legati indissolubilmente al mondo dell’esilio ed indotti a recidere tutti i legami con il mondo e la comunità dalle quali provengono. Così la massa di immigrati diventa la massa degli alienati, infelici e nemici del mondo che li circonda. Spesso numerosissime, le famiglie così portate all’esilio richiedono, per il puro mantenimento, molto di più che nel paese d’origine. Questa spesa annulla il risparmio e vanifica la speranza di tornare in patria. I figli delle “famiglie congiunte” non desiderano tornare perché non ricordano più la terra natale o perché sono consci che lì saranno molto più estranei. Nel nuovo ambiente sono costretti di vivere in condizioni indecenti, nei getti della criminalità cronica, dove viene prodotto e plasmato il nuovo Lumenproletariat che, oltre l’odio di classe, nutre verso l’ambiente europeo che lo circonda e soprattutto verso i visi pallidi anche un profondo odio razziale. Così, oramai da molti anni, nelle metropoli e nelle grandi città europee - da Londra fino a Parigi e Marsiglia, abbiamo una guerriglia permanente - con saccheggi, distruzioni, incendi dolosi, violenze e stupri - che i media coprono con il proprio silenzio, per non turbare l’illusione di un ordine pubblico.

Per affrontare le sfide dell’immigrazione la Chiesa cattolica dispone di un mezzo molto potente e sviluppato: la propria dottrina sociale. Si tratta di un frutto prodotto e maturato con il lavoro di una serie di generazioni dei teologi, cominciando con l’enciclica Rerum Novarum di Papa Leone XIII che, alla lotta di classe e al presunto dualismo tra il lavoro ed il capitale, opponeva l’idea di collaborazione e della loro complementarietà naturale ed organica. Il contenuto dottrinario della Rerum Novarum era confermato ed arricchito con l’enciclica Quadragesimo anno (1929) di Papa Pio XI, che si rivolge direttamente allo Stato per invitarlo a riprendere le funzioni che gli nega o, addirittura, proibisce di svolgere l’ideologia del capitalismo liberale; per incitarlo ad aiutare o sostenere gli elementi portanti della comunità e del mondo di lavoro. Questi elementi erano individuati secondo l’ottica tradizionale ed europea, applicata anche da Hegel per la definizione della comunità, dove l’individuo è riconosciuto come essere politico solo in virtù della propria partecipazione negli ordini, da quello della famiglia, fino alle associazioni corporative. Questa dottrina della Chiesa era confermata ulteriormente da molte altre encicliche, fino al Laborem excercens (1981), Sollecitutudo rei socialis (1988) e Centesimus annus (1993) di Papa Giovanni Paolo II. Basato sull’insegnamento evangelico, l’asse della dottrina sociale della Chiesa cattolica è composto dal principio di bene comune che raccomanda la creazione delle condizioni che permettono all’uomo e alla comunità di realizzarsi compiutamente, dunque non solo economicamente, ma anche esistenzialmente, socialmente e spiritualmente. Altrettanto sono importanti il dovere della sussidiarietà - messo in rilievo particolarmente con l’enciclica Quadragesimo anno - e della solidarietà, compresi anche come i principi formativi ed informativi della comunità, dunque molto al di sopra della pura compassione moralistica e sentimentale.

E’ importante far notare che il generale De Gaulle - proprio lo statista che più risolutamente si opponeva all’invadenza del Leviatano atlantico, difendendo fieramente l’indipendenza della Francia ed impegnandosi per l’unità europea dall’Atlantico fino agli Urali - ha accolto pienamente questa dottrina, insieme con il sistema della partecipazione degli operai agli utili e nella gestione delle imprese. Aveva l’intenzione di realizzare queste idee e questa tradizione in alternativa al liberalismo capitalista, per superare i mali immanenti a quell’ideologia angloamericana, profondamente estranea all’anima europea. Purtroppo, al referendum del 1969, che conteneva troppi quesiti, questa rivoluzione dall’alto fu respinta, insieme ad altre proposte, con una maggioranza di no di appena il due o tre per cento in più rispetto ai sì. Detto ciò, però, rimane una domanda fondamentale: perché la Chiesa cattolica oggi fa di tutto per rovesciare il quadro demografico e religioso d’Europa? Le risposte a questo quesito sono diverse: dal sospetto che per gli elementi corrotti della Chiesa le attività caritative servono per lucro ed arricchimento personale fino all’opinione che, in fondo, si tratta di un’aspettativa ingenua che gli immigrati riconoscenti chiederanno la propria conversione, ingrandendo così il gregge dei cattolici, oramai divenuto misero come quello protestante, dopo l’autoeviramento commesso con il nefasto “aggiornamento”, che implicava, non solo le proscrizioni delle tradizioni, ma anche le censure dei testi sacri. Le spiegazioni ufficiali - ad esempio quella offerta dal (l’ex, n.d.R.) presidente della Conferenza dei vescovi, il cardinale Camillo Ruini, accompagnata con la raccomandazione che bisogna scoraggiare “l’immigrazione illegale” - riducono tutto ad “un imperativo morale, prima che giuridico, accogliere chi si trova effettivamente nelle condizioni del profugo in cerca di rifugio” .

Dunque, qui siamo molto al di sotto del principio di solidarietà, immanente alla dottrina sociale della Chiesa; siamo a livello di un moralismo piagnucoloso ed impotente. Sebbene detto “l’imperativo morale” sia perfettamente conforme al principio evangelico, bisogna notare il fatto che l’applicazione, nell’ambito del bene pubblico, provoca molti danni e pochissimi beni. Non è la prima volta nella storia del Cristianesimo che la Chiesa affronta i paradossi del genere, trovandosi davanti all’evidenza che la letterale realizzazione dei principi evangelici può produrre degli orrori molto più grandi di quelli combattuti. Già il Concilio di Nicea, nel quarto secolo, sapeva di dover “precisare”, per così dire, i comandamenti sacri. Per esempio, era stato notato che chi non offriva la difesa armata alle vittime degli attacchi dei malvagi - anche se rispettava letteralmente il comandamento “non uccidere!” - si rendeva corresponsabile per i delitti e gli assassinii. Così agli albori del Cristianesimo. Ma oggi la Chiesa cattolica sembra aver completamente perso il senno, l’acume ed il coraggio del proprio intelletto, che per secoli erano stati la sua più famosa e rispettata proprietà. In Italia, nell’Italia legale, quella della politica, i sostegni intellettuali, diretti o indiretti, all’invasione pacifica dell’Europa si sono stesi lungo l’intero arco pseudopolitico, dall’estrema sinistra (dove i nipotini del (falso) “1968” sono diventati “no-global”), fino alla destra radicale. Davanti alla sfida in questione l’opposizione “no-global” conferma i sospetti che si tratta di un movimento finanziato artificialmente come quello del “1968” a Parigi, per rovesciare la politica antiatlantica del generale De Gaulle. Il fine dei creatori e dei manipolatori del movimento “no-global” è di avere un sostegno e di diffondere l’impressione che alla globalizzazione non c’è alternativa oltre questo manipolo degli spostati che fanno discorsi fumosi e si abbandonano ai vandalismi. Così scopriamo che alla globalizzazione “del capitale delle multinazionali (che) non conosce frontiere” bisogna rispondere con una sfida “uguale e contraria: fare in modo che nessuna frontiera fermi la nostra solidarietà”. Forse è inutile qui far notare che la citata e presunta “sfida” dei “no-global” in verità si impegna per gli stessi fini ai quali mirano gli strateghi della globalizzazione, imponendo apertamente all’Unione europea - attraverso le proprie filiali ed i medium, dal dipartimento di demografia delle Nazioni unite, fino alle pagine di New York Times - di aprire completamente le porte alle invasione immigratorie dal Sud.

