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30 dicembre 2008

Vaccini avvelenati in Bosnia

Più di 22 bambini sono stati avvelenati da dosi di mercurio contenute nelle soluzioni mediche dei vaccini. Questo il drammatico epilogo dello scandalo per i vaccini per bambini donati dall’UNICEF alla Bosnia Erzegovina nel 2004. Ora si sta diffondendo il panico tra i genitori dei bambini che, dal 2002 al 2007, hanno assunto quei vaccini, temendo per la vita del proprio figlio.

Alcuni bambini bosniaci sono stati avvelenati da dosi di mercurio contenute nelle soluzioni mediche dei vaccini. Questo il drammatico epilogo, scoperto dalla NGO SOS telefono 1209, dello scandalo per i vaccini per bambini donati dall’UNICEF alla Bosnia Erzegovina nel 2004. La NGO, nel corso delle sue indagini, ha scoperto che circa 22 bambini sono stati avvelenati con dosi di mercurio, impiegando più di un anno per denunciare un crimine compiuto da una delle organizzazioni internazionali di maggior prestigio come l'UNICEF. Ora si sta diffondendo il panico tra i genitori dei bambini che, dal 2002 al 2007, hanno assunto quei vaccini, temendo per la vita del proprio figlio. Sead Cizmic, genitore di un bambino di 10 anni, ha messo a disposizione dei media la sua testimonianza confermando che lo stato di salute di suo figlio, dopo aver effettuato il vaccino, è peggiorato. "Mi sono recato a Novi Sad e ho parlato con un dottore che mi ha confermato che la salute di mio figlio è stata compromessa da un vaccino DTP tossico. Però, quando ho chiesto se avrebbe potuto confermare pubblicamente questa cosa, con il suo parere medico, è sparito". Secondo Jadranka Savic , direttrice del Telefono SOS, ritiene che la paura dei genitori non è certo immotivata, visto che gli esami elaborati dall'istituto Philippe Ogist hanno rivelato tracce di mercurio nel corpo delle due bambine di Banja Luka. L'istituto francese è stato contattato dai genitori e dalla stessa SOS, che hanno preso i primi provvedimenti per scoprire cosa contenessero i vaccini del DTP dell’Unicef, mentre i Ministeri della Salute della RS e della Federazione non hanno ancora rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale a tal proposito.

"Sino ad oggi tutti tacciono, anche in presenza delle prove fornite dall'istituto francese di Parigi. Tantissimi bambini sono stati avvelenati con dosi di tiomersal, sostanza contenuta nei vaccini DTP dal 2002, ed è davvero scandaloso che nessuno degli ufficiali abbia ancora detto niente", dichiara Savic, denunciando così apertamente che le istituzioni sanitarie della Bosnia abbiano nascosto per lunghi 6 anni il coinvolgimento di organizzazione locali ed internazionali. "Posso confermare che l’Istituto per la salute della Federazione della BiH era a conoscenza di quanto accadeva sin dal 2002, quando i vaccini sono stati immessi sul mercato, e quando si sono verificati i primi catastrofici episodi - continua Savic - e mi riferisco sopratutto alla responsabilità di Zlatko Vucina, direttore dell’Istituto". A sua discolpa, l’Istituto della Salute della Federazione ha confermato che nessun bambino, che abbia assunto il vaccino DTP, è stato avvelenato. "Il vaccino DTP è stato fornito dalla compagnia australiana CSL Limited, che ha presentato tutti i certificati di garanzia dell’Organizzazione Mondiale per la salute. Tiomersal viene utilizzato per la produzione di tutti i vaccini a partire dal 1930 e non esiste alcuna prova che il vaccino sia tossico", dichiarano delle fonti dell’Istituto, negando così ogni rilievo dell'esistenza del mercurio all’interno dei vaccini somministrati con la collaborazione dell’Unicef.

La Savic cita tra i probabili responsabili anche il Ministro della salute della RS, Ranko Skrbic, considerando che in quel periodo era uno dei principali collaboratori dell'UNICEF. Non vi sono ancora prove certe che Skrbic sia stato citato come diretto destinatario delle donazioni Unicef, ma ad ogni modo la sua posizione potrebbe essere a rischio, secondo la Savic, se verrà confermato dall’Istituto di Parigi che sono stati avvelenati anche altri tre bambini. Savic prevede che presto vedremo scorrere sul tavolo del Governo le prime dimissioni dei responsabili per la vigilanza sanitaria sia della Federazione della BiH che della Srpska, e gli stessi tribunali saranno inondati dalle cause dei genitori contro gli ufficiali coinvolti. Inoltre, la NGO SOS, tramite la Istocno Sarajevo, ha accusato presso la procura di Banja Luka il Ministro della salute della RS Ranko Skrbic, con l’accusa di aver agito per nascondere la verità sui vaccini DTP. Jadranka Savic ha confermato che anche l’Istituto per la tutela della salute della RS ha mentito sui vaccini al mercurio dichiarando - sulla base della documentazione fornita dall'UNICEF - che gli stessi vaccini sono stati testati presso l'Agenzia medica della Serbia a Belgrado. La "SOS telefono 1209" ha infatti reso noto che l'agenzia serba non ha confermato quanto affermato dall'istituto della RS.“Nel nostro archivio non esistono neanche i dati dei vaccini UNICEF del 2002. Forse perché non si sono riscontrati particolari problemi, ma la prassi vuole che vengano registrati in quanto danno sempre degli effetti collaterali. Ad ogni modo occorre identificare quale carica del sistema non ha fatto bene il suo lavoro", riporta la dichiarazione rilasciata dall’agenzia serba rispondendo alle domande della NGO SOS.

I risultati dei test sono stati pubblicati dal quotidiano Press, provocando la dura reazione del Ministro Skrbic, il quale ha minacciato di ricorrere a mezzi legali contro l’offesa della professionalità e dell’onore della sua persona commessa dal redattore dei servizi. "Mi interessa sapere se avete considerato quali saranno le conseguenze della pubblicazione di false informazioni che spaventano i genitori e provocano il panico tra la popolazione. Come tutti i media, avete ricevuto le informazioni del Ministero secondo cui i vaccini DTP non sono dannosi per la salute dei bambini. Durante più di 70 anni per la loro produzione, nessuno mai ha trovato qualcosa che non fosse confermata anche dall'Organizzazione mondiale per la salute. Se questo non vi bastava, perché non avete contattato un esperto neutrale per ottenere giuste informazioni da pubblicare. Titolando "Skrbic protegge gli avvelenatori dei bambini" avete diffamato sia il Ministero della salute, sia la mia persona. Così chiedo al vostro giornale di porgere le vostre scuse ufficiali per tutte le informazione false che sono state pubblicate. Se non farete ciò che vi viene chiesto, il Ministero reagirà legalmente", scrive il Ministro Skrbic nella sua lettera di avvertimento rivolta al quotidiano Press. A tali minacce risponde lo stesso giornale, controaccusando il Ministro, il quale ha dimostrato una gravissima irresponsabilità non rispondendo alle quattro lettere inviate al suo ufficio stampa, e rifiutando sino all'ultimo minuto di effettuale un'intervista il quotidiano Press.

Accanto al Ministro Skrbic, secondo la stessa SOS, esistono delle evidenti responsabilità a carico sia dell’Organizzazione Mondiale per la salute (WHO) , sia dell’Unicef, che hanno sempre sostenuto che i vaccini non avevano alcun problema. "Non esiste nessun collegamento con le malattie contratte dai bambini e i vaccini DTP. Il mercurio si trova ovunque intorno a noi, e ognuno di noi ha una certa quantità di mercurio dentro il proprio corpo, ed ogni analisi che viene effettuata può confermare che non potrebbe collegarsi al vaccino o allo sviluppo neurologico dei bambini", ha dichiarato Skrbic dopo giorni di silenzio. A suo parere, il tiomersal viene aggiunto per proteggere i vaccini dall’attacco di batteri e funghi, come forma di conservante utilizzato ovunque nel modo per la produzioni di vaccini. Conferma inoltre che, dopo il test dell'UNICEF, i vaccini hanno superato un altro test presso l'Istituto Torlak di Belgrado, ed ogni effetto sui bambini è risultato negativo. Tuttavia ora bisogna chiarire una situazione che ha gettato nel panico sia genitori dei bambini che hanno assunto i vaccini in quel periodo, sia tutti i cittadini che, a questo punto, hanno meno fiducia sulla reale provenienza delle medicine che vengono vendute nelle farmacie e che, dall’oggi al domani, potranno seriamente danneggiare la salute del popolo.

Rinascita Balcanica

29 dicembre 2008

Facebook e il mondo degli inutili


Nato come social-network destinato a riprendere i contatti con i propri amici, ben presto Facebook è diventato un ossessivo fenomeno di massa. Dimenticando ogni preoccupazione sulla possibile violazione della propria privacy, la popolazione di Facebook è divenuto il gruppo di campionamento ideale per ogni società di ricerche di mercato, in quanto a titolo totalmente gratuito si ha accesso ad una massa di dati senza alcun limite.

Il fenomeno "Facebook" è divenuto ormai una moda ossessiva, trasformandosi da un social-network ad un’anagrafe elettronica senza essere sottoposta ad alcuna normativa internazionale o nazionale. Entrare a far parte del sistema "Facebook" è una routine, mentre scambiarsi i dati della propria identità elettronica è oramai una regola non scritta, quasi obbligatoria, e non avere dati registrati equivale ad essere considerati come asociali e disadattati nella società. Facebook è l’immagine più triste di una società che non riesce a comunicare, che riduce le persone a filtrare i contatti esterni attraverso una chat globale, a parlare attraverso una piattaforma. È divenuto un giornale telematico in cui le persone sono ormai completamente ipnotizzate dai meccanismi e dai labirinti di un sistema che ha alla base delle grandi falsità. Studenti, dipendenti e professionisti restano incollati per ore alla loro pagina di Facebook per aspettare messaggi e e-mail da amici e colleghi, scrivendo ogni banalità che in quel momento pensano, partecipando agli eventi e creando gruppi di discussione. Assistiamo alla formazione di "stanze" che seguono eventi spesso di una degradante inutilità, ma anche di bande virtuali che inscenano una guerra tra di loro per il "controllo del territorio", insomma una serie di stratagemmi che hanno come scopo quello di fare degli utenti dei "ricettori di informazioni sempre accesi". Non è assolutamente esagerato dire che questo tipo di rete crea una sorta di dipendenza in chi lo utilizza, al punto che sono già tante le amministrazioni che hanno deciso inserire il sito di Facebook nelle block list, perché la maggior parte dei dipendenti perdono il loro tempo a scrivere i loro "stati d’animo" o ad inserire le proprie foto.

