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06 marzo 2015

La falsa rivoluzione dei codardi

Tirana - Potrebbe essere una storia ironica, ma anche una commedia russa, dove tutto è sempre così contorto. In realtà è la storia perversa di chi è al potere senza storia e pretende invece di fare filosofia a chi di storia ne ha da vendere, radicata nel Dna. Parliamo di quella gente che ha fede nell’onore e nella legge della “besa”, di quella gente che quando giura scrive nella pietra le proprie promesse, rispettando i propri impegni fino in fondo, a costo di essere autodistruttivi, con il vincolo della famiglia, di fratelli e amici, gente che fa della parola una firma indelebile. Dall’altra parte, vediamo al potere persone che parlano tramite Facebook, rilasciano dichiarazioni da "venditori di padelle", improvvisano professionalità grazie ai corsi serali delle società di comunicazione, ma perdono facilmente le staffe dinanzi ad un giornalista che fa delle domande non concordate. 

Due realtà agli antipodi
L’immagine di questa classe politica decadente si condensa nella figura di Edi Rama, un codardo senza un passato, conosciuto negli ambienti per essere un “grande bluff”. La sua politica è tutta racchiusa nell’utilizzo appariscente dei media, nella ristretta cerchia di scagnozzi dall'intelligenza mediocre, che viene sguinzagliata nelle trasmissioni e nelle conferenze per parlare di cose di cui non hanno alcuna cognizione di causa. Tutto sommato è un bravo attore, tanto che quando vinse le elezioni invitò nel palazzo del Governo – che aveva in tutta fretta restaurato ‘a credito’ – tutti gli ambasciatori, per annunciare che le casse dello Stato erano vuote, per poi festeggiare stappando champagne. Nelle sue trionfali uscite in pubblico, in cui si crogiola del grande successo del “suo partito socialista”, dimentica di dire che a rendere possibile questo trionfo era stato proprio Tom Doshi, l’uomo che aveva mosso le giuste pedine per aprire a Rama la strada verso il potere, consegnandogli i voti del Nord dell’Albania, roccaforte del partito democratico sin dall’inizio del pluralismo. Nei galà però preferisce accompagnarsi con l’ambasciatore americano Alexander Arvizu e il rappresentante europeo Ettore Sequi, che lo hanno sostenuto nel corso della campagna elettorale senza neanche nascondere molto questa “parzialità sleale”. Addirittura firmano insieme un articolo di promozione del “Governo Rama” come “ottima scelta degli albanesi per entrare in Europa”, il miglior risultato dopo la caduta del regime comunista. Sequi diventa così il “più grande amico” di Rama, perdendo ad un certo punto il lume della razionalità e compromette la diplomazia europea con l’epurazione politica legalizzata di Rama, in beffa dei famosi 12 criteri per l’integrazione. E’ allora che le due istituzioni internazionali hanno perso prestigio e credibilità, rendendosi complici di una proscrizione indiscutibile. Non si può infatti permettere ad Edi Rama di fare il falso eroe anti-comunista, quando non ha avuto alcun ruolo in quella rivoluzione. 

Tom Doshi a Washington incontra Eliot Engel
Tuttavia, non intendiamo parlare di questo ‘piccolo uomo’, bensì difendere l’onore delle istituzioni statali, che sono state violentate e impoverite, divenute carne da macello delle lobbies, sotto gli occhi della Comunità EuropeaE lo faremo attraverso la storia che ha da raccontare Tom Doshi,  la cui assurdità è oggi in grado di far cadere il Governo e compromettere l'intero castello di falsità montato dal binomio Rama-Meta in combutta con esponenti della comunità internazionale, per mettere l'Albania sotto il loro controllo. Premettiamo che la figura di Tom Doshi è molto importante per comprendere i recenti eventi della politica albanese, ma soprattutto per fare chiarezza su come Edi Rama sia salito al potere. Quella stessa forza che gli ha permesso di fare gesti eclatanti, proteste ed inchieste, ora è in grado di togliergli ogni cosa, perché è stato un ingrato. Visto tra i suoi elettori come un umile servitore della sua gente cattolica, Tom Doshi ha un passato strettamente connesso alle vicissitudini dell'Albania,  dai primi albori dell'indipendenza della Repubblica, sino all'avvicendarsi del comunismo. La sua famiglia è stata tra le più colpite dalla persecuzione del clero da parte del regime comunista, con cinque familiari fucilati in esecuzione. Parte della sua famiglia era anche Prek Cali, grande patriota, il parroco Don Mark, morto nelle carceri comuniste, il noto monaco francescano Zef Pllumbi, che ha trascorso 26 anni in carcere per essere rilasciato solo nel 1989. Si spense nel 2007 al Gemelli di Roma, e la sua morte è stata salutata con i funerali di Stato. Tom Doshi parla poco, ma la comunità cattolica del Nord dell’Albania sa bene chi è, riconosce la “besa” e l’onore della parola, quanto basta per poter contare sulla sua forza elettorale.Grazie a lui, la città di Scutari viene consegnata al Partito socialista, sebbene fosse stata storicamente di destra, come la nostra Emilia è da sempre di sinistra.

Dall'amicizia alle accuse di paranoia: la caduta di stile di Rama
Ma andiamo con ordine, e cerchiamo di ricostruire gli ultimi eventi che hanno visto scontrarsi questi due mondi così diversi, avvicinati solo dal comune obiettivo del “bene per l’Albania” ed allontanati da un inaspettato “alto tradimento”. Il deputato socialista Tom Doshi, circa cinque mesi fa, viene a sapere da “fonti certe” che è stato ingaggiato un killer per il suo omicidio. Di questo Doshi informa subito l’amico Edi Rama, che gli promette il massimo impegno delle istituzioni, ma in realtà lo liquida molto velocemente dicendo di non aver trovato alcun elemento di prova, e fa cadere il tutto nel silenzio. Interrompe addirittura le comunicazioni con Doshi, che da quattro mesi non ha sue informazioni su tale questione. Doshi intanto porta avanti le proprie indagini, e scopre che quelle informazioni sembrano essere tutt’altro che infondate. A confermarglielo è lo stesso killer, che gli confessa anche il nome del mandante. Rama tuttavia non crede alla tesi di Doshi e lo scomunica, cioè lo allontana in maniera irregolare dal Partito socialista, come fa un vero “piccolo dittatore”. Una decisione impulsiva e avventata, che però viene sostenuta ancora una volta dall’ambasciata americana, e dalla stessa delegazione europea, che “salutano la de criminalizzazione del Parlamento albanese”. Bisogna precisa che forse è stata fatta un po' di confusione, perché Doshi non è stato espulso dal Parlamento dalla Commissione di Decriminalizzazione, bensì dal partito, dal suo Comitato direttivo. Comunque, in poche ore Rama ottiene il sostegno atlantico, nella convinzione che questo potrà proteggerlo dal terremoto che si sta per scatenare. Al contrario, Tom Doshi non si scompone più di tanto, semplicemente ricorda all’ambasciata americana che lui non è un criminale, semplicemente perché nei suoi confronti non vi è mai stato un procedimento penale o altro.

Intanto si è attivato un meccanismo inarrestabile, e pubblica il video della testimonianza del killer, che descrive con dovizia di dettagli la dinamica della preparazione del suo omicidio, e confessa che è stato Ilir Meta ad ingaggiare una serie di persone per portare fino in fondo il lavoro. A questo punto entra subito in scena il partito democratico, dopo che Sali Berisha ha dato il proprio tacito sostegno all’azione di Doshi, preparando una mozione di sfiducia. La mattina successiva, più agguerrito che mai, Berisha si presenta in Parlamento chiedendo le dimissioni del Primo Ministro, tanto da far alterare il “pacato” Ilir Meta, che perde le staffe e comincia a beccare come una gallina. Neanche i suoi lo riconoscono, e ad un certo punto Edi Rama si alza per calmarlo. Berisha è un fiume di parole, e Ilir Meta lo incalza ridicolizzandolo – “Prendete al dottore le medicine”, dice – per poi cadere in frasi stile ’97-’98, gli anni delle piramidi finanziarie albanesi e dell’omicidio di Azem Haidari. Meta è fuori di sé, tanto da sembrare persino un po’ ridicolo; non riesce a comprendere come mai Berisha sta proteggendo Tom Doshi, che lo aveva accusato pubblicamente anni prima. L’aula parlamentare diviene un’arena di scontro tra Titani. Berisha è accerchiato dai suoi, mentre il servizio di sicurezza del Parlamento protegge il Governo: in tutto questo Rama con il suo smartphone scatta le foto da pubblicare su Facebook (vedi Foto), mentre Tom Doshi è in Procura per una deposizione dinanzi agli inquirenti di oltre 6 ore. Nel pomeriggio la Procura fa sapere che saranno ascoltati Ilir Meta, Edi Rama, il Ministro degli Interni Saimir Tahiri, i deputati Mark Frroku, Mhill Fufi e Sali Berisha. Tra i convocati risulta anche Eugen Beçi, ex capo della Procura per i gravi crimini, rimosso dalla carica con l’inizio di questa inchiesta, dopo la pubblicazione della foto che lo ritraeva a tavola insieme con il gruppo che stava organizzando l’attentato.


Il confronto in Tv: nuovi elementi, Rama inconsistente
Lo spettacolo continua in serata, quando su Top Channel viene trasmessa l’intervista di Tom Doshi da parte di Sokol Balla, mentre su Tv Klan Blendi Fevziu ospita Edi Rama. Tutta l’Albania, in realtà, aspetta le parole di Tom Doshi, che risuonano nel silenzio dello studio in collegamento in un’atmosfera surreale. L’unico a capire quello che sta per succedere è il giornalista Artan Hoxha – lo stesso che sembra aver informato Doshi dell’esistenza di un piano per la sua eliminazione. L’intervista a Tom Doshi è qualcosa di surreale, perché è una persona che parla poco e guarda negli occhi del suo interlocutore, tanto che Sokol Balla ha un po’ di timore e cerca di moderare i toni. Tutt’altra storia lo spettacolo che dà in contemporanea Edi Rama: non risponde alle domande, si confonde e butta tutto in caciara, perdendosi nelle slides delle statistiche del crimine che ha portato con sé. E’ insicuro e gesticola, totalmente diverso dall’immagine che solitamente ama dare di sé nei comizi, gestiti dalla regia delle società di comunicazione.

Ad ogni modo, dalle parole di Doshi emergono nuovi interessanti dettagli. Spiega che il video è stato registrato da lui stesso, in accordo con il killer, che acconsente di essere filmato, dopo aver in precedenza accettato la sua protezione. Doshi gli ha dato infatti una macchina blindata, e lo ha aiutato a portare la sua famiglia fuori dall’Albania. Afferma inoltre di avere un secondo testimone, ossia colui che doveva posizionare la moto su cui era stata messa la bomba e che attualmente si trova in Italia (cosa che Rama ancora non sa, tanto che continua ad essere convinto che sia tutto frutto di una paranoia). Altra notizia che fuoriesce è quella che il famoso video di Prifti che incastrava Ilir Meta sulla corruzione era stato trattato da Tom Doshi, perché Edi Rama è noto per essere inaffidabile, che non rispetta mai i patti e la parola data. Delle rivelazioni esplosive rilasciate senza mai gesticolare, persino gli analisti in studio fanno molta fatica a trovare dei punti deboli: arrancano e alcuni sospirano, altri divagano e cercano di distrarre l’attenzione dal tema, mentre Artan Hoxha puntualmente li riporta sulla discussione centrale.


