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08 aprile 2015

La nuova entità dell'Osservatorio Italiano: Centro della cibernetica italiana a Lisbona

Roma - E' stata ufficialmente costituita a Lisbona l'Osservatorio per le Imprese Italiane, nuova entità dell'Osservatorio Italiano, che diventerà il più grande centro studi sulla difesa cibernetica delle piccole e medie imprese italiane nel Mediterraneo. Grazie all'unione delle società e dei professionisti della Tela, con l'importante contributo della Etleboro, sarà creata una struttura di riferimento per lo sviluppo del progetto dell'Azienda Digitale e per la tutela del patrimonio imprenditoriale italiano. Il suo obiettivo, stabilito per statuto e accettato da tutti i suoi membri, sarà quello di garantire la sopravvivenza della impresa italiana tradizionale, che sta scomparendo, sotto i colpi dell'aggressione delle lobbies, la cui avanzata sul mercato europeo è inarrestabile. Implementando procedure digitalizzate e metodologie cibernetiche, gli imprenditori avranno la possibilità di "respirare nuovo ossigeno" ed eliminare i costi eccessivi della burocrazia, mentre racchiudendo in consorzi i fornitori di materie prime e di servizi, sarà per loro agevolato l'accesso ai mercati esteri. Molte sono le strutture che l'Osservatorio porterà via con sé dai Balcani, per ampliare il proprio raggio d'azione nel Maghreb e nell’Africa, in virtù di relazioni dirette e sostenibili. Il suo collettivo sarà multietnico e multiculturale, ma unito al suo interno dalla lingua italiana, direttamente selezionato all'interno delle Università per poi essere formato sulla base di metodologie mirate.


"E' in atto una guerra economica fratricida senza pari, votata alla distruzione dell'impresa tradizionale per essere sostituita da lobbies controllate da gruppi di interesse sempre più ristretti - afferma il fondatore della Etleboro, Michele Altamura, continuando - l'unica soluzione è cambiare, trasformarsi in impresa digitale per conservare la propria identità. L'Osservatorio Italiano lavorerà perché sia creato il primo centro per la difesa cibernetica delle aziende italiane. Risponderemo alle aggressioni dichiarando una guerra non convenzionale", ha aggiunto. Nelle sue parole ricorda che l'Osservatorio Italiano agisce oggi nei Balcani come osservatore critico e fonte autorevole per la stessa Comunità Europea, che segue costantemente le sue indicazioni sui fatti e gli eventi maggiormente problematici. Ricorda anche i molteplici avvertimenti, pubblicamente denunciati, circa le lacune dei progetti energetici italiani rivolti alla regione, che hanno compromesso la loro realizzazione in maniera irreparabile, come emerso infatti a distanza di anni dal primo segnale di allarme dell'Osservatorio. "I nostri monitor non sono solo elettronici o semantici, ma sono uomini e donne che scelgono di dare anche se stessi per difendere quel patrimonio europeo che si sta perdendo. Siamo ancora parte della Vecchia Europa, e questo fa di noi una realtà rara in un sistema economico senza identità", conclude Michele Altamura. 

27 marzo 2015

Una nuova entità per la Tela della Etleboro

Era dal 2004 che si aspettava questo momento. Il fondatore della Etleboro vola in Portogallo, a Lisbona, per ufficializzare la costituzione di una nuova struttura cibernetica. Molte sono le strutture che porterà via dai Balcani, ampliando le sue attività nel Maghreb e nell’Africa. Questa nuova entità avrà come obiettivo quello di aiutare le piccole e medie imprese della Tela ad eliminare gli eccessivi costi della burocrazia, implementando per le aziende delle procedure digitalizzate e metodologie cibernetiche. Molti saranno gli imprenditori che seguiranno la Etleboro in questo viaggio di rilancio all'interno del Mediterraneo, racchiudendo in piccoli consorzi sia i mercati delle materie che quelli dei servizi.

06 marzo 2015

La falsa rivoluzione dei codardi

Tirana - Potrebbe essere una storia ironica, ma anche una commedia russa, dove tutto è sempre così contorto. In realtà è la storia perversa di chi è al potere senza storia e pretende invece di fare filosofia a chi di storia ne ha da vendere, radicata nel Dna. Parliamo di quella gente che ha fede nell’onore e nella legge della “besa”, di quella gente che quando giura scrive nella pietra le proprie promesse, rispettando i propri impegni fino in fondo, a costo di essere autodistruttivi, con il vincolo della famiglia, di fratelli e amici, gente che fa della parola una firma indelebile. Dall’altra parte, vediamo al potere persone che parlano tramite Facebook, rilasciano dichiarazioni da "venditori di padelle", improvvisano professionalità grazie ai corsi serali delle società di comunicazione, ma perdono facilmente le staffe dinanzi ad un giornalista che fa delle domande non concordate. 