Nei fatti, i creatori di Facebook sono riusciti a manipolare le masse ottenendo un controllo totale e un accesso ad una base di dati infinito completamente gratuito. Nessuno era infatti riuscito, sino ad oggi, a creare una chat on-line in cui le persone scrivessero i loro veri dati, in quanto vi è sempre l’istinto a proteggere le proprie informazioni e tutto ciò che riguardi la propria identità. Le società che fanno ricerche di mercato sanno benissimo che le fasi più difficili - nonché le più costose - sono quelle che riguardano il campionamento della popolazione, in quanto le persone sono restie a comunicare i propri dati per partecipare a dei sondaggi, e molto spesso tendono a mentire suggestionati dalla paura della violazione della propria privacy. Al contrario Facebook, sulla falsa riga dell’obiettivo di incontrare o conoscere degli amici, ha spinto le persone ad inserire dati reali, e non solo le proprie generalità, ma anche i propri interessi, i propri gusti musicali, film preferiti, sport abituali, hobbies, ed ogni altra informazione da condividere con i propri amici e l’universo "FB". Stranamente, immersi in questa bolgia di utenti mitomani, le persone perdono ogni freno inibitore, e mettono a nudo la propria persona, dimenticando ogni preoccupazione sulla possibile violazione della propria privacy. La popolazione di Facebook è diventata, in questo modo, il gruppo di campionamento ideale per ogni società di ricerche di mercato, in quanto a titolo totalmente gratuito hanno accesso ad una massa di dati che può essere ritenuta attendibile e veritiera. Per ogni città sono inseriti dati per un insieme di persone che può essere ritenuto un campione rappresentativo della popolazione, per un’età compresa tra il 15 e i 40 anni, ossia la fascia di consumatori più ambita.

È ovvio che una piattaforma di questo tipo si presta facilmente a divenire un mercato che può essere sfruttato commercialmente sotto ogni punto di vista. Dopo che il "censimento" virtuale potrà dirsi completato, inizierà la campagna promozionale di prodotti, servizi, sondaggi, campagna elettorali, che in quel contesto saranno sempre ben accetti, essendo una fascia di consumatori che, per definizione, sono predisposti ad interfacciarsi con tali sistemi. Dunque, se inizialmente poteva sempre un social network di utilità collettiva, in realtà è divenuto uno strumento di grande degrado umano. Viaggiando in questa intranet, ci accorgiamo che ha dato vita ad un nuovo settarismo cibernetico, dove i giovani raccontano ogni cosa di loro stessi, si scambiano messaggi, tutto questo nell’orario di lavoro. Le comunità virtuali sono state spesso manipolate per scagliare messaggi di razzismo, per insultare altre etnie, creando delle forti divisioni nei fatti, e il primo contrasto è proprio tra "utenti di facebook" e "non utenti di facebook", ossia tra il campione da classificare e quello che non viene classificato. Prende forma quello che abbiamo chiamato dimensione degli "internetiani", che hanno un proprio linguaggio e un loro modo di essere che supera l’ordinamento e la legislazione degli Stati e delle istituzioni di diritto internazionale. E’ davvero sorprendente come questa mania planetaria abbia infettato come un virus il mondo dei sognatori, che sperano di trovare la soluzione ai loro problemi costruendosi una vita artificiale, una doppia o tripla identità. Ecco i risultati di un lavaggio di cervello di massa, in cui scompaiono ogni remora ed ogni ostacolo alla violazione dei dati personali, perpetuando un’appropriazione indebita a fronte della concessione dell’accesso ad un paradiso virtuale. C’è da chiedersi invece quali sono le società che hanno creato "Facebook" e per quale motivo offrono un servizio che ha drogato le persone? E’ ovvio che dietro un sito che può sembrare di intrattenimento, si nascondono delle entità che hanno affinato così bene questi strumenti per chiuderci definitivamente in una bottiglia senza via di fuga.

23 dicembre 2008

La Guerra per l'Unione Europea


Continua la guerra "per l’UE" tra Slovenia e Croazia, a causa delle controversie per la decisione delle frontiere dopo la frantumazione della Jugoslavia. Gli sloveni, mantenendo sempre un atteggiamento di superiorità rispetto ai cugini balcanici, hanno cominciato a mettere in atto pressioni e ricatti, dimenticando che il loro successo dipende proprio dal tessuto economico dell'intera regione. Allo stesso tempo, eleggono la Serbia come "meta di solidarietà" : dalla Slovenia partiranno lunghi treni diretti verso grandi feste a prezzi scontanti, che non troverebbero in a nessun altro posto dell’UE. (Foto: Lubiana, festeggiamenti per l'adesione UE)

La guerra "per l’UE" in atto tra Slovenia e Croazia vede schierate le stessi armi che Lubiana ha usato negli ’90 per la frantumazione della Jugoslavia. Non appena è entrata nell’UE, in maniera sempre prepotente e senza considerarsi mai un paese balcanico, ha cominciato a mettere in atto pressioni e ricatti. La vittima stavolta è stata la Croazia con la quale non ha mai avuto dei buoni rapporti, a causa delle controversie per la decisione delle frontiere dopo la frantumazione della Jugoslavia. I problemi tra pescatori sloveni e croati esistono da anni, e molti in passato hanno cercato di risolvere le questioni irrisolte, come l'ex Premier Ivica Racan e Janez Drnovsek, tramite un arbitraggio coinvolgendo la stessa Comunità Europea. A tutto questo dobbiamo aggiungere anche la questione della centrale nucleare a Krsko, che si trova sul territorio comune dei due Stati, e il cui capitale e la cui produzione di energia vengono ripartiti in pari uguali.

La guerra per l’adesione potrebbe dunque diventare un nuovo campo di scontro "nel cuore dell’UE". A questo punto, sia la Commissione Europea che l’UE hanno capito cosa ha significato accogliere la Slovenia nel loro stesso gruppo, e mentre il Commissario per l’allargamento dell’UE Olli Rhen chiede di "controllare le emozioni forti" per calmare la situazione e che, dopo le feste natalizie - che portano a tutti "pace e serenità" - occorrerà discutere per risolvere la situazione. La superficialità intellettuale slovena forse non era conosciuta dagli europei, ma sicuramente da tutti i popoli che hanno convissuto con loro nella Jugoslavia, e sanno bene cosa vuol dire essere sempre offesi dagli sloveni con epiteti come "stupidi balcanici". La loro intelligenza è servita solo per trasformare le risorse delle terre slave in un perfetto prodotto di marketing sloveno, imbrogliando il mercato europeo con immagini manipolate per vendere i miglior prodotti dell’intera regione come di proprietà esclusiva.

Cartello: "Non si vende birra slovena"
Il loro brand Lesnina cerca di imitare la Ikea, utilizzando il legname delle foreste della Bosnia e della Croazia; l’industria di elettrodomestici Gorenje utilizza componenti prodotti in Serbia e comunque non è mai riuscita ad essere come la Elektrolux; la frutta e l’uva serba è diventa "Fructal" e i vini "made in Slovenia". In questo modo, gli sloveni della ex Jugoslavia si sono arricchiti alle spalle delle altre regioni "più balcaniche", in cui però vi sono tutte le industrie produttrici dei prodotti che loro vendono soltanto. La Slovenia è diventata la "piccola svizzera", con stazioni sciistiche di lusso e turismo di élite, ma sempre con l’occhio sveglio per scorgere se riescono ad imbrogliare ancora qualcun altro al di fuori del loro confine. Essere parte della Jugoslavia è sempre stato motivo di insoddisfazione per gli sloveni, sentendosi intellettualmente superiori, "al pari degli europei". Invece nel Sud-Est Europeo sono meglio conosciuti come servi fedeli degli austro-ungheresi, coloro che sono riusciti, più di tutti, ad adeguarsi alle regole dei colonizzatori che altri hanno sempre cercato di combattere. In questo modo hanno imparato bene la lezione su come usare gli altri, mentre non hanno dimenticato i loro complessi di schiavitù.

Le patologiche conseguenze di una politica interna ed estera senza orientamento viene subita ora dalla Croazia, dopo che per molti anni sono stati i serbi i principali bersagli, e in questi anni non hanno ancora imparato la lezione come ci si deve comportare con i propri vicini. Guardando la Slovenia si può capire bene come si comporta un Paese che esce da una guerra e entra in Europa prima di ogni altro Stato della regione. Gli sloveni hanno imposto il veto all'integrazione croata, e non vedono in esso un atto "poco europeo" e "poco civile". "Non siamo in una situazione in cui dobbiamo ascoltare le lezioni su come ci si deve comportare in Europa", dichiara il Presidente sloveno Danilo Turk, con la speranza che il loro veto sia presto supportato anche dagli altri Stati membri. Il Presidente Turk forse è troppo sicuro che ogni mossa slovena venga accettata senza discussione, dimenticando che gran parte dell’economia slovena è proprio in funzione dell'esistenza dei mercati degli Stati che tanto snobbano e disprezzano. Il Premier Ivo Sanader e il Presidente Stipe Mesic sono rimasti loro stessi sorpresi del fatto che, i loro amici di indipendenza, hanno chiesto una parte del territorio croato per continuare il percorso dell’integrazione europea della Croazia. Secondo il Premier Sanader il veto non fermerà la Croazia, forse rallenterà le negoziazioni ma non bloccherà certo l’adesione di Zagabria, mentre Mesic ha sottolineato che "la Croazia deve comportarsi civilmente, risolvere i problemi e allo stesso tempo non deve rifiutare alle prove evidenti che dimostrano le sue ragioni".
Da parte nostra, rimaniamo sempre senza parole su come i croati ragionano in maniera civilizzata, come ad esempio con la Serbia, quando, dopo aver cacciato dal Paese circa 250.000 serbi per creare un Paese pulito, hanno accusato i serbi per genocidio. Allo stesso modo rimaniamo increduli del fatto che la Serbia come non ha reagito in nessun modo, ha chiesto scusa, e non ha posto nessun divieto alla aziende croate di entrare nel mercato serbo, anche dopo che la Croazia ha riconosciuto il Kosovo.