D’altra parte, ai neomarxisti, profondamente delusi per il crollo del sistema del socialismo reale e per il tradimento degli ex-compagni, postcomunisti - che per il potere hanno svenduto tutte le conquiste sociali delle sinistre - le immigrazioni in massa incutono la grande speranza per la nascita di un nuovo proletariato, il materiale umano necessario per la Rivoluzione. Anche tra le voci della destra tradizionale e radicale non sono rare le voci sostanzialmente proimmigratorie, mosse dai pensieri e anche dai sentimenti filoislamici e turcofili, con le motivazioni più variegate, ma tutte inconsistenti. La ricognizione di questo fronte del tradimento può partire molto dall’alto, dalla cattedra dell’altrimenti illustrissimo medievalista Franco Cardini, che per suscitare i sentimenti filoislamici è solito usare un puerile ricatto morale, ossia un luogo comune, ma falso storico - simile alle “leggende metropolitane” - e cioè che gli Europei debbono la riscoperta della filosofia greca ai mussulmani. Per meglio dire: ai mercanti arabi che effettivamente vendevano le traduzioni dei testi antichi. In prossimità della decisione degli eurocrati per l’apertura - voluta da Madre America - di tutte le vie per l’entrata della Turchia nell’Unione europea, i cori dei presunti maitre-à-penser, opinionisti ed esperti sono stati mobilitati per convincere gli Europei - rimasti non convinti, anzi contrari - che questa apertura fermerà la marea islamista non solo in questo paese, ma ovunque, perché con questo sarà premiato un “islam moderato”, anzi un “islam laico” (sic!). Così premiato... a questo luminoso esempio turco seguiranno altri paesi islamici (e anche della stessa Israele...) e l’incubo dell’islamismo radicale sarà per sempre allontanato. Così i buoni scolari nostrani di Brzezinski hanno trasformato una crepa nel suo tema in una fossa dell’assurdo per il proprio pensiero.

Chissà se questo enunciato lo dobbiamo interpretare come l’avvisaglia delle intenzione eurocratiche di invitare anche altri paesi mussulmani a divenire membri dell’Unione europea. Altrimenti, se le porte dell’Unione europea, dopo entrata della Turchia, rimanessero chiuse per gli altri paesi mussulmani, almeno dell’area mediterranea, questi resterebbero privi degli incentivi per seguire l’esempio turco nella via verso un “islam moderato” o perfino “l’islam laico”... Probabilmente l’entrata della sola Turchia nell’Unione europea sarà vista in questi paesi come un modo subdolo degli occidentali per rompere l’umma (la comunità) e l’unità degli musulmani. Non c’è bisogno di sottolineare che questi sentimenti possano inasprire le idiosincrasie e la marea islamista. Malgrado le differenze notevoli tra i moventi e le ragioni proimmigratorie che caratterizzano i principali centri dei poteri forti e decisionali - che abbiamo indicato in una rassegna veloce - un elemento in comune li associa tutti. Se questo elemento deve essere designato con una sola parola, questa è indubbiamente la stupidità. E’ evidente che nel tradimento dell’Europa partecipano anche molti altri elementi, i moventi e gli interessi, spesso nascosti sotto quelli falsi, moralistici ed ufficiali, ma anche molti di questi sono collegati - direttamente o indirettamente - con la stupidità. Bisogna ricordare che la luce della cattedra di Platone ci ha illuminato per sempre sull’interdipendenza tra l’etica e la logica, ossia l’intelligenza, e che questo insegnamento, dopo secoli di oblio è stato riabilitato da Kant, Fichte e Weininger, forse sotto la spinta di una marea dilagante della stupidità moderna, borghese. Il tesoro mitologico degli europei ci offre un’alternativa, una prospettiva cognitiva molto più veloce e sicura. Il vero mito è una cristallizzazione delle esperienze della comunità raccolte e verificate nel corso di lunghi secoli ed anche millenni. E quale mito europeo ci può aiutare almeno per una tesi di lavoro se non proprio come l’indicatore diretto della verità? Il mito più antico sulla stupidità è quello sul fratello di Prometeo, Epimeteo, il cui nome significa “colui che comprende tardi”. A differenza di Eschilo, che nella tragedia Prometeo incatenato sostiene che l’unica causa del martirio di Prometeo è il suo amore sconfinato per il genere umano - Platone ci informa, nel Protagora, che il fuoco regalato agli uomini era una specie di compensazione dell’errore di Epimeteo. Avendo avuto dagli dei il compito di distribuire ai generi animali i mezzi di autodifesa - Epimeteo aveva economizzato il male e così era arrivato agli uomini con le mani vuote. Ad un certo punto della tragedia eschiliana, Kratos, l’incarnazione del potere supremo, alludendo al nome dell’incatenato - che letteralmente significa “quello che prevede” - gli dice: “A torto i divini ti chiamano Prometeo!”.

Solo in questa epoca, nell’assedio delle catastrofi planetarie di una civilizzazione tutta fondata sul fuoco, l’esplosione e la consumazione ignea, possiamo capire la lungimiranza di Zeus e la giustezza del castigo inflitto a Prometeo. Con una serie di indicazioni ed allusioni dirette e indirette, questo complesso di miti accusa hybris, la civilizzazione, come la prima causa dell’istupidimento. Allora in questione era la civilizzazione dei popoli vinti e sottomessi dalle invasioni dei popoli indoeuropei, ossia euroariani, alla fine del secondo millennio. Sia nel Prometeo incatenato, sia nelle Eumenidi, dando la voce alle divinità vecchie, spodestate ed orrende, Eschilo ci trasmette la memoria della conquista e della vittoria euroariana, che ha portato il trionfo degli dei celesti sulle divinità sotterranee degli indigeni. L’Atlantide è la più compiuta immagine mitizzata di questa civilizzazione dei Titani che Prometeo ha tradito. Anche lui un Titano, il Prometeo eschiliano li ha traditi perché “spregiarono i mezzi di astuzia: le loro menti dure si figurarono un dominio senza fatica, grazie alla violenza.” Un altro importante complesso delle esperienze di stupidità cristallizzate fa parte del ciclo dei racconti popolari sulle avventure di Guglielmo Tell. Si tratta di racconti popolari tedeschi sulla Città degli stupidi. In questa città gli abitanti fanno tutto il contrario al buon senso, rallegrando il cinico Guglielmo Tell, che pure li sollecita ad essere ancora più stupidi, per il proprio divertimento. Per esempio, i cittadini hanno costruito la casa comunale, dimenticando le finestre; per rimediare, hanno tentato di raccogliere e portare la luce raccolta dentro nei secchi, vassoi e sacchi. Tagliando gli alberi alla cima del monte, faticosamente hanno portato a mano dei tronchi, fino alla pianura. Solo l’ultimo tronco è scivolato dalle loro mani stanche e da solo, rotolandosi, è arrivato alla destinazione. Questo fatto li ha illuminati: così hanno riportato tutti i tronchi in cima, per poi spingerli a rotolarsi, liberati dalla fatica… Bisogna rilevare che gli abitanti della Città degli stupidi non erano sempre stupidi. Anzi, una volta godevano della fama dei più intelligenti ed addirittura saggi.

