21 dicembre 2011

San Raffaele: debiti e riciclaggio?


Pubblichiamo di seguito la documentazione che fa riferimento ad un'operazione posta in essere dalla Fondazione AISPO,  fondata da Don Maria Luigi Verzè, e la Recla Foundation, con sede a Vaduz, volta alla raccolta e all'investimento di fondi. Tali eventi sono divenuti significativi nel quadro dello scandalo che ha colpito il San Raffaele,  gruppo da tempo amministrativamente fallito, e completamente nelle mani di Banca Intesa. Tutti i suoi immobili sono infatti ipotecati, in quanto l'esposizione finanziaria è ben superiore i limiti consentiti dalla prassi bancaria. Sin dal 2007 era chiaro ed evidente che il vero padrone del gruppo non erano le fondazioni di Don Verzé, bensì Banca Intesa. Questo è uno dei motivi perchè Don Verzé decide di creare parallelamente una struttura coperta dall'avvocato De Vittori, che gli permetta di avere una liquidità e gli permetta di potersi svincolare dai debiti contratti negli anni con Banca Intesa. Tale  inchiesta, tuttavia, poteva venire alla luce anni fa, mentre  adesso serve solo ad accaparrarsi il San Raffaele. La giustizia in Italia ha un evidente conflitto di potere. Purtroppo, come i criminali sono al soldo del boss, anche i cosiddetti intellettuali hanno un padrone: cambia solo il metodo, l'uno è analfabeta e l'altro sa leggere.


Le Fondazioni di Don Luigi Verzé

Riproponiamo l'inchiesta sulla Fondazione del San Raffaele condotta circa quattro anni fa dalla Etleboro. Un articolo che contiene un chiaro invito ad un intervento delle autorità, offrendo così tutta la documentazione raccolta, rimasto tuttavia inascoltato. Rilanciando oggi questo caso, dopo aver taciuto quando era necessario intervenire tempestivamente, si cerca di comprare un intero gruppo con quattro soldi.  Forse i nostri patrioti oggi sono troppi.

22.11.2007


L'inchiesta delle piramidi finanziarie che si nascondono dietro la fondazione del San Raffaele, giunge ad una svolta, grazie alla ricezione di interessanti documenti che possono chiarire la posizione delle parti coinvolte, oppure innescare una delle più grandi tangentopoli degli ultimi anni. Quello che andiamo a toccare è infatti il cuore del sistema, composto da grandi multinazionali, ecclesiastici, personaggi politici, nonché Banche e fondazioni, coinvolte in un circolo vizioso che ha come scopo quello di insediarsi nei più alti vertici del governo mondiale.


Sulla base della documentazione da noi ricevuta, uno dei più grandi centri ospedalieri d'Italia, il San Raffaele di Milano, risulta essere coinvolto in un'operazione che ha permesso di accedere a fondi e a operazioni in nero, mediante un canale bancario privilegiato protetto dalle mura svizzere e vaticane. L'entità che al momento controlla i fondi del San Raffaele, utilizzati per gestire anche dei progetti futuri, è la A.I.S.P.O. , fondata da Don Maria Luigi Verzè - patron del Gruppo del San Raffaele - come un'organizzazione di alto profilo etico-morale che dovrebbe operare, secondo quanto prevede lo statuto, utilizzando le sole donazioni che riceve senza perseguire alcun scopo di lucro. Tuttavia, sfogliando la documentazione raccolta, tale natura di fondazione risulta però essere sfocata, in quanto risulta che il management della AISPO ha agito, nella raccolta e nell'investimento dei fondi attraverso personaggi coinvolti a loro volta in affari di riciclaggio di denaro e di truffe finanziarie, che dunque fanno ricorso a mezzi legali e strumenti illegali e al di sopra della regolamentazione internazionale. Questo coinvolgimento diretto va a pregiudicare anche il buon nome della fondazione, che rischia così di venir meno alla filosofia e al fine morale dello statuto. Analizzando i documenti, che rappresentano solo una piccola parte dell'attività finanziaria della AISPO, ci accorgiamo che esistono due entità che non risulterebbero far parte del gruppo HSR, e si tratta della A.I.S.P.O. S.A. e della A.I.S.P.O. New Zealand, gestite direttamente dall'avvocato De Vittori di Lugano. Accanto a tali due entità compare la Joseph Foundation Vaduz, il cui Presidente è lo stesso Don Maria Luigi Verzè che, secondo alcuni documenti, risulterebbe aver dato procura ad agire a personaggi al momento accusati di gravi crimini finanziari in diversi tribunali nazionali, e con precedenti penali iscritti.

