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06 novembre 2011

Forze NATO alla guida dei ribelli

A guidare l'armata dei ribelli negli scontri con l'esercito di Gheddafi vi erano le truppe della NATO, che nelle retrovie coordinavano l'avanzata delle battaglie. Questo quanto rilevato dalle analisi dei tanti video diramati sulla rete, individuando tra i guerriglieri le divise dei militari dell'Alleanza Atlantica. La guerra che ci ha mostrato Al Jazeera è ben lontana dalla realtà, essendo stata un'operazione di aggressione, mascherata da intervento in difesa dei civili, coperta in maniera molto sommaria da una risoluzione ONU di no-fly zone. La nuova Libia sarà quella della guerra-perenne, occupata dalla coalizione franco-americana, con un protettore NATO. A capo dell'esecutivo sarà inoltre un uomo del Qatar, Abderrahim al-Kib, accademico e uomo d'affari vicino alla famiglia reale Al Thani, come ricompensa del 'contributo mediatico' alla guerra contro il regime di Gheddafi.


Soldati NATO tra i ribelli

Veicoli dei ribelli segnalati come 'mezzi amici'
con il telone arancione, lo stesso usato per i mezzi NATO regolamentari

20 ottobre 2011

L'epilogo di un'altra guerra umanitaria


Finisce così l'ennesima guerra umanitaria del 'Nobel della Pace' più guerrafondaio che sia mai esistito, Mr. Barack Obama. Grande merito e gloria va al 'Pagliaccio di Parigi' , che dopo il suo bebè-preelettorale ha avuto anche la testa di Gheddafi. Omaggi anche all'Inghilterra decimata dall'era post-crisi finanziaria, e al Nostro Presidente Giorgio Napolitano.

18 ottobre 2011

Dall'ICE all'ACE: nuova diplomazia con vecchie idee

Egregio Signor Ministro,

Le scrivo come portavoce dell’Osservatorio Italiano, cogliendo l’occasione del suo recente invito rivolto agli imprenditori ‘contate sulle nostre ambasciate’ .

A partire dalla proposta di passare dall’ICE all’ACE, la mia impressione è che i progetti e i personaggi coinvolti sono sempre gli stessi. Un mero gioco di sigle nasconde una guerra tra due Ministeri, che cercano di accaparrarsi le ultime spoglie del budget destinato all’azione estera. Tanti sono stati i progetti per ‘le eccellenze italiane’ , finanziati da denaro pubblico ma caduti nel vuoto e nella giostra dei soliti contractors: Informest, Balcanionline, Camere di Commercio, Istituto per il Commercio Estero, Seenet, sino alla grande trovata di Confindustria Balcani. L’Italia non è stata capace di creare una struttura adeguata alla missione che doveva svolgere, nonostante la mole di finanziamenti profusi, ma solo associazioni e ONG frequentate da ‘punk con tre piercing e una chitarra’, o peggio ancora uffici di dirigenza guidati da raccomandati, specialisti Hi-tech che non fanno altro che aprire una posta elettronica. L’indaffarato, 'troppo occupato per rispondere ad una telefonata', il copista che ha sempre il suo bigliettino in bella vista, gli imboscati all’estero accompagnate da segretarie ex-inservienti. Questo è il club di quelli che sono lì per occupare un posto e non fare domande.

Signor Ministro,
potrebbe incontrarli tutti alla Festa del 2 Giugno a commentare il buffet che, senza aver niente da dire, si stringono le mani e ridono. A loro dire, “è sempre tutto sotto controllo” e “le autorità hanno il polso della situazione”. Un vuoto esibizionismo, che pone la diplomazia italiana agli ultimi posti in Europa, rispetto alle forti strutture di Germania, Francia e Inghilterra. Il loro ‘monitoraggio’ si riduce ad un manipolo di persone che frequentano gli stessi corridoi, sconosciuti analisti e consulenti sedicenti. L’informazione che possono ottenere è al massimo di quarta mano, tra l’altro profumatamente pagata. Non da meno sono le Agenzie di Stampa che si autoproclamano leader nei Balcani, ma vivono del ‘copia-incolla senza informazione’ e a ridosso degli investimenti di una ristretta lobby privilegiata.


Questa è l’Italia dell’integrazione e delle consulenze di pre-adesione, che usurpa il nome dello Stato per interessi individualisti. In realtà, l’Italia all’estero è fatta da un’immensa costellazione di piccole e medie imprese che lavorano e mettono a rischio il proprio patrimonio, e non hanno ‘aerei di Stato’ o funzionari di ambasciata a servirle. Possiamo portare un esempio su tutti, quello della Dalmatinka de La Distributrice dei Fratelli Ladini, che ha subito immensi danni materiali nonché diffamazione a mezzo stampa, a causa delle omissioni e dell’indifferenza delle autorità italiane, nonché dei vari ambasciatori che si succeduti. Oltre ad una stretta di mano e convenevoli in politichese, non vi è stato alcun intervento risolutivo che ponesse fine agli abusi dell’amministrazione pubblica croata. Il caso è giunto sino al Gabinetto del Presidente della Repubblica Giorno Napolitano, che ha garantito ai Ladini l’impegno delle autorità. Sarebbe bastata una ferma richiesta a far rispettare la convenzione italo-croata per la tutela degli investimenti ( 5 novembre 1996), la cui violazione mette in serio dubbio l’adeguatezza delle norme della Croazia agli standard europei. L’Italia ha taciuto forse troppe volte sulle irregolarità commesse dai croati contro i progetti italiani, dai piccoli ai grandi abusi, cosa che Paesi come Germania e Austria non avrebbero mai tollerato, visto che i toni si alzano per molto meno. La diplomazia italiana non è stata in grado di fare una telefonata, né di prendere una posizione o di trovare una soluzione. Sicuramente qualcuno - e lo credo fermamente - sperava che l’azienda fallisse, ma purtroppo per voi non è stato così. La Dalmatinka, senza dubbio, vincerà la sua causa e il suo precedente sarà la vergogna per l’Italia, il simbolo del fallimento della diplomazia economica italiana.

Signor Ministro,
sino ad oggi siamo stati “Italiani di serie B”, la mercificazione degli errori di questi signori con stipendi da migliaia di euro, le vittime delle informazioni delle agenzie autoreferenziali e delle consulenze dell’ICE. E Le posso assicurare che il caso Dalmatinka è solo uno della miriade di esempi delle piccole medie imprese, che operano in una regione così vicina all’economia italiana. Al contrario, l’Osservatorio Italiano, senza mai percepire fondi della Cooperazione Italiana o dell’Informest, ha fatto delle conoscenze di queste aziende un patrimonio di know-how e di capitale umano, per poi diventare un progetto-guida di successo. “Stato Volontari Impresa” con la collaborazione di antenne locali e italofili: questa dovrebbe essere la nuova forza del Made in Italy, che da una parte controlli i nostri diplomatici e gli addetti ai lavori, nonché l’utilizzo dei fondi destinati alle strutture estere, e dall’altra assista le imprese in difficoltà.

Caso Dalmatinka

L'Affarismo di Stato
Caso Dalmatinka: lettera aperta degli imprenditori italiani
Ladini: fermare la vendita illegale della Dalmatinka

Caso Dalmantika-F.lli Ladini: lettera aperta al Ministro Frattini

Caso Dalmatinka Nova: continua la diffamazione dei media croati

Caso Dalmatinka Nova: l’accusa degli imprenditori italiani

Il collettivo diplomatico deve effettuare e conoscere la mappatura delle piccole e medie imprese all’estero, nonché garantire un costante monitoraggio ed un intervento in caso di violazioni de parte delle autorità locali. In altre parole, occorre abbandonare quell’atteggiamento di lobby di potere che va ad affrancare tutta la struttura diplomatica alle grandi società, le quali da parte alimentano una rete di faccendieri e servi nella speranza di assicurarsi investimenti milionari. Oltretutto, questa megalomane arroganza è controproducente oltre che inefficace, perché nella realtà i nostri ambasciatori e i nostri funzionari sono derisi dai politici locali, che si sentono costretti ad ascoltare “storie di integrazione” da persone che – per esempio – non hanno una grande conoscenza dei Balcani.

D’altro canto, prima di lanciare proclami e promuovere nuovi progetti di riorganizzazione della rete estera, bisogna creare una commissione di inchiesta per individuare le responsabilità di chi ha abusato dei fondi dello Stato italiano per estrometterli del tutto dalla struttura che si verrà a creare. Queste sono le condizioni fondamentali per garantire la massima trasparenza e correttezza, come avviene in ogni società civile ‘di alti standards europei’. In secondo luogo, occorre cominciare a pubblicare i prospetti dei costi dei progetti e degli impieghi dei finanziamenti, considerando che sino ad oggi è stato quasi impossibile accedere ai rendiconti finanziari delle organizzazioni che hanno accesso ai contributi pubblici della Cooperazione Italiana. Dei presupposti essenziali e minimi, che servono ad adeguare la diplomazia italiana alla prassi europea, colmando un deficit. Sono molti i passi indietro da fare, Signor Ministro, prima di lanciare la grande svolta del Sistema-Italia, sempre che Lei voglia davvero un progresso per il nostro Paese.

