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29 febbraio 2008

Notizie dai Balcani

L'Onu ferma la Eulex in Kosovo

Le Nazioni Unite fermano la missione europea in Kosovo, e affermano che non avverrà alcun trasferimento di giurisdizione all'Unione Europea nel Kosovo. La UNMIK continuerà ad operare sul territorio finchè il Consiglio di Sicurezza dell'ONU deciderà diversamente. Viene così smentito quanto affermato dal Rappresentante dell'EU in Kosovo Peter Feith che aveva annunciato che il trasferimento della giurisdizione dalla UNMIK ad EULEX aveva avuto inizio.

L'ONU conferma che non vi sarà alcun trasferimento di giurisdizione all'Unione Europea nel Kosovo, e la UNMIK continuerà ad operare sul territorio finchè il Consiglio di Sicurezza dell'ONU deciderà diversamente. Lo ha annunciato il portavoce del Segretario Generale dell'ONU Ban-Ki Moon, Brendan Varma, smentendo quanto affermato dal Rappresentante dell'EU in Kosovo Peter Feith che aveva annunciato che il trasferimento della giurisdizione dalla UNMIK ad EULEX aveva avuto inizio. "La missione dell'ONU non è entrata in alcun periodo di transizione, siamo ancora presenti sul territorio e resterà lì per rispettare tutti gli obblighi ad essa affidata dalla risoluzione 1244, fino a quando il Consiglio di Sicurezza dell'ONU non deciderà diversamente", ha affermato Varma. Viene così finalmente messo un punto fermo e deciso sul ruolo delle missioni internazionali in Kosovo, che non possono in alcun modo prescindere dalle decisioni del Consiglio di Sicurezza dell'ONU: le divisioni interne dimostrano proprio che esisto dei poteri che cercano di forzare le regole, di aggirare il problema ben sapendo che incontrerà solo un muro di gomma, che è proprio la resistenza della Russia.

Banche e paradisi fiscali: vicina la grande tangentopoli


L'Europa sta ribollendo e resta carica di tensione , preparandosi al grande scandalo del fallimento dei paradisi fiscali e delle Banche che riuscirà così a scatenare l'ennesima tangentopoli per destabilizzare i centri di potere.

È da tempo ormai che la nostra organizzazione conduce una serie di inchieste che hanno portato alla luce una preziosa documentazione, grazie al sacrificio degli uomini della Tela. Documenti inediti e importantissimi, che hanno costretto governi e grandi società a prendere una posizione sulla loro veridicità, e così delle grandi Istituzioni hanno dovuto rispondere alle domande di una piccola organizzazione. Abbiamo parlato di collaterali, di derivati, di creazione di somme di danaro dal nulla per ricapitalizzare Banche e società, vi abbiamo mostrato il volto oscuro della crisi subprime e dei bonds emessi e venduti dai Brokers a nome di grandi fondi di investimenti e di gruppi bancari. Ma abbiamo anche annunciato la grande tangentopoli europea che porterà alla caduta di molte teste, per coprire grandi interessi e destabilizzare i centri di potere.

Ora i nodi vengono al pettine, e i danni sono talmente catastrofici che diventerà quasi impossibile nasconderli, e la prima ad essere colpita è stata proprio la UBS Bank, banca depositaria dei famosi titoli Petrobras dichiarati non validi dalla stessa società. Ebbene, ieri una rivolta degli azionisti nella UBS non è riuscita a chiedere una ispezione interna, e quindi adesso sarà un giudice a stabilirla, per verificare cosa nascondono nei loro archivi, in quei titoli. Si alza così la tensione intorno ai paradisi bancari ed europei, e scoppia il caso della "lista del Liechtenstein", dove gli inquirenti chiedono che venga consegnato l’elenco dei contribuenti italiani che hanno un conto bancario nel piccolo principato. C'è chi già ha urlato "Fuori i nomi", per rendere noto all'opinione pubblica, prima delle elezioni, i nomi dei politici italiani che avevano delle posizioni nel paradiso fiscale e bancario del Liechtenstein.Vengono già effettuati dei blitz da parte dei carabinieri per verificare la validità delle fideiussioni emesse dalla Banca di Roma, e ben presto ne sentiremo delle belle. Le televisioni e i paparazzi sono già pronti a fare i loro scoop da 4 soldi, a creare nuovi fenomeni mediatici su i Vip che hanno evaso le tasse, mentre man mano la tangentopoli andrà a logorare quella specie di classe politica che è sopravvissuta dopo l'ultima devastazione.

Un grande scandalo, dunque, che riuscirà così a scatenare una tangentopoli, per poi imporre alla riforma del Liechtenstein, che probabilmente servirà ai grandi affaristi per impossessarsi di una grande fetta delle banche del Principe e, subito dopo quelle di Montecarlo . L'Europa sta ora ribollendo, e presto vedremo come una serie di banche sarà costretta a dichiararsi fallita: tutto è deciso a tavolino ed è ormai in corsa, non lo si può più impedire. Le piccole banche saranno costrette a piegarsi e cambierà anche il sistema del credito per le piccole e medie imprese, per far posto all'economia dei grandi numeri. Tutto questo è la nostra economia basata sul riciclaggio di denaro, sui collaterali, e buoni del tesoro, sulle grandi somme di denaro che spostano capitali da un continente all'altro, creano capitalizzazioni, e poi fusioni, acquisizioni e ancora soldi inesistenti. La più grande contraddizione risiede proprio nel fatto che, i governi e le banche, per dare l'illusione di trasparenza e regolarità impone ai cittadini e alle piccole imprese, regole e procedure bancarie assurde. Così mentre le Banche realizzano transazioni per milioni di dollari e scambiano collaterali al portatore, un semplice cittadino deve riempire moduli su moduli, per poter ritirare i propri soldi, oppure gli viene vietato di usare denaro contante o di emettere assegni.

Sul mercato bancario vaga oggi, come mina vagante, un'enorme massa di titoli al portatore , e tra non molto miliardi di dollari verranno bruciati all'interno dei circuiti finanziari. Tutti richiamano alla calma, alla stabilità, ma non possiamo più credere ai nostri politici, perché sono collusi con il sistema che sta crollando sotto gli occhi di tutti, negando l'evidenze, nascondendo la verità, calpestando tutte le leggi. Saremo curiosi di sapere chi avrà il coraggio di condannare quelle banche in fallimento, chi avrà il coraggio di entrare nei loro archivi, e quale politico sarà capace veramente di dire "i nomi" , e di andare fino in fondo, per non lasciare da solo chi è passato dall'altra parte della barricata e accogliere i più deboli e far fuggire i grandi. Nessuno si alzerà per condannare l'etnocidio italiano dei mutui.
Lo scempio che si sta consumando sulla pelle degli italiani non ha nessun paragone nella storia. Nel nostro Paese, le serrande degli imprenditori si stanno chiudendo, mentre i tribunali non si schierano mai accanto al cittadino, al piccolo risparmiatore, mentre i Governi emanano leggi "salva banche", leggine che servono solo a salvare il salvabile, e lasciare tutto nelle mani di pochi. In fondo siamo falliti un po' tutti, perchè, mentre i nostri Stati crollano, siamo troppo impegnati a creare un nemico inesistente. E così abbiamo creato delle missioni di pace, delle campagne militari per esportare pace: i nostri militari sono diventati dei criminali, usano la guerra per guadagnare denaro. Come possiamo essere eserciti di pace, se non abbiamo una risorsa energetica, come possiamo dire che siamo un potenza mondiale se nella nostra stessa terra non siamo cittadini. Siamo divisi, combattiamo uno contro l' altro, siamo pieni di odio, siamo egoisti perchè crediamo di essere migliore dell'altro, ed è lì che gli invisibili agiscono e ci sfruttano.

28 febbraio 2008

Notizie dai Balcani

Il piano segreto della Serbia

Il cosiddetto Stato del Kosovo sta per diventare a tutti gli effetti un protettorato sottoposto alla giurisdizione dell'Unione Europea, avanzando così come da programma. Allo stesso tempo Belgrado risponde al riconoscimento del Kosovo dando via alla lotta legale e al "Piano di azione per il Kosovo", che, nonostante il suo contenuto rimanga segreto, è già riuscito nel suo scopo di creare un fenomeno di "disobbedienza sociale".

La Missione di amministrazione provvisoria dell'ONU in Kosovo (UNMIK), in accordo con l'Unione Europea e le autorità kosovare, hanno preparato un piano di trasferimento di una parte dei poteri della Unmik alla missione civile dell'UE in Kosovo, Eulex, e ai dirigenti di Pristina, senza tuttavia richiedere la partecipazione della Russia. Il cosiddetto Stato del Kosovo sta così per diventare a tutti gli effetti un protettorato sottoposto alla giurisdizione dell'Unione Europea, aggirando tuttavia il parere del Consiglio di Sicurezza dell'ONU e della stessa Russia. La stessa Comunità Europea afferma che nei fatti non è cambiato nulla, considerando che la Proclamazione dell'Indipendenza si basa sulla risoluzione 1244 dell'ONU che affida il Kosovo alla sorveglianza di un'entità internazionale.

Belgrado tuttavia non resta a guardare mentre la comunità internazionale fa scempio delle norme internazionali per creare il grande inganno dell'indipendenza del Kosovo, e passa all'azione sferrando armi silenziose ed invisibili ma ben più pericolose, avendo alle spalle il grande sostegno strategico del Cremlino. Il Consiglio di Sicurezza Nazionale (CNS) della Serbia ha conferito infatti il mandato ad gruppo di giuristi di contestare, dinanzi alla procure di giustizia internazionale, l'atto con cui le autorità di Pristina hanno proclamato l'indipendenza del Kosovo, sporgendo querela anche nei confronti dei paesi che hanno riconosciuto l'indipendenza del Paese. Allo stesso tempo, il Governo decide di attuare il "Piano di azione" a sostegno della comunità serba in Kosovo e volto a boicottare le strutture dell'amministrazione di Pristina, sotto la sorveglianza dell'UNMIK.

L'Italia ostaggio delle Banche


Il progressivo impoverimento dei cittadini italiani è un fenomeno che sta prendendo sempre più piede nella nostra economia. La perdita del potere d'acquisto dei salari, a causa dell'inflazione e del rincaro dei prezzi, non è tuttavia la sola causa che ha spinto a livelli di "sopravvivenza" i cittadini italiani. Il nostro sistema economico è infatti ostaggio di una dittatura bancaria che riversa sulla vita dei cittadini le loro perdite e le speculazioni disastrose, con raggiri e inganni che nascondono il marcio che cova tra le Banche.