Le contraddizioni del Governo. Provocatoria " l'entrata in fallo " dell'ambasciata americana
In tutta questa storia ci sono molte incongruenze e conti che non tornano. Edi Rama si era tanto affrettato a dire che tutte le indagini erano state fatte ma non risultavano esserci elementi di minaccia per la sua vita, come poi confermato anche dal Direttore della Polizia Artan Didi e dal Ministro degli Interni Saimir Tahiri. Tuttavia la Procura smentisce che sia stata depositata una denuncia formale. All’improvviso però viene arrestato Durim Bani, il presunto killer, mentre tenta di passare il confine con il Montenegro di Hani i Hotit. Ci si chiede, allora, come mai Bani è stato arrestato solo dopo le rivelazioni pubbliche sul piano di omicidio di Doshi, quando le indagini precedenti non avevano riscontrato elementi di prova. Stranamente, dopo che è stato fermato, il killer ha ammesso di essere stato ingaggiato per l’attentato a Doshi, mentre la sera stessa ritratta la sua versione, affermando di “essere stato pagato da Doshi per recitare questo ruolo”. Uno scenario che era stato anticipato dall’opposizione che, dopo il fermo, rivela che Bani è stato posto in isolamento e che, dopo ore di interrogatorio e senza l’assistenza di un avvocato, sotto le forti pressioni degli inquirenti, cambierà la sua testimonianza. A questo punto, bisognerà confrontarsi con il secondo testimone, e vedere come si metteranno le cose.
La posizione dell’Ambasciata americana però si complica, perché Doshi potrebbe essere davvero vittima di un tentativo di omicidio, fermo restando che non è un criminale. La  dichiarazione rilasciata era così affrettata e tuttavia, ben studiata per screditare Doshi e invalidare anche le sue accuse verso chi lo voleva morto. Un atto talmente azzardato che persino i suoi detrattori – tra cui anche Sokol Balla – dichiarano che effettivamente si tratta di una provocazione, pronta e ben confezionata per scatenare delle reazioni. Bisogna infatti ricordare che in passato gli Stati Uniti hanno visto in Tom Doshi un uomo di fiducia, aprendogli le porte del Congresso nel corso della sua vista a Washington. E’ una contraddizione in termini molto evidente.


Cosa dire poi dell’atteggiamento assunto da Edi Rama, che passa dall’essere “compagno” ad un semplice conoscente - tra poco dirà che lo ha incontrato per caso nei corridoi - sino ad essere suo principale accusatore, definendolo un paranoico “che crea queste situazioni per i suoi business”. Insomma ci risiamo, anche con il comunismo si finiva in un ospedale psichiatrico se si davano segni di ribellione. Il Premier Rama dovrebbe invece rendere conto delle attività dei suoi “nuovi amici”, che si stanno arricchendo alle spalle dello Stato con i tanti contratti assegnati senza appalto e grazie alle istituzioni parallele, da lui stesso create. Ci chiediamo come mai il signor Koco Kokedhima propone di legalizzare la marjuana con un marchio albanese, subito dopo l’operazione di Lazarat, pubblicizzata come il più grande evento storico del governo albanese contro la criminalità organizzata. Non si è invece preoccupato di dare una soluzione economica a quell’indotto di economia sommersa che ora non esiste più, e forse avrà trovato un altro impiego. Potremmo ancora continuare con il lungo elenco di “contraddizioni” del Signor Rama, citando per esempio gli affari che le lobbies straniere stanno facendo in Albania, sottraendoli all’economia sommersa albanese. Una grande rivoluzione economica senza fare alcun piano strategico, o forse l’unica strategica è stata quella di consegnare il Paese al sistema del debito, dell’usura delle multinazionali, mentre i Paesi europei stanno combattendo per cacciarle. D’altro canto, cosa possiamo aspettarci da un Governo che si spinge sino ad arrestare i propri cittadini, che non hanno soldi per pagare l’elettricità e si collegano alla rete nazionale per poter vivere e mangiare.

Le nostre conclusioni
Da parte nostra, dinanzi a tutta questa storia, così complessa ma allo stesso tempo semplice ed evidente, non intendiamo prendere alcuna posizione, perché saranno gli inquirenti e la Procura a chiarire la realtà dei fatti. Tuttavia ci preme sottolineare come il caso di Tom Doshi abbia fatto emergere una grande verità, ossia la bassezza di una classe politica emersa dalla speculazione perpetrata dopo la caduta del regime comunista, arricchitasi con furti e svalutazioni del patrimonio pubblico, conservando però quella ideologia di prepotenza e spregiudicatezza. Hanno fatto delle istituzioni statali un mezzo per fare cassa, da utilizzare dinanzi alla Comunità europea per accreditare le riforme volute dalle lobbies, per poi degradarle nominando come funzionari e ministri persone di “madri e padri sconosciuti”, senza cultura e senza storia. E così, anche qualora il caso di Doshi possa rivelarsi una montatura, resta il fatto che dinanzi ad una legittima richiesta di un deputato di avere la protezione dello Stato, le istituzioni hanno agito con menefreghismo e superficialità, arrivando a mentire per coprire i propri bassi interessi.
Ancora peggiore è stato l’atteggiamento della Diplomazia Europea, che ha rilasciato delle dichiarazioni senza fare alcuna verifica, cosa che denota la profonda ignoranza di diplomatici, i cui stipendi sono pur sempre pagati da contribuenti europei. Pur di non mettersi a lavorare, hanno preferito accreditare la versione di Rama, che ostenta tanta sicurezza, ma in realtà è solo un burattino che gioca con Facebook,e Twitter. Di questi tipi che dicono di aver fatto la rivoluzione, ma invece sono scappati, divenuti dei vagabondi: quando sono tornati, è bastata una giacca per farli sembrare signori. In realtà restano dei codardi.

Un amico dell'Albania

12 maggio 2014

L'aereo fantasma trova la licenza

Tirana - Tutto è cominciato dalle accuse sollevate dall’ex Ministro della Difesa Arben Imami, rivolte all’attuale capo del dicastero Mimi Kodheli, circa lo sfruttamento delle infrastrutture delle forze armate per fare un traffico di droga. Una tesi che viene presto abbracciata da tutta l’opposizione, diventando una voce unanime all’interno dei dibattiti parlamentari, e chiedendo pubblicamente di fornire spiegazioni sull’esistenza di un ‘traffico di droga’ attraverso un piccolo aereo bianco, utilizzando l’area di Divjaka e l’aeroporto militare di Gjader (Lezha). Il Ministro smentisce categoricamente, non si occupa del fatto e contrattacca con argomentazioni politiche. In suo sostegno interviene il Presidente del Parlamento Ilir Meta che, ridicolizzando le accuse di Sali Berisha, afferma che “gli aerei di cui parla l’opposizione sono quelli della disinfestazione delle zanzare”. Ciononostante, Berisha non esita, e rilancia con convinzione che “le sue informazioni sono chiare e si basano su fonti attendibili”.
Il caso vuole che, poco dopo, i media pubblicano il documento mediante il quale il servizio segreto albanese (SHISH) aveva informato il Ministero della Difesa della presenza di strani movimenti di un piccolo aereo bianco, sulla base di alcune testimonianze. Di seguito il capo dei servizi precisa che tali informazioni costituiscono dei “ragionevoli dubbi ma non dei fatti provati”, condannando allo stesso tempo la fuoriuscita del documento classificato. Dinanzi alle nuove evidenze, il Parlamento accetta l’apertura di una commissione di inchiesta per indagare sui fatti. Il primo incontro si tiene venerdì 9 maggio, il 10 maggio viene ritrovato un aereo. Secondo una prima ricostruzione, l’aereo in fase di atterraggio subisce dei danni al carrello e finisce sulla spiaggia di Divjaka. Il pilota, Giorgio Riformato (67 anni) cittadino italiano, afferma di aver avuto un’avaria e ha deciso un atterraggio di emergenza. Intanto, gli abitanti della zona allertano la polizia che, nel tragitto per raggiungere la spiaggia e non lontano dal luogo dell’incidente, vede un’auto abbandonata sul ciglio della strada, degli uomini in fuga e dei borsoni gettati accanto. Gli agenti intervengono e riescono a fermare Saimir Bajrami, che ha con sé 27 mila euro, e trovano 460 chili di marijuana nei borsoni.

La polizia, il giorno successivo, conferma che i due fatti sono collegati. Una volta che la notizia arriva sui media, il Ministro degli Interni annuncia con grande euforia, che l’aereo non è “un fantasma” bensì “reale e con licenza”, e grazie ad una grande operazione della polizia è stato fermato il traffico di droga. Berisha, non potendo fermare l’entusiasmo, lancia un comunicato sui social network in cui afferma che “l’aereo è atterrato per sovraccarico”, anche se in realtà era vuoto. Entrambi mentono. A questo punto, il dibattito dell’aereo misterioso, che aveva tenuto banco per settimane nei talk-show e in Parlamento, entra violentemente nelle chiacchiere di tutta l’Albania, ipotizzando scenari di complotti geopolitici e, in un certo senso, surreali. Il picco si tocca con il lancio sui social network, di un fotomontaggio di una fantomatica Prima Pagina del Corriere della Sera con i titoli “I baroni della droga” e “UE chiede arresto del Primo Ministro Rama e del Ministro degli Interni Tahiri”. Molti i media che, senza verificare l’informazione, hanno pubblicato la sensazionale notizia della ripresa del Corriere.

Che dire, Signor Primo Ministro, queste cose succedono quando si toccano certi circoli delle Agenzie, dove si creano le carte “a favore o contro”. Evidentemente, qualcuno non l’ha informata, ha fatto sì che vi fossero dei “ragionevoli dubbi” ed ha portato avanti con molta sicurezza l’intera vicenda, sapendo di ottenere un risultato. Purtroppo, qualche errore di comunicazione esiste tra i due uffici, e forse qualcuno, a Lei vicino, Le fa solo credere che è tutto sotto controllo. In queste “attività diplomatiche” servono delle persone di contatto che ‘cooperano’, quelle che volgarmente vengono chiamate eminenze grigie. Lei non è certo Mitterand, che può creare una centrale di ascolto all’interno della Presidenza del Consiglio. Deve quindi prestare attenzione alle raccomandazioni dei tecnocrati europei, che non sono in grado di capire le singole situazioni interne di Paesi come l’Albania, ma guardano i Balcani nel loro complesso. Bisogna negoziare le riforme, e non accettare passivamente per un’immagine politica. Il caro amico Fule, e tutto il suo staff, ha solo creato false prospettive e confusione, sprecando i soldi dei contribuenti europei per non concludere niente. Forse, Signor Primo Ministro, Lei vede l’Albania dall’esterno, dimenticando così gli albanesi. L’Albania non è solo Tirana, è da Konispol a Dukagjin.

03 ottobre 2013

La Stalingrado di Fule

Roma - Si è consumata ieri a Bruxelles la Stalingrado di Stefan Fule. Lo staff della Commissione per l'Allargamento hanno potuto toccare con mano la complessa realtà balcanica, che continua ad essere perfettamente descritta dalla frase di Ivo Andric: "Dove finisce la logica, lì inizia la Bosnia". Il confronto tra i leader politici della Bosnia e i tecnocrati europei sulla riforma costituzionale della Bosnia, e la sua armonizzazione alla sentenza della Corte Europea, è stato molto acceso, con attimi di confusione e panico, tanto che si temeva il ripetersi dello scenario di Butmir. Allora, la conferenza organizzata sotto l'egida degli Stati Uniti, avrebbe dovuto concludersi con la ratifica della 'nuova Costituzione' della Bosnia, ossia una serie di documenti che i rispettivi leader politici avevano ricevuto per conoscenza solo pochi giorni prima. Messi dinanzi a fatto compiuto, i rappresentanti bosniaci si sono rifiutati di apporre una firma 'in bianco', e a nulla sono valse le minacce di isolamento e di taglio dei fondi. I funzionari della Comunità internazionale hanno perso la calma, e l'ambasciatore americano non ha retto all'urto: è svenuto ed è stato trasferito d'urgenza in barella. 