Michele Altamura

01 ottobre 2011

I francesi nei Balcani: scalata ostile ai progetti energetici italiani


Roma - L'intelligence economica francese sta cercando di sabotare i piani energetici dell'Italia, nel tentativo di scavalcare ogni controparte italiana nei progetti comuni. Un obiettivo divenuto evidente con l'aggressione della Libia, che è sfociata inevitabilmente nella corsa all'accaparramento di contratti petroliferi e rapporti privilegiati con Tripoli, che prima di allora appartenevano all'Eni. La sua azione è molto aggressiva, fomentata dalla pazzia di Sarkozy, ormai messo alle strette dalla minaccia di default, perchè i soldi per bombardare prima o poi finiranno. La Francia si prepara oggi ad entrare nei Balcani, per subentrare nei contratti concordati dalle aziende italiane. Il primo bersaglio è la Serbia, oggi sempre più debole, asserragliata dalla crisi del Kosovo, dalle minacce del Sangiaccato e dagli ultimatum di Bruxelles per la candidatura e la data per l'adesione all'UE.Dalla loro parte, i francesi hanno 'balance' da offrire a Belgrado: contratti per lavori in Libia, strada spianata nell'UE e riconferma dei contratti francesi sul mercato serbo. In cambio vogliono mettere le mani sull'energia italiana, a cominciare proprio dall'Edison, che da sola vuol dire accordi per centrali elettriche, ma anche per il gas russo di Promgas. La EDF, dopo aver 'mangiato' la quota italiana nel progetto Gazprom, salta i convenevoli e convoca a Parigi i capi della Elektroprivreda Srbije. Lasciando ad intendere che l'affare di Edison è 'cosa fatta', conferma la partnership aperta dalla dirigenza italiana, e rilancia investimenti nella rete elettrica, esponendosi sino a proporre l'assorbimento della società serba nel gigante francese. I serbi per il momento dicono 'no grazie' alla privatizzazione di EPS, ma a questo punto tutto può essere rimesso in discussione, a cominciare da quegli accordi conquistati dagli italiani dietro una 'stretta di mano politica' e fuori dai tender, sino al famoso "progetto di interconnessione della rete italiana a quella balcanica". Il fatto che sia un piano sostenuto di principio della Comunità Europea, non significa che sarà esente dalla scure della burocrazia europea, che ha già sguinzagliato i suoi ispettori negli uffici delle società energetiche per verificare il rispetto delle direttive. Forse bisognerebbe insistere di più su Edison e non dare forfet, perchè dopo il primo segno di debolezza, si aprirà il vaso di Pandora delle inchieste per la trasparenza.Sarebbe questo il momento giusto che i nostri ambasciatori si esponessero per riconfermare quei famosi accordi strategici, ma dopo l'annullamento del vertice intergovernativo Roma-Belgrado, la sola Italia che conosce la Serbia è la Fiat, mentre Seci-Maccaferri è un'impresa che promette, come tante hanno fatto. La diplomazia italiana non è in grado di risollevarsi, e neanche di proporre alternative, perché da anni le nostre Agenzie di stampa che non fanno altro che prendere contributi pubblici e fare un copia incolla. Esperti di 'macellai balcanici', analisti del formaggio di Livno, medagliati e carrieristi, false promozioni per false storie in una falsa diplomazia. Tutto si riduce a business affaristici che usano soldi pubblici per poi rivendere a privati. Come se non bastasse è già pronta la campagna mediatica, dei soliti giornali del giustizialismo, contro i vertici manageriali delle società energetiche, che ora rappresentano proprio la controparte negoziale dei francesi. Ma poi, sono davvero strane quelle inchieste della magistratura contro Ministri e personaggi politici ora impegnati in importanti negoziati. Se esistono i segreti della 'casta', esisteranno anche quelli degli intoccabili 'magistrati e giudici' che secretano le caste. La valanga della Green economy si sta abbattendo sul nostro paese, che lascerà un dito in bocca ai grani filantropi, benefattori del Made Italy. Canta la Mercegaglia, che del business con i soldi pubblici ne fa un'arte, un gioco di sigle, solo per foraggiare i cosiddetti imprenditori delle cartiere. E così mentre i francesi sottobanco trattano, i nostri cercano fantomatici nemici wahhabiti, e neanche si accorgono che il vero nemico ha già sferrato la guerriglia.

28 agosto 2011

La barbaria occidentale dei Petronazi

La Nato si è definitivamente macchiata di un crimine vergognoso. Ha sganciato bombe intelligenti su civili analfabeti, ha creato delle vere e proprie squadre di morte che rubano, uccidono, violentano e seviziano donne, bambini e uomini di colore. Sulla popolazione civile è stata scagliata una vera e propria furia omicida, che saccheggia ed incendia tutto ciò che trova, lasciandosi i cadaveri alle loro spalle, abbandonati nelle strade non-sotterrati, che stanno così marcendo sotto il sole. Tripoli si è trasformata in una vera macelleria umana, caduta nel caos, nell'anarchia, si parla di una guerriglia urbana inumana e sanguinosa, con esecuzioni, torture, battute di caccia notturne ed eccidi di lavoratori di colore. Gli ospedali sono collassati per i feriti e mutilati che non possono essere essere curati, non c’è elettricità, non ci sono servizi essenziali, e si prevede una catastrofe alimentare. I media dicono che Gheddafi ha lasciato senz'acqua il popolo libico, ma in realtà i ribelli ha trucidato quasi la metà dei lavoratori della società statale dell'acquedotto perchè togliessero l'acqua. Ma la manipolazione mediatica ha toccato davvero picchi assurdi, perchè bisogna ora assolutamente nascondere che la situazione è del tutto fuori controllo. I gruppi mercenari, costituiti da guerriglieri fondamentalisti appartenenti a varie frange tra cui anche gli storici alleati occidentali di Al Qaida, si stanno muovendo come invasori che aspirano alla spartizione del bottino di guerra. I media internazionali affermano che Tripoli e la stessa Libia sono sotto il controllo attribuito delle forze dei ribelli, ma nella realtà si tratta solo di alcune zone e quartieri. L'intera opinione pubblica è però convinta che la Libia sia caduta sotto i colpi della rivoluzione, ma nella realtà il popoli libico non è mai sollevato, è stato invece stremato dai bombardamenti NATO e dagli eccidi dei mercenari al soldo delle forze di intelligence internazionali.


Ma niente di tutto questo sarebbe stato possibile senza i giornalisti al seguito degli eserciti, che assistono e girano la testa dall'altra parte quando vedono cose che non devono vedere, leggendo quasi un copione. Un manipolo di personaggi che costituiscono un esercito di alcolizzati, cocainomani pedofili, giocatori d'azzardo, truffatori, violentatori, cronisti in cerca di storie che filmano l'ultimo secondo di vita di un lavoratore nero preso dai ribelli e fatto seviziare e massacrare. Ridono e inneggiano alla guerra civile.S ono loro infatti a creare il terrorismo, fomentando rancori con questi atti di barbaria, bombardando nazioni e cannibalizzando risorse, con una guerra senza regole. Gli assassini, i terroristi e i tiranni sono solo da una parte, e dall'altra vi sono vittime, ribelli e statisti, atti terroristici, effetti collaterali e missili da una parte, mentre bombe intelligenti dall'altra. A tutto questo noi assistiamo stando comodamente a casa, sbadigliando con una birra in mano, cambiando canale per vedere pallone, perchè stiamo bene.


Intanto si preparano già le rappresaglie per prendere il controllo delle risorse petrolifere, vedendo in prima fila il Presidente Nicola Sarkozy, che pur di vincere le elezioni non vede l'ora di annunciarsi assoluto fautore della rivolta libica, e chiedere l'esibizione di Gheddafi come un trofeo. Poi non vanno dimenticati i cosiddetti procuratori farsa dell'Aja, dei Comitati dell'Onu per i diritti umani, tutti pagati di tasca nostra, con stipendi di 8 mila dollari per fare fotocopie al Palazzo di vetro. Per mettere in atto i loro piani, hanno al proprio servizio un intero sistema su scala mondiale, che rifornisce loro mercenari, logistica e propaganda, e anche 'noi coglioni' che paghiamo le tasse. Da non sottovalutare il ruolo della politica di sottobosco, dei piccoli personaggi che assistono a questo massacro, e cercano di giustificare questa guerre con la democrazia. Ci rivolgiamo in particolare al Presidente Napolitano, che ignora con tanta disinvoltura il fatto che in Libia si sta compiendo un eccidio senza precedenti. Signor Presidente, non prova vergogna ad essere a capo di un esercito di contractor di mercenari al servizio dei petrodollari? Lei non rappresenta più l'Italia, ma il furto di 3.7 miliardi di euro. Nei Suoi lunghi monologhi sull'amor di patria e nel dispensare medaglie, parla di una grande nazione che ormai non esiste più. L'Italia è grande solo quando si deve pagare e allora vale la regola "sacrificio, democrazia, lotta alla mafia". Si è ormai schierato dalla parte degli interessi, dei capitali di borsa, insomma della carta straccia e dei petrodollari, tanto per intenderci. E' ormai parte integrante del sistema del club dei Petronazi, che ha fatto del petrolio un motore economico, una proprietà esclusiva dei comitati d'affari dei petrolieri, per poi pagare politici, associazioni, congreghe, terroristi, e tutta la schiera di mercenari che garantiscono lo status quo dei petrolieri.
La grande responsabilità di Napolitano è stata proprio quella di aver permesso che il Governo italiano venisse indebolito perchè non avesse alcun ruolo in caso di conflitti. Sicuramente con un governo forte l'Italia sarebbe stata più decisiva e più determinante, perchè avrebbe potuto organizzare una contro-resistenza basata sul dialogo con Bengasi.