Due realtà agli antipodi
L’immagine di questa classe politica decadente si condensa nella figura di Edi Rama, un codardo senza un passato, conosciuto negli ambienti per essere un “grande bluff”. La sua politica è tutta racchiusa nell’utilizzo appariscente dei media, nella ristretta cerchia di scagnozzi dall'intelligenza mediocre, che viene sguinzagliata nelle trasmissioni e nelle conferenze per parlare di cose di cui non hanno alcuna cognizione di causa. Tutto sommato è un bravo attore, tanto che quando vinse le elezioni invitò nel palazzo del Governo – che aveva in tutta fretta restaurato ‘a credito’ – tutti gli ambasciatori, per annunciare che le casse dello Stato erano vuote, per poi festeggiare stappando champagne. Nelle sue trionfali uscite in pubblico, in cui si crogiola del grande successo del “suo partito socialista”, dimentica di dire che a rendere possibile questo trionfo era stato proprio Tom Doshi, l’uomo che aveva mosso le giuste pedine per aprire a Rama la strada verso il potere, consegnandogli i voti del Nord dell’Albania, roccaforte del partito democratico sin dall’inizio del pluralismo. Nei galà però preferisce accompagnarsi con l’ambasciatore americano Alexander Arvizu e il rappresentante europeo Ettore Sequi, che lo hanno sostenuto nel corso della campagna elettorale senza neanche nascondere molto questa “parzialità sleale”. Addirittura firmano insieme un articolo di promozione del “Governo Rama” come “ottima scelta degli albanesi per entrare in Europa”, il miglior risultato dopo la caduta del regime comunista. Sequi diventa così il “più grande amico” di Rama, perdendo ad un certo punto il lume della razionalità e compromette la diplomazia europea con l’epurazione politica legalizzata di Rama, in beffa dei famosi 12 criteri per l’integrazione. E’ allora che le due istituzioni internazionali hanno perso prestigio e credibilità, rendendosi complici di una proscrizione indiscutibile. Non si può infatti permettere ad Edi Rama di fare il falso eroe anti-comunista, quando non ha avuto alcun ruolo in quella rivoluzione. 

Tom Doshi a Washington incontra Eliot Engel
Tuttavia, non intendiamo parlare di questo ‘piccolo uomo’, bensì difendere l’onore delle istituzioni statali, che sono state violentate e impoverite, divenute carne da macello delle lobbies, sotto gli occhi della Comunità EuropeaE lo faremo attraverso la storia che ha da raccontare Tom Doshi,  la cui assurdità è oggi in grado di far cadere il Governo e compromettere l'intero castello di falsità montato dal binomio Rama-Meta in combutta con esponenti della comunità internazionale, per mettere l'Albania sotto il loro controllo. Premettiamo che la figura di Tom Doshi è molto importante per comprendere i recenti eventi della politica albanese, ma soprattutto per fare chiarezza su come Edi Rama sia salito al potere. Quella stessa forza che gli ha permesso di fare gesti eclatanti, proteste ed inchieste, ora è in grado di togliergli ogni cosa, perché è stato un ingrato. Visto tra i suoi elettori come un umile servitore della sua gente cattolica, Tom Doshi ha un passato strettamente connesso alle vicissitudini dell'Albania,  dai primi albori dell'indipendenza della Repubblica, sino all'avvicendarsi del comunismo. La sua famiglia è stata tra le più colpite dalla persecuzione del clero da parte del regime comunista, con cinque familiari fucilati in esecuzione. Parte della sua famiglia era anche Prek Cali, grande patriota, il parroco Don Mark, morto nelle carceri comuniste, il noto monaco francescano Zef Pllumbi, che ha trascorso 26 anni in carcere per essere rilasciato solo nel 1989. Si spense nel 2007 al Gemelli di Roma, e la sua morte è stata salutata con i funerali di Stato. Tom Doshi parla poco, ma la comunità cattolica del Nord dell’Albania sa bene chi è, riconosce la “besa” e l’onore della parola, quanto basta per poter contare sulla sua forza elettorale.Grazie a lui, la città di Scutari viene consegnata al Partito socialista, sebbene fosse stata storicamente di destra, come la nostra Emilia è da sempre di sinistra.

