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18 aprile 2016

Fermato dirigente italiano A2A: EPCG come KAP?


Giunge del tutto inaspettata la notizia dell'arresto dell'ex direttore finanziario dell'Elektroprivreda Crne Gore (EPCG), Flavio Bianco, nell'ambito dell'inchiesta della Procura speciale sui contratti di consulenza sottoscritti a favore dell'A2A senza rispettare le procedure di tender. Tra gli indagati figurano anche Enrico Malerba, ex direttore esecutivo dell'EPCG, e Massimo Sali, ex direttore finanziario, entrambi recatisi in Italia. Interrogato lo scorso venerdì 15 aprile, Flavio Bianco è stato posto in custodia cautelare per 72 ore dopo l'interrogatorio, misura poi prorogata per altri 30 giorni, per evitare l'inquinamento di prove e che possa lasciare il Paese. Bianco aveva rassegnato le sue dimissioni dalla dirigenza dell'EPCG appena pochi giorni prima, precisamente l'11 aprile, per andare a ricoprire un altro incarico presso la municipalizzata di Milano.



Va detto che le dinamiche dell'arresto, come dell'intera inchiesta, non sono del tutto chiare, e sembrano rimarcare le stesse procedure che hanno portato al fermo dell'ex direttore finanziario della KAP, Dmitrij Potrubach, condotto fuori dal suo ufficio in manetta, sotto gli obiettivi di media e giornali. Oggi il dirigente della Central European Aluminium. Company (CEAC) ha avviato una causa contro la Repubblica del Montenegro per il procedimento illegittimo e infondato perpetrato nei suoi confronti, a seguito dell'espropriazione di KAP. Potrubach chiede un risarcimento di circa 5 milioni di euro, per i danni in termini di mancati guadagni e di pregiudizio della sua immagine.

Questa causa è l'ulteriore dimostrazione dell’assenza dello stato di diritto in un Paese candidato all’adesione nell'UE e nella NATO, nonché l'ennesimo caso controverso di fallimento di investimenti esteri, che si traducono nel drammatico epilogo di arresti e arbitrati. Il Montenegro si conferma essere uno Stato inadeguato ad accogliere progetti di cooperazione e di investimento, e per quanto continui ad attirare nuovi capitali, accumula sempre nuovi processi giudiziari, nella maggior parte dei casi ai danni degli investitori. Di contro, per quanto riguarda il particolare caso della A2A, tale arresto costituisce un atto molto grave, che apre una faglia incolmabile nei rapporti di cooperazione energetica tra le due società e i due Stati, con un inevitabile impatto alla stessa solidità del accordo di investimento e di gestione della EPCG. Identici interrogativi possono essere sollevati in relazione al progetto del cavo di interconnessione della Terna Tivat-Pescara, che insiste in un'area marittima contesa tra la Croazia e il Montenegro, ossia la penisola di Prevlaka, e per il quale non vi è ancora alcuna prospettiva di risoluzione.

http://osservatorioitaliano.org/read.php?id=147491

03 dicembre 2012

Il pantano balcanico del Sistema-Italia

Roma - Gli affari della cricca hanno infiltrato l’economia e gli investimenti italiani all’estero nei Balcani, e quindi una ricandidatura di Berlusconi al Governo è fuori discussione. Questo il messaggio che traspare dal reportage sui progetti energetici italiani in Serbia e Montenegro, realizzato dalla trasmissione di Rai 3 “Report” (Corto Circuito 2- dicembre 2012). Nel mirino, la solita storia ormai ben nota di A2A-EPCG e delle connessioni tra Djukanovic e Prva Banka, ma anche il contratto ottenuto da Seci-Energia in Serbia. I contenuti trattati, a nostro parere, rappresentano una lettura di ‘non fatti’ di cui i media locali hanno fatto un’ampia cronaca senza mai fornire elementi concreti. La strumentalizzazione politica della questione balcanica da parte di Report è evidente, cadendo così nella disinformazione e nel più spicciolo complottismo, di cui i Balcani sono pieni. I rapporti economici tra Italia e Balcani sono sostanzialmente politici, essendo Stati confinanti e rivieraschi, per cui sono spesso dettati da esigenze di equilibrio “euro-atlantico” all’interno del Mediterraneo. Ciò premesso, il problema di fondo non è la classe politica di turno che siede al potere, bensì l’approccio del Sistema-Italia che è volutamente ambiguo e non trasparente, per nascondere le inefficienze della macchina diplomatica e gli sprechi dei finanziamenti pubblici devoluti ad una miriade di associazioni per non fare nulla. Se non esiste un piano industriale, energetico e commerciale è perché le istituzioni italiane sono patologicamente disinformate sulla realtà dei Balcani, affidano gli studi di fattibilità sempre agli stessi personaggi e non controllano l’operato delle ambasciate e delle Camere di Commercio.

Il caso Montenegro-A2A

Quello descritto da Report non è qualcosa che ha creato Berlusconi, A2A o Maccaferri, bensì è la realtà dell’inadeguatezza dei funzionari diplomatici, dell’ICE e del MAE, che dovrebbero lavorare instancabilmente per difendere gli interessi nazionali. Per oltre 20 anni di caos balcanico non hanno fatto che disinformare, cercando di risolvere il gran pasticcio creando fantomatiche agenzie di stampa auto-celebrative, finanziate da quelle imprese che dovrebbero ricevere i contratti e dalle istituzioni che hanno sottoscritto gli accordi. Se tutti avessero fatto il loro lavoro, il Governo italiano sarebbe stato informato che il Montenegro aveva un problema con la società elettrica, e dunque con i russi che controllano la KAP, con le associazioni sindacali e le bollette mai pagate. In primo luogo, abbiamo forti dubbi che la dirigenza A2A sapesse allora dove si trovasse il Montenegro sulla cartina geografica, o che il Primo Ministro avesse una banca e che fosse coinvolto in un processo presso la Procura di Bari. Erano convinti che con un semplice avviso di pagamento avrebbero ricevuto il saldo delle bollette, mentre la realtà si è rivelata ben più complessa. Un caso similare – ad onor di cronaca – si è verificato in Albania, dove la società ceca CEZ che ha privatizzato la compagnia di distribuzione, ha tentato di staccare le forniture di corrente ai debitori insolventi (per lo più istituzioni, nel dettaglio la società degli Acquedotti), ma i dirigenti sono stati arrestati e i tecnici malmenati, mentre il Governo albanese ha chiesto la risoluzione del contratto.

L’opera di disinformazione è stata quindi completata dai giornalisti di Report, che non hanno studiato questo caso nella sua totalità, e hanno dato prova di essere stati parziali e politicamente motivati nella loro ricerca della verità, con una chirurgica selezione delle fonti. Si sono così fermati al solito racconto - ripreso ormai da tutti i media - dei rappresentanti dei sindacati e dell’opposizione, come il noto Nebojsa Medojevic, foraggiato da gruppi di interesse tedeschi e americani, ma che nella sua carriera politica non è riuscito a portare nessuna prova di fatto che dimostri l’esistenza di fantomatici accordi segreti, di corruzione o di pratiche illegali. Non viene invece detto che da oltre 4 anni sulle pagine dei quotidiani montenegrini non si fa che parlare degli ‘italiani’, sino al limite del mobbing e dello stalking, riproponendo come scoop gli articoli di Repubblica ed Espresso. Dinanzi a queste pressioni, la Terna ha risposto pubblicando il contratto interstatale per la realizzazione di un elettrodotto tra Tivat e Pescara, e mettendo così a tacere la campagna di diffamazione che era stata montata proprio dalle ONG finanziate da entità estere. Sulla questione di Djukanovic e del contrabbando di sigarette, se si vuole speculare su tale argomento bisogna fornire tutti i dettagli: il traffico e l’importazione illegale di sigarette furono alimentati dalle grandi società di tabacchi, come la Philip Morris, per mettere fuori mercato il Monopolio di Stato, agevolato anche dalle gravi omissioni delle forze dell’ordine che sorvegliavano i confini marittimi, e questa ormai è storia .

Per quanto riguarda poi il motivo per cui l’Italia abbia deciso di investire in Montenegro – scegliendo poi A2A – bisogna considerare il fatto che il Montenegro fosse uno Stato giovane, nato solo nel 2006 per volere della Comunità Internazionale, e anche un Paese molto piccolo, contando solo 600 mila abitanti, di cui solo 278 mila sono montenegrini (Vedi scheda Wikipedia). Per cui, l’Occidente ha scelto Djukanovic per sostenere l’equilibrio etnico interno (visto che serbi  bosniaci e albanesi, venivano sostenuti rispettivamente da Belgrado, dalla Turchia e dalla diaspora albanese), e anche per evitare che si venisse a creare un bacino di criminalità. Si trattava, quindi, di un investimento poco attrattivo per grandi società come Enel, ma necessario, proprio nel tentativo di creare una presenza italiana in un Paese confinante, e mettere in sicurezza i futuri corridoi energetici, perché non cadessero in mano di speculatori. L’Italia quindi ha fatto una giusta valutazione dal punto di vista strategico, ma nell’attuazione la politica dell’affarismo ha avuto la meglio, e ha creato un clima di mistificazione. D’altro canto, quando gli altri competitor hanno capito la possibilità del business di vendere energia ad Italia ed Europa, hanno cominciato a fare pressioni e a pagare i giornalisti locali, sollevando la questione delle irregolarità degli accordi o della mancanza di un tender sul cavo sottomarino.

Il caso Serbia-Maccaferri

Con riferimento invece all’accordo energetico con la Serbia, le tariffe incentivanti di 155 euro a megawattore per l’acquisto dell’energia rinnovabile prodotta, sono il prezzo che si paga innanzitutto per i certificati verdi (che hanno un valore finanziario, secondo il protocollo di Kyoto), ma anche e soprattutto per una pace politica, per garantire la stabilità di alcune regioni dei Balcani. Per quanto riguarda invece il Gruppo Maccaferri, la responsabilità della società è evidente: ha utilizzato le strutture diplomatiche per un proprio interesse, per assicurarsi il contratto di costruzione delle centrali idroelettriche sui fiumi Ibar e Drina, accreditando il suo operato con donazioni e cerimonie di gala, puntualmente pubblicizzate da Agenzie di stampa ‘amiche’. E’ anche vero che Maccaferri non è stata la più ‘veloce’, bensì quella più addentro agli usi e costumi delle ambasciate e delle procedure amministrative, quindi ben sapeva come velocizzare le lente procedure e i fraccomodi ambasciatori. Non potendo contare sull’ICE e la Camera di Commercio ha cercato di reperire da sola le informazioni, ma è caduta nella trappola balcanica della disinformazione e del bluff. Un errore banale per chi non conosce i Balcani, e non sa che ‘tradurre articoli’ e ‘sfornare rassegne stampa’ non permette di capire un contesto così complesso e falsato da politici, giornalisti ed opinionisti che sono tuttologhi e triplogiochisti, affetti dalla classica sindrome del ‘balkanski spiun’. Se avessero studiato – o quando meno solo “ascoltato” quanto si era già detto – sarebbe emerso il problema connesso alla Drina in quanto confine interstatale, nonché alla sensibilizzazione della comunità locale che, oggi e domani, ostacolerà sempre i progetti i cui benefici non sono “equamente distribuiti”. I nostri tecnici e funzionari avrebbero dovuto sapere che per portare avanti un progetto strategico di interesse nazionale è necessario innanzitutto un canale informativo, un gruppo di imprese che già operano all’estero per il supporto logistico, un team di giuristi ed economisti preparati, mentre tutte le istituzioni già sul luogo dovevano rimanere ai loro posti. Invece, non è stata fatta una strategia, bensì un’Armata Brancaleone, che si aspettava di trovare “gente con l’anello al naso”.