 Dagli stessi documenti risulterebbe che le fondazioni A.I.S.P.O. S.A. e A.I.S.P.O. New Zealand abbiano aperto posizioni bancarie con UBS Bank Chiasso e Lugano, con conti cifrati, e pertanto nascosti, oltre ad aver sottoscritto dei contratti con società e persone fisiche partecipando a programmi di Trading ottenendo così enormi guadagni. La sola esistenza di tali rapporti compromette la AISPO, che, sulla base del proprio statuto, non può sottoscrivere contratti di natura finanziaria con scopi di lucro, oltre al dato aggravante che si tratta di programmi di Trading che portando alla sottoscrizione di contratti illegali, realizzando speculazioni e operazioni finanziarie illecite, come riciclaggio di denaro, falso in bilancio, e truffa aggravata. Allo stesso modo, la AISPO fa ricorso per la conclusione di alcuni contratti all'Avvocato Devittori di Lugano che funge da fiduciario nei confronti di Banche e Società di investimento. Il coinvolgimento così diretto del Gruppo San Raffaele con il mondo dei brokers e dei faccendieri che viaggiano sui canali illegali del mercato finanziario, potrebbe certamente compromettere la credibilità di una fondazione così importante a livello europeo. Rischia infatti di sembrare l'ennesima fondazione umanitaria, con fini prettamente sociali, che si presta ai giochi sporchi della finanza, mettendo a disposizione il proprio nome e soprattutto i propri progetti per giustificare la raccolta di capitali e utilizzare strumenti finanziari virtuali spesso non fruttiferi o totalmente falsi, per ottenere dei profitti illeciti o per coprire delle manovre illegali poste in essere da banche o da società. Inoltre, il Gruppo San Raffaele presenta un forte indebitamento, al punto tale che avrebbe ipotecato il suo intero patrimonio presso Banca Intesa. Si potrebbe dunque pensare che il San Raffaele abbia deciso di creare delle entità e una struttura finanziaria a sé stanti, distinte dal gruppo e operanti in qualche paradiso bancario, allo scopo di accantonare ingenti quantitativi di denaro.
Per tale motivo riteniamo sia giusto e doveroso da parte del Gruppo San Raffaele adoperarsi per allontanare certi personaggi, e dissipare ogni lecito dubbio che possa compromettere la sua credibilità. Rimettiamo la nostra inchiesta e tutta la documentazione raccolta a disposizione degli inquirenti o del management del Gruppo San Raffaele, al fine che possa esaminarla per prendere i dovuti provvedimenti e, magari, smentire la veridicità di questi documenti. Questo tipo di indagini esterne possono infatti portare alla luce fatti che sfuggono al controllo del management, e, per questo, sono spesso apprezzate per la loro determinatezza. Infatti, in relazione alla documentazione raccolta sul grave scandalo dei collaterali denominati Petrobras e Ministero del Tesoro Brasiliano, nonché sulle garanzie bancarie false, la Etleboro ha ricevuto più volte i più sentiti ringraziamenti per l'aiuto apportato, rivelando l'esistenza di truffe che avrebbero potuto danneggiare il nome delle entità coinvolte. Il nostro invito alla cooperazione rivolto al management delle fondazioni, e alle stesse istituzioni, vuole essere anche un segnale sull'esistenza di vari personaggi ed entità che manovrano le fila di queste grandi operazioni, per portare a termine dei piani finanziari e politici ben determinati.

06 novembre 2011

Forze NATO alla guida dei ribelli

A guidare l'armata dei ribelli negli scontri con l'esercito di Gheddafi vi erano le truppe della NATO, che nelle retrovie coordinavano l'avanzata delle battaglie. Questo quanto rilevato dalle analisi dei tanti video diramati sulla rete, individuando tra i guerriglieri le divise dei militari dell'Alleanza Atlantica. La guerra che ci ha mostrato Al Jazeera è ben lontana dalla realtà, essendo stata un'operazione di aggressione, mascherata da intervento in difesa dei civili, coperta in maniera molto sommaria da una risoluzione ONU di no-fly zone. La nuova Libia sarà quella della guerra-perenne, occupata dalla coalizione franco-americana, con un protettore NATO. A capo dell'esecutivo sarà inoltre un uomo del Qatar, Abderrahim al-Kib, accademico e uomo d'affari vicino alla famiglia reale Al Thani, come ricompensa del 'contributo mediatico' alla guerra contro il regime di Gheddafi.