E' pur vero che, pur essendo contraria alla guerra 'di principio', l'Italia non aveva altra scelta che uscire dalla NATO. Cosa di per sé assurda, soprattutto se si considera che a fronte di uomini, mezzi e basi militari, riceve stanziamenti 'senza fondo'. Il nostro esercito, d'altro canto, non è in grado di affrontare offensive e neanche difese, mentre non ci distinguiamo per mantenere i patti sottoscritti, per cui i nostri amici europei non si fidano molto. Sono infatti passati quei tempi in cui l'Italia era artefice della sua politica estera e spesso è stata determinante, a cominciare dall'era di Enrico Mattei sino al Governo Craxi. L'ENI, che allora era un vero e proprio "Stato ombra", agiva come una struttura aggressiva, la cui grandezza è stata riconosciuta dallo stesso Indro Montanelli. Mattei era un vero statista che agiva ad altissimi livelli, "niente a che vedere con i politici attuali" che non sono in grado di pensare in grande. Oggi, quello che era il vero fulcro economico italiano, è stato ridotto ad una massa di impicci e di imbrogli, e a spegnere gli incendi in caso di emergenza.

26 agosto 2011

I nuovi venditori di padelle


Tripoli in mano ai ribelli ma nessuno sa dove sia Gheddafi. La caccia all'uomo è aperta, e i mercenari della NATO, da settimane del Paese, lo stanno cercando disperatamente. Sarà meglio trovarlo subito, altrimenti le borse cadranno in un abisso ancora più pericoloso. Gheddafi non è Mubarak né Ben Ali, è un militare votato alla lotta continua e al massacro, con un profilo perfetto per divenire una cellula terroristica fuori controllo. L'Occidente vuole Gheddafi adesso, vivo o morto, e il pericolo più grande delle intelligence è che Gheddafi possa prendere il postodi Bin Laden, ma stavolta da vero leader della resistenza araba, perchè non è mai stato un personaggio allineato agli schemi delle intelligence. D'altro canto, non dobbiamo dimenticare che è stato il Rais ad emettere il primo mandato di cattura contro Osama Bin Laden, quello strano sceicco terrorista, morto povero con un vecchio televisore.
Per far fronte a questa situazione di disagio, i media filo-petroliferi non sanno più cosa inventare. Continuano a dire che "è questione di ore" e per prendere un po' di tempo fanno una lunga telecronaca sul sequestro di alcuni giornalisti, con qualche rapida immagine ripresa sempre dalle stanze degli hotel. I numeri più sensazionali li fa senz'altro la BBC, che trasmette un 'Live Tripoli' con immagini di archivio dall'India, oltre alla trasmissione a ripetizione delle due scene cult ritoccate della Piazza verde e del bunker di Bab Al-Azizija. I socialnetwork sono invece divenuti preziosi canali di disinformazione, dove gli utenti sintetici di Facebook e Twitter non fanno altro che accreditare le informazioni passate da Al Jazira e CNN. Tra l'altro non sono neanche credibili, considerando che la maggior parte della città di Tripoli non ha internet e a volte neanche energia elettrica.


Intanto nelle strade si compie il vero massacro. Oltre ai bombardamenti, che hanno raso al suolo interi quartieri, i mercenari della NATO che hanno lasciato Afghanistan e Iraq affiancano i ribelli negli eccidi dei lealisti e dei civili, lasciando cadaveri dietro di sé (Foto). Nel frattempo bisogna raccogliere i fondi per la ricostruzione ed a quel punto si va a battere cassa nei forzieri di Gheddafi, che guarda caso sono le banche del Sud Africa e dell'Italia. Il caro Sarkozy sarà impazzito al pensiero di dover passare sempre sotto il beneplacito degli italiani, e la sua richiesta delle riserve petrolifere potrebbe ridimensionarsi. Berlusconi scongela i fondi delle banche italiane a piccole gocce, soldi che serviranno tra l'altro per comprare la benzina dell'ENI. Tutto sommato l'Italia ha ricreato subito il suo business, giocando il jolly. Altro giro, altra corsa: è inutile dirlo, non esiste un interesse nazionale, l'ENI non è Enrico Mattei.

Ora comincerà lo sciacallaggio di questi 'venditori di padelle' che si dilanieranno a vicenda per partecipare al business dei bonds e delle garanzie bancarie del petrolio libico. Si parla di 3.7 miliardi di euro dei fondi libici stipate nelle nostre banche, stando alle cifre pubblicamente dichiarate, poi il 'nero' non si sa. Per non parlare poi dei faccendieri e dei fiduciari che hanno già la bava alla bocca, altro che tangente Enimont, sta arrivando l'era della tangente libica. Cominceranno con i collaterali, con le operazioni truffa, un po' come quella della Telekom Serbia, inscenata perché Milosevic potesse recuperare miliardi di dollari conservati a Cipro.Qualcosa allora andò storto, dopo che si presentò 'Mister %' , quello che ultimamente piagnucolava che gli avevano arrestato la moglie. A distanza di 15 anni, non è ancora possibile che qualche magistrato legga quelle carte per capire cosa sia accaduto, ma purtroppo sono troppo occupati ad indagare sui festini di Arcore, o sui 1000 euro della D'Addario. I debiti di gioco della politica italiana sono enormi, se si pensa a quante campagne elettorali hanno ricevuto finanziamenti dal Tiranno di Tripoli. I patti erano altri e tutti lo sanno, anche Unicredit.

25 agosto 2011

Gli amici di ieri e di domani: la corsa al petrolio della Libia


Gheddafi non è stato ancora deposto e già è cominciato l' "affaire", quello grosso, che richiede l'intervento degli specialisti e dei superanalisti. Quelli come Luttwak che spiega con le mappe e il plastico, quelli che sino ad oggi non ne hanno azzeccata neanche una, ma sono super pagati dalla "Ditta", l'Agenzia di Informazione e Sicurezza.
E' una storia che si ripete, con i soldati che presidiano le raffinerie, i ribelli che sono vittime del regime e il dittatore che tiranneggia il suo popolo: oggi ci sono i Lealisti di Gheddafi, anni fa avevamo gli ultranazionalisti serbi. Insomma ogni guerra se la studiano bene per fare i loro 'impicci e imbrogli'. Poi ci sono i giornalisti, come quelli italiani che vengono derubati e poi sequestrati, ma stranamente riescono a chiamare a casa per dire che stanno bene e li hanno messi al sicuro, ma restano sempre in ostaggio. Qualcosa non torna, anche perchè 'ovviamente' i sequestratori sono i soldati di Gheddafi e non i mercenari di Bengasi, che maltrattano questi eroici 'inviati di guerra'. In realtà sono solo delle pedine della macchina mediatica che si è mossa per portare al mondo il messaggio del "nemico della democrazia". Per far questo si sono mossi giornalisti e producer internazionali, quelli che si bazzicano i ministeri della difesa e le agenzie di stampa, che mandano così i loro fiduciari. Ex agenti ripudiati dalla Ditta, oppure agenti pizzicati a fare il doppio gioco, truffe o anche rapine. In quegli alberghi succede di tutto, prostituzione minorile, droga e alcool a non finire, traffici e affari meschini. C'è chi si fa rubare le telecamere e chi si vende le telefonate, chi si fa rapinare, e poi fatture su fatture, vari business per pareggiare i debito di gioco. Questo è il sottobosco della macchina della guerra, in cui i media sono più importanti degli stessi eserciti. In Libia hanno toccato livelli spettacolari, trasmettendo un film pseudo-realistico tanto per creare confusione tra il mondo arabo e quello occidentale, che deve essere convinto che bisogna combattere un altro "nemico della democrazia.