Ad alimentare questo clima di ambiguità sono stati soprattutto gli impiegati delle ambasciate, che sono delle ‘gole profonde’ per raggiungere degli scopi personali, ma quando sono dinanzi alle telecamere diventano così piccoli ed insignificanti. Infatti, nel filmato di Report, l’atteggiamento del funzionario dell’ambasciata interpellato dal giornalista è del classico ‘viveur di Belgrado’, griffato e gelatinato, che si riempie la bocca per autocelebrarsi e fare da “Paperon de Paperoni” con strette di mano, abbracci e occhiolino. Però, appena si fa una semplice domanda, chiedendo per esempio di consultare il memorandum interstatale, è divenuto così piccolo, quasi invisibile alla telecamere. Dopo uno scambio di e-mail, la consultazione del memorandum è divenuta una questione di Stato. Comunque, per farla breve, il documento era stato già pubblicato sul sito del Governo della Serbia nella sua versione serba, cosa che avrebbe dovuto fare anche l’ambasciata italiana per la trasparenza, ma purtroppo si è caduti nel ridicolo e si è creato un complotto per la stupidità della disorganizzazione. Forse mancava “il tecnico di laboratorio che inseriva il documento nel sistema per la sua visualizzazione”. Tuttavia, trovandosi all’estero, dove vi sono tante organizzazioni che monitorano il rispetto dei cosiddetti standard internazionali, e considerando il moralismo che i nostri ambasciatori fanno nei loro colloqui sull’integrazione per questi Paesi, la pubblicazione di tutti i documenti con dei web-site dedicati alla questione energetica era d’obbligo.

A dimostrazione di quanto stiamo dicendo, citiamo il caso di una organizzazione non governativa finanziata dalle Banche europee (BERS, BEI,ecc.), Bankwatch, che ha realizzato uno studio sul progetto energetico italiano nei Balcani (A Partnership of unequals - Electricity exports from the eastern neighbourhood and western Balkans), contemplando proprio i casi di A2A e Seci-Energia, sui quali esprime delle riserve e dei sospetti di corruzione. Questi rapporti vengono consultati dalla Commissione Europea e dalle cancellerie, e condizionano i politici locali e le organizzazioni locali, creando un clima ostile e di sospetto, anche se non vi è nessuna prova. Ci chiediamo, quindi, perché quando è stato diffuso questo rapporto – sempreché che i nostri diplomatici ne fossero a conoscenza – non vi è stata una reazione da parte dell’Italia, ricordando invece che la Deutsche Telekom ha ammesso e patteggiato dinanzi alla Corte di giustizia statunitense la sua colpevolezza per la corruzione dei funzionari montenegrini per la privatizzazione della Telekom Montenegro, e che l’ambasciatore tedesco ha esplicitamente chiesto di non inserire questo caso nella relazione di progresso della Commissione Europea. Purtroppo il nostro ambasciatore ha portato a Podgorica il Narciso di Caravaggio, sponsorizzato da A2A, per farlo vedere a Milo e Aco Djukanovic.

Infine, ci dispiace per l’opinione dell’onorevole Aldo di Biagio, che stima Valentino Valentini come una grande mente di tutto l’Est europeo, sino alla Russia. “Caro Aldo – scusa che ti diamo del Tu, ma così ci hai concesso nella nostra ultima conversazione – è pur vero che una giornalista del Vijesti (fonte di quasi tutti gli articoli copiati ed incollati da Repubblica e Espresso) va in fibrillazione ogni qual volta sente il nome di Valentini, ma questo mito è nato dalla solita patacca americana, visto che era lui l’unico che parlava molte lingue, e veniva menzionato nei cablogrammi delle ambasciate come diretto interlocutore. Non ha mai avuto però una rilevanza politica”. Cade quindi un’altra leggenda, come quella del contratto segreto per il cavo sottomarino, che - con grande delusione della ONG MANS - non contiene nessuna retrovia dell’accordo tra Italia e Montenegro.

Da parte nostra, abbiamo sempre espresso delle riserve verso il progetto energetico italiano, spiegando con fatti e circostanze che la concorrenza era talmente organizzata, ed in grado di orchestrare delle rappresaglie, ma comunque la disorganizzazione era talmente tanta che l’autodistruzione è stata inevitabile. Nei nostri articoli abbiamo più volte lanciato degli allarmi in merito, interrogando al contempo il Ministero degli Esteri – diretto allora da Franco Frattini - e il Ministro dello Sviluppo economico, che tuttavia non hanno mai dato risposta, nonostante le rassicurazioni. Bisognava infatti chiarire il progetto della centrale nucleare in Albania, del parco eolico di Moncada, della centrale termoelettrica di Enel. La confusione era tanta e le informazioni sempre più contraddittorie. Poi nel tempo la situazione è cambiata, Gheddafi è caduto e con lui l’intera finanza italo-libica destinata all’energia, mentre le lobbies sono divenute sempre più aggressive e pressanti. Le ONG che seguono le attività italiane si sono moltiplicate, mentre la crisi ha indebolito lo Stato. Chi ha avuto l'idea di questo progetto fantastico rimarrà comunque sconosciuto, non è farina del loro sacco, ma di una mente che ha studiato l'Italia in maniera storica ed economica. Purtroppo la messa in opera è stata affidata a qualcuno che crede di essere più furbo di altri. Oggi più che mai vale la pena ancora battersi e cambiare regia, perché c'è ancora spazio per una trattativa dura, lunga e difficile. Ma ci vuole soprattutto 'amor di patria', perché ognuno diventi un Enrico Mattei.


21 dicembre 2010

Djukanovic cade in Montenegro ma i misteri restano

Sono tutti a lavoro in Montenegro per destabilizzare la situazione interna e riportare a galla delle storie appartenenti al passato, per sdoganarle o manipolarle. Tra queste vi è senz'altro il cosiddetto "Caso Mattei" che oltre a descrivere strane faccende finanziarie, affonda le radici in una realtà molto più profonda, che ha un inizio storico sin dagli anni '80, e in cui il traffico di sigarette è solo uno dei pochi strumenti utilizzati per rastrellare denaro e controllare il territorio. Nel corso dell'inchiesta della DIA di Bari, il Procuratore Scelsi ha dato per buone le dichiarazioni di Pukanovic e Knezevic. Signor Procuratore, lei veramente crede che questi personaggi fossero venuti a conoscenza dei traffici del tabacco in un aereo, nel corso dei colloqui con una cantante Folk? Pensa davvero che il Ministro degli interni croato non sapesse nulla? E di fatti gli inquirenti non hanno preso in considerazione il fatto che dietro un'organizzazione così complessa non vi fossero entità di potere molto forti.

Il contrabbando di sigarette era il pizzo che si doveva pagare, avendo alle spalle una triangolazione di armi e pratiche finanziarie destinate a finanziare un grande progetto. Milo Djukanovic è figlio del KOS, erede storico di un accordo siglato da due Paesi. La mafia italiana fu usata solo da deterrente in una rete che si espandeva oltreoceano, e non faceva solo traffici. Questi sono solo brevi stralci di una lunga indagine, durante la quale l'Osservatorio Italiano ha spiegato il cosiddetto 'Caso Oriano Mattei' ( si veda Dossier Oriano Mattei ) , pubblicando documenti molto significativi, tra cui la sentenza ufficiale emessa dal Tribunale Civile di Zurigo, che condannava la Repubblica del Montenegro e la Podgoricka Banka attuale Gruppo Société Generale ( Sentenza n. U/EQ990238 28 august 2000 Bezirksgericht Zurich Podgoricka Banka). Questa sentenza conferma che nel 1996 la Repubblica del Montenegro riceveva finanziamenti per circa un miliardo di dollari americani in titoli collaterali, portando così a termine un'operazione finanziaria durante l'embargo imposto alla Jugoslavia.

Stranamente, dopo tanti anni di silenzio, giornali come il Vijesti di Podgorica si preparano alla pubblicazione di una storia intricatissima, un affare che sfiora un iceberg molto pericoloso e che porta dritto alle porte di una grandissima banca e della CIA stessa. Sono state assoldate anche le associazioni e le organizzazioni, come la Rete per l'affermazione delle ONG (MANS), che ha sferrato un'agguerrita campagna di lotta civica, tanto da compiacere i padroni di Washington. I media internazionali sono alla ricerca di informazioni ben pagate, tanto per creare caos e confusione. Pronti anche i file di Wikileaks sul Montenegro: altro giro altra corsa. Si sta quindi dispiegando un esercito di giornali e associazioni, pronti ad agire in tutta la regione, per portare a termine una sorta di lustrazione silenziosa, mascherata da campagne di lotta alla corruzione.

Dopo Sanader in Croazia e Thaci in Kosovo, vediamo cadere Milo Djiukanovic in Montenegro. Ognuno di essi si porta dietro un gruppo di 'amici occidentali' che vengono screditati di conseguenza. Si sgretola così la cooperazione Zagabria-Carinzia (vedi scandalo Hypo Bank), l'amicizia Thaci-Blair (denunciata ora come insana dai media britannici) e ora è stato inflitto un duro colpo a Djukanovic ed indirettamente alle entità che vengono in qualche modo associate alla sua figura. Quei giornalisti che per anni hanno taciuto sugli scandali e sulle gravi pratiche illecite in corso, sembra si siano svegliati. C'è da chiedersi chi ha bussato alla loro porta offrendo così una ricca ricompensa, in nome della libertà di stampa. In realtà è in atto un crimine ben peggiore che rivela le molteplici sfaccettature del potere e della mafia: le strutture criminali vengono create per scopi ben precisi, e poi distrutte per obiettivi altrettanto ambiziosi.

14 dicembre 2009

La privatizzazione del Porto di Bar e il Corridoio XI

Il Montenegro continua ad essere destinazione finale di investimenti e progetti esteri, anche in virtù della sua strategia posizione geografica che lo pone a metà strada tra i Balcani continentali e il Mediterraneo. Di grande attenzione e richiamo è il tender per la privatizzazione del Porto di Bar (Luka Bar), sulla quale sono caduti gli occhi non solo di molti Paesi europei, come l'Italia, ma anche di oltreoceano come Cina e Stati Uniti. Tuttavia, la Serbia è senz'altro tra i primi Paesi sulla lista che vorrebbe poter sfruttare il porto di Bar per sviluppare la propria economia, in quanto attraverso di esso potrebbe completare la costruzione di un’autostrada che attraversi la Serbia e il Montenegro , e potrebbe avere uno sbocco sul mare, senza poi contare gli enormi vantaggi economici e commerciali che offrirebbe il porto stesso.

