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30 marzo 2009

Nuovo Alto Rappresentante OHR, nuovi dilemmi europei


La crisi economica ha fatto cambiare i toni ai burocrati europei, dopo che solo due mesi fa si diceva che non vi era più posto per nuovi Stati all'interno dell'UE. Tuttavia, le esperienze dei Paesi come Bulgaria o Romania, e della stessa Repubblica Ceca, mettono un dubbio che qualcosa cambierà nella politica e sopratutto nell'economia di questi Paesi già sofferenti. La disoccupazione presente in Europa non darà certo spazio per altri operai che arriveranno dai Balcani, e sicuramente non saranno neanche ben accetti se offrono manodopera specializzata ad un prezzo più basso.

In occasione del vertice dei Ministri degli Esteri dell'Unione Europea a Hluboka, nella Repubblica Ceca, si sono alternate le dichiarazioni degli Alti Rappresentanti dell'Unione Europea, come Javier Solana e Olli Rehn, proprio sull'integrazione europea dei Balcani Occidentali. Tutti i partecipanti hanno convenuto sul fatto che la crisi economica richiede una stretta collaborazione tra i Paesi balcanici e l'Unione Europea. La crisi economica ha fatto cambiare i toni ai burocrati europei, dopo che solo due mesi fa si diceva che non vi era più posto per nuovi Stati all'interno dell'UE; tuttavia i politici dei Balcani, ossia i Paesi che dovrebbero divenire a momenti nuovi candidati, sono stati fortemente criticati come incapaci a portare avanti i loro popoli.
Com'è possibile ora che le pietre miliari dell'Europa stanno cambiando la loro vocazione?E' evidente che la crisi sta bussando alla loro porta, mentre le proteste che ricordano gli scenari che hanno anticipato la guerra della ex Jugoslavia, stanno invadendo tutto i Paesi Europei. Londra, Roma, Parigi si risvegliano e si ribellano contra la politica dell'UE e degli Stati Uniti, perché ha portato solo povertà, disoccupazione e crisi bancaria (ovviamente quella artificiale). Com'è possibile che qualcuno ora potrà credere che il Nuovo Alto rappresentante sia una persona determinante per la svolta della crisi balcanica, che è molto più profonda di quella che nasce all'interno dell'UE?

L'ex alto rappresentante Miroslav Lajcak, alla fine della sua permanenza bosniaca, ha confermato che “si è stancato della Bosnia”, ma che comunque va via “come amico”. Amici o nemici, tutti gli Alti Rappresentanti che si sono alternati in Bosnia hanno tentato di mettere le cose a posto usando la forza o mediante il dialogo, con toni arroganti o diplomatici, per dare ai politici locali un motivo chiaro della loro presenza. Il dilemma se il nuovo Alto Rappresentante dell'OHR Valentin Incko sarà l'ultimo oppure no, e se questa figura ancora serva, avrà presto una risposta definitivamente. Gli stessi politici locali hanno ridotto i toni dopo aver gridato per anni a favore della chiusura dell'OHR. Il membro serbo della Presidenza della B-H Nebojsa Radmanovic ha dichiarato che preferirebbe che Valentin Incko rimanga solo un paio di mesi come Alto Rappresentante della Comunità Internazionale, e che diventi in futuro un rappresentante speciale dell'UE per avvicinare la Bosnia agli standard europei. Sottolinea come tutti i politici nella RS ritengano che la permanenza dell'OHR in Bosnia doveva già terminare da tempo, mentre i politici locali sono pronti ad assumere i loro doveri, mentre l'altra parte dello Stato, la Federazione della BiH, desidera che l'Alto Rappresentante rimanga ancora. Vedendo come sono pronti a gestire i problemi della singola entità, i politici locali dimostrano ogni giorno di essere in difficoltà, innescando una crisi politica così critica che loro stessi non capiscono come possono risolverla da soli. “Purtroppo a certi politici ancora piace la presenza degli stranieri, essendo consapevoli di non essere capaci a portare le cose avanti”, ha dichiarato Radmanovic.

Dalle critiche ai complimenti è passato anche lo stesso Javier Solana, Alto Rappresentante dell'UE per la politica estera e la sicurezza, affermando che i politici della Bosnia Erzegovina sono in grado di prendere le proprie responsabilità nell'interesse dell' avanzamento del Paese e nel rispetto dell'Atto di Dayton. "Nella fase in cui si trova la Bosnia, credo che i Governi sono capaci di prendersi le proprie responsabilità e rispettare l'Atto di Dayton che porterà avanti il paese sulla sua strada europea - afferma Solana, continuando - i leader della BiH sono stati quelli che hanno deciso di cambiare le leggi della polizia, il sistema fiscale, ma anche riformare il settore della difesa", spiega parlando di quelle decisioni come scelte difficili, senza però dire che sono state fatte sotto forti pressioni, con le dimissioni dei politici che si sono opposti alle riforme. Gli stessi funzionari ed esponenti di partito che sono stati allontanati dall'OHR ancora stanno aspettando di essere riabilitati e pagati per i danni ricevuti dall'esercito dei cosiddetti "poteri di Bonn", che hanno dato diritto all'Alto Rappresentante di imporre il loro volere su persone elette dal popolo. Forse dovrebbero tenere a mente in che modo si facevano le riforme.

Ma comunque tutto questo appartiene al passato, perché già cambiano i toni da un giorno all'altro, e non sembrerà certo strano se un domani sentissimo che "i Paesi balcanici sono quelli più democratici al mondo". La democrazia si deve rispettare, ed è per questo che - secondo loro - ancora chiedono il rispetto dei cinque punti che possono portare la BIH sulla sua strada europea. “La transizione dall'Ufficio dell'OHR , in ufficio EUSR avverrà quando si rispettano i cinque punti richiesti dal Consiglio per l'implementazione della pace . Spero che questo accada ben presto. Accettare gli emendamenti dello status del Distretto di Brcko è stato il grande passo. Ora i politici devono risolvere la questione degli immobili dello Stato”, ha concluso Javier Solana. Da quello che si è detto Hluboka, la strada europea per i paesi balcanici - come affermava solo una settimana fa Angela Merkel - non è chiusa. “I Balcani sono parte dell'Europa e proprio per questo devono essere parte dell'UE” , ha dichiarato il presidente del Consiglio dei Ministri degli Esteri europeo, il diplomatico Ceco, Karel Schwarzenberg. Tuttavia, le esperienze dei Paesi come Bulgaria o Romania, e della stessa Repubblica Ceca, mettono un dubbio che qualcosa cambierà nella politica e sopratutto nell'economia di questi Paesi già sofferenti. La disoccupazione presente in Europa non darà certo spazio per altri operai che arriveranno dai Balcani, e sicuramente non saranno neanche ben accetti se offrono manodopera specializzata ad un prezzo più basso.

Esaminando ciò che è stato detto negli ultimi giorni dai vari politici europei e dagli stessi politici dei Balcani, quello più chiaro sembra sia stato il capo della diplomazia finlandese, Alexander Stubb : "La crisi è uno dei motivi per cui dobbiamo accelerare il processo di ampliamento dell'UE e e non fermarlo". Il caso dell'Irlanda, dove non è stato ratificato l'Accordo di Lisbona e il popolo ha rifiutato con un referendum la possibilità di ampliare l'UE, fa pensare che sia molto difficile che l'ampliamento e lo stesso Trattato costitutivo venga accettato anche dagli altri Paesi. In quel caso, significa che la porta dell'UE sarà davvero chiusa. “Siamo scettici nei confronti della ratifica dell'Accordo di Lisbona e siamo pronti anche ad uno scenario nero, il che significa continuare con l'accordo di Nizza. Questo significherebbe solo un posto nell'UE, e quindi nol lo sappiamo ancora bene. L'Accordo esistente non prevede nessun allargamento dell'UE. D' altra parte, parliamoci chiaro, è logico che dobbiamo mantenere la parola e non chiudere la prospettiva europea per nuovi membri come la Serbia, perché questo potrebbe essere controproducente per tutta la regione. Nessuno ha mai detto che l'allargamento darà solo un posto alla Croazia”, afferma il diplomatico europeo alla riunione di Hluboka. Queste parole sono molto gravi per essere pronunciate all'interno della stessa Europa, proprio quella che dovrebbe essere un esempio di comunità, democrazia e diplomazia, tutto ciò che nei Paesi balcanici - a parere di molti eurocrati - non si può avere. Forse per questo il dirigente dell'orchestra europea ha suggerito ai musicisti di cambiare il tono . Dalla "C" dura si è passata alla "D" dolce, perchè le forze per risolvere i problemi che altri hanno provocato non ci sono più.

26 marzo 2009

Crolla il Governo ceco: sempre meno ostacoli all'accordo USA-Mosca


Il primo ministro ceco Mirek Topolanek, e attuale Presidente dell'Unione europea, rassegnerà oggi le sue dimissioni, dopo che il Parlamento ceco ha approvato la mozione di sfiducia presentate dalle forze di opposizione. Così anche la Repubblica Ceca, come la Polonia, è una "vittima" indiretta dell'apertura di un dialogo basato su diverse premesse, tra Barack Obama e Dmitri Medvedev, i quali hanno così deciso di escludere banali intermediari e affrontare personalmente i negoziati.

Il primo ministro ceco Mirek Topolanek, e attuale Presidente dell'Unione europea, rassegnerà oggi le sue dimissioni dopo la riunione del Consiglio dei Ministri e si recherà al Castello di Praga per presentare la sua lettera di dimissioni al presidente Vaclav Klaus, come annunciato dal suo portavoce Jana Bartosova. Martedì, il Parlamento ceco ha approvato la mozione di sfiducia presentate dalle forze di opposizione, nei confronti del governo Topolanek, accusato di essere passivo dinanzi alla crisi economica mondiale. La crisi annunciata del Governo della Repubblica Ceca, in piena reggenza della Presidenza europea, potrebbe rivelarsi un duro colpo per la stabilità interna dell'Unione Europea, che si è notevolmente divisa intorno a questioni di rilevanza internazionale, come la costruzione dello scudo missilistico nell'Europa Centrale, la gestione delle fonti di energia e la politica da adottare nei confronti di Washington. Certo è che l'accordo che potrebbe unire la Russia e gli Stati Uniti ha provocato un diffuso disorientamento, ma ha reso sempre più evidente le scelte fatte dai singoli Governi europei, e la linea politica adottata.

Anche la Repubblica Ceca, come la Polonia, è una "vittima" indiretta dell'apertura di un dialogo, basato su diverse premesse, tra Barack Obama e Dmitri Medvedev, i quali hanno così deciso di escludere banali intermediari e affrontare personalmente i negoziati. La Russia è pronta ad ampliare la cooperazione con gli Stati Uniti e l'Europa, al fine di creare un'architettura di sicurezza comune e di difesa, ha affermato lo scorso venerdì il Vice Ministro degli esteri russo Sergei Riabkov. "Questa iniziativa prevede uno studio congiunto di fonti alternative di risposta a questa minaccia, mediante l'applicazione di misure politiche e diplomatiche. In mancanza di comprensione della sua efficacia delle misure, siamo pronti a partecipare ad un progetto di sviluppo in collaborazione con gli Stati Uniti e con i partner europei , la creazione di un'architettura difesa ", ha detto il diplomatico russo in una conferenza stampa a Mosca. In questo senso, all'indomani dell'incontro dei due Presidenti a margine del vertice G20 a Londra, è stato creato un gruppo di lavoro sulle relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia, guidata da "esperti" molto noti nel mondo diplomatico, come l'ex Segretario di Stato USA Henry Kissinger e l'ex primo ministro russo Yevgeny Primakov; gruppo che dovrà preparare il faccia-a-faccia sulla gestioni delle importanti questioni che riguardano la scena internazionale, come la proliferazione delle armi e la pianificazione della strategia di difesa globale.