Assatanati si sono gettati su Tripoli come non mai, messi alle strette dal FMI e dallo spettro del default. Così di punto in bianco si sono mosse Inghilterra e Francia, entrambe ostaggio di un fallimento di fatto mai dichiarato, che vanno poi in giro a fare lezioni di finanza vantando il loro 'illustre esempio' di economia forte, quando poi stanno peggio di tutti. Contemporaneamente si muove L'Aja, un aggregato di falsi giudici, tra travestiti e scarsi attori a pagamento. Eppure, se facciamo un passo indietro, non si può negare che Gheddafi veniva accolto con tutti gli onori di Stato da ogni Governo Occidentale, in Italia e in Francia ha anche montato la sua tenda, con tanto di cavalli ed amazzoni. D'altro canto, l'ENI doveva tutelare i suoi interessi, mentre la Areva voleva costruire una centrale nucleare nel deserto. Chissà perchè, tutto d'un colpo il Rais è impazzito e ha cominciato 'a sparare sulla folla'. O almeno questo è quello che ci hanno raccontato...

Infatti, mentre i soldi nelle casse francesi e britanniche finivano e le pressioni dell'effetto domino della crisi finanziaria si facevano sentire, cominciavano i primi scontri nel Nord Africa. Obiettivo nevralgico della 'primavera araba' era proprio scatenare la rivolta in Libia, le cui avvisaglie si erano percepite nelle speculazioni sul caso di Nouri Mesmari, capo del protocollo di Gheddafi, che fugge in Francia e collabora con i servizi segreti francesi per inscenare la rivolta di Bengasi. Questa città infatti costituisce la leva vincente per ribaltare il Colonnello e rimettere in discussione tutti i contratti energetici sottoscritti dalla Libia, che vedono l'Italia come grande partner di Tripoli. Nel capoluogo della Cirenaica ha sede infatti la Arabian Gulf Oil Company (Agoco), creata dalla National Oil Corporation (NOC), ma controllata da diversi mesi dall'opposizione. Essa sarà la prima a riprendere la produzione nelle prossime tre settimane, sfruttando così i giacimenti di Sarir e Mesle. L'Agoco dispone di otto pozzi di petrolio, di un terminal petrolifero e due raffinerie a Tobruk e Sarir, e aspira a divenire la compagnia petrolifera nazionale. Allo stato attuale, è la NOC a controllare il 50% della produzione nazionale, e nessuna azienda straniera può entrare sul suolo libico e intraprendere una qualsiasi attività petrolifera senza creare una filiale in cui la NOC detenga una quota di maggioranza attraverso una controllata, come ad esempio la Agoco. Quindi il primo passo è stato quello di decentrare il controllo dei pozzi petroliferi da Tripoli a Bengasi, per poi riaprire nella Cirenaica i tavoli dei negoziati con il Consiglio nazionale di transizione (CNT). Non a caso il Presidente del CNT, Mahmoud Jibril, è atteso in Europa per un tour destinato a 'raccogliere' sostegni al governo dei ribelli. Stranamente è atteso già domani a Roma, per incontrare il CEO ENI, Paolo Scaroni, e lo stesso Silvio Berlusconi, mentre in Francia sarà il prossimo 1° Settembre per partecipare alla Conferenza “Friends of Libya”. Forse sarebbe meglio dire "amici del petrolio della Libia".

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La Libia ha le riserve petrolifere più grandi dell'Africa, con 1,55 milioni di barili di petrolio al giorno. Dopo ENI (270 mila barili al giorno) collegata con il gasdotto Greenstream, le principali compagnie straniere operanti in Libia sono: Total (60.000 barili), Wintershall (98.600), Marathon (45.800), Conoco (45.000), Repsol (36.000), Suncor (35.000), OMV (33.000 ), Hess (22.000), Occidental (6000) e Statoil (4500), BP (in fase di negoziati).


La Libia dispone di sei terminal petroliferi di esportazione: Es Sider (447.000 barili al giorno), Zoueitina (214 000), Zaouiah (199 000), Ras Lanouf (195 000), Marsa El Brega (51 000) et Tobrouk (51 000). Altri 333 mila barili sono esportati con altri terminal non specificati, mentre fondamentale è il gasdotto con l'Italia Greenstream.

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Di fatti, se prima della guerra i principali clienti per il greggio libico erano Italia (28%), Francia (15%), Cina (11%), Germania (10%) e Spagna (10%), dopo la situazione sarà completamente diversa. Francia (la prima a riconoscere Bengasi), Regno Unito e Stati Uniti si lanciano per raccogliere i dividendi economici dei loro sforzi militari. Sarkozy ha già detto che vuole il 35% dei nuovi contratti petroliferi. L'emiro del Qatar, che ha fornito supporto militare e - noi diremmo - mediatico, non è stato dimenticato e avrà per la Qatar Petroleum un accordo commerciale preferenziale per la distribuzione del petrolio. L'olandese Vitol sarà ripagata per per aver assicurato le prime esportazioni di petrolio nel pieno della controversa guerra civile rimpinguando le casse del CNT già nell'aprile del 2011. Poi c'è la Germania, e infine l'Italia. Gli Stati Uniti, che al momento comprano solo il 3% del petrolio libico, sperano in una nuova cooperazione, ma non è da escludere che sarà proprio il Qatar la sua piattaforma commerciale. Per quanto riguarda Cina, Russia e Brasile, si vocifera che perderanno molto terreno, salvo concessioni di Bengasi e spiragli garantiti per vie traverse. Da questo punto di vista, Gazprom potrà sempre contare sull'Italia, visto che è riuscita ad entrare in Libia con l'operazione del giacimento Elephant poco prima dello scoppio del caos.

24 agosto 2011

La NATO tenta di espugnare Tripoli


Mentre continuano gli attacchi della NATO su Tripoli, fonti delle intelligence occidentali diramano speculazioni secondo cui delle truppe scelte britanniche sarebbero pronte a sbarcare in Libia per delegittimare gli uomini presenti sul campo. Un intervento di 'assistenza alle operazioni umanitarie', che però già lasciano pensare all'ennesima guerra infinita votata al massacro, una scena già vista per Iraq e Afghanistan. Ma la Libia è diversa, non vuole padroni e riesce a resistere in condizioni estreme, dopo aver convissuto con la guerra per decenni. Gli atti di ritorsioni possono essere tanti e su più fronti, con una serie di escalation di atti dimostrativi in Europa, perchè la rete di Gheddafi è molto estesa e capillare. Da sempre infatti la Francia e l'Inghilterra lo temono, perchè mai sono riusciti ad espugnare Tripoli. Cambia quindi la strategia, e si passa alla guerra psicologica, della finzione mediatica, per far credere al resto del mondo e alla stessa popolazione che esiste un esercito di ribelli, che vi sono dei combattimenti frontali, e persino che Tripoli è caduta e non più controllata dai lealisti di Gheddafi. La realtà è che le immagini trasmesse da Al Jazeera sono parte di un film realizzato in Qatar, per montare una messinscena epocale, un vero colossal di proporzioni spettacolari della 'rivoluzione libica'. Tutto questo mentre la NATO continua a bombardare le città, compiendo un massacro sulla popolazione civile. Obama, Sarkozy e Cameron si sono coalizzati in una vera e propria associazione per delinquere, con la complicità della Germania e dello stesso governo italiano. Il Presidente della Repubblica Napolitano asseconda questo massacro, la distruzione di civili inermi, donne, bambini e anziani, solo ed unicamente per accaparrarsi pozzi di petrolio. A questo crimine bisogna reagire con la disobbedienza civile, perchè questa guerra deve essere pagata dai cartelli petroliferi e non dai cittadini. L'incendio dei popoli del Mediterraneo può solo distruggere l'Europa come la conosciamo oggi, perchè creerà divisioni, embarghi, nuove misure di sicurezza e frontiere invalicabili. Le scene di Londra o delle banlieues di Parigi sono solo un'anticipazione di quello che saranno le capitali europee, con ricadute imprevedibili nei Balcani e nel Medio Oriente.

23 agosto 2011

Bombe su Tripoli: ribelli conquistano le macerie della NATO

Notizie sempre più contrastanti giungono da Tripoli. Tutti i media occidentali continuano ad annunciare la caduta di Tripoli per mano dei ribelli, nel tentativo di far passare l'ennesima aggressione NATO di uno Stato come una guerra civile voluta dal popolo. In realtà è in atto un vero e proprio bombardamento degli aerei NATO, che fanno strada alla schiera di ribelli che calpestano edifici e strade già distrutti dalle bombe. Molti di loro non sanno neanche sparare, sono giovani ed inesperti, vestiti con le magliette della Nike e della Total, veri e propri testimonial di una guerra per il petrolio delle lobbies franco-anglo-americane. Le immagini di rivoluzione e di 'conquista' di Tripoli sono il frutto di un spettacolo mediatico orchestrato ad arte, che vuole mostrare l'abbattimento dei simboli del regime o l'invasione della piazza dei lunghi monologhi di Gheddafi. In questo modo, si evita di mostrare le immagini dei bombardamenti della città e dei civili, mentre ormai Tripoli sta cadendo in una crisi umanitaria. La battaglia dei ribelli per la conquista di Tripoli è solo una farsa, mentre sono veri i bombardamenti della Nato che il 21 agosto hanno ucciso più di 1.300 persone e ne hanno ferite oltre 5000, riempiendo in poche ore gli ospedali della città. Le menzogne ​​e la propaganda dei media continuano a sprofondare nelle loro bugie, per nascondere il genocidio perpetuato dalla NATO in Libia. Dei veri e propri crimini contro l'umanità per i quali l'Alleanza Atlantica dovrebbe risponderne dinanzi alla Nazioni Unite, avendo violato senza alcuna vergogna una risoluzione che imponeva solo una no-fly zone. Da un embargo siamo passati ad un assedio, per il quale la Libia forse non avrà mai giustizia. Il popolo libico chiede una reazione dell'Europa, che resta in silenzio, ormai schiavizzata dall'egoismo e dai rincari del petrolio, rendendosi così complice di un crimine di cui dovranno pagare il caro prezzo. Questa guerra dovrebbero invece pagarla i petrolieri, in quanto nei loro interessi si sono alzati gli aerei della NATO. Oggi chiamano Gheddafi 'dittatore' , ma sino ad ieri i capitali libici hanno inondato le casse di tante società. Unicredit, Impregilo, Generali, ENI, Finmeccanica, Fiat e Juventus hanno sempre incassato da Tripoli: allora era un tiranno o no? C'è da aspettarsi che il prossimo eclatante annuncio dei media della NATO sarà quello della morte di Gheddafi e della ricostruzione del Governo di Tripoli da parte dei ribelli. Un grande colpo che darà a Sarkozy la vittoria alle elezioni.