Già all’inizio di settembre, quando doveva essere inaugurata la prima gara d’appalto per la privatizzazione del Porto, il Sindacato ha fatto sentire la sua voce sottolineando il fatto che occorreva trasparenza nonchè il rispetto delle condizioni per l'attuazione del contratto collettivo. Nonostante tutte le riserve e le precauzioni, la prima gara d’appalto è stata dichiarata non valida e quindi annullata. Nelle offerte per la seconda gara d’appalto si sono mostrati molto interessati gli investitori italiani i quali, dopo il summit intergovernativo tra la Serbia e l’Italia di Roma, hanno annunciato la possibilità di creare un nuovo corridoio transeuropeo per collegare il Porto di Bari a Timisoara (Corridoio 11), sfruttando così l'ottima posizione geografica e dando impulso all'interscambio per entrambi i Paesi. Il Governo serbo si è già attivato per la sua realizzazione, e pochi giorni fa il Governo serbo ha espresso la sua intenzione di sostenere gli investimenti in Montenegro e così la partecipazione di aziende serbe alla privatizzazione del Porto di Bar. Proprio per tale ragione, il Governo si è assunto l’incarco di sostenere le cosiddette “aziende offerenti” e divenire proprietario di minoranza di Luka Bar, come affermato dal Ministro serbo per l’economia e lo sviluppo regionale, Mladjan Dinkic, il quale ha sottolineato come "il progetto serva degli interessi bilaterali, in funzione dello sviluppo economico". Secondo Sasa Jovanovic, esperto del settore portuale ed infrastrutturale, al progetto parteciperanno anche degli investitori italiani, "ma ciò non diminuisce il rischio di fallimento della gara. La partecipazione di un partner straniero è necessaria ma non basta. I partner stranieri non devono limitarsi ad ottenere la concessione di sfruttamento dei terminal portuali, come la sola motivazione per fare degli investimenti", osserva Jovanovic. Egli spiega che, al fine di ottimizzare al meglio l'uso di risorse finanziarie in questo tipo di investimenti, occorre fare un confronto con la situazione catastrofica dei porti sul Danubio. "Nessuno mette in dubbio che la Serbia diventerebbe molto importante se avesse uno sbocco sul mare, però bisogna tenere anche conto dei costi, che non sono da poco. E’ vero anche il fatto che, se la Serbia avesse i soldi, avrebbe delle grosse potenzialità perché lì è in gioco non solo il Porto, ma anche il trasporto aereo, il corridoio 7 e il corridoio 10. Sono stati aperti molti progetti ma nessuno di loro è stato completato definitivamente", afferma Jovanovic.

Benché il Ministro non abbia rivelato i nomi delle aziende che sono interessate al progetto e quanti soldi il Governo serbo abbia stanziato, dalle parole del Ministro Dinkic si può dedurre che la Serbia avrebbe tra le mani due progetti che sono strettamente collegati tra di loro, ovvero l'acquisto del Porto di Bar di conseguenza la costruzione della ferrovia Belgrado–Bar. Esso ha inoltre lanciato l'iniziativa di creare, con le più grandi società di esportazione della Serbia, un consorzio che, secondo le prime informazioni, sembra sia già fallito. Nikola Vujacic, direttore del Victoria Group spiega che la Serbia deve trovare una strada alternativa per poter esportare i prodotti, e questo proprio in vista del suo ingresso nell’Unione Europea. Finora la Serbia esporta grazie al porto di Costanza, perché il prezzo è ragionevole, ma Vujacic ritiene che gli uomini d’affari serbi abbiano la necessità di usufruire del Porto di Bar; in caso contrario, se si guarda al volume di esportazioni grazie ai porti di Kopar o Fiume, il prezzo sarebbe molto più alto. Vujacic dice che per lui è molto meno costoso esportare attraverso il porto di Costanza che dal Porto di Bar, dato che la sua azienda si trova a Novi Sad. Nonostante il Governo della Serbia all’inizio non ha rivelato quanto abbia messo da parte per questo progetto, si è venuto a sapere che esso ha stanziato 500 milioni di dinari come azionista di minoranza nella gara. Niente è ancora definitivo, perché se partecipassero le aziende serbe, allora parteciperà anche il Governo. Lo stato incentiverà anche l’anno prossimo progetti così importanti e strategici per le compagnie serbe nella regione, per le quali sono stati stanziati 1,5 miliardi di dinari.


Agenzia Balcani


Nota: l'articolo è un estratto di quello pubblicato su Rinascita Balcanica.
Per ulteriori approfondimenti leggi: http://www.rinascitabalcanica.it/read.php?id=40957

12 novembre 2009

La fuga dei capitali russi dal Montenegro


L’amore storico tra Russi e Montenegrini, che dieci anni fa è stato concretizzato con l'arrivo di decine di magnati russi nell'Adriatico meridionale adesso in gran parte è svanito. Non è rimasto quasi nessun compratore russo di nuove ville, appartamenti e terreni, e sempre più spesso offrono di vendere quello che hanno comprato prima. La proprietà che hanno pagato a caro prezzo ora viene offerto a prezzi bassi. Tutto questo ha approfondito i sospetti che gli alberghi possono essere utilizzati per eventuali azioni illegali, come riciclaggio di denaro, ma non è mai stato provato.

L’amore storico tra Russi e Montenegrini, che dieci anni fa è stato concretizzato con l'arrivo di decine di magnati russi nell'Adriatico meridionale, tra il 2006 e il 2007, e così con l'acquisto di terreni e ville nonché grandi progetti di hotel e villaggi turistici, adesso in gran parte è svanito. La Riviera di Budva, il principale bersaglio dei nuovi miliardari russi, è stato il principale oggetto della discordia. Tutto è iniziato quest'autunno quando la "Guida per il Montenegro” ha definito i montenegrini di Miramax dei bugiardi, "perchè ancora tramandano l'antica tradizione dei ladri e dei predatori". Dei complessi di hotel di lusso dal marchio "Kempinski", "Sheraton", "Hilton", "Four Seasons" e tanti altri che avrebbero dovuto adornare la costa della Riviera di Budva, da Buljarice a Jaz, oggi restano solo i cantieri e gli edifici appena iniziati, hotel che non funzionano e un sacco di debiti, che i russi hanno lasciato dietro di sé. Non è rimasto quasi nessun compratore russo di nuove ville, appartamenti e terreni, e sempre più spesso offrono di vendere quello che hanno comprato prima. La proprietà che hanno pagato a caro prezzo ora viene offerto a prezzi bassi. Le informazioni sul fallimento del "Mirax Group", del miliardario russo Sergei Polonski, come riportato dalle agenzie internazionali lo scorso fine settimana, hanno agitato ancor più il mare di Budva. Questa società stava costruendo un villaggio turistico a Zavala, che ha ricevuto molta attenzione dai media. La Mirax dei Balcani nega la notizia giunta da Mosca, affermando che "molte altre aziende nel mondo che si occupano di affari immobiliari hanno dei problemi finanziari, ma non sono in bancarotta", promettendo poi di finire la costruzione di quaranta ville. L'ultima incomprensione giunge dell'hotel "Regina del Montenegro" di Becici, che quest'estate è stato rilevato dai russi del "Korston group” promettendo di creare un paradiso del gioco d'azzardo in una delle più belle spiagge del Mediterraneo. La settimana scorsa, però, hanno annunciato il licenziamento dei dipendenti stagionali, paventando anche la possibilità di chiudere l'hotel durante l'inverno, anche se la notizia sia stata poi rettificata. La situazione è stata ulteriormente complicata dall'annuncio della società "Jack pot", che ha una licenza per un hotel-casinò a Podgorica, di rischia di perdere la sua concessione non avendo ancora rispettato i propri obblighi.

Ovviamente il caso più eclatante è quello del grande oligarca russo, Oleg Deripaska, che ha abbandonato il cantiere vicino Jaz dove aveva iniziato la costruzione di alcuni Hotel. Resta, tuttavia, il progetto di "Metropol" di costruire a Sveti Marko decine di ville private di lusso. Anche il famoso "Sheraton" di Becici, che ancora non “esiste” tra l'albergo "Splendid" e "Naftagas”, dopo che la società russa Belon Group ha acquistato il terreno attraverso la sua società "Capital estate”. E' interessante ricordare la ricostruzione dell'ex "4 Luglio " e ora Hotel "Monte Casa" a Petrovac, è vuoto per due anni. I russi che nel frattempo sono falliti e hanno interrotto completamente i lavori, hanno solo iniziato a costruire 40 ville con 237 appartamenti, di cui quasi la metà sono state vendute, ma non hanno nemmeno pensato di costruire quell'hotel di lusso con 27 piani per cui gli è stato rilasciata la licenza. Dopo quattro anni di rinnovamento, è stato ufficialmente aperto nella metà di luglio 2007, e il proprietario della “Moskovskaja trastova Group“, attraverso la loro società in Montenegro "Petrohotel”, ha investito circa dieci milioni di euro in lavori di ristrutturazione. I russi più volte hanno prorogato il termine per il completamento degli investimenti, e il Ministero del Turismo ha ripetutamente ribadito sollecitando che l'hotel fosse inaugurato. Quando finalmente è stato inaugurato ufficialmente, è stato a lungo considerato un centro termale medico, ma è ancora vuoto. I lavoratori degli alberghi che erano stati assunti, avvertivano che qualcosa non andava, perché l'hotel non aveva ospiti, né pubblicità, anche de l’offerta per Petrovac rimane una delle più importanti.

Tutto questo ha approfondito i sospetti che gli alberghi possono essere utilizzati per eventuali azioni illegali, come riciclaggio di denaro, ma non è mai stato provato. Dal febbraio 2002 fino ad oggi, ogni anno arrivano russi che annunciano che nella prossima stagione di aprirà un hotel. Non vi sono dubbi però che questi "investitori" che sbarcano in Montenegro provenienti dalla Russia si sono rivelati assolutamente i più inaffidabili tra tutti gli investitori esteri. I cittadini di Budva non sono preoccupati che gli hotel non vengano costruiti, ma dei debiti che le società russe lasciano alle autorità locali. Solo Mirax deve pagare al comune di Budva quasi sette milioni di euro. Rilevando che "nessuno è stato ufficialmente informato del fallimento di Mirax", il sindaco di Budva, Rajko Kuljaca, ha detto ai giornalisti di non essere molto interessato. “Abbiamo reagito in tempo utile. La proprietà in capo alla "Mirax" non è stata registrata, e presto saranno venduti i loro appartamenti e la terra“, ha detto Kuljaca. Per la costruzione dell'hotel Zavala, per il terreno di circa sei ettari il comune non ha ancora trovato gli investitori. Ci si chiede, allora, qual è la causa del fallimento russo in Montenegro e della loro fuga , nessuno sa dirlo con precisione. La crisi economica potrebbe certamente essere uno dei motivi principali per il cattivo stato degli affari russo-montenegrini, come è stato detto per il caso della KAP e della miniera di Bauxite comprata dalla CEAc di Deripaska. Però è davvero molto strano che grandi quantità di denaro arrivano in Montenegro, girano un po' tra le banche e le agenzie immobiliari, e poi spariscono sia i progetti che gli investitori. Non possiamo allora dimenticare le parole di un nostro lettore che ha definito il Montenegro, una "piccola Columbia dell'Adriatico".

01 luglio 2009

I casinò russi giungono in Montenegro


Il gruppo russo Korston, leader nel settore alberghiero e dei casinò, trasferisce la sua attività a Budva e compra l'Hotel Queen of Montenegro. All'indomani del provvedimento del Governo di Vladimir Putin, che mette fuori legge i casinò e l'alcool a partire dal 1 luglio 2009, è verosimile affermare che le grandi catene di casinò russi delocalizzeranno la propria attività in altri paesi, spostandosi, in particolar modo nei Balcani, e dunque in Croazia e Serbia, ma anche in Italia, Germania.