Soldati NATO tra i ribelli

Veicoli dei ribelli segnalati come 'mezzi amici'
con il telone arancione, lo stesso usato per i mezzi NATO regolamentari

20 ottobre 2011

L'epilogo di un'altra guerra umanitaria


Finisce così l'ennesima guerra umanitaria del 'Nobel della Pace' più guerrafondaio che sia mai esistito, Mr. Barack Obama. Grande merito e gloria va al 'Pagliaccio di Parigi' , che dopo il suo bebè-preelettorale ha avuto anche la testa di Gheddafi. Omaggi anche all'Inghilterra decimata dall'era post-crisi finanziaria, e al Nostro Presidente Giorgio Napolitano.

18 ottobre 2011

Dall'ICE all'ACE: nuova diplomazia con vecchie idee

Egregio Signor Ministro,

Le scrivo come portavoce dell’Osservatorio Italiano, cogliendo l’occasione del suo recente invito rivolto agli imprenditori ‘contate sulle nostre ambasciate’ .

A partire dalla proposta di passare dall’ICE all’ACE, la mia impressione è che i progetti e i personaggi coinvolti sono sempre gli stessi. Un mero gioco di sigle nasconde una guerra tra due Ministeri, che cercano di accaparrarsi le ultime spoglie del budget destinato all’azione estera. Tanti sono stati i progetti per ‘le eccellenze italiane’ , finanziati da denaro pubblico ma caduti nel vuoto e nella giostra dei soliti contractors: Informest, Balcanionline, Camere di Commercio, Istituto per il Commercio Estero, Seenet, sino alla grande trovata di Confindustria Balcani. L’Italia non è stata capace di creare una struttura adeguata alla missione che doveva svolgere, nonostante la mole di finanziamenti profusi, ma solo associazioni e ONG frequentate da ‘punk con tre piercing e una chitarra’, o peggio ancora uffici di dirigenza guidati da raccomandati, specialisti Hi-tech che non fanno altro che aprire una posta elettronica. L’indaffarato, 'troppo occupato per rispondere ad una telefonata', il copista che ha sempre il suo bigliettino in bella vista, gli imboscati all’estero accompagnate da segretarie ex-inservienti. Questo è il club di quelli che sono lì per occupare un posto e non fare domande.

Signor Ministro,
potrebbe incontrarli tutti alla Festa del 2 Giugno a commentare il buffet che, senza aver niente da dire, si stringono le mani e ridono. A loro dire, “è sempre tutto sotto controllo” e “le autorità hanno il polso della situazione”. Un vuoto esibizionismo, che pone la diplomazia italiana agli ultimi posti in Europa, rispetto alle forti strutture di Germania, Francia e Inghilterra. Il loro ‘monitoraggio’ si riduce ad un manipolo di persone che frequentano gli stessi corridoi, sconosciuti analisti e consulenti sedicenti. L’informazione che possono ottenere è al massimo di quarta mano, tra l’altro profumatamente pagata. Non da meno sono le Agenzie di Stampa che si autoproclamano leader nei Balcani, ma vivono del ‘copia-incolla senza informazione’ e a ridosso degli investimenti di una ristretta lobby privilegiata.