Dall'amicizia alle accuse di paranoia: la caduta di stile di Rama
Ma andiamo con ordine, e cerchiamo di ricostruire gli ultimi eventi che hanno visto scontrarsi questi due mondi così diversi, avvicinati solo dal comune obiettivo del “bene per l’Albania” ed allontanati da un inaspettato “alto tradimento”. Il deputato socialista Tom Doshi, circa cinque mesi fa, viene a sapere da “fonti certe” che è stato ingaggiato un killer per il suo omicidio. Di questo Doshi informa subito l’amico Edi Rama, che gli promette il massimo impegno delle istituzioni, ma in realtà lo liquida molto velocemente dicendo di non aver trovato alcun elemento di prova, e fa cadere il tutto nel silenzio. Interrompe addirittura le comunicazioni con Doshi, che da quattro mesi non ha sue informazioni su tale questione. Doshi intanto porta avanti le proprie indagini, e scopre che quelle informazioni sembrano essere tutt’altro che infondate. A confermarglielo è lo stesso killer, che gli confessa anche il nome del mandante. Rama tuttavia non crede alla tesi di Doshi e lo scomunica, cioè lo allontana in maniera irregolare dal Partito socialista, come fa un vero “piccolo dittatore”. Una decisione impulsiva e avventata, che però viene sostenuta ancora una volta dall’ambasciata americana, e dalla stessa delegazione europea, che “salutano la de criminalizzazione del Parlamento albanese”. Bisogna precisa che forse è stata fatta un po' di confusione, perché Doshi non è stato espulso dal Parlamento dalla Commissione di Decriminalizzazione, bensì dal partito, dal suo Comitato direttivo. Comunque, in poche ore Rama ottiene il sostegno atlantico, nella convinzione che questo potrà proteggerlo dal terremoto che si sta per scatenare. Al contrario, Tom Doshi non si scompone più di tanto, semplicemente ricorda all’ambasciata americana che lui non è un criminale, semplicemente perché nei suoi confronti non vi è mai stato un procedimento penale o altro.

Intanto si è attivato un meccanismo inarrestabile, e pubblica il video della testimonianza del killer, che descrive con dovizia di dettagli la dinamica della preparazione del suo omicidio, e confessa che è stato Ilir Meta ad ingaggiare una serie di persone per portare fino in fondo il lavoro. A questo punto entra subito in scena il partito democratico, dopo che Sali Berisha ha dato il proprio tacito sostegno all’azione di Doshi, preparando una mozione di sfiducia. La mattina successiva, più agguerrito che mai, Berisha si presenta in Parlamento chiedendo le dimissioni del Primo Ministro, tanto da far alterare il “pacato” Ilir Meta, che perde le staffe e comincia a beccare come una gallina. Neanche i suoi lo riconoscono, e ad un certo punto Edi Rama si alza per calmarlo. Berisha è un fiume di parole, e Ilir Meta lo incalza ridicolizzandolo – “Prendete al dottore le medicine”, dice – per poi cadere in frasi stile ’97-’98, gli anni delle piramidi finanziarie albanesi e dell’omicidio di Azem Haidari. Meta è fuori di sé, tanto da sembrare persino un po’ ridicolo; non riesce a comprendere come mai Berisha sta proteggendo Tom Doshi, che lo aveva accusato pubblicamente anni prima. L’aula parlamentare diviene un’arena di scontro tra Titani. Berisha è accerchiato dai suoi, mentre il servizio di sicurezza del Parlamento protegge il Governo: in tutto questo Rama con il suo smartphone scatta le foto da pubblicare su Facebook (vedi Foto), mentre Tom Doshi è in Procura per una deposizione dinanzi agli inquirenti di oltre 6 ore. Nel pomeriggio la Procura fa sapere che saranno ascoltati Ilir Meta, Edi Rama, il Ministro degli Interni Saimir Tahiri, i deputati Mark Frroku, Mhill Fufi e Sali Berisha. Tra i convocati risulta anche Eugen Beçi, ex capo della Procura per i gravi crimini, rimosso dalla carica con l’inizio di questa inchiesta, dopo la pubblicazione della foto che lo ritraeva a tavola insieme con il gruppo che stava organizzando l’attentato.


Il confronto in Tv: nuovi elementi, Rama inconsistente
Lo spettacolo continua in serata, quando su Top Channel viene trasmessa l’intervista di Tom Doshi da parte di Sokol Balla, mentre su Tv Klan Blendi Fevziu ospita Edi Rama. Tutta l’Albania, in realtà, aspetta le parole di Tom Doshi, che risuonano nel silenzio dello studio in collegamento in un’atmosfera surreale. L’unico a capire quello che sta per succedere è il giornalista Artan Hoxha – lo stesso che sembra aver informato Doshi dell’esistenza di un piano per la sua eliminazione. L’intervista a Tom Doshi è qualcosa di surreale, perché è una persona che parla poco e guarda negli occhi del suo interlocutore, tanto che Sokol Balla ha un po’ di timore e cerca di moderare i toni. Tutt’altra storia lo spettacolo che dà in contemporanea Edi Rama: non risponde alle domande, si confonde e butta tutto in caciara, perdendosi nelle slides delle statistiche del crimine che ha portato con sé. E’ insicuro e gesticola, totalmente diverso dall’immagine che solitamente ama dare di sé nei comizi, gestiti dalla regia delle società di comunicazione.