Proprio sulla realizzazione di questa struttura di sicurezza e di prevenzione contro nemici esterni, vacilla e poi crolla il Governo ceco, che, oltre ad aver criticato il piano anti-crisi degli Stati Uniti e la sua reale efficacia per fermare la recessione globale, decide di ritirare dalla camera dei deputati del Parlamento, l'accordo che aveva precedentemente presentato per la realizzazione sul territorio nazionale, di una stazione radar di difesa missilistica degli Stati Uniti. Un cambiamento di rotta che va senz'altro attribuito alla politica della nuova amministrazione americana con riferimento allo scudo di difesa missilistica in Europa orientale. Eppure, solo pochi mesi fa, dinanzi alle proteste dei cechi contro la ratifica dell'accordo con gli americani, furono le sole forze dell'opposizione a formare all'interno della Camera bassa del parlamento una coalizione per rinviare la chiusura dell'accordo. La crisi economica e la perdita del sostegno degli alleati americani, hanno indebolito troppo Praga, la quale si vede costretta a piegarsi ai nuovi accordi e i nuovi protocolli che fanno parte della politica dell'Europa e non riconoscono le vecchie alleanze.

Da questo punto di vista, la crisi della Repubblica Ceca era del tutto prevedibile, in considerazione di quanto è accaduto a Varsavia, che ha percepito subito il duro contraccolpo del fallimento dell'investimento americano, che si è tradotto anche in perdita di attrattività per i grandi capitali speculativi. Se il crollo del Governo ceco viene accolto con una relativa calma in seno all'Unione Europea, dalla parte dei russi sembra essere un evento risolutivo, in quanto sferza un "colpo mortale" ai progetti per implementare gli elementi del sistema di difesa missilistica degli Stati Uniti. "Ora la possibilità di formare un nuovo governo ceco costituito da forze tradizionalmente più disposte alla Russia, sono più vicine", afferma il rappresentante permanente russo presso la NATO Dmitri Rogosin. Mosca può non solo approfittare della debolezza dell'esecutivo guadagnando la fiducia dei cechi, ma anche della stessa Unione Europea, facendo crollare gli ultimi fronti di resistenza. Una variabile che ha un impatto non trascurabile anche sulla destinazione degli investimenti e dei fondi della Comunità, tra vari progetti e partnership che decideranno sempre più, in futuro, gli equilibri politici tra Russia e Unione Europea.

Così, dopo l'accantonamento del gasdotto Nabucco come progetto prioritario per l'UE, si giunge, lo scorso 23 marzo, alla firma con l'Ucraina di una dichiarazione congiunta per migliorare il sistema per il trasporto di gas (STG). Secondo gli esperi, in uno scenario di forte crisi, i funzionari UE hanno scelto la soluzione più pragmatica e conveniente nel breve periodo, scegliendo Ucraina e Russia come partner per il trasporto del gas, e valutando inutili e dispendiosi ogni altro progetto volto ad aggirare, e forse non ad evitare, il monopolio del gas russo. Tra l'altro, l'attuale possibilità di trasporto del gas naturale del sistema Ucraina sono stimate tra i 120 ei 140 miliardi di m3 all'anno, tale che Kiev è arrivata a chiedere un finanziamento agli investitori europei di 5,5 miliardi di euro. Bruxelles è pronta a investire nell' ucraina STG, vecchio ormai di 40 anni, 2,5 miliardi di euro in 7 anni, fino al 2015, somma necessario a mantenere la capacità del sistema a loro livello attuale (pari a 60 miliardi di m3). Secondo gli accordi, l'Ucraina si è impegnata, da parte sua, a garantire un sistema trasparente del mercato del gas e che gli operatori del transito del gas russo verso l'Europa possano agire su basi commerciali.

Ad ogni modo, bisogna ben intendere il ruolo che avrà la Russia in questo accordo, in quanto, se da una parte può rassicurarsi di aver eliminato un progetto rivale, dall'altra potrebbe insospettirsi per queste strette cooperazioni con l'Ucraina. D'altro canto, l'investimento che farebbe l'UE è di breve periodo e non dà alcuna sicurezza negli approvvigionamenti, ma consente a Mosca di recuperare del tempo e rendere i suoi gasdotti pienamente funzionali. Vladimir Putin ha subito fatto notare che nessuno ha chiesto il parere della Russia su questo punto, ma non si sbilancia troppo, in quanto i fondi promessi da Bruxelles per modernizzare il sistema di transito ucraino, non farebbero altro che riconfermare l'utilizzo del gas russo per il mercato europeo. Non vi sono dubbi, comunque, che la crisi economica ed energetica ha stravolto letteralmente le vecchie divisioni, e ora si è disposti ad accettare compromessi, accordi assurdi di cooperazione, persino il crollo di un Governo di un Paese "non accondiscendente" pur convenire con le condizioni dei nuovi accordi. La Russia aveva chiesto all'America l'eliminazione dello scudo missilistico dall'Europa Orientale, e ha ottenuto questo ed altro ancora, come la possibilità di rimodellare anche gli stessi Governi di questi Stati cuscinetto. Inoltre Mosca aveva suggerito ai Paesi europei che non conveniva bypassare il gas russo, e pian piano lo ha ottenuto, raggiungendo persino la riconferma di fornitore energetico ufficiale. Il raggiungimento dell'accordo storico tra USA e Russia, passa dunque per tappe progressive, e fa di questi ostacoli intermedi solo dei fusibili.

25 marzo 2009

La balcanopoli


In una regione in cui esistono diverse verità di un unico fatto, e nessuna di esse può essere considerata attendibile a tutti gli effetti, si è consolidato un forte monopolio mediatico da parte dei media americani ed inglesi. In questo contesto, Rinascita Balcanica come progetto di tela di contatti ed interconnessione con operatori dei Balcani, è riuscita a creare uno dei primi esempi di giornale telematico in lingua italiana.

Un media che fa discutere, che non ha veli e che è indipendente, nei Balcani, non poteva essere mai creato. Il settore mediatico balcanico è quasi del tutto monopolizzato da grandi agenzie e media americani, seguite da quelle inglesi, mentre marginale è la presenza di quelli europei, salvo qualche straordinaria eccezione costituita da tedeschi e francesi, e poi russi. In ogni caso, si tratta di grandi società, leader a livello internazionale, ai quali è possibile ricondurre la cronaca scritta e commentata di questi ultimi venti anni di agitazione nella regione. Com'è stato possibile rilevare dagli stessi organi istituzionali, la presenza italiana ha avuto un grande slancio soprattutto nel periodo della guerra, divenendo campo di esperienza e di carriera giornalistica per molti reporter che sono riusciti ad emergere a livello individuale, lasciando dietro di sé un deserto e una struttura quasi inesistente, e comunque non competitiva rispetto ai diretti rivali americani. In quegli anni di caos, l'Italia è riuscita a perdere pian piano i contatti con il mondo mediatico dei Balcani, lasciando in Croazia, in Slovenia e in Albania i pochi casi di integrazione e consolidamento dei media italiani o italofoni. In questo scenario così frammentario, Rinascita Balcanica, come progetto di tela di contatti ed interconnessione con operatori dei Balcani, è riuscita a creare uno dei primi esempi di giornale telematico in lingua italiana, senza alcun sostegno da parte degli organi istituzionali, e avanzando con le sole forze del suo collettivo e delle imprese italiane presenti nei Balcani. Creare questa realtà mediatica era assolutamente necessaria, nonostante i grandi gruppi editoriali italiani non ne abbiano visto l'utilità, in quanto bisognava rompere il circolo vizioso di criminalizzazione di questi popoli, e dar loro voce per riscattare le proprie ragioni e i propri diritti alla sovranità nazionale, e alla stessa autonomia rispetto alla presenza occidentale.

Opinionisti, falsari, analisti, hanno fatto in questi paesi la loro carriera, raccontando assassini e tragedie, le scoperte di fosse comuni e dei genocidi, e nascondendo al grande pubblico quella verità che è solo per gli addetti ai lavori, per i pochi eletti. In questo coas di disinformazione e controinformazione deviata, Rinascita Balcanica è riuscita a portare a termine importanti dossier e ricerche sui capitoli oscuri delle "nuove repubbliche democratiche dei Balcani", come le tracce della mafia balcanica, i traffici illegali e le operazioni di riciclaggio. Dalla Croazia al Kovoso, dall'Albania sino al Montenegro, le nostre ricerche ci hanno consentito di portare alla luce l'altra faccia della medaglia delle tragedie non scritte. Gli strani assassini, la diffusione di video falsi mai smentiti pubblicamente, il traffico di armi e di scorie radioattive controllati, infine le trame sottobanco dei politici locali con banche e lobbies occidentali molto potenti. Molti casi che aspettano ancora delle risposte, ma il nostro contributo ha posto seri interrogativi sui quali occorre indagare, anche se nessuno è disposto ad esporsi. Un esempio su tutti è il caso del Montenegro, con le implicazioni del Premier Milo Djukanovic nell'affare svizzero e l'esistenza di una sentenza che condanna il Paese a pagare una somma come risarcimento danni; un capitolo interessante della storia montenegrina recente, che ha interessato molto il Dan (ДАН) di Podgorica e il Monitor, i quali hanno rilanciato la medesima inchiesta. Possiamo dunque assicurarvi che la Rinascita Balcanica ha costruito un bacino di utenti provenienti da ogni parte del mondo, e i milioni di euro dati alle varie strutture italiane, non hanno fruttato neanche il 10 % del nostro lavoro, perché pochi hanno scelto di unirsi alle popolazioni balcaniche per fare informazione.

In questa regione esistono diverse verità di un unico fatto, e nessuna di esse può essere considerata attendibile a tutti gli effetti. Ciò in conseguenza del fatto che sono molte le menti che cooperano a costruire l'informazione, come tante sono le etnie che si concentrano in uno spazio territoriale così ristretto. Primi tra tutti gli albanesi, irascibili e iracondi su ogni aspetto che tocchi il loro "essere albanese", spesso peccando di superbia e di arroganza, restando così un'etnia non tanto disposta all'integrazione con gli altri popoli. A seguire i serbi, popolo fiero ma anch'esso dal carattere spigoloso e "balcanico", contorti nel loro modo di ragionare e troppo spesso disposti al compromesso, se vi è un tornaconto economico. Come frutto dello scontro tra le due grandi etnie dei Balcani, vi sono poi i kosovari, orfani di Belgrado e cugini "alla larga" di Tirana, e questo status di limbo ha dato loro sempre dei grandi problemi, considerando che ad un tratto della loro storia sono stati abbandonati e posti sotto il protettorato internazionale. Non bisogna poi dimenticare i croati pellegrini del Vaticano, gli "euro-balcanici" sloveni (ma pur sempre balcanici), i montenegrini fratellastri dei serbi, i bosniaci figli dell'Islam e delle guerre sanguinose, ed infine i macedoni, "antichi eredi di Alessandro Magno" (sic!) e nient'altro si sa su di loro fino a questo momento.



Da una superficiale panoramica, le etnie dei Balcani sembrano essere ben definite, ma in realtà vi è una miriade di comunità che si sono diffuse in tutte la regione e in tutti gli Stati, a seguito delle guerre delle enclavi e delle cacciate di massa, oltre che dalle normali dinamiche di migrazione. Basta pensare che solo in Albania vi sono minoranze di bosniaci, greci, turchi, italiani, rom che si dividono a loro volta in tre etnie, a seconda che i nomadi provengano dalla Turchia, dall'Egitto o dall'Europa Centrale; poi vi sono i Cham (Çam), gli arbereshe e i Bektashi. Ma gli albanesi si trovano anche in Montenegro e Macedonia - oltre che in Kosovo - dove formano un popolo costitutivo, e ora stanno ricadendo in un errore molto simile a quello della provincia serba. Occorre riflettere sul fatto che sia Skopje che Podgorica non tengono in grande considerazione la comunità albanese a livello politico, tuttavia la hanno utilizzata quando è stato necessario chiedere l'indipendenza della provincia. E pensare che il Montenegro ha avuto l'indipendenza proprio grazie al supporto di tutta la diaspora albanese, mentre oggi Podgorica usa Tirana a suo piacimento. La Repubblica di Macedonia ha fatto lo stesso, combattendo persino una guerra fratricida a cui si pose fine con l'Accordo di Ohrid, che avrebbe dovuto tutelare il rispetto dei diritti dei due popoli e la loro rappresentanza politica: solo una piccola parte di questo accordo è stato rispettato, e oggi in alcune zone del territorio macedone, le scuole fanno turni alternati su distinzione etnica, per non far incontrare studenti macedoni e albanesi. Da parte loro, gli albanesi, all'indomani delle elezioni presidenziali macedoni e quelle politiche montenegrine, sono sempre più frammentati, divisi tra di loro e privi di qualsiasi organizzazione interna forte ed omogenea, al punto da presentare un unico candidato per contrastare le altre forze politiche. Su sette candidati per la Presidenza della Macedonia, 3 erano albanesi, mentre in Montenegro hanno formato 5 partiti divisi ciascuno dei quali ha presentato i propri candidati al Parlamento. Di questo passo saranno ancora più dispersi e poco rappresentati nelle Istituzioni governative, senza essere in grado di porre freno alla discriminazione sociale e politica. La grande divisione interna della Macedonia non termina qui, perché poi occorre citare i filo-bulgari, le minoranze che escono giorno dopo giorno, come i serbi, i bosniaci, gli sloveni, e persino una minoranza italiana che non sa neanche una parola di italiano.