Fule ha avuto una sorte diversa, non è svenuto, ma si è dovuto scontrare con la dura realtà del fallimento diplomatico, perdendo così l'occasione di passare alla storia come l'uomo che ha messo d'accordo i bosniaci, il "Tito europeo". Ha cercato di esercitare delle pressioni, utilizzando la leva del taglio dei fondi IPA e di ogni altra agevolazione finanziaria, ottenendo di contro un secco rifiuto, vista l'inconciliabile incompatibilità di ciascuno dei leader sulla riforma Sejdic-Finci. Dopo la pausa pranzo, i toni sono rientrati nella normalità, congelando per il momento le sanzioni e pattuendo un accordo di "principio" ma non sulla carta, da discutere in colloqui separati i prossimi dieci giorni. In teoria una 'soluzione geniale', nella pratica un 'nulla di fatto', che rinvia ormai per inerzia un processo di riforma che non può avvenire, senza mettere in discussione gli stessi principi del Dayton. Un rebus da cui non si può uscire con i tecnicismi, bensì solo con un compromesso politico storico. E' evidente che l'adesione all'Europa non è tra quelle prospettive che riescono a motivare questo Paese, al punto tale da rinunciare alle rispettive revanche. Forse l'Unione stessa non viene vista come istituzione autorevole, in grado di risolvere gli annosi problemi di uno Stato in crisi perenne.

 

La parentesi bosniaca, tuttavia, è solo una parte della cronaca della disfatta. Nel pomeriggio si fa sempre più pressante il 'caso Albania' che ha portato alla luce, tra le altre cose, anche la grave superficialità dei consulenti tecnici europei. Infatti, se prima hanno assecondato gli intenti 'pre-elettoriali' del Partito socialista, che chiedeva di rinviare l'approvazione di una legge che bloccava le "regalie dello scambio di voti", dopo chiude un occhio sulla sua entrata in vigore. Questo dovrebbe saperlo anche l'ambasciatore Sequi, che ha investito così tanto nella 'sensibilizzazione europeista' degli albanesi, partecipando persino allo show del Grande Fratello di Albania, in occasione della 'Settimana europea'. Tanti sforzi, tuttavia, non hanno avuto i risultati sperati, perché la nuova maggioranza sforna un decreto che entra in vigore il 1° ottobre (accontentando le richieste UE) ma diviene applicabile dopo sei mesi (accontentando i militanti di partito). Un dettaglio che, a questo punto, non è sfuggito agli osservatori più attenti, che hanno richiamato i funzionari europei a mantenere imparzialità e rigidità nel rispetto delle regole di armonizzazione. L'imbarazzo è stato così bruciante, che il portavoce Peter Stano, in evidente difficoltà, ha rilasciato una dichiarazione ridicola e insensata, nella quale afferma che sosterrà l'elaborazione dei regolamenti di attuazione, di un atto che - a dire degli esperti - presenta evidenti limiti di incostituzionalità, rinviando poi alla pubblicazione del rapporto di progresso ogni ulteriore dettaglio. 


La CE cade quindi nei tecnicismi, pur di non prendere alcuna posizione in una vicenda di cui è pienamente responsabile. Lo stesso Stano si rifiuta di rispondere alle domande rivolte dall'Osservatorio Italiano, e quindi di dire chiaramente se questa legge, così come scritta, rispetta o meno i termini per la candidatura dell'Albania, e se l'annullamento dei decreti dell'uscente Governo Berisha mette in discussione la certezza del diritto e gli investimenti esteri. Non rispondere a queste domande è ipocrisia, anche perché i cittadini europei devono essere informati sulla sostenibilità di una macchina burocratica che crea tanti sprechi.  Sono milioni e non ben stimati i costi per redigere studi di fattibilità, consulenze e analisi tecnico-giuridiche delle Commissioni Europee: le regole di trasparenza obbligherebbero la pubblicazione dei bilanci e dei rendiconti delle spese, perché questi funzionari restano pur sempre dei 'dipendenti pubblici'.

In nome dei principi civili su cui si fonda l'UE, dovrebbero essere pubblicate le liste dei consulenti e dei professionisti che  prestano la loro opera di assistenza per la preparazione di leggi e interventi, ma anche che partecipano alla preparazione dei progetti per i fondi IPA. Potremmo eventualmente scoprire che i tanto acclamati fondi di integrazione, solo in minima parte giungono al reale beneficiario, perché una quota importante serve a finanziare i contratti di consulenza. Non è questa l'Europa che gli Stati-nazione volevano creare, perché hanno rinunciato alla propria sovranità monetaria nella convinzione che le strutture sovranazionali sarebbero riuscite a superare i clientelismi, le correnti e le inefficienze. Ma a quanto pare l'UE si sta trasformando in qualcosa di peggiore, incapace ed incompetente, persino nel gestire un banale caso di 'aggiramento delle leggi', ignorando poi il rischio derivante dalla cancellazione massiva dei provvedimenti con il cambio del Governo.

I Balcani, nella loro complessità, stanno quindi mettendo in risalto anche i limiti di questo meccanismo tecnocratico, che dopo aver fatto degli errori con Romania e Bulgaria, ha creato distorsioni anche in Croazia: il Governo croato ha approvato negli ultimi mesi, prima dell'adesione ufficiale, più di 1200 decreti, con innumerevoli errori di traduzione e lacune legislative, che ne impediscono nei fatti l'applicazione. Segnali di malessere politico sono emersi anche in Serbia, dove una campagna elettorale demagogica è stata seguita da una epurazione spietata di amministrazione e cancellerie, nonché arresti e allontanamenti, tutto con il benestare, e talvolta su pressione, degli organi di Bruxelles. D'altro canto, l'accordo con il Kosovo è solo un'immagine di marketing diplomatico, per confermare che l'Europa ha portato a termine un processo di pace; resta ora da vedere quante delle promesse fatte saranno portate a termine, visti gli attriti alle prime difficoltà incontrate.  Meno riconoscimenti sono stati dati all'Albania, nonostante il sincero impegno profuso, perché in questo caso Bruxelles ha scelto di partecipare alla retorica politica, invece di fare il proprio lavoro, ossia garantire il rispetto delle regole, qualunque sia il partito al potere.  Si è quindi prestata ad un vile gioco, al punto da minare la credibilità stessa dell'Europa. E' diventata immagine di demagogia, propaganda, prepotenza e arroganza. Questa è la Stalingrado della UE.

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08 aprile 2010

Verso i porti dell'Est l'ultimo viaggio delle navi da rottamare

Etleboro
Roma - Gli scandali delle navi scomparse nei fondali del Tirreno e dello Ionio, in qualche modo ha consentito agli Stati occidentali di nascondere altri tipi di crimini dinanzi agli occhi dell'opinione pubblica. Di fatti molte delle carcasse delle vecchie navi mercantili e militari si trovano oggi nei porti dei Paesi dell'Est, i quali per riequilibrare le loro economie hanno acconsentito ad accogliere le navi da rottamare, e con esse tutte le attività illecite che in esse possono essere ben nascoste. In questi Paesi nessuno si pone delle domande, ed è molto facile far sparire le tracce e le rotte di queste navi, che fanno verso Oriente il loro ultimo viaggio. E così ci chiediamo come mai c'è una vecchia nave mercantile nel porticciolo militare di Orikum, in Albania, e cosa c'è al suo interno? Forse è stata acquistata dalla marina militare albanese come mezzo di trasporto... Ad ogni modo, visto che siamo molto sensibili all'argomento, a partire da oggi ci impegneremo attivamente a controllare e trovare nei porti dell'Adriatico tutti i rottami delle navi, per cui non è dato sapere come siano giunti lì.

Osservatorio Italiano

15 dicembre 2009

Corridoio VIII: progetto vitale per l'UE e i Balcani

Si è tenuta ieri a Tirana la conferenza su Trasporti europei e il Corridoio VIII, indetta nell'ambito del progetto "Italbalk", volto favorire l'integrazione e la logistica dei trasporti dell'Italia e le relazioni con i Balcani. Alla conferenza hanno partecipato il Vice Ministro dei Trasporti, Ernest Noka, che ha esposto uno dei progetti attualmente in corso, e l'ambasciatore italiano a Tirana Saba D'Elia. Quest'ultimo ha ribadito la centralità del Corridoio VIII per il Governo italiano, e la criticità dello sviluppo del progetto per collegare i Balcani all'Unione Europea occidentale.

Il Corridoio VIII, che collega l'Italia con la Regione dei Balcani e la Bulgaria, resta il progetto che ha maggiore priorità per i Governi dell'area del Mediterraneo. Il completamento del corridoio è chiesto sempre più a gran voce dal Governo italiano, che ogni anno perde 1 miliardo di euro facendo passare le proprie merci attraverso la rotta di trasporto che attraversa Salonicco, in Grecia. Per questo motivo, e conoscere da vicino l'andamento del processo di costruzione di tali infrastrutture, si è tenuta domenica la conferenza indetta nell'ambito del progetto "Italbalk", per favorire l'integrazione e la logistica dei trasporti dell'Italia e le relazioni con i Balcani. Alla conferenza hanno partecipato il Vice Ministro dei Trasporti, Ernest Noka, che ha esposto uno dei progetti attualmente in corso, e l'ambasciatore italiano a Tirana Saba D'Elia. Quest'ultimo, in particolare, ritiene che il progetto di collegamento tra i quattro paesi e la sua espansione in altre linee è molto importante per il ravvicinamento per Paese all'Unione Europea.

"Credo che l'Albania abbia fatto dei grandi progressi e abbia creato delle condizioni più favorevoli rispetto ad altri paesi", ha detto l'ambasciatore italiano. Dagli interventi dei convenuti è emerso chiaramente l'importanza del Corridoio VIII per il governo italiano, soprattutto per la Regione Puglia, principale promotore del commercio con i Paesi dei Balcani, sino alla Grecia e alla Turchia. Il Corridoio VIII viene considerato non solo un progetto infrastrutturale stradale, ma anche per il trasporto ferroviario e marittimo, nonchè energetico. Ciò significa che i quattro Stati partecipanti hanno bisogno di più fondi e sicuramente di un maggiore supporto da parte dell'Unione Europea. "Alla fine dell'aprile 2010, si terrà una grande conferenza per il settore dei trasporti europeo, che avrà come protagonista, ancora una volta, il Corridoio VIII. Ora è il momento che una parte del finanziamento del progetto sarà coperto da altre istituzioni finanziarie", ha detto l'ambasciatore italiano, aggiungendo che l'Italia non esclude la possibilità di estendere la percorrenza del corridoio sino a Napoli, al fine di congiungere il corridoio a Berlino, Germania. "Senza questo asse, l'Europa avrò molte difficoltà a mantenere unita questo spazio comune commerciale", ha detto D'Elia.

Per quanto riguarda la parte albanese, l'asse Elbasan-Tirana potrebbe in futuro essere considerato parte integrante di altre strade che collegano il Porto di Durazzo alla Repubblica di Macedonia (FYROM). Per cui, stando alle parole dei rispettivi interventi, il Corridoio VIII non è solo un progetto che ricalca le vecchie rotte tracciate dai Romani per portare verso i Paesi dell'Est i loro affari, ma si tratta di uno strumento economico razionale ed efficiente per promuovere la cooperazione commerciale, non solo tra i Paesi interni alla Regione, ma anche verso il resto del mondo. Il corridoio nasce a Bari, attraversa il Mare Adriatico e giunge nel Porto di Durazzo, poi Elbasan, sbuca al valico di frontiera di Qafe-Thana verso la Fyrom-Macedonia, arriva a Skopje, Sofia e termina nel porto di Varna, Bulgaria. Praticamente il progetto tocca quattro stati, due dei quali sono membri dell'Unione europea e altri due che aspirano a diventare al più presto dei candidati. "Finora abbiamo lavorato per l'ammodernamento della rete stradale, parte del Corridoio VIII. Ciò che rimane da fare è l'adattamento del tratto stradale Elbasan-Tirana, che richiede un investimento di circa 150 milioni di euro, abbastanza per ridurre la distanza di 35 miglia", ha detto il vice Ministro dei Trasporti, Ernest Noka. Egli stima che da questo progetto trarranno vantaggio circa 1,5 milioni di abitanti, visto che i lavori di costruzione comprendono non solo la modernizzazione del tratto stradale, ma anche l'espansione dei punti di frontiera e la messa in funzione di ferrovie e porti.