È ovvio che l’ "alta diplomazia" ha sempre una doppia faccia, e prima delle parole arrivano i fatti. La Croazia in questi giorni sta minacciando di imporre alla Slovenia il blocco commerciale, ma in realtà la chiusura delle dogane è già cominciata. Lungo i confini verso l’Unione Europea le auto croate sostano ore ed ore, subendo inutili e minuziosi controlli, smontando persino le ruote solo per provocare un disagio e creare interminabili code per i passeggeri diretti in Europa. Nei negozi di arredamento sloveni Lesnina della capitale croata, la gente non vuole comprare più "i prodotti sloveni", mentre si stanno riducendo anche le commesse croate verso la Slovenia. Stessa situazione nei bar del centro, dove si espongono cartelli "non si vende la birra slovena Lasko". E così, mentre i croati fanno il vero boicottaggio della merce slovena, i serbi con il loro "patriottismo masochista" accolgono l’ennesimo centro di grande distribuzione croato, Pevec. Dopo le accuse di genocidio e le scuse di Tadic, dopo l'indipendenza kosovara e il Pevec, la diplomazia serba fallisce ancora una volta.

Al contrario, la Serbia diventa "meta slovena" di solidarietà, e dalla Slovenia partiranno per Capodanno lunghi treni diretti verso grandi feste a prezzi scontanti, che non troverebbero in a nessun altro posto dell’UE. L’agenzia turistica slovena Supertrevel è la capofila della campagna pubblicitaria "Belgrado, il posto più vivace d'Europa", confermando che i cari sloveni considerano Belgrado una città europea "senza prefisso balcanico". Al contrario, altre agenzie stanno preparando "Capodano 2009 alla maniera balcanica", dove Belgrado diventa la città più divertente con le donne più belle: un treno-disco con 600 persone partirà da Lubiana diretto ai grandi party di Belgrado, mentre una guida condurrà i turisti anche nei luoghi bombardati dalla NATO. L’assurdità dei Pesi balcanici la si può descrivere ammettendo che la loro bizzarria ha un certo fascino. Scadarlia, Terazie e Kalemegdan, le perle di Belgrado dove il "fiume Sava bacia il Danubio", nella notte di Capodano saranno dei luoghi incantati dove si dimenticheranno tutte le diversità e le divisioni politiche, e si sentiranno solo risate e clamore di quei popoli che sono, nonostante tutto, sempre vicini. La Serbia è sempre stata vera Europa, e la cultura millenaria serba potrà essere vista anche in questa, nella sua capacità di chiedere scusa e di accogliere nella propria terra "familiari e vicini".

22 dicembre 2008

Il Cremlino contro la destabilizzazione per la crisi


Il Governo russo ha imposto l'aumento delle imposte sulle importazioni di automobili straniere, al fine di sostenere la produzione interna. Tuttavia, non sono tardate ad arrivare le manifestazioni di piazza, con sparsi focolai da Mosca a San Pietroburgo, sino all'Estremo Oriente e alla costa russa del Pacifico. Proteste che hanno avuto ovviamente una eco anche sui media esteri, dove già si parla di crisi interna derivante dal pericolo di recessione per la Russia. Il monito del Cremlino è invece volto ad anticipare le gravi conseguenze della crisi che potrebbero ripercuotersi sulla classe media e destabilizzare l'ordine sociale.

Le ripercussioni della crisi economica ed in particolare del settore automobilistico sembra che stiano arrivando anche in Russia, e dopo i primi segnali di rallentamento della produzione industriale di società estere, il Governo decide le prime misure protezionistiche. Il Cremlino ha imposto infatti l'aumento delle imposte sulle importazioni di automobili straniere, al fine di sostenere la produzione interna, e di andare incontro al rischio dell’aumento dei prezzi sul mercato nazionale. La norma protezionistica impone così il doppio delle tasse per l’importazione di vetture e il triplo di quelle relative ai camion. La manovra, dal punto di vista della Russia, ha comunque una motivazione razionale di fondo: aumentando i tassi sulle importazioni, si andrebbe a rendere più competitive non solo le automobili di produzione russa, ma anche quelle degli stabilimenti di investimenti diretti esteri. Inoltre, la spinta inflazionistica dei dazi, potrebbe anche tenere alto il livello dei prezzi, evitando la deflazione sul mercato automobilistico. Il Primo Ministro russo Vladimir Putin ha riconosciuto che la decisione va a colpire gli interessi degli abitanti dell'Estremo Oriente, dove le automobili russe sono due o tre volte più costose di quelle vendute nella regione europea della Russia, in relazione alla differenza connessa ai costi di trasporto. Di conseguenza, Putin ha annunciato che, in sostegno di tale regione, verranno annullati i costi del trasporto ferroviario per le auto dirette dell’estremo oriente russo, promettendo di rivedere le spese di bilancio per compensare le ferrovie in Russia.

Tuttavia, non sono tardate ad arrivare le manifestazioni di piazza, con sparsi focolai da Mosca a San Pietroburgo, sino all'Estremo Oriente e alla costa russa del Pacifico, dove il 90% delle auto usate sono d'importazione giapponese. Nella capitale russa sono stati dispiegati più di 1200 poliziotti per prevenire la degenerazione della manifestazione. Nel corso del fine settimana a Sakhalin, Vladivostok e Irkutsk si sono tenute molte manifestazioni non autorizzate dalle autorità, che sono degenerate come sempre in scontri, tafferugli e arresti, considerando che i manifestanti avevano bloccato le principali arterie della città. A Primorsky (costa russa del Pacifico), nonostante gli scontri del fine settimana, i manifestanti si stanno preparando per nuovi presidi volti a paralizzare il traffico di Vladivostok. Allo stesso tempo, il Partito comunista della Russia ha organizzato questa domenica una protesta contro il governo, l'aumento della disoccupazione e il vertiginoso aumento dei prezzi di prima necessità, chiedendo così le dimissioni dell’esecutivo. La manifestazione si è svolta a Teatralnaya di Mosca, vicino al monumento eretto a Karl Marx: secondo la polizia vi hanno preso parte 35 persone, mentre secondo l’organizzazione erano presenti circa 500 persone.

Le proteste russe hanno avuto ovviamente una eco anche sui media esteri, dove già si parla di crisi interna derivante dal pericolo di recessione per la Russia. In verità, il rischio reale che potrebbe destabilizzare la Russia non è molto diverso da quello che si abbatterebbe sull’Europa o sull’Italia qualora il blocco industriale diventi inevitabile. Il monito del Cremlino è infatti volto ad anticipare le gravi conseguenze della crisi delle case automobilistiche estere che potrebbero ripercuotersi sulla classe media operaia, e rafforzare movimenti popolari, che costituiscono un grave precedente per l’ex federazione comunista. Il controllo della stabilità del settore industriale è, infatti, sempre direttamente proporzionale a quello dell’equilibrio sociale. Così Vladimir Putin ha avvertito le società russe di non far ricorso al licenziamento di massa come forma di leva morale da utilizzare nei confronti dello Stato. "Il Governo non può garantire il benessere delle imprese a spese dei contribuenti - afferma Putin - non siamo in grado di acquistare immobili ai prezzi precedenti senza considerare le esigenze sociali. Il nostro compito è quello di minimizzare la perdita di aziende, e di mantenere la sua capacità di sopravvivenza, ma non di garantire le prestazioni", ha avvertito Vladimir Putin. Pone dunque i primi limiti all’attuazione delle misure a sostegno dell’economia, dopo che autorità finanziarie russe si sono dette pronte ad immettere sul mercato 150 miliardi di rubli (4,116 miliardi di euro), aumentando l'importo degli aiuti per l'economia reale a 325 miliardi di rubli (8,918 miliardi di euro). Il piano economico prevede infatti il graduale ingresso dello Stato all'interno del capitale azionario delle società, con la condizione che la partecipazione statale verrà dismessa dopo la crisi, a condizioni eque onde evitare manovre speculative. Ovviamente, secondo molti, dietro tale manovra si nasconde l’obiettivo della Russia rafforzare il ruolo dello Stato, dal momento che quasi tutte le risorse naturali sono concentrate nelle sue mani. Se da una parte una tale eventualità non è certo da escludere, dall'altra occorre ammettere che il Governo russo sta cercando di giocare d'anticipo su una crisi che rischia di compromettere il lavoro di stabilizzazione dopo il crollo sovietico. Sicuramente, la crisi potrebbe rallentare la marcia di espansione della Russia, ma nei prossimi due anni di recessione diffusa, prevarrà non chi aumenta la produzione, bensì chi arresta il declino e comincia a ripartire. E oggi, mentre Mosca avverte sulle speculazioni e l'abuso del sostegno dello Stato, gli Stati occidentali alimentano questo tipo di distorsioni senza arrestare quelle manovre scorrette che, in fin dei conti, ci hanno trascinato nella situazione attuale.

19 dicembre 2008

Recessione e deflazione: l'industria rischia il blocco


Dopo lo scoppio della bolla dell’inflazione, siamo dinanzi al pericolo della contrazione deflazionistica derivante dalla recessione. Gli Stati Uniti hanno già preso una prima posizione, decidendo di azzerare i tassi della Fed e dei Fed Funds, per rilanciare investimenti e consumi. Dall'altra parte, il cartello dell'OPEC ha deciso di contrarre la produzione di petrolio per sostenere i prezzi. Entrambe le misure possono essere efficaci nel breve periodo, ma lo saranno anche tra alcuni mesi?

I primi segnali del tracollo del prezzo del petrolio e del dollaro non sono bastati a mettere in allarme le Banche Centrali e i Governi sull’immediato cambiamento dello scenario economico. La bolla dell’inflazione è subito scoppiata, e ora siamo dinanzi al pericolo della contrazione deflazionistica derivante dalla recessione in cui l’economia è entrata. In realtà gli Stati Uniti sono già nell’occhio del ciclone della deflazione, dopo che nel mese di ottobre si è assistito ad un calo dell'1% dei prezzi al consumo, la più alta che sia stata mai registrata su base mensile in questi ultimi sessant’anni. I prezzi al consumo sono diminuiti quasi della metà, mentre le quotazioni immobiliari, dopo un crollo del 17% in un anno negli Stati Uniti, cominciano a ridursi anche in Europa dopo la crescita incontrollata di soli pochi mesi fa. L’iperinflazione ha infatti reso domanda e offerta eccessivamente sensibili, creando speculazioni e bolle finanziarie destinate a mantenere sollevato solo artificialmente il mercato. Questa fase è stata, tuttavia, solo temporanea in quanto dopo pochi mesi si sono azionate le dinamiche di stagflazione, che hanno invertito i processi dell’inflazione: l’aumento dei prezzi non ha spinto ad un aumento della produzione in quanto la domanda si è rallentata sempre di più, considerando che il potere d’acquisto dei salari non è cresciuto di conseguenza. L’indebitamento generalizzato delle persone e delle imprese, se in una prima fase ha alimentato un consumismo sfrenato, successivamente ha avuto un’onda d’urto spaventosa.