I sovrani di molti paesi si contendevano i loro servizi e consigli. Questo vendere il proprio acume durava finché le loro mogli non si sono stancate e perciò hanno spedito ai mariti un ordine ultimativo di tornare a casa. A questo punto un sovrano ha deciso di conquistare con la forza la città dei saggi per avere i loro servizi solo per sé. Consci che le loro forze erano troppo deboli per resistere alla armata che si avvicinava, i saggi cittadini hanno deciso di capitolare, ma anche di simulare la stupidità davanti al conquistatore, sicuri che alla fine, deluso, il nemico li lascerà in pace. Infatti, entrando in città e vedendo intorno a sé solo gli spettacoli di incredibile stupidità, che potevano servire solo per il divertimento negativo, il sovrano ha deciso di ritirarsi. Purtroppo, mossi dalla paura che il nemico tornerà a verificare il loro stato di intelligenza, a forza di simulare sempre ed ovunque la stupidità, i cittadini hanno dimenticato la ragione e sono diventati veramente tutti stupidi. Dunque, la paura è il movente dell’imitazione mimetica di stupidità, che con il tempo, a forza di perdurare, può trasformarsi in uno stato reale? La leggenda popolare sulla Città degli stupidi, su come i saggi siano diventati scemi, è confermata con un fenomeno della nuova storia d’Europa, che dopo la sconfitta nella Seconda guerra mondiale è stata divisa in due zone d’occupazione, con le corrispondenti ideologie, i sistemi di indottrinamento forzato e i guardiani del politically correct. Come ci insegnano i racconti sulla Città degli stupidi, questo trasformismo mimetico, con il tempo, a forza di perdurare, ha soppiantato l’intelligenza nascosta ed è diventato la vera natura, la proprietà richiesta, obbligatoria ed essenziale per le (pseudo) élites al potere. Se è necessario fissare una data d’inizio dell’istupidimento degli Europei - questo è il 3 aprile del 1949. Quel giorno a Washington era stata pattuita l’Alleanza atlantica, ed il presidente degli Stati Uniti Harry Truman, con i segretari dello Stato per la difesa (Louis Johnson) e per la politica estera (Dean Acheson) aveva offerto una cena, alla Casa Bianca, per i ministri degli esteri dei paesi membri. Come ci testimonia un fonogramma delle conversazioni a tavola, il presidente degli Stati Uniti aveva aperto il conclave con una minaccia falsa, dicendo agli ospiti europei che è imminente l’invasione sovietica sull’Europa occidentale: “Dobbiamo, infatti, avere ben presente che, a dispetto dell’enorme potenziale di guerra americano, le nazioni occidentali sono praticamente disarmate e non hanno nessuna possibilità di impedire che le cinquecento divisioni (sic!) sovietiche schiaccino l’Europa occidentale…

Dragos Kalajic

25 agosto 2008

Georgia-Russia: un altro conflitto senza fine


Un'intervista per Rinascita Balcanica del Generale Fabio Mini, ex comandante della Missione della Kfor in Kosovo, che analizza il conflitto russo-georgiano e le sue implicazioni sul piano internazionale. Definita come "un’altra operazione militare senza fine", secondo il Generale Mini questa guerra ha creato nient'altro che "un nuovo tavolo diplomatico e migliaia di morti e di diseredati sulla coscienza di tutti.

Che ruolo hanno avuto gli Stati Uniti in questo conflitto?
A giudicare dalle prime reazioni di Bush sembrava che non sapesse neppure cosa fosse la Georgia e di sicuro non ne sapeva niente. Ma le prime risposte dei suoi assistenti davano subito il senso del coinvolgimento che è senz’altro stato diretto e determinante. Bisogna soltanto vedere chi delle tre componenti che gestiscono la politica americana all’estero, il Dipartimento di Stato, il Pentagono e i Servizi Segreti, ha autorizzato il Presidente georgiano ad eseguire la sciagurata operazione in Ossezia e chi nell’ambito della Casa Bianca ha dato l’OK all’insaputa del Presidente. Non è infatti possibile che gli Stati Uniti che controllano da circa otto anni la Georgia non fossero al corrente dell’avventura. E se veramente non ne sapevano niente sarebbe anche peggio. Fra l’altro non ci crederebbe nessuno. Il fatto è che gli Stati Uniti hanno da tempo incluso la Georgia nel perimetro delle aree vitali per gli interessi nazionali che includono il petrolio, il controllo sulla Russia, sulla Turchia, sull’Iran e perfino sull’Iraq. Per questo non possono fingersi sorpresi e scandalizzati per un’avventura o per una trappola che essi stessi hanno istigato.

Perché secondo lei la Russia ha scelto l'Europa come "ambasciatrice di pace" ?
Perché non conta niente. E’ il classico interlocutore che non è in grado di promettere nulla o di mantenere ciò che promette. Un impegno preso con l’Europa non è considerato vincolante anche perché l’Europa dipende più da Mosca di quanto non dipenda da Bruxelles. Una deroga agli impegni assunti con l’Europa non è una violazione ma un atto di furbizia. Questo è il risultato di una politica estera assente o affidata soltanto ai servitori fedeli e girovaghi degli Stati Uniti. Bush si è evidentemente reso conto di questa labilità europea e ha fatto la voce grossa richiamando la Russia ad osservare i propri impegni. Naturalmente per i russi anche la credibilità americana è ai minimi storici, ma questo è un pericolo in più perché da un’amministrazione che sta agonizzando in mezzo al sangue sparso negli ultimi otto anni ci si può aspettare qualsiasi sciocchezza.

Crede che Washington sia uscita sconfitta sul piano diplomatico internazionale?
Washington sta cercando solo ora di aprire il proprio fronte diplomatico, ma è indubbio che abbia già subito una forte batosta sul piano della credibilità internazionale. Solo chi non vuol vedere la realtà scambia la voce grossa di Bush per autorevolezza. E solo chi non ha memoria può scambiare gli aiuti americani alla Georgia come sostegno umanitario.

La Russia ha cambiato gli equilibri geo-politici internazionali?
La Russia è tornata ad essere un attore dominante e gli equilibri possibili solo dieci anni fa con lo strapotere statunitense non sono più accettabili. Nella questione georgiana la Russia ha avuto successo nel mettere a nudo le vere intenzioni americane nell’area. E ha detto chiaramente e brutalmente che il dominio americano nel Caucaso non è più un fatto scontato.

Secondo lei, la Russia ha reagito bene alla campagna d’informazione fatta dall'Occidente e dalla Georgia?
No. Nonostante sia maestra della manipolazione la Russia non ha accesso ai media occidentali quindi le proprie campagne di disinformazione o soltanto di controidisinformazione sono labili ed hanno poca presa in occidente. Da parte nostra non siamo ancora pronti a recepire le giustificazioni di Mosca o a capire le sue logiche. Il marchio del comunismo è ancora molto forte e quello dell’imperialismo sovietico si accomuna ancora all’immagine della Russia. Poco importa se un imperialismo analogo guida l’occidente.

La Russia ha chiesto l’istituzione di un tribunale per i crimini di guerra contro gli osseti e ha parlato di genocidio. Cosa pensa di queste iniziative?

Fanno parte del gioco di rendere internazionale e umanitario un problema politico e di potere economico.

Il Kosovo influenzerà le trattative sullo statuto delle repubbliche di Ossezia del Sud e di Abkhazia?