Ecco dunque che i Balcani sono il risultato del moltiplicarsi continuo di etnie e nuove minoranze, nate dall'oggi al domani come gioco di lobbies e di gruppi politici che vogliono trarre profitto dal caos. Gli stessi popoli balcanici non si rendono conto che, alimentano la divisione, non si fa che assecondare la loro balcanizzazione continua. Si sono trasformati in "utili idioti" che non vogliono vedere in faccia la realtà, ossia che tutte le etnie contraddistinguono un unico popolo, ossia quello balcanico (e non slavo). Un solo nome per varie razze che si fanno da antagoniste, proprio come l'Italia, con i suoi dialetti e la sua continua fusione di etnie e culture, riuscendo a creare nei secoli un unico popolo che non discende dai romani o dagli illiri, bensì dall'intrecciarsi delle culture del Mediterraneo e dell'Europa. La storia, dunque, non servirà a nulla ai popoli balcanici, perchè serve solo agli storici per prendere in giro questi popoli, fomentatori dei conflitti tra gli uomini. La morte di 500.000 serbi non ha avuto giustizia, e gli stessi albanesi non hanno avuto una vera giustizia dal furto delle piramidi tramite le banche occidentali trascinando il Paese 20 anni indietro: la guerra è stata condannata dai vincitori, da chi ha ottenuto il maggior guadagno. Al contrario, un'informazione libera, basata sulla cooperazione tra media locali e media occidentali, può contribuire seriamente alla stabilità della regione e all'aumento delle cooperazioni bilaterali tra le diverse regioni.

24 marzo 2009

Una vera rinascita balcanica


Il 24 marzo del 1999, l'Occidente ha deciso di combattere una guerra fratricida e di creare un muro tra l'Europa e i Balcani. Pian piano è stata costruita una polveriera per fondamentalismi e rancori etnici. Da allora, ha cessato di esistere l'era della "storia" per cominciare l'era della "disinformazione". A partire dagli anni '90, nei Balcani non esiste più la verità storica accertata da fatti e da prove, bensì solo la legge del vincitore e del più forte.

Oggi la Serbia si ferma due minuti per ricordare i bombardamenti della NATO contro lo Stato e la sua popolazione inerme, mietendo migliaia di vittime e segnando il futuro di un'intera regione. Forse per questo anche tutti gli altri Paesi dei Balcani dovrebbero fermarsi due minuti, e riflettere su cosa sia accaduto dieci anni fa e cosa invece sia cambiato con l'avvento dell'era moderna e il crollo della Jugoslavia. Non è nostra intenzione cadere nella solita retorica di tutti quei media e degli stessi Governi che parlarono allora di "intervento umanitario" per fermare un genocidio in atto, né vogliamo rivangare dolorosi ricordi per pura speculazione. Il nostro sguardo è sempre rivolto al futuro di questa regione, nonostante i popoli balcanici tendano a guardare al domani con incredulità e speranza visionaria, mentre continuano a vivere nel passato, travolti ormai dalla loro stessa maniacale volontà di risalire al "primo" colpevole del "peccato originale" del caos balcanico. Abbiamo creato questo gruppo senza finanziamenti istituzionali, la nostra organizzazione è il frutto di un'idea, a cui hanno cooperato albanesi, serbi, croati, bosniaci, russi e italiani. Il nostro scopo non era quello di creare un network per "cronisti pappagalli" o per "analisti" per hobby, oppure una fabbrica di menzogne raccontate da partiti o qualche società di consulenza pubblicitaria, o ancora per tramandare gli scritti degli storici che hanno falsificato scientificamente la storia sulla base di un accordo politico deciso a tavolino.

Il progetto che sta alla base di questo network telematico è quello di abbattere il muro che si è creato tra l'Europa e i Balcani quel lontano 24 marzo del 1999, quando l'Occidente ha deciso di combattere una guerra fratricida e di costruire, con le proprie mani, una polveriera per fondamentalismi e rancori etnici. Da allora, ha cessato di esistere l'era della "storia" per cominciare quella della "disinformazione", che ha utilizzato parole come "genocidio, pulizia etnica e campo di concentramento" per rievocare una guerra che per l'Occidente era finita circa 50 anni prima, e chiudere così la Guerra Fredda contro l'Unione Sovietica già crollata. Parliamo di era di "disinformazione", perché, a partire dagli anni '90, nei Balcani non esiste più la verità storica accertata da fatti e da prove, bensì solo la legge del vincitore e del più forte. In queste terre, la memoria è pericolosa, serve solo ad accendere animi per raggiungere accordi economici e ottenere delle privatizzazioni, e per un pugno di dollari gli intellettuali balcanici - che hanno studiato nelle università occidentali - raccontano i crimini del socialismo e del comunismo, quando loro sono stati i primi a scappare, lasciando che loro famiglie venissero internate. Chi racconta oggi del "regime di Milosevic" sono quelli che, per una poltrona o un semplice incarico da funzionario, hanno venduto il proprio Paese e privatizzato gioielli di Stato.

In verità, il solo genocidio che è stato perpetuato dal Baltico all'Adriatico, è avvenuto senza la guerra civile ma ha portato milioni di morti, con la disintegrazione di un intero sistema economico, che nessuno osò allora definire "crisi economica sistemica". Fondi di investimento, pensioni, società pubbliche, infrastrutture : è tutto andato in fumo, facendo spazio ai "ladri di galline" che hanno chiesto a gran voce la democrazia, per poi calpestare la Costituzione e agire secondo le sole regole degli affari. Oggi l'FBI paragona la mafia Balcanica all'organizzazione di stampo mafiosa "Cosa Nostra" per classificare un sistema sociale che si basa su strutture di potere parallele rispetto allo Stato, nelle cui mani si concentra il potere economico. In un certo senso il paragone può essere giusto, in quanto vi è un ricorso storico molto simile. Allora, i contadini e i braccianti siciliani furono ingannati dai Baroni che nascosero, dietro lo stendardo della Repubblica, i loro interessi da affaristi spietati per sottrarre loro le terre. Pian piano la resistenza popolare fu piegata, mentre una nuova organizzazione prendeva vita, e cominciava a convincere i contadini ad affidare la loro "protezione" a Cosa Nostra e non nello Stato, per poi assoldarli nell'esercito della mafia, raffinare droga e tutelare la sopravvivenza del sistema. Il paragone balcanico ci sta tutto, anche perché questi popoli, in continua lotta tra di loro, hanno trovato una sorta di linea di cooperazione a livello criminale per poter sopravvivere ed entrare a far di questo nuovo sistema economico. Tuttavia, basterebbe fermare le auto di grossa cilindrata che circolano in zone molto povere per fare una prima "pulizia"; se ciò non accade è perché se non esiste la criminalità, non esisterebbero le banche e le fondazioni, e non vi sarebbe quel circuito di riciclaggio di denaro che piace tanto agli speculatori.

Ecco che la storia diventa il bene più prezioso da difendere, perché i Balcani sono Europa e devono essere tali in futuro; purtroppo il materialismo, le cose che si muovono e che luccicano hanno corrotto gli animi degli stessi popoli balcanici, inducendoli così a confondere la storia con la disinformazione. In realtà sono stati ingannati con una terra promessa che non esiste, mentre i politici stanno vendendo ancora una volta le loro terre all'Unione Europea, che non è "Europa" bensì un gruppo di multinazionali che si è arrogato il diritto di decidere al posto di ogni Governo. La Serbia pian piano sta rinunciando, prima ancora di cominciare, a difendere la propria storia stringendo una serie di accordi obbligati per raggiungere la tanto agognata integrazione europea. Dall'altra parte vi è la Croazia che deve rinegoziare le sue posizioni politiche ma anche i suoi accessi marittimi alla acque internazionali: la "memoria", in questo caso, rema contro Zagabria. L'Albania desidera davvero essere accettata come Stato europeo e come alleato degli Stati Uniti, rendendosi tuttavia socia di un disegno politico che ha poco a che fare con gli interessi nazionali in senso stretto. Il Montenegro è invece un Paese senza storia, perché ha deciso di rinnegare parte della sua etnia serba e di isolare quella albanese, che ha contribuito alla stessa indipendenza del Paese. Per non parlare poi della Repubblica di Macedonia (FYROM) , che ha usato gli albanesi per ottenere lo Stato indipendente, per poi isolarli dalla scena politica e violando i loro diritti di cittadini: oggi paga le dure scelte del passato e rimangono aggrappati ad un nome, senza una compagnia aerea o una società pubblica.

Il rebus dei macedoni, da questo punto di vista, è l'emblema del "nazionalismo nostalgico" dei Balcani, essendo rimasti intrappolati nella loro stessa gabbia fatta di origine antiche, di sentimenti patriottici, senza avere nei fatti uno Stato-nazione, un popolo macedone unitario e né due popoli costitutivi compatti. Sono una miriade di minuscoli insignificanti personaggi, che vogliono poter dire di essere "stato indipendente" e di essere discendenti di "Alessandro il Grande" senza avere idea di cosa sia "lo Stato sociale". I macedoni ( o qualsiasi sia il loro nome) devono essere di esempio per i popoli balcanici, affinchè capiscano che la vera indipendenza, la vera libertà si conquista usando l'intelligenza, studiando la storia antica e recente, per capire cosa gli antenati ci hanno lasciato e chi ci ha mentito. A volte è molto facile fare una rivoluzione, basta bruciare i libri e riscrivere la storia con i processi, come accade all'Aja, ma così non si avrà mai la pace, solo una tregua perchè una parte del Governo ha accettato di vendere una parte della popolazione. Per rendere tutto più verosimile, chiedono ad ognuno di noi di fare il lavoro sporco, affinchè la gente creda davvero che questa è una vera rivoluzione, che è la storia, e non la disinformazione, a scrivere il nostro futuro.

23 marzo 2009

La storia dei Balcani senza senso


La storia dei Balcani è fatta di continue falsità, di patti rinegoziati e accordi non rispettati. Per gli interessi delle lobbies vengono riesumate le fosse comuni, i morti sono venduti e rivenduti a proprio piacere, amplificati dai media dei padroni dell'Occidente. Quella raccontata dall'Occidente è una storia senza storia, fatta di ricatti e di spartizioni sottobanco, mentre quella fatta dai russi è propaganda esasperata. La storia dei Balcani è una storia senza senso.

Dopo aver vissuto tanti anni nei Balcani, ti accorgi di aver visto non solo la guerra e il crollo di uno Stato, ma anche come questi popoli abbiano contribuito a creare uno storia senza senso, fatta di cospirazioni, tradimenti e accordi non rispettati. Queste terre sono ormai sature di analisti e consulenti che, dopo aver letto poche righe di cronaca locale o saggi storici, pretendono di conoscere bene le dinamiche di questa società così complessa, che gli stessi balcanici non capiscono. Esperti ed informatori vanno a confondere kosovari con albanesi, rom con serbi, croati con sloveni, facendo "di tutta l'erba un solo fascio", e traendo banali conclusioni e retoriche qualunquiste che pendono dall'una o l'altra parte, a seconda dei casi. Il complotto balcanico, in realtà, non esiste, è un mito che è stato creato per raccattare soldi, in cui cadono molte intelligence oppure fanno finta di credere, ma tutto fa brodo, non importa come.