Analizzando in maniera più approfondita la lobby bancaria italiana, scopriamo che quanto più caos e deficit vi è, maggiormente le Banche diventano padrone del sistema economico e della vita dei cittadini. Scatta infatti la trappola dell'usura, che si accresce utili e ricchezza consumando linfa vitale dai problemi e dalle difficoltà delle piccole imprese, i piccoli risparmiatori. Vi sono infatti dei processi in atto che permettono alle Banche di guadagnare enormi somme di danaro proponendo titoli ed investimenti fallimentari in partenza e venduti come grandi affari.
Quanto è accaduto con lo scandalo dei Bond Argentini ne è un chiaro esempio. Allora, grandi Banche attraverso i loro brokers e intermediari, hanno venduto titoli di debito argentini pur sapendo che tutto stava crollando: gli Istituti di credito non hanno potuto mai negare di non essere a conoscenza del crack argentino che avrebbe portato al fallimento dello Stato. Tuttavia, continuarono a chiudere investimenti, apponendo in molti casi sui documenti di "consapevolezza del rischio dell'operazione" firme false. In questo modo le Banche sono riuscite a rubare i risparmi di piccoli investitori che, in buona fede, hanno investito in vere e proprie truffe orchestrate dalle stesse banche. L'esempio che vi proponiamo in questo testo è una storia realmente accaduta, portata alla nostra attenzione da un piccolo imprenditore, membro della Tela, che da anni sta combattendo contro le Banche per impedire il saccheggio delle proprie proprietà. Una storia che mostra non solo il potere incontrastato delle Banche, che possono ottenere ciò che vogliono usando ogni tipo di mezzo, ma anche la manipolazione del sistema giudiziario, che diventa uno strumento nella mani del potere bancario contro i singoli cittadini.

Il nostro piccolo imprenditore detiene da circa 14 anni un piccolo casa in Toscana, e da un anno, la Banca ha acceso un'ipoteca di primo grado nei confronti di un suo affine per un ammontare di circa 350.000€ in maniera completamente arbitraria. In altre parole, vi sono prove certe ed inconfutabili che l'ipotetico mutuatario non ha mai apposto nessuna firma di garanzia in favore di terzi, tale che i documenti di sottoscrizione del mutuo possono dirsi assolutamente falsi. Anzi, in un confronto che si è tenuto presso la sede generale della Banca, in presenze di funzionari dirigenti e dei rispettivi legali, lo stesso impiegato che si è occupato della pratica ha affermato "di non aver mai visto l'intestatario del mutuo" e che "le firme apposte sui documenti in possesso della Banca non appartengono al soggetto". Nonostante questa inconfutabile verità, l'ipoteca è un atto che è ancora all'esame della Procura , e il Giudice non ha ancora preso una decisione in merito. Tutto questo è accaduto perché l'impiegato della Banca ha affermato che l'imprenditore - proprietario della villa ipotecata - aveva affermato che avrebbe portato con sé una persona per chiudere l'ipoteca, spacciandola per un suo parente (quello che poi è divenuto mutuatario), presso la sede di una società privata industriale. Questa persona, sempre a dire dell'impiegata della Banca, avrebbe apposto le firme di garanzia sullo scoperto che aveva la società nei confronti della Banca. Teniamo a precisare che nessuno dei membri della famiglia dell'imprenditore ha mai percepito soldi da questa società, e che tutti documenti in mano alla banca e depositati presso la magistratura , sono assolutamente falsi, per stessa ammissione dell'impiegato della banca.

Come può dunque accadere che un Tribunale, in possesso di tutti le prove necessarie per annullare l'ipoteca e condannare la Banca non prende una decisione? È chiaro che il potere delle Banche è molto più forte di quello della giustizia, dei diritti dei cittadini e dell'autorevolezza dello Stato. Immaginate, quindi cosa potrebbe accadere se l'imprenditore si vedesse imporre un'ipoteca sull'unica casa di proprietà in suo possesso. Potrebbe perdere innanzitutto ogni tipo di garanzia bancaria per la propria attività di impresa, avendo già un'ipoteca accesa a suo carico, e mentre segue le assurde vicende giudiziarie, spendendo soldi e tempo, subirebbe ancora maggiori danni per la perdita di opportunità, per danni morali ed economici. Basta infatti che un funzionario, per coprire le esposizioni dei propri clienti che non sono giustificate, prepari un dossier su un cittadino qualunque che ha una proprietà in grado di garantire il debito. Avendo accesso, mediante le centrali di rischio bancarie ad ogni tipo di dato riguardante i cittadini, il nostro funzionario può falsificare documenti e avviare delle pratiche nella totale inconsapevolezza dei cittadini. Invitiamo dunque tutti i cittadini a prestare molta attenzione ai funzionari bancari che possono in qualsiasi momento manipolarti per coprire interessi più forti. Questo ormai accade perché tutti i sistemi di controllo sono effettivamente saltati e le Banche, in questo caso la fanno da padrona sempre più spudoratamente.
Oggi è possibile controllare e tracciare transazioni da poche centinaia di euro, compilando moduli per l'anti-riciclaggio, ma non esiste alcun tipo di vigilanza sulla protezione dei dati sensibili dei cittadini e sulle manovre dei singoli funzionari, che agiscono così come cellule impazzite all'interno del sistema bancario, rimanendo sempre sotto il controllo della dirigenza bancaria. Gli organi di controllo sono ormai organi di proprietà delle stesse Banche, come la Banca d'Italia, posseduta dalle fondazioni bancarie che di regola dovrebbero essere controllate. Dunque, qualsiasi politica di risanamento del Paese si faccia, non arriverà mai a regolamentare il mercato bancario per imporre un sistema di controllo dei flussi di denaro presso i grandi gruppi. Ormai, tutto è concentrato nelle mani dei gruppi bancari e le Banche sono le vere proprietarie di tutte le più importanti aziende italiane. Allo stesso tempo, sono anche proprietarie del sistema giudiziario, un organo che dovrebbe essere al di sopra delle parti.

27 febbraio 2008

Balcani: il punto cieco del sistema economico occidentale


Il dollaro tocca i suoi minimi storici, mentre il petrolio sfiora record mai raggiunti, mentre l'OPEC propone di passare all'euro e abbandondare definitivamente la moneta statunitense. In tutto questo lo stravolgimento dei Balcani è assolutamente necessario sia all'Europa che agli Stati Uniti per riaffermare la loro egemonia geopolitica, prima che il mercato finanziario li abbondoni del tutto.

I rincari del prezzo del petrolio sembrano non cessare più, e dopo aver raggiunto il record assoluto storico dei 101,70 dollari si attesta al nuovo record di 102,08 dollari sul mercato di New York. Un'escalation che segue di pari passi la svalutazione del dollaro, che per la prima volta nella storia, è arrivata a 1,5057 dollari. Le premesse sono alquanto critiche, al punto che l'OPEC potrebbe presto abbandonare il dollaro per scegliere l'euro come moneta ufficiale di scambio, a partire dalla prossima consegna del Middle East Economic Digest (MEED). L'annuncio è stato fatto dall'attuale segretario generale dell'OPEC, il libico Abdallah al Badri, riportato dall'agenzia britannico Reuters, ed ha avuto subito evidenti conseguenze: fissare in euro il prezzo del petrolio attirerebbe sulla moneta europea una tale massa di capitali che decreterebbe la totale svalutazione del dollaro. D'altro canto, la sola dichiarazione di Abdallah Badri, ha accelerato la rimonta dell'euro sino a 1,48 dollari, per giungere poi a sfiorare il suo massimo storico. L'accentramento dei capitali sulla zona euro, porterà alle stelle la percentuale di inflazione e le stesse operazioni speculative, oltre a capovolgere di fatto il baricentro del sistema finanziario e petrolifero.

È chiaro che il controllo del petrolio, e così delle pipeline e delle contrattazioni, rischia di passare nelle mani dell'Europa, sulla scia di una "bolla monetaria" che sta portando l'euro a livelli storici mai toccati. Parliamo di "bolla monetaria" in quanto questi rialzi, improvvisi e a ritmi così sostenuti, sono innaturali e dettati da manovre speculative che causano un eccessivo scambio di moneta virtuale: uno shock esogeno, come il ribasso delle borse asiatiche, avrebbe un impatto sui mercati finanziari europei amplificati, bruciando una maggiore massa monetaria a causa dell'elevata volatilità. Si può inoltre parlare di bolla monetaria, in quanto, in questo momento, l'euro è solo lo specchio del fallimento del dollaro, perché cresce e si rafforza solo in funzione dell'indebolimento di un'alta moneta, e non perché la sua economia si espande e diventa meta di investimenti esteri. Al contrario, l'Unione Europea si sta allargando sempre di più al fine di trarre un vantaggio economico nello sfruttamento delle economie emergenti dell'Europa Orientale, e degli Stati "cuscinetto" rispetto alla Russia. Per tale motivo assistiamo all'evoluzione del "nuovo sistema Europa" che sta agendo anche come "entità politica" sovranazionale, cercando di porsi al di sopra delle Nazioni Unite. Ci riferiamo ovviamente a quanto sta accadendo nei Balcani, dove la Repubblica della Serbia viene aggredita per creare al suo interno un protettorato euro-atlantico, o meglio un vero e proprio Stato "apolide". Il Kosovo si presta a divenire l'ennesimo stato fantoccio attraverso il quale far transitare traffici illeciti ed operazioni di riciclaggio di denaro sotto la stretta sorveglianza delle entità economiche europee e statunitensi, come affermato dallo stesso Rappresentante russo presso la Nato Dmitri Rogozin.

Nei Balcani oggi si sta giocando non solo una partita politica tra le forze occidentali e quelle russe, ma anche uno scontro economico, in quanto i progetti dei gasdotti europei passano proprio attraverso la sfera politica. Infatti, mentre l'Europa annuncia il dispiegamento della Eulex nel Nord del Kosovo, la Serbia rafforza la collaborazione economico-energetica con la Russia, ratificando l'accordo tra Gazprom e la NIS per la realizzazione del tratto serbo del South Stream. Secondo il portavoce di Gazprom Sergei Kouprianov, la costruzione del gasdotto verrà terminata nel 2012 ed il South Stream sarà messo in servizio in 2013, esattamente quando entrerà in funzione il progetto Nabucco. L'antagonismo tra i due progetti viene tuttavia compromessa dalla constatazione della stretta dipendenza degli Stati europei che dovrebbero costruire il Nabucco rispetto ai rifornimenti della Russia. Così, nella giornata di lunedì il Primo Ministero ungherese Ferenc Gyurcsany firma un accordo con le controparti russe affermando che i due progetti non si escluderebbero tra di loro e che vi sono tutte le condizioni per creare una joint-venture per la costruzione del troncone ungherese del gasdotto South Stream. Allo stesso tempo, Kouprianov ha annunciato che Gazprom sarebbe ormai disposto a studiare tutte le proposte di partecipazione al gasdotto Nabucco, "sebbene non veda ancora l'utilità economica di questo progetto al quale manca una reale base di risorse". Infatti, sebbene l'euro cresca rapidamente, l'Unione Europea non è ancora riuscita ad assicurarsi una fonte di energia adeguata per sostenere in eguale modo la sua economia.