20 novembre 2009

L’Unione Europea rinasce ad Est


I Balcani hanno pian piano riacquistato la loro importanza di area sensibile del continente europeo, sia per le rotte dell’energia che delle merci. Se diamo uno sguardo all'Est ci accorgiamo che questi Paesi sono molto più europei di quanto possano essere l'Islanda o l'Estonia. Essi sono un patrimonio culturale europeo, ma anche una grande risorsa economica.

L'anniversario della caduta del Muro di Berlino è stato senz'altro un momento di grande riflessione per i vertici dell'Unione Europea, che, a distanza di vent'anni, hanno visto questo continente trasformarsi radicalmente. La crisi economica e le divisioni interne ereditate dagli anacronismi e dai residui della Guerra Fredda, hanno messo a dura prova questa "Europa democratica" che stava per spaccarsi proprio sulla firma del Trattato di Lisbona. Dinanzi al rischio di implosione, Bruxelles cambia rotta, dimentica la guerra con il "blocco sovietico" e decide di aiutare l'Europa Occidentale con un'espansione programmata verso il Mediterraneo e verso l'Oriente. Infatti, in questi anni abbiamo assistito ad una rapida "esplosione" dei suoi confini, che ha portato l'Unione Europea ad espandersi sino ai confini della Federazione Russa e del Mare del Nord, lasciando però un buco nero nella cartina europea, ossia i Balcani Occidentali.
Le nuove generazioni sono nate con l'idea che oltre la Slovenia ci fosse deserto, distruzione, guerre e desolazione. Fin quando tutti noi stavamo bene e combattevamo l'immigrazione albanese o davamo la caccia ai criminali di guerra, rientrava tutto nella normalità. Ora, che non stiamo più così bene, diamo uno sguardo all'Est e ci accorgiamo che questi Paesi sono molto più europei di quanto possano essere l'Islanda o l'Estonia. I Balcani hanno pian piano riacquistato la loro importanza di area sensibile del continente europeo, sia per le rotte dell’energia che delle merci. Un primo evidente sintomo di questo cambiamento è stato sicuramente l'apertura nei confronti della Serbia che, dopo essere stata bombardata, divisa ed isolata, è ora divenuta partner strategico di Russia e Cina, e dalla stessa Italia, preparandosi ad entrare in Europa. E così, già dal 19 dicembre del 2009 la Serbia, il Montenegro e la Macedonia (Fyrom) hanno ottenuto il via libera per entrare nell'area Schengen (visa free per soggiorni di breve durata, da 1 a 3 mesi). Allo stesso tempo si sta preparando la 'road map' per l'adesione di Belgrado che, se tutto va bene potrà avvenire già nel 2014, mentre Podgorica, Skopje e Tirana hanno avuto il via libera per cominciare il loro "questionario per la candidatura".

Bruxelles, dunque, sta lavorando per avvicinarsi ai Balcani e per aprire questa porta d'Oriente che da sempre fa parte dell'Europa, solo che lo avevamo dimenticato: essa è la culla della cristianità e della multi-etnicità per eccellenza, in cui religioni ed etnie si sono fuse in una caotica armonia. I Balcani sono un patrimonio culturale europeo, ma anche una grande risorsa economica. Attraverso il territorio della Serbia passerà il grande gasdotto russo South Stream, che dalla Bulgaria giungerà a Belgrado per poi arrivare in Ungheria, Austria e Italia. A tale progetto si è unita anche la Slovenia, e la Croazia pensa ad una sua candidatura per evitare di rimanere isolata all’interno della regione, e troppo dipendente dalle importazioni. La regione balcanica è inoltre importante strategicamente anche per i corridoi che portano nell'Europa Orientale, lungo il Danubio e sino al Mar Nero. Oltre ai corridoi V, Vc e 10, l'Italia e la Serbia hanno ipotizzato di promuovere presso l'Unione Europea un nuovo corridoio (n.11), che dovrebbe collegare Timisoara al Porto italiano di Bari, attraverso Vrsac, Belgrado, Cacak, Boljare, Podgorica e Bar. L'Albania, da parte sua, lancia un'interessante iniziativa con i Governi di Azerbaigian, Turchia e altri paesi del Mediterraneo, per la costruzione dell'oleodotto che dal Caucaso giungerà in Albania e terminerà in Europa, conosciuto come "Transadriatik 1". Questo progetto ambizioso si svilupperà contemporaneamente alla realizzazione con il governo di Qatar di un impianto di rigassificazione e di una centrale termoelettrica a gas nella regione di Seman. Ad essi sarà connesso il progetto della compagnia "ASG Power" volto al trasporto di acqua potabile mediante cisterne verso i paesi del Golfo Persico. Infine, la costa adriatica di Croazia, Montenegro e Albania diventerà una costellazione di porti e diramazioni, per tracciare quelle che saranno le nuove rotte del Mediterraneo di merci ed energia. Le potenzialità di sviluppo sono immense, perché questa regione sarà in grado di spostare l'epicentro degli scambi commerciali da Rotterdam all'Europa Sud-Orientale, visti i suoi stretti legami con la Russia, con il mondo arabo e con la Turchia.

Possiamo dunque concludere che sta veramente nascendo una "nuova Europa", che cerca di allontanare l'influenza americana e il braccio armato della NATO, per creare una entità politica solidale e compatta. L'Europa occidentale ha bisogno di quella orientale, che non è un pozzo senza fondo ma un patrimonio da tutelare e valorizzare. Un obiettivo di cui si è fatta coerente interprete l’Italia, che cerca di esportare il suo modello industriale, fatto di medie e grandi imprese di successo, che propongono ai propri partner tecnologie utili a ricostruire il Paese con un’economia sostenibile. Un esempio è la cooperazione del Gruppo Fiat e il Governo serbo, il quale ha deciso di proporre alla Serbia non solo un investimento, ma un intero progetto industriale che va dalla predisposizione delle infrastrutture, alla logistica, così come alla costruzione ex novo della filiera produttiva. Allo stesso tempo, il sistema Fiat (il gruppo di Torino ma anche tutte le imprese della filiera della componentistica) ha tratto dei vantaggi, perché ha avuto accesso ad un nuovo mercato per alimentare la produzione nazionale, e non far morire l’industria dell’automobile in Italia. Tra Serbia e Republika Srpska vi sono centinaia di persone che desiderano avere una macchina nuova, che consumi poco e abbia standards europei, e che tra l’altro gode degli incentivi di Stato. Così le macchine assemblate con componenti italiane hanno trovato immediata collocazione sul mercato. Da parte sua, la Fiat ha investito la sua esperienza e la sua conoscenza per far rinascere la Zastava, dopo che i suoi stabilimenti sono stati bombardati. In questo caso le sinergie hanno aiutato entrambe le parti, con un equilibrio, e se tutto andrà come si spera, questa cooperazione porterà al benessere di entrambi i Paesi, come giusto che sia. E’ arrivato anche il momento di fare una giusta informazione su quello che sono i Balcani, sul vero volto di questa “Nuova Europa” che sta sorgendo e anche dell’opinione che l’Europa ha di questi Paesi. Anche se non lo dicono, sanno bene che hanno bisogno dei Balcani, che non vanno da nessuna parte senza la Serbia, né senza l’Albania o la Croazia. E’ questo il vero significato delle parole “integrazione”, anche se usata impropriamente per dire che i Balcani hanno bisogno dell’Europa, quando la realtà è ben diversa.

13 novembre 2009

L'Albania lancia ambiziosi progetti energetici con Caucaso e Qatar

Un'importante iniziativa è emersa nel corso della II Conferenza Internazionale degli Investimenti Esteri in Albania, tenutasi la scorsa settimana a Tirana. Sali Berisha rende nota l'iniziativa in corso tra i Governi di Azerbaigian, Turchia e altri paesi del Mediterraneo, per la costruzione dell'oleodotto che dal Caucaso giungerà in Albania e terminerà in Europa, conosciuto come "Transadriatik 1". Questo progetto ambizioso si svilupperà contemporaneamente alla realizzazione con il governo di Qatar di un impianto di rigassificazione e di una centrale termoelettrica a gas nella regione di Seman. Ad essi sarà connesso il progetto della compagnia "ASG Power" volto al trasporto di acqua potabile mediante cisterne verso i paesi del Golfo Persico.(Foto: Trans Adriatic Pipeline (TAP) della Statoil norvese e la svizzera EGL)


Durante la II Conferenza Internazionale degli Investimenti Esteri in Albania, tenutasi la scorsa settimana a Tirana, il Premier Sali Berisha ha invitato oltre 100 imprenditori stranieri a sfruttare le potenzialità che il Paese offre nel settore del Turismo, dell'Energia e dell'infrastruttura. Nel suo discorso, Berisha ha messo in evidenza che oggi più che mai l`economia albanese ha la necessità d`investire in progetti decisivi per il Paese, garantendo al Governo un clima molto favorevole per gli affari e le imprese. "Oggi è un giorno speciale per l'Albania. Più di 100 investitori di Arabia Saudita, Kuwait, Bosnia e tanti altri Paesi, si sono riuniti a Tirana per conoscere e cercare le potenzialità dell'Albania, i bisogni e le opportunità che questo Paese offre", ha espresso Berisha. Il Premier ha inoltre valutato che la conferenza si sta tenendo in un momento molto importante, in cui l`economia albanese ha un grande bisogno di investimenti stranieri. "L`economia albanese ha bisogno di finanziamenti e progetti, decisivi per accrescere le aree scambio e creare un clima favorevole", ha sottolineato il capo dell'esecutivo, garantendo agli investitori stranieri che in Albania si troveranno delle straordinarie possibilità per sfruttare turismo, energia, miniere ecc. Il capo dell'esecutivo ha assicurato che il Governo non si fermerà nei suoi sforzi di agevolare il lavoro e la sua attività in Albania e che gli investimenti di ciascuno avranno una storia di successo.



Un'importante iniziativa è emersa nel corso della Conferenza, ossia quella relativa ad una iniziativa in corso tra i Governi di Azerbaigian, Turchia e altri paesi del Mediterraneo, per la costruzione dell'oleodotto che dal Caucaso giungerà in Albania e terminerà in Europa, conosciuto come "Transadriatik 1". Questo progetto ambizioso, che verrà costruito da due compagnie straniere, una svizzera e l`altra norvegese, si svilupperà contemporaneamente alla realizzazione con il governo di Qatar di un impianto di rigassificazione e di una centrale termoelettrica a gas nella regione di Seman, che dovrebbe ospitare un vero e proprio complesso energetico. Ad esso sarà connesso il progetto della compagnia "ASG Power" volto al trasporto di acqua potabile mediante cisterne verso i paesi del Golfo Persico. Si tratta di un progetto sostenuto direttamente dal Governo albanese, che sta svolgendo dei negoziati ad alto livello con il Qatar, uno dei Paesi tra i più importanti nell'esportazione di gas liquido a livello mondiale. Il Premier Berisha ha infatti tenuto a precisare che ha negoziato personalmente con il Qatar i contratti per la fornitura di gas all'Albania, sottoscrivendo lo scorso maggio un accordo di collaborazione economica, commerciale e tecnica tra i due Paesi. Attualmente, le negoziazioni sono ancora a livello d`intesa. “Tutta la pioggia che cade in Albania, cade invano dell'Adriatico senza essere utilizzata", ha dichiarato il direttore della compagnia Agim Gjinali, nel corso della presentazione del suo progetto.