La storia dei Balcani è una storia senza senso, dove "muratori , contadini e tubisti" sono diventati dei politici o addirittura consulenti di molte società estere, raccontando così i fatti a modo loro. Lo stesso accade con alcuni media italiani sui Balcani, nati dall'oggi al domani, che fomentano il giustizialismo contro la Serbia oppure esaltano i suoi martiri: tutti hanno avuto il loro minuto di gloria, tutti si sono sentiti "Tito" per pochi istanti. Anche gli albanesi lo fanno, glorificando le loro discendenze "Illiriche", le loro terre conquistate con la presenza anche di un solo albanese, e il delirio si potrebbe ampliare sino al punto da sostenere che anche l'Afghanistan è "terra albanese". Gli errori del passato si condensano in questo nazionalismo da quattro soldi, oggi ridotto a poche ed inutili parole per non tradire la propria coscienza, e forse anche per nascondere il grande malessere di questi popoli perché non hanno mai avuto un'identità nazionale vera che li guidasse. Dopo il crollo della Jugoslavia e le guerriglie cittadine, da popoli fieri e nazionalisti, sono divenuti emigranti di terre occidentali, disposti a fare qualsiasi tipo di lavoro e a lunghissime code nelle questure, per sottomettersi ai nuovi "governanti" per un pugno dei denari.

All'indomani dell'integrazione europea dei Balcani qualcosa sta cambiando, in quanto si fa sempre più vicina l'era in cui da poveri emigranti extracomunitari, possono diventare membri dell'area Schengen, liberi dalla schiavitù dei visti, dalla deportazione clandestina e dall'espulsione coatta. La sola eliminazione dei regimi dei visti, significherebbe per loro "adesione all'Unione Europea", una conquista già di per sé sufficiente ad ottenere quella libertà di circolazione e di movimento che era riconosciuta loro anni fa. Tuttavia, il ritardo dei negoziati di adesione - quando per un motivo, quando per un altro - e le strane dichiarazioni dei Paesi membri fondatori della Comunità Europea, lasciano pensare che questo trapasso non sarà semplice o senza sacrifici. È difficile capire se sono i Governi a non essere pronti all'integrazione, per via della stabilità dei bilanci o delle misure di controllo e registrazione dei flussi di migrazione, o se invece è l'Europa stessa che non è in grado di accogliere nuovi cittadini europei, soprattutto dopo l'esperienza di Romania e Polonia. Ed ecco il motivo per cui si sta dando così tanta importanza alla gestione del processo elettorale dell'Albania e della Repubblica di Macedonia, alle controversie bilaterali tra i vari Stati, che vengono lasciate alla deriva, un po' per impotenza un po' per intenzionale volontà a protrarre questa situazione. Così, mentre la Commissione Europea continua ad inviare osservatori ed esperti, i Governi europei stanno emanando leggi sul crimine dell'immigrazione clandestina, sull'imposizione della raccolta del DNA e delle impronte. Gli emigranti pian piano stanno tornando nelle loro terre, e questo ritorno dovuto alla disoccupazione e alla cosiddetta crisi globale, si sta trasformando in una cacciata.

L'Europa falsa, fatta dai burocrati senza senso non dà mai una risposta chiara, ma sempre parole ambigue. Ma cosa penseranno i popoli balcanici dell'Europa? Molto probabilmente sanno ben poco di cosa sia la Comunità Europea, con tutte le sue leggi, la sua struttura gerarchica e diffusa che entra in ogni settore politico ed economico, facendo scomparire, in un cumulo di parole, i confini tra la sovranità nazionale e le competenze sovranazionali europee. Da un certo punto di vista, credono che con l'ingresso in Schengen risolveranno tutti i loro problemi, e magari non si accorgono che è in atto una specie di "colonizzazione", in cui ogni Paese europeo individua zone di particolare interesse per investimenti e assicura sostegno per l'adesione europea. Così mentre la Germania si dice disposta ad accogliere la Croazia prima di prendere una "lunga pausa di riflessione", l'Italia vuole anche la Serbia. Dopo la visita di Berlusconi in Montenegro, un gesto quasi inaspettato in piena campagna elettorale, cosa dovrà pensare questa gente dei popoli occidentali, pronti a negoziare abbracci e strette di mano con accordi economici e concessioni. Le strette di mano e gli accordi di immigrazione diventano un'ipocrisia, se ancora oggi le persone viaggiano più di 300 chilometri per sentirsi dire dal consolato italiano che un timbro è irregolare. È inutile, dunque, che il Ministro degli Interni italiano Roberto Maroni parla di traffici e immigrazione clandestina, se le attività consolari non sono efficienti perché vi è la compravendita di visti e autorizzazioni all'ingresso. Quando un giorno, verrà il momento di rispettare tutti gli accordi, non vorremmo certo sentire che "sono gli albanesi a fare le rapine", mentre gli industriali del Nord Italia continueranno a far vivere le loro imprese e ad acquistare suv, senza pagare però i salari ai loro operai stranieri.

La storia dei Balcani è così fatta di continue falsità, di patti rinegoziati e accordi non rispettati, mentre per gli interessi delle lobbies vengono riesumate le fosse comuni, i morti sono venduti e rivenduti a proprio piacere, amplificati dai media dei padroni dell'Occidente, per innescare vecchi rancori e cercare di far rivivere morti non torneranno più ad essere vivi. Quella raccontata dall'Occidente è una storia senza storia, fatta di ricatti e di spartizioni sottobanco, così come quella fatta dai russi, propaganda esasperata "dal giro della vodka". Né i russi e né l'occidente salveranno i Balcani: nessun balcanico accetterà i baci russi o gli abbracci occidentali se non per un tornaconto immediato. Fino a quando gli albanesi non si uniranno con i serbi, non si avrà la pace e la stabilità della regione, è solo questo l'accordo storico che può definire un riequilibrio dei poteri e un arretramento delle pretese delle lobbies sui Balcani.

19 marzo 2009

Russia-Usa: primi passi per la riconciliazione


Inizierà oggi la sua attività il gruppo "La Russia e gli Stati Uniti: uno sguardo al futuro", che avrà il compito di preparare il primo incontro di Dmitry Medvedev con Barack Obama. Rappresenta questo il primo passo decisivo verso un ravvicinamento tra Mosca e Washington, e così il raggiungimento di un vero accordo storico tra i due blocchi.

Inizierà oggi la sua attività il gruppo "La Russia e gli Stati Uniti: uno sguardo al futuro", che avrà il compito di preparare il primo incontro di Dmitri Medvedev con Barack Obama, che avverrà a Londra, il 1 aprile. Politici americani famosi ed influenti (i soliti noti...) stanno venendo a Mosca per curare nei dettagli i preparativi dell'importante appuntamento. Tra questi l'ex Segretario di Stato nell' amministrazione Nixon, Henry Kissinger (co-presidente del gruppo per la parte statunitense), il Segretario di Stato nell'amministrazione Reagan, George Shultz, i Ministri della difesa e delle finanze durante la presidenza di Clinton, William Perry e Richard Rubin, e l' ex senatore Sam Nunn. Per parte russa partecipano Yevgeny Primakov, Igor Ivanov, Yuri Baluyevsky ed altri. Questa sarà la seconda delegazione di ufficiali americani non in carica che il Presidente Dmitry Medvedev riceverà nel corso delle prossime due settimane. Martedì scorso, gli ex senatori Chuck Heygel e Gary Hart, nonchè l'ex consigliere per la Sicurezza Nazionale del Presidente Bush-senior Brent Scowcroft hanno visitato il Cremlino, giunti per ragguagliare il Presidente Medvedev su un progetto per il futuro delle relazioni bilaterali, che era stato preparato su richiesta del Presidente Obama.

Questo rapporto è stato pubblicato il 17 marzo con il titolo "La direzione giusta della politica degli Stati Uniti verso la Russia." La prima conclusione tratta dagli autori del rapporto è che: "tutte le precedenti amministrazioni americane non capivano assolutamente la Russia ed hanno spacciato i loro desideri per realtà,sostituendo la propria logica a quella Russa". Seguono poi alcuni consigli di carattere pratico. In primo luogo, gli Stati Uniti dovrebbero riconsiderare i propri piani circa la difesa antimissilistica nella Repubblica Ceca ed in Polonia, ed elaborare così un nuovo approccio per la protezione da una potenziale minaccia nucleare iraniana. In secondo luogo, sarebbe utile trovare un’altro modo per dimostrare il sostegno alle aspirazioni filo-occidentali di Ucraina e Georgia, invece di ammettere questi paesi nella NATO. In terzo luogo, sarebbe importante riprendere attivamente il lavoro con la Russia nella lotta contro il terrorismo internazionale e la proliferazione delle armi nucleari, e preparare, entro dicembre, un trattato che dovrebbe sostituire il Trattato START II per la proliferazione delle armi. In quarto luogo, sarebbe urgente elaborare, in collaborazione con la Russia e gli altri paesi europei ,una nuova architettura della sicurezza europea.

Infine, sarebbe necessario predisporre tutto per l' ammissione della Russia nell’Organizzazione Mondiale del Commercio e l'abolizione dell'emendamento Jackson-Vanik ( che collega i rapporti commerciali al rispetto dei diritti umani ) e coinvolgere la Russia nella discussione sulle vie d'uscita dalla crisi economica mondiale. Inoltre, la Commissione Heygel-Hart ha consigliato a Washington di essere molto cauta nel criticare la Russia per la politica interna e la questione dei diritti umani. E ritiene anche che sia necessario riconoscere il territorio post-sovietico quale zona d’interesse particolare per la Russia. Le raccomandazioni di Heygel e Hart, ovviamente, saranno i temi principali delle prossime trattative dei presidenti Obama e Medvedev a Londra. Tuttavia, questo incontro non è sufficiente per dimostrare la fine del gelo attuale nelle relazioni tra USA e Russia. Per questo, si sta già studiando a fondo la prima visita di Barack Obama in Russia. Ci sono due possibilità: a metà di maggio o all'inizio di luglio. Per ora la seconda opzione sembra la più plausibile.

Rinascita Balcanica

18 marzo 2009

Il South Stream vince la lotta per il monopolio del gas


Il progetto del gasdotto internazionale Nabucco è stato escluso dalla lista dei progetti prioritari nel bilancio dell'UE, e, dopo aver deciso inizialmente previsto di stanziare 250 milioni di euro, somma che è stata ridotta di 50 milioni. Viene inoltre reso noto il ritiro definitivo dell'offerta del gigante del gas Gazprom, che ha così rifiutato l'invito a partecipare alla costruzione del gasdotto europeo, in quanto ha già investito molteplici risorse nel progetto del South Stream. I piani, dunque, sono cambiati e l'accantonamento del Nabucco dai progetti strategici dell'UE, conferisce un nuovo volto agli equilibri interni all'Unione Europea, come risultato del riassetto delle infrastrutture energetiche.

Il progetto del gasdotto internazionale Nabucco è stato escluso dalla lista dei progetti prioritari nel bilancio dell'UE, e, dopo aver deciso inizialmente previsto di stanziare 250 milioni di euro, somma che è stata ridotta poi di 50 milioni. Nel corso dell'incontro interministeriale di lunedì a Bruxelles, i Ministri degli Esteri non sono riusciti a far approvare al Consiglio d'Europa gli incentivi finanziari per l'importo di 5 miliardi di euro, volti principalmente a rafforzare la sicurezza energetica dell'Unione Europea. A dirsi contraria, prima di altri, è stata la Germania, che già in precedenza aveva espresso la sua ostilità nei confronti dell'idea di spendere denaro per un progetto il cui obiettivo è quello di ridurre la dipendenza europea dal gas russo, quando nei fatti questo non avveniva. La necessità di un tale progetto è stata messa in discussione anche da Italia e Francia, mentre gli unici Paesi favorevoli sono stati la Romania e l'Ungheria, i quali hanno esercitato una forte lobbing al fine di realizzare una strada del gas che potesse rafforzare la strategicità dei Paesi del Mar Nero e dell'Europa centrale. Il Nabucco è un'estensione della già esistente pipeline Baku-Tbilisi-Erzurum, che si pone come obiettivo quello di instradare dai 20 ai 30 miliardi di metri cubi di gas del mar Caspio.