Ed è proprio il blocco della produzione e la liquidazione dei debiti a creare questa spinta deflazionistica. Gli operatori economici sono troppo indebitati e vendono i loro beni a basso prezzo, mentre, dall’altra parte, difficilmente troveranno qualcuno disposto ad acquistarli, in quanto l’accesso al credito è scarso e manca liquidità nelle casse dei Governo e delle imprese. Pian piano le persone vedono i propri beni svalutarsi con il logorio della riduzione dei prezzi generalizzata, e dunque le proprietà, le case, le auto perdono man mano il loro valore, dopo che lo stesso mercato le aveva sopravvalutate. A questo punto però subentra un’altra dinamica, che è quella psicologica del consumatore, che continua a rinviare i propri acquisti per via della crisi o perché spera che si riducano ancora di più, e delle imprese, che rinviano gli investimenti o le assunzioni, perché temono delle conseguenze rischiose o sperano di ottenere manodopera a più basso prezzo. La caduta dei prezzi aumenta, inoltre, anche l'onere del debito, che, quando i prezzi diminuiscono, è sempre troppo costoso. Ed è proprio sul costo del debito che le Istituzioni finanziarie possono far leva, in maniera da annullare anche il costo del denaro, il quale dovrebbe divenire neutrale rispetto alla dinamica degli acquisti. In tale direzione va la decisione del Governatore della Federal Reserve Ben Bernanke, che ha deciso di azzerare i tassi della Fed e dei Fed Funds ( il tasso del mercato interbancario americano ) stabilendo una forchetta che va dallo zero allo 0,25%, proprio come fece la Banca del Giappone (Boj) negli anni ’90 portando il costo del denaro a quota zero . Allo stesso tempo, annuncia che la Federal Reserve acquisterà titoli pubblici a più lungo termine, al fine di stabilizzare anche in futuro i tassi di interessante, riducendo l'aspettativa di un rialzo nei mesi successivi. Tuttavia, come la storia recente insegna, tali misure possono rivelarsi anche inefficaci, come accaduto in Giappone, che dopo una breve ripresa dell’economia è caduto di nuovo nella spirale deflazionistica, sulla spinta delle dinamiche globali.

A muoversi contro la deflazione, sono anche i produttori di petrolio che, allarmati dalla continua riduzione della quotazione del barile di greggio, hanno ufficialmente annunciato un calo della produzione di 2,2 milioni di barili al giorno, mentre a partire da settembre l’offerta di petrolio sarà pari a 4,2 milioni di barili. A muoversi con l’OPEC è anche la Russia, che annuncia una riduzione di 485-488 milioni di tonnellate entro la fine del 2008, decidendo di non aderire al cartello - in quanto il suo meccanismo non è direttamente applicabile alla Russia - e di limitarsi alla semplice stabilizzazione della produzione. Riteniamo, però, opportuno osservare che questa contrazione del prezzo del petrolio non dipende dal mercato del petrolio, bensì da quello della produzione e dell’economia reale. Se il prezzo del petrolio diminuisce è perché si sta riducendo la domanda, e non perché c’è un’eccessiva offerta che va a rendere il prezzo della materia prima più conveniente. Come l’aumento del costo del greggio era stato indotto, nei mesi scorsi, dalla speculazione del dollaro, così oggi la sua riduzione deriva da dinamiche esterne, come la riduzione degli acquisti a causa del rallentamento dell’economia, o magari della stessa crisi, che spinge gli Stati ad utilizzare maggiormente le proprie scorte o fonti di energia diverse. Il rallentamento della produzione industriale non è da sottovalutare, considerando che rappresenta il risultato di una dinamica che, a catena, coinvolge molti settori. Basta prendere in considerazione il blocco del settore automobilistico, che ha provocato non solo la riduzione della produzione di veicoli, ma anche delle componenti, della distribuzione e dunque della logistica, per non parlare dell’impatto sul settore siderurgico ed estrattivo. Proviamo adesso a sommare il calo di produzione di ogni settore, e a moltiplicarlo per la relativa domanda di energia: otterremmo di conseguenza una riduzione degli acquisti di petrolio. Solo l’industria dell’acciaio ha ridotto la sua produzione del 20%, con maggiori conseguenze per la Cina (-12%) e il Nord America (-38,4%), per un volume di 89 milioni di tonnellate. La crescita della produzione nei primi undici mesi del 2008 è stata ridotta allo 0,9%, pari a 1,224 miliardi di tonnellate, secondo il World Steel Association (ex International Iron and Steel Institute, IISI). Il calo ha raggiunto il 24,8% nell'Unione europea, 16,1% nel resto d'Europa, 17,8% in Sud America, il 35% in Africa e 9,2% in Oceania. E così, mentre il gigante dell'acciaio Arcelor Mittal sta progettando significativi tagli e riduzioni significative nella produzione, il gruppo svedese SSAB (acciai speciali) ha recentemente annunciato che si sarebbe eliminare 1.300 posti di lavoro a causa del forte rallentamento della domanda.

Ciò premesso, i cari produttori di petrolio potranno solo contenere nel breve periodo le loro perdite, ma se non vi sarà una ripresa dell’industria, non ripartirà neanche il mercato del petrolio. In tal senso, forse la Russia ha preso una saggia decisione nel non aderire al cartello e di mantenere una propria indipendenza, in quanto in questo modo avrà la possibilità di negoziare sulle singole trattative a seconda della reale domanda. Ad ogni modo, è in questa fase delicata per le economie dei Paesi più industrializzati e di quelli in via di sviluppo, agire sugli investimenti energetici, in particolar modo nelle fonti rinnovabili. In tal modo sarà possibile far ripartire la produzione industriale, creare occupazione e dare ossigeno all’intero sistema del credito e del consumo. Si potrà anche frenare quelle dinamiche di deflazione indotte dalla "svendita" delle risorse e dei beni, in quanto si andrà a creare una prospettiva futura di crescita.

18 dicembre 2008

Banche e crisi economica: un alibi per tutti


Dinanzi ad un debito incalcolabile, la Federale Reserve e le Istituzioni americane hanno intrapreso una "caccia alle streghe" per dare all’opinione pubblica un colpevole. Allo stesso modo, la stessa campagna giustizialista contro le Banche è divenuta una manovra di propaganda, in quanto sono già pronte le Fondazioni per far ripartire la macchina del debito e della produzione di ricchezza.

Giornali, associazioni di consumatori, istituzioni di vigilanza, tutti si scandalizzano dinanzi alla truffa delle piramidi di Madoff, della bancarotta dei collaterali e il graduale fallimento delle Banche. Dinanzi al crollo di un sistema concepito sull’inganno e sull’incontrollata "creazione" di denaro, è ovvio che a tutti conviene gridare allo scandalo e arrestare il capro espiatorio di turno, perché altrimenti bisognerebbe ammettere che i sistemi di controllo sono inesistenti ed inadeguati, o addirittura chiedere il fallimento degli Stati che hanno costruito su tali meccanismi il proprio potere economico. E infatti, quando alcuni mesi fa venne sollevata la questione dei collaterali e dei titoli derivati sulla base dei quali le banche costruivano e concedevano capitalizzazioni, le alte autorità di vigilanza, come la Federal Reserve o il Dipartimento del Tesoro americano, non intervennero in maniera drastica. Dunque, affermare oggi che Bernard Madoff ha costruito una truffa in un clima di grande tensione e di allarme, quando lo stesso sistema bancario stava già vacillando, è solo uno sciocco tentativo di procurarsi un alibi e non rispondere delle proprie responsabilità.

D’altronde, i buchi del sistema finanziario sono sempre esistiti, soltanto che veniva dato per scontato che stampando denaro senza controllo, e obbligando i governi più deboli ad acquistare i titoli di debito del Tesoro americano, il sistema avrebbe retto ancora per molto tempo. Questo potrebbe essere anche vero, ma bisognava considerare che prima o poi le regole del gioco sarebbero cambiate. Così, dinanzi ad un debito incalcolabile, la Federale Reserve e le Istituzioni americane hanno intrapreso una "caccia alle streghe" per dare all’opinione pubblica un senso di giustizia che non esiste, e guadagnare altro tempo per costruire le nuove alleanze. Venuta meno la fiducia e la credibilità nelle istituzioni - e il lancio di una scarpa contro Bush del giornalista iracheno ne è la dimostrazione - si è preferito mandare in prima linea Barack Obama, nel tentativo di arginare la totale disfatta. L’amministrazione Obama, da parte sua, è un semplice prodotto di marketing, una maschera da porre sul viso del vecchio e fallimentare partito democratico di Clinton, progettata proprio per evitare che lo stesso popolo americano si rivoltasse contro il proprio Presidente. Allo stesso modo, la stessa campagna giustizialista contro le Banche è divenuta una manovra di propaganda, in quanto sono già pronte le Fondazioni per far ripartire la macchina del debito e della produzione di ricchezza, magari sotto altre forme.

Il vero problema, invece, è il blocco del sistema produttivo, considerando che le aziende, che hanno bisogno di liquidità, si trovano in forte difficoltà e sono in cerca di espedienti che possano aiutarli a coprire almeno le spese e a chiudere questo biennio tragico. Anche in questo caso, tuttavia, bisogna fare una giusta distinzione tra piccole e medie imprese - la maggior parte delle quali a rischio fallimento - e le grandi società (ex) capitaliste, le quali camuffandosi da "socialisti" continueranno a rimanere in piedi, attuando delocalizzazioni e parziali nazionalizzazioni. Tutto, ovviamente, a spese dei cittadini e dei lavoratori, a cui viene chiesto un sacrificio eccessivo per garantire a se stessi e alle proprie famiglie il sostentamento. Ad esempio, pian piano vedremo come i primi stabilimenti italiani verranno chiusi, per direzionare gli investimenti in economie più giovani, in via di sviluppo, che beneficiano dei fondi per la ricostruzione, nonché di quelli del riciclaggio delle attività illecite perpetrate nelle economie "apparentemente" di diritto e dalla criminalità organizzata, tenuta in vita dalle nuove classi politiche democratiche.