Secondo Gjinali, il progetto vedrà l'utilizzo efficiente di navi cisterna che, oltre a trasportare gas dal Qatar in Albania, porteranno acqua potabile dall'Albania agli Stati del Golfo Persico. La compagnia “ASG Power” ha reso noto, inoltre, di aver svolto degli studi per la costruzione di un impianto di rigassificazione del gas liquido a Seman, con una capacità di 30 miliardi di metri cubi all'anno, affiancata da una centrale termoelettrica dalla potenza istallata di 1200 MW e due condutture, di cui una per portare una parte del gas verso l`Italia e l`altro per fornire il gasdotto "Nabucco" in Bulgaria. “Circa 150 navi all'anno arriveranno a Semar per trasportare nel Mediterraneo il gas del Qatar. Nel viaggio di ritorno, di solito, le cisterne vengono riempite con acqua di mare per garantire un equo bilanciamento della nave durante la navigazione. Secondo il piano, perciò, esse saranno riempite con acqua potabile in Albania, per poi essere consegnata ai Paesi del Golfo", spiega. Molti Paesi arabi utilizzano la tecnologia della desalinizzazione dell'acqua marina per produrre acqua potabile di pessima qualità, ad un costo di oltre 50-60 centesimi di dollari a metro cubo. Secondo Gjinali, tutto il complesso energetico di Seman aumenterà l`efficienza delle varie fasi di stoccaggio e trasporto del gas, il che rende il progetto attrattivo da diversi punti di vista. “La centrale termoelettrica produrrà energia termica, che verrà usata dall'impianto di rigassificazione per liquefare il gas. Il GNL importato verrà usato in Albania per la produzione d`energia elettrica: l`energia e il gas verranno esportati in due direzioni diverse", ha spiegato Gjinali. Alla Conferenza organizata dalla IDB (Saudi-based Islamic Development Bank) in Albania, erano presenti vari Ministri deI Governo albanese, il Presidente dell'IDB Muhamed Ali, il Direttore Generale dell'OPEC per lo sviluppo, Sulejman Jasir Al-Herbish, imprenditori nazionali, rappresentanti di istituzioni economiche internazionali, investitori stranieri, rappresentanti del corpo diplomatico.

11 maggio 2009

La strada dell'uranio


Le rivelazioni del Premier albanese sull'imminente costruzione di una centrale nucleare in Albania possono sembrare senza senso o una semplice promessa populista, rafforzata da alcune certe garanzie. La strana vicenda ci ha fatto pensare che i vecchi bunker albanesi possano servire a qualcosa...

Le rivelazioni del Premier albanese sull'imminente costruzione di una centrale nucleare in Albania, prima a Valona e poi a Scutari, possono sembrare senza senso, oppure la solita propaganda di demagogia e populismo. Da 18 anni l'Albania deve affrontare i black out di energia elettrica e la costosa importazione dall'estero, per cui è chiaro che alla popolazione fa bene sentire che si fa qualcosa per risollevare le sorti del Paese. A pensarci bene, davvero Tirana crede di poter costruire una centrale in Albania?Non perchè non ne abbia le capacità, ma perché i costi di acquisto delle tecnologie e della formazione di personale professionale e tecnico potrebbero compromettere la stabilità finanziaria del Paese, oltre che il territorio - montagnoso e sismico - non è assolutamente adatto per la costruzione di centrali nucleari. Sarebbe come ripetere l'errore dell'Italia, che ha costruito delle centrali per indebitarsi e poi smantellarle, oppure come il caso dei famosi giacimenti di petrolio trovati grazie all'intervento di una società americana all'avanguardia nell'esplorazione di fonti petrolifere. Scoperta che ha solo permesso alla Banca Centrale di emettere bond, presumibilmente garantiti dalle ipotetiche rendite dei fondi, per innescare il solito castello di titoli e carta per creare denaro inconsistente.

Questo Berisha lo sa bene, tuttavia non è un politico che agisce senza cognizioni di causa, e questo ci fa pensare che dietro la centrale nucleare vi sia altro, e sempre connesso al mercato del nucleare. La strana vicenda ci ha fatto pensare che i vecchi bunker albanesi possano servire a qualcosa. Se così non fosse, perché allora i Governi occidentali stanno zitti dinanzi alle dichiarazioni di Berisha su una centrale nucleare che non verrà mai costruita. Cosa si nasconde dietro quelle strane promesse, forse un deposito di scorie nei bunker di Enver Hohxa? L'ambasciatore italiano Saba D'Elia ha dichiarato che il Governo italiano non sa nulla sulla costruzione della centrale nucleare, dando così un segnale di estraneità al vaso dopo lo smacco della chiusura dell'accordo per l'acquisto di elicotteri dalla Francia, anziché dall'Italia. Tanto che il Premier Nikola Sarkozy lo ha accolto Sali Berisha, dopo pochi giorni, a braccia aperte a Parigi, magari per proporgli un nuovo interessante affare. D'altro canto, dopo che la Francia si sta adoperando così tanto in Niger per l'acquisto di uranio, da uno dei più grandi giacimenti dell'Africa scoperto nella zona di Agadez, dove la compagnia francese Areva costruirà una miniera per rifornire poi gran parte delle sue centrali. Nel tracciare la strada dell'uranio attraverso l'Africa Settentrionale e il Mediterraneo, un porto il Albania farebbe proprio al caso della Francia.

Questa lunga storia che vi stiamo raccontando non è poi così lontana dalla realtà europea, in quanto, anche se non lo dicono, il mondo sceglierà come fonte energetica il nucleare, dunque l'emergenza rifiuti esisterà sempre, ovunque. Con la filiera del nucleare si andrà a ricreare il commercio di bond e titoli, per far rinascere l'economia, che molti chiameranno "nuova economia", ma avrà in sé le insidie di quella vecchia che ci ha fatto conoscere tanti disastri sino ad oggi. I nostri timori, sono stati in qualche modo confermati da alcuni importanti dettagli, tra cui anche il tentativo di insabbiamento della verità sugli attacchi della mafia balcanica in Croazia e in Montenegro, ma c'è di più. Quando abbiamo indagato sui movimenti dell'Albania nel nucleare, ci hanno detto di occuparci di ben altro, e soprattutto di non fare domande su questo argomento. Così abbiamo accettato la sfida alla maniera balcanica, e vedere cosa si cela, per esempio, dietro gli investimenti islamici nei Balcani. Sarà vera economia islamica, oppure banchieri occidentali travestiti,per veicolare in queste terre il loro lavoro sporco? Di ciò che parliamo è ben noto sopratutto per la svizzera UBS Bank, e per certi personaggi che un tempo "fumavano tante sigarette" dopo averne acquistate a vagonate, note anche a chi ha mostrato dei documenti di grande importanza ma che nessuno ha voluto mai commentare.

C'è da chiedersi se questi "progetti" faranno dei Balcani una regione paneuropea ed economicamente evoluta, o solo una federazione balcanica unita della criminalità organizzata, dove la mafia croata, serba, albanese, kosovara, turca, si alleano per avere un unico feudo economico, come paradiso fiscale economico il Montenegro. Fare dello Stato montenegrino il nuovo Lussemburgo, dopo la redazione della black list dei paradisi fiscali decisa dal G8, è uno progetto tutto europeo. Tra l'altro, il Montenegro è completamente posseduto da Banche e società amministrate dalla struttura reticolare dalle grandi famiglie di banchieri europei, che da sempre hanno supportato Milo Djukanovic, ed oggi confermano il suo sostegno con il suo sesto mandato.

03 aprile 2009

Berisha : il Kosovo ed Io


Il Primo Ministro Sali Berisha rilascia per il quotidiano Gazetës Express un'intervista in esclusiva, nella quale esprime tutte le sue più profonde osservazioni sulla questione del Kosovo e su quanto ha inciso sulla sua vita politica. "Da quando mi ricordo, nella mia casa si è sempre parlato del Kosovo. Il regime di Enver Hoxha era il suo più grande nemico. Gli albanesi di Ramiz Alia, desideravano uccidere Ibrahim Rugova e me, nel 1991 - afferma Berisha . In politica sono entrato per due ragioni: i diritti dell`uomo e la causa del Kosovo". Il Primo Ministro Berisha non ha mai avuto tante critiche in rapporto al Kosovo, ma anche quelle che ci sono state, non sono state considerate dall`opinione pubblica del Kosovo, perché lo hanno amato quando era Presidente dell`Albania, quando è stato il leader dell`opposizione, e continuano ad amarlo anche di più nel ruolo di Primo Ministro, al di là delle tematiche che si aprono in Albania. Resta pur sempre un rapporto molto particolare, perché passa da un estremo all'altro, che ben si addice ad un uomo che è nato a soli tre chilometri da confine del Kosovo, a Tropoja, e fino ad oggi ha visitato il Paese solo due volte, durante il 2006.
Nel 2000, anche se partì verso il Kosovo, fu costretto a tornare indietro al confine, perché il capo della Unmik, Bernard Kouchner, inventò una ragione per ostacolarlo, affermando che non aveva presentato preventivamente la richiesta di permesso ad entrare. Così il Primo Ministro ha aspettato giorni migliori per realizzare la sua visita, anche se qualche volta la storia sa giocare sporco, e Berisha fu costretto a mettere piede in Kosovo in occasione della morte di Rugova. Con il Presidente del Kosovo, Ibrahim Rugova, condivideva ricordi più buoni che cattivi, per oltre 16 anni. Oggi, il Kosovo lo accoglie sempre con una grande calore, mentre il Primo ministro albanese ha promesso che prima del 30 giugno di quest`anno romperà i "bjeshke" e avvicinerà i kosovari agli albanesi come mai prima nella storia.

Express: Tra i politici dell`Albania, Lei è senza dubbio il più popolare in Kosovo. L'hanno vista con simpatia anche quando era Presidente, poi leader dell`opposizione, e ora anche come Primo Ministro. Cosa vuol dire per Lei il Kosovo?
Berisha: Il luogo dove sono nato è a soli due-tre chilometri lontano dal Kosovo. Ho vissuto vicino a Ponashec, Morina e altri villaggi, che si trovano dall'altra parte del confine. Il Kosovo, forse, è stato l`unica tematica politica su cui abbiamo sempre parlato. Non ho degli stretti legami familiari con il Kosovo, ma tanti altri della mia regione ce li hanno. Io ho seguito con grande interesse gli sviluppi della regione negli anni `60. Un ruolo negativo su questa direzione lo svolgeva il regime comunista albanese, che quasi ufficialmente ha chiesto all'élite politica in Kosovo di non accettare lo status della Repubblica, perche non dovevano esistere due Stati albanesi. La verità era molto diabolica. Il regime in Albania sapeva che una Repubblica del Kosovo, con maggiori diritti, lo avrebbe danneggiato molto in Albania. Normalmente, questa tesi, andava a favore dei serbi. Ma, ciò non vuol dire che non è esistita una tesi che è stata posta alla discussione delle autorità del Kosovo e quelle dell`Albania negli anni `70.

Express: Esiste da qualche parte la testimonianza del fatto che le autorità del Kosovo e dell`Albania hanno parlato su questa tema?
Berisha: Gli incontri si sono tenuti qui a Tirana. Alla Facoltà di Storia.