Il Kosovo ormai rappresenta l’esempio negativo per tutta una serie di rivendicazioni e situazioni. Anche quando non sono paragonabili. L’Ossezia è una creazione sovietica ed è stata divisa per compiacere la Georgia di cui Stalin era illustre figlio. L’Ossezia è Russia e comunque appartiene al popolo che decenni fa è stato smembrato. E’ per lo meno bizzarro che gli Stati Uniti difendano le pretese georgiane che sono figlie naturali della politica di divisione etnica dell’URSS e del comunismo reale.

Come crede che si concluderà questo confronto tra Georgia e Russia?

Come sempre, con un nulla di fatto. Con un’altra operazione militare senza fine, con un nuovo tavolo diplomatico e con migliaia di morti e di diseredati sulla coscienza di tutti.

Rinascita Balcanica

13 agosto 2008

Una guerra lampo mette fine al dominio USA


Tra Georgia e Russia è scoppiata senz’altro una guerra di informazione, con un continuo altalenarsi di dichiarazioni e di smentite che descrivono due immagini ben distinte, e a volte opposte, del conflitto nel Caucaso. Nei fatti l’unico intervento degli Stati Uniti nel conflitto è stato puramente mediatico, con dichiarazioni e avvertimenti trasmessi dai media, e un sostegno tacito che ha lasciato intendere che Washington sarebbe rimasta sempre e incondizionatamente accanto ai georgiani. Gli Stati Uniti, hanno comunque rivelato la loro grande debolezza, ma anche la loro incapacità a sostenere ormai una guerra aperta su troppi fronti.

È stata senz’altro una guerra di disinformazione e di contro-informazione quella che tra Russia e Georgia. Un continuo altalenarsi di dichiarazioni e di smentite che descrivono due immagini ben distinte, e a volte opposte, del conflitto nel Caucaso, che confondo l’opinione pubblica e vanno a polarizzare nettamente l’informazione intorno ai due estremi. Da una parte vi è la Georgia, strategico Stato del Caucaso a ridosso dell’ex impero sovietico e sempre più vicino al blocco atlantico, nonché crocevia di gasdotti ed oleodotti che collegano la ricca regione del Mar Caspio e dei Paesi dell’estremo Caucaso orientale alla Turchia e così al Mediterraneo. Dall’altra l’ex repubbliche sovietiche dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud che chiedono indipendenza e sovranità, e poi riannessione alla Russia, viaggiando così in maniera parallela alla strategia del Cremlino. Regista del conflitto è Mosca che ha costruito una perfetta trappola strategico-militare che puntualmente è scattata, dopo pochi giorni di combattimenti.

Innanzitutto si è messa in una posizione che va di pari passo al diritto internazionale e agli accordi raggiunti con le Istituzioni sovranazionali, che le hanno infatti concesso in passato la possibilità di dispiegare una forza di pace sotto la bandiera ONU, al fine di preservare la sicurezza della popolazione russa che vive in Ossezia e in Abkhazia. Allo stesso tempo ha agito con prontezza e tempestività, sia dislocando in poco tempo il maggior numero di forze militari possibili e prendendo subito una posizione irremovibile all’interno del territorio, sia assumendo una posizione diplomatica ferma e coerente. In secondo luogo, ha agito attentamente sull’informazione usando le stesse armi mediatiche dei demiurghi occidentali. Infatti ribadisce che la popolazione dell’Ossezia del Sud, ed in particolare il contingente russo lì dislocato, ha subito un’aggressione da parte dell’esercito georgiano, che per l’impatto e le dimensioni viene definito dal Cremlino come un "atto di genocidio". Dunque, per difendere le sue ragioni, restando nei limiti consentiti dal Consiglio di Sicurezza ONU, utilizza ora le stesse armi che le controparti occidentali scagliano per presidiare i propri interessi economici e politici in territorio strategici, come ad esempio il Vicino Oriente, la Turchia e i Balcani.

La CNN disinforma sugli attacchi russi a Gori
In uno dei suoi notiziari, la CNN ha mostrato dei carri armai russi
e degli edifici distrutti, dicendo di trovarsi nella città georgiana di Gori.
Secondo un reporter della Tv russa, si tratta invece della capitale
dell'Ossezia del Sud Tskhinvali, e il video della CNN riprende proprio la sede centrale
del contingente russo attaccata dall'aviazione georgiana.

I diplomatici russi hanno inoltre accusato i media stranieri di aver manipolato l’informazione sul conflitto in corso tra Georgia e Russia, precisando che le massicce perdite tra la popolazione sono state causate dai bombardamenti georgiani - e non da quelli russi - uccidendo 2.000 civili, per la maggior parte di nazionalità russa, e provocando più di 34.000 profughi costretti a fuggire dalla Russia. La risposta russa con l’invio dei carri armati nella provincia, secondo i Generali russi, è stata "indotta dall’aggressione della Georgia". Le televisioni occidentali invece, secondo il Vice Ministro degli Esteri Grigori Karasin, hanno mostrato solo i carri armati russi e la sofferenza dei civili, e hanno commentato tali immagini affermando poi che "la Russia è intervenuta nel conflitto tra Ossezia del Sud e Georgia". "Questo sarebbe il modo obiettivo di fare informazione secondo i media occidentali?", ha chiesto Karasin accusando così le televisioni e la stampa occidentale di diffondere notizie con "una versione politicamente manipolata". Inoltre, in questi giorni, vi è stato un continuo rincorrere delle notizie data dalla stampa estera e da quella georgiana, smentendo puntualmente gli attacchi all’aeroporto internazionale di Tbilisi, alla città di Gori, e ad altre zone popolate da georgiani nell’Ossezia del Sud. La Russia risponde così al tentativo di disinformazione dell’Occidente, che ha tentato di preparare tra l’opinione pubblica internazionale le condizioni per imporre alle parti una tregua e un piano di pace scritto dagli eurocrati europei.

Nei fatti, dunque, l’unico intervento degli Stati Uniti nel conflitto è stato puramente mediatico, con dichiarazioni e avvertimenti trasmessi dai media, e un sostegno tacito che ha lasciato intendere che Washington sarebbe rimasta sempre e incondizionatamente accanto ai georgiani. Lo stesso Putin ha sottolineato che la Georgia non avrebbe mosso i suoi aerei se non avesse avuto la certezza che gli Stati Uniti si trovavano nelle retrovie, perché l’azzardo è stato troppo grande, troppo rischioso. Infatti ha trovato una Russia armata fino ai denti, che ha reagito forse "in maniera sproporzionata", ma comunque efficace per una guerra lampo senza vie di scampo. Putin ha inoltre puntualizzato che ogni reazione è stata "completamente giustificata e legittima dal punto di vista legale", perché la Georgia è accusata di "genocidio". Non si esclude la possibilità che l’Ossezia chieda alla Corte di Giustizia Internazionale e alla Corte Europea dei Diritti umani di investigare sui crimini di guerra commessi dalla Georgia, o che addirittura possa chiedere la costituzione di un Tribunale per i Crimini in Caucaso contro il popolo osseta. Come si può notare, Putin usa le stesse e identiche parole che a suo tempo furono pronunciate dagli Stati Uniti per aggredire la Serbia, e ottenere poi la secessione unilaterale della provincia kosovara. La storia si ripete, ritorcendo contro Europa e Stati Uniti le loro stesse armi, i loro diabolici meccanismi burocratici.