Ad ogni modo, dalle parole di Doshi emergono nuovi interessanti dettagli. Spiega che il video è stato registrato da lui stesso, in accordo con il killer, che acconsente di essere filmato, dopo aver in precedenza accettato la sua protezione. Doshi gli ha dato infatti una macchina blindata, e lo ha aiutato a portare la sua famiglia fuori dall’Albania. Afferma inoltre di avere un secondo testimone, ossia colui che doveva posizionare la moto su cui era stata messa la bomba e che attualmente si trova in Italia (cosa che Rama ancora non sa, tanto che continua ad essere convinto che sia tutto frutto di una paranoia). Altra notizia che fuoriesce è quella che il famoso video di Prifti che incastrava Ilir Meta sulla corruzione era stato trattato da Tom Doshi, perché Edi Rama è noto per essere inaffidabile, che non rispetta mai i patti e la parola data. Delle rivelazioni esplosive rilasciate senza mai gesticolare, persino gli analisti in studio fanno molta fatica a trovare dei punti deboli: arrancano e alcuni sospirano, altri divagano e cercano di distrarre l’attenzione dal tema, mentre Artan Hoxha puntualmente li riporta sulla discussione centrale.


Le contraddizioni del Governo. Provocatoria " l'entrata in fallo " dell'ambasciata americana
In tutta questa storia ci sono molte incongruenze e conti che non tornano. Edi Rama si era tanto affrettato a dire che tutte le indagini erano state fatte ma non risultavano esserci elementi di minaccia per la sua vita, come poi confermato anche dal Direttore della Polizia Artan Didi e dal Ministro degli Interni Saimir Tahiri. Tuttavia la Procura smentisce che sia stata depositata una denuncia formale. All’improvviso però viene arrestato Durim Bani, il presunto killer, mentre tenta di passare il confine con il Montenegro di Hani i Hotit. Ci si chiede, allora, come mai Bani è stato arrestato solo dopo le rivelazioni pubbliche sul piano di omicidio di Doshi, quando le indagini precedenti non avevano riscontrato elementi di prova. Stranamente, dopo che è stato fermato, il killer ha ammesso di essere stato ingaggiato per l’attentato a Doshi, mentre la sera stessa ritratta la sua versione, affermando di “essere stato pagato da Doshi per recitare questo ruolo”. Uno scenario che era stato anticipato dall’opposizione che, dopo il fermo, rivela che Bani è stato posto in isolamento e che, dopo ore di interrogatorio e senza l’assistenza di un avvocato, sotto le forti pressioni degli inquirenti, cambierà la sua testimonianza. A questo punto, bisognerà confrontarsi con il secondo testimone, e vedere come si metteranno le cose.
La posizione dell’Ambasciata americana però si complica, perché Doshi potrebbe essere davvero vittima di un tentativo di omicidio, fermo restando che non è un criminale. La  dichiarazione rilasciata era così affrettata e tuttavia, ben studiata per screditare Doshi e invalidare anche le sue accuse verso chi lo voleva morto. Un atto talmente azzardato che persino i suoi detrattori – tra cui anche Sokol Balla – dichiarano che effettivamente si tratta di una provocazione, pronta e ben confezionata per scatenare delle reazioni. Bisogna infatti ricordare che in passato gli Stati Uniti hanno visto in Tom Doshi un uomo di fiducia, aprendogli le porte del Congresso nel corso della sua vista a Washington. E’ una contraddizione in termini molto evidente.


Cosa dire poi dell’atteggiamento assunto da Edi Rama, che passa dall’essere “compagno” ad un semplice conoscente - tra poco dirà che lo ha incontrato per caso nei corridoi - sino ad essere suo principale accusatore, definendolo un paranoico “che crea queste situazioni per i suoi business”. Insomma ci risiamo, anche con il comunismo si finiva in un ospedale psichiatrico se si davano segni di ribellione. Il Premier Rama dovrebbe invece rendere conto delle attività dei suoi “nuovi amici”, che si stanno arricchendo alle spalle dello Stato con i tanti contratti assegnati senza appalto e grazie alle istituzioni parallele, da lui stesso create. Ci chiediamo come mai il signor Koco Kokedhima propone di legalizzare la marjuana con un marchio albanese, subito dopo l’operazione di Lazarat, pubblicizzata come il più grande evento storico del governo albanese contro la criminalità organizzata. Non si è invece preoccupato di dare una soluzione economica a quell’indotto di economia sommersa che ora non esiste più, e forse avrà trovato un altro impiego. Potremmo ancora continuare con il lungo elenco di “contraddizioni” del Signor Rama, citando per esempio gli affari che le lobbies straniere stanno facendo in Albania, sottraendoli all’economia sommersa albanese. Una grande rivoluzione economica senza fare alcun piano strategico, o forse l’unica strategica è stata quella di consegnare il Paese al sistema del debito, dell’usura delle multinazionali, mentre i Paesi europei stanno combattendo per cacciarle. D’altro canto, cosa possiamo aspettarci da un Governo che si spinge sino ad arrestare i propri cittadini, che non hanno soldi per pagare l’elettricità e si collegano alla rete nazionale per poter vivere e mangiare.