Il gruppo russo Korston, leader nel settore alberghiero e dei casinò, diventerà azionista di maggioranza della società di Hotel di Budva HTP, "The Queen of Montenegro". Lo ha annunciato il Presidente del gruppo russo, Anatoly Kuznjecov, spiegando che la società avrebbe trasferito la sua attività a Budva. Infatti, la ricapitalizzazione della società si trova nella fase finale, e l'accordo relativo alla acquisizione della quota di maggioranza dovrebbe essere firmato la prossima settimana. Secondo l'accordo concluso proprio questo fine settimana, dopo mesi di negoziati, i russi acquisiranno una quota di maggioranza attraverso una ricapitalizzazione di 37 milioni di euro, pari all'importo dei crediti che stanno bloccando l'attività delle aziende alberghiere. Inoltre, il gruppo russo avrà l'obbligo di investire, in una seconda fase, nella costruzione dell'hotel, che dovrebbe avere una capacità di cinque-stelle, e che dovrebbe essere un albergo in funzione durante tutti i 12 mesi dell'anno.

L'hotel, che dispone di 300 camere e casinò, cambierà il proprio nome in "Korston" e i suoi tavoli da gioco saranno monitorati con sistemi moderni d'avanguardia. "Prima della sua apertura, organizzeremo il primo aereo charter da Mosca a Montenegro", ha detto Kuznjecov. Tra le altre cose interessanti di questo accordo, vi è proprio la possibilità di ingrandire il casinò-hotel situato a Podgorica, di proprietà della società "Jack pot", alla quale i russi sono particolarmente interessati. Secondo quanto reso noto dal quotidiano Vjesti, la Jack Pot ha raggiunto un accordo per dotare il casinò di strutture e macchinari moderni e dando la gestione dell'attività ai Russia, in cambio di un profitto annuo. Il Proprietario della "Jack Pot" è Sava Grbovic, e la società dispone di un casinò a Podgorica, nell'Hotel Montenegro. Grbovic detiene anche il 92 per cento delle Lotterie del Montenegro.

L'ingresso del gruppo Korston sul mercato montenegrino, che si aggiunge all'elenco di alberghi famosi sulla costa, segue il provvedimento del Governo di Vladimir Putin, che mette fuori legge i casinò, a partire dal 1 luglio 2009. E' verosimile affermare che, nei prossimi mesi, le grandi catene di casinò russi delocalizzeranno la propria attività in altri paesi, spostandosi, in particolar modo nei Balcani, e dunque in Croazia e Serbia, ma anche in Italia, Germania, e nei paesi del Sud America. Anche Oleg Boiko, proprie­tario della società Ritzio - il primo operato­re di slot-machine nell’Europa dell’Est - ha annunciato che il gruppo ha già stanziato grandi risorse di denaro per organizzare tali attività in altri paesi. Oltre Kalinin­grad, la ex Prussia Orien­tale, il Mar d’Azov, la regione dei monti Altaj, e l’area di Primorye, dove potrebbero nascere le nuove città, si fa sempre più strada L'ipotesi che i casinò russi trasferiscano le loro attività nei Paesi della ex Jugoslavia. Una teoria verosimile, considerando che Mosca è collegata a tutti gli aeroporti della costa adriatica o della parte continentale dei Balcani a circa tre ore. Inoltre, i cittadini della Russia possano viaggiare senza visti in Serbia, Montenegro e Croazia in virtù degli accordi di libera circolazione bilaterali. Non è da escludere che vi sia lo sviluppo dei casinò lungo la costa adriatica, nel corso della stagione estiva, ed invernali in Serbia, accanto a centri di benessere e alberghi di lusso. Sarebbe questo l'inizio di un business che consentirebbe di portare nei Balcani una grande massa di liquidità, ma anche criminalità, connessa al riciclaggio di denaro, allo sfruttamento della prostituzione e al traffico di droga. Si tratta pur sempre di un settore che dà lavoro a circa 450 mila persone, creando nei Balcani (come già accade in Slovenia) delle strane isole di gioco d'azzardo per i turisti europei, sul modello americano di Las Vegas.

23 giugno 2009

Accuse alla Gatti: ulteriore tentativo di sabotaggio


La Gatti Spa, proprietaria della fonderia Livnica AD Niksic, risponde alle accuse del Presidente del Sindacato Angelina Musikic, la quale ha depositato nei confronti della dirigenza italiana una denuncia penale. Contattata da Rinascita Balcanica, la Gatti Spa spiega che tale attacco è l'ennesimo tentativo volto a distogliere l'attenzione sull'evidente fallimento della strategia di sabotaggio contro la società italiana, per metterla definitivamente fuori mercato.

"Le accuse rivolte alla Gatti Spa sono falsità e banali tentativi di screditare la nostra società, dinanzi ad un'evidente difficoltà. La società ha agito in completa trasparenza e correttezza, rispettando il contratto di acquisto e di investimento, ricevendo in cambio ostruzionismo, indifferenza e gravi danni alla produzione e all'azienda". Queste le parole di Giovanni Gatti, Presidente della Gatti Spa e proprietario della fonderia Livnica AD Niksic, rispondendo così alle forti accuse del Presidente del Sindacato della fonderia, Angelina Musikic, la quale ha depositato nei confronti della dirigenza italiana una denuncia penale. Un attacco che è stato definito dalla Gatti un assurdo tentativo volto a distogliere l'attenzione sull'evidente fallimento della strategia di sabotaggio contro la società italiana, per metterla definitivamente fuori mercato. Di fatti, in un periodo di forte crisi per il comparto siderurgico del Montenegro - che ha visto la disfatta delle operazioni di privatizzazione e la relativa nazionalizzazione delle società in una situazione di grande disagio sociale, come accaduto anche per la Kombinat Aluminjiuma Podgorica dei russi - la Livnica di Niksic poteva essere definita una delle poche operazioni di privatizzazione che avrebbe portato ad una ripresa economica del settore, grazie agli investimenti apportati e il collocamento della società in un mercato europeo.

Molti sono stati i tentativi della società Zeljezara di sottrarre spazio e proprietà alla Livnica, la quale si stava proiettando verso un aumento della produzione grazie ad ordinativi e commesse a livello internazionale. I continui controlli e gli investimenti profusi, nonché la stessa intercessione dell'Agenzia per la Privatizzazione del Montenegro, non sono bastati ad allontanare dalla fonderia di Niksic ogni spettro del fallimento. Così, dopo più di un anno di sciopero di una parte dei lavoratori, e le molteplici misure della società italiana presso le autorità giudiziarie, non si è giunti a nessun sviluppo della situazione, tale che la Gatti decide di citare la Zeljezara dinanzi alla Corte di Arbitrato internazionale di Parigi. Nel frattempo, lo scorso mese di aprile, su iniziativa del Ministro Branimir Gvozdenovic, è stata formata un gruppo di lavoro con il compito di proporre una soluzione ai problemi della Livnica AD Niksic, accettabile sia per i dipendenti che per la dirigenza Gatti, e riavviare la produzione della fonderia. Durante l'ultimo dei quattro incontri, tenutosi lo scorso 26 maggio, è stato avanzata una proposta di soluzione che prevede il riavvio della produzione della Livnica con gli operai che hanno dato la loro adesione a continuare il rapporto di lavoro nonchè i licenziamenti dei lavoratori in esubero a condizione che la società si faccia carico della liquidazione del TFR. Da parte sua, il Governo del Montenegro si impegna a stanziare, tramite il Fondo del Lavoro, i mezzi monetari aggiuntivi con cui pagare i dipendenti, e tramite la Direzione per lo sviluppo delle piccole e medie aziende, realizzare un programma per il reimpiego.

Tale proposta, secondo la dirigenza Gatti, giunge sicuramente con un eccessivo ritardo, non tenendo conto dell'attuale evoluzione degli eventi, che mettono sicuramente la società italiana nella condizione di non poter accettare alcun altro accordo o compromesso pregiudiziale rispetto agli interessi dell'azienda stessa. La Gatti dunque rifiuta la riattivazione della produzione prima del ristabilimento della legalità e della sicurezza all'interno dello stabilimento, nonché la stessa liquidazione dei lavoratori, ritenuta irripetibile a causa dei danni subiti. "Prima di riprendere qualsiasi attività deve essere ripristinata la legalità nella Livnica, mentre i dipendenti dovranno essere liquidati dalle stesse autorità governative, poichè è già stato stabilito (ndr. dall'Ispettorato del Lavoro e dalla Sentenza del Tribunale Commerciale di Podgorica) che coloro che hanno provocato dei danni alla Livnica saranno licenziati e con richiesta dei danni causati", afferma la dirigenza Gatti, all'interno di una lettera formale, con la quale risponde al rappresentante della squadra governativa, Dragan Kujovic. Con questa lettera ricorda gli innumerevoli tentativi di sabotaggio della produzione della fonderia, l'indifferenza delle autorità e i gravi danni subiti dalla struttura e agli impianti in seguito all'interruzione della produzione e lo sciopero dei lavoratori. "A partire dal 10 marzo 2008 c'è stato il blocco illegale della Livnica AD, con danni alla produzione, agli impianti, con sabotaggio e diffamazione dei dirigenti da parte di alcuni dipendenti sobillati dalla Zeljezara AD e - scrive ancora la Gatti - notiamo che dopo un anno e tre mesi vi ricordate della Livnica perchè è fallito ogni tentativo irresponsabile".

La Gatti ribadisce inoltre che il contratto sottoscritto con la Zeljezara, tramite il Governo del Montenegro, è stato rispettato in ogni sua parte, come confermato sia in sede giudiziaria, dal Tribunale Commerciale di Podgorica (in primo grado e in appello) sia dalla società di revisione esterna nominata, come stabilito dalla procedura contrattuale. In seguito all'acquisto della fonderia, la Gatti è divenuta proprietaria di quasi il 98% della Livnica, quota che dà alla dirigenza il pieno controllo della società. Ricorda infine che è attualmente in atto, presso la Corte Arbitrale Internazionale di Parigi, il progetto di arbitrato contro il Governo del Montenegro, come responsabile del mancato rispetto delle condizioni pattuite, nonchè dei danni subiti dalla società per la degenerazione e l'indifferenza delle autorità nei confronti del blocco illegale di alcuni operai, stimati intorno ai 5 milioni di dollari.
Molto probabilmente, è stata proprio questa secca e fredda replica della Gatti a provocare l'ira del Presidente del sindacato che, agendo anche in contrasto alle raccomandazioni dei giudici e del Governo del Montenegro, ha deciso di tentare un ultimo gesto estremo, nell'illusione di far guadagnare tempo a chi vuole appropriarsi della Livnica. Da parte della società Gatti, possiamo aggiungere, vi è comunque una grande serenità e ottimismo, forte della consapevolezza di aver agito nel rispetto delle regole e del buon senso, ma anche consapevole delle proprie capacità imprenditoriali, anche in un momento così difficile per il Montenegro o per l'economia italiana.

15 giugno 2009

Il vento di Dubai nei Balcani


Sembra che una certa finanza sta rialzando la testa per dare di nuovo vita alle speculazioni. D'altro canto, le manovre speculative non si sono mai fermate, e anche se i controlli ci sono stati, è stato lasciato comunque ampio spazio alle operazioni illegali. Anche il crollo del prezzo del petrolio e dei mercati immobiliari, hanno contribuito a creare nuovi tipi di circuito di investimento. I sultanati arabi, in cui non esistono controlli anti-riciclaggio, si stanno trasformando in centri raccolta di denaro sporco, proveniente da ogni parte del mondo.