Qualsiasi tentativo di risolvere l'empasse, viene invalidato dalla Russia che muove le sue pedine "diplomatiche" ed energetiche per chiudere l'Europa su se stessa. È un circolo vizioso che sembra non avere fine e rischia di divenire assurdo. Consideriamo infatti che Gazprom controlla il 70% dei rifornimenti di gas che giungono in Europa attraverso i suoi gasdotti, e che si sta muovendo per sabotare pian piano tutti i progetti che riescano a bypassare la Russia. È giunta così in Serbia, in virtù di un tacito accordo Mosca-Belgrado che concede il passaggio dei gasdotti a fronte del sostegno in sede del Consiglio di Sicurezza dell'ONU contro la proclamazione del Kosovo. Ben presto giungerà anche in Georgia, considerando che il Cremlino sta ora appoggiando le richieste dell'ex-repubbliche secessioniste sovietiche dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud per ottenere l'indipendenza dallo Stato georgiano e l'annessione alla Russia. Una mossa strategica che darebbe alla Gazprom un trampolino di lancio per stabilire l'ennesimo collegamento tra Mar Caspio e Mar Nero e fare concorrenza alla pipeline anglo-turca-americana , Bakou-Tblissi-Ceyan, che aggira la Russia.
Non dimentichiamo infine il Kosovo, che, pur non avendo risorse petrolifere, è un tassello importante per questo complicato rebus geopolitico. Stiamo assistendo infatti alla militarizzazione del territorio kosovaro da parte degli Stati Uniti che, nel giugno del 1999, dopo il bombardamento della Jugoslavia, hanno occupato un terreno di 1,000 acri nel Kosovo del sud-est ad Urosevic, vicino il confine macedone, e hanno costruito il Campo Bondsteel, la più grande base militare degli Stati Uniti fin dalla guerra in Vietnam. La base militare di Bondsteel è, inoltre estremamente importante per proteggere uno dei più importanti corridoi di collegamento tra l'Occidente e l'Oriente, in cui il gasdotto AMBO - il gasdotto trans-balcanico che instraderà il gas del mar Caspio - sarà il principale baricentro.

Non vi è dubbio, dunque, che lo stravolgimento dei Balcani è assolutamente necessario sia all'Europa che agli Stati Uniti per riaffermare la loro egemonia geopolitica, prima che il mercato finanziario li abbondoni del tutto. La Comunità Europea, le commissioni e i comitati di esperti, nonché gli Stati Uniti con il suo braccio armato, hanno dato vita ad un precedente catastrofico al solo scopo di proteggere i propri interessi, il proprio sistema politico ed economico ormai in completo fallimento.

26 febbraio 2008

Notizie dai Balcani

La rabbia degli imprenditori italiani in Serbia

Riceviamo e volentieri pubblichiamo una lettera a noi indirizzata da un imprenditore italiano che si trova in Serbia. Il suo messaggio, rivolto alla classe politica italiana - di oggi e di ieri - descrive il sentimento di impotenza e di rabbia di tante piccole e medie imprese italiane, costrette a subire direttamente le catastrofiche conseguenze delle decisioni dei poteri forti. Non dimentichiamo infatti lo stretto rapporto economico e commerciale che lega l'economia italiana a quella serba, dopo anni di campagne informative - prodotte soprattutto dal Ministero degli Esteri - per incentivare l'internazionalizzazione delle piccole e medie imprese. Questo importante legame economico rischia oggi di essere incrinato dalle drastiche decisioni del Governo italiano di riconoscere l'indipendenza del Kosovo, abbandonando così, non solo lo Stato serbo, ma anche tutte le imprese che curano in Serbia i propri interessi e le proprie attività. I ricatti delle entità internazionali ricadono adesso sulle piccole e medie imprese, per difendere i grandi interessi, che non sono altro che "gli invisibili" che si nascondono dietro i comitati della Commissione Europea e le Organizzazioni Internazionali che operano per la cosiddetta "stabilità dei Balcani".

Vorrei innanzitutto ringraziare la vostra organizzazione per la possibilità che mi offrite per rivolgere ai miei connazionali il messaggio di uno dei tanti imprenditori italiani che operano da anni in Serbia. Quello che mi accingo a scrivere vuole essere uno sfogo nei confronti del Governo della mia amata patria, una patria che purtroppo sempre più spesso si dimentica di noi.

Sulla scia delle ottimistiche previsioni dell’ICE (Istituto per il Commercio Estero), qualche anno fa sono sbarcato in Serbia ed ho iniziato la mia attività in vari campi della nascente economia capitalistica serba. Devo premettere che inizialmente ho dovuto lavorare duramente per superare i pregiudizi che mi erano stati inculcati nel cervello da anni di bombardamento mediatico in Italia, in cui i Serbi sono stati sempre descritti come un popolo di massacratori sanguinari, violentatori di suore cattoliche e conquistatori spietati. Per la verità sin dall’inizio della mia permanenza ho ricevuto un’ospitalità ed un’amicizia che solo chi ha vissuto nei Balcani può capire. Negli anni ho visto che, anche grazie alle rosee previsioni di crescita e al continuo miglioramento del rating internazionale, tantissimi connazionali hanno fatto la mia stessa scelta. Al trasferimento in Serbia ha pesato non poco l’eccessiva pressione fiscale esistente in Italia e la burocrazia che costituisce il 90% degli impegni di un imprenditore.

In Kosovo, lo scontro tra Russia e Stati Uniti


Diventa sempre più acceso lo scontro tra Mosca e Washington sull'indipendenza del Kosovo. Dopo le proteste della popolazione serba contro le pressioni provenienti dalla comunità internazionale, giungono le prime reazioni che fanno dei Balcani la nuova terra di scontro di Russia e Occidente. Alle intimidazioni provenienti dal Rappresentante della Unione Europea Javier Solana e dall'ambasciatore americano dell'ONU Zalmay Khalilzad, risponde Dmitri Rogozin, rappresentante permanente della Russia vicino alla NATO, Sergei Lavrov e lo stesso Vladimir Putin.

Le parole del Presidente Putin sono state taglienti e decise, e hanno messo in guardia l'Occidente sulle gravi e imprevedibili conseguenze che il riconoscimento dello Stato del Kosovo potrebbe avere al sistema delle relazioni internazionali . "Il precedente del Kosovo è un precedente inquietante che peggiora l'insieme del sistema delle relazioni internazionali, creato durante i secoli - dichiara Putin al vertice della Comunità degli Stati indipendenti - può provocare una reazione a catena di avvenimenti imprevedibili". Un impatto, tuttavia, che non viene considerato da quegli Stati che riconoscono l'indipendenza del Kosovo, e non sono coscienti delle conseguenze dei loro atti, come osservato dal Presidente russo. "In fin dei conti, è un'arma a doppio taglio che potrebbe ritorcersi contro di essi da un giorno o l'altro".
Al monito di Putin, si è affiancato quello di Dmitri Rogozin, rappresentante permanente della Russia vicino alla NATO, che, in seguito alla decisione delle truppe della Kfor di chiudere i confini settentrionali del Kosovo per impedire l'ingresso di funzionari serbi, ricorda che "in nessun caso la NATO può fare della politica" e deve agire "mantenendo una posizione neutrale". Rogozin avverte, inoltre, che "l'evoluzione del dialogo tra la Russia e la NATO potrebbe essere abbastanza drammatica", senza nascondere la possibilità di un intervento armato qualora l'Unione Europea adotti una posizione uniforme sul riconoscimento del Kosovo e la Nato oltrepassi il suo mandato in Kosovo. "Il processo del riconoscimento dell'indipendenza unilaterale della provincia del Kosovo è probabilmente finanziato dai soldi del traffico di droga", dichiara Rogozin aggiungendo che il Kosovo è diventato non solo una base per il commercio della droga in Europa, "ma anche un laboratorio di massa", considerando che "le enormi somme di danaro potrebbero essere usate per scopi politici per sostenere l'indipendenza del Kosovo", magari "comprando semplicemente" certi politici europei. Rogozin minaccia, dunque, che se queste informazioni si dimostreranno corrette, "non è da escludere che ci sarà uno scandalo politico sulla corruzione di uomini di governo con i soldi della droga". Uno scenario non così tanto assurdo, visto che "quando delle forze estremistiche salgono al potere, bisogna sempre cercare i soldi sporchi" - dichiara Rogozin - " e i soldi sporchi arrivano in Europa soprattutto mediante il traffico di droga".

Le minacce di Rogozin non cadranno certo nel vuoto, e lasciando il dubbio che le intelligences, appartenenti ai servizi segreti ortodossi, siano già in azione per scatenare contro i governi europei, una grande tangentopoli. La strategia di Mosca, determinata a bloccare il riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo, potrebbe giocare, dunque, principalmente su minacce trasversali, colpendo l'Europa e l'America in punti nevralgici, oppure sfruttando i movimenti indipendentisti e secessionisti a proprio vantaggio. Prima di ogni cosa, la Russia potrebbe far leva sul sostegno dell'indipendenza dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud, ex-repubbliche sovietiche, le quali dopo aver acquisito il loro diritto all'autodeterminazione potrebbero di seguito far richiesta per l'annessione alla Russia. Allo stesso modo, Mosca si dichiara pronta a sostenere l'indipendenza dei serbi del Kosovo che non desidera vivere in una provincia indipendente, e contemporaneamente "non permetterà il riconoscimento internazionale" del Kosovo.
La Russia, imponendo il suo diritto di veto, renderà impraticabile ogni tentativo del Consiglio della Sicurezza dell'ONU di riconoscere il Kosovo, e coopererà con tutti gli Stati che si oppongono all'indipendenza. Tale presa di posizione da parte del Cremlino è ormai necessaria, nonché inevitabile, considerando la grande vicinanza con il Governo di Belgrado, e l'intenzione di bloccare l'avanzata degli Stati Uniti all'interno dei Balcani con un'aggressione verso la sovranità della Serbia.La Russia non può permettere, infatti, che gli Stati Uniti avanzino nel cuore dei Balcani, insediando le proprie basi militari all'interno di una regione circondata dal territorio serbo, e in uno Stato che è da sempre vicino alla Russia. Sono stati già predisposti i piani di costruzione dell'enorme base militare statunitense di Bondsteel, vicino Urosevac, facendo così del Kosovo una piattaforma di riferimento per gli Stati Uniti che avranno accesso all'Europa orientale, e all'Asia centrale.

Non bisogna, infine, trascurare l'aspetto economico-energetico della crisi del Kosovo, che vede, ancora una volta, le due potenze scontrarsi per garantirsi il controllo delle vie di sbocco dei mercati energetici. Ricordiamo infatti che il Kosovo non ha petrolio ma la sua ubicazione è strategica rispetto alla pipeline trans-balcanica, il cosiddetto gasdotto AMBO, che si potrà collegare alla base militare di Bondsteel. Il consorzio di diritto statunitense Albanian Macedonian Bulgarian Oil Corporation che instraderà il petrolio del Mar Caspio dal porto di Burgas, attraversando la Macedonia, sino al porto di Valona, per essere poi immesso sul mercato europeo, e in particolare verso Rotterdam e la costa orientale degli Stati Uniti. Quando la pipeline AMBO diventerà operativa entro il 2011, diventerà parte del corridoio Est-Ovest critico per la regione, includendo autostrade, ferrovie, gasdotti e fibre ottiche per le telecomunicazioni.
Un tale progetto non può che divenire in contrasto con l'altrettanto ambizioso progetto russo del South Stream che utilizzerà il territorio serbo per instradare verso l'Europa il petrolio del Mar Caspio, proprio grazie all'accordo firmato nella giornata di oggi in forza del quale verrà creata una joint venture serbo-russa per costruire il tratto parte della conduttura del gasdotto che transita attraverso la Serbia per oltre 400 km e avrà una capacità di almeno 10 miliardi di metri cubi all'anno di gas. Il memorandum prevedrà anche la costruzione di un deposito di stoccaggio sotterraneo di gas presso Banatski Dvor, in Vojvodina, e l'acquisto il pacchetto di maggioranza della Società petrolifera serba Naftna Industria Srbije (NIS).
Non vi è alcun dubbio, dunque, che è proprio nei Balcani che si sta venendo a creare un terreno di scontro tra Russia e Stati Uniti, in nome di una guerra fredda che forse non è mai finita. La Serbia costituiva da tempo l'ultima resistenza alla colonizzazione totale dei Balcani da parte degli Stati Uniti e ora è stata colpita con un evidente violazione delle leggi internazionali e il tradimento da parte degli Stati Europei che tradiscono, per l'ennesima volta, un rapporto di fratellanza che dura da anni.