Express: Chi è la prima persona del Kosovo che ha conosciuto?
Berisha: Non ricordo chi è stato il primo. Ma, la regione nella quale sono nato mi conosce come Malesia di Gjakova. Ho avuto degli amici in Kosovo.

Express: Lei non è stato in Kosovo fino alla fine della guerra...
Berisha: Mai. Non sono stato neanche uno volta. I miei colleghi venivano, ma non ho mai fatto nessun sforzo, perché forse ci sarei arrivato. Lo seguivo da qui.

Express: Dopo il rovesciamento del Comunismo, il Parlamento dell`Albania ha riconosciuto l`indipendenza del Kosovo. Lei credeva davvero, allora, che un giorno sarebbe divenuto uno Stato, o questo era solo per dire agli albanesi che stavano facendo il massimo?
Berisha: Io, prima di decidere definitivamente di entrare in politica, ho parlato di questo con i miei studenti. Ero combattuto dal dilemma se dovevo lasciare la professione di medico o entrare in politica. Alla fine, decisi per la politica per due ragioni: i diritti dell`uomo e la questione del Kosovo. Il regime di Ramiz Alia, a quel tempo, aveva sciolto tutti i rapporti con Slobodan Milosevic. Era una situazione complicata per il Kosovo. Unità meta-terroristiche in Albania desideravano uccidere Ibrahim Rugova nel 1991.

Express: Chi desiderava uccidere Rugova?
Berisha: Gli albanesi di Ramiz Alia. Esistono documenti su questo. Volevano uccidere lui e me, nella villa ( in cui ci siamo incontrati) nel 1991, nella convinzione che stavamo tramando contro Enver Hoxha.

Express: Come è stata possibile una cosa del genere? Nel 1991 Ramiz Alia aveva permesso ai giovani albanesi di arrivare in Albania ed esercitarsi per la guerra. Un gruppo si era esercitato qui. Vi era un accordo...
Berisha: Il primo gruppo che giunse in Albania per esercitazioni in quel periodo, finirono in carcere quando tornarono in Kosovo. Tutti furono arrestati nella stessa notte. Qualcuno, da qui (Albania), inviò le liste alle autorità serbe. Prepararono tutto in modo che cadessero tutti nelle mani della polizia segreta serba. Si può controllare negli archivi. Caddero tutti e mi rattristai molto.

Express: Colpevolizza quindi il Governo di Ramiz Alia?
Berisha: Ma chi, chi devo colpevolizzare? Come sono arrivati loro? Si esercitarono in Albania e andarono poi tutti in Kosovo, caddero uno dopo l`altro. Li hanno torturati nella maniera più disumana. So tutto, perchè li seguivo. Il motivo ve lo dico io. Questo regime di Tirana, per 45 anni, ha considerato i kosovari come dei nemici, erano titisti. Basta vedere le carceri, se si confronta la percentuale dei detenuti politici in Albania e la percentuale dei kosovari in Albania, la prima è senz'altro più alta. La dirigenza politica di Tirana aveva una albano-fobia verso gli albanesi del Kosovo. Alle dimostrazioni dell`81 (a Pristina) non potettero fare niente, perché inizialmente erano totalmente contro loro.

Express: Ma, per queste dimostrazioni, il regime di Tirana poi cambiò. Reagì dopo una settimana...
Berisha: Venne Bije Vokshi, lei portò il messaggio di queste dimostrazioni. La sua parola fu accreditata perché avevano fiducia in lei. I primi giorni, la Tirana ufficiale, non ha dato nessuna dichiarazione per il movimento. Tacque per una settimana perché non riuscì a continuare (a mantenere il silenzio) in quanto le dimostrazioni continuarono. Questa è la loro realtà. Il regime comunista aveva creato un clima sfavorevole per il Kosovo. Da quel momento questa clima continuò. L`idea era che il Kosovo "ci sta danneggiando". Ma i fatti non andarono in questo modo, si trattava di una questione nazionale, il Kosovo non era una questione di politica estera, era una questione di ogni albanese. Ho incontrato questi del Movimento Popolare per il Kosovo (LPK) in Svizzera prima del mio mandato: mi dispiaceva per loro, volevo bene loro. Avevano una tale dedizione, non posso negarlo. Li ho visti vivere in condizioni miserabili, ma con una dedizione totale. Era gente appassionata.

Express: Ha provato a convincere il regime di Enver Hoxha?
Berisha: Aspetta, aspetta... Quando si creò lo Stato albanese, io dissi al defunto Presidente Rugova che doveva incontrarsi con loro (con gli uomini dell'LPK). C`erano delle persone malvagie tra di loro, questa è un'altra cosa, però loro erano gente che si sacrificavano. Affluivano da tutta l`Europa per riunirsi a Ginevra. Quei club o quelle organizzazioni che avevano, le utilizzavano sempre in funzione del Kosovo. Appena vinsi le elezioni, li ho accolti e ho chiesto anche a Rugova che si integrassero nella vita politica. Questo è vero. La loro fiducia su Enver Hoxha era sbagliata, ma la loro dedizione per il Kosovo era da prendere in considerazione.

Express: Dopo gli arresti in Kosovo, durante la Sua Presidenza si è interrotta anche ogni attività tra di loro. Perche avete fatto finta di non vedere, Lei aveva un obbligo verso la Comunità Internazionale?
Berisha: Non proprio. Non si è interrotto. Non ho avuto il controllo su di loro, ma non si è interrotto. Ci è dispiaciuto molto del loro arresto, quando furono catturati sulla base di quella lista.

Express: Quando ci fu il vostro primo incontro con Ibrahim Rugova, qual era il suo pensiero sul regime?
Berisha: Come principale esponente politico kosovaro, era totalmente a favore del movimento democratico. Naturalmente, fin quando il regime era al potere, era cosciente che doveva parlare anche con il regime, ma non fu ambiguo nel sostenere il movimento democratico. Anche per questo lo volevano eliminare lì nella villa.

Express: Negli anni 1992-1996, il Presidente Rugova, in tutte le visite fatte fuori dal Kosovo, si è fermato a Tirana. Lì ha avuto un ampio spazio mediatico. Con Lei vi è stata una straordinaria collaborazione, ma poi i rapporti si raffreddarono. Perchè?
Berisha: Le cose vanno viste nella loro complessità. Rugova era colui che incarnò, in una sola persona, il politico e il missionario, nel vero senso religioso e mistico della parola. Per la sua carriera politica e la sua personalità ha dei meriti irrepetibili nella storia della nazione albanese, non solo per il Kosovo. Un esempio per tutti, è che lui presentò il più credibile per l`albanese, il Ghandi. Totalmente fuori dalla nostra filosofia. Centinaia di volte ho pensato "come è possibile che ha trovato tutta questa pazienza". Prese il Kosovo dalle baracvhe, dove vi era anche la sede della Lega Democratica, e lo portò alla Casa Bianca, presso l'Ufficio di Bill Clinton. Mi chiedevo, "cosa sarebbe successo se ci fosse stato qualcun altro al suo posto?" Vi era un periodo in cui Belgrado si alzò in piedi per rovesciare Milosevic, nel 1996. Io consideravo Milosevic come il male maggiore. Dunque, è stato in questo periodo in cui ho pensato, "visto che si è alzata Belgrado contro Milosevic, si doveva alzare anche il Kosovo", ma non ho avuto nessun altro problema con Rugova.

Express: Lei considera affrettata questa Sua tendenza a partecipare alle dimostrazioni per il rovesciamento di Milosevic nel 1996, cosa che venne contestata con forza da Ibrahim Rugova?
Berisha: La verità è che, in quegli anni, Milosevic aveva rafforzato il suo potere fuori misura, perchè aveva acquisito potere dopo la sottoscrizione dell`Accordo di Dayton. Non posso dire cosa sarebbe successo se si fosse alzato il Kosovo, ma io ero contro qualsiasi altro legame tra il Kosovo e la Serbia, tranne nel caso in cui si fossero organizzate delle dimostrazioni pacifiche. Con le proteste, ho pensato, si poteva far vacillare Milosevic, ma di fatto Rugova ebbe ragione, perchè più tardi si vide che quelle manifestazioni non diedero i risultati che ci si attendeva. Milosevic è riuscito in maniera diabolica a trovare una soluzione politica e ad usarla per se stesso. Al defunto Djindjic diede Belgrado, ma poi lo rovesciò. Era un'altra situazione. Il altri casi siamo stati simili a Rugova. Varie volte sono venuti da me bosniaci e croati che chiedevano di inviare un nuovo fronte di guerra in Kosovo. Pensavano che se si apriva un fronte anche in Kosovo, si sarebbe abbattuta la Serbia. Io ero contrario, Rugova era contrario, abbiamo avuto le stesse idee. Rugova era un leader unico. Lui fondò il primo partito anti-comunista nei Balcani, e riuscì a portare avanti la sua idea. Ibrahim Rugova era anche contrario alla guerra e all'UCK, ma il fatto che il mio amico non tradì mai se stesso, lo ha reso un uomo straordinario. Era convinto della sua linea pacifica. Nessuno non lo può biasimare. Un uomo convinto di sé. Era unico, riuscì ad opporsi alla guerra e sarebbe stato eletto con un plebiscito se si fossero tenute le elezioni per il Presidente dopo la guerra. Che successe? Gradualmente si trasformò in simbolo di fiducia e mai rinunciò all`indipendenza.

Express: Lei , in quegli anni, aveva legami con Adem Demaci. Anche lui in qualche modo era per le proteste nel 1996, e venne persino in Albania per sostenervi nel cambiamento della Costituzione in Albania.
Berisha: Demaci era mio amico. Lui all`inizio venne in Albania, e sì penti di aver sbagliato a trattare i rapporti con Enver Hoxha. Non solo io, anche coloro che stavano combattendo per la libertà del Kosovo, gli diedero una posizione molto importante. E questa non era una cosa senza vantaggio, perchè avevamo bisogno di personaggi importanti. Ho avuto l'impressione che lui non era ciò che si aspettava da se stesso. Il motivo non lo so.

Express: Quando iniziò la guerra in Kosovo, nel 1997, lei era all'opposizione e lo Stato albanese era vicino al collasso. Secondo alcune tesi, la guerra del Kosovo e le sommosse in Albania hanno un legame. Si aprirono gli arsenali delle armi e la maggior parte di esse giunsero in Kosovo. Lei crede che ci sia un legame tra questi due eventi?
Berisha: Le armi sarebbero entrate in Kosovo, con o senza arsenali, non c`è alcun dubbio. Ma che c'era lo 'zampino' di Belgrado negli schemi finanziari piramidali, lo confermano le miei informazioni. Per quanto riguarda le armi, non sono un problema di una guerra così complessa...

Express: Com'è possibile, Sig. Berisha, che quando iniziò la guerra, il confine Kosovo-Albania fu attraversato 'a piedi' da migliaia di persone, mentre la Serbia non intraprendeva nessun passo per ostacolare l`arrivo delle armi in Kosovo. Più tardi, è diventato quasi impossibile. Dunque, perchè lo Stato serbo inizialmente ha permesso che le armi arrivassero in Kosovo?
Berisha: In tutto quel periodo, Milosevic aveva come obiettivo la divisione del Kosovo. Non ha mai pensato di avere tutto il Kosovo. Riteneva che una divisione, se vi fosse stata, sarebbe stata molto dolorosa e fatale per gli albanesi. Milosevic pensò che attraverso un processo, avrebbe realizzato questa cosa. Perciò l`attacco degli albanesi in quel momento, non dico che lo accolse bene, ma neanche accolse tanto male. Lui credeva che il Kosovo si poteva dividere solo con la guerra. Per interi anni cercò di farlo, ad ogni costo, mobilizzando anche molte entità internazionali. I documenti andavano e venivano. Così pensò che attraverso la creazione di un fronte poteva dividerlo. Ma fece una strategia fatale.