I negoziati, tuttavia, non hanno avuto gli esiti sperati vista l'evidente insufficienza di riserve presso i Paesi produttori, giunti poi ad un impasse decisivo con la recente crisi russo-ucraina. Infatti, secondo quanto riportato dall'Agenzia russa, i ministri degli esteri europei hanno preso in considerazione le preoccupazioni degli investitori privati, già allarmati dal conflitto georgiano-osseto e dalla controversia con l'Ucraina nel mese di gennaio, che ha evidenziato in molti aspetti le lacune del presunto concorrente del Sud Stream russo. Il Nabucco è ora incluso nel programma corridoi del Gas del Sud, che comprende una serie di progetti energetici da attuarsi nel Sud Europa, afferma una fonte presso il Consiglio UE interrogata dall'Agenzia RIA Novosti. Il colpo di grazia, in questa giornata non molto positiva per i progetti europei, è stato il ritiro definitivo dell'offerta del gigante del gas Gazprom, che ha così rifiutato l'invito a partecipare alla costruzione del gasdotto europeo, in quanto ha già investito molteplici risorse nel progetto del South Stream. "A differenza del Nabucco , abbiamo incontrato tutte le condizioni necessarie per l'attuazione del nostro progetto (South Stream). Abbiamo le risorse e l'esperienza tecnica di progetti complessi", ha dichiarato il Vice Direttore Generale Gazprom, Alexander Medvedev, il quale ha così colto l'occasione per sottolineare l'importanza del progetto South Stream per l'Europa. "Entro il 2020, l'Europa avrà bisogno di 100 milioni di metri cubi di gas all'anno, e non vi è un solo gasdotto in grado di fornire tale importo", ha spiegato, facendo notare che le potenzialità della pipeline, così come progettata, saranno in grado di garantire una diversificazione rispetto alla rete che transita per l'Ucraina.

A rendere la vita poco facile al Nabucco, possono aver contribuito gli stessi Stati Uniti, che si sono opposti al coinvolgimento dell'Iran , come precisato da Vice Segretario di Stato Matthew Bryza nel corso della sua visita ad Ankara per partecipare ad una conferenza internazionale di petrolio e di gas.
"Attualmente, l'amministrazione statunitense non vede con occhio di favore la partecipazione dell'Iran al progetto Nabucco", afferma Bryza contrariando così il capo della politica energetica e la sicurezza di approvvigionamento presso la Commissione europea, Jean-Arnold Vinois, secondo il quale il progetto vedrà nei prossimi anni una sicura realizzazione ne quadro del Corridoio del gas del Sud che - sulla carta - dovrebbe avere una capacità di 100 a 120 miliardi di m3 di gas all'anno, a decorrere dal Kazakistan per l'Egitto. È evidente come questo strano riavvicinamento delle posizioni di Stati Uniti e Russia, cominci a dare i primi risultati, sabotando dapprima la costruzione dello scuso ABM della Polonia, per poi passare al gasdotto che potrebbe rafforzare la posizione di Iran e Turchia. Vi sono comunque da considerare altre variabili, come le evidendi difficoltà interne all’organizzazione, la scarsa influenza sulla differenziazione delle fonti, visto che le rotte di approvvigionamento sono state tracciate da tempo, e vedono la forte presenza della Russia (si veda Nabucco e South Stream: nessuna concorrenza ma un costante monopolio ).

I piani, dunque, sono cambiati e l'accantonamento del Nabucco dai progetti strategici dell'UE, conferisce un nuovo volto agli equilibri interni all'Unione Europea, come risultato del riassetto delle infrastrutture energetiche. Francia, Germana e Italia hanno fatto lobby per portare avanti un discorso politico-energetico completamente diverso da quello prestabilito, quando l'indipendenza nei confronti del gas russo veniva definito come essenziale per la sopravvivenza dell'Europa. Visto che sul ruolo della Russia come Paese fornitore sembra fuori discussione, i Paesi europei consumatori entrano nell'ottica di voler investire in un progetto fattibile, che li porti a partecipare al rischio di impresa. Di tale nuovo approccio, l'Italia comincia ad assumere una posizione centrale, e la sua adesione ai progetti energetici è diventata imprescindibile per raggiungere i mercati dell'Europa Centrale, byassando le rotte provenienti dall'Ucraina. La consapevolezza del proprio ruolo ha dato all'Italia un nuovo potere politico, perché oltre ad essere un interlocutore diretto con la Russia sta divenendo un mediatore tra Europa e Balcani, visto il grande impegno che sta profondendo per spegnere gli ultimi focolai rimasti accesi, assumendo un atteggiamento molto diplomatico, che comincia ad accogliere larghi consensi, soprattutto in Serbia e in Albania, e presto anche in Montenegro e Croazia. I Balcani Occidentali costituiscono ormai una regione strategica, ragion per cui la sua stabilità politica sta diventando assolutamente necessaria al fine di intraprendere discorsi di cooperazione di lungo termine.

Di questo ne è stata consapevole da sempre la Russia, che ha stretto accordi con la Serbia e la Republika Srpska, privatizzando le industrie petrolifere di Stato e promettendo investimenti massicci per la costruzione di depositi di stoccaggio e della rete infrastrutturale, ma soprattutto l'inserimento delle due regioni nel percorso del South Stream. In tal senso si sta muovendo anche la Croazia la quale ha concordato con la Commissione Economica russo-croata che, un gruppo composto da rappresentanti del Ministero croato dell'Economia, della società croata Plinacro e della russa Gazprom, determini un possibile percorso del South Stream attraverso la Croazia, visto che il progetto originale aggira il territorio croato. E' stata inoltre avanzata la richiesta di preparare un'analisi costi-benefici per il progetto Druzba Adria (gasdotto Adriatico) che utilizzerà la tecnologia della JANAF per il trasporto di petrolio greggio, dal confine croato-ungherese a Omisalj e viceversa. Il progetto prevede la costruzione di raffinerie a Sisak e Fiume, così come altre nella regione, come Pancevo, Novi Sad, Bosanski Brod, sino a raggiungere il confine ungherese, e proseguendo poi in direzione della Russia. Insomma, lo Druzba Adria potrebbe diventare, nei progetti della Janaf, un'ulteriore corridoio energetico verso la Russia, non rendendo più necessari i rigassificatori e l'uso di navi cisterna nell'Adriatico. Al momento questo rappresenta il frutto della cooperazione tra il Governo croato e la società JANAF a partire dal 1999, ed è ora in cerca di finanziatori.

La stessa Croazia è impegnata nella realizzazione del Pan-European pipeline, dopo che lo scorso anno i rappresentanti delle due società romene Conpet e Oil Terminal, la serbo Transnafta e Janaf hanno firmato un accordo, e in giugno anno creato una società con sede a Londra, il cui obiettivo è quello di organizzare la conferenza di investitori. Non è stato firmato da Italia e Slovenia, a cui è stata data la possibilità di aderire al progetto successivamente, ma tutti sanno bene che l'adesione dell'Italia è vitale per il buon esito del progetto, in quanto occorre utilizzare il sistema di gasdotti di Trieste e la rete di condotte di Genova, per poter creare realmente un'altra conduttura per portare il petrolio russo sul mercato europeo. Tuttavia, la costituzione della conferenza di finanziatori non è stata ancora creata, al punto che la stessa sopravvivenza del progetto è stata messa in discussione. Qualora non vi sarà il supporto italiano, e probabilmente russo, il progetto non vedrà la luce, e resterà solo un mucchio di studi di fattibilità, facendo così la stessa fine del Nabucco.

17 marzo 2009

Berlusconi “strano alleato” di Djukanovic


Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi si è recato ieri a Podgorica, per una breve visita, per incontrare le alte cariche del Montenegro, quali il Premier montenegrino Milo Djukanovic e il Presidente Pilip Vujanovic, nella residenza di stato di Villa Gorica. La visita di Berlusconi è stata un'occasione per aprire la strada alle società italiane nell'economia montenegrina, ma non sono mancate le polemiche in piena campagna elettorale.

È stato un incontro molto breve quella del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e le alte cariche del Montenegro, quali il Premier montenegrino Milo Djukanovic e il Presidente Pilip Vujanovic, nella residenza di Stato di Villa Gorica. Altrettanto telegrafico è stato il contenuto dei colloqui dell'incontro tra i Premier, volti essenzialmente a ribadire i legami tra i due Paesi vecchi di 130 anni (sic!) e i possibili scenari di cooperazione economica, che rientrano così nel quadro del Governo italiano di consolidare la posizione italiana all'interno dei Balcani. Il Montenegro, con Albania e Serbia, rappresentano punti strategici per lo sviluppo dei progetti strategici che riguardano energia ed infrastrutture, essendo una delle coste più vicine con cui condividere le tratte commerciali del Mar Adriatico. In tale ottica, la visita di Berlusconi - breve e concisa - è stata un'occasione per aprire la strada alle società italiane che , citando parole dello stesso Premier, "sono assolutamente benvenute" e devono contribuire ad aumentare l'incidenza degli investimenti italiani diretti nell'economia montenegrina.

Con un interscambio commerciale aumentato negli ultimi anni del 65%, l'Italia aspira a divenire il secondo partner commerciale e tra i primi dieci paesi investitori in Montenegro. In questo, afferma Berlusconi, le imprese italiane maggiormente interessare agli investimenti nel settore idroelettrico e delle infrastrutture, saranno assistite dal Governo italiano nelle stipule dei contratti verso un Paese che ha "ampie possibilità di sviluppo " , visto il suo percorso verso l'Ue e la Nato . Il Premier italiano ha inoltre affermato che è stata stabilita una maggiore cooperazione per l'aumento del flusso turistico in Montenegro.
I principali gruppi italiani saranno così presenti nelle prossime gare d'appalto soprattutto nei settori dell'energia e dei trasporti, come precisa Berlusconi. Le imprese italiane, secondo quanto illustrato nel corso della conferenza stampa congiunta, sono interessate all’imminente ricapitalizzazione ( e parziale privatizzazione) della società elettrica Electropriveda Crne Gore (EPCG) , della costruzione di nuove centrali idroelettriche sul fiume Morava, della costruzione della linea di interconnessione elettrica con l'Italia, alla gara per la realizzazione dell’autostrada adriatico-ionica, del tratto ferroviario Bar-Belgrado. A tal proposito ironizza affermando che chiederà ai propri "amici imprenditori" di impegnarsi al fine di fare dell'Italia il secondo partner, dopo la Serbia, più importante per il Montenegro: promette che quando questo obiettivo sarà parzialmente raggiunto, e dunque l'Italia sarà al quinto posto in termini di investimenti, si inviterà "a cena con brindisi per festeggiare''.

Una tale strategia è sicuramente volta a colmare la scarsa presenza italiana in Montenegro, ma anche inefficace - diremmo noi - causata spesso dalle distorsioni informative e dall'assenza di un canale istituzionale a cui le aziende italiane potessero rivolgersi all'insorgere dei classici problemi derivanti dalla ritrattazione dei contratti, e alle sommosse sindacali. Occorre poi considerare che il Montenegro ha subito un duro colpo dalla crisi finanziaria dei mercati internazionali, e dunque dallo scoppio della bolla immobiliare che ha causato enormi perdite al comparto delle costruzioni e al settore alberghiero ( che aspira ad alti livelli di lusso), e dalla crisi del mercato bancario, che ha decretato la svalutazione di molti assets bancari che potremmo definire "tossici". Tuttavia, l'Italia sceglie di investire in due settori strategici per l'economia italiana, in quanto azionano un circuito virtuoso di investimenti che contribuiscono ad aumentare anche la produzione interna e l'indotto italiano, proprio come quelli della costruzione e dell'energia. Le interconnessioni energetiche ed infrastrutturali dei corridoi e delle vie di navigazione, rappresentano ancora dei segmenti economici in cui investire senza rischi, e per i quali è possibile godere di forme di incentivazione da parte di istituzioni finanziarie internazionali.