Ad ogni modo, quelle istituzioni incrollabili ed eterne ben presto non esisteranno più, saranno solo dei concetti astratti che possono essere anche cambiati. Così, il Presidente Bush sarà ricordato per il lancio della scarpa di un umile giornalista iracheno, Barack Obama sarà l’uomo del cambiamento e dell’avvento dell’era cibernetica, le fonti di energia fossili saranno considerate degli ottimi sintetici di quelle rinnovabili "in tempo di crisi", mentre la "grande crisi globale" sarà l’alibi del fallimento del sistema capitalistico e degli Stati Uniti. Infine, la grande conquista dell’umanità, l'internet, sarà la nuova "gabbia d’oro" della nostra economia, dove vi è già un monopolista che si è impossessato di tutta l'informazione. In questo modo, apparentemente perfetto, nasceranno presto gli invisibili, la classe dei "clochard e dei mendicanti" cibernetici, che tuttavia non vedremo, perchè nel nostro cinema non potete vedere mai quello che c’è dietro il palco: questa è la nuova frontiera dell'internet.

17 dicembre 2008

ISP e informazioni: banche centrali e moneta del futuro


Mentre il sistema economico occidentale di sgretola, i nuovi "banchieri" preparano i caveaux delle Banche Centrali del prossimo futuro. È facile dedurre, chi saranno le entità detentrici degli strumenti che tutti utilizziamo ed utilizzeremo per lavorare, comunicare e vivere. Google, You Tube, Yahoo, Facebook, Skype, sono la nuova lobby cybernetica, che non ha bisogno di petrolio perché è cambiato il controvalore economico.
Se il sistema economico occidentale sembra sgretolarsi sotto i colpi dello scandalo delle "piramidi" di Bernard Madoff, dall’altra i nuovi "banchieri" preparano i caveaux delle Banche Centrali del prossimo futuro. Quando il panico e la propaganda della crisi economica avrà smesso di fare le ultime vittime, distruggendo i cocci della vecchia economia del "dollaro di carta", il passo successivo sarà quello di imporre nuove regole per ricostruire il mercato e far ripartire l’economia. È facile dedurre, a questo punto, chi saranno le entità detentrici degli strumenti che tutti utilizziamo ed utilizzeremo per lavorare, comunicare e vivere, perché saranno dei mezzi indispensabili. Google, You Tube, Yahoo, Facebook, Skype, etc., sono la nuova lobbies cybernetica, che non ha bisogno di petrolio perché è cambiato il controvalore Economico. La crisi è proprio questo, è la distruzione del controvalore numerario di oro e valuta, per far posto all’unità di valore intellettuale cibernetico, che può essere il "click" dei banner, la "impressione della pagina", il "download" e il numero delle "ricerche": questi saranno i parametri che misureranno le nostre prestazioni intellettive, la compravendita di servizi e merci, e la stessa visibilità sociale. Quello di cui parliamo è reale, e non è molto lontano dal presente in cui viviamo, la teoria della cybernetica nasce agli inizi del 1900 e in questi 100 anni si è sviluppata nelle sue forme per divenire "attuabile" ai meccanismi biologici e sociali dell’umanità.
Conoscere la cybernetica ci fa capire anche il vero significato del progetto OpenEdge di Google, la dimensione parallela dell'internet con contenuti fruibili a pagamento, che andrebbe a concretizzare anni di lavoro di preparazione e darebbe un senso a questo enorme sistema informatico creato per monopolizzare e mappare l’informazione nel web. Il progetto di Google prevede infatti di collocare i propri server all’interno delle farm dei fornitori di connettività, e su questi server verrebbero collocate informazioni e servizi, che usufruiranno di una corsia privilegiata e a banda larga, previo pagamento di un canone a Isp o compagnie telefoniche. E’ ovvio che, in tal modo, verrebbe stravolto l’intero sistema su cui è stato costruito Internet, perché non si avrebbe più il World Wide Web, bensì un sistema a due velocità, per due classi separate di utenti. Il progetto è tutt’ora in trattativa, e Google sta cercando di trovare il modo per scavalcare quelle norme di Antitrust e di "Net Neutrality" (la neutralità della rete), utilizzando però gli strumenti di sempre, ossia la lobby.

Ed è davvero strano che il direttore esecutivo di Google Eric Schmidt sia uno dei consiglieri di Obama: ma Obama non era l’uomo venuto dal basso che non aveva lobbies dietro di sé? Il grande inganno della gente, è proprio l’illudersi che questo tipo di "potere forte" non sia dannoso come una compagnia petrolifera o di produzione di armi. Tuttavia - come da noi spiegato in precedenza, e si veda La macchina pensante - per stabilire se un potere sia pericoloso o meno, bisogna anche stabilire che tipo di crimine commette, e dunque se intacca la sfera materiale, o quella intellettuale. In quest’ultimo caso si parla infatti di "crimine invisibile" compiuto da "macchine pensanti", che sono in grado di monitorare non solo l'accesso e il flusso di informazioni alle masse, ma riescono ad ostacolare le forze intellettuali e materiali dell’uomo.

Richard Whitt, dirigente di Google preposto ai rapporti con gli operatori TLC, per sgomberare ogni dubbio, ha precisato che si tratta solo di un’operazione di collocazione dei server, una pratica legale, che permette di ridurre i costi della banda, e lo staff di Obama, ha già trovato delle giustificazioni secondo cui "la velocità delle informazioni va pagata di più". Ma, comunque la si metta, la neutralità del web rispetto ai contenuti sarebbe comunque violata, in quanto la "competitività" di un sito sarà dettato dalla sua capacità di “viaggiare” a velocità superiori, cosa che andrà anche ad influire sulla qualità dei servizi forniti per le comunicazioni, le videoconfenze, l’accessibilità di più utenti. D’altra parte, gli Isp diventeranno come le Banche Centrali, mentre non tutti gli Stati potranno avere la possibilità di sviluppare una tecnologia che utilizza il sistema satellitare o cavi di interconnessione. È su questo dunque che si giocherà la guerra cybernetica, sull’accesso alle reti e alle informazioni, mentre la lotta agli hacker servirà solo per il sabotaggio o per coprire forme di spionaggio, come d’altronde accade oggi con il terrorismo. In questa guerra, gli Stati Uniti continuano a viaggiare dietro i contractors ( come Google o IBM) e ancora una volta imporranno un sistema di potere e di scambi che non tutelerà la sovranità del popolo, essendo sempre nelle mani di privati.

In un futuro non tanto lontano, vedremo come hacker, virus e spyware diventeranno i nuovi terroristi o i patrioti - a secondo dei punti di vista - che lotteranno contro il "signoraggio" imposto sulle informazioni e l’accesso alla rete. I primi segnali di questa guerra già esistono, e il messaggio proviene proprio dalla Russia. Gli agenti del Servizio federale di sicurezza della Russia (FSB) hanno individuato 38.000 spyware nella regione di Saratov contro solo 700 nel 2007, come se fosse avvenuto un massiccio attacco. Gli esperti dell'FSB hanno già detto che i servizi segreti stranieri e le organizzazioni terroristiche possono utilizzare alcune di queste applicazioni come "armi di informazione". Nel caso specifico, gli hackers della regione di Saratov hanno una reputazione a livello mondiale per le loro capacità di deviare i fondi da banche e bloccare i siti stranieri per riscatto, e sembra che i servizi segreti stranieri siano interessati anche al loro know-how. Questo deve far riflettere tutti su cosa stanno costruendo i pilastri della società e dell’economia: praticamente sul nulla, su sistemi elettronici e software che possono davvero imporre un controllo di massa.

16 dicembre 2008

Domagoj Margetic denunciato e ora rischia l'arresto


Dopo l'intervista rilasciata per Rinascita Balcanica, il Ministro degli interni croato ha denunciato per diffamazione Domagoj Margetic, che senza paura descrive giorno dopo giorno la collusione tra potere e mafia in Croazia e nella regione dei Balcani. Oggi in queste ore temiamo che Margetic possa essere arrestato. Per questo motivo, abbiamo deciso di dare il nostro sostegno alla sua causa, e invitiamo tutti voi ad unirvi al nostro appello per la libertà di informazione dei giornalisti che combattono contro i poteri forti.

Scriveteci ... >>>

15 dicembre 2008

Domagoj Margetic e i media in Croazia


Domagoj Margetic (nella foto) attraverso il suo portale web, www.necenzurirano.com , combatte ormai da due anni per la verità e la libertà dei media e del giornalismo investigativo in Croazia. Più volte è stato vittima di tanti casi montati su misura, allo scopo di sabotare il suo lavoro, libero da schiavitù e dal servilismo del giornalismo nei confronti dei poteri forti. Questo giovane, da anni cerca di dimostrare, con documenti e prove, il coinvolgimento delle strutture politiche nel crimine organizzato, con il supporto delle lobbies finanziarie, che hanno finanziato gli stessi media per poi controllarli e sottometterli alla macchina della propaganda e della manipolazione. Nell’intervista rilasciata per Rinascita Balcanica, Margetic ha illustrato la condizione di schiavitù del giornalismo in Croazia, ma soprattutto quanto è difficile essere un giornalista investigativo, che riesce a toccare i punti deboli delle strutture del potere politico e economico. Dietro la sua storia personale e professionale, si nascondono le dure conseguenze del giornalismo libero e indipendente dai poteri forti in una regione difficile come quella dei Balcani.