Express: E` vero che un certo convoglio di armi è passato attraverso il Kosovo dalla vostra casa a Tropoja?
Berisha: La verità è che la casa in cui sono nato, con la mia approvazione, si è trasformata in base dell'UCK.

Express: Era più facile stare all'opposizione in quel periodo?
Berisha: No, no. A quel tempo venne Paddy Ashdown, come rappresentante di Tony Blair, e tra l`altro mi disse: "Le posso chiedere una cosa in maniera riservata: è lei il comandante dell`UCK?". Io dissi "no". Mi chiese, allora, "ma la vostra casa si è trasformata nello Stato maggiore dell`UCK". Io dissi che la casa era aperta per amici, che l'ospitalità era nelle nostre usanze e costumi. Poi mi chiese cosa avrebbe dovuto dire al Primo Ministro Blair. Io risposi: "Gli dica che aiuti l'UCK per quanto può".

Express: E` vero che Lei non era molto ottimista nei confronti della sottoscrizione dell`Accordo di Rambouillet?
Berisha: No, la verita è che durante una conferenza stampa affermai che i russi hanno presentato un documento e non c'è una albanese che lo può sottoscrivere…

Express: Lei ha avuto contatti con la delegazione di Rambouillet?
Berisha: Continui...

Express: E...?
Berisha: E... io dichiarai che ogni uomo che avrebbe firmato quel documento, sarebbe stato accusato di tradimento nazionale. Poi, non so che successe, e il documento fu ritirato. Ma, che succese poi? Ideologicamente e non, venni proclamato come l'uomo che rimandò la sottoscrizione. Ma, quel documento era un tradimento nazionale. Se lo avessi firmato, era come firmare la mia capitolazione. Reclamai, e naturalmente ho accusato l`ambasciatore russo.

Express: Il partito socialista, che è il secondo partito più grande in Albania, non riuscì a vincere la simpatia dei kosovari. Anche se, vi fu un Primo Ministro dell`Albania, durante il periodo della guerra, Pandeli Majko, che fu visto con simpatia in Kosovo. Come valuta il ruolo di Majko durante la guerra?
Berisha: Totalmente positivo. Inizialmente gli argomenti erano vari. Esistevano varie fobie, ma considerando che era Primo Ministro, l'immagine che avevano era la più positiva a cui aspiravano. Cercarono di propormi varie tesi comuni della guerra, con le quali all'inizio non avevo concordato, visto che esprimevano certi punti di vista contro l'interesse della nazione. Più tardi, con loro, abbiamo firmato una dichiarazione comune, presso l'Hotel Rogner.

Express: La Sua fortuna in Kosovo non l`ha avuta Fatos Nano. Era riuscito ad avere un incontro, nel 1997, con Slobodan Milosevic a Creta. Forse è anche il principale responsabile, visto che i socialisti albanesi e i loro leader non sono mai riusciti a conquistarsi la simpatia del Kosovo? Come pensa Lei di quell'incontro? Secondo Lei, aveva espresso anche una dichiarazione avventata?
Berisha: Si, sono d`accordo. Fu una dichiarazione avventata influenzare gli altri. Se Fatos Nano si fosse incontrato con Milosevic con l`approvazione della dirigenza politica del Kosovo, vi sarebbe stato sicuramente un cambiamento. Incontrarsi con lui senza questa approvazione è stato uno sbaglio. Senza dubbio, è stato uno sbaglio.
Express: Ricordiamo la Sua visita in Kosovo nel 2000, mai realizzata. Allora, Lei è stato bloccato per motivi sconosciuti finora. Si dice che responsabile del fermo era il Ministro dei Esteri della Francia, Bernard Kouchner, che a quel tempo era Capo dell'Amministrazione Onu del Kosovo. Quando ha avuto in incontro con Kouchner, avete discusso questa questione insieme?
Berisha: Kouchner è un vecchio amico. L`ho incontrato e lo incontro, ma non ho mai discusso di quel problema. L`ho incontrato molto amichevolmente. Bernard Kouchner rimane tra gli amici più noti della nazione albanese, è un mio amico. Lui lavorò con il Kosovo con tanti sentimenti, con tanto amore. Fu un momento di congiuntura e fu qualcuno a chiedere il fermo. E' possibile che sia stata Tirana, perchè avevano molta paura. E` molto probabile che gliel`abbia chiesto il Governo di Tirana, ma questo non ha cambiato i miei sentimenti verso di lui, perchè fu una grande fortuna che fu lui il primo inviato dell`Occidente in Kosovo. Chiuse con tanto onore la sua missione.

Express: Un altro momento interessante è l'anno precedente alla proclamazione dell`indipendenza. La visita del Presidente Bush nel 2008. Un altro grande regalo per lei. Arriva il Presidente degli Stati Uniti e accontenta tutti coloro che hanno sempre pensato che l`Albania ha avuto un ruolo sulla questione del Kosovo. Arriva e annuncia l`Indipendenza del Kosovo, a Tirana...
Berisha: L`indipendenza del Kosovo si stava complicando. Penso che l`Albania riuscì a giocare il suo ruolo, difendendosi in maniera inflessibile.

Express: Lei era amico anche di Bush Senior...
Berisha: Lui ha iniziato per primo le negoziazioni sul Kosovo...

Express: Gliene ha parlato quando l'ha incontrato per la prima volta?
Berisha: Quando ho incontrato il Presidente Bush Senior, nel luglio del 1992, ha iniziato a parlarmi del Kosovo, e non per l`Albania. Prese il mappamondo e mi disse: "Dimmi com'è la storia con il Kosovo?". Gli spiegai che la Serbia ha un obiettivo verso il Kosovo, e questo scopo è fatale per gli albanesi. Gli dissi che bisogna fare qualsiasi cosa affinchè rimangano nelle loro case. Dopo, Bush Senior, pose a Milosevic un limite, ossia che se fosse sceso l`esercito jugoslavo in Kosovo, si sarebbe dovuto confrontare con i caccia da guerra, oltre che con la bomba nucleare.

Express: E l`incontro con il George W.Bush, cosa ha avuto di speciale? Le diede delle indicazioni su quando si sarebbe proclamato il Kosovo, e perché fu tenuta segreta questa cosa?
Berisha:Il momento più importante fu quando mi disse: "Voglio il tuo parere. Vuoi due settimane o quanto tempo per la proclamazione dell`indipendenza del Kosovo?". Il suo staff,che era lì, rimase interdetto. Io dissi, "prendi il tuo tempo, quanto serve".

Express: Ha trasmesso poi questo messaggio al Kosovo?
Berisha: Si, ho incontrato i vertici di Pristina.

Express: Che rapporti ha con il Primo Ministro Hashim Thaci?
Berisha: Molto buoni, assolutamente molto buoni. Anche con il Presidente.

Express: E` passato solo un anno da quando il Governo del Kosovo è riuscito ad avere dei poteri più completi, visto che dopo la guerra è stata posta sotto l`amministrazione della UNMIK. Quale strada deve seguire il Kosovo, come nuovo Stato, secondo Lei?
Berisha: Penso che il Governo del Kosovo sta rispondendo positivamente allo stadio in cui si trova. Penso che stanno mostrando maturità e temperanza straordinaria, che è indispensabile. Penso che stanno facendo seri sforzi per attrarre investimenti, per valorizzare le risorse che esistono. Mi è stato detto che esiste una disciplina doganale e una disciplina fiscale. Subiscono la pressione dei riconoscimenti, ma questo è normale, anche per andare avanti. Tuttavia, è necessario essere realisti, fin quando la Russia blocca il Consiglio di Sicurezza ONU, la strada è ancora lunga ma è irreversibile. È necessario che tutti noi siamo attivi, sia il Governo del Kosovo che dell`Albania, ma è un cammino irreversibile.

Express: Dunque, Lei pensa che il Governo del Kosovo sta seguendo la retta via?
Berisha: Sì, secondo il mio parere si. Anche il Kosovo sta andando sulla retta via, in generale, così come l`opposizione.

Express: Molto presto si inaugurerà l'autostrada che lega il Kosovo con l`Albania. Che impatto economico avrà?
Berisha: Io penso che avrà un'influenza straordinaria, non solo economica, ma su tutti gli aspetti. Essa dà all'Europa accesso al Kosovo. E` una cosa straordinaria. Ha una grande importanza non solo per il Kosovo, ma anche per l`Albania.

Express: Lei ha detto che costruirete anche un'altra strada?
Berisha: Assolutamente si. Ho promesso che accorcerò gli assi stradali, se gli albanesi mi confermeranno per un altro mandato. Così la distanza Tirana-Skopje sarà di 100 chilometri più corta. Sara la strada della riva di Drin da Fierza a Koman, che accorcerà di 120 chilometri il Kosovo Occidentale. Avvicinerà Saranda di 100 chilometri e poi con Tirana...

Express: La costruzione di una linea di interconnessione elettrica, la costruzione del porto per il Kosovo, sono dei contributi straordinari per il Kosovo...
Berisha: Sì, si sta sciogliendo il Muro di Berlino tra gli albanesi.

Express: Verrete quando si inaugurerà la strada per il Kosovo?
Berisha: Sì, senza discussione. È ciò che sto aspettando.

Express: Finalmente l`Albania entra nella NATO. Noi sappiamo cosa vuol dire per l`Albania, ma cosa vuol dire questo per il Kosovo?
Berisha: L`anima della nazione e` una. Non si divide con nulla. E` una vittoria storica per ogni albanese.

Express: Ora che l`indipendenza è stata raggiunta, il dibattito sull`identità continua. Che cosa pensa su questo?Avete problemi a capire, ad esempio, la lingua che parlano i kosovari?
Berisha: Creare l`identità nazionale è stato un tentativo dei serbi, ma hanno fallito...E` assolutamente indispensabile che venga riesaminato il problema della lingua, perche la lingua si sta impoverendo, stanno uscendo delle parole non usate, ad alta velocità. Case in disuso il vocabolario dalle cornici troppo strette, è stata esclusa totalmente la lingua tradizionale, che e` l`albanese fluido (scorrevole). Devono avere coraggio. Hanno dato un grande contributo al Paese con l`ortografia, non lo nego. Non è importante se è, o meno, un dialetto... Se si parla invece del "gege", la lingua degli aristocratici, allora questa è solo di Scutari. L'importante è che si aprano i canali di comunicazioni. Io non sostengo che si debba imporre o meno il dialetto scutarino, ma, ci siamo allontanati totalmente dalla tradizione. Non c'era motivo per cui allontanarsi da esso, si dovevano prendere delle posizioni positive. Vai in una chiesa e ascolta la lingua che si parla li, è molto bella, suona bene. Sono state invece introdotte tante cose assurde. Bisogna correggere gli errori.

Express: Chi farà questo?
Berisha: Gli accademici.

Express: Gli albanesi del Kosovo hanno un complesso, che quando parlano non si capiscono bene...
Berisha: No, no, si capiscono molto bene. Non vedo perché si devono complessare. Ma, il problema della riesamina di certe norme standard sulla lingua e` indispensabile, perchè la nostra lingua si sta rimpoverendo, ma è invece una lingua molto ricca. Qui è tutta la questione.

Express: Vi allontanerete dalla scena della politica, se perderete le prossime elezioni?
Berisha: Rispetterò sicuramente il verdetto degli albanesi. Ma, come mi suggerisce il mio istinto e come ho detto anche in Parlamento, che si preparino al fatto che Sali Berisha rimarrà per altri 35 anni in politica, se non mi chiama l`Onnipotente. Gli albanesi hanno intenzione di darmi il mandato ancora una volta.

03 marzo 2009

Dopo la crisi, gli USA si accordano sui Balcani?