Viene così fissata un'agenda fitta di iniziative bilaterali, da realizzarsi entro i prossimi anni, completamente volte a realizzare una presenza italiana "importante e veramente concreta in Montenegro". Il Governo italiano promette così un atteggiamento molto pragmatico su come affrontare questa nuova sfida dell'ingresso nel mercato montenegrino, organizzando successivi incontri con rappresentanti di specifiche categorie di imprenditorie, e accogliendo anche suggerimenti ed esperienze dirette di coloro che "stanno in trincea", ossia degli operatori che lavorano a contatto con la realtà del Paese. Tutto questo “sfidando il fatto che il primo ministro troverà conferma nelle prossime elezioni". Questa battuta sintetizza bene l'attuale stato "psicologico" del Montenegro, che vede il partito del Primo Ministro Djukanovic , il Partito socialdemocratico DPS, scegliere una strana alleanza con il Partito Bosniaco (BS), che tra l'altro è stata già perturbata da critiche e attacchi. Le indagini contro il Giudice della Corte Superiore della Magistratura di Bijelo Polje, Arif Spahic, con l'accusa di corruzione, sono state definite subite dal partito di opposizione il primo risultato di questa "nuova, innaturale e inconcepibile" coalizione. Secondo il Movimento per il cambiamento (Pzp) - poiché la maggior parte degli elettori del BS non accetteranno questa coalizione - il DPS ha deciso di DPS spaventarli prima delle elezioni.
Colpi bassi che sono continuati anche con il Partito Popolare Socialista (SNP) di Srdan Milic, al quale Djukanovic ha chiesto provvedere a saldare il suo debito per il vecchio finanziamento elettorale, contratto non a caso con la Prva Banka, controllata dagli stessi Djukanovic. A questa schermaglia politica, Berlusconi non sembra che si sia sottratto, dopo che ha respinto un possibile incontro in Parlamento con i rappresentanti degli altri schieramenti politici. Il PZP ha così criticato il Premier italiano per aver appoggiato così Djukanovic, nel pieno della campagna per le prossime elezioni in programma il 29 marzo prossimo. Un gesto che è stato subito punito duramente dal quotidiano serbo DAN di Podogorica, che ha sottolineato come il Primo Ministro italiano abbia stretto forti legami con Djukanovic, "indagato in Italia per associazione mafiosa e contrabbando", il cui giudizio è stato rinviato in quanto l'imputato è protetto da immunità diplomatica. Il DAN non fa altro che riportare la storia giudiziaria di Djukanovic in Italia, ricostruita approssimativamente attraverso i media italiani, ma lascia chiaramente capire che Berlusconi si rende come "complice" di un personaggio ambiguo, su cui la Giustizia italiana deve fare ancora luce.

Il Governo italiano, su tale punto così controverso, non si è mai esposto mantenendo il tenore dei rapporti rigorosamente ufficiali con Podgorica, trainando l'integrazione del Montenegro, come di tutti i Balcani Occidentali come forma di "pacificazione" della regione. Come già anticipato da Frattini nel corso dell'incontro bilaterale del 5 dicembre scorso, l'Italia sostiene la presentazione della candidatura del Montenegro, convinta che le preoccupazioni che si stanno facendo strada all'interno dell'Unione Europea a causa dello stesso allargamento della regione saranno presto dissolte. L'adesione del Montenegro potrebbe essere, tuttavia, necessaria per regolarizzare certi oscuri rapporti dei passato, che hanno visto protagonista Milo Djukanovic e i suoi collaboratori; rapporti che hanno coinvolto anche l'Italia in un certo senso. La ex provincia serba rappresentava un punto di accumulazione per redditi e proventi di provenienza illecita, di traffici e contrabbando che portavano dritto sulle coste italiane, per poi raggiungere il sistema bancario svizzero. Da questo punto di vista, lo stesso Governo italiano potrebbe avere un interesse alla rielezione del Djukanovic, in maniera da garantire ancora una volta l'immunità diplomatica di Djukanovic e tutelare gli interessi delle entità che hanno cooperato con lui, attraverso la non riapertura del processo di Bari. Anche in questa ottica potrebbe essere interpretata la visita di Berlusconi, che cerca di contribuire a questa campagna elettorale facendo capire che "con il Governo Djukanovic vi saranno nuovi investimenti, prosperità economica ed integrazione europea".

16 marzo 2009

CSI: i confini dell'UE?


Verrà presto approvato il progetto della risoluzione della Commissione Europea volta a costruire una cooperazione istituzionale ed economica con parte dei Paesi della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) . I paesi della Csi, da tempo aspirano alla creazione di un'area di libera circolazione delle persone e delle merci con i blocchi confinanti, tale che l'Unione Europea sta cercando di trarre un vantaggio da questo interesse , e allo stesso tempo tracciare i primi confini della Comunità Europea.

Potrebbe essere approvato questa settimana il progetto della risoluzione della Commissione Europea volta a costruire una cooperazione istituzionale ed economica per i Paesi tradizionalmente considerati come zona di influenza della Russia. Un progetto che è stato interpretato dalla stampa russa come un tentativo da parte della Comunità Europea di creare una propria zona di influenza a ridosso della Russia, portando delle sedi di rappresentanza della Unione Europea a Kiev, Chisinau, Minsk, Erevan, Baku e Tbilisi, Mosca, e magari di avvicinarsi maggiormente all'Ucraina, spingendola dalla propria parte, in un momento in cui si trova in un equilibrio molto precario. Il "Partenariato orientale" è per il momento un forum multinazionale costituito dagli Stati membri dell'Unione europea e sei paesi dell'Europa orientale e nel Caucaso meridionale: Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Moldova e Ucraina. Questo progetto, senza prevedere alcuna prospettiva di adesione, richiede una più stretta politica ed economica, e verrà lanciato ufficialmente il 7 maggio a Praga in un vertice UE. Nell'ambito del programma, le sei ex repubbliche sovietiche otterranno entro il 2013 circa 350 milioni di euro di assistenza finanziaria. Secondo alcuni fonti presso la Commissione Europea, il progetto prevede l'assegnazione ai sei membri selezionati un certo numero di preferenze sulla loro adesione all'UE. Il progetto prevede anche la creazione di zone di libero scambio con la UE, ad iniziare con Ucraina e Moldavia, per proseguire con Bielorussia e Caucaso, entrambi importanti perché essi potrebbero rappresentare dei territori di confini dell'Unione europea con la Russia. Bruxelles ha comunque promesso la creazione di un unico spazio economico, quindi un'unione doganale, di livello avanzato rispetto a quello proposto da Mosca, che non ha raggiunto nessuna fase di vera attuazione, restando così solo un progetto parzialmente incompiuto.

Secondo il Presidente della Moldavia Vladimir Voronin, come riportato dal quotidiano russo Gazeta Nezavissimaia, "il progetto europeo ricorda un CSI-bis e si presenta come un cordone intorno Russia ", non vedendo però alcuna necessità di creare una Comunità degli Stati Indipendenti controllata dall'Unione Europea. I rappresentanti dell'Unione Europea, nel corso del recente incontro con i giornalisti provenienti dai Paesi dell'Asia Centrale e Russia, hanno spiegato che l'Unione Europea non può espandersi oltre l'Europa Centrale e Sud Orientale, escludendo così inevitabilmente Ucraina, Moldavia e Georgia, come precisato dallo stesso Commissario Europeo per le Relazioni esterne e per la Politica europea di vicinato Benita Ferrero-Waldner. I media russi hanno cercato di interpretare secondo diversi punti di vista questa soluzione, considerando il progetto un semplice "alibi" da presentare a potenziali candidati per rifiutare la propria candidatura, mentre noi vedremmo in essa il riflesso di un probabile accordo con la Russia. I paesi della Csi, da tempo aspirano alla creazione di un'area di libera circolazione delle persone e delle merci con i blocchi confinanti, tale che l'Unione Europea sta cercando di trarre un vantaggio da questo interesse , e allo stesso tempo tracciare i primi confini della Comunità Europea.

Che l'Unione Europea stia giocando su tale interesse lo ha notato anche la Russia, dopo che la sua diplomazia estera ha protestato contro le pressioni dell'Unione europea nei confronti della Bielorussia a rinunciare al riconoscimento di Abkhazia e Ossezia del Sud. Come affermato dal rappresentante permanente russo presso l'UE, Vladimir Tchijov , "esistono evidenti pressioni politiche da parte dell'Unione europea, in particolar modo sulla Bielorussia, per negoziare l'integrazione europea con il mancato riconoscimento delle repubbliche auto-proclamate del Caucaso". Il diplomatico russo cita proprio le parole del Commissario Ferrero-Waldner, il quale in occasione della riunione interministeriale di Atene, ha affermato che il riconoscimento delle province georgiane "potrebbe ostacolare l'avvicinamento UE-Bielorussia", lanciando così un monito al parlamento bielorusso che il 2 aprile dovrebbe decidere il riconoscimento della indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud. Lo stesso capo della diplomazia ceca Karel Schwarzenberg, in occasione della riunione dei ministri degli esteri dell'UE lo scorso 23 febbraio, ha avvertito che il riconoscimento dell'indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud, sarebbe "fuori luogo" e complicherebbe la propria adesione al partenariato orientale.

Sotto pressione non è solo la Bielorussia, ma anche l'Ucraina, il cui futuro di bancarotta o salvezza è nelle mani del volere del Fondo Monetario Internazionale. Infatti, nel mese di novembre, il FMI ha deciso di concedere a Kiev un credito di stabilizzazione di 16,43 miliardi di dollari, e l'Ucraina ha ricevuto dopo poco la prima tranche di credito, pari a 4,5 miliardi di dollari. La concessione, tuttavia, è stata sospesa con il mancato trasferimento della seconda rata di quasi 2 miliardi di euro in seguito al rifiuto del governo ucraino a ridurre il disavanzo di bilancio per il 2009, stimato al 3%. Il Presidente del Parlamento ucraino Vladimir Litvin, ha infatti affermato che l'Ucraina non è in grado di soddisfare tutte le condizioni imposte dal Fondo monetario internazionale come il progressivo innalzamento dell'età di pensionamento e l'aumento dei prezzi degli immobili. Allo stesso tempo Kiev, gravemente provata dalla crisi, ha chiesto un aiuto finanziario a Mosca, preparando i negoziati per ottenere un credito di 5 miliardi di dollari. Da qui le parole severe del Premier Vladimir Putin nei confronti del Governo ucraino, ricordando come sia labile il confine che divide l'Ucraina dal fallimento, e da qui anche le pressioni di Gazprom nei confronti dei termini e delle condizioni di pagamento delle forniture di gas. Usare la leva finanziaria, rappresenta per Mosca uno strumento per fermare l'avanzata europea e americana nella regione, nonché per far arretrare l'Ucraina su certe "decisioni scomode" per la Russia, come potrebbe essere anche la sua adesione all'Unione Europea.

Allo stesso tempo, come risposta al "Partenariato Orientale" della Commissione Europea, si fa strada un altro progetto - per il momento solo teorico, e figlio delle speculazioni - per la creazione di una "moneta unica elettronica" per gli scambi all'interno della Comunità Economica euroasiatica (CEEA), costituita da Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan, Russia e Tagikistan. La proposta giunge in occasione del secondo Forum Economico di Astana dal Presidente kazako Nursultan Nazarbayev, che ha proposto di dotare i paesi della CEEA di una moneta unica, da lui definita "Euras" o "Eurasia". "Oggi, i paesi della CEEA hanno ogni buono motivo per ridurre l'onere della crisi legata al sistema monetario mondiale, geneticamente difettoso: all'interno dell'Unione integrativa potrebbe essere introdotta una moneta unica interstatale", ha suggerito Nazarbayev, precisano che questo nuovo sistema monetario, senza rompere con quelli esistenti, garantirà gli investimenti nelle infrastrutture nel lungo termine e le operazioni in corso operativo, ha detto il Presidente. "Questa moneta dovrà garantire le transazioni tra gli Stati, persone fisiche e giuridiche nell'ambito della CEEA - ha proseguito - senza pregiudicare in alcun modo la sovranità dei Paesi della CEEA". La proposta è stata poi esaminata nell'incontro di sabato tra il Ministro degli esteri russo Sergei Lavrov e il suo omologo kazako Marat Tajin, in visita a Mosca. "Dobbiamo tener conto della crescente importanza delle altre valute e le potenzialità di integrazione tra i paesi", ha detto il ministro russo commentando la proposta del presidente del Kazakistan.