L'eccessiva volatilità dei prezzi delle materie prime e del petrolio lancia l'allarme sul mercato finanziario sul ritorno della speculazione, temuta minaccia di quella ripresa economica tanto attesa. Che la speculazione "non si fosse mai fermata" era qualcosa che si poteva facilmente intuire anche dall'andamento "programmato" di questa crisi globale, che ha cambiato la conformazione azionaria della finanza in pochissimi anni.Al contrario, la crisi economica ha contribuito ad alimentare circuiti bancari illeciti, vista la mancanza di liquidità e capitale, tale che il cosiddetto mercato dei collaterali e dei bond ha continuato la sua corsa. Non a caso, solo la scorsa settimana sono stati sequestrati, alla stazione internazionale di Chiasso, al confine tra Svizzera e Italia, 249 bond della Federal Reserve statunitense, del valore nominale di 500 mln di dollari ciascuno, più 10 bond Kennedy da 1 mld di dollari ciascuno, per un totale di ben 134 mld di dollari, pari a oltre 96 mld di euro. Documenti che - come ben sappiamo - erano accompagnati da una documentazione bancaria in originale, come dichiarazioni notarili e ricevute di deposito, lasciando così intuire il loro possibile utilizzo, con l'accreditamento nelle Banche e il loro utilizzo per la capitalizzazione di società mediante fiduciarie. Le operazioni di trading, dunque, continuano nonostante gli allarmismi della crisi economica, e la stessa propaganda dei Governi del G8, volta a creare nuove basi per la finanza globale, è destinata a divenire la solita "minaccia inattuata". A conti fatti i controlli sono stati di massa, ma non calibrati su determinati settori, lasciando così ampio spazio a manovre speculative e illegali.

Lo stesso crollo del prezzo del petrolio e dei mercati immobiliari - entrambi effetti della crisi globale - in molti Stati, come gli Emirati Arabi, hanno dato vita a nuovi tipi di circuito di investimento. Di fatti, con il prezzo del petrolio basso e con il sistema immobiliare saltato, il nuovo business delle banche e dei sultanati arabi, è la raccolta di denaro sporco - derivante da traffico di eroina, pirateria internazionale, contrabbando e criminalità - proveniente da ogni parte del mondo. Tra l'altro, con i presidi dei paradisi fiscali occidentali, il sistema bancario dei mercati d'Oriente diventa sempre più attrattivo, essendo libero da controlli antiriciclaggio, in virtù dell'esistenza di "regole religiose" che proibiscono la speculazione. Così, grandi quantitativi di contante, imballato in grandi sacchi (come fossero merce) vengono caricati su un aereo che viaggia con timbri diplomatici con destinazione Dubai o altra sede. Il denaro viene poi consegnato presso una security più vicina al luogo dove viene custodito il denaro cash; qui viene controllato e conteggiato, per poi essere accreditato dal nuovo proprietario presso la principale banca di Dubai. I proprietari dei "fondi cash" diventeranno titolari del denaro versato sui conti correnti, per poi essere invitati in un secondo momento ad investire gli stessi soldi in attività commerciali che vengono proposte direttamente dalle banche arabe. In questa maniera, tutti i soldi sporchi vengono inseriti nei circuiti ufficiali di banche internazionali arabe e vengono poi reinvestiti in attività regolari.

Non a caso, la recente crisi ha portato sin nel cuore dell'Europa, grandi quantità dei fondi provenienti dai sultanati arabi, destinati ad essere investiti in progetti infrastrutturali ed opere energetiche. Il "vento di Dubai", così come di Doha, si è sentito arrivare soprattutto nella regione balcanica, ed in particolare in Bosnia, grazie ai forti rapporti politici tra la Federazione della BiH (entità bosniaca) e gli investitori arabi, così come in Montenegro, in qualità di nuovo partner strategico di banche locali e delle privatizzazioni degli assets dello Stato. Non bisogna dimenticare la Croazia, destinataria di fondi di investimento per la costruzione del terminal di gas e dei depositi di gas naturale liquefatto, come la stessa Albania, che saluta i ricchi investimenti per un terminal e un impianto di rigassificazione. Tutti progetti strettamente connessi alla possibilità di fare dei Balcani una piattaforma strategica all'interno del Mediterraneo per le materie prime degli Stati arabi, ma anche un mercato di destinazione di investimenti garantiti poi dagli stessi Governi locali, vista la grande necessità di nuove opere infrastrutturali per garantire uno sviluppo a tale regione. In tale ottica, si può anche intuire quale può essere il futuro di uno Stato come il Montenegro, nato da un'operazione di "speculazione e riciclaggio" per essere poi destinato ad essere il Lussemburgo dell'Europa dell'Est.

11 maggio 2009

La strada dell'uranio


Le rivelazioni del Premier albanese sull'imminente costruzione di una centrale nucleare in Albania possono sembrare senza senso o una semplice promessa populista, rafforzata da alcune certe garanzie. La strana vicenda ci ha fatto pensare che i vecchi bunker albanesi possano servire a qualcosa...

Le rivelazioni del Premier albanese sull'imminente costruzione di una centrale nucleare in Albania, prima a Valona e poi a Scutari, possono sembrare senza senso, oppure la solita propaganda di demagogia e populismo. Da 18 anni l'Albania deve affrontare i black out di energia elettrica e la costosa importazione dall'estero, per cui è chiaro che alla popolazione fa bene sentire che si fa qualcosa per risollevare le sorti del Paese. A pensarci bene, davvero Tirana crede di poter costruire una centrale in Albania?Non perchè non ne abbia le capacità, ma perché i costi di acquisto delle tecnologie e della formazione di personale professionale e tecnico potrebbero compromettere la stabilità finanziaria del Paese, oltre che il territorio - montagnoso e sismico - non è assolutamente adatto per la costruzione di centrali nucleari. Sarebbe come ripetere l'errore dell'Italia, che ha costruito delle centrali per indebitarsi e poi smantellarle, oppure come il caso dei famosi giacimenti di petrolio trovati grazie all'intervento di una società americana all'avanguardia nell'esplorazione di fonti petrolifere. Scoperta che ha solo permesso alla Banca Centrale di emettere bond, presumibilmente garantiti dalle ipotetiche rendite dei fondi, per innescare il solito castello di titoli e carta per creare denaro inconsistente.

Questo Berisha lo sa bene, tuttavia non è un politico che agisce senza cognizioni di causa, e questo ci fa pensare che dietro la centrale nucleare vi sia altro, e sempre connesso al mercato del nucleare. La strana vicenda ci ha fatto pensare che i vecchi bunker albanesi possano servire a qualcosa. Se così non fosse, perché allora i Governi occidentali stanno zitti dinanzi alle dichiarazioni di Berisha su una centrale nucleare che non verrà mai costruita. Cosa si nasconde dietro quelle strane promesse, forse un deposito di scorie nei bunker di Enver Hohxa? L'ambasciatore italiano Saba D'Elia ha dichiarato che il Governo italiano non sa nulla sulla costruzione della centrale nucleare, dando così un segnale di estraneità al vaso dopo lo smacco della chiusura dell'accordo per l'acquisto di elicotteri dalla Francia, anziché dall'Italia. Tanto che il Premier Nikola Sarkozy lo ha accolto Sali Berisha, dopo pochi giorni, a braccia aperte a Parigi, magari per proporgli un nuovo interessante affare. D'altro canto, dopo che la Francia si sta adoperando così tanto in Niger per l'acquisto di uranio, da uno dei più grandi giacimenti dell'Africa scoperto nella zona di Agadez, dove la compagnia francese Areva costruirà una miniera per rifornire poi gran parte delle sue centrali. Nel tracciare la strada dell'uranio attraverso l'Africa Settentrionale e il Mediterraneo, un porto il Albania farebbe proprio al caso della Francia.

Questa lunga storia che vi stiamo raccontando non è poi così lontana dalla realtà europea, in quanto, anche se non lo dicono, il mondo sceglierà come fonte energetica il nucleare, dunque l'emergenza rifiuti esisterà sempre, ovunque. Con la filiera del nucleare si andrà a ricreare il commercio di bond e titoli, per far rinascere l'economia, che molti chiameranno "nuova economia", ma avrà in sé le insidie di quella vecchia che ci ha fatto conoscere tanti disastri sino ad oggi. I nostri timori, sono stati in qualche modo confermati da alcuni importanti dettagli, tra cui anche il tentativo di insabbiamento della verità sugli attacchi della mafia balcanica in Croazia e in Montenegro, ma c'è di più. Quando abbiamo indagato sui movimenti dell'Albania nel nucleare, ci hanno detto di occuparci di ben altro, e soprattutto di non fare domande su questo argomento. Così abbiamo accettato la sfida alla maniera balcanica, e vedere cosa si cela, per esempio, dietro gli investimenti islamici nei Balcani. Sarà vera economia islamica, oppure banchieri occidentali travestiti,per veicolare in queste terre il loro lavoro sporco? Di ciò che parliamo è ben noto sopratutto per la svizzera UBS Bank, e per certi personaggi che un tempo "fumavano tante sigarette" dopo averne acquistate a vagonate, note anche a chi ha mostrato dei documenti di grande importanza ma che nessuno ha voluto mai commentare.

C'è da chiedersi se questi "progetti" faranno dei Balcani una regione paneuropea ed economicamente evoluta, o solo una federazione balcanica unita della criminalità organizzata, dove la mafia croata, serba, albanese, kosovara, turca, si alleano per avere un unico feudo economico, come paradiso fiscale economico il Montenegro. Fare dello Stato montenegrino il nuovo Lussemburgo, dopo la redazione della black list dei paradisi fiscali decisa dal G8, è uno progetto tutto europeo. Tra l'altro, il Montenegro è completamente posseduto da Banche e società amministrate dalla struttura reticolare dalle grandi famiglie di banchieri europei, che da sempre hanno supportato Milo Djukanovic, ed oggi confermano il suo sostegno con il suo sesto mandato.

17 marzo 2009

Berlusconi “strano alleato” di Djukanovic


Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi si è recato ieri a Podgorica, per una breve visita, per incontrare le alte cariche del Montenegro, quali il Premier montenegrino Milo Djukanovic e il Presidente Pilip Vujanovic, nella residenza di stato di Villa Gorica. La visita di Berlusconi è stata un'occasione per aprire la strada alle società italiane nell'economia montenegrina, ma non sono mancate le polemiche in piena campagna elettorale.

È stato un incontro molto breve quella del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e le alte cariche del Montenegro, quali il Premier montenegrino Milo Djukanovic e il Presidente Pilip Vujanovic, nella residenza di Stato di Villa Gorica. Altrettanto telegrafico è stato il contenuto dei colloqui dell'incontro tra i Premier, volti essenzialmente a ribadire i legami tra i due Paesi vecchi di 130 anni (sic!) e i possibili scenari di cooperazione economica, che rientrano così nel quadro del Governo italiano di consolidare la posizione italiana all'interno dei Balcani. Il Montenegro, con Albania e Serbia, rappresentano punti strategici per lo sviluppo dei progetti strategici che riguardano energia ed infrastrutture, essendo una delle coste più vicine con cui condividere le tratte commerciali del Mar Adriatico. In tale ottica, la visita di Berlusconi - breve e concisa - è stata un'occasione per aprire la strada alle società italiane che , citando parole dello stesso Premier, "sono assolutamente benvenute" e devono contribuire ad aumentare l'incidenza degli investimenti italiani diretti nell'economia montenegrina.