Come lei sa, il quotidiano on-line croato Javno ci ha accusato di aver screditato il Presidente Stipe Mesic, in relazione alla pubblicazione di un’analisi tratta dal suo portale. Abbiamo potuto notare, così, che molto spesso i giornali croati attaccano e criticano duramente chiunque contraddica la versione ufficiale che viene data da tutti i media. Cosa pensa a tal proposito?
E’ proprio così infatti, perchè in Croazia, da molto tempo, è divenuta un’abitudine lo scontro politico nei confronti di coloro che, senza alcun timore, criticano l'attuale situazione politica e la élite economica. Dobbiamo considerare che la maggior parte dei media croati sono in collegamento diretto con i finanziamenti e gli interessi dei poteri che proteggono una politica e una finanza "di élite". Le redazioni, senza prendere in considerazione gli standard etici-professionali giornalistici, assumono le difese degli interessi dei proprietari dei giornali, che nella maggior parte dei casi si nascondono dietro i finanziamenti e gli sponsor delle grandi compagnie che comprano lo spazio pubblicitario. In questo contesto, chi critica il regime e l’attuale élite al potere, viene etichettato come un nemico, umiliato sulle prime pagine dei giornali, oppure viene ignorato completamente, chiudendo ad un media indipendente ogni spazio per pubblicare testi, documenti o prove che possono compromettere la sfera corrotta e criminale. Oggi la censura sui media croati è molto più forte rispetto al periodo del comunismo. È una censura di "sete", che non potrà essere denunciata dalle associazioni di categoria, né dagli stessi giornalisti che, pur di avere una paga mensile e garantire stabilità e sicurezza al proprio lavoro, sono pronti a scrivere le "verità" ordinate dai loro committenti, che si nascondono dietro i nomi dei direttori e dei redattori. Quelli che non accettano questo tipo di giornalismo, corrotto, povero e prostituito, quelli che sono pronti a sfidare le conseguenze che possono subire e seguono la ricerca della verità, questi giornalisti non possono più scrivere in Croazia. Esistono le cosiddette "liste nere", ossia i giornalisti a cui è vietato pubblicare libri e testi, né quanto meno fare loro pubblicità. Queste liste di giornalisti "non graditi", sono decise direttamente delle forze politiche e finanziarie. I nostri colleghi non vogliono neanche sentir parlare di quelle liste, proprio perché traggono più vantaggio a scrivere tutto quello che viene ordinato loro.

Il vostro portale è un mezzo per rivendicare il diritto alla libertà di stampa in Croazia, o rappresenta qualcos'altro?
Dopo essere stato inserito nella lista nera ai giornalisti croati, i miei testi sono stati censurati, mi hanno chiuso ogni accesso per scrivere o pubblicare. I miei colleghi, a cui ho chiesto aiuto, mi hanno risposto che "dovevo essere cosciente che sono una persona non grata", e che era il caso che divenissi un dipendente presso la loro redazione. Per questo ho deciso di creare un portale internet indipendente, www.necenzurirano.com. L'idea di partenza era quella di pubblicare le notizie, informazioni e analisi di giornalismo investigativo che altri media croata non volevano pubblicare. Necenzurirano.com è divenuto poi nel tempo come un mezzo di protesta contro la condizione in cui si versano i giornalisti in Croazia, nonché l'unico modo per combattere per la libertà dei media e della stampa. È ovvio che questa strada ha due importanti implicazioni. Noi non accettiamo nessun accordo finanziario con gli sponsor, perché non possiamo perdere la nostra posizione indipendente. Tutti quelli che hanno offerto una sponsorizzazione ci hanno chiesto di non scrivere nulla contro la loro azienda o i loro partner, e questo per me era inaccettabile. Come potete notare, il nostro portale Necenzurirano.com non accetta sponsor, perchè non siamo pronti fare questi giochi sporchi per gli interessi di qualcun altro. La nostra credibilità, e la nostra indipendenza è conosciuta all’interno della regione e vogliamo mantenerla, non abbiamo paura di portare alla luce le prove della criminalità organizzata, della corruzione, del riciclaggio di denaro con il coinvolgimento delle banche e del Governo croato, e così del collegamento della élite croata con le sfere più corrotte della Comunità internazionale nelle operazioni del traffico d'armi, del terrorismo e del narco-traffico internazionale, con quello delle sigarette.

Abbiamo notato che ogni giorno i giornali cambiano la loro chiave di lettura politica sullo stesso caso, come accaduto con l'omicidio di Ivana Hodak e di Ivo Pukanic. Da un punto di vista più critico ed imparziale, si può vedere come il modo di fare informazione rispecchia l’immagine tipica del giornalismo del regime. Come può commentare ciò?
Posso definire questa incoerenza giornalistica come un caso tipico dei modelli di funzionamento dei media in Paesi che attraversano una fase di transizione, in quanto formalmente assicurano tutte le condizioni per un’informazione libera, ma attraverso dei canali non formali, limitano la libertà di espressione giornalistica e informativa. Con invisibili e sottili meccanismi nascosti, viene imposta una censura e un’auto-censura. Il miglior modo per farvi capire è spiegare proprio in caso dell'omicidio di Ivana Hodak e Ivo Pukanic. I media e i giornali prima hanno fornito delle informazioni, e subito dopo hanno cominciato un coordinamento nascosto tra istituzioni, Governo, servizi segreti, polizia e infine media, che sono diventati uno strumento d'indagine della polizia, ma anche di manipolazione, di diffamazione, dove la disinformazione ha controllato l’informazione. Correggendo la tendenza in atto, hanno cominciato a pubblicare la versione della politica ufficiale, su richiesta del Ministero degli interni, dei servizi segreti e della polizia. Così, i giornalisti, invece di portare avanti le indagine di omicidio tramite i fatti, di criticare il ruolo del potere attuale e lo scopo degli omicidi, invece di scrivere sul collegamento tra le istituzioni ufficiali e quelli che hanno ordinato gli omicidi per scoprire i legami segreti tra criminalità organizzata nei Balcani, invece di fare tutto questo, sono diventati dei veri mercenari e strumenti di propaganda per la polizia e i centri di potere. Nessun media - e sono convinto che è stato tutto organizzato - ha detto una parola sui collegamenti della mafia albanese e del clan Osmani con le strutture che oggi sono al potere, sopratutto con il presidente Stjepan Mesic, Amir Muharemi e Tomislav Karamarko. Al contrario, con storie del tutto false, i media hanno portato avanti una campagna criminalista contro dei personaggi, per coprire le tracce dei veri mandanti. Un comportamento che deriva proprio dagli stretti legami esistenti tra la politica e i circoli criminali nei Balcani. Molti sono stati i media e i giornali nati grazie ai fondi occulti della criminalità organizzata accumulati sui conti correnti esteri. È chiaro e assolutamente logico, che i media devono ora ripagare tutti loro debiti contratti con la mafia politica, i servizi segreti e la criminalità organizzata.

Il vostro sito è stato spesso oggetto di attacchi hackers da parte del Ministero degli Interni croato. Questo significa che in Croazia siete considerati come un vero pericolo per la sicurezza nazionale?
È proprio così. Dal 2001, fino ad ora ho subito più di 350 interrogatori da parte della polizia, sono stato arrestato otto volte e dal 2002 al 2005 mi hanno tolto illegalmente il passaporto per impedirmi di uscire dalla Croazia. Questa estate, uno dei membri dell'Agenzia di sicurezza SOA - guidato da Tomislav Karamarko, ora Ministro degli Interni - Zarko Pesa, detto "conte", mi ha minacciato telefonicamente, dicendomi che "aveva l’ordine di uccidermi" e ovunque mi trovavo, mi avrebbero preso e tagliato la testa. Karamarko, messo a conoscenza di tali minacce, non ha fatto nulla per proteggermi o per indagare sulle minacce che avevo ricevuto. Durante molti interrogatori mi hanno mostrato le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche, definendomi "operazione interessante". In questi ultimi 7 anni ho avuto quattro persecuzioni nel mio appartamento, due volte mi hanno rubato il computer e altri strumenti di lavoro. Sono intimidazioni che possono esser fatte liberamente in un Paese dove i media sono sotto controllo e che possono alzare in poco tempo un grande polverone. Ciò che c’è di più pericoloso, sono invece le pressioni dei giornali indipendenti e maggiormente critici. Quando non volete giocare come dicono loro, cominciano a montare casi falsi per intentare causa contro di voi, per qualcosa che non ha nulla a che vedere con il giornalismo o per spingervi a scrivere quello che loro desiderano. Ed è quello che hanno fatto contro di me. Dai ricatti sono passati alle minacce, e infine mi hanno tenuto in carcere 15 mesi, portando avanti un processo su un caso montato di sana pianta, ed esercitando pressioni contro i testimoni, con il coinvolgimento dello stesso Tomislav Karamarko. Ad aiutarmi, allora, è stato l'ex Presidente del Comitato di Helsinki per i diritti umani, Zarko Puhovski, grazie al quale è stato dimostrato che il caso era tutta una montatura. Dopo numerose proteste, sono stati cancellati i 15 mesi di carcere, ma resta il sapone amaro che, in qualsiasi altro momento, potrò essere di nuovo vittima di un altro caso montato. Infatti, mia madre - di oltre 60 anni e prossima alla pensione - questo settembre è stata licenziata dal suo lavoro presso il Ministero delle Finanze, come messaggio del Ministro Ivan Suker - dopo molte altre intimidazioni - per impedire la pubblicazione del mio libro "La mafia bancaria", ossia del dossier segreto della criminalità organizzata del riciclaggio di danaro della Hypo Banka. Molti mi hanno avvertito che i servizi segreti mi seguono e intercettano le mie telefonate, che persino tra i miei amici ci sono delle spie. Tuttavia non do molto peso a queste cose perchè non ho nulla da nascondere, oltre alle mie fonti, perché pubblico tutto quello che scopro . Il comportamento della polizia e dei servizi segreti sono solo un'isteria del regime davanti ad un giornalista. Questa è la loro debolezza, non la mia. Sono loro il vero pericolo per la sicurezza nazionale e la stabilità della Croazia.

Recentemente abbiamo assistito ad alcuni vostri interventi sui media della Republika Srpska, nei quali avete apertamente criticato i politici bosniaci e il loro collegamento con i mujaheedin. Così facendo, avete tolto il velo che copre gli occhi dei politici in Bosnia, che in questi anni hanno presentato i serbi, dinanzi alla Comunità internazionale, come "aggressori e criminali". Nei vostri articoli avete accusato i politici bosniaci e croati come i veri colpevoli del supporto della rete terroristica in BIH. Lei crede che il rischio di islamizzazione della Bosnia sia ancora attuale?
Assolutamente, perchè l’élite politica, rappresentata da partiti come SDA o SBiH, non ha eliminato l’ideologia di Alija Izetbegovic, proclamata nel suo libro "La dichiarazione islamica". Lui e i suoi collaboratori, Haris Silajdzic, Bakir Iyetbegovic, Hasan Cengic, Ejup Ganic, etc., avevano un piano ben preciso, ossia la pulizia etnica sul territorio della BiH pianificando la creazione di uno Stato islamico nel cuore dell'Europa. Izetbegovic non è stato molto saggio, ma sicuramente molto astuto nella presentazione delle sue idee all'Europa sulla Bosnia che voleva ( una Bosnia con meno del 15% di serbi e croati, etnicamente pulita dalla presenza di questi due popoli). Il suo Governo ha presentato queste idee alla Comunità Internazionale, ripetendo tutto quello che l’Europa voleva sentir dire, come la multietnicità e la convivenza dei tre popoli costitutivi. Allo stesso modo, si sono comportate le strutture dei poteri degli islamici radicali, collegati a loro volta con una infrastruttura terroristica internazionale. Hanno così costruito una rete terroristica con un supporto finanziario, logistico e operativo. A capo di tutto questo, vi era Alija Izetbegovic. All’interno di questa struttura esistevano Ministeri paralleli, soggetti indipendenti, sia civili che militari, servizi segreti paralleli, aiutati per la maggior parte da collonneli siriani e iraniani. Questa struttura esiste ancora, e Sarajevo ha assunto un ruolo simile a quello di Damasco o di Teheran.