Le nostre conclusioni
Da parte nostra, dinanzi a tutta questa storia, così complessa ma allo stesso tempo semplice ed evidente, non intendiamo prendere alcuna posizione, perché saranno gli inquirenti e la Procura a chiarire la realtà dei fatti. Tuttavia ci preme sottolineare come il caso di Tom Doshi abbia fatto emergere una grande verità, ossia la bassezza di una classe politica emersa dalla speculazione perpetrata dopo la caduta del regime comunista, arricchitasi con furti e svalutazioni del patrimonio pubblico, conservando però quella ideologia di prepotenza e spregiudicatezza. Hanno fatto delle istituzioni statali un mezzo per fare cassa, da utilizzare dinanzi alla Comunità europea per accreditare le riforme volute dalle lobbies, per poi degradarle nominando come funzionari e ministri persone di “madri e padri sconosciuti”, senza cultura e senza storia. E così, anche qualora il caso di Doshi possa rivelarsi una montatura, resta il fatto che dinanzi ad una legittima richiesta di un deputato di avere la protezione dello Stato, le istituzioni hanno agito con menefreghismo e superficialità, arrivando a mentire per coprire i propri bassi interessi.
Ancora peggiore è stato l’atteggiamento della Diplomazia Europea, che ha rilasciato delle dichiarazioni senza fare alcuna verifica, cosa che denota la profonda ignoranza di diplomatici, i cui stipendi sono pur sempre pagati da contribuenti europei. Pur di non mettersi a lavorare, hanno preferito accreditare la versione di Rama, che ostenta tanta sicurezza, ma in realtà è solo un burattino che gioca con Facebook,e Twitter. Di questi tipi che dicono di aver fatto la rivoluzione, ma invece sono scappati, divenuti dei vagabondi: quando sono tornati, è bastata una giacca per farli sembrare signori. In realtà restano dei codardi.

Un amico dell'Albania

18 febbraio 2015

Conflitti non convenzionali e la minaccia dell'ISIS a Roma

Roma - L’Europa manca di nuove idee e di creatività, non ci sono più i vecchi pensatori né correnti politiche. Siamo dinanzi ad una guerra di contenuti, che porterà allo scontro tra gli stessi alleati. Questo è uno dei principali motivi nasce e viene accreditata un’organizzazione terroristica più estremista e violenta di Al-Qaeda, guidata da un fantomatico califfo e un esercito di mercenari stranieri, mentre ha degli attori come immagine mediatica da mostrare in filmati hollywoodiani. Quella dell’ISIS può essere definita come la “versione terroristica islamica” del Maidan, ovvero di quella rivoluzione artificiale combattuta da contractor e pubblicizzata mediaticamente da società di comunicazione. Ed infatti, come il Maidan avrebbe dovuto rompere la nuova cortina di ferro dei confini tra Ucraina e Russia per dare un nuovo volto ad un’Unione Europea fallita, l’ISIS deve infiltrare i Paesi-canaglia del Medio Oriente e creare delle minacce terroristiche artificiali, per giustificare aggressioni militari senza passare per l’ONU o le strutture NATO. Stati e Governi, sia arabi che occidentali, sanno bene come stanno le cose, ma sono così vigliacchi da preferire continuare questa messa in scena, nella speranza di poter guadagnare da tutta questa storia. Tutti conoscono quali siano i responsabili di questa guerra: in primo luogo il Qatar, che ha finanziato la creazione di questa rete, e Nicolas Sarkozy, che ha innescato con l’attacco alla Libia un processo di non ritorno. Oggi, il bombardamento unilaterale dell’Egitto sul territorio libico porta la guerra nel cuore del Mediterraneo. Una guerra non convenzionale, che viola e supera del tutto il diritto internazionale, considerando che la Comunità Internazionale ha deciso di giustificare tacitamente l’intervento militare di uno Stato estero, per via della presenza di una fantomatica cellula terroristica provata dalla pubblicazione di un video. Chi ha autorizzato l’aggressione militare egiziana verso la Libia sta giocando un ruolo sporco, portando all’esasperazione gli equilibri del Medio Oriente, sino a provocare un conflitto totale nel mondo arabo, già tormentato dalla guerra in Siria. Il braccio armato di Al-Sisi – mosso dal sostegno di Emirati e Russia nonché da gran parte degli Stati Islamici – non si fermerà sino a quando non otterrà il formale via libera del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, e per far questo ha bisogno degli Stati Occidentali, in particolare di Francia e Italia. Da qui nasce la presunta minaccia dell’ISIS di attaccare il territorio italiano, e quindi fare pressioni sul Governo italiano perché faccia un passo falso.