Un simile progetto viene avanzato anche dal Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, il quale ha proposto ai paesi dell'Organizzazione di Cooperazione Economica (costituita da tre membri fondatori, quali Iran, Turchia e Pakistan, estesa poi alle sei Repubbliche ex sovietiche a maggioranza musulmana quali Azerbaigian, Uzbekistan e Turkmenistan, nonché Kazakhstan, Kirghizistan e Tagikistan) di stabilire una comune banca e di adottare una moneta unica nei loro reciproci regolamenti, nel suo discorso di apertura del X vertice regionale della OCE , che si è tenuto a Teheran lo scorso 11 marzo. "La cooperazione regionale, in particolare nel quadro della ECO, acquista un particolare significato - ha detto Ahmadinejad - ci proponiamo di iniziare il processo di transizione verso la moneta unica nei Paesi OCE - aggiungendo - la nostra proposta alternativa è quello della creazione di una Banca per lo sviluppo e il commercio della OCE con l'apertura di sedi in tutti i paesi membri di questa organizzazione".

Come si può notare, le idee su come gestire l'area centro-asiatica non mancano certo, ma i tempi di attuazione sono molto lontani e la stessa eterogeneità dei Paesi membri è molto accentuata, tale che il loro fallimento è più che probabile. I dati di fatto sono ben altri, e questi riguardano l'arresto dell'espansione dell'Unione Europea, con la creazione - al massimo, e nella migliori delle ipotesi - di un cordone di Stati "amici" sui confini della Russia. Un altro dato evidente è la forte crisi che attraversa questi Paesi, e dunque la loro instabilità politica e la stessa influenza della Russia che, in questi momenti così critici, è in grado di approfittare più dell'Unione Europea. Bielorussia e Ucraina hanno più bisogno di Mosca, che è disposta a trasferire già da domani il denaro e il gas a copertura del fabbisogno interno; anche le repubbliche del Caucaso necessitano della "protezione" di Mosca per il loro riconoscimento come Stati Indipendenti. L'Europa, in questo modo, cerca solo di strappare accordi di cooperazione più agevolati per l'utilizzo delle fonti di energia e dei territori per il transito delle merci, ma non concederà più di questo. Le mire di integrazione delle ex repubbliche russe dovranno aspettare ancora, perché - come ammesso anche dalla presenza ceca UE - "la casa dell'Unione Europea si sta allagando".

13 marzo 2009

Il volto oscuro dei Balcani attraverso gli occhi di Antonio Evangelista


Da una profonda conoscenza dei Balcani e da una lunga esperienza in queste terre, nasce “Madrasse - Piccoli martiri crescono tra Balcani ed Europa”, di Antonio Evangelista, Vice Questore Aggiunto e Capo della squadra mobile di Asti, nonchè ex comandante della missione ONU in Kosovo (UNMIK). Un saggio che, tra realtà e romanzo, delinea con chiarezza delle sfumature della regione balcanica che sono rimaste all'oscuro per troppo tempo. Cadono i veli della propaganda politica e dei media, che hanno reso le guerre dei Balcani, e lo stesso fondamentalismo islamico cresciuto in quelle terre, una semplice parentesi della storia recente.

Gli orfani delle guerre che sono rimasti sul campo, dopo il ritiro delle truppe dell’ex Jugoslavia e quelle internazionali in Bosnia, sono stati raccolti in madrasse, in scuole coraniche, "nelle cui mura, ex guerriglieri santi, rimasti in Bosnia dopo la guerra, senza alcun tipo di formazione, se non quella del fanatismo religioso e della militanza fondamentalista armata, sono diventati tutori e maestri, padri e madri, amici e fratelli, di creature già vittime della guerra, destinate al plagio esercitato nel segreto di muri oltre i quali non è dato vedere o ascoltare". Queste le parole di Antonio Evangelista, Vice Questore Aggiunto e Capo della squadra mobile di Asti, tratte dal suo ultimo saggio “Madrasse - Piccoli martiri crescono tra Balcani ed Europa” (Editori Riuniti, 192 pagine, 15 euro), nel quale tra realtà e romanzo viene delineata con chiarezza una sfumatura della regione balcanica, volutamente rimasta all'oscuro dell'opinione pubblica internazionale. Parlare oggi di fanatismo e di fondamentalismo in un Paese nel cuore dell'Europa Sud-Orientale, quale può essere la Bosnia Erzegovina, porta a spiegare necessariamente che, nel corso della storia di questa regione, vi sono stati degli eventi risolutivi che hanno cambiato anche la società occidentale.

Leggendo i passi della storia di un orfano delle madrasse, Gjorgje Kastrati, si può scorgere non solo un aspetto poco conosciuto del fondamentalismo islamico, ma anche il ruolo che questo ha avuto in passato nel frammentare la Jugoslavia, nello scatenare una guerra sanguinosa e fratricida armata e fomentata dalle forze della Nato, per poi costruire le "repubbliche balcaniche" che conosciamo oggi, ancora tormentate da conflitti interni dovuti dal peso del passato. Da precisare che "Madrasse" non si riferisce all'islam e o ai musulmani, bensì a quella distorsione della religione che va a creare "un fenomeno criminale che cerca di autolegittimarsi vestendo i panni del predicatore - come sottolineato dallo stesso Evangelista, aggiungendo - non vi è religione al mondo che predichi il terrore la distruzione, e questo è il primo segnale che deve autarci a non andare in confusione".
Questo racconto, intrecciando una trama romanzata con fatti e circostanze reali, mostra come la Bosnia Erzegovina rischia di divenire una cellula dormiente, che potrebbe - nella migliore delle ipotesi - incatenare il suo sviluppo sociale ed economico come Paese europeo, impedendone l'integrazione e il raggiungimento della stabilità interna, sino ad alimentare nuove forme di odio interetnico da scatenare contro gli stessi fratelli bosniaci, o contro la stessa Europa. Le guerre balcaniche fanno così solo da sfondo a questa società sofferente che si sta venendo a creare nei Balcani, nell'immobilismo della Comunità Internazionale e dell'Unione Europea, che continuano a creare differenze e discriminazioni su base etnica e vanno a formare i "piccoli martiri" del futuro.

L'autore così traccia un vero e proprio documento sul "terrorismo di oggi", ereditato però dal terrorismo del passato che cresceva nei Balcani per poi essere esportato in America e dare origine al mito di Al Qaeda, in maniera da nascondere perfettamente i crimini della mano occidentale. Antonio Evangelista ha così realizzato uno dei primi testi giunti nelle librerie italiane che racconta con occhi critici la realtà dei Balcani più dura da accettare, ossia la consapevolezza che i crimini atroci delle guerre balcaniche non sono frutto dell'odio inter-etnico dei popoli che ci vivono, ma della logica spietata dell'indifferenza e dello sfruttamento di queste terre per raggiungere obiettivi di destabilizzazione. Questo è uno degli elementi ricorrenti nei suoi saggi tecnici e delle sue digressioni di grande osservatore curioso, le cui doti di analista critico sono emerse proprio con il primo saggio "La torre dei crani" (Editori Riuniti, 14 euro, 141 pagine). In questo lavoro Antonio Evangelista ha riportato la sua esperienza durante la missione Onu Unmik in Kosovo, in cui ha ricoperto la carica di vicecomandante e poi come comandante, occupandosi durante le sue missioni di investigazioni sulla criminalità organizzata, intelligence, crimini di guerra, terrorismo e mafia kosovara. "La Torre dei Crani" trae il suo titolo da un macabro monumento che si trova in Serbia, al confine con la provincia kosovara, per ricordare un terribile massacro avvenuto 600 anni fa: un'immagine forte per far capire che il Kosovo è una terra assurda, in cui etnie, religioni e costumi sociali molto antichi, si fondono creando un luogo che non conosce leggi o limiti.
Evangelista così spiega l'aspetto oscuro della "terra dei corvi", ossia il fenomeno criminale albanese-kosovaro, che ha schiavizzato questa provincia alla dura legge della vendetta e dell'omicidio. Anche in questo caso, come in Madrasse, viene descritto un fenomeno criminale che affonda le radici nel malinteso senso dell'onore descritto in codici come il Kanun, che paradossalmente avrebbe la funzione di regolare la vendetta e quindi limitare le morti. "La gente si ammazzava o risolveva le proprie controversie ricorrendo alle armi, per i motivi più futili, conditi ovviamente da rancori bellici mai sopiti - scrive Antonio Evangelista - Non passava giornata senza shooting (sparatoria) o handgranade (bomba a mano), magari alla fermata dell’autobus per vendicarsi di uno sberleffo adolescenziale[…] che in quella realtà e cultura assumeva i contorni di tale e tanta offesa che doveva essere vendicato. E la vendetta in Kosovo è una sola, quella del sangue, quella del Kanun". Il Kosovo, attraverso le sue parole, smette di essere solo la provincia martoriata da crimini di guerra volta pulizia etnica degli albanesi per mano serba, per divenire un teatro di guerra continua tra bande che si scontrano per il controllo del territorio, terreno fertile per alimentare traffici illegali e criminalità organizzata.
Da questo punto di vista, i lavori di Antonio Evangelista diventano preziosi e significativi per snodare la grande matassa di disinformazione creata negli anni su questi temi così difficili, proprio perché le informazioni sono filtrate attraverso gli occhi di un osservatore imparziale ma esperto. Cadono così i veli della propaganda politica e dei media, che hanno reso le guerre dei Balcani, e lo stesso fondamentalismo islamico cresciuto in quelle terre, una semplice parentesi della storia recente. In realtà sono una parte essenziale della storia dell'Europa e dell'Unione Europea, all'indomani della sua estensione verso Est e il Vicino Oriente. Ignorare cosa accade oltre l'Adriatico, significa contribuire a creare la nuova Europa una regione eternamente balcanizzata.

12 marzo 2009

Le vie della seta della Russia


Nascondendosi dietro la necessità di diversificazione delle vie di trasporto per l'approvvigionamento di gas, la Russia continua ad utilizzare l'ennesima "via del gas" come uno strumento per rafforzare la sua posizione nello sviluppo del settore del gas. Mentre la francese GDF-Suez propone di partecipare al progetto del Nord Stream, la Spagna chiede a Gazprom di costruire rapporti analoghi a quelli che unisce la Russia a Germania, Francia e Italia.

In una prospettiva di lungo termine, solo tre paesi avranno la possibilità di garantire la fornitura di gas al mondo, e questi sono la Russia, l'Iran e il Qatar. Lo ha affermato il Vice Presidente del Consiglio di Amministrazione "Gazprom" Aleksandar Medvedev, in occasione delle negoziazioni con la società francese "GDF-Suez" sulla sua potenziale partecipazione alla realizzazione del progetto "Nord Stream". Nascondendosi dietro la necessità di diversificazione delle vie di trasporto per l'approvvigionamento di gas, la Russia si prepara ad utilizzare l'ennesima "via del gas" come uno strumento nelle mani di Mosca per rafforzare la sua posizione e accentrare sempre più la sua figura di "coordinamento" per lo sviluppo del settore del gas. Infatti Mosca diventa sempre più promotore dei progetti "partecipati" per la distribuzione del gas, invitando gli stessi partner europei a contribuire alla realizzazione degli stessi, al fine di creare un sistema energetico integrato. Un quadro che viene a delinearsi sempre più, con l'estensione dei negoziati alle fasi di estrazione, della produzione e dello stoccaggio, verso nuovi Paesi partner. La recente crisi con l'Ucraina ha dimostrato proprio l'inaffidabilità dei Paesi di transito laddove non vi è reale compartecipazione dei Paesi partner, oltre ad una mera strumentalizzazione politica. Usando queste motivazioni come leitmotiv, Mosca sta cercando di fare cerchio con i partner strategici, isolando coloro che sembrano dei sabotatori, in quanto mossi da motivazioni politiche anziché economiche, considerando che quest'ultime assicurano una certa stabilità nel rispetto dei contratti.