Che si voglia crederlo o meno, la diagonale Sarajevo-Zagabria-Teheran-Damasco rappresenta ancora oggi un vero pericolo per la sicurezza europea e internazionale. Il problema del terrorismo in Bosnia, non va analizzato in maniera isolata, ma come parte di un fenomeno regionale, con una forte base logistica in Croazia, dove ancora oggi arriva una parte dei terroristi addestrati per fornire un supporto logistico, come nel periodo di Franjo Greguric, quando attraverso la Croazia arrivano terroristi in Bosnia, di cui 400 membri dei servizi segreti iraniani Vevak. Non solo terroristi, ma anche i rifiuti nucleari, che, tramite il porto di Sebeniko venivano trasportati in Iraq, Iran , Qatar e Libia. Il collegamento di questa rete con la Croazia, dimostra anche il fatto che il capo gabinetto del Presidente Stipe Mesic è un certo Amir Muharemi membro del clan Osmani, e che per i suoi legami con la criminalità organizzata e il terrorismo ha dovuto lasciare la sua carriera diplomatica nell’ONU su richiesta diretta dell’US State Departement. L'attuale Ministro degli interni Tomislav Karamarko, è stato inoltre a capo dell'ufficio del Premier Franjo Greguric, che conduceva le operazioni di traffico di uranio in Iran.
Suo genero, Osman Muftic, ha svolto a Teheran un importante ruolo di collegamento tra i servizi segreti iraniani, Izetbegovic, Silajdzic e Greguric. Lo stesso Karamarko ha un ruolo importante per i servizi di sicurezza in Croazia, e, dietro quella maschera democratica, i suoi collaboratori sono collegati con le infrastrutture terroristiche della Bosnia, Montenegro, e Albania. Si considera infine che oggi la Croazia presiede il Consiglio di Sicurezza ONU e ha così la possibilità di avere accesso ai documenti più delicati e segreti sul terrorismo e la criminalità organizzata, mentre al potere vi sono personaggi come Karamarko, Muharemi, Mesic (amico di Ahmadinejad e Gheddafi), che hanno portato il terrorismo e la ciminalità in Croazia.

Vi sono molteplici prove documentali che dimostrano il coinvolgimento di Alija Izetbegovic e di altri politici della Bosnia, per la maggior parte militanti dell'SDA e che sono ancora al potere, che hanno responsabili della pulizia etnica del popolo croato e serbo. Come si spiega il fatto che, a distanza di anni, nessuno di loro è stato processato per i crimini compiuti?
La Comunità Internazionale ha scelto quello musulmano come unico popolo "vittima" nella Bosnia Erzegovina, dimostrando, dinanzi al mondo islamico, di voler aiutare i bosno-musulmani. Allo stesso modo, in Kosovo hanno reso i musulmani di nuovo delle vittime. Questa è un falso gesto di correttezza nei confronti del popolo musulmano, quando vi sono le prove dei crimini e massacri terroristici compiuti nei Balcani, e mai visti in Europa. Il terrorismo in Bosnia viene perpetuato da circa 90 anni, e la Comunità Internazionale ha cercato di nascondere il suo coinvolgimento della costruzione di questa rete terroristica. La stessa Interpol, sulla base delle indagini delle intelligence austriache e tedesche nel 1996, ha chiuso il dossier di Alija Izetbegovic. Perché questo? Credete che lo stesso Paddy Ashdown, uomo dei servizi segreti britannici, non sapeva nulla dell'esistenza dei terroristi e delle loro infrastrutture? Certo che lo sapeva, ma taceva su tutto, perché in Bosnia vi sono due eserciti di contractors collegati alla rete terroristica, ossia i mercenari pagati dalla compagnia DSL (Defence Systems Limited) e la Crown Agents. Dinanzi alla documentazione e ai fatti, che confermano l'esistenza terroristica, nessuna persona intelligente potrà più negare la loro presenza in BiH.

In alcune occasioni, avete confermato il coinvolgimento di Haris Silajdzic all’interno di strutture terroristiche, e allo stesso tempo anche all’interno della Comunità Internazionale sono state sollevate numerose accuse nei suoi confronti. Secondo lei, questo gesto implica che finalmente la Comunità Internazionale ha deciso di non collaborare con chi era al potere negli anni della guerra, o rappresenta un modo per imporre la democrazia occidentale tramite azioni di criminalità organizzata come è accaduto in Croazia?
Credo che l’Europa abbia ancora un'immagine contorta sulla situazione croata o bosniaca. La Comunità Internazionale ha cominciato ad accusare Haris Silajdzic dopo che il team di esperti per l’Europa sud-orientale, ha presentato il rapporto su terrorismo e criminalità organizzata, dimostrando il collegamento di Haris Silajdzic e Al Qaeda. Questo potrebbe essere il segnale che, finalmente, la Comunità Internazionale abbia capito dove sia il vero pericolo, ossia quei politici corrotti e coinvolti all’interno delle strutture della criminalità organizzata, da cui sono a loro volta ricattati. Questo potrà essere fatto solo con un'azione ben organizzata della Comunità Internazionale.

Come molti sanno, lei e il suo portale siete stati bersaglio di minacce ed intimidazioni per fermare il vostro lavoro di giornalismo investigativo. È molto difficile, dunque, essere “Domagoj Margetic” in Croazia?
Sono sempre minacciato e i miei amici hanno davvero paura che sia giunto il momento, in cui tutte le minacce si potranno avverare. Anche alcuni agenti di polizia dalla buona volontà, mi consigliano di restare in silenzio perchè "posso finire male", ma credo che lei - come collega - possa capire perchè non faccio quello che mi consigliano. La mia scelta è di non entrare nel silenzio, perché accettare questa condizione significa scendere a patti con quella mafia che combatto da anni. Spesso mi chiedono se ho paura, ma è ovvio che ho paura, è anche normale, ma d'altra parte non ho alternativa! Semplicemente, non vorrei diventare un "venditore di verità", come la maggior parte dei miei colleghi e dei media in Croazia, soltanto perchè questa vendita mi potrà assicurare uno status agevolato e una vita più sicura. Ma comunque, ho sottoposto la vostra domanda a molti dei miei amici più cari, che sanno bene quanto è difficile essere “Domagoj Margetic” in Croazia. Uno di loro, giornalista professionista da anni, mi ha detto: "Domagoj, puoi capire che l'ultima violazione del tuo sito era una prova del tuo omicidio virtuale?". Tanti mi hanno avvisato che questo potrà essere uno degli ultimi avvertimenti prima che si avvereranno quelle minacce che durano ormai da anni. Mi hanno anche offerto di andare via. Ma se tutti scappiamo, chi rimarrà, chi continuerà a dire la verità? Se tutti noi accetteremo di cadere nel silenzio come sarà domani la Croazia?In questi momenti, ricordo le parole di mio padre: “E’ più importante attraversare la città a testa alta”. Ed è così che devo continuare, scrivendo e cercando, al contrario di quello che ci dicono, ossia di star zitti e di fare i loro lavori sporchi.

12 dicembre 2008

Automobili: un altro fallimento controllato


La crisi finanziaria ha avuto come prima grande vittima privilegiata il settore automobilistico. Non vi sono dubbi, però, che questa grande bolla propagandistica della crisi finanziaria, costerà molto di più ai lavoratori, che alle grandi industrie. Da una parte potranno cancellare i propri debiti grazie al "fallimento assistito" o ai finanziamenti statali, e dall’altra apriranno la strada a nuove dinamiche di concentrazione dei mercati, con scalate e fusioni. ( Foto: stabilimento GM di Detroit in rovina)

È ormai certo che la crisi finanziaria ha avuto come prima grande vittima privilegiata il settore automobilistico. Comunque la si veda questa recessione dell’industria dell’automobile, le sue cause possono essere facilmente ricondotte ad una pessima gestione "diversificata" delle risorse finanziarie delle industrie, e solo in minima parte alla riduzione delle vendite, all'aumento costo della manodopera e delle materie prime. Il primo terremoto finanziario delle banche, ha inevitabilmente portato con sé nel baratro anche quelle società che avevano fatto dell’attività speculativa la loro gestione caratteristica, mentre quella produttiva era passata sicuramente in secondo piano. D’altra parte, il crollo della produzione nel mondo occidentale porterà probabilmente ad una ripresa della delocalizzazione nei Paesi che dispongono di un mercato di consumatori più ampio e di un accesso alla manodopera specializzata a basso costo, e in questo i mercati dell’est offrono interessanti scenari. I casi noti sono molti, e vanno dalla Ford e Renault in Romania, alla Fiat in Serbia, considerando che in questi mercati, la minaccia di ritorsione della crisi occidentale sugli investimenti diretti esteri, renderà i Governi più flessibili.