Tuttavia, qualcosa da allora è cambiato e questo evento ha segnato senz’altro una svolta negli equilibri geo-politici. Gli Stati Uniti, infatti, hanno rivelato la loro grande debolezza, ma anche la loro incapacità a sostenere ormai una guerra aperta su troppi fronti. Così impegnata nella sua guerra al terrorismo, tra Iraq, Afghanistan e Iran, che ha lasciato scoperto alcuni delicati punti di azione, ossia quegli "Stati cuscinetto" che si trovano in una situazione estremamente delicata e in bilico tra un fronte e l’altro. Inoltre, la sua guerra della disinformazione ormai non inganna più nessuno, perché ormai tutti conoscono i trucchetti della CNN, del New York Times, della BBC, e Mosca non si è fatta trovare impreparata: ha dichiarato dinanzi ai giornalisti di mezzo mondo che si aspettavano "provocazioni mediatiche", nonché "foto e servizi televisivi confezionati ad hoc" per giustificare l’intervento armato. Forte del successo raggiunto in una guerra-lampo, Mosca ha dettato le regole per la sottoscrizione del protocollo di pace, basato sul ritorno delle forze armate russe nelle sue posizioni precedenti alle ostilità, e sull’inizio delle trattative internazionali per scrivere lo statuto futuro dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia. Tuttavia precisa che stavolta lo statuto dovrà essere sottoposto al volere dei popoli, e che "né la Russia né alcun altro Stato deve rispondere al posto loro". Da parte sua l'Europa è pronta a partecipare all'operazione di mantenimento della pace in Ossezia del Sud, ma che potrà agire sotto la supervisione delle forze internazionali e della Russia stessa. Nessun ruolo invece avranno gli Stati Uniti, che oltre a sfruttare l’evento con la solita propaganda per la campagna elettorale, non avrà nient’altro dalla Russia.

12 agosto 2008

“Telekom Serbia” non è un caso politico


Dopo anni, ancora si continuano a tessere trame sul caso Telekom Serbia, ma ogni volta si commette l'errore di trattare l'operazione Stet-Telekom Serbia come se fosse un'operazione politica, mentre forse sarebbe meglio considerarla come un'illecita operazione finanziaria.

In un suo recente articolo, Maurizio Blondet fa una "magistrale" analisi dell’arresto di Radovan Karadzic, collegando l'operazione di cattura da parte di entità non ben definite, con il caso Telekom Serbia ( si veda Karadzic protetto dalla CIA? E poi da chi? ). Ironia della sorte, sulla vicenda Telekom Serbia sono state pagine infinte di giornali, ed ognuno ha espresso la sua personale opinione e il suo punto di vista, costellando la cronaca di disinformazione e fantasie che hanno contribuito a rendere questo caso un vero e proprio "mistero italiano" dei nostri giorni. Ricordiamo però che personaggi come Igor Marini, dopo aver fatto affermazioni dove coinvolgevano personaggi politici di primo piano, sono stati arrestati e condannati per calunnia e diffamazione. A questo punto, crediamo che si continui sempre a commettere il gravissimo errore di trattare l'operazione Stet-Telekom Serbia come se fosse un'operazione politica, mentre forse sarebbe necessario e opportuno verificare e indagare in maniera trasparente cosa è realmente accaduto, perchè è accaduto e perchè è stata posta in essere un'operazione completamente illegale e priva di logica finanziaria.

Prima di tutto, siamo veramente sicuri che l'operazione di vendita di una parte di Telekom Serbia sia veramente avvenuta? Eppure, come tutti gli addetti ai lavori sanno, non è mai stato trovato il famoso "contratto" con il relativo "numero di protocollo" che suggellava in maniera ufficiale l'avvenuta vendita del 29% delle azioni della Società di telecomunicazioni serba alla Stet. Un particolare davvero strano, considerando che le operazioni realizzate da un ente statale devono essere obbligatoriamente protocollate e registrate in mancanza del quale i contratti, oltre a non essere validi, non sono nemmeno riconosciuti dallo stesso Stato che li ha emessi. Dopo aver verificato l'esistenza del contratto ufficiale, è opportuno che gli stessi inquirenti vadano a verificare da dove è partito il pagamento di oltre 850 miliardi delle vecchie lire, e prestando particolare attenzione a come sono stati pagati i fondi. Qualora di dovesse scoprire che sono stati pagati in contanti, bisognerebbe poi capire dove è stato recuperato e chi lo ha consegnato nei fatti, in quanto in questo caso si avrebbe una vera e propria operazione di riciclaggio, che nel 1997 costituiva pienamente un reato. Pertanto, se sono stati prelevati in contante, ingenti somme di denaro, è d'obbligo sapere da dove è arrivato tale denaro e chi lo ha fornito. In ogni caso, basta parlare di politica o di coinvolgimento di politici in questo affare.

Tutti sappiamo che l'ex Presidente della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio Ciampi, all’epoca della famosa operazione era Ministro del Tesoro, che a sua volta era il principale azionista di riferimento della Stet. Ma è stato più volte ripetuto, comunque, che l’ex Ministro Ciampi non era al corrente dell'operazione. Tutti sappiamo inoltre che l’allora Presidente del Consiglio era Romano Prodi, ma anche lui ha più volte dichiarato che non ne sapeva nulla. Tutti sappiamo che Piero Fassino era il Sottosegretario agli Esteri, ma anche lui, intervistato più volte ha dichiarato di non essere informato dei fatti in questione. Infine tutti sappiamo che Lamberto Dini era il Ministro degli Esteri, e anche lui ha più volte dichiarato di essere all’oscuro dei dettagli dell'operazione. Qualcuno ha prove concrete che questi personaggi abbiamo detto falsità?Crediamo che nessuno le abbia, anche perché siamo pienamente consapevoli che un'operazione così importante e così delicata, non poteva essere gestita solamente da una persona o da un piccolo gruppo di persone, che agiva senza informare l’azionista di riferimento che era il Ministero degli Esteri. Ma queste sono solo personali opinioni, che, se non supportate da documenti comprovanti non hanno alcun valore.

Quanto sta accadendo oggi nei mercati finanziari, ci deve fare capire che dietro a qualsiasi operazione finanziaria di elevata portata, proprio come Telekom Serbia, vi sono sempre dei forti gruppi di potere. Non si muove nulla se questi non lo permettono, e comunque qualsiasi azione venga posta in essere, vi sono sempre i controllori del sistema che hanno gli strumenti e il potere per fermare e punire i responsabili. Dunque la strada da seguire, non è la strada politica, ma quella finanziaria, che vada ad indagare sull'effettiva operazione posta in essere. Ricordiamo con grande onore come Giovanni Falcone riuscì a stroncare grandi cosche mafiose indagando proprio sulla pista dei soldi che transitavano sui conti correnti delle Banche - che nel loro percorso lasciano sempre una traccia - e dopo spezzava il sistema mettendo quella criminalità organizzata dinanzi alla verità incontrovertibile. Ovviamente, se continuiamo tutti i giorni a mischiare Telekom Serbia con la politica, con Karadzic e poi un domani anche con Mladic, la disinformazione non avrà mai fine, e chi ha veramente beneficiato di questa operazione continuerà a trarre vantaggio dalla confusione e dall’insabbiamento. Perciò, caro Blondet, se vuole veramente far luce sul caso Telekom Serbia, lasci perdere Karadzic e le vicissitudini dei Balcani che sono stati fin troppo tormentati dalle potenti lobbies finanziarie. Se non può fare una giusta e corretta informazione, si concentri su altro, e lasci stare la Serbia, anche perchè se andiamo avanti di questo passo, qualcuno una mattina si sveglierà e darà la colpa al popolo serbo della crisi mondiale.