Questa è l’Italia dell’integrazione e delle consulenze di pre-adesione, che usurpa il nome dello Stato per interessi individualisti. In realtà, l’Italia all’estero è fatta da un’immensa costellazione di piccole e medie imprese che lavorano e mettono a rischio il proprio patrimonio, e non hanno ‘aerei di Stato’ o funzionari di ambasciata a servirle. Possiamo portare un esempio su tutti, quello della Dalmatinka de La Distributrice dei Fratelli Ladini, che ha subito immensi danni materiali nonché diffamazione a mezzo stampa, a causa delle omissioni e dell’indifferenza delle autorità italiane, nonché dei vari ambasciatori che si succeduti. Oltre ad una stretta di mano e convenevoli in politichese, non vi è stato alcun intervento risolutivo che ponesse fine agli abusi dell’amministrazione pubblica croata. Il caso è giunto sino al Gabinetto del Presidente della Repubblica Giorno Napolitano, che ha garantito ai Ladini l’impegno delle autorità. Sarebbe bastata una ferma richiesta a far rispettare la convenzione italo-croata per la tutela degli investimenti ( 5 novembre 1996), la cui violazione mette in serio dubbio l’adeguatezza delle norme della Croazia agli standard europei. L’Italia ha taciuto forse troppe volte sulle irregolarità commesse dai croati contro i progetti italiani, dai piccoli ai grandi abusi, cosa che Paesi come Germania e Austria non avrebbero mai tollerato, visto che i toni si alzano per molto meno. La diplomazia italiana non è stata in grado di fare una telefonata, né di prendere una posizione o di trovare una soluzione. Sicuramente qualcuno - e lo credo fermamente - sperava che l’azienda fallisse, ma purtroppo per voi non è stato così. La Dalmatinka, senza dubbio, vincerà la sua causa e il suo precedente sarà la vergogna per l’Italia, il simbolo del fallimento della diplomazia economica italiana.

Signor Ministro,
sino ad oggi siamo stati “Italiani di serie B”, la mercificazione degli errori di questi signori con stipendi da migliaia di euro, le vittime delle informazioni delle agenzie autoreferenziali e delle consulenze dell’ICE. E Le posso assicurare che il caso Dalmatinka è solo uno della miriade di esempi delle piccole medie imprese, che operano in una regione così vicina all’economia italiana. Al contrario, l’Osservatorio Italiano, senza mai percepire fondi della Cooperazione Italiana o dell’Informest, ha fatto delle conoscenze di queste aziende un patrimonio di know-how e di capitale umano, per poi diventare un progetto-guida di successo. “Stato Volontari Impresa” con la collaborazione di antenne locali e italofili: questa dovrebbe essere la nuova forza del Made in Italy, che da una parte controlli i nostri diplomatici e gli addetti ai lavori, nonché l’utilizzo dei fondi destinati alle strutture estere, e dall’altra assista le imprese in difficoltà.

Caso Dalmatinka

L'Affarismo di Stato
Caso Dalmatinka: lettera aperta degli imprenditori italiani
Ladini: fermare la vendita illegale della Dalmatinka

Caso Dalmantika-F.lli Ladini: lettera aperta al Ministro Frattini

Caso Dalmatinka Nova: continua la diffamazione dei media croati

Caso Dalmatinka Nova: l’accusa degli imprenditori italiani

Il collettivo diplomatico deve effettuare e conoscere la mappatura delle piccole e medie imprese all’estero, nonché garantire un costante monitoraggio ed un intervento in caso di violazioni de parte delle autorità locali. In altre parole, occorre abbandonare quell’atteggiamento di lobby di potere che va ad affrancare tutta la struttura diplomatica alle grandi società, le quali da parte alimentano una rete di faccendieri e servi nella speranza di assicurarsi investimenti milionari. Oltretutto, questa megalomane arroganza è controproducente oltre che inefficace, perché nella realtà i nostri ambasciatori e i nostri funzionari sono derisi dai politici locali, che si sentono costretti ad ascoltare “storie di integrazione” da persone che – per esempio – non hanno una grande conoscenza dei Balcani.

D’altro canto, prima di lanciare proclami e promuovere nuovi progetti di riorganizzazione della rete estera, bisogna creare una commissione di inchiesta per individuare le responsabilità di chi ha abusato dei fondi dello Stato italiano per estrometterli del tutto dalla struttura che si verrà a creare. Queste sono le condizioni fondamentali per garantire la massima trasparenza e correttezza, come avviene in ogni società civile ‘di alti standards europei’. In secondo luogo, occorre cominciare a pubblicare i prospetti dei costi dei progetti e degli impieghi dei finanziamenti, considerando che sino ad oggi è stato quasi impossibile accedere ai rendiconti finanziari delle organizzazioni che hanno accesso ai contributi pubblici della Cooperazione Italiana. Dei presupposti essenziali e minimi, che servono ad adeguare la diplomazia italiana alla prassi europea, colmando un deficit. Sono molti i passi indietro da fare, Signor Ministro, prima di lanciare la grande svolta del Sistema-Italia, sempre che Lei voglia davvero un progresso per il nostro Paese.