Con un interscambio commerciale aumentato negli ultimi anni del 65%, l'Italia aspira a divenire il secondo partner commerciale e tra i primi dieci paesi investitori in Montenegro. In questo, afferma Berlusconi, le imprese italiane maggiormente interessare agli investimenti nel settore idroelettrico e delle infrastrutture, saranno assistite dal Governo italiano nelle stipule dei contratti verso un Paese che ha "ampie possibilità di sviluppo " , visto il suo percorso verso l'Ue e la Nato . Il Premier italiano ha inoltre affermato che è stata stabilita una maggiore cooperazione per l'aumento del flusso turistico in Montenegro.
I principali gruppi italiani saranno così presenti nelle prossime gare d'appalto soprattutto nei settori dell'energia e dei trasporti, come precisa Berlusconi. Le imprese italiane, secondo quanto illustrato nel corso della conferenza stampa congiunta, sono interessate all’imminente ricapitalizzazione ( e parziale privatizzazione) della società elettrica Electropriveda Crne Gore (EPCG) , della costruzione di nuove centrali idroelettriche sul fiume Morava, della costruzione della linea di interconnessione elettrica con l'Italia, alla gara per la realizzazione dell’autostrada adriatico-ionica, del tratto ferroviario Bar-Belgrado. A tal proposito ironizza affermando che chiederà ai propri "amici imprenditori" di impegnarsi al fine di fare dell'Italia il secondo partner, dopo la Serbia, più importante per il Montenegro: promette che quando questo obiettivo sarà parzialmente raggiunto, e dunque l'Italia sarà al quinto posto in termini di investimenti, si inviterà "a cena con brindisi per festeggiare''.

Una tale strategia è sicuramente volta a colmare la scarsa presenza italiana in Montenegro, ma anche inefficace - diremmo noi - causata spesso dalle distorsioni informative e dall'assenza di un canale istituzionale a cui le aziende italiane potessero rivolgersi all'insorgere dei classici problemi derivanti dalla ritrattazione dei contratti, e alle sommosse sindacali. Occorre poi considerare che il Montenegro ha subito un duro colpo dalla crisi finanziaria dei mercati internazionali, e dunque dallo scoppio della bolla immobiliare che ha causato enormi perdite al comparto delle costruzioni e al settore alberghiero ( che aspira ad alti livelli di lusso), e dalla crisi del mercato bancario, che ha decretato la svalutazione di molti assets bancari che potremmo definire "tossici". Tuttavia, l'Italia sceglie di investire in due settori strategici per l'economia italiana, in quanto azionano un circuito virtuoso di investimenti che contribuiscono ad aumentare anche la produzione interna e l'indotto italiano, proprio come quelli della costruzione e dell'energia. Le interconnessioni energetiche ed infrastrutturali dei corridoi e delle vie di navigazione, rappresentano ancora dei segmenti economici in cui investire senza rischi, e per i quali è possibile godere di forme di incentivazione da parte di istituzioni finanziarie internazionali.

Viene così fissata un'agenda fitta di iniziative bilaterali, da realizzarsi entro i prossimi anni, completamente volte a realizzare una presenza italiana "importante e veramente concreta in Montenegro". Il Governo italiano promette così un atteggiamento molto pragmatico su come affrontare questa nuova sfida dell'ingresso nel mercato montenegrino, organizzando successivi incontri con rappresentanti di specifiche categorie di imprenditorie, e accogliendo anche suggerimenti ed esperienze dirette di coloro che "stanno in trincea", ossia degli operatori che lavorano a contatto con la realtà del Paese. Tutto questo “sfidando il fatto che il primo ministro troverà conferma nelle prossime elezioni". Questa battuta sintetizza bene l'attuale stato "psicologico" del Montenegro, che vede il partito del Primo Ministro Djukanovic , il Partito socialdemocratico DPS, scegliere una strana alleanza con il Partito Bosniaco (BS), che tra l'altro è stata già perturbata da critiche e attacchi. Le indagini contro il Giudice della Corte Superiore della Magistratura di Bijelo Polje, Arif Spahic, con l'accusa di corruzione, sono state definite subite dal partito di opposizione il primo risultato di questa "nuova, innaturale e inconcepibile" coalizione. Secondo il Movimento per il cambiamento (Pzp) - poiché la maggior parte degli elettori del BS non accetteranno questa coalizione - il DPS ha deciso di DPS spaventarli prima delle elezioni.
Colpi bassi che sono continuati anche con il Partito Popolare Socialista (SNP) di Srdan Milic, al quale Djukanovic ha chiesto provvedere a saldare il suo debito per il vecchio finanziamento elettorale, contratto non a caso con la Prva Banka, controllata dagli stessi Djukanovic. A questa schermaglia politica, Berlusconi non sembra che si sia sottratto, dopo che ha respinto un possibile incontro in Parlamento con i rappresentanti degli altri schieramenti politici. Il PZP ha così criticato il Premier italiano per aver appoggiato così Djukanovic, nel pieno della campagna per le prossime elezioni in programma il 29 marzo prossimo. Un gesto che è stato subito punito duramente dal quotidiano serbo DAN di Podogorica, che ha sottolineato come il Primo Ministro italiano abbia stretto forti legami con Djukanovic, "indagato in Italia per associazione mafiosa e contrabbando", il cui giudizio è stato rinviato in quanto l'imputato è protetto da immunità diplomatica. Il DAN non fa altro che riportare la storia giudiziaria di Djukanovic in Italia, ricostruita approssimativamente attraverso i media italiani, ma lascia chiaramente capire che Berlusconi si rende come "complice" di un personaggio ambiguo, su cui la Giustizia italiana deve fare ancora luce.

Il Governo italiano, su tale punto così controverso, non si è mai esposto mantenendo il tenore dei rapporti rigorosamente ufficiali con Podgorica, trainando l'integrazione del Montenegro, come di tutti i Balcani Occidentali come forma di "pacificazione" della regione. Come già anticipato da Frattini nel corso dell'incontro bilaterale del 5 dicembre scorso, l'Italia sostiene la presentazione della candidatura del Montenegro, convinta che le preoccupazioni che si stanno facendo strada all'interno dell'Unione Europea a causa dello stesso allargamento della regione saranno presto dissolte. L'adesione del Montenegro potrebbe essere, tuttavia, necessaria per regolarizzare certi oscuri rapporti dei passato, che hanno visto protagonista Milo Djukanovic e i suoi collaboratori; rapporti che hanno coinvolto anche l'Italia in un certo senso. La ex provincia serba rappresentava un punto di accumulazione per redditi e proventi di provenienza illecita, di traffici e contrabbando che portavano dritto sulle coste italiane, per poi raggiungere il sistema bancario svizzero. Da questo punto di vista, lo stesso Governo italiano potrebbe avere un interesse alla rielezione del Djukanovic, in maniera da garantire ancora una volta l'immunità diplomatica di Djukanovic e tutelare gli interessi delle entità che hanno cooperato con lui, attraverso la non riapertura del processo di Bari. Anche in questa ottica potrebbe essere interpretata la visita di Berlusconi, che cerca di contribuire a questa campagna elettorale facendo capire che "con il Governo Djukanovic vi saranno nuovi investimenti, prosperità economica ed integrazione europea".

03 marzo 2009

Dopo la crisi, gli USA si accordano sui Balcani?


Un report riassuntivo che, con un rapido excursus degli eventi più significativi, traccia un quadro sommario di come gli Stati dei Balcani affrontano le loro sfide di "europeizzazione". Le contraddizioni e i contrasti sono sempre più evidenti, con gli Stati Uniti di Barack Obama ancora in prima linea, nonostante la nuova amministrazione tenga a precisare che "la politica verso i Balcani" non è stata ancora decisa. Eppure, se da una parte sostiene l'indipendenza del Kosovo, dall'altra alimenta la campagna di criminalizzazione della Serbia, mentre accentra su di sé le decisioni risolutive per la Bosnia Erzegovina. I Balcani, tuttavia, dimostrano di essere, ancora una volta, alla mercé di Washington, che usa queste terre per intavolare trattative.

Serbia. La Serbia protesta per la condanna dei suoi ex funzionari a L'Aja , ma intanto il Presidente nazionale per la cooperazione con l'Aja Rasim Ljajic assicura che Mladic sarà arrestato entro la fine dell'anno. Al contrario, è stato rilasciato Milan Milutinovic, ex Presidente serbo durante la guerra del 1999, che probabilmente è già arrivato a Belgrado, ma è altamente improbabile che diventerà una figura politica di riferimento. In pieno clima di polemiche sui crimini dei serbi, il quotidiano francese "Le Monde" scrive un editoriale nel quale definisce i bombardamenti alla Serbia nel 1999 illegali ma legittimi, adottando così il solito registro linguistico diplomatico e burocratico per ingannare chi ascolta, e rinegoziare quella verità che hanno sempre rivenduto come pappagalli, senza però darlo a vedere.
Dal punto di vista della politica interna, il Presidente Bosis Tadic ha confermato che sosterrà la decentralizzazione della Vojvodina e il diritto all'autonomia della provincia, se questo non mette in pericolo l'integrità territoriale della Serbia. Inoltre il Ministero della Difesa annuncia un progetto di legge per l'uso dell'esercito della Serbia e di altre forze di difesa in operazioni multinazionali al di fuori dei confini della Serbia. Nonostante le prove di resistenza, la crisi nel governo serbo si fa sempre più sentire, e come l'America abolisce per il momento la pena di morte per via della crisi, cosi Tadic sostiene che fare delle elezioni anticipate graverebbe sull'economia del Paese, per cui bisogna resistere così ed andare avanti. Allo stesso tempo, si affila sempre più la guerra diplomatica tra Kosovo e Serbia, anche se serbi e kosovari si alleano per partecipare come consorzio alla gara per il quarto operatore di telefonia mobile in Albania.

Bosnia.
Sembra che il nuovo Alto Rappresentate della Comunità Internazionale a Sarajevo, forse l'ultimo Altro Rappresentante della Bosnia sarà l'austriaco Valentin Inzko, ma non vi è stata ancora nessuna ufficializzazione in quanto si attende la conferma del Peace Implementation Council. Su questa notizia, i media bosniaci, alimentati dalle indiscrezioni delle "fonti americane", hanno creato un vero e proprio giallo, arrivando persino ad affermare che possa tornare Paddy Ashdown. Fonti della Comunità Europea assicurano solo che esiste un candidato comune, escludendo ogni altra assurda teoria che possa essere stata pubblicata dai media. E' chiaro però che gli americani cercano di darsi importanza, lasciando pensare che sia la loro parola finale, il verdetto determinante per la nomina dell'Alto Rappresentante.
Intanto, sul fronte interno, la situazione non è certo migliore, come sottolineato dal capo dell'SDP che appello ai politici di partiti di non comportarsi come adolescenti, perché hanno superato ogni limite. Tra l'altro, il primo marzo è la festa della federazione bosniaca, mentre la Srpska ha festeggiato il 9 gennaio. Non sappiamo fino a che punto un paese con due feste della repubblica, possa essere considerato uno "Stato". Silajdcic, membro della Presidenza della Bosnia, ha tuttavia dichiarato che vi è ora il diritto del popolo bosniaco a costruire la Bosnia Erzegovina, ma detto da lui, non si sa se crederci o meno, anche perché ne hanno dette tante in questi giorni, che i cittadini non sanno più se essere disperati per loro o per le bollette che arrivano. Le amministrazioni locali di tutta la Bosnia sono in preda ad un "raptus collettivo", mandando in confusione dipendenti, imprenditori e funzionari, che non sanno più cosa stia accadendo al bilancio dello Stato. Per questo motivo tutti i leader si sono affrettati a dire che l'Europa ha risposto alla crisi e che presto arriveranno i soldi dalla Banca Mondiale.
Ad ogni modo, la grande bufala della settimana l'ha pubblicata il New York Times, secondo cui la Republika Srpska chiederà l'indipendenza, mentre i croati invieranno un loro contingente per proteggere la minoranza croata. Subito però ha risposto il Ministero Croato dicendo che essa rispetta la sovranità e l'integrità territoriale della Bosnia Erzegovina.