È chiaro che le principali contro-parti ambigue restano Polonia e Ucraina, le quali hanno più volte lanciato segnali negativi, inducendo così la Russia ad un programma strategico alternativo per rispettare la tabella di marcia imposta per la ripresa economica e il consolidamento con leader della Federazione Russa. I piani alternativi si chiamano proprio Nord Stream e South Stream, ma si chiamano anche "Iran" e "Qatar", due improbabili alleati con cui stringere un patto di non concorrenza e monopolizzare il mercato del gas dall'Adriatico al Mar Baltico, sino all'estremità dei Perenei. Seguendo le rotte dell'energia, è facile individuare, dunque, anche il percorso logico delle ultime trattative politiche, ossia la riapertura del dialogo con gli Stati Uniti per una cooperazione all'interno della Nato, l'annullamento del progetto dello scudo missilistico in Polonia, ma anche l'intermediazione con l'Iran e la falsa partenza del nucleare civile con il parziale avvio della centrale di Bouchehr. La Russia, in cambio, ha chiesto che Europa e Stati Uniti cambino i loro toni nei confronti di Georgia, Polonia e Ucraina, in maniera tale da assecondare il suo gioco-forza volto a fare arretrare determinate posizioni. I Paesi dell'Unione Europea stanno seguendo, a modo loro, questa linea diplomatica e rispondono positivamente al dialogo, nonché alla partecipazione ai progetti energetici.

Il cambiamento di rotta europeo, lo si può notare con la proposta della francese GDF-Suez a partecipare al progetto del gasdotto del Nord, che raggiunge l'Europa Centrale attraverso il Baltico, aggirando (non a caso) proprio la Polonia. Il presidente della GDF Suez, Jean-François Cirelli, per la prima volta ha ufficialmente riconosciuto che la società francese è interessata ad acquisire una quota di minoranza del Nord Stream AG. Un alto responsabile di Gazprom Export ha detto che la Russia sta effettivamente seguendo delle trattative per la vendita di circa il 9% del capitale sociale del Nord Stream AG, alla società francese, che potrebbe essere firmato entro la fine di marzo. Le stesse fonti Gazprom affermano che, per consentire l'ingresso dei partner francesi, la BASF e E-On sarebbero risposti a cedere il 4,5% alla Francia, riducendo la loro quota al 15,5%. È da notare che le trattative con i francesi giungono all'indomani della trasmissione al Ministero dell'Ambiente di Russia, Germania, Svezia, Finlandia e Danimarca, dell'intero rapporto sull'impatto ambientale del gasdotto, per "esorcizzare" le polemiche scatenate dai Governi dei Paesi baltici sui rischi di inquinamento del Gasdotto. Dopo aver speso oltre 100 milioni di euro per gli studi ambientali, la Nord Stream AG (51% di proprietà della Gazprom) la società ha chiesto che il processo di risoluzione dopo tre mesi di consultazioni con i cinque paesi della zona del Nord Stream, giungano alla fine per poter raggiungere un accordo sulla sicurezza energetica e sul rischio del progetto. La relazione doveva essere completata un anno fa, ma Finlandia, Danimarca e Svezia hanno chiesto un cambiamento di rotta del gasdotto, che ha richiesto la correzione dell'intero progetto.

Le trattative della Russia si sono spinte sino in Spagna, dove Dmitri Medvedev e Jose Luis Rodriguez Zapatero hanno firmato una dichiarazione di partenariato strategico, dichiarando la loro volontà a costruire rapporti analoghi a quelli che uniscono la Russia con la Germania, la Francia e l'Italia. Secondo il Kommersant, questo tipo di accodo, non fa altro che consolidare l'alleanza politica attraverso l'energia con la partecipazione di Gazprom, che ancora una volta ha rappresentato il principale collegamento per lo sviluppo dei legami tra Mosca e Madrid. Il monopolio russo sarà presto nel mercato spagnolo, probabilmente con una partnership della Repsol, interessata a partecipare alla produzione di GNL a Iamal, e con la vendita del gas naturale liquefatto del giacimento di Chtokmanv. Ma ciò che unisce Spagna e Russia, sono anche gli interessi in comune nell'America Latina, dove Mosca e Madrid potrebbero diventare partner nello sviluppo di giacimenti di idrocarburi in questa regione, in cui Repsol ha delle grandi quote di mercato. Infine, ultima ma non meno importante, è la cooperazione tra MOL e Gazprom, che collaboreranno (oltre che al Sud Stream) nel quadro di un accordo firmato martedì a Mosca, nella costruzione di un deposito di stoccaggio sotterraneo di gas in Ungheria, con una capacità di 1 miliardo di metri cubi, rispondendo alla metà del fabbisogno annuale del paese del combustibile blu.
È evidente che le antiche rivalità che dividevano Stati Uniti e Russia, ma anche la stessa Unione Europea da Mosca, si stanno lentamente colmando, e potrebbero cancellarsi del tutto quando si raggiungerà un accordo anche sull'Iran, ossia quando questa sarà consacrata gigante del gas e non del nucleare. Restano da definire i ruoli degli Stati "cuscinetto", come Ucraina e Polonia, e delle regioni di transizione, quali i Balcani e il Caucaso, sui quali potrebbero continuare a scontrarsi il blocco occidentale e quello orientale.

10 marzo 2009

L'Еuropa frantumata in tre parti?


L'Agenzia di intelligence americana CIA ha stilato un quadro sulla futura conformazione dell'Europa nel 2020, dividendo il continente europeo in tre blocchi di divisione territoriale e per zone di influenza. Il rapporto della Cia, trova però un'immagine speculare in un documento simile stilato da esperti di intelligence russa, secondo il quale, entro il prossimo anno, il Presidente Barack proclamerà uno Stato di emergenza, ed entro il 2011 gli Stati Uniti d'America si frantumeranno in Paesi, mentre Russia e Cina diventeranno la colonna portante del Nuovo Ordine Mondiale.

L'Agenzia di intelligence americana CIA ha stilato un quadro sulla futura conformazione dell'Europa nel 2020, dividendo il continente europeo in tre blocchi di divisione territoriale e per zone di influenza. La cosiddetta Europa Occidentale, che comprenderà Germania, Francia, Gran Bretagna, e Austria, accanto poi a Spagna e Italia, si affiancherà alla Seconda Europa, denominata Nuova Europa, in cui confluirà Estonia, Lituania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Polonia, insieme poi a Slovenia e Croazia. Il blocco orientale sarà costituito, secondo lo stesso rapporto della CIA, dalla Federazione Balcanica che include il Sud Est Europa, con popolazione a maggioranza ortodossa, includendo oltre ai Balcani Occidentali anche Romania, Bulgaria e Grecia. Un quadro che ci riconduce allo stesso programma di espansione dell'ex Presidente jugoslavo, Josip Broz Tito, o al vecchio Impero d'Asburgo, "sotto il controllo economico della Germania e il patronato degli Stati Uniti", come sottolinea il rapporto della CIA. L'analisi precisa inoltre che la crisi globale degenererà al punto da sfociare in moti rivoluzionari all'interno dell'Europa, e che di conseguenza i Paesi balcanici non entreranno mai nell'Unione Europea. Per cui, come gli analisti ussi prevedono la frantumazione dello Stato Americano, la CIA annuncia che anche la UE si spaccherà in tre entità divise tra di loro e differenti per il sistema economico e sociale.

Ivan Sijakovic, sociologo di Banjaluka, commentando la notizia giunta in Bosnia Erzegovina, ha chiarito che queste dichiarazioni potranno essere solo dei giochi di potere, al solo scopo di tenere in sospeso Stati con il continuo timore di insicurezza ed esclusione politica. "Alla base di questa previsione vi è un gioco di potere. Il potere economico e militare che gli Americani avevano in passato non basta e ora usano gli scenari futuri. Lo scopo resta quello di destabilizzare gli altri Stati. Il controllo con la paura e l'insicurezza degli altri Stati non sono spesso vicini alla realtà", ha dichiarato Sijakovic per il quotidiano Fokus di Banjaluka. Questi rapporti che dipingono scenari con storie più o meno false o vere, come "le previsioni del tempo" alla vecchia maniera senza tecnologie, inducono le persone a sperare in un futuro non sicuro, estraniandosi dalla vita quotidiana con l'immagine che "in casa degli altri" si vive peggio. Il rapporto della Cia, trova però un'immagine speculare in un documento simile stilato da esperti di intelligence russa. Così dall'altra parte dell'Atlantico, risponde Igor Panarin, ex portavoce dell'Agenzia cosmonautica russa e analista presso il KGB, ha previsto che il prossimo anno il Presidente Barack proclamerà uno Stato di emergenza, ed entro il 2011 gli Stati Uniti d'America si frantumeranno in Paesi, mentre Russia e Cina diventeranno la colonna portante del Nuovo Ordine Mondiale.

Panarin ritiene che il tenore morale e lo stress psicologico che è presente in America da anni, sta provocando una situazione estrema sia nel tessuto sociale che in quello istituzionale, e in questa chiave di lettura esamina le decisioni prese sia dall'UE che dagli stessi Stati Uniti. "Sono stato in America poco tempo fa e, vedendo cosa accade, posso dire che quella terra è ormai lontana da quello che si chiamava ‘american dream’ ", afferma Panarin, parlando così di un vero e proprio crollo del Sistema americano, che beneficerà invece la crescita di Russia e Cina, le quali riusciranno a costruire un sistema economico che li farà uscire da questa crisi in maniera più rapida e semplice. Panarin ritiene che ciò che unisce Russia e Cina, potrà rafforzare anche le economie degli altri Paesi, dando un nuovo corso al valore che ora ha il dollaro sui loro mercati. Per quanto riguarda il piano di cambiamenti dei territori, Panarin ritiene che la stessa Al Qaeda avrà un ruolo determinante. Il piano si basa su sette fasi principali, completando la sua dinamica nel 2020. La più interessante sembra la quinta fase, prevista per il 2013, quando sarà proclamato lo Stato islamico (Kalifat), e ad esso viene conferito il ruolo di partecipare alla creazione del nuovo ordine mondiale. Da questo momento in poi comincerà la sesta fase, che vedrà l'ultimo scontro tra credenti e non credenti religiosi. La settima fase è denominata "la vittoria finale", e si avrà quando il resto del mondo sarà sottoposto alla religione musulmana.

Da tale analisi, Panarin ricorda quando spesso si affermava che la zona dei Balcani, della BiH, della Croazia e del Kosovo erano molto importanti per l'avanzamento della religione islamica in Europa. Della stessa opinione è anche Dzevad Galijasevic, esperto dei crimini dei Mujahedin, secondo il quale questa è solo l'attuazione del vecchio piano della CIA, già noto a coloro che seguono da tempo le dinamiche nei Balcani. "Il documento della CIA è stato pubblicato per attuare un piano e un'ideologia che gli USA non hanno abbandonato. Proprio per questo in Bosnia, Kosovo, Montenegro e Macedonia le controversie tra le etnie non sembrano finire. Tendono dunque a creare una trasversale di tensioni nell'UE", dichiarava Galijasevic. Ad ogni modo, ogni piano evidenziato dalle rispettive intelligence, evidenziano come dovrà essere negoziato in futuro il nuovo accordo tra i blocchi continentali, minacciando da una parte la spaccatura dell'UE e dall'altra l'avanzare dell'islamizzazione e delle divisioni etniche anche nel mondo occidentale. Gli Stati Uniti stanno tentando, in maniera evidente, di ottenere una posizione strategica all'interno dell'UE, ma allo stesso tempo provocano tensioni interne, ben sapendo che l'Europa dipende più da Russia e Cina che dall'America. Se gli Stati Uniti e la CIA trattano la guerra come "scontro tra civiltà", in cui ognuno aspira ad ottenere il potere centrale, Cina e Russia spero in un'alleanza sempre più forte, con la quale potranno rispondere ad armi pari.

Rinascita Balcanica