25 febbraio 2008

L'ultranazionalismo e la bandiera dell'ignoranza


La creazione del cosiddetto Stato del Kosovo comincia ad avere le prime catastrofiche conseguenze, che diventeranno sempre più evidenti man mano che l'effetto domino si estenderà dai Balcani agli Stati europei e dell'Asia centrale. La situazione che si sta venendo a creare rischia di sfociare nell'assurdo, nel caos completo e non basteranno le dichiarazioni di circostanza dei diplomatici statunitensi che affermano che "il Kosovo non rappresenta un precedente".

In ogni parte del mondo si sta sollevando una bandiera per chiedere l'indipendenza, la secessione e l'annessione ad altri Stati, di comunità che si definiscono "etnie" con il sovrano diritto di autodeterminazione dei popoli. Chi ha parlato di "Vaso di Pandora" non ha dato un'immagine tanto diversa dalla realtà, in quanto la crisi potrebbe degenerare al punto che si chiederà la revisione dei confini territoriali, per ridiscutere così secoli di Conferenze di pace, di guerre mondiali e di conflitti che hanno portato all'attuale configurazione dei continenti.
Nella totale confusione delle proteste e delle manifestazioni, comincia a diffondersi tra i media parole come "ultra-nazionalismo", che non hanno alcun significato in sé ma servono per classificare quei movimenti che vogliono opporsi al saccheggio degli Stati tramite l'indipendentismo, nel tentativo di difendere la propria integrità nazionale. E così che il pappagallismo si è riprodotto equamente tra i giornalisti, ripetendo questa parola senza una cognizione di causa, tale che tutti quelli che protestano in maniera dura sono definiti ultranazionalisti. Se chiedete ai giornalisti perchè hanno scritto questa parola, ognuno avrà motivazioni diverse, e proporrà una storia diversa.

In realtà questi termini servono per lo più a costruire nuovi nemici temporali. Esistono infatti delle strutture che elaborano e diffondono delle parole che sono in grado di manipolarci. Le informazioni e le notizie sono controllate da computer, che classificano in base a delle parole chiave ogni tipo di dato - estratto da articoli, libri, ricerche e pubblicazioni - per dar così vita a delle diverse tipologie di classi e di gruppi ideologici. Gli analisti utilizzeranno poi questi schemi prestabiliti, per cui la loro analisi viene elaborata su preconcetti stabiliti. Stiamo parlando di vere e proprie centrali di controlli linguistici, collegate ai centri di informazione, e gestite da grandi società di comunicazione che diventano dei veri e propri laboratori che creano parole per poi smistarle ai media. Questi faranno poi il resto, e come pappagalli ripeteranno quanto gli viene riferito, diffondendo la teoria del nemico. Oggi si parla facilmente di genocidi, di massacri, e di possibili attacchi proprio per tenere alta la tensione, mentre si carica eccessivamente di significato un episodio o la dichiarazione di un uomo politico, per accreditare una determinata tesi. Le parole che di volta in volta vengono introdotte per spiegare nuovi fenomeni, sono termini quasi inventati, frutto di studi ben collaudati. Ad ogni singolo evento, caratteristica sociale o situazione, viene attribuito un nome, e mentre la nostra società va verso una dimensione "cybernetica", considerata come un'evoluzione, costruiscono una realtà che è solo frutto della demagogia.
Non esistono tuttavia delle chiare leggi sui crimini economici, o mezzi legali per impedire la manipolazione delle parole e dei concetti al fine di incriminare il cittadino, e così per fare disinformazione. In questo modo, i grandi gruppi possono in qualsiasi momento cambiare le regole del gioco, senza che nessuno possa reagire, e nella perfetta normalità. Non dimentichiamo infatti che il sistema giuridico degli Stati viene concentrato sempre di più presso la Comunità Europea, costituita da una schiera di commissioni e nella quale i cittadini sono considerati dei semplici utenti.

Oggi vengono definiti nazionalisti tutti coloro che si oppongono alle cosiddette riforme, oppure ultranazionalisti quelli che chiedono il rispetto delle integrità territoriali. Stranamente, in tutti i popoli ci sono dei nazionalismi o degli ultranazionalismi, quasi a voler dire che ogni Stato sbaglia a prendere determinate posizione che sono contrarie "ai concetti prestabiliti". Guardando i reportage trasmessi in questi giorni dai media statunitensi o europei, quello che sta accadendo in Serbia o a Mitrovica viene definito come "scandaloso", e così anche i giornalisti si trasformano in attori che si meravigliano del fatto che la gente protesta e decide di assaltare le ambasciate. Per queste persone, sarebbe naturale che uno Stato accetti un'usurpazione del proprio territorio, dopo aver combattuto secoli di guerre per stabilizzare i propri confini. Il Segretario di Stato degli USA, Condoleeza Rice, in un'intervista,si meraviglia del fatto che il popolo serbo decide di protestare contro l'ambasciata americana, o di bruciare la bandiera. Forse la Signora Rice si aspetta che il popolo serbo ringrazi l'America dopo aver seminato in questi anni solo conflitti e guerre all'interno dei Balcani, dopo aver criminalizzato la Serbia e condotto un'assurda campagna mediatica della disinformazione. Io credo che ci si deve più meravigliare del fatto che la Comunità Internazionale stia permettendo l'aggressione di uno Stato, o del fatto che ancora oggi esistono dei giornalisti che si prestano a questo gioco.

D'altro canto, non possiamo aspettarci in futuro di sentire da parte dei nostri politici di "aver sbagliato", perché diranno solo che "combattono in nome e per conto della democrazia", anche se non sanno bene che cosa sia. Personaggi come Fini, Berlusconi, e D'Alema sono uomini che, in un giorno non molto lontano, scompariranno dalla scena politica, per il semplice fatto che essa non esisterà più, perchè domani dovremo difenderci da nemici invisibili, ossia dei piccoli centri di potere gestiti nello spazio cybernetico. Al suo interno vengono costruite milioni di piramidi, attraverso la costruzione di forum e blog controllati da un'entità centrale, e la loro intromissione e tale da attuare un vero e proprio etnocidio che porterà in futuro alla cancellazione delle nostre parole. In questo modo trasformano la nostra mente, il nostro pensiero, e la nostra società: se fino a 15 anni fa divorziare era considerato una tragedia famigliare, oggi in Irlanda se divorzi almeno due volte non rientri nella normalità dello stardard mediatico che viene diffuso.

La Russia attacca la disinformazione degli Stati Uniti


Un botta e risposta tra il Sottosegretario di Stato americano, Nicholas Burns, e il rappresentante russo presso la NATO, Dmitri Rogozin . Alle parole del diplomatico statunitense che propone l'ingresso del Kosovo all'interno dell'Alleanza Atlantica, risponde Rogozin affermando che la Russia userà ogni suo mezzo per risolvere la crisi balcanica. ( Foto: Dmitri Rogozin e Nicholas Burns )

Nicholas Burns ha affermato che il nuovo Stato del Kosovo dovrà essere riconosciuto al più presto possibile come membro delle Nazioni Unite. "Io sosterrò tale obiettivo, e sarò sempre di quest'opinione", dichiara Burns aggiungendo che, prima di tale traguardo, trascorrerà ancora molto tempo, in quanto alcuni Stati "sicuramente nei primi tempi ostacoleranno questa iniziativa", ma alla fine, "il Kosovo diventerà membro dell'ONU", conclude Burns. "L'obiettivo ultimo è questo e tutti noi dobbiamo lavorare per la stabilità e la pace dei Balcani, perchè i popoli che vi vivono, la meritano", afferma Burns. Anche noi siamo dell'opinione, come il "professore" , che sempre ci dà delle lezioni, ma dobbiamo chiederci il motivo per cui è cosi preoccupato per il Kosovo quando sappiamo bene le sue intenzioni circa la possibilità di creare delle aziende in Kosovo insieme con la Signora Madeleine Albright, la stessa che - "dio la benedica" - decise di bombardare la Serbia, "per la pace", naturalmente. Uomini di professione per la pace come Burns, non ci lasceranno mai in "pace" . Anche i popoli dei Balcani vogliono la pace, ma vorrebbero crearla da soli, nella propria terra. Non meritano questo, secondo loro?

Dalla sicurezza di tali affermazioni, possiamo notare che Nicholas Burns non sembra affatto preoccupato del fatto che la Serbia e la Russia non permetteranno che tale proposta giunga all'interno del Consiglio di Sicurezza, in quanto membri dell'ONU, e assicura che il Kosovo entrerà nella NATO. Non occorre una grande mente per capire che lo scopo degli Stati Uniti è di far diventare il Kosovo un membro della NATO. Per tale motivo, non ci stupiamo molto quando il rappresentante russo presso la NATO, Dmitri Rogozin, afferma che "Burns dichiara sempre il falso". Infatti, non a caso, lo stesso Burns, senza vergogna, dichiara che "gli Americani sono amici dei serbi", e poi con un'ipocrita doppia faccia aggiunge : "Noi rispettiamo il popolo serbo, ma la Serbia si deve adeguare ai cambiamenti nella realtà in cui vive, e deve dichiararsi pronta a vivere in pace con tutti i cittadini del Kosovo". Affermare ciò, in un momento così delicato per la Serbia, è una totale mancanza di rispetto. In verità, siamo abituati a questi cowboy, con cui abbiamo convissuto per anni, in situazioni ben più difficili per la politica serba.

Nicholas Burns afferma che distruggere un'ambasciata è "un atto non civile", dando lezioni di civiltà non solo alla Serbia ma anche alla Russia, alla quale chiede di essere più responsabile "con le dichiarazioni pubbliche sul kosovo". Ed è proprio con responsabilità che Dimitri Rogozin, ha affermato che "Burns non deve più mentire in pubblico". Rispondendo agli attacchi nei confronti del Governo russo sulle dichiarazioni sul Kosovo, ha aggiunto che la Russia ha intenzione di usare la forza militare per calmare la situazione balcanica. "La Russia ha abbastanza autorità politica e morale, sopratutto nei Balcani e nel mondo, per proteggere la sua posizione con mezzi di pace e senza usare la forza militare", dichiara Rogozin. Egli inoltre aggiunge che se la situazione nei Balcani si svilupperà senza seguire una via legittima e senza rispettare gli accordi presi presso il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, allora vuol dire che vivremo in un mondo che non viene guidato con legislazione internazionale, ma dal diritto della forza e della violenza, anche militare.