Kosovo.
Le varie dichiarazioni su questa "improbabile alleanza" tra Stati Uniti e Kosovo risuonano in maniera un po' diversa rispetto alle ultime sentenze di Sejdiu e di Tachi, cercando di dare l'impressione che vi è stata una specie di marcia indietro della politica americana verso i Balcani. L'ex ambasciatore degli Stati Uniti presso l'ONU, John Bolton, sostiene che ancora non è chiara la politica della nuova amministrazione di Barak Obama, aggiungendo poi che la questione della indipendenza non è ancora completata. Questo è il solito trucco di far intervenire gli ex funzionari del Kosovo per far parlare di sé e prendere tempo nelle varie trattative: in realtà non c'è niente di nuovo, gli americani hanno fatto le solite promesse ai leader kosovari, quando in sottofondo stanno trattando la cancellazione del progetto dello scudo in Polonia, per poi trovare un punto di incontro nei Balcani. Così, mentre con la mano destra cercano di aumentare le tensioni proprio per cercare di ottenere un minimo riconoscimento da parte della Serbia dell'indipendenza del Kosovo, con la mano sinistra lascia che la Serbia faccia accordi con l'Eulex, la quale ha lo scopo di disapplicare la stessa risoluzione a favore del Piano Ahtisaari senza però dare la completa autonomia a Pristina. Infatti, nel momento in cui i serbi che lavorano nel sistema giuridico si sono resi conto che i giudici e i magistrati dell’Eulex usano i sigilli della cosiddetta Repubblica del Kosovo, subito sono cominciate le manifestazioni. Questo è anche un modo per provocare e poi studiare le reazioni. Dalla parte albanese vi è sempre un Thaci "più creativo che mai", che va in America e afferma che nessun serbo ha lasciato il Kosovo quando vi è stata la proclamazione dell'indipendenza: detto da lui, segno inequivocabile di garanzia, sarà sicuramente vero. La KFOR, nel frattempo, ha annunciato che comincerà a ridurre il contingente dispiegato fino a circa 15 mila uomini.
Intanto continua il saccheggio delle aziende e delle proprietà serbe, si cerca di depositare all'estero i soldi, mentre le banche continuano ad accettare ogni cosa purchè si vada avanti , finchè dura. L'economia però soffre, e da giorni è cominciato lo sciopero generale di tutti gli operatori sanitari del Kosovo chiedendo l'aumento salariale, oggi fermo a 250-300 euro, mentre i dirigenti dei partiti viaggiano con macchine da 60 mila euro.

Montenegro. La gran loggia di Londra ha acconsentito alla creazione di una nuova loggia massonica in Montenegro. Lo stesso avvocato Novica Jovovic si meravigliava tempo fa del fatto che così rapidamente, la madre di tutte le madri delle logge massoniche, aveva accettato immediatamente la proposta del Montenegro.Magari anche la Croazia adesso immagina di vederli tutti con i "grembiuli" da massone nelle cerimonie ufficiali, ma il problema sarà convincere un montenegrino a farsi chiamare "muratore" invece di "boss".
È ovvio che i montenegrini hanno bisogno di soldi, e questo ormai è evidente a tutti, anche perché gli investitori esteri stanno andando via. Lo scoppio della bolla immobiliare ha fatto cadere già le prime teste, come pure la crisi del mercato mondiale, che sta decimando il settore siderurgico. La notizia preoccupante è però che la gara d'appalto sul cantiere navale Adriatico è saltata, mentre la società di Abu Dhabi ha fatto qualche passo indietro sull'acquisto del pacchetto azionario di maggioranza. Ultimo colpo di coda potrebbe essere quello della famiglia reale del Qatar Al-Thani, interessata a degli investimenti nell' economia croata e alla costruzione del terminal di GNL.
Per dare una mano all'attrazione di investimenti si arriva a promulgare la controversa legge sulla vendita e la concessione di risorse naturali a favore di investitori esteri: se da una parte lo Stato non concederà la vendita del patrimonio naturalistico, dall'altra aumenterà la durata delle concessioni ultra trentennali. Una mossa astuta prima di sciogliere completamente l'esecutivo. Ma comunque si può apprezzare l'operazione condotta dalla polizia che ha scoperto un traffico di 2.5 tonnellate di hashish in due mesi.
Ad ogni modo, tanto per cambiare, la minoranza albanese in Montenegro si è divisa, tale che avranno due candidati da presentare come Premier, ossia Nika Deljosaja e Vaselj Sinistaj.

Croazia. Si fa sempre più tesa la situazione con la Slovenia, con l'Europa che comincia a bacchettare silenziosamente Lubiana, che si è auto-proclamata giudice dell'integrazione dei Paesi balcanici, quando in realtà è evidente che "chi non conta nulla in Europa, è quella che fa parlare più di sé". Anche perche lo stesso Istituto di cartografia Sloveno ha dichiarato di essere in possesso di una mappa che inequivocabilmente dimostra che la Slovenia non poteva reclamare nessun territorio. Forse da questo nasce l'idea del referendum per l'ingresso della Croazia nella NATO. Ma la Slovenia non è nuova alle "bufale" mediatiche di grande effetto, basti pensare al famoso, ma purtroppo inesistente, bombardamento di Lubiana.

Albania.
Le autorità consolari italiane hanno avuto un gran daffare, tra l'incidente che ha colpito un imprenditore italiano, Tiberio Putiniano, minacciato con una pistola e travolto da un'auto, e il sequestro di un peschereccio italiano, forse in panne, perso nelle acque albanesi. Così mentre l'Albania si sta avvicinando alle elezioni, il Governo amplifica i suoi dati statistici, mentre dall'altra parte vi è una crisi spaventosa con il crollo vertiginoso degli affitti: insomma è finita la pacchia, e ne vedremo delle belle dopo le elezioni , quanti cadranno come birilli. Nel frattempo si è aperto un vero e proprio giallo per il bando delle frequenze del quarto operatore di telefonia mobile. Secondo il deputato socialista Erion Brace, dietro il consorzio kosovaro si nasconde, in realtà, un accordo tra serbi e kosovari. I media cercano di collegare questo evento al fatto che Hashim Thaci, 10 giorni fa, è stato sorpreso dalla televisione macedone A2 all'uscita di un ristorante di Skopje, in compagnia di "personaggi balcanici". Visibilmente imbarazzato, alla domanda della giornalista sul motivo del suo viaggio a Skopje, afferma che aveva fatto 2 ore di strada per "mangiare un'insalata macedone".

Macedonia. Anche la Repubblica di Macedonia è in piena campagna elettorale per le sue elezioni presidenziali. I partiti albanesi hanno raggiunto un'intesa a non mostrare le bandiere del proprio partito, ma solo i nomi dei propri candidati. Tuttavia i partiti albanesi lamentano ancora una sorta di "discriminazione", da parte della polizia macedone, nei confronti dei teppisti a seconda della loro etnia. Ma siamo in campagna elettorale, e questi trucchi di vittimismo e protezionismo funzionano sempre.

23 febbraio 2009

I Balcani e le loro contraddizioni, prima dell'integrazione


Un rapido excursus dell'attuale status di integrazione dei Paesi Balcanici, si può notare che la situazione è davvero vicino allo stallo. Se la Croazia viene frenata dal veto della Slovenia per una disputa territoriale, la Macedonia è tenuta al giogo della Grecia, mentre la Serbia deve far fronte all'altalenante collaborazione con il Tribunale Internazionale dell'Aja. Albania e Montenegro sono i soli Stati che devono fronteggiare la crisi con riferimento alle sole condizioni di integrazione, ma non hanno ancora risolto i loro gravi problemi interni.

Balcani. Mentre la crisi finanziaria avanza inesorabilmente verso l'Europa dell'Est, si fa sempre più reale l'ipotesi di un "temporaneo" arresto del processo di integrazione dei Balcani Occidentali e dell'ampliamento dell'area euro verso i Paesi dell'Europa centro-orientale. Il rapporto redatto dalla Commissione Europea, convenendo con quanto affermato dalle Agenzie di rating, dunque pone delle riserve sulla possibilità che la crisi possa rallentare i negoziati di adesione . Secondo il commissario Ue per l'Allargamento, Olli Rehn, chiede che "i Balcani non paghino gli errori di Wall Street", del capitalismo finanziario, chiedendo ai governi dell'Ue di "mantenere in carreggiata la politica di stabilizzazione e integrazione graduale dei Balcani occidentali". Delle parole che risuonano come vera ipocrisia, in quanto da tempo l'Unione Europea si sta trincerando dietro una politica di adesione ostile e piena di cavilli procedurali, e se da una parte promette una rapida adesione e una veloce chiusura dei negoziati, dall'altra pecca di indifferenza o di eccessiva restrizione. L'attuale situazione dell'integrazione dei Balcani possiamo definirla il reale specchio della crisi economica e politica della cosiddetta Comunità Internazionale. Facendo un rapido excursus dell'attuale status di integrazione dei Paesi si può notare che la situazione è davvero vicino allo stallo, in quanto la Croazia viene frenata dal veto della Slovenia per una disputa territoriale, la Macedonia dalla Grecia, mentre la Serbia deve far fronte all'altalenante collaborazione con il Tribunale Internazionale dell'Aja. Albania e Montenegro sono i soli Stati che devono fronteggiare la crisi con riferimento alle sole condizioni di integrazione, già di per sé difficili. A chiudere questo quadro di destabilizzazione vi è il Kosovo, il quale nonostante abbia già festeggiato il primo anniversario dal suo riconoscimento, continua ad essere un protettorato della Comunità Internazionale, che se da una parte alimenta le sue prospettive di indipendenza, dall'altra ammette la possibilità di una divisione amministrativa interna.