Ribelli a Tripoli: una bufala di Al Jazira?


Dopo la secca smentita della presa di Tripoli e della cattura del figlio di Gheddafi da parte dei ribelli, viene alla luce la reale versione dei fatti, che vede le forze della NATO e i media internazionali complici di una grande messinscena. Le immagini trasmesse da Al Jazira delle manifestazione della piazza principale di Tripoli presentano infatti molte difformità rispetto al suo reale aspetto. Le proporzioni degli archi rispetto alle persone e le auto sono diverse, mentre mancano molteplici dettagli come i lampioni e le decorazioni sopra gli archi. Sono al contrario presenti degli elementi estranei, come se vi fosse stata una sovrapposizione di immagini con un montaggio Photoshop. "Sulle immagini mostrate ho francamente molti dubbi, anche perchè sono del tutto incoerenti con le cronache locali di Tripoli. D'altro canto la CNN, la BBC e Al Jazeera non sono mezzi di informazione, bensì strumenti di guerra in mano a delle lobiies", ha dichiarato Michele Altamura, fondatore della Etleboro. A suo parere, questi trucchi mediatici mettono anche in discussione la solidità della versione della NATO sull'andamento della guerra in Libia, che dopo sei mesi di bombardamenti ha solo creato un enorme deficit nelle casse degli Stati europei, senza indebolire il regime di Gheddafi, che al contrario si prepara alla grande resistenza.

Immagini di Al Jazeera confrontate con
foto della piazza di Tripoli recenti


22 agosto 2011

Desertec, gas e la guerra per le interconnessioni


Alla base della nuova crisi dei mercati e del nuovo governo economico europeo che sta prendendo forma, tra la grandeur di Parigi e l'avanzata di Berlino, non vi è altro che il fallimento dei Paesi Europei e dello stesso progetto di Bruxelles, che inevitabilmente si è abbattuto sul Nord Africa con un nuova guerra. Tripoli non è ancora caduta, ed è già iniziata la lotta per l'accaparramento dei contratti petroliferi, che deciderà chi avrà il controllo del mercato energetico dell'Europa. Tuttavia, la corsa al petrolio ha messo in penombra un altro aspetto della guerra energetica nel Mediterraneo, promossa delle lobbies della cosiddetta 'green energy'. Di fatti, il grande spettro di alternative che si stagliano dinanzi all'UE si può oggi ridurre a due colossali progetti, quello della interconnessione delle pipeline che attraversano il Corridoio del gas del Sud, e quello del Desertec, super-rete di interconnessione elettrica tra Nord Africa ed Europa Meridionale. Entrambi i progetti dovranno alimentare il fabbisogno energetico della ricca Europa Centro-Settentrionale, mentre i paesi nord-africani nonchè quelli del Medioriente e centro-asiatici saranno diretti fornitori di energia.

Desertec. Con un bilancio di 400 miliardi di euro, il Desertec è un colossale progetto volto a costruire una rete di interconnessione elettrica tra il Nord Africa e l'Europa, alimentata da fonti rinnovabili derivanti dall'installazione di centrali solari ed eoliche nel deserto del Sahara, tra cui Algeria, Marocco e Tunisia. Gran parte della energia elettrica prodotta sarà distribuita in Europa per soddisfare il grande fabbisogno energetico. Per generare tali enormi quantità di energia elettrica sono state progettate gigantesche centrali solari nonchè elettrodotti ad alta tensione che passeranno sul fondale del Mar Mediterraneo. Secondo il progetto, l'elettricità generata in Africa comincerà ad alimentare la rete europea alla fine del 2015 per coprire il 15% del fabbisogno energetico europeo nel 2050. Nelle prime fasi saranno intrapresi i progetti di interconnessione tra Spagna e Marocco, e Italia Tunisia, A promuovere il progetto è stata nel 2003 la Desertec Foundation, fondata in Germania dal Club di Roma e dal National Energy Research Center Jordan, sulla base degli studi scientifici svolti dal Centro Aerospaziale Tedesco (DLR) e dalla Trans-Mediterranean Renewable Energy Cooperation (TREC). Il 13 luglio 2009, si sono aggiunte dodici aziende provenienti da Europa e Nord Africa, con l'intento di portare avanti una iniziativa industriale, che funge essenzialmente da lobbying. Il 30 ottobre 2009, viene fondata a Monaco di Baviera la joint-venture Desertec Industrial Initiative Dii GmBH, sottoforma di società a responsabilità limitata di diritto tedesco. La Dii si identifica con un consorzio di 12 società, a cui poi si aggiungono in un secondo momento altre 6, mentre al momento vi sono circa 20 azionisti, oltre poi a 35 partner.

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Azionisti Dii GmBH Partner Consulenti specializzati
Società fondatrici

- Munich Re;
- Abengoa Solar;
- RWE;
- Deutsche Bank,
- Siemens;
- ABB;
- E. ON;
- HSH Nordbank;
- Cevital, società algerina;
- M & W Group;
- Schott Solar, azienda tedesca
specializzata nel solare;
- Flagsol in joint venture
con Ferrostaal e Solar Millennium

Successivi azionisti

- Nareva, proprietà della ONA, holding del Marocco
controllata dalla famiglia reale;
- Enel Greenpower;
- Saint Gobain;
- Red Eléctrica de España;
- Terna;
- Unicredit;
- Société tunisienne de l'Electricité et du gaz
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Partner
3M
AGC
Audi
BASF
Concentrix solar
Conergy
Deloitte
Evonik Industries
GL Garrad Hassan
HSBC
IBM
ILF
Morgan Stanely
Nur Energie
OMV
MPG
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Consulenti specializzati
Bearing Point
Bilfinger Berger
Rexroth, Bosch Group
Commerzbank
FCC Servicios Ciudadanos
First Solar
Flabeg
Fraunhofer
Italgen Italcementi
Kaefer
Lahmeyer International
Maurisolaire
Schoeller Renewables
SMA Solar Technology
Terna Energy SA
TUV SUD
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Il consorzio così conformato si presenta come una sorta di lobby, il cui obiettivo è quello di creare le condizioni per una rapida attuazione della interconnessione elettrica dei 14 Stati del Desertec, che appartengono all'Area EUMENA (Europa-Medio Oriente-Nord Africa), alimentata da fonti energetiche del solare e dell'eolico. Nelle prime fasi, l'iniziativa si è posta come mission quella di identificare le tecnologie appropriate per la produzione e trasmissione di energia, e così tutte le tecniche attualmente collaudate e nella disponibilità delle società per la conversione dell'energia solare ed eolica in elettricità, nonchè per la trasmissione a lunga distanza. Tra queste sono state già proposte la tecnologia CSP (Concentrated solar power, che utilizza specchi parabolici e una torre di accumulazione), nonchè la tecnologia fotovoltaica. Allo stesso tempo, viene promossa l'elaborazione di un programma di sviluppo tecnico ed economico, ed un quadro politico e normativo per incoraggiare gli investimenti nelle energie rinnovabili e delle reti interconnesse, nonchè l'elaborazione di progetti per la verifica della fattibilità di ciascuno. Dovrà inoltre essere sviluppato un piano di funzionamento a lungo termine fino al 2050, riportando i punti di riferimento per gli investimenti e finanziamenti.