Credere che l’ISIS sia “a sud di Roma”, oltre ad essere una cialtroneria è anche un insulto all’intelligenza di chi lavora. Vogliamo ricordare che tale fenomeno ha avuto origine almeno tre anni fa, quando la tela dell’Etleboro ha intercettato un messaggio diramato attraverso i socialnetwork di un nuova entità terroristica, che l’intelligence francese accreditava come la “nuova Al-Qaida”. I nostri canali avevano individuato delle reti che, in maniera molto palese e senza molti segreti, ricevevano sostegno e mezzi dall’Occidente. Questo fenomeno ha origine e si sviluppa proprio quando l’esercito di Assad aveva sbaragliato i guerriglieri e si preparava all’assalto che avrebbe compromesso il conflitto. La vittoria di Assad era ormai certa, tanto che la Etleboro pubblica un articolo sibillino (Assad ha vinto la guerra), anticipando un possibile gesto estremo da parte degli sconfitti. Ed infatti, dopo sole due settimane avviene il fantomatico attacco chimico, che ha portato all’isteria mediatica oltre alle patetiche prediche moraliste dei diplomatici occidentali, tra le boccettine dei campioni e le prove inequivocabili del Ministro Giulio Terzi. Obama era già pronto a bombardare, ma tutto si ferma e cade nel silenzio. E’ allora che nasce il fenomeno mediatico del cosiddetto Stato Islamico dell’Iraq e Levante (ISIS), il cui leader era Shaker al-Wahiyib Fahdaoui (La nuova Al-Qaida), apparso in un video in cui trucida a sangue freddo dei camionisti siriani perché “sciiti alawiti”, come atto dimostrativo da divulgare come propaganda di quella che sarà la frangia più estrema del terrorismo islamico di matrice wahhabita, votata alla distruzione dei governi arabi. "Non smetteremo mai di combattere fino a quando non si alzerà la voce della preghiera sino a Roma (lett. Non ci fermiamo fino a che facciamo il Takbīr e l’Adhān a Roma, se dio vuole)”, riporta il messaggio del movimento che cita testualmente il Corano. Tali parole lasciano tuttavia intendere che - secondo l'ideologia wahhabita - "nessuno potrà fermare questa armata sino ai confini della cristianità", sconfiggendo nel loro cammino tutti i governi arabi musulmani per farne uno solo, ossia "in cui tutti i musulmani saranno dalla Mecca a Roma" (Crisi Siria: meglio Assad che la guerriglia in casa). In altre parole, affermano che la loro guerra sarà inarrestabile fino a che non venga creata la "khelafa " islamica, cioè un governo islamico wahabita all’interno del mondo islamico.
Ciò significa che questa minaccia non è rivolta all’Occidente, bensì ai Governi del Medio Oriente. Per cui, il travisamento di questo messaggio con una potenziale minaccia nei confronti dell’Italia, si traduce in una vera e propria trappola, per indurre Roma a fare un passo falso ed intervenire nel conflitto, affiancandosi ad Egitto e Francia. Il vero obiettivo di questa partita è togliere ogni egemonia ed influenza economica agli italiani, perché le risorse della Libia sono state spartite a tavolino. Concludiamo con un interrogativo. Chi ha diramato il primo mandato di cattura contro Bin Laden? E’ interessante scoprire che è stata proprio la Libia di Gheddafi (Mandato Tripoli). Ed ecco che siamo tornati al punto di partenza.

16 febbraio 2015

ISIS e dintorni: prove tecniche per l'invasione e la divisione della Libia

Roma - La pubblicazione dell’ennesimo filmato dal montaggio cinematografico dell’ISIS fa scattare la trappola dell’intervento militare estero in Libia, ponendo così le basi per la divisione e la spartizione del suo territorio tra i gruppi di interesse da tempo schierati. L’esercito di Al-Sisi, dietro il sostegno di Emirati Arabi e Russia, è pronto ad invadere il confine occidentale, mentre le basi aeree egiziane nella notte hanno bombardato presunti punti logistici dell'ISIS, appena poche ore dopo l'annuncio dell’allarme generale per mettere in assetto da attacco gli Apache e gli F16 per un immediato attacco della Libia. L'annuncio del Presidente egiziano parlavano di possibile attacco una volta avuto il via libera dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, come riserva di prendere contromisure di offensiva per vendicare la strage dei 21 cittadini egiziani copti sequestrati. Nei fatti l'Egitto ha anticipato ogni mossa, in quanto nella notte sono iniziate le manovre di rullaggio dei caccia, cominciando a bombardare la zona costiera di Derna, non molto lontano dal confine occidentale con la Libia.