11 agosto 2008

La festa è finita


Mentre negli Usa i segnali di un settembre nero si accentuano e si fa sentire il tonfo della grande compagnia di assicurazioni Aig, il governatore della Banca centrale europea Trichet elargisce dichiarazioni improntate su un mendace ottimismo. In realtà, la "festa è finita" perchè camminiamo tutti sull'orlo di un burrone.

Il sistema finanziario e monetario è al collasso. Le conseguenze della cosiddetta crisi dei mutui subprime in Europa si fanno appena sentire, e a nulla valgono le rassicurazioni - sempre meno rosee - che gli gnomi delle banche centrali tentano di diffondere. Mentre negli Usa i segnali di un settembre nero si accentuano e si fa sentire il tonfo della grande compagnia di assicurazioni Aig, il governatore della Banca centrale europea Trichet elargisce dichiarazioni improntate su un mendace ottimismo. Si compiace cioè della stretta nei tassi di interesse primario (e conseguentemente del blocco della liquidità monetaria nell’eurozona, e cioè del denaro così assente dalle tasche di ognuno di noi, di ogni cittadino) pur accennando - ma di sfuggita - alla “continua crescita” dei prezzi dei prodotti alimentari e dell’energia. La crisi che soffia dall’altra parte dell’Atlantico è, peraltro - ma i lorsignori non lo vogliono far sapere - strutturale. E’ una crisi, cioè destinata a perpetuarsi. E’ stato infatti l’innesco del crack congiunturale dei mutui che ha stracciato il velo che celava ai più l’esistenza di una gravissima duplice bolla finanziaria e monetaria che aveva da tempo reso virtuali e non produttive - e quindi artificiali - le economie dei maggiori Paesi avanzati d’Occidente.

Se nel Massachussets, qualche giorno fa la tragedia dei mutui ha portato una 53enne, Carlenne Balderrama, al suicidio per salvare, con il premio dell’assicurazione, la casa di famiglia dall’asta giudiziaria indetta per saldare l’ipoteca immobiliare non pagata, è indubbio che il peggio debba ancora arrivare. E che, naturalmente, tocca anche al Paese di Bengodi, alla nostra Italia, fare i conti con questo dissesto globalizzato made in Usa. Anche da noi aumentano infatti le tragedie di chi vede crescere il suo debito verso le banche perché le rate dei mutui diventano insostenibili. E il dramma nella tragedia è che la maggior parte dei capifamiglia coinvolti in questa crisi ha tra i 25 e i 40 anni, è un giovane. Come Trichet in Europa, anche il governatore Mario Draghi, fa però sfoggio di ottimismo per confondere le acque ed evitare uma fuga generale dal risparmio che porterebbe proprio le banche azioniste di Palazzo Koch ad una serie di bancarotte.
Sta di fatto che qui da noi il 91 per cento dei prestiti concessi dalle banche per comprare una casa alle famiglie sono stati concessi a tasso variabile e quindi soggiacciono all'andamento sfavorevole del costo del denaro.
Sta di fatto che in questa seconda metà dell’anno, secondo gli osservatori economici, il costo del denaro -rigidamente limitato dalle banche centrali - è destinato a salire almeno al 3,5 per cento.
Sta di fatto che il potere d’acquisto degli stipendi è ovunque in sensibile calo.
Sta di fatto che camminiamo tutti sull'orlo di un burrone.

Ugo Gaudenzi
direttore di Rinascita

08 agosto 2008

Le banche entrano nel “business di impresa”


Il Comitato Interministeriale per il Credito e il risparmio (Cicr) decide di eliminare il limite alle partecipazioni della Banche all’interno delle imprese e di società non finanziarie. Da oggi in poi la concentrazione per una singola partecipazione sarà del 15%, mentre il limite complessivo sarà del 60%, e farà riferimento sia a soggetti che hanno un legame diretto che indiretto con la banca. Dopo anni di lotta, le lobbies bancarie ottengono il tanto atteso traguardo di sfondare "nel mondo imprenditoriale" con nuovi scenari ed opportunità di business, perfettamente allineati con le direttive europee.

Con la seduta del Comitato Interministeriale per il Credito e il risparmio (Cicr) dello scorso 29 luglio, viene riscritta la norma che regola le partecipazioni della Banche all’interno delle imprese e dunque di società non finanziarie. Dopo anni di lotta, le lobbies bancarie ottengono il tanto atteso traguardo di sfondare "nel mondo imprenditoriale" con nuovi scenari ed opportunità di business, perfettamente allineati con le direttive europee per la regolamentazione del rapporto banca-impresa. Il limite di concentrazione per una singola partecipazione sarà del 15%, mentre il limite complessivo sarà del 60%, e farà riferimento sia a soggetti che hanno un legame diretto che indiretto con la banca. Viene così cancellata la norma che prevede delle soglie di concentrazione che variano dal 3% per le banche ordinarie al 15% per le specializzate, percentuali che già di per sé venivano considerate elevate, considerando il potere di controllo di una Holding tramite partecipazioni indirette, o l’esistenza di società ad azionariato diffuso, tale che l’80% degli azionisti non partecipa alla vita di impresa e delega la sua rappresentanza.

Il processo di liberalizzazione ha avuto inizio nel 2006 quando il Governatore Draghi aveva presentato al Cicr una proposta di riforma dell'articolo 19 del Tub, mentre il Comitato stava progettando di eliminare proprio l’articolo, su istruzione del Governo Prodi e delle stesse direttive europee. Precedentemente invece il Ministro dell'Economia Giulio Tremonti voleva aumentare i paletti delle banche che volevano accedere alle imprese, un po’ per venire incontro alle richieste degli industriali, un po’ per contrastare il potere della lobby bancaria, asserragliata intorno ad Antonio Fazio. Tutto però è stato vano, perché nel 2007, l'Unione europea vara una direttiva che elimina proprio la condizione di separatezza tra banca e impresa. Per cui, questo potrebbe considerarsi addirittura un primo passo verso il totale ingresso delle banche nel mondo industriale e imprenditoriale. Le banche italiane possono plaudire l’introduzione delle norme europee, in attesa del grande banchetto.

In particolare, le nuove norme prevedono l’estensione dei limiti di detenibilità delle partecipazioni in imprese non finanziarie, eliminando le regole di "separatezza banca-industria a valle", e stabilendo delle soglie comunitarie: il 15% del patrimonio di vigilanza della banca/gruppo partecipante, che rappresenta il limite di concentrazione per una singola partecipazione qualificata, oppure il 60% del patrimonio, che rappresenta il limite complessivo per la somma delle partecipazioni della specie. La disciplina trova applicazione nei confronti dei soggetti collegati, intesi come l'insieme di soggetti correlati ( che hanno un legame diretto con la banca ) e di soggetti ad essa connessi - soggetti collegati alla banca per il tramite di una parte correlata. Tra le parti correlate, in particolare, sono incluse le società sulle quali la banca esercita un'influenza notevole (detta secondo il nostro ordinamento collegata) ossia ha il potere di partecipare alla determinazione delle scelte amministrative e gestionali della partecipata senza averne il controllo - basta per società per azioni anche partecipazioni soglia di poco superiori al 2% . Questo perché verranno presi in considerazione i conflitti di interesse e condizionamenti sulla gestione, derivanti da esposizioni (partecipazioni e finanziamenti) nei confronti di imprese partecipate in modo significativo.