Michele Altamura

01 ottobre 2011

I francesi nei Balcani: scalata ostile ai progetti energetici italiani


Roma - L'intelligence economica francese sta cercando di sabotare i piani energetici dell'Italia, nel tentativo di scavalcare ogni controparte italiana nei progetti comuni. Un obiettivo divenuto evidente con l'aggressione della Libia, che è sfociata inevitabilmente nella corsa all'accaparramento di contratti petroliferi e rapporti privilegiati con Tripoli, che prima di allora appartenevano all'Eni. La sua azione è molto aggressiva, fomentata dalla pazzia di Sarkozy, ormai messo alle strette dalla minaccia di default, perchè i soldi per bombardare prima o poi finiranno. La Francia si prepara oggi ad entrare nei Balcani, per subentrare nei contratti concordati dalle aziende italiane. Il primo bersaglio è la Serbia, oggi sempre più debole, asserragliata dalla crisi del Kosovo, dalle minacce del Sangiaccato e dagli ultimatum di Bruxelles per la candidatura e la data per l'adesione all'UE.Dalla loro parte, i francesi hanno 'balance' da offrire a Belgrado: contratti per lavori in Libia, strada spianata nell'UE e riconferma dei contratti francesi sul mercato serbo. In cambio vogliono mettere le mani sull'energia italiana, a cominciare proprio dall'Edison, che da sola vuol dire accordi per centrali elettriche, ma anche per il gas russo di Promgas. La EDF, dopo aver 'mangiato' la quota italiana nel progetto Gazprom, salta i convenevoli e convoca a Parigi i capi della Elektroprivreda Srbije. Lasciando ad intendere che l'affare di Edison è 'cosa fatta', conferma la partnership aperta dalla dirigenza italiana, e rilancia investimenti nella rete elettrica, esponendosi sino a proporre l'assorbimento della società serba nel gigante francese. I serbi per il momento dicono 'no grazie' alla privatizzazione di EPS, ma a questo punto tutto può essere rimesso in discussione, a cominciare da quegli accordi conquistati dagli italiani dietro una 'stretta di mano politica' e fuori dai tender, sino al famoso "progetto di interconnessione della rete italiana a quella balcanica". Il fatto che sia un piano sostenuto di principio della Comunità Europea, non significa che sarà esente dalla scure della burocrazia europea, che ha già sguinzagliato i suoi ispettori negli uffici delle società energetiche per verificare il rispetto delle direttive. Forse bisognerebbe insistere di più su Edison e non dare forfet, perchè dopo il primo segno di debolezza, si aprirà il vaso di Pandora delle inchieste per la trasparenza.Sarebbe questo il momento giusto che i nostri ambasciatori si esponessero per riconfermare quei famosi accordi strategici, ma dopo l'annullamento del vertice intergovernativo Roma-Belgrado, la sola Italia che conosce la Serbia è la Fiat, mentre Seci-Maccaferri è un'impresa che promette, come tante hanno fatto. La diplomazia italiana non è in grado di risollevarsi, e neanche di proporre alternative, perché da anni le nostre Agenzie di stampa che non fanno altro che prendere contributi pubblici e fare un copia incolla. Esperti di 'macellai balcanici', analisti del formaggio di Livno, medagliati e carrieristi, false promozioni per false storie in una falsa diplomazia. Tutto si riduce a business affaristici che usano soldi pubblici per poi rivendere a privati. Come se non bastasse è già pronta la campagna mediatica, dei soliti giornali del giustizialismo, contro i vertici manageriali delle società energetiche, che ora rappresentano proprio la controparte negoziale dei francesi. Ma poi, sono davvero strane quelle inchieste della magistratura contro Ministri e personaggi politici ora impegnati in importanti negoziati. Se esistono i segreti della 'casta', esisteranno anche quelli degli intoccabili 'magistrati e giudici' che secretano le caste. La valanga della Green economy si sta abbattendo sul nostro paese, che lascerà un dito in bocca ai grani filantropi, benefattori del Made Italy. Canta la Mercegaglia, che del business con i soldi pubblici ne fa un'arte, un gioco di sigle, solo per foraggiare i cosiddetti imprenditori delle cartiere. E così mentre i francesi sottobanco trattano, i nostri cercano fantomatici nemici wahhabiti, e neanche si accorgono che il vero nemico ha già sferrato la guerriglia.