Potrebbe essere questo il risultato di un patto scellerato raggiunto a Minsk con la Russia, che lascia a Mosca la possibilità di fare da regista della ‘balcanizzazione’ dell’Ucraina, a fronte della disponibilità di Putin a non ostacolare una possibile risoluzione dell’ONU per la Libia. In tal caso, la cosiddetta “coalizione anti-ISIS” avrebbe il via libera ad intervenire e spartirsi le risorse libiche, oltre che a riattivare i canali di traffico di armi per alimentare i conflitti perenni del Medio Oriente. Quanto sta accadendo all’Ucraina non è molto distante dal patto di non-aggressione di Hitler e Stalin, con la ripartizione della Polonia, la cui attualità ritorna oggi per salvare le commesse di Mistral e Alstom, come anche i contratti energetici e industriali delle aziende tedesche, forse anche il South Stream. Questo la dice lunga sul motivo per cui François Hollande e Angela Merkel si siano arrogati il diritto di trattare con Mosca a nome dell’Europa, senza nessun mandato formale da parte chi “non aveva più alcuna credibilità” dinanzi alla controparte. La stessa potenza sta ora chiedendo all’Italia di trattare sulla Libia, nel tentativo di creare un fronte comune sull’intervento militare di “terzi paesi” sotto l’egida dell’ONU. A questo punto, non è molto difficile capire che a tenere le fila di queste trattative sommerse siano proprio gli Stati Uniti, che stanno inducendo i Paesi europei ad esporsi in prima persona per stabilizzare quei conflitti scatenati e fomentati da lobbies senza Stato-nazione. A tale scopo, Washington ha simulato delle minacce trasversali, esasperate sino all’inverosimile, che stanno creando lo spettro del terrorismo nel cuore dell’Europa, spingendo la guerriglia sino ai suoi confini più prossimi del Mediterraneo e dei Paesi Baltici. L’obiettivo di fondo è proprio quello di far credere ai governi europei che l’UE dovrà rimanere una costola della NATO, seguendo le sue leggi economiche e militari, impendendo così nei fatti la creazione di un terzo blocco politico che possa trattare con Russia e Cina. Ed infatti ha indotto gli Stati del Baltico a credere che saranno invasi dall’esercito russo, pronto a sfondare tutti i suoi confini per riaffermare l’Unione Sovietica.


Allo stesso modo, sono state azionate delle forze per sbloccare lo stallo nel mondo arabo, creando una macchina di propaganda terroristica senza confini, capace di “comparire” ovunque puntando una bandiera, e di colpire qualsiasi obiettivo con efferatezza e freddezza. La stessa mossa egiziana, emulando perfettamente la Giordania – che ha sferrato dei bombardamenti unilaterali per vendicare l’uccisione del suo pilota – fornisce qualche indizio in più sulla natura di un’organizzazione terroristica sorta dal fallimento di Al-Qaeda contro Assad, che conta tra le sua fila personaggi che hanno avuto contatti con funzionari americani, e che non scopre il viso dei suoi militari. E’ anche strano che la loro tecnica di propaganda audio-visiva sia eccezionalmente migliorata, passando da una semplice telecamera ad un montaggio post-produzione, con tanto di regia e fotografia, testi e sceneggiatura. La propaganda che va ad alimentare, fa dell’ISIS un’organizzazione controversa, con logistica e tecnica militare, ma con manodopera di basso profilo. Sono infatti ben poche le fonti che hanno intravisto sui campi di scontri quei miliziani così fieri che compaiono nei video diramati in rete, perché in prima linea vi sono i soliti mercenari-schiavi assoldati o sequestrati. Eppure i media occidentali, nonostante non abbiano uomini sul campo, sono i più informati, anzi fin troppo bene informati, riuscendo così a seguire, se non anticipare le prossime mosse dei terroristi.

Ed è proprio l’ISIS a fare la differenza in Libia, perché senza di esso la situazione resterebbe di scontro perenne tra le guerriglie e le polizie private, con due Governi e due Parlamenti (Tobruk e Tripoli), un esercito riconosciuto affiancato da una formazione paramilitare supportata da Emirati e Occidente (ndr. Khalifa Haftar) che si oppone al movimento sovversivo di Fajr Libia che gode del sostegno del Qatar, oltre agli eserciti rimasti fedeli a Gheddafi (come quello di Zintan) che continuano una propria guerra, per riacquisire una posizione. E’ questo lo spaventoso spettro della grande “opera diplomatica” della deposizione del Colonnello, gettando il caos nella regione per consentire ad altri ampio spazio di manovra per i propri traffici: armi, mercenari, petrolio, e droga,e quant’altro ha da offrire il mercato libico. Lo scenario è ancor più complesso, considerando che Al-Sisi si sta preparando ad attaccare “formalmente” la Libia, mentre continua quello silenzioso e invisibile, in atto da mesi a sostegno dell’esercito di Haftar e di recente in maniera più intensa lungo i confini. Armato “sino ai denti” grazie a contratti bellici miliardari “piovuti” dalle mani di Francia e Russia, Al-Sisi potrebbe non fermarsi dinanzi a questo bluff dell’ISIS, e quindi andare fino in fondo “per conto di terzi”. Quello stesso esercito che non ha esitato a far fuoco sulla folla per fermare la Fratellanza musulmana, ha deciso di accorrere in “vendetta” dei copti, nonostante l’Egitto li abbia sempre perseguitati e sterminati. E’ evidente che è tutta una grande farsa quella di Al-Sisi in difesa della cristianità minacciata dallo Stato Islamico. L’intervento egiziano, con o senza il benestare dell’ONU, innescherà dei meccanismi di reazione dalle conseguenze imprevedibili, ma comunque sotto gli schemi di una guerra non convenzionale.