In altre parole, nella determinazione del livello di presenza di una Banca in un’impresa o società, occorrerà considerare non solo il suo coinvolgimento diretto, ma anche le esposizioni di tutte le società che quella banca può controllare o solo influenzare, nonché le partecipazioni indirette, tramite delle sue collegate. Inoltre, vi sarà una semplificazione del sistema dei controlli di tipo amministrativo sull'acquisizione di partecipazioni in soggetti di natura finanziaria, che possono essere sottoposti ad autorizzazione preventiva per maggiore chiarezza ovvero per evitare ostacoli all'esercizio della vigilanza. Comunque, saranno ridotte anche le fattispecie da autorizzare, in maniera da lasciare maggiore campo libero nella scelta della configurazione azionaria o delle operazioni di governance. Come bilanciamento all'ampliamento delle possibilità operative delle banche, saranno introdotti strumenti e normative di vigilanza per controllare il rispetto dei requisiti patrimoniali, l'intensificazione dei controlli, regole di carattere organizzativo e di governance allo scopo di prevenire i conflitti di interesse derivanti dalle correlazioni delle partecipazioni. Si parla inoltre delle misure per monitorare le attività di rischio verso i "soggetti collegati", stabilendo dei limiti quantitativi all'assunzione di rischi verso i soggetti connessi alla banca.

Ad ogni modo, qualsiasi misura di controllo verrà introdotta, l'impatto della norma non cambierà, in quanto le Banche avranno libero accesso all'acquisto di industrie e imprese, alla privatizzazione di società pubbliche, alle scalate e al controllo di gruppi strategici per l'economia italiana. Tuttavia, la separatezza tra Banche e imprese aveva alla base un concetto molto importante, ossia che la logica dell'imprenditore non può coincidere con quella della banca, del finanziatore, e questo nel bene dell'economicità e della crescita delle stesse imprese. Una banca ragiona in termini finanziari, di rendimento degli investimenti, di speculazione, mentre un'impresa agisce in termini economici, produttivi, concorrenziali, competitivi. Proprio per tale motivo queste due entità sono state tenute separate per far sì che si controbilanciassero a vicenda, che l'uno non invadesse la competenza dell'altro. Invece, da oggi in poi le Banche saranno finanziatori, creditori, proprietari e imprenditori, ogni attività confluirà nei consigli di amministrazione delle fondazioni bancarie o delle Banche d'Affari.

Inoltre, guardando allo stato attuale dell'economia italiana, si può stimare che circa l'80% di industrie e imprese sono indebitate, e la loro indipendenza e sopravvivenza, spesso è stata garantita proprio dall'impossibilità delle Banche di appropriarsi delle loro partecipazioni in momenti di crisi. Le implicazioni di questo stravolgimento degli equilibri banca-impresa potranno essere anche molto gravi, e i rischi sono tanti, considerando il grande potere che detengono le banche, che è il potere del denaro. Potrebbero acquistare e far fallire imprese che si trovano in diretta concorrenza con attività ritenute più importanti o strategicamente rilevanti, o imprese che non garantiscono determinati livelli di guadagno ma svolgono un importante ruolo sociale. Ancora, potrebbero controllare del tutto media, società di comunicazione, aziende sanitarie, società culturali, società che svolgono servizi pubblici, società energetiche, acquedotti, dighe, miniere, spiagge... Non vi è più limite ormai allo scempio, al declino, al saccheggio. Ora che le banche stanno fallendo perchè in preda alla crisi finanziaria più pericolosa degli ultimi 70 anni, quale migliore scialuppa di salvataggio, se non l'economia reale, le imprese, fatte di uomini e di sacrifici, di logiche che spesso non sono mai finanziarie.

07 agosto 2008

Il pericolo ortodosso


Ancora oggi, i Balcani forniscono materiale sufficiente ai media per deviare l’attenzione dal fallimento delle Banche, dalla tangentopoli che si sta annidando dietro l’angolo e così anche dell’Unione Europea. Così, mentre i "vaticanisti" urlano e inneggiano strane trame vendute come contro informazione, avanza sempre più in Europa il pericolo Ortodosso. La sua avanzata è temuta proprio perchè spazzerebbe il Vaticano in pochissimo tempo, per togliere la "piramide" e per far posto ai frati, alle sorelle, e ai monasteri.

La Etleboro è stato il primo media a sostenere la tesi dell'esistenza del Servizio segreto Ortodosso, come entità invisibile e parallela rispetto ai servizi di informazione degli Stati. Una forza che ora è in rapida espansione e rafforzamento, dopo essere riuscita a proteggere certi poteri economici e politici, e a distruggerne altri. Tutto questo è accaduto grazie a Vladimir Putin, che ha conquistato una pagina di storia e rimarrà sicuramente in eterno. Ha fatto rialzare la Russia, l’ha resa di nuovo una potenza economica "democratica", ma sicuramente i piani espansionisti non si fermeranno certo al gas, e né tanto meno all’affannosa guerra al terrorismo. Dietro il servizio segreto ortodosso vi è una politica collaudata, studiata nei minimi dettagli, che riesce a minare quelle basi di un sistema di potere gerarchico e piramidale. Non bisogna sottovalutare il potere ortodosso, soprattutto oggi, all’indomani della sua maggiore espansione, dopo che la Chiesa Ortodossa ha ufficialmente riconosciuto il fatto di poter unire tutta l’Ortodossia mondiale. Un'unione, temuta dal mondo Occidentale per la sua rapida diffusione, che è stata creata proprio grazie ad un accordo tacito tra il servizio segreto ortodosso e l'Ortodossia. Per il suo prepotente ruolo nell'Est-Europeo che si spinge ai confini del Mediterraneo, non è da escludere che la Chiesa Cattolica dovrà necessariamente trovare un accordo con l’Ortodossia, e firmare un patto Cristiano-Ortodosso.

I "vaticanisti" da parte loro urlano e inneggiano strane trame nel tentativo di compattare la propria presenza nei diversi Stati Europei, ma in realtà stanno facendo lo stesso errore di una volta. Stanno creando infatti un’entità cattolica islamica, già sperimentata nel centro dei Balcani ma che non ha mai funzionato - quella tra croati e bosniaci per esempio, nata per combattere i serbi e creare la Bosnia Erzegovina, ma oramai in crisi irreversibile - né funzionerà in futuro: il tempo e la storia ci danno ragione. Chi sostiene affannosamente che la Serbia sia "ultranazionalista" e che Slobodan Milosevic sia un "carnefice" o un "macellaio" come lo stesso Radovan Karadzic, non fa altro che evidenziare il suo ruolo di "pappagallo", perché dimentica che il Presidente Milosevic non è stato mai condannato ed è morto in circostanze misteriose in carcere. Le prove presentate dall’accusa, tra l’altro, non erano sufficienti a condannarlo comunque, proprio perché il suo arresto e la sua carcerazione è stata una "detronizzazione" per far posto ai nuovi sovrani liberali. La situazione era abbastanza critica, e la mancata condanna di Milosevic avrebbe messo seriamente in crisi il Tribunale dell’Aja e tutti coloro che invece lo avevano sostenuto. Qualcosa di simile a quello che accade con tecnici e programmatori, che diventano vittime di uno strano virus che cancella tutti il lavoro da consegnare: c’è sempre un virus che evita qualsiasi ammenda per ritardi, o distruzione di dati per errore umano. Per cui come nella vita quotidiana, anche allora serviva un diversivo, ed è bastato infierire sul più debole.
Interrogazione scritta 92002-E1914 Lo Stato della Città del Vaticano (SCV) e il riciclaggio di denaro sporco