Non vi è alcun dubbio che questa grande bolla propagandistica della crisi finanziaria, costerà molto di più ai ceti medi e ai lavoratori, piuttosto che ai grandi magnati delle industrie che, da una parte, potranno cancellare i propri debiti sulla scia del fallimento o grazie ai finanziamenti statali, e dall’altra apriranno la strada a nuove dinamiche di concentrazione dei mercati, con scalate e fusioni. Ritornano, in questo senso, le parole dell’amministratore delegato Fiat Sergio Marchionne che, nella sua analisi sul futuro del mercato dell'automobile, ha chiaramente affermato che "fra i costruttori di massa potrebbero sopravviverne solo sei : uno statunitense, uno tedesco, uno franco-giapponese con una possibile ramificazione in Usa, uno in Giappone, uno in Cina, e infine resterebbe spazio per un altro soggetto europeo". "I costruttori potranno sopravvivere solo con una produzione superiore ai cinque milioni e mezzo di auto l'anno - continua - un target che attualmente è raggiunto a livello mondiale solo da General Motors, Toyota, Ford, Volkswagen e Renault-Nissan", afferma Marchionne. Peccato che tra quelli citati vi siano molti operatori già in grande difficoltà come GM, Ford e Volkswagen. Per cui, siamo sempre più convinti che, se il mercato lo faranno le imprese con maggiori "utenti" (consumatori), l’attuale crisi su cui si specula tanto è solo un modo per superare il fallimento e non pagare i propri debiti.

Ad ogni modo, bisogna fare le dovute distinzioni ed analizzare in maniera distinta i casi dei costruttori americani e di quelli europei. GM, Ford e Chrysler si trovano in una posizione particolarmente delicata, avendo chiesto un'assistenza da parte del Governo americano di 25 miliardi di dollari, durante la metà di novembre, e di aiuti di emergenza di 15 miliardi per questo fine settimana. GM attualmente ha bisogno di un miliardo di euro al mese, Ford di circa 700 milioni di euro; tra un po' di tempo, o almeno entro la fine dell 'anno, GM avrà bisogno di 4 miliardi di euro, e Chrysler di 7 miliardi di euro. Le voragini all'interno dei loro bilanci derivano più da una catastrofica gestione finanziaria oltre che industriale, considerando che al di là del calo delle vendite, pari forse al 40% rispetto al 2006, devono fare i conti il crack delle tecniche di finanziamento a cui hanno fatto ricorso, come ad esempio una politica di finanziamento delle pensioni estremamente costosa. Questo è il caso della General Motors, all'interno della quale è fallito il fondo pensioni dei suoi ex lavoratori e la compagnia assicurativa finanziaria, sacrificando così il comparto industriale.

Ufficialmente, tuttavia, la causa del fallimento GM è il calo dei consumi, il caro petrolio, la crisi globale. Ed infatti, poco importa ai grandi costruttori americani se il Senato approvi o meno il piano di salvataggio dell’industria automobilistica, in quanto rimane sempre la possibilità di entrare in amministrazione controllata, e dietro il fallimento, evitare di pagare i propri debiti. Resta pur sempre l'ipotesi di attingere ai fondi del piano del Tesoro da 700 miliardi di dollari destinati al salvataggio delle banche. I repubblicani sembrano comunque più favorevoli ad un passaggio al "Chapter 11", considerando che sotto la protezione del fallimento, si potrà congelare le passività sociali e finanziarie e migliorare le condizioni per una possibile ristrutturazione. Poco importa se il fallimento causerà più di 600.000 disoccupati diretti, e milioni di disoccupati indiretti, tra linee di subappalto per le forniture e distribuzione, con una perdita di redditi pari a centinaia di miliardi di dollari, oltre ad una perdita di 80 miliardi di euro. Infine, il fallimento sarebbe certamente dannoso per creditori, debitori e concessionari, con la conseguente scomparsa di clienti o fornitori comuni ad altre società. C'è dunque da decidere - come spesso accade, e l'Italia in questo senso insegna molto - tra provocare una reazione a catena dalle conseguenze disastrose, o concedere un aiuto immeritato, verso imprese gestite male, con strutture troppo grandi e non efficienti.

Occorre inoltre considerare l'impatto anche all'estero, visto che la crisi del settore automobilistico statunitense non sembra necessariamente limitata al suolo americano. Si pensi al caso della filiale tedesca di GM, Opel, cerca ora l'aiuto dei Governi dell'Europa centrale e orientale, mentre alla Germania ha già chiesto un finanziamento immediato di un miliardo di euro. Così mentre Opel ha trasferito in passato miliardi di euro alla sua società madre, GM viene meno alle sue responsabilità e continua a battere cassa anche in Europa. Lo stesso sta accadendo in Russia, dove, anche se il mercato automobilistico russo cade meno rapidamente, alcuni impianti sono fermi, come lo stabilimento Ford di San Pietroburgo. Per i lavoratori della Ford Vsevolozhsk la società ha annunciato un taglio sui salari degli operai di circa un terzo, mentre il piano di produzione per il 2009 passerà da un aumento del 2,4% (2008) ad uno del'1,9% (125.000 unità).
Allo stesso modo, sul fronte europeo non vi sono prospettive più rosee e la paura del blocco industriale sta provocando non poche distorsioni, perchè indurrà i Governi e prendere decisioni un po' troppo impulsive. In realtà, ciò a cui assistiamo sul mercato automobilistico lo abbiamo già visto con il settore bancario: la minaccia del fallimento delle banche non solo ha mobilitato i Governi e le Banche Centrali, ma ha provocato una completa riconfigurazione delle quote di mercato. Molte banche sono sparite, altre sono state accorpate in altri gruppi, ma i debiti comunque non sono stai pagati. Ancora, molti dipendenti sono stati licenziati, mentre sono cambiate le politiche del credito, la concezione del prestito-mutuo e i finanziamenti del credito al consumo. Nulla di diverso accadrà per le industrie delle automobili, le quali non si faranno scrupoli di mettere a repentaglio i propri lavoratori pur di non pagare di tasca propria i loro errori. Allo stesso tempo, chi si sentirà più forte comincerà a "mangiare" il pesce grande in difficoltà, usando la delocalizzazione come strumento di difesa, e perchè no, di finanziamento. I nuovi mercati saranno disposti ad accogliere investimenti e nuove industrie, nonchè ad offrire loro i finanziamenti attribuiti dai fondi di sviluppo europei ed internazionali, e a creare condizioni agevoli per l'insediamento. Ecco, dunque, che è iniziata la nuova corsa alla conquista del controllo dei mercati.

11 dicembre 2008

La macchina pensante


Il massiccio controllo del sistema d'informazione è nelle mani di macchine pensanti. Queste sono in grado di monitorare non solo l'accesso e il flusso di informazioni alle masse, ma riescono ad ostacolare le forze intellettuali e materiali dell’uomo. Le macchine pensanti possono controllare i movimenti e le scelte dei consumatori, degli elettori e dei cittadini, fino ad indurre la "morte intellettuale" della società.

La classe media, il popolo, la massa sembra sempre uniformemente identica e omogenea, e, anche se gli esseri umani che popolano questo pianeta aumentano, l’élite resta la stessa, con un rapporto rispetto all’itera popolazione ormai costante. Allo stesso modo, l'accesso all'informazione è talmente basso da incidere in maniera rilevante sullo sviluppo e l’evoluzione dei popoli, e provocarne così il suo appiattimento. Nel corso della storia, i popoli hanno creato dei fenomeni di massa quando hanno fatto delle rivendicazioni sindacali, oppure quando avvertivano che delle determinate situazioni non erano a loro favorevoli, e dunque per ottenere potere d’acquisto e diritto al "consumo", che oggi è alla base della economia mondiale del processo di espansione del capitale delle nostre società. Oggi senza questo processo di contrapposizione tra massa-capitale, i popoli sono considerati "sottosviluppati".

Le masse occidentali credono di avere un potere e dei diritti, ma è così solo in apparenza; forse lo hanno avuto in passato, e con il tempo le loro prerogative sono passate nelle mani di speculatori, dei gruppi industriali e dei capitalisti. Questi, tramite il loro potere di comunicazione-informazione, muovono le masse facendo leva sui loro consumi. Gli "invisibili" - come chiameremo le entità economiche che gestiscono questo sistema vitale - hanno capito che, nutrendoci con dei beni materiali e culturali medio-bassi, possiamo essere manipolati mediante un piccolo slogan e dei discorsi politici. Le masse, oggi, non fanno altro che alimentare i potenti, e trasmettere ancora potere a nuovi gruppi di speculatori. Questo ci fa capire come "emigrano" gli interessi delle grandi multinazionali che portano il cosiddetto sviluppo economico, ossia verso il consumo, oltre che verso le risorse da sfruttare. Quando un Paese diviene consumatore di un prodotto, su di lui si concentra anche un grande interesse: dove ci sono miliardi di consumatori oppure di individui, i distributori riescono a trarre un vero potere dalle loro materie prime.

Ciò che lubrifica questa macchina è proprio il sistema informativo, mediante il quale manipolare le masse dove si vuole che esse vadano: l’informazione diventa la chiave dello sviluppo dei popoli, e per questo si apre con il contagocce. Le televisioni, con centinaia di canali televisivi e milioni di telespettatori non hanno per nulla progredito le masse, anzi le hanno condotte verso il vicolo cieco dell’ignoranza e del consumismo. Immaginate che se qualcuno cerca qualche informazione del 1968 consultando giornali o libri, non troverà nessuna informazione culturale e storica, che possa essere considerata come una prova documentale su cui uno storico può lavorare. È chiaro che gli invisibili esistono, e si nascondono dietro la politica, le banche, il segreto, la scienza, il giornalismo. Tuttavia, dobbiamo considerare che non ci possono essere degli uomini che controllano tutto questo, non vi sarebbero risorse o uomini a sufficienza

Esistono per questo delle macchine pensanti, che ostacolano le forze intellettuali e materiali dell’uomo che vogliono contribuire a cambiare la società. Le macchine pensanti si mobilitano per la non-mobilitazione delle masse. Tramite sistemi di dati statistici, algoritmi, catalogazioni speciali e super computer, nasce la biometria, che poi sarebbe il metodo Bertillonage, un sistema di identificazione rapidamente adottato in tutta l’Europa continentale e inseguito anche a Londra. Il primo metodo d’identificazione scientifico biometrico fu sviluppato nei laboratori del carcere di Parigi da Alphonse Bertillon (23 aprile 1853 - 13 febbraio 1914). Il suo metodo consisteva nella rilevazione delle misure fisiche dei detenuti, in quanto l’ossatura umana non cambia più dopo il ventesimo anno d’età ed ogni scheletro è diverso per ciascun individuo. Da qui, si è giunti ad elaborare un sistema volto ad incamerare dati sulle persone, imponendo la biometria con l’introduzione dell’identità elettronica, e dunque con i passaporti e i documenti personali che conservano le informazioni dell’individuo che le possiede.

Le macchine pensanti possono dunque controllare i movimenti e le scelte dei consumatori, degli elettori e