Kosovo. Hashim Thaci e Fatmir Sedju, fautori dei grandi festeggiamenti dell'indipendenza, hanno costellato questo evento di dichiarazioni scioccanti, l'una più assurda dell'altra, mentre le Agenzie affannosamente rilanciavano questi comunicati senza senso. Geloso di tanta attenzione da parte dei media, Ramushus Haradinaj ha lanciato la sensazionale notizia che i ribelli dell'Uganda hanno chiesto la sua intermediazione per i negoziati con il Governo, stabilendo il primo incontro a Londra. Staremo a vedere cosa si riuscirà a concludere. A parte questo, la notizia più eclatante crediamo l'abbia data Thaci, affermando che la Russia, e poi a seguito la Serbia, riconosceranno il Kosovo, scatenando così l'ilarità di Mosca, mentre Belgrado ha reagito prontamente schierando Vuk Jeremic con le solite frasi di circostanza. Persino il giornalista di Euronews, a cui Thaci ha rilasciato un'intervista esclusiva, non ha potuto fare a meno di sorridere, al pensiero che la Russia avrebbe riconosciuto l'indipendenza unilaterale del Kosovo, e che fosse "impressionata" degli sviluppi di Pristina. È chiaro, dunque, che tali dichiarazioni non hanno alcun senso e servono solo ad aizzare gli animi, anche perché il malumore dei kosovari comincia a sollevarsi sempre di più. Mentre fino a poche settimane fa, difendevano la presenza dell'UNMIK nel Kosovo, oggi rifiutano il piano di riconfigurazione di Ban Ki-Moon e decidono di abbracciare solo i dettami del Piano Ahisaari, il quale tuttavia prevedeva lo scioglimento del Parlamento dopo nove mesi dall'indipendenza. Dato che nessuno vuole perdere il proprio potere acquisito, il Piano Ahtisaari comincia ad essere contestato persino dall'opposizione kosovara, la quale afferma che un programma politico che va "contro il popolo kosovaro". Dunque, i kosovari non sono più disponibili ad accettare nessuna trattativa o negoziazione, per loro il Kosovo è uno Stato a tutti gli effetti, che tuttavia nessuno riconosce nel suo pieno potere, ma sempre con delle riserve. La polizia del Kosovo era pronta persino ad arrestare i deputati serbi in visita del Kosovo, i quali sono stati accettati come cittadini comuni e non come ufficiali di Stato. Ad ogni modo, la cosa più sorprendente di questa festa dell'indipendenza è stato il fatto che nessun politico di spicco d'Albania si è recato a Tirana (sic!), mentre nelle strade cominciavano a sfilare bandiere americane e "kosovare", e sempre meno albanesi.

Albania. Ha inizio in Albania la gara della campagna elettorale, e in queste situazioni tutto è concesso. La legge della lustrazione, forse scritta ad hoc dal Governo di Berisha, rappresenta solo un'arma di ricatto per gli avversari politici, e serve solo a questa maggioranza per far fuori la sinistra. Nel Pd di Berisha vi sono invece le varie correnti che si scontrano, come quella di Topi, che chiude la sua tornata di viaggio all'estero in Italia con la serata di gala del Festival di San Remo; e quella di Berisha che accusa la Banca Mondiale per lo scandalo delle spiagge di Jale e rilancia il nucleare, per appianare gli scandali e le magagne del suo Governo, dalla costruzione dell'autostrada Rreshen-Kalimash, all'esplosione del deposito di armi di Gerdec, con tutta la deriva politica che ne è derivata. Tuttavia dinanzi ai tribunale vi sono sempre più pignoramenti , sono migliaia infatti le piccole e medie imprese che sono scomparse in soli pochi mesi; mentre i tagli di energia elettrica cominciano a farsi sentire. Anche Edi Rama a Librazhd, nel pieno del suo comizio, viene sorpreso da un Black out, e ne approfitta per gridare che "Berisha non ha mantenuto la sua promessa sulla crisi energetica e idrica". Nard Ndoka, Segretario del partito democristiano (PDK) , ha portato in Albania Luigi Baruffi della UDC italiano, il quale dichiara dinanzi alla folla: "Appoggeremo totalmente il Partito Democristiano, portavoce dei nostri stessi principi". Dall'altra parte vi è Fatos Nano che intavola un ricco pranzo al Prince Park con Lulzim Basha, Ministro degli Esteri, ed è in questa occasione che la furbizia di Nano si vede in ogni sua sfumatura. Ilir Meta, non sapendo più da che parte stare, decide di fare un sopralluogo sui lavori della Kukes Morine, tanto per fare un favore a Berisha. A rendere questa settimana ancor più ricca di eventi, è stata la venuta di del faccendiere bosniaco Damir Fazlic, che ha deciso di rispondere alle domande della Procura, rifiutando ogni genere di accusa e bacchettando i procuratori, a cui chiede di mostrare prove sulle sue accuse. I media albanesi, da parte loro, sembrano essere più interessati all'etnia bosno-serba di Fazlic, che ai fatti reali. Dobbiamo comunque dire che gli albanesi, vedendo l'evolvere della situazione, hanno deciso di non stare più al gioco dei kosovari: "amici come sempre, ma ognuno a casa propria". I kosovari sono convinti di essere albanesi, ma i veri Albanesi li considerano solo kosovari.

Macedonia. In macedonia ci sono sette candidati per le presidenziali. Fino ad ieri, solo gli albanesi protestavano contro l'oppressione dei propri diritti, ma oggi sembra nata un'altra minoranza, quella dei macedoni-antichi, ossia i macedoni provenienti dalla Slovenia, dopo che l'europarlamentare sloveno Jelko Kacin dichiara che la "Macedonia deve senz'altro uscire dal vortice del populismo e nazionalismo". Ecco che ritorna la parola "nazionalismo", ormai di moda nei Balcani quando non si sa cosa dire. Anche il Presidente Crvenkovski e Primo Ministro Gruevski non riescono più a trovare un accordo, perché ognuno ha un punto di vista diverso, protraendo così all'infinito il raggiungimento di un qualsiasi accordo macedone prima di trovarsi dinanzi alla Corte di Giustizia Internazionale. Intanto, il Ministro degli Esteri greco Dora Bokoyannis ha inviato una protesta informale verso Ban Ki-Moon per il video promozionale della Macedonia trasmesso dalla Cnn, affermando che "la Macedonia ha usato artefatti che appartengono alla storia antica greca". Mentre i greci cercano di censurare "l'avanzata macedone", la propaganda fatta con la "storia della Macedonia" e di "Alessandro il Grande" non sembra arrestarsi, tappezzando strade, aeroporti e piazze.
Sicuramente sono problemi questi, ma cosa dire allora dell'allarme lanciato dalle autorità finanziarie sulla crisi che sta colpendo le imprese macedoni, che non riescono più a pagare i salari dei propri dipendenti perché stanno perdendo mercato all'interno della regione. Possiamo affermare, infatti, che le imprese macedoni sono state le più colpite dalla crisi immobiliare del Montenegro, in quanto detenevano la maggior parte delle quote del mercato dell'edilizia e delle costruzioni.

Croazia
. Il Presidente Stipe Mesic conclude con una visibile mortificazione il suo intervento televisivo a proposito della controversia con la Slovenia. Quasi piangendo, afferma che gli sloveni hanno fatto un vero e proprio ricatto, e che se prima avevano trovato un accordo, una volta entrati in Europa, hanno cominciato ad aumentare le loro richieste, ed ora , oltre alle frontiere terrestri, aggiungono anche quelle costiere. E pensare che il Premier sloveno aveva chiesto un referendum popolare per l'adesione della Croazia alla Ue, ma è bastata una bacchettata dall'Unione Europea per fare tre passi indietro.
Adesso, tra le diverse dichiarazioni e le rettifiche dei tracciati delle terre riguardati il singolo centimetro, il Premier Sloveno cerca di calmare i toni degli stessi sloveni, che si sono autoproclamati "giudici" della Comunità Europea, nonostante abbiamo costruito uno Stato sulla epurazione delle etnia di 24 mila cittadini sloveni, facendo perdere loro tutti i diritti civili. Lo storico caso di Alexander Todorovic, che ha vinto la causa per il recupero dei suoi diritti da cittadino condannando la Slovenia a pagare 18 mila euro.
Oggi i paladini sloveni si stanno armando per proteggere i propri interessi nazionali, però nessun media europeo può definirli "nazionalisti".

Rep.Srpska
. L'Accordo di Prud, come anticipato la scorsa settimana è saltato definitivamente, e tutt'ora non si conosce bene il motivo della discordia, né i vecchi e né i nuovi accordi. Dal momento che la Republika Srpska non doveva essere messa in discussione, è stato proposto un accordo su base territoriale, che naturalmente nessuno ha visto o letto. Comunque vada, il Partito del Premier Milorad Dodik canta vittoria: prima per aver fatto un accordo, che non ha visto nessuno tra l'altro, e dopo per essere uscito da quell'accordo perché aveva messo in discussione la RS. Insomma alla fine è stata una grande sceneggiata, tanti sorrisi e strette di mano, mentre i giornalisti glorificano Dodik, facendone più un danno che un vantaggio. Molti politici sono ormai soggiogati da continui ricatti, sia per la loro avidità, sia per aver frequentato una certa università sconosciuta a Mosca, una Università slava umanistica del principato di Sherbatov.

Bosnia. Sarajevo è piena di neve, i cittadini sono pieni di debiti con le casse del Tesoro ormai vuote. L'accordo "mai esistito" con i serbi ha unito ancora nella sventura di più i croati e i bosniaci, gridando che Milorad Dodik li aveva ricattati: non si sa bene di cosa, non si sa bene il perché. Forse il motivo è che mentre uno parla di Republika Srpska, l'altro parla di entità, e altri ancora di territorialità, insomma una vera Babele che vuole portare sempre alla cancellazione della RS. Però la disoccupazione aumenta vertiginosamente e il Premier Nedzad Brankovic è andato a chiedere soldi alle banche per pagare pensioni e salari. Per non sentirsi esclusi, anche I Mujahedin stanno facendo la loro parte, e dopo aver strappato un risarcimento danni alla RS e alla città di Banja Luka, hanno addirittura minacciato di accusare la Bosnia perchà ha negato loro la cittadinanza.

Serbia
. La Serbia sta attraversando in questi ultimi anni delle vicissitudini assurde, quasi paradossali. Questa settimana, in cui cadeva l'anniversario del Kosovo, è stata vissuta da Belgrado con un certo ottimismo, sempre all'insegna dell'amor patrio, con Vuk Jeremic che ha fatto da protagonista. Accanto alle assurde parole Tachi e Sedju, abbiamo dovuto subire anche quelle di Peter Sorensen della UE, che si è sentito umiliato e offeso da Vuk Jeremic perchè ignorato. È chiaro che la battaglia giuridica e diplomatica che Serbia sta portando avanti presso l'Onu non piace molto, anche perché, a conti fatti, i kosovari non ne vogliono sapere proprio della risoluzione ONU 1244. Così la partita si è giocata anche a Mosca, che ha risposto alle provocazioni di Tachi affermando che non può certo permettersi di prevedere "cosa farà la Russia". Intanto, sul fronte interno, il Governo serbo cerca la talpa che ha fornito informazione ai media sul caso Miladin Kovacevic, secondo cui la Serbia si sia offerta di pagare un milione di dollari al cittadino americano Bryan Steinhauer per chiudere il caso.

Montenegro. Podgorica tace, sono pochi i clamori che trapelano nonostante sia in piena campagna elettorale. La vera notizia scioccante è che il Premier Milo Djukanovic, ormai indissolubilmente legato a questo potere, ha stretto un accordo con la minoranza croata e quella bosniaca, diventato Segretario della nuova coalizione che dovrebbe arrivare al potere alle prossime elezioni. Ma prima Djukanovic vola in gran segreto nel Qatar per iniziare i negoziati con i membri della famiglia reale per un importante investimento in Montenegro, sia nelle spiagge di Budva che nelle quote della Prva Banka. Nel frattempo, la vera mossa strategica è stata quella di dare al sistema bancario, costituito per la maggior parte da filiali di banche occidentali, altri 40 milioni di euro, approvando un provvedimento che consentirà alle banche commerciali di utilizzare il 20 per cento della riserva obbligatoria. Alla fine ce l'hanno fatta, nonostante la Banca Centrale del Montenegro (CBCG) ha dichiarato di essere contraria a tale provvedimento.