Un report riassuntivo che, con un rapido excursus degli eventi più significativi, traccia un quadro sommario di come gli Stati dei Balcani affrontano le loro sfide di "europeizzazione". Le contraddizioni e i contrasti sono sempre più evidenti, con gli Stati Uniti di Barack Obama ancora in prima linea, nonostante la nuova amministrazione tenga a precisare che "la politica verso i Balcani" non è stata ancora decisa. Eppure, se da una parte sostiene l'indipendenza del Kosovo, dall'altra alimenta la campagna di criminalizzazione della Serbia, mentre accentra su di sé le decisioni risolutive per la Bosnia Erzegovina. I Balcani, tuttavia, dimostrano di essere, ancora una volta, alla mercé di Washington, che usa queste terre per intavolare trattative.

Serbia. La Serbia protesta per la condanna dei suoi ex funzionari a L'Aja , ma intanto il Presidente nazionale per la cooperazione con l'Aja Rasim Ljajic assicura che Mladic sarà arrestato entro la fine dell'anno. Al contrario, è stato rilasciato Milan Milutinovic, ex Presidente serbo durante la guerra del 1999, che probabilmente è già arrivato a Belgrado, ma è altamente improbabile che diventerà una figura politica di riferimento. In pieno clima di polemiche sui crimini dei serbi, il quotidiano francese "Le Monde" scrive un editoriale nel quale definisce i bombardamenti alla Serbia nel 1999 illegali ma legittimi, adottando così il solito registro linguistico diplomatico e burocratico per ingannare chi ascolta, e rinegoziare quella verità che hanno sempre rivenduto come pappagalli, senza però darlo a vedere.
Dal punto di vista della politica interna, il Presidente Bosis Tadic ha confermato che sosterrà la decentralizzazione della Vojvodina e il diritto all'autonomia della provincia, se questo non mette in pericolo l'integrità territoriale della Serbia. Inoltre il Ministero della Difesa annuncia un progetto di legge per l'uso dell'esercito della Serbia e di altre forze di difesa in operazioni multinazionali al di fuori dei confini della Serbia. Nonostante le prove di resistenza, la crisi nel governo serbo si fa sempre più sentire, e come l'America abolisce per il momento la pena di morte per via della crisi, cosi Tadic sostiene che fare delle elezioni anticipate graverebbe sull'economia del Paese, per cui bisogna resistere così ed andare avanti. Allo stesso tempo, si affila sempre più la guerra diplomatica tra Kosovo e Serbia, anche se serbi e kosovari si alleano per partecipare come consorzio alla gara per il quarto operatore di telefonia mobile in Albania.

Bosnia.
Sembra che il nuovo Alto Rappresentate della Comunità Internazionale a Sarajevo, forse l'ultimo Altro Rappresentante della Bosnia sarà l'austriaco Valentin Inzko, ma non vi è stata ancora nessuna ufficializzazione in quanto si attende la conferma del Peace Implementation Council. Su questa notizia, i media bosniaci, alimentati dalle indiscrezioni delle "fonti americane", hanno creato un vero e proprio giallo, arrivando persino ad affermare che possa tornare Paddy Ashdown. Fonti della Comunità Europea assicurano solo che esiste un candidato comune, escludendo ogni altra assurda teoria che possa essere stata pubblicata dai media. E' chiaro però che gli americani cercano di darsi importanza, lasciando pensare che sia la loro parola finale, il verdetto determinante per la nomina dell'Alto Rappresentante.
Intanto, sul fronte interno, la situazione non è certo migliore, come sottolineato dal capo dell'SDP che appello ai politici di partiti di non comportarsi come adolescenti, perché hanno superato ogni limite. Tra l'altro, il primo marzo è la festa della federazione bosniaca, mentre la Srpska ha festeggiato il 9 gennaio. Non sappiamo fino a che punto un paese con due feste della repubblica, possa essere considerato uno "Stato". Silajdcic, membro della Presidenza della Bosnia, ha tuttavia dichiarato che vi è ora il diritto del popolo bosniaco a costruire la Bosnia Erzegovina, ma detto da lui, non si sa se crederci o meno, anche perché ne hanno dette tante in questi giorni, che i cittadini non sanno più se essere disperati per loro o per le bollette che arrivano. Le amministrazioni locali di tutta la Bosnia sono in preda ad un "raptus collettivo", mandando in confusione dipendenti, imprenditori e funzionari, che non sanno più cosa stia accadendo al bilancio dello Stato. Per questo motivo tutti i leader si sono affrettati a dire che l'Europa ha risposto alla crisi e che presto arriveranno i soldi dalla Banca Mondiale.
Ad ogni modo, la grande bufala della settimana l'ha pubblicata il New York Times, secondo cui la Republika Srpska chiederà l'indipendenza, mentre i croati invieranno un loro contingente per proteggere la minoranza croata. Subito però ha risposto il Ministero Croato dicendo che essa rispetta la sovranità e l'integrità territoriale della Bosnia Erzegovina.

Kosovo.
Le varie dichiarazioni su questa "improbabile alleanza" tra Stati Uniti e Kosovo risuonano in maniera un po' diversa rispetto alle ultime sentenze di Sejdiu e di Tachi, cercando di dare l'impressione che vi è stata una specie di marcia indietro della politica americana verso i Balcani. L'ex ambasciatore degli Stati Uniti presso l'ONU, John Bolton, sostiene che ancora non è chiara la politica della nuova amministrazione di Barak Obama, aggiungendo poi che la questione della indipendenza non è ancora completata. Questo è il solito trucco di far intervenire gli ex funzionari del Kosovo per far parlare di sé e prendere tempo nelle varie trattative: in realtà non c'è niente di nuovo, gli americani hanno fatto le solite promesse ai leader kosovari, quando in sottofondo stanno trattando la cancellazione del progetto dello scudo in Polonia, per poi trovare un punto di incontro nei Balcani. Così, mentre con la mano destra cercano di aumentare le tensioni proprio per cercare di ottenere un minimo riconoscimento da parte della Serbia dell'indipendenza del Kosovo, con la mano sinistra lascia che la Serbia faccia accordi con l'Eulex, la quale ha lo scopo di disapplicare la stessa risoluzione a favore del Piano Ahtisaari senza però dare la completa autonomia a Pristina. Infatti, nel momento in cui i serbi che lavorano nel sistema giuridico si sono resi conto che i giudici e i magistrati dell’Eulex usano i sigilli della cosiddetta Repubblica del Kosovo, subito sono cominciate le manifestazioni. Questo è anche un modo per provocare e poi studiare le reazioni. Dalla parte albanese vi è sempre un Thaci "più creativo che mai", che va in America e afferma che nessun serbo ha lasciato il Kosovo quando vi è stata la proclamazione dell'indipendenza: detto da lui, segno inequivocabile di garanzia, sarà sicuramente vero. La KFOR, nel frattempo, ha annunciato che comincerà a ridurre il contingente dispiegato fino a circa 15 mila uomini.
Intanto continua il saccheggio delle aziende e delle proprietà serbe, si cerca di depositare all'estero i soldi, mentre le banche continuano ad accettare ogni cosa purchè si vada avanti , finchè dura. L'economia però soffre, e da giorni è cominciato lo sciopero generale di tutti gli operatori sanitari del Kosovo chiedendo l'aumento salariale, oggi fermo a 250-300 euro, mentre i dirigenti dei partiti viaggiano con macchine da 60 mila euro.

Montenegro. La gran loggia di Londra ha acconsentito alla creazione di una nuova loggia massonica in Montenegro. Lo stesso avvocato Novica Jovovic si meravigliava tempo fa del fatto che così rapidamente, la madre di tutte le madri delle logge massoniche, aveva accettato immediatamente la proposta del Montenegro.Magari anche la Croazia adesso immagina di vederli tutti con i "grembiuli" da massone nelle cerimonie ufficiali, ma il problema sarà convincere un montenegrino a farsi chiamare "muratore" invece di "boss".
È ovvio che i montenegrini hanno bisogno di soldi, e questo ormai è evidente a tutti, anche perché gli investitori esteri stanno andando via. Lo scoppio della bolla immobiliare ha fatto cadere già le prime teste, come pure la crisi del mercato mondiale, che sta decimando il settore siderurgico. La notizia preoccupante è però che la gara d'appalto sul cantiere navale Adriatico è saltata, mentre la società di Abu Dhabi ha fatto qualche passo indietro sull'acquisto del pacchetto azionario di maggioranza. Ultimo colpo di coda potrebbe essere quello della famiglia reale del Qatar Al-Thani, interessata a degli investimenti nell' economia croata e alla costruzione del terminal di GNL.
Per dare una mano all'attrazione di investimenti si arriva a promulgare la controversa legge sulla vendita e la concessione di risorse naturali a favore di investitori esteri: se da una parte lo Stato non concederà la vendita del patrimonio naturalistico, dall'altra aumenterà la durata delle concessioni ultra trentennali. Una mossa astuta prima di sciogliere completamente l'esecutivo. Ma comunque si può apprezzare l'operazione condotta dalla polizia che ha scoperto un traffico di 2.5 tonnellate di hashish in due mesi.
Ad ogni modo, tanto per cambiare, la minoranza albanese in Montenegro si è divisa, tale che avranno due candidati da presentare come Premier, ossia Nika Deljosaja e Vaselj Sinistaj.

Croazia. Si fa sempre più tesa la situazione con la Slovenia, con l'Europa che comincia a bacchettare silenziosamente Lubiana, che si è auto-proclamata giudice dell'integrazione dei Paesi balcanici, quando in realtà è evidente che "chi non conta nulla in Europa, è quella che fa parlare più di sé". Anche perche lo stesso Istituto di cartografia Sloveno ha dichiarato di essere in possesso di una mappa che inequivocabilmente dimostra che la Slovenia non poteva reclamare nessun territorio. Forse da questo nasce l'idea del referendum per l'ingresso della Croazia nella NATO. Ma la Slovenia non è nuova alle "bufale" mediatiche di grande effetto, basti pensare al famoso, ma purtroppo inesistente, bombardamento di Lubiana.

Albania.
Le autorità consolari italiane hanno avuto un gran daffare, tra l'incidente che ha colpito un imprenditore italiano, Tiberio Putiniano, minacciato con una pistola e travolto da un'auto, e il sequestro di un peschereccio italiano, forse in panne, perso nelle acque albanesi. Così mentre l'Albania si sta avvicinando alle elezioni, il Governo amplifica i suoi dati statistici, mentre dall'altra parte vi è una crisi spaventosa con il crollo vertiginoso degli affitti: insomma è finita la pacchia, e ne vedremo delle belle dopo le elezioni , quanti cadranno come birilli. Nel frattempo si è aperto un vero e proprio giallo per il bando delle frequenze del quarto operatore di telefonia mobile. Secondo il deputato socialista Erion Brace, dietro il consorzio kosovaro si nasconde, in realtà, un accordo tra serbi e kosovari. I media cercano di collegare questo evento al fatto che Hashim Thaci, 10 giorni fa, è stato sorpreso dalla televisione macedone A2 all'uscita di un ristorante di Skopje, in compagnia di "personaggi balcanici". Visibilmente imbarazzato, alla domanda della giornalista sul motivo del suo viaggio a Skopje, afferma che aveva fatto 2 ore di strada per "mangiare un'insalata macedone".

Macedonia. Anche la Repubblica di Macedonia è in piena campagna elettorale per le sue elezioni presidenziali. I partiti albanesi hanno raggiunto un'intesa a non mostrare le bandiere del proprio partito, ma solo i nomi dei propri candidati. Tuttavia i partiti albanesi lamentano ancora una sorta di "discriminazione", da parte della polizia macedone, nei confronti dei teppisti a seconda della loro etnia. Ma siamo in campagna elettorale, e questi trucchi di vittimismo e protezionismo funzionano sempre.