Ruolo del Nord Africa. Il coinvolgimento dei Paesi nel Nord Africa diventa tra l'altro fondamentale, in quanto metteranno a disposizione di tale progetto il grande potenziale energetico del deserto del Sahara. La partnership con Tunisia, Algeria e Marocco è infatti strategica, come dimostrato dalla presenza della algerina Cevital (tra i fondatori di DII), e delle compagnie statali della Nareva e della Société tunisienne de l'Electricité et du gaz. Tuttavia, il governo algerino non ha aderito al progetto Desertec, non volendo trasferire all'estero le risorse energetiche statali, per cui intende sviluppare propri progetti. Tra questi ricordiamo la centrale elettrica ibrida alimentata con gas naturale e solare realizzata a Tilghemt, con una capacità totale di 150 MW, di cui 30 MW prodotti solo dal sole, da parte della New Energy Algeria (NEAL) e la società spagnola Abener con un investimento da 350 milioni di euro. Allo stesso modo la Sonelgaz

(società statale algerina per la distribuzione del gas e elettricità) prevede di produrre 365 MW di energia solare tra il 2013 e il 2020. Al contrario, il governo tunisino ha mostrato maggiore entusiasmo, identificando già diversi possibili siti per l'installazione di impianti solari.

La Tunisia ospita anche l'Università Desertec Network, istituito nel giugno 2010. Si tratta di una rete universitaria di ricerca, che riunisce i paesi di Europa, Nord Africa e Medio Oriente, per studiare le tecnologie che possono essere installate nel deserto.



Tuttavia, è il Marocco ad essere lo Stato nord-africano che porterà avanti la prima centrale solare pilota del desertec, disponendo già di un elettrodotto sottomarino che lo collega alla Spagna, oltre ad essere l'unico Paese della regione che non dispone di idrocarburi. Il governo marocchino ritiene infatti che il Desertec possa mettere finire alla dipendenza energetica del Marocco (che acquista dall'estero il 96% della sua energia), nonchè produrre sufficiente energia da esportare in Europa. E' stata così predisposta lo scorso giugno la partnership in partenariato pubblico-privato con l'agenzia marocchina per l'energia solare Masen. Il Marocco ha anche lanciato il proprio piano solare nel 2009, con l'obiettivo di produrre il 14% di energia elettrica prodotta nel paese entro il 2020 con un investimento di 9 miliardi di dollari per costruire cinque impianti solari che producono 2.000 megawatt di energia elettrica, per ottenere lo sfruttamento di più di un terzo della capacità della nazione entro il 2020. Parte di tale strategia, è il progetto di Ouarzazate (Marocco) della capacità installata di 500 MW che dovrebbe presto ottenere un prestito dalla BEI, dall'Agenzia Francese di Sviluppo (AFD), dal KfW (gruppo bancario pubblico tedesco) e dalla Banca mondiale.



Altre iniziative. Accanto al Desertec, vi sono altre reti di lobby che promuovono il concetto di interconnessione dei paesi del Mediterraneo come fonte di energia per l'Europa, nonchè come luogo di incontro tra stati consumatori (Nord Europa) e stati produttori. Tra queste citiamo:

  • ENTSO-E: European Network of Transmission System Operators for Electricity, che rappresenta la rete degli operatori europei dei sistemi di trasmissione elettrica. Essa ha sviluppato un piano di sviluppo decennale con una proposta di investimento in infrastrutture di trasmissione elettrica in 34 paesi europei ( UE e non UE), con oltre 500 progetti del valore complessivo di 23-28 miliardi di euro.
  • Friends of the Supergrid: gruppo di aziende e organizzazioni che promuove la creazione di una super-rete di trasmissione elettrica continua, in tutta l'Europa, che dovrà facilitare la produzione energia sostenibile su larga scala in aree remote. Tale iniziativa è particolarmente interessata alle infrastrutture di trasmissione di energie rinnovabili verso l'Europa del Mare del Nord.
  • Transgreen: è un consorzio di aziende che, al pari della Dii, si pone come obiettivo quello di installare una super-rete di trasmissione energetica nei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa verso l'Europa. Esso rientra nel Piano solare del Mediterraneo, la cui creazione è stata decretata dalla firma del protocollo, alla presenza dei funzionari del Governo francese, da società francesi, spagnole e tedesche: Abengoa ; AFD ; Alstom; Areva ; Atos Origin ; CDC Infrastructure; EDF ; Prysmian; Nexans ; Red Electrica de Espana; RTE; Siemens; Taqa Arabia.

Nuovi scenari. Dinanzi agli attuali sviluppi, diventa evidente che territori di transito delle nuove autostrade energetiche saranno Italia, Spagna e Balcani, che si trovano ad affrontare un periodo tra i più difficili della loro storia dopo gli anni '90, al centro del fuoco incrociato della guerra energetica del Mediterraneo, che decreterà la configurazione delle fonti e delle reti per i prossimi 20 anni. Cambia inoltre anche il concetto di sistema energetico, che passa dall'idea di un insieme di progetti a sé stanti e territorialmente limitati, a quella di struttura interconnessa ed integrata, che avrà l'energia elettrica la base fondamentale perchè può essere conservata e trasportata a basso costo. Le interconnessioni elettriche saranno le nuove pipelines per cui si combatteranno le guerre, mentre l'elettricità sarà la 'moneta unica' che sostituirà il petrol-dollaro di questa Europa integrata, non più costituita dall'UE bensì dalla cosiddetta EUMENA. Senza accorgercene, questa guerra è già scoppiata, e ha come focolai proprio il Nord Africa e i Balcani. Da non dimenticare infatti il caso del Montenegro e dell'elettrodotto della Terna Tivat-Pescara, un progetto che è stato a lungo criminalizzato nonostante fosse parte delle strategie di sviluppo energetico dell'Unione Europea, le cui regole vengono accettate da tutti gli stati membri, candidati e partner esterni.

Di fatti, l'Italia si trova oggi in una vera fase di transizione, che deciderà se in futuro sarà un'economia leader del Mediterraneo oppure una semplice piattaforma per le compagnie energetiche straniere, sempre più divisa e con un tessuto sociale ed etnico stravolto. Una fase che ricorda quella del secondo dopo-guerra, in cui ebbe in Enrico Mattei una grande guida, la cui intelligenza strategica ha garantito al Paese una rendita di benessere per il restate mezzo secolo. I suoi prossimi 50 anni saranno decisi dall'aggressività o dalla remittenza della sua politica estera, e dalle nuove alleanze che riuscirà a stringere. Gli scontri a Bruxelles sul via libera all'acquisto dei titoli obbligazionari dei Paesi dell'Europa meridionale, hanno di fatti creato uno stato di tensione e di incertezza, nonchè imposto una sorta di ricatto economico. La politica economica italiana è stata commissariata a fronte della concessione gli aiuti di UE e FMI. Per anni addormentata, l'Italia non ha saputo reagire alle conseguenze disastrose della guerra in Libia e della crisi statunitense, mentre diventano sempre più serrati gli attacchi della magistratura e della classe 'pseudo-culturale' che vuole la destituzione di Berlusconi. Con la caduta di Gheddafi ed il congelamento dei fondi libici nella finanza italiana, si è venuto a creare un vuoto che ha innescato forti pressioni per l'accaparramento delle risorse, come Generali o Unicredit. Non c'è dubbio che dopo la disfatta della Libia (con lo stralcio del patto di amicizia che avrebbe dovuto tutelare il settore finanziario ed energetico italiano), l'Italia perde terreno anche nei Balcani, grave sintomo dell'esistenza di forti pressioni che la costringono a rientrare nei propri confini.

E mentre Roma rinvia a data da destinarsi del vertice intergovernativo italo-serbo, la Germania gioca d'anticipo e programma ad agosto un tour in tutti i Paesi dei Balcani, ripartendo le tappe tra i Ministri della Cooperazione Dirk Niebel e degli Esteri Westerwelle, che hanno anticipato la venuta della Merkel attesa in Croazia, Serbia e Slovenia. Non vi è alcun dubbio che il cancelliere tedesco giunge a Belgrado forse nel momento più importante e più difficile per il Paese negli ultimi anni, dato il fatto che la nuova crisi nel Nord minaccia la Serbia nelle fasi di inizio dei negoziati con l'UE. D'altro canto, dietro il 'nyet' della Bundesbank verso la BCE di acquistare titoli italiani e spagnoli, privilegiando quelli di Irlanda e Portogallo, si nasconde l'ormai evidente obiettivo della Germania di prendere il controllo del sistema monetario europeo, e non solo. Un eventuale ruolo della Germania nella costellazione geopolitica delle pipelines, avrebbe un impatto anche sullo scenario che si staglia dinanzi all'Europea. Berlino Germania guarda alla sua ripresa economica, nonchè al dominio della eurozona, attraverso una strategia energetica di lungo periodo, che gli garantirà stabilità per almeno i prossimi trent'anni. Dopo aver abbandonato l'energia nucleare, e aver sacrificato con logica freddezza un intero tessuto industriale basato sull'atomica, investe nel gas e nelle energie rinnovabili. L'E.ON annuncia difatti una ristrutturazione interna con il taglio di oltre 11.000 licenziamenti, per destinare tale risparmio di risorse per la costruzione dell'infrastruttura energetica gassifera ed elettrica.