Lo stesso monito d’allarme giunge in queste ore dalla Tela di corrispondenti a Tripoli, circa la pericolosa escalation posta in essere da molteplici forze schierate, pronte a dividere la Libia in tre parti parti, che fanno riferimento a Tripoli, Bengasi e Murzuk, ciascuna dietro il sostegno di distinte lobbies. Come anticipato dall’Osservatorio Italiano, all’immediato scoppio dei primi scontri a Tripoli, “l’obiettivo della Francia e dell'Inghilterra era sin dall'inizio quello di dare un nuovo Stato alla Total e alla BP, e per far questo hanno incendiato tutto il Nord Africa. Il problema è che, una volta innescato, questo meccanismo infernale non si fermerà, e nuove rivolte si preparano in Siria, ma se si arriva alla Giordania non si torna più indietro. D'altro canto, occorre tenersi pronto al contraccolpo, che si traduce nella reazione dei Governi aggrediti con il terrorismo. Sono molte le reti create dalle intelligence occidentali nei Paesi difficili da stabilizzare e da controllare, e una volta che vengono spezzate e 'abbandonate' diventano armi micidiali e imprevedibili". All'indomani dell'incursione franco-britannica, l'Osservatorio Italiano avvertiva sulle pericolose derive della destituzione di Gheddafi (si veda La Repubblica Cirenaica, il nuovo Stato di Total e BP), considerando "l’attacco aereo solo la prima fase della totale destabilizzazione del regime di potere in Libia, che è stato infatti trasformato in terreno da sciacallaggio per le milizie armate, al soldo di società private. Nel tentativo di prevaricare l'una sull'altra e prendere il controllo delle riserve petrolifere, delle infrastrutture energetiche e logistiche, in questi anni di transizione si sono dilaniate a vicenda, foraggiate da molteplici fronti, come Qatar, Emirati Arabi, Arabia Saudita, ma anche dai cartelli petroliferi e delle armi. La Libia non è più uno Stato, bensì una terra di nessuno da conquistare. E' ovvio che questa nuova guerra può essere un passo falso per l'alleanza franco-britannica, perchè questa politica della Regionalizzazione - una sorta di evoluzione della balcanizzazione che porta alla scomparsa degli Stati Nazione - può essere un'arma a doppio taglio, portando la guerra sino in Europa. Infatti non esistono solo Palestina, Cisgiordania, Kurdistan, Sangiaccato, ma anche Corsica, Scozia, Paesi Baschi, Fiandre. All'Italia ora non resta che tamponare una crisi che è solo agli inizi". scriveva ancora l'Osservatorio, citando proprie fonti presenti sul territorio libico.


Dinanzi a questo scenario, il gioco-forza del Governo italiano è sin troppo azzardato, evidentemente spinto a trattare nel Nord Africa al posto degli Stati Uniti, considerando che la diplomazia americana ha perso del tutto la propria credibilità in questa regione. L’Italia, infatti, non è in grado di gestire un conflitto nel cuore del Mediterraneo e nelle immediate prossimità delle sue coste, come se fosse il conflitto nei Balcani. La sua diretta esposizione serve oggi a coprire chi sta già tramando per subentrare ad essa, e si avvicinano sempre più come belve affamate. Oltre all’Egitto, non dimentichiamo che la Francia ha già mosso le sue navi per manovre tecniche nel Mediterraneo mentre da mesi reclama il “diritto” a guidare una missione anti-terrorismo nelle metodologie dell’attacco in Mali. Una prerogativa solo “temporaneamente” fermata dagli eventi di Charlie Hebdo, ma le minacce alla raffineria Total potrebbero essere sufficienti ad inviare un contingente. In realtà, il territorio libico è stato già infiltrato da forze esterne e contractor, che stanno giocando un ruolo sporco nella formazione di forze di sicurezza private e auto-investite di autorità. Difficilmente l’Italia riuscirà a conservare le proprie posizioni e a prevenire gli attacchi fratricidi dei propri alleati. Nella sua posizione dovrebbe arretrare e limare le proprie dichiarazioni, in quanto vengono strumentalizzate e mal interpretate dai media arabi, che stanno gradualmente innescando una campagna mediatica di sciacallaggio contro l'Italia, come se fosse l'artefice di un disegno politico di "dominio nel Mediterraneo". Del resto, in Paesi così tormentati non si può usare la teoria della democrazia e neanche si può pretendere di riuscire a mantenere uno stato di guerra per altri due anni, il tempo di creare un porto franco attraverso il quale riuscire ad armare l’Africa e l’Ucraina.