La morte di Milosevic fu vista come una liberazione, come quell’evento necessario per sbloccare una situazione ormai all’empasse. Tutti brindarono, anche il Vaticano, condannando i crimini compiuti in Jugoslavia per mano del "dittatore jugoslavo", e dimenticando allo stesso tempo che manca all'appello l’oro serbo rubato da Jasenovac ( si veda Dossier Jasenovac) , dove le alte curie ecclesiastiche si macchiarono dei peggiori crimini contro l’umanità. In verità, lo sgretolamento della Jugoslavia fu un atto deciso a grandissimi vertici e intorno ad una tavola rotonda, presieduta anche dalla UBS, che, come uno Stato sovranazionale decide la sorte dell’Italia e della Jugoslavia messi insieme. E oggi, ancora una volta, i Balcani forniscono materiale sufficiente ai media per deviare l’attenzione dal fallimento delle Banche, dalla tangentopoli che si sta annidando dietro l’angolo e così anche dell’Unione Europea. D’altronde, Karadzic lo ha già detto che teme per la sua vita, che sa che può essere raggiunto da qualcuno nella sua cella del carcere dell’Aja. Allora esistono dei controsensi che confluiscono in questa storia, dove è impossibile determinare i fattori perché è un insieme di forze che interagiscono tra di loro. Ma su tutti questi eventi incombe un pericolo ortodosso, e si nasconde proprio dietro il silenzio. Mentre alcuni commentano, offendono, minacciano, appaiono in televisione come dei paladini della democrazia, rispettosi dell’umanità, altri invece passano ai fatti senza alcuna esitazione.

Una tangentopoli finanziaria è ore alle porte, tra cartolarizzazioni, scandali e corruzione, mentre le banche indietreggiano e, con le ossa rotte, scappano creando scatole cinesi e nuove piramidi finanziarie, e infine colonizzando i paradisi fiscali che non sono altro che specchi. Dietro il "santone" di turno, vi è sempre un burattinaio che manipola ogni operazione, salva il capitale e scappa, proprio come insegna la storia e come noi abbiamo sempre ripetuto. I cosiddetti vaticanisti, cavalieri del nuovo laicismo, da sempre lottano guerre inutili per difendere le mura del centro di riciclaggio di danaro più inespugnabile al mondo gestito dallo IOR ( si vedia Dossier IOR ) Accusare la gente di essere "macellai" dopo aver garantito e protetto crimini ben peggiori, significa sentirsi intoccabili, onnipresenti e onnipotenti. Infatti, oggi il Vaticano manovra la Massoneria, si conferma un artista nel disinformare e propagandare, con un esercito di professionisti pronti a cacciare dalle Chiese i "sans papier", la gente umile per far posto ai ladroni. L'avanzata ortodossa è pericolosa proprio perchè spazzerebbe il Vaticano in pochissimo tempo, togliendo la "piramide" per far posto ai frati, alle sorelle, e ai monasteri: dinanzi a questo il Vaticano trema, perché Gesù non disse mai che doveva esistere una piramide, ma che tutti eravamo fratelli e sorelle.

Oggi chi fa una certa controinformazione cade spesso nelle trappole preparate di proposito per deviare l’attenzione delle persone. Molto spesso diventa un semplice collage di strane tesi, riassunti di giornali, letti casualmente, ma mai comprovate da prove o documenti. Più volte abbiamo cercato di spiegare, portando prove documentali evidenti, i crimini della lobby del Vaticano, in parte condannati con l’incriminazione dei suoi artefici, ma sempre rimasti nel limbo. Al contrario, i siti di controinformazione, il più delle volte, non dimostrano le loro teorie, che restano pur sempre un mosaico della propaganda alimentata dai servizi segreti americani o inglesi, servono solo a creare falsi miti e nuove manipolazioni, distraendo la massa dal vero crimine. Il nostro buon Blondet, per esempio, si è gettato nella mischia dell’affare Karadzic per avere anche lui qualche giorno di gloria, parlando di teorie vaticaniste per un Paese che è stata una vittima della mano del Vaticano. Infatti, parlare di criminali di guerra, e poi di Telekom Serbia significa confondere le acque, ma su questo punto deve stare molto attento perché prima di millantare accuse o teorie, bisogna portare documenti, prove, e non basta manipolare l’opinione pubblica. Difendere le lobbies croate e musulmane in maniera gratuita, basandosi sulle informazioni delle agenzia di stampa, ci sembra davvero riduttivo per un professionista della controinformazione. Infatti dovrebbe sapere bene che si tratta di entità finanziate da una parte dallo speculatore George Soros e dall’altra proprio dal Vaticano, che hanno così allungato la lunga mano nei Balcani.

La mappa dello IOR

Un mappa ricostruita dalla guardia di Finanza Italiana che mostra l'intreccio
di finanziamento dei Banchieri ai politici, ai massoni e agli istituti religiosi,
all'epoca dello Ior di Marcinkus.

Il Signor Blondet dice inoltre di essere stato a Sarajevo, di aver visto ogni cosa, ma lì circondato dai media internazionali e da traduttori bosniaci era facile criminalizzare chi era dall’altra parte della barricata. Ma avrebbe dovuto andare a Srebrenica, doveva vedere anche l'altra faccia della medaglia, per poi giudicare cosa stava accadendo. E doveva farlo da buon "vaticanista" come afferma di essere. Ebbene Srebrenica era l'unica enclave boniaco-musulmana circondata da villaggi serbi, nei confronti dei quali veniva perpetrata una costante e crudele pulizia etnica contro donne e bambini. Fu allora infatti che, mentre i burocrati discutevano della pace di Dayton, tra la popolazione si scatenava la furia omicida, senza che le forze internazionali, designate a controllare la situazione, intervenissero. Il Generale Mladic, componente dell’esercito nazionale serbo, si è trovato costretto ad intervenire per difendere la popolazione locale contro guerriglieri mercenari islamici, che erano considerati come terroristi e ribelli, gli stessi che oggi gli Stati Uniti ha arrestato e rinchiuso nelle carceri di Guantanamo. Lo scontro ha ovviamente creato morti da una parte e dall’altra, con la differenza tuttavia che l’intromissione della Comunità Internazionale ha provocato l’aumento a dismisura dei corpi. A forza di scavare, sono state portate alla luce fosse comuni risalenti persino al 1993, anni in cui i bosniaci-musulmani facevano pulizia etnica tra il popolo.

I conflitti interni, erano la terribile conseguenza dell’instabile stato sociale dei Balcani, che è stato risolto né con la creazione della Jugoslavia né con la sua frammentazione secondo le regole occidentali. È chiaro che quando si crea uno Stato vengono sacrificate molte vite, e tante altre ve ne saranno quando crolla una nazione o quando si passa da un sistema economico all’altro. Spesso, caro Blondet, è meschino condannare Karadzic, perché è facile, sta bene a tutti e in fondo non c’è nessun mistero dietro di lui, come non c’è dietro Milosevic. Il tutto si riduce ad un semplice modo per mantenersi in pista, e seguire la marea senza guardare la complessità del quadro. Quando una persona commette un crimine spinto da un istinto, come la fame o la paura, viene condannato sempre come criminale, ma non viene mai visto come una vittima. A quel punto occorrerebbe fermarsi e capire cosa lo ha spinto a compiere quel gesto, e chi lo ha lasciato morire di fame. Una miopia che può derivare dall’ignoranza, dal non sapere determinate cose, oppure dall’intenzionale volontà di non voler vedere cosa veramente sta accadendo. Se Karadzic è un criminale, allora vi possiamo assicurare che vi è una lunghissima lista prima di lui, e passeranno anni prima di arrivare a condannare Milosevic e Karadzic.