20 luglio 2011

Un potere economico che cade


Roma - L'inchiesta sul caso del San Raffaele e del suo coinvolgimento in circoli finanziari oscuri condotto circa 3 anni fa dalla Etleboro ONG, scoppia su Il Sole 24 Ore. Con l'articolo Fondi dubbi da Vaduz a Cracovia , il quotidiano porta così a conoscenza del grande pubblico i labirinti di un potere economico che sta cadendo, citando quei documenti che dimostrano inequivocabilmente come l'istituzione del San Raffaele ha costruito il suo impero finanziario, poi rovinosamente sfociato in un debito di 1 miliardo di euro. "Faccendieri, avvocati d'affari, personaggi d'ogni risma entrano in scena nei primi anni Duemila nel progetto dell'ospedale di Cracovia che don Luigi Verzè si è impegnato a realizzare con un accordo tra il ministero del Tesoro polacco e l'Associazione internazionale per la solidarietà tra i popoli, l'Aispo", scrive il Sole 24 ore, ricostruendo quel filo conduttore che univa Milano a Cracovia, e che si conduce inevitabilmente all'arcivescovo Karol Wojtyla. "Ad accendere per primo i riflettori sui finanziamenti per Cracovia è il sito web Etleboro, un'organizzazione non governativa gestita da Michele Altamura (giornalista esperto di Balcani), il quale denuncia il coinvolgimento del San Raffaele nella ricerca di fondi di origine incerta con la copertura di scatole vuote domiciliate in Svizzera e in centri offshore come le Isole Vergini Britanniche e l'isola-Stato di Niue, nel Pacifico. Etleboro scrive di «personaggi coinvolti in affari di riciclaggio di denaro e di truffe finanziarie» che sarebbero stati utilizzati dalla Aispo e dalla Joseph Foundation di Vaduz (in Lichtenstein), anch'essa presieduta da don Verzè, per reperire soldi da destinare al futuro ospedale di Cracovia".

I documenti in questioni evidenziano anche i nomi di mediatori collegati all'ex presidente del Montenegro Milo Djukanovic, ma anche di investitori sauditi, così come di società fiduciarie della Svizzera. Una complessa struttura finanziaria era stata costruita per veicolare così verso il San Raffaele fondi come un pozzo senza fondo. Ci sono voluti tre anni perchè quanto detto dalla Etleboro venisse capito, e forse se il nostro invito rivolto agli inquirenti fosse stato ascoltato le cose sarebbero andate diversamente. La Etleboro venne così definita complottista, non avendo infatti la forza di poter andare fino in fondo alla faccenda e spiegare tutta la verità, perchè poteva uscirne schiacciata. I fatti ci hanno dato ragione ed ora restiamo così a guardare con un sistema economico, fondato sulle speculazioni e sul debito, cade trascinando con sé banche e faccendieri, ma anche politici e funzionari, che si sono illusi di poter mercificare lo Stato.

18 luglio 2011

Il Vijesti indaga sul Caso Mattei?


Roma - Dopo anni di silenzio, sembra che il quotidiano di Podgorica Vijesti stia conducendo oggi un'inchiesta sul Caso Mattei, per portare alla luce la complessa storia delle connessioni finanziarie tra Montenegro e Svizzera. Una storia che tuttavia era già nota ai media di Belgrado (si veda Glas javnosti - 15 ottobre 1999 ), che denunciavano l'esistenza di una Sentenza della Corte d'appello del Canton Zurigo, alla fine di aprile di quest'anno, che condannava la Podgoricka Banka a pagare 10 milioni di dollari ad un broker che ha fornito al Governo del Montenegro collaterali del valore di un miliardo di dollari. Nasce così nel 1999 il 'Caso XY' per identificare una controversa indagine dai tanti elementi oscuri, tra cui il fatto che il Montenegro riceveva un rilevante finanziamento nonostante la Jugoslavia fosse sottoposta ad embargo finanziario. Nel 2007 il caso viene ripreso dalla Etleboro che pubblica tutti i documenti connessi a quello che diventerà 'Caso Mattei'.

Con un ampio dossier, vengono descritte le operazioni commerciali e finanziarie effettuate negli anni 1996/97 e cioè in piene sanzioni finanziarie per la Federazione della Jugoslavia, nonchè la sentenza del Tribunale Civile di Zurigo, che conferma l'esistenza di un credito in capo ad Oriano Mattei, che dovrà essere versato dalla Podgoricka Banka. Esistono inoltre tre garanzie governative, firmate dall'allora Ministro degli Esteri montenegrino, per il compenso del broker che ha seguito la transazione. Gli stessi documenti furono portati all'attenzione dei media montenegrini, come il DAN e il Monitor, che hanno pubblicato un loro reportage, al contrario del Vijesti che non ha mai risposto. La stessa documentazione venne inviata al deputato PZP Nebojsa Medojevicche, dopo vari tentativi andati a vuoto - pare che non avesse ricevtuo l'e-mail o abbia avuto 'problemi tecnici' con la posta elettronica - non ha preso in seria considerazione la grande importanza di questo caso. Nella nostra indagine abbiamo contattato anche la OLAF, la quale anch'essa non ha risposto.



Da quel momento, è stato un susseguirsi di richieste di informazioni e di contatti da parte di fantomatici giornalisti e strani personaggi, che però si sono rivelati tentativi inconcludenti. Sono state assoldate anche associazioni e organizzazioni, come la Rete per l'affermazione delle ONG (MANS), che ha sferrato un'agguerrita campagna di lotta contro la corruzione, sviando l'attenzione sulle connessioni affaristiche tra Montenegro e Italia, forse per evitare di descrivere quelle tra Podgorica e Washington. Così, sino ad oggi, il Caso Mattei è stato volutamente ignorato, forse perchè non utile alle logiche di propaganda e alle campagne mediatiche studiate a tavolino dai media e dalle forze di opposizione del Montenegro. Ci chiediamo quindi cosa sia cambiato, e per quale motivo si vuole oggi rilanciare un caso che fino a poco tempo fa veniva quasi considerato inesistente. Eppure la sentenza di Zurigo è reale, come reale è stato il pagamento di un acconto dei famosi 10 milioni di dollari stabiliti dalla Corte. La macchina mediatica, che è stata fermata dopo le prime pubblicazioni, oggi è stata riattivata per sfruttare questo caso a proprio vantaggio e colpire determinati personaggi come capri espiatori. Non caso, dopo il fallimento della campagna di attacchi e denigrazioni nei confronti degli investimenti energetici italiani in Montenegro, il Vijesti si sta spingendo sul Caso Mattei, nonostante fosse da tempo in possesso del materiale. I timori sulla sua strumentalizzazione sono più che motivati, nutrendo così il lecito dubbio che i giornalisti montenegrini siano davvero interessati alla verità. Questo dovrebbe anche far riflettere sul perchè si ribatte continuamente sulla libertà dei media e della stampa in Montenegro, nonostante sia davvero ampia, se non fuori controllo.

13 luglio 2011

Evitato incidente diplomatico Tirana-Bucarest grazie ad un hacker serbo


Roma - Il rocambolesco episodio della notizia falsa sui presunti insulti del Presidente romeno Traian Basescu rivolti al popolo albanese ha assunto toni esasperati con tratti davvero surreali. L'operazione di disinformazione da parte di un anonimo personaggio e sedicente giornalista sembra sia riuscita grazie all'ingenuità dei media albanesi e kosovari, e all'impreparazione di un portale italiano, che ha fatto passare una notizia senza verificare la fonte che, a nostro parere, è senz'altro uno pseudonimo di un giornalista inesistente, ricercato tra l'altro dalle televisioni della Romania. Tutto ciò che è stato detto successivamente, ossia che la notizia sarebbe stata 'infiltrata' da un hacker serbo, è ancora più assurdo rispetto alla stessa notizia. Infatti per nascondere il madornale errore, si è preferito riversare la colpa sul solito 'hacker serbo' che ha sferrato un attacco spinto da 'pulsioni nazionalistiche'. Eppure, interrogato dall'Osservato Italiano sulla fonte della notizia, il media italiano “julienews.it” ha detto che avrebbe contattato il giornalista per verificare le notizia, confermando di essere a conoscenza dell'articolo pubblicato, del nome dell'autore e delle modalità di pubblicazione. Lasciando nel silenzio la nostra richiesta, il media italiano ha preferito cancellare la notizia, che è rimasta però nel cached del motore di ricerca. Dunque dubitiamo seriamente della bufala detta per nascondere il proprio errore, anche perchè è comprensibile l'attacco, ma che siano riusciti a capire anche l'etnia è ancora più fantascientifico.


La parte più surreale di tutta questa storia, è che la notizia è giunta non solo al Premier Hashim Thaci, ma anche alla diplomazia albanese che ha convocato l'ambasciatore romeno a Tirana per fornire chiarimenti, per poi costringere lo stesso Ministero degli Esteri romeno a smentire pubblicamente la veridicità della notizia che era senza dubbio falsa. L'incidente diplomatico era quasi inevitabile, e per fortuna è sbucato un hacker serbo a salvare la pelle allo stormo di 'giornalisti già in vacanza'. La vera storia raccontata dall'Osservatorio Italiano è stata volutamente ignorata, nonostante sia stata la chiave per risolvere il giallo prima ancora che scoppiasse un 'caso diplomatico'. La reazione è stata infatti istantanea e coordinata tra Roma e Bucarest, per fermare una notizia che avrebbe dovuto far accendere una polemica sterile e senza senso. Questi 'volani di sterco' sono episodi inevitabili per chi non ha referente sul territorio e pubblica notizie di Agenzia con un mero "copia e incolla". Gli stessi 'professionisti dell'informazione' poi pretendono di fare i monitor delle nostre imprese all'estero e delle istituzioni italiane. E' evidente che siamo "in ottime mani" e che i soldi pubblici vengono sempre ben spesi, grazie all'intervento della Confindustria, delle ONG, della Cooperazione Italiana, e quant'altro.