Subito dopo, a modo suo, facendo sempre il professore, Burns dichiara alla Fox Tv che "Mosca deve richiamare Rogozin, per la sua dichiarazione senza nessuna responsabilità". "In Kosovo i russi non sono presenti, e non fanno niente per aiutare i kosovari", ha dichiarato subito dopo Burns commentando la forte replica della Russia, che non ha escluso di usare la forza militare in Kosovo se le missioni della EU e della NATO non rispetteranno la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Conoscendo bene, dunque, i modi del "professore" Burns, anche Rogozin ha risposto allo stesso modo. "Consiglio al Signor Burns di farsi preparare meglio i suoi commenti la prossima volta, di usare fonti più sicure per le proprie informazioni, e così non farà diffamazione e dirà evidenti falsità", dichiara Rogozin. Nicolas Burns, reso cieco dai soldi che devono arrivare dal Kosovo nelle sua tasche, ha perso i freni che, nella diplomazia e nella professione, devono sempre esistere. Il suo prossimo lavoro dovrebbe essere come rettore dell'Università, ma a Pristina, perché la sua consulenza - come è stato facile constatare - non serve a nessun altro, ma solo ai kosovari.

Biljana Vukicevic

22 febbraio 2008

Il futuro di Pristina nelle parole di Sanda Raskovic-Ivic


Il quotidiano Rinascita ha incontrato ieri l’ambasciatrice della Repubblica di Serbia, Sanda Raskovic-Ivic, a cui ha rivolto alcune domande sulla situazione del Kosovo, dopo l’annunciata secessione. Il quotidiano “Rinascita” sostiene da anni la sovranità nazionale della Serbia e la sua integrità territoriale. Da tempo ci opponiamo dalle pagine del nostro giornale al tentativo secessionista messo in atto dai kosovaroalbanesi. Ora il dado è tratto.

Quali ritiene possano essere gli scenari che si apriranno dopo la dichiarazione di indipendenza del Kosovo?
“Dopo la dichiarazione di indipendenza del Kosovo non si interromperà il rapporto diplomatico con l’Italia, soltanto io sarò richiamata a Belgrado perché siamo delusi e arrabbiati del sostegno alla secessione. Torno a Belgrado per consultarmi con il governo e per decidere quali saranno le prossime mosse da intraprendere dopo le decisioni del vostro esecutivo. L’Italia è considerata un Paese amico dalla Serbia. Il vostro Paese ci ha sempre sostenuto nel nostro cammino e i rapporti bilaterali rimangono sempre molto buoni. Per questo abbiamo sperato che l’Italia non portasse avanti questo atto di riconoscimento unilaterale”.

Cosa pensa della missione Ue “Eulex”, che prevede l’invio di un contingente di circa 2.000 uomini tra forze di polizia, magistrati europei, ecc., nel Kosovo?
“È una missione verso la quale non abbiamo niente in contrario ma siamo contrari al modo in cui viene ad inserirsi nella regione. La missione Eulex è giunta in Kosovo senza una decisione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, e visto che la risoluzione 1244 del 1999 è nata in seno al Consiglio di Sicurezza, questa dovrebbe essere implementata per riportare lo Stato di diritto e garantire il ritorno dei rifugiati. D’altronde anche l’Unmik ha fallito non riuscendo ad ottemperare ai suoi doveri. Dopo l’espulsione di 250.000 serbi soltanto 1226 sono tornati in Kosovo, mentre 256 chiese sono state distrutte. A tutto questo bisogna aggiungere la terribile pulizia etnica compiuta a Pristina, una città che allora comprendeva 250.000 abitanti, di cui 41.000 serbi. Oggi invece i serbi rimasti sono soltanto 87 sugli attuali 600.000 abitanti. In sostanza, la presenza degli albanesi si è quasi triplicata mentre i serbi non esistono quasi più. Gli unici serbi rimasti sono molto anziani, incapaci di deambulare e di spostarsi fino in Serbia, non avendo neanche dei parenti nella madre patria. Gli albanesi a Pristina hanno occupato invece gli appartamenti e le terre dei serbi, e hanno costruito tutto senza dare un soldo ai legittimi proprietari serbi. Per quanto riguarda, Eulex ritengo che fallirà perché non ha gli strumenti per operare. Eulex sarà una missione completamente dipendente dalla volontà del governo di Pristina. Gli albanesi quando vorranno potranno dire agli europei grazie tante, andate a casa che non abbiamo più bisogno di voi. Ma c’è un’altra cosa, da sottolineare: Eulex sarà soltanto un sostegno per il governo albanese e nient’altro”.

In sostanza viene applicato il piano dell’inviato dell’Onu, Martti Ahtisaari?
“Sì è proprio questo il principio che muove la missione Eulex. Tutta la questione tirata fuori dal Consiglio di Sicurezza è molto pericolosa per quello che potrebbe causare. L’opposizione alla dichiarazione unilaterale di indipendenza non è portata avanti soltanto dalla Russia e dalla Serbia ma adesso anche dalla Cina e da altri otto Paesi. I contrari alle strategie albanesi ritengono che la soluzione migliore sia quella di continuare i negoziati. D’altronde le trattative nell’isola di Cipro che vedono contrapposte le due comunità quello greco-cipriota e quella turco-cipriota proseguono da quasi quarant’anni, come quelle per il Nagorno-Karabakh continuano da dieci anni, così come i negoziati fra israeliani e palestinesi proseguono anch’essi da alcuni decenni.

Ritiene che vi siano delle differenze nella politica estera dei governi europei che si sono succeduti in questi anni?
“Sono sicura di questo per quanto riguarda ad esempio la Francia. Visto che il presidente Jacques Chirac era molto diverso dall’attuale capo dell’Eliseo, Nicolas Sarkozy. La Francia è stato infatti uno dei primi Paesi a sostenere la secessione del Kosovo. La Merkel è più cauta anche se ha mostrato di voler seguire la politica americana. La Germania non ha riconosciuto immediatamente l’indipendenza. I più disponibili alle richieste degli albanesi sono stati invece Francia e Gran Bretagna. Gli spagnoli hanno avuto un attitudine diversa, poiché devono rispettare il diritto internazionale e se non lo facessero aprirebbero il vaso di Pandora nella loro terra, con la Catalogna e i Paesi Baschi”.

Vi sono differenze in politica estera fra il governo Berlusconi e quello guidato da Prodi?

“È molto difficile notare delle differenze. In un’intervista al quotidiano serbo Vecernje Novosti, il presidente Berlusconi aveva dichiarato che mai avrebbe riconosciuto l’indipendenza del Kosovo. Lo stesso aveva fatto due anni fa il ministro degli Esteri Gianfranco Fini, durante un nostro incontro con lui. In quel contesto aveva affermato di avere molti dubbi sul riconoscimento dell’indipendenza. L’altro giorno però Fini ha appoggiato il ministro D’Alema e il capogruppo di Forza Italia non voleva firmare la richiesta di un gruppo di senatori che avevano chiesto la presenza del capo della Farnesina alla Camera per discutere della questione. Prodi è sempre stato un grande amico della Serbia e ha spinto il nostro Paese verso l’Unione europea, lo stesso ha fatto D’Alema. Ma in queste ultime settimane a causa della grande pressione statunitense il governo dimissionario ha deciso di seguire la politica americana”.

Cosa pensa di fare il governo serbo anche a livello diplomatico per affrontare la situazione attuale in Kosovo?
“Innanzitutto, verranno ritirati gli ambasciatori dai vari Paesi per consultazioni, ma non solo. Siamo arrabbiati e vogliamo studiare le prossime mosse per fare fronte alla situazione. Il ritiro avverrà soltanto in quei Paesi che hanno approvato la secessione, con gli altri non avverrà la stessa cosa. C’è una cosa che pavento però: il popolo serbo è molto ferito e per questo temo il boicottaggio dei beni albanesi in Serbia, come il denaro nelle banche, ecc. Spero tuttavia che questo non avvenga”.

Alcuni hanno parlato persino di un piano della Serbia per tagliare l’elettricità al Kosovo qualora realizzasse la secessione.
“Il Kosovo è una piccola regione che dipende dalla Serbia per quanto riguarda cibo, acqua ed elettricità. L’attuale Stato fantoccio è legato però agli Stati Uniti che hanno scritto tutte le sue leggi. Gli Usa hanno redatto la dichiarazione di indipendenza e adesso scriveranno anche la Costituzione. Washington fa di tutto per raggiungere i suoi obiettivi. E questa è una cosa molto triste perché quelli che erano i criminali di guerra, i ricercati, i terroristi, i contrabbandieri di sigarette sono diventati i più importanti uomini politici del Kosovo. Mentre per il nostro governo democratico questo non è avvenuto. Stati Uniti e Unione europea preferiscono la mafia albanese e questo è molto preoccupante”.

Il ministro degli Esteri serbo, Vuk Jeremic, ha dichiarato che Belgrado farà di tutto per impedire che il Kosovo secessionista possa avere la sua rappresentanza all’Osce o in seno all’Onu.
“Certamente, è questo ciò che ha dichiarato Jeremic. Non vedo come il Kosovo possa sedere alle Nazioni Unite visto che Cina e Russia hanno detto che bloccheranno qualsiasi progetto di adesione. Non capisco il sostegno degli Stati Uniti e dell’Ue. In particolar modo, quello dell’Unione europea che equivale al sostegno ad un progetto condannato al fallimento. Il Kosovo sarà uno Stato fantoccio per sempre, poiché Cina e Russia non lasceranno che entri a far parte delle Nazioni Unite. E per l’Osce il problema è simile”.

C’è ancora uno spiraglio per giungere ad una soluzione, anche sul piano diplomatico?
“Lavoreremo molto sul piano diplomatico. Il pericolo vero è che è stato aperto il vaso di Pandora ed in particolare è nato il sogno della “Grande Albania”. Un sogno questo che ha più di 130 anni. È stato il presidente Usa George W. Bush in visita a Tirana nei mesi scorsi a puntare a questo progetto dicendo che adesso che gli albanesi hanno guadagnato l’indipendenza del Kosovo possono credere nella nascita della Grande Albania. Penso che se un giorno il Kosovo dovesse unirsi all’Albania questo potrebbe provocare un’enorme pressione su Macedonia occidentale e Grecia. Abbiamo visto infatti gli striscioni degli albanesi della Grecia, giunti a Pristina, che dichiaravano che non può esistere l’Albania senza Ciamuria (regione del nord della Grecia)”.

Quale sarà il futuro dei serbi rimasti in Kosovo?
“La questione del Kosovo settentrionale è ancora aperta. Il diritto all’autodeterminazione è stato garantito dall’Onu soltanto al popolo albanese ma non a quello serbo. A nord del fiume Ibar - in un’area geografica equivalente al 10% del Kosovo- Metohija - vivono 55.000 serbi e 3.000 albanesi. Per questo, i kosovaro-serbi non vogliono sottostare al dominio di Pristina così come i kosovaro-albanesi non accettano quello di Belgrado. Vi sarà poi un’enorme pressione sulle piccole enclave e questo è già iniziato. Per esempio, in villaggio è stata picchiata brutalmente una donna anziana e intimidita, distruggendo tutte le suppellettili della sua casa. In un’altra piccola enclave un anziano è stato malmenato e per questo la gente è spaventata. I serbi temono la violenza e pensano di fuggire via. D’altronde questo è il modus operandi degli albanesi. Venti anni prima che Milosevic diventasse presidente, quando era ancora uno studente, queste cose già avvenivano”.

Andrea Perrone

21 febbraio 2008

Kosovo : ordinario delirio Italiano


Il Kosovo ha risvegliato qualcosa, e ha dato inizio ad una nuova era, quella della destabilizzazione dei territori che, nella migliore delle ipotesi porterà alla ridefinizione dei confini territoriali. Il vaso di Pandora si è aperto, e noi italiani ancora discutiamo su cosa c'è da fare. L'Italia è un protettorato a tutti gli effetti, è una cosa innegabile.

Siamo ormai arrivati alla frutta, è giunto il tempo di pagare i conti, e tutti scappano. I "grandi" hanno già svuotato i conti correnti e hanno fatto sparire il bottino, mentre i vassalli continuano a gridare. Il vaso di Pandora si è aperto, e noi italiani ancora discutiamo su cosa c'è da fare. Massimo D'Alema ormai è un fuori legge, parla di Kosovo e Serbia dimenticando di aver bombardato quelle terre con l'uranio impoverito, e ripete a pappagallo il copione degli Stati Uniti: l'Italia è un protettorato a tutti gli effetti, è una cosa innegabile. Mentre il mondo crolla dinanzi a loro, gli italiani giocano a pallone, figli della Mastercard, nipoti di un conto corrente, cugini del telefonino, e amanti della politica. Sono perseguitati dalla spazzatura di Napoli, dai manganelli degli esattori, dalla giustizia settarista, dai comici bugiardi manipolatori, e dagli artisti "culattoni" , e l'unica cosa di cui sanno parlare gli italiani è la questione della morale.
In fondo non abbiamo altra scelta se abbiamo uomini come Di Pietro, che prende il lavoro "a gratis" della gente, e si fa paladino della Giustizia, va sbandierando l'Italia dei Valori, e parla di espropriare le TV di Berlusconi solo per fare campagna elettorale. Oppure come Borghezio che, per la propaganda della Lega, parla del "popolo della Padania", di uno Stato senza nazione, quando poi fino a pochi anni fa c'era solo palude e debiti in Lombardia. È chiaro che tutto si dice solo per dire, tanto la benzina sale, e salirà ancora fino a quando la gente riuscirà a sopportare un tale peso.
Così, per alimentare ancora di più il delirio dei quotidiani e delle agenzie di stampa di questi giorni, arriva Cossiga a parlare di Ustica come se fosse un fatto di gossip, ma oltre a fare notizia tra i curiosi, non aggiunge nulla di nuovo per chi è dell'ambiente. Lo aveva detto il colonnello del Sismi Guglielmo Sinigaglia tanti anni fa, descrivendo punto per punto cosa successe quella notte. Fu isolato e additato, diventò barbone, e ora è costretto a fare i cestini per campare. Il "grande picconatore" non ha detto nulla di nuovo, e ha solo deviato l'attenzione sulla grande catastrofe che si sta avvicinando.
Lo striscione innalzato dai manifestanti serbi
di fronte all’ambasciata Usa a Belgrado

Mentre si scatenerà sui governi la più grossa tangentopoli europea, gli indipendentisti di tutto il mondo si stanno organizzando per il risveglio di una classe nuova, di quelli che per anni hanno nascosto la loro bandiera, di quelli che per anni hanno negato la loro stessa esistenza. L'Europa si sta sgretolando sotto i colpi di un fallimento controllato, proprio come fu per l'Unione Sovietica: dato che siamo alla disfatta economica, meglio finire secondo le proprie regole e non di quelle altrui. Il Kosovo ha risvegliato qualcosa, e ha dato inizio ad una nuova era, quella della destabilizzazione dei territori che, nella migliore delle ipotesi porterà alla ridefinizione dei confini territoriali. Nel cuore dell'Europa è stata infatti creata un nuovo Medio Oriente riproducendo il modello secessionistico della Palestina, e quello destabilizzante della Bosnia e dell'Iraq: ancora una volta uno Stato sovrano, con un suo equilibrio interno, viene colpito per poi essere frazionato in "cantoni etnici", in modo da sfruttare i rancori e i conflitti latenti per poter poi imporre un sistema di potere imperialistico ed egemonico, che va a vantaggio degli interessi militari ed economici delle entità internazionali. "Tutti pagheranno per l'attacco alla sovranità della Serbia", disse il Governo serbo nel giorno della proclamazione dell'indipendenza del Kosovo. Mai altre parole furono così adatte per annunciare il caos sull'Europa. Tutti quanti si aspettavano che la Serbia avrebbe risposto con le armi, ma è riuscita a mettere in grande difficoltà l'Occidente e Bush, i cui missili invisibili stanno lanciando sono l'aumento dei prezzi, che colpisce ogni giorno i Paesi silenziosamente.
La nostra crisi tuttavia cova da tempo, tra inflazione, debito pubblico, crisi di liquidità e fallimenti, solo che non ha ancora trovato un canale per sfogare i suoi effetti. Fino a quando voi sarete disposti a sopportare questo peso, quante altre persone innocenti moriranno perché non hanno accesso alle cure, e quante si suicideranno per debiti e fallimenti. È questa l'Europa dei popoli? Noi abbiamo avuto il coraggio di scegliere e di dire NO. Da tempo abbiamo abbandonato questo paese, ma noi almeno abbiamo avuto il coraggio di fare le valigie e di sopportare una vita di umiliazioni, di vendette e di tradimenti. Da tutto il mondo sono pervenute e-mail sul sito di Rinascita Balcanica, molti si sono uniti a noi, a questa nostra grande Tela. Da anni raccogliamo con i denti e con le unghie i documenti che dimostrino ogni loro crimine, al costo di pagare un grande prezzo.

19 febbraio 2008

Northern Rock: la nazionalizzazione delle perdite


Il Governo britannico ha annunciato che "il governo, con la consultazione della Banca di Inghilterra e del Financial Servizi Authority (FSA) avrebbe presentato un testo di legge che rimette la Northern Rock nel settore pubblico", temporaneamente, ha precisato, per farla divenire privata non appena i mercati finanziari si saranno stabilizzati. Si chiude così il grande giallo della Northern Rock, a cui si deve il grande merito di aver portato alla luce la grande bolla immobiliare dei mutui subprimes, e della crisi di liquidità nel settore bancario.

È giunta nella giornata di domenica la legge di emergenza del Governo britannico necessaria per nazionalizzare Northern Rock, ritenuta la sola soluzione per risarcire gli azionisti della banca e garantire la sua solvenza. Una nazionalizzazione che sarà solo momentanea, come dichiarato dal Governo Britannico, al fine di preservare gli interessi dei cittadini inglesi che hanno sottoscritto mutui e depositi con la Northern Rock, che ora rischia il fallimento. Non si vedevano misure così drastiche in un'Inghilterra liberista e capitalista, dal 1970, e probabilmente è stata dettata da un'evidente situazione di emergenza che rischia di compromettere non solo i crediti e le ipoteche dei singoli cittadini, ma l'intero settore del credito immobiliare, per poi scatenare un effetto a catena disastroso sul mercato finanziario. Stiamo infatti parlando della banca che ha provocato la scorsa estate la corsa agli sportelli dei cittadini inglesi, non appena si cominciò a diffondere il timore che la Banca non poteva far fronte ai propri crediti. Dal fallimento della Northern Rock è esplosa infatti la crisi dei mutui subprimes, che ha aperto "il vaso di pandora" del mercato bancario e finanziario, rivelandone tutte le sue manipolazioni, le sue distorsioni e le sue contraddizioni.

La posta in gioco, legata alla rovina della Northern Rock, è molto più elevata di quanto non si pensi, e rischia di scatenare un effetto domino all'interno di tutto il sistema bancario, considerando che anche delle grandi banche d'affari hanno garantito la sua solvenza, e che al suo interno sono confluiti la maggior parte dei crediti bancari e immobiliari ad alto rischio. Per tale motivo, il Governo britannico ha ritenuto insufficiente l'offerta del consorzio guidato dal gruppo Virgin del miliardario Richard Branson, che, con il dirigente di Northern Rock Paul Thompson, aveva studiato un piano di correzione "ad interim". Virgin aveva annunciato di voler immettere nella Banca circa 1,6 miliardi di euro per poi inglobarla con la sua società bancaria Virgin Money, mentre Paul Thompson, che sperava di ottenere il posto di direttore generale, ha previsto di impiegare 668 milioni di euro, dei nuovi capitali, per ridurre i debiti delle operazioni della banca, per rimetterla in corso. Tuttavia, il Ministro delle Finanze Alistair Darling ha annunciato improvvisamente che "il governo, con la consultazione della Banca di Inghilterra e del Financial Servizi Authority (FSA) avrebbe presentato un testo di legge che rimette la Northern Rock nel settore pubblico", temporaneamente, ha precisato, per farla divenire privata non appena i mercati finanziari si saranno stabilizzati. In realtà, il Governo Britannico non ha avuto molta scelta, in quanto da tempo ha cercato una soluzione valida dal settore privato, che tuttavia non era possibile senza l'instaurazione di una forma di sostegno pubblico, come aveva infatti consigliato Goldman Sachs che propinava una soluzione privata sovvenzionata dai fondi pubblici.

Così, la Gran Bretagna, per evitare di "rimetterci la faccia" e così la propria credibilità, decide di far pesare sul tesoro britannico le decine di miliardi di sterline dei debiti della Northern Rock. Secondo gli analisti inglesi, una tale scelta, sebbene possa sembrare giusta in nome della "credibilità del sistema bancario inglese", non è quella più giusta dal punto di vista economico-finanziario, in quanto occorreranno degli anni prima che la Northern Rock possa rimborsare il Tesoro britannico di un tale debito, e molto probabilmente questo debito non sarà pagato. Stando alle stime correnti, la Northern Rock ha preso in prestito circa 26 miliardi di sterline, ossia 35 miliardi di euro, dalla Banca di Inghilterra a partire dalla metà di settembre, quando chiese alla banca centrale britannica di salvarla dal fallimento causato dalle ripercussioni della crisi del credito. Allo stesso modo sia la dirigenza sia azionisti della Northern Rock hanno espresso la sua profonda delusione che sperava in una soluzione presa sul mercato privato, apportando le dovute svalutazione e far ricadere sui risparmiatori e i cittadini l'insolvenza della banca. Anche dalla stampa giungono delle feroci critiche, come dal "Financial Time" che giudica la decisione "delicata, difficile e non ideologica", mentre la stampa britannica afferma che "la credibilità del governo Brown in materia economica ha subito un duro colpo".

Siamo così all'epilogo del grande giallo della Northern Rock, a cui si deve il grande merito di aver portato alla luce la grande bolla immobiliare dei mutui subprimes, e della crisi di liquidità nel settore bancario. Una crisi tuttavia derivante non dalla crisi del credito, e dunque dall'insolvenza dei mutuatari, ma dalla continua cartolarizzazione di crediti rischiosi, posti a garanzia di bonds e obbligazioni utilizzati poi dalle Banche per ottenere aperture di linee di credito e ricapitalizzazioni. Di conseguenza, l'insolvenza dei mutui ha causato anche il crollo a catena delle garanzie interbancarie: la banche hanno dichiarato la loro insolvenza, non potendo pagare con liquidità, hanno rinviato tutti i loro crediti. Interviene a questo punto lo Stato che, dopo aver fatto fronte con le dovute garanzie l'insolvenza della Northern Rock, decide di nazionalizzarla. Mentre dunque le politiche liberiste hanno portato alla privatizzazione del patrimonio dello Stato e delle sue ricchezze, il fallimento del sistema capitalistico e la mancanza di controlli hanno causato la nazionalizzazione dei debiti e delle perdite. Un'azione questa pianificata per evitare di pregiudicare il sistema bancario privato e camuffare quanto più possibile il disastro a cui stiamo assistendo sul mercato finanziario internazionale.

Lettera aperta alla Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai

Il Quotidiano della Sinistra Nazionale "Rinascita" pubblica una lettera aperta rivolta alla Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai, per denunciare la continua esclusione della testata da ogni partecipazione televisiva e ricordare a tutti gli italiani che la politica la fanno ancora i cittadini, ma soprattutto che " lo Stato siamo Noi, perché l’unica sovranità è quella popolare".

La politica è diventata uno spettacolo e come tale sembra dover ormai rispondere solamente alle regole dell’audience televisiva. I programmi dei partiti non si discutono più nelle sezioni dei medesimi, ma vengono elaborati in officine del pensiero (che però non assomigliano per nulla a quelle vere degli operai) e portati a conoscenza del grande pubblico non attraverso riunioni o comizi, ma tramite i salotti televisivi. Lo spettacolo che ne viene fuori è indecente: una gara tra emittenti (Rai e Mediaset), tra chi ha l’ospite più importante, il confronto più intrigante, ma non in senso politico quanto piuttosto “spettacolare”.

Ecco quindi spiegate le frequenti comparsate di certi personaggi che pur rappresentando partiti con percentuali elettorali da prefisso telefonico garantiscono, per il linguaggio pittoresco, per l’aspetto fisico attraente, per il cognome “importante”, per il coinvoglimento in qualche gossip, un elevato interesse di pubblico. Naturalmente questa frequenza televisiva premia anche i personaggi in questione ben oltre i loro meriti. Un altro aspetto indecoroso è rappresentato dal modo di condurre le interviste da parte dei giornalisti in studio. Un piccolo gruppo, sempre gli stessi, al massimo una trentina, di privilegiati. Succede così di vedere giornalisti nel libro paga della famiglia Berlusconi eseguire interviste fin troppo accomodanti al Cavaliere oppure, di contro, assistere ad interviste che sembrano comizi astiosi da parte di coloro che sono in servizio permanente effettivo della sinistra. Ovviamente tutto questo avviene anche a parti rovesciate.

E la cosa più ridicola è che in fondo tutti dicono le stesse cose. Lo ammettiamo, siamo nostalgici. Abbiamo nostalgia dei bei tempi di “Tribuna elettorale” e di “Tribuna Politica”. Abbiamo nostalgia di tribune vere, con una vera platea di giornalisti rappresentanti di tutta la stampa nazionale che facevano domande vere a politici veri. A tutta la stampa era garantita la partecipazione ai dibattitti e le domande venivano fatte secondo una turnazione che veniva inizialmente stabilita da un sorteggio. Non poteva succedere che un giornale come Rinascita, una realtà editoriale, piccola ma peculiare, venisse sistematicamente escluso da ogni partecipazione televisiva, magari a vantaggio di quotidiani assai virtuali e certo non nazionali, i direttori dei quali sono invece abituali ospiti dei vari salotti. Sia chiaro, non abbiamo alcuna fregola di intervistare Veltrusconi, ma vorremmo porre ai signori del Palazzo quelle domande che tutti gli italiani si fanno e che invece la stampa compiacente si guarda bene di fare. Questo potrebbe servire non tanto a scegliere tra gli uni e gli altri, ma tra loro e ”noi”, intesi come il popolo italiano. Gli italiani potrebbero capire che Lorsignori non sono lo Stato, ma solo coloro che lo hanno abusivamente occupato. Potrebbero capire che lo Stato siamo Noi, perché l’unica sovranità è quella popolare. Ma forse è proprio per questo che tengono Rinascita fuori dalla porta. Anzi dalla porta a porta.

Ugo Gaudenzi
direttore di Rinascita

18 febbraio 2008

Il giallo della bandiera del Kosovo


Kosovo ha dichiarato ufficialmente l'indipendenza durante la seduta speciale di Parlamento di Pristina. Mentre la comunità kosovara festeggia il "nuovo stato indipendente e democratico", gli osservatori stanno aspettando le reazioni da parte della Serbia, mentre il Cremlino afferma che crea un precedente pericoloso. Allo stesso tempo, l'Unione Europea annuncia la missione UE che prenderà il potere all'interno del Kosovo, istituendo un protettorato del tutto simile a quello delle Nazioni Unite e dando solo l'illusione che si tratti di una vera indipendenza. Il Kosovo non sarà molto diverso da quello che è stato negli ultimi nove anni, e si trasformerà probabilmente in nuovo porto franco, o peggio, nell'Iraq dell'Europa.

Hashim Thaci, dinanzi al Parlamento di Pristina, ha annunciato la dichiarazione unilaterale dell'indipendenza dello Stato del Kosovo. "Il Kosovo si dichiara uno stato indipendente, sovrano e democratico". Queste sono state le parole solenni per annunciare la proclamazione di uno Stato di 2 milioni di persone, circondato dal territorio serbo e con un PIL pari ad 1/100 delle sue importazioni. Solennità e festeggiamenti che tuttavia non sono riusciti a mascherare la grande farsa che questa proclamazione d'indipendenza nasconde. Nelle strade di Pristina sfilano cortei e bandiere albanesi, simboli propagandistici dell'Uck, ma non si vede alcuna bandiera dello Stato del Kosovo. Quello della bandiera del Kosovo è un vero e proprio giallo, perché non solo è stata resa nota solo nelle ultime ore, ma non è stata neanche esposta ufficialmente. Una cosa di per sé molta strana, considerando la foga e la fretta con cui i media e lo stesso Parlamento di Pristina, sono giunti al fatidico giorno dell'Indipendenza: tutto sembrava pronto, ma non c'era nessuna bandiera del Kosovo tra la popolazione. È evidente dunque che questi festeggiamenti siano stati un po' improvvisati, nelle ultime ore, forse a dimostrare che sino all'ultimo minuto neanche i kosovari stessi credevano a questa indipendenza. Oppure che sia l'Europa che gli Stati Uniti volevano chiudere la questione nel più breve tempo possibile, ossia prima che la Presidenza del Consiglio di Sicurezza dell'Onu passasse nelle mani della Russia.


Generale Fabio MiniQuel che è più grave, tuttavia, è "questa libertà regalata", non è che l'inizio di una nuova odissea che vedrà questa volta l'Europa ai vertici del comando. Infatti, allo scoccare della mezzanotte di ieri l'Unione europea ha ufficialmente lanciato una missione di "transizione" che dovrebbe portare il Kosovo verso l'indipendenza totale, senza prendere tuttavia alcuna posizione sul riconoscimento dello Stato che i kosovari, sostenuti dagli Stati Uniti, hanno dato vita. Nella totale discrezione gli Stati membri dell'Unione Europea hanno dato il via libera all'invio nella regione di 2 mila uomini, tra forze di polizia, personale giudiziario e doganale, ignorando gli avvertimenti del Governo di Belgrado, dello stesso Kremlino, che ha definito un'assoluta violazione del diritto internazionale. Nonostante tutto, infatti l'Ue sta coordinando, con il benestare delle autorità kosovare e delle Nazioni Unite, una missione in grande stile che prenderà il posto dell'Onu a tutti gli effetti, facendo perno sull'ufficio inaugurato proprio per questo scopo nell'aprile del 2006 all'interno del quale dovrebbe agire già un team di pianificazione. È stata definita Eulex, la missione costituita da un'entità politica che dovrà supervisionare il trasferimento dei poteri dalle Nazioni Unite alle autorità kosovare, da un'entità operativa che collaborerà con la polizia e l'amministrazione giudiziaria, e da un'entità permanente della Commissione Europea che dovrebbe guidare lo sviluppo economico del Kosovo per portarlo sino in Europa. Durante i quattro mesi in cui diventerà pienamente operativa, Eulex rileverà le funzione dell'ONU per stabilire un sistema legale per combattere la criminalità e rendere il Kosovo uno Stato. La missione europea avrà anche poteri militari, per cui potrà intervenire in maniera diretta, facendo ricorso alle stesse truppe della Nato e della Kfor. L'invio della missione è stato reso definitivo a poche ore dalla proclamazione da parte del Parlamento del Kosovo dell'indipendenza della provincia serba, al fine di evitare che venisse invalidata successivamente. L'Unione Europea prenderà così potere all'interno del Kosovo, istituendo un protettorato del tutto simile a quello delle Nazioni Unite e dando solo l'illusione che si tratti di una vera indipendenza. Il Kosovo non sarà molto diverso da quello che è stato negli ultimi nove anni, per cui in realtà i kosovari cambieranno solo "forza occupante". Ci si chiede, a questo punto, perché la Comunità Internazionale abbia voluto accelerare a tal punto l'Indipendenza del Kosovo, e soprattutto perché lo ha fatto a tali condizioni, accettando l'intervento della Unione Europea.

Una ragionevole risposta, e un'interessante analisi dell'escalation in atto è quella del Generale Fabio Mini, comandante della Nato in Kosovo, nel corso della sua intervista al Corriere della Sera. Egli infatti afferma che un Kosovo indipendente andrà a creare semplicemente un nuovo porto franco all'interno dell'Europa, al servizio delle entità economiche che vi faranno confluire traffici finanziari occulti. Il Kosovo diventerà "una base per le nuove banche per il denaro dell'Est, perché Montecarlo, Cipro, Madeira non sono più affidabili", creata da un manipolo di narco-trafficanti. Il Generale Mini ricorda infatti che l'attuale leader del Kosovo "è il mandante di almeno 28 assassinati del partito di Rugova. Uno che, come molti capi dell'Uck, non ha mai spiegato la fine di un migliaio di rom, serbi e albanesi accusati di collaborazionismo, desaparecidos negli anni del primo dopoguerra". Condanna duramente la Comunità Internazionale che ha deciso di creare uno Stato collaborando proprio con i criminali che hanno contribuito a distruggerlo, con la diaspora criminale che negli anni scorsi era stata allontanata. Senza escludere il grave impatto dell'effetto domino, Mini afferma che "questa proclamazione fa saltare il diritto internazionale fondato sulla sovranità degli Stati", creando nel cuore dell'Europa un altro Iraq.
Rugova mostra la bandiera del Kosovo
Infatti, i veri giochi cominciano solo adesso, in quanto si dovrà attendere la reazione della Russia, che ha già minacciato contromisure economiche verso gli Stati che sosterranno questa indipendenza, nonché degli altri Stati Europei ed extra-europei. Non sappiamo fin quando l'Europa resterà a guardare mentre gli eurocrati e le forze statunitense porteranno al massimo della tensione, una situazione già al limite. Sin dalle prime ore della proclamazione dell'Indipendenza, tutti i movimenti secessionisti europei si sono risvegliati dal loro torpore, e primo tra tutti quello Basco, per poi essere seguito dalla Republika Srpska in Bosnia, dalla Vojvodina, e presto possiamo attenderci quelli dell'Ossezia, delle Fiandre, della Moldavia, di Cipro.
L'Europa sarà travolta da scandali e da tangentopoli, per fare terra bruciata intorno ai vecchi sistemi di potere, per fare posto ai nuovi, che spingeranno le loro mire espansionistiche verso le nuove "zone franche" d'Europa. Sotto questo punto di vista, non possiamo che confermare i timori del Generale Fabio Mini, della creazione di nuovi centri nevralgici per i traffici finanziari illegali, essendo saltati quelli che oggi erano al limite della legalità. Lo stato del Kosovo è diventato così il miraggio delle entità economiche europee e statunitense, ma non è il sogno di libertà dei kosovari che, con le loro stesse mani, si sono rinchiusi in un'altra schiavitù drogata dalla propaganda occidentale.

15 febbraio 2008

L'Europa colpita al cuore

L’inchiesta sulle vicende che hanno portato alla secessione dalla Serbia del Montenegro e sulla rete di collusione esistente tra le figure istituzionali montenegrine e l'alta finanza, sono giunte ad una svolta. La eco dell'inchiesta di Rinascita Balcanica che ha visto come protagonista Milo Djukanovic si è estesa sino ai media montenegrini. Il quotidiano di Podgorica DAN ha pubblicato infatti in prima pagina il report di Rinascitabalcanica e della Etleboro sulle implicazioni del premier Milo Djukanovic nel caso Mattei (si veda il titolo di apertura: EU DA ISPITA MILOVU prošlost) e la notizia, anche poi ripresa da AdnKronos international ( si veda Montenegro: Djukanovic returns to power as April presidential poll date set ) delle varie pendenze processuali, a Bari, a Lugano e Milano, che coinvolgono il rieletto premier del Montenegro. Un evento questo che sconvolge così la quiete apparente che era stata imposta tra i media, al fine di occultare e affossare un caso che stava emergendo sempre di più.

DAN riporta anche la lettera di dura ma sibillina (che devia l’attenzione dalla sua persona a quella dell’europarlamentare di Forza Italia Vernola, suo collega del Ppe) replica a noi avanzata dal rappresentante dell’Ue per le relazioni nel sud-est Europa, Doris Pack, allegando tuttavia i documenti sul caso Mattei - un operatore internazionale creditore di circa 20 milioni di euro - che vedono la figura di Milo Djukanovic direttamente coinvolta. Vedremo se - di fronte a queste evidenze - saranno reiterate le dichiarazioni da parte di esponenti della Comunità Europea volte ad accreditare Djukanovic, nonostante il suo coinvolgimento in inchieste presso numerosi tribunali internazionali e nazionali. Chissà quale sarà ora la risposta ufficiale da parte del governo, o comunque dell’ufficio del premier, del Montenegro.

Tornando a Doris Pack - non certo una figura dell’eurocrazia di secondo piano: è presidente della delegazione Ue per le relazioni con i Paesi dell'Europa Sud-orientale e Coordinatrice del Partito Popolare europeo (Ppe) per il Comitato sulla Cultura e l'Educazione, nonché membro dell'Ufficio del Ppe, Doris Pack . E’ appunto la richiesta di una smentita - che pubblichiamo - sui suoi rapporti con il Primo Ministro del Montenegro, Milo Djukanovic che, come si noterà, di fatto indica però quale autore delle dichiarazioni di sostegno a Djukanovic un altro deputato del parlamento europeo (ma suo stesso collega del Ppe e delegato per i Balcani), Marcello Vernola, eletto nelle file di Forza Italia.
Di seguito pubblichiamo la lettera ricevuta dalla redazione di Rinascita dalla dottoressa honoris causa Doris Pack, parlamentare europeo, presidente della delegazione per i rapporti con i Paesi del Sud-Est Europa, coordinatrice del Ppe per la Cultura, membro dell’Ufficio politico del Ppe

«Dear editors,
I just got the information of an “open letter” to me in your paper. Please take note, that this letter is based on no ground. I did not give any statement on the named montenegrin politician, nor in December during my official visit to Podgorica, neither later from Brussels. Perhaps the writer of this letter is confounding me with his compatriote and MEP Vernola. I Iasked his apology

Cari Editorialisti,
Ho avuto informazioni circa una “lettera aperta” a me rivolta sul vostro giornale. Per cortesia, vi prego di prendere nota che la lettera non è basata su fatti reali. Non ho mai avanzato dichiarazioni sul citato politico montenegrino né a dicembre durante la mia visita ufficiale a Podgorica, né più tardi da Bruxelles. Forse il redattore della lettera mi ha confusa con il suo compatriota e parlamentare europeo Vernola. Chiedo le sue scuse. »

Doris Pack

E' chiaro, dunque, che il Rappresentante europeo, Doris Pack, cade nell'evidente contraddizione di "negare" il suo sostegno, e così anche dell'Europa, nei confronti della persona di Milo Djukanovic. Negando infatti di aver sostenuto e rilasciato dichiarazioni di stima e di appoggio al Montenegro e al suo Premier, nasce il lecito dubbio che anche l'Europa può diffidare la sua carica in futuro. Una evenienza che sarebbe quanto meno leggittima, considerando che il Primo Ministro Djukanovic, indagato dalla procura di Bari, non si è presentato davanti al giudice, venendo meno al dovere istituzionale che gli compete.
Ora lo stesso dubbio sorge per lo stesso appoggio che Doris Pack ha rilasciato per le inchieste contro la corruzione in Bosnia Erzegovina, invocando l'intervento di Transparency Internazionational a tutela della stabilità politica all'interno dello Stato Bosniaco. Non a caso, la stessa Transparency International, sta portando avanti una serie di inchieste e indagini nei confronti del Governo della Republika Srpska e dei suoi funzionari, accusati di aver manipolato delle gare di privatizzazione "a favore di investitori russi" o nelle gare di appalto per servizi pubblici. Le "tangentopoli" rischiano di essere sempre più frequenti, proprio per dimostrare l'incapacità di una determinata classe politica che viene rigenerata, o per imporre un forte ricatto nei confronti di coloro che non sono in linea con quanto stabilito dalle entità sovranazionali.
Come definire dunque il fatto che la Bosnia ha smarrito una delle copie originali degli Accordi di Dayton del 1995, che risulta così essere nell'Archivio della Presidenza. Si tratta di uno dei più importanti documenti costitutivi per la Bosnia Erzegovina, ratificato con la fine della guerra bosniaca da Alija Izetbegovic, Presidente della Bosnia Erzegovina, da Franjo Tudjman Presidente della Croazia, e da Slobodan Milosevic Presidente della Repubblica Federale di Jugoslavia, e con esso è stata posta la base giuridica per la Costituzione bosniaca. Al suo interno vengono infatti definiti gli aspetti legali e diplomatici che hanno poi portato alla nascita della Bosnia Erzegovina come Stato federale, la struttura del governo, e la divisione del potere tra Stato centrale e le entità. Con gli accordi di Dayton viene, in particolar modo, riconosciuta la Republika Srpska come entità sovrana, e la sua popolazione come etnia serba, dando loro inoltre la facoltà di poter chiedere in un momento successivo un referendum per ottenere l'indipendenza della Regione.
La notizia dello smarrimento di un documento così importante giunge in un momento particolarmente critico, quale la discussione per la redazione di una nuova Costituzione che perfezioni la Bosnia Erzegovina come Stato Federale. Questi episodi, in situazioni di grave tensione politica, contribuiscono ancora di più a fomentare conflitti tra le diverse entità, e mettono in pessima luce la classe politica che li rappresenta. Siamo infatti dinanzi ad un insieme di funzionari e dirigenti che non sono altro che una massa di agenti di commercio al servizio delle Commissioni Europee e delle entità sovranazionali, che non sono state elette da nessun popolo ma che continuano a fare pressioni sui Governi.

Infatti, tali aventi accadono proprio quando Rappresentanti Europei come Doris Pack chiedono riforme e maggiori controlli contro la corruzione e la cattiva amministrazione, e invocano così un più rigido controllo di Transparency International sulla Bosnia Erzegovina. Per tale motivo la Etleboro, Rinascita Balcanica ed Evropa Nacija pubblicheranno, nella giornata di domani, una lettera aperta rivolta ai principali rappresentanti di Trasparency International per chiedere di accertare la proprietà della Banca Centrale, le metodologie di controllo del sistema Bancario, e le prassi stabilite per il cambio della valuta. Molteplici sono infatti le violazioni che le Banche della Bosnia perpetuano ai danni dei piccoli risparmiatori e degli imprenditori, sotto la vigilanza del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Centrale Europea e della Banca Mondiale. La comunità internazionale deve vergognarsi per ciò che sta accadendo sotto la loro stretta giuridisdizione sugli Stati Balcanici, dove ancora oggi i diritti dei cittadini vengono continuamente calpestati e la loro dignità politica umiliata. Ci sentiamo dunque vicini al pensiero del Presidente russo Vladimir Putin, il quale afferma che "non è né morale, né legale” ciò che l'Europa sta tentando di fare nei Balcani avendo sistematicamente "due pesi e due misure".

Etleboro-Rinascita Balcanica-Evropa Nacija

14 febbraio 2008

Notizie dai Balcani

La Serbia annullerà l'indipendenza del Kosovo

Il parlamento serbo ha convocato in via straordinaria una sessione parlamentare per discutere delle misure per annullare un'eventuale decisione di dichiarazione unilaterale da parte del Kosovo. Contestualmente, nella giornata di oggi si avrà la riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per accertare la consistenza di un evento che potrebbe dare una "svolta pericolosa agli eventi."

Il partito radicale serbo (SRS) e il Partito Socialista della Serbia (SPS) danno il loro sostegno all'iniziativa promossa dalla coalizione del Partito Democratico-Nuova Serbia (DSS-NS) di convocare in via straordinaria una sessione parlamentare per discutere delle misure per annullare un'eventuale decisione di dichiarazione unilaterale da parte del Kosovo. "Il parlamento si incontrerà probabilmente domenica, dopo che le autorità provvisorie a Pristina avranno annunciato la secessione dalla Serbia, per ratificare un documento statale che annullerà l'indipendenza del Kosovo", ha dichiarato Suzana Grubjesic capo del partito G17 Plus al termine delle consultazioni tra il portavoce parlamentare, Oliver Dulic , e i capi dei leader dei gruppi parlamentari.