12 luglio 2011

Basescu e il Kosovo: disinformazione e mitomani

Roma - Da un portale italiano rimbalza sui media albanofoni la notizia di chiara disinformazione relativa ad una dichiarazione del Presidente Traian Basescu che va a commentare il rifiuto al riconoscimento del Kosovo. L'articolo in questione riporta un intervento di Basescu che fa riferimento agli albanesi del Kosovo, senza però fornire dati che vanno a contestualizzare quelle parole, che tra l'altro non hanno alcun riscontro nei media romeni o nelle fonti ufficiali di Bucarest. La notizia, che va quindi a screditare ed inquinare l'atteggiamento ufficiale della Romania nei confronti del riconoscimento del Kosovo, deve considerarsi falsa, oltre ad essere diffamante e pericolosa, Il testo reca la firma di un redattore che si presenta come "Costel Antonescu, giornalista di Realitatea Tv o di Telenews", che già lo scorso anno fece pubblicare su quotidiani, portali e blog di orientamento politico di destra un articolo dal titolo "I Rom non sono romeni".

Il portale romeno Telenews, contattato dall'Osservatorio Italiano, smentisce ogni collegamento con Costel Antonescu, mettendo persino in serio dubbio la sua professionalità, minacciando di querelarlo per aver utilizzato abusivamente il nome del loro media. Dai pochi dati disponibili, si viene a sapere che si tratta di un blogger di nazionalità romena che vive a Bologna. Quindi, le scarse informazioni sull'identità e sulla carriera di tale sedicente giornalista, fanno sorgere molti dubbi sul suo accreditamento presso i media, restando così un blogger che crea disinformazione e tenta di infiltrare quotidiani e tv con scoop falsi, ma credibili al punto da attirare l'attenzione dei malcapitati. Un caso questo molto simile al mitomane Pietro Zannoni, responsabile della pubblicazione sui grandi media italiani della notizia sulla morte di Rugova o l'arresto di Mladic e Karadzic. Tecniche queste che i russi definivano "dezinformacija", che mettono così alla prova la rete di interconnessione dei media e i tempi di risonanza di una notizia.

05 luglio 2011

I processi a L'Aja: una fabbrica di kamikaze


L'Aja - Mostrato come un trofeo e deriso con disprezzo dai media internazionali. Così si chiude lo spettacolo della seconda udienza del processo dinanzi al Tribunale dell'Aja contro l'ex Generale Ratko Mladic, espulso dall'Aula con superbia e indifferenza, senza notare di avere dinanzi a sé un uomo malato, che non è in grado di difendersi o di affrontare in maniera lucida le discussioni. Che democrazia è quella che permette dall'umiliazione di un uomo anziano e malato, non più in possesso delle proprie facoltà mentali, lasciando che i media infieriscano in maniera brutale. "Lo show di Mladic in aula" scrive Repubblica, "Mladic: disturba e si rifiuta di rispondere" titola l'Agenzia ASCA, "Mladic sprezzante a Corte Aja" afferma Libero-News: mettono così Mladic sulla forca, dimenticando però affiancare al banco degli imputati quel esercito ONU che ha occultato la verità sullo scontro di Srebrenica. Trasmettendo in tutto il mondo una simile farsa non si vuole altro che dimostrare che i milioni di dollari stanziati per le ricerche e i processi di crimini di guerra hanno infine portato alla 'giustizia'. Ci chiediamo allora perchè il processo agli imputati dell'11 Settembre non è stato mondato lo stesso spettacolo mediatico internazionale, come se fosse stato secretato. La giustizia nei Balcani e la condanna della Serbia non ha forse lo stesso valore del 'trionfo' della lotta al terrorismo?

E' questo il clima della disinformazione, che fa da anti-camera alle strategie di destabilizzazione, innescatesi con il fallimento delle campagne mediatiche di diffamazione e criminalizzazione. I popoli dei Balcani sono stanchi delle petizioni e delle ONG che 'lottano per crimini di guerra', non credono più alle storie delle madri di Srebrenica, non credono più a personaggi come Natasha Kandic, né nella giustizia dell'Aja, dinanzi alla quale solo i Governi si piegano perchè tengono di più all'integrazione e allo sviluppo, piuttosto che all'orgoglio nazionalista. Scatta tuttavia una nuova fase, quella in cui l'umiliazione di un ideale e l'offesa del sacrificio di vite umane può diventare una "fabbrica di kamilaze". Viviamo in tempi in cui ogni manifestazione diviene occasione per scatenare una guerriglia urbana, all'interno delle quali si infiltrano mercenari che non hanno nulla a che fare con i movimenti 'no-global'. La guerra occidentale è quella delle periferie, delle banlieuex, dei presidi. Al contrario quella balcanica si annida e verrà scatenata quando il fallimento della comunità internazionale diventerà evidente.

01 luglio 2011

Fallisce Rekom: la cacciata di Natasa Kandic


Banja Luka - Natasa Kandic, storica protagonista delle campagne mediatiche occidentali nei Balcani per i crimini di guerra, lascia la Rekom dopo forti critiche e dure accuse. Il fallimento della raccolta delle firme o la malversazione dei fondi stanziati non sono l'unica causa ad aver dettato il licenziamento della 'madre di tutte e madri' della disinformazione nei Balcani. La pubblicazione degli articoli da parte dell'Osservatorio Italiano si sono rivelati delle granate, in quanto hanno innescato tra i media locali dei Balcani un'ondata di contro-informazione e di attacchi contro la Rekom, all'interno di forum, socialnetwork e dibattiti, per poi espandersi a macchia d'olio con il boicottaggio e lo smantellamento dei chioschi nelle strade. Il grande conflitto di interesse della Rekom e la malafede di questo esercito di 'fondamentalisti democratici', strafinanziati da Soros, è divenuto sempre più evidente ed inaccettabile. E' evidente quindi che il messaggio trapelato tra i media è giunto ai vertici, che si sono così visti costretti a chiudere la questione prima di una emorragia che potrebbe colpire anche le altre iniziative intraprese dallo stesso gruppo di potere. Rekom infatti è solo la punta di una piramide di disinformazione dilagante, che attraverso una fitta rete di ONG e Associazioni si aggancia ad ogni questione e polemica, da sfruttare a proprio vantaggio per attaccare progetti energetici e concessioni a 'società estranee'.

Per quanto riguarda la Kandic, c'è ben poco da dire. Per anni è stata citata dai media internazionali come portavoce della lotta ai crimini di guerra commessi dai serbi, finanziando il suo Centro dei Diritti Umani a Belgrado, ben consapevoli che era un "utile idiota" da usare al momento opportuno. Veniva dipinta dai media amici come una 'eroina europea' solo perchè dava loro qualche spicciolo o qualche gita per partecipare al Gay Pride, visto che qualche Direttore è molto sensibile a queste tematiche, come 'test di democrazia dei Paesi' che vogliono l'integrazione. Dopo il lancio dell'iniziativa volta a creare una commissione regionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia, quale miglior portavoce poteva essere scelto se non la Kandic, sempre avida di denaro e 'affamata di democrazia diretta'. Qualcosa però non ha funzionato stavolta, visto che la maggior parte delle firme sono state raccolte in Serbia, in Montenegro e nella Srpska, insomma tra il popolo serbo e non quello bosniaco o kosovaro. Al momento di mettere le firme, chi ha fatto secondo loro il genocidio voleva un processo dei crimini, e invece chi dice di averlo subito, non è andato a firmare. A questo punto, chi finanziava tutta la baracca evidentemente avrà capito che con le chiacchiere non avrebbero ottenuto molto, anche perchè per anni hanno orchestrato una campagna diffamatoria nei confronti dei serbi. Alla fine la Kandic ha perso 'per un pelo' la sua opportunità di rilanciarsi, come la sua esimia collega Carla del Ponte, rinnegata persino dalla Svizzera e dal Canton Ticino. Questo serva però da monito alle ONG italiane, che pensano di poter restare sul carro dei vincitori per sempre, parlando semplicemente di crimini di guerra, di 'democrazia' e integrazione. Bisogna stare molto attenti a mettersi in certi giochi, i tempi sono cambiati e sono rapidissimi. Non siamo degli sprovveduti come credete, il vostro tempo è finito e con i conti alla mano siamo pronti a smantellare l'ennesimo progetto di speculazioni. I soldi sono tutti uguali, dipende da chi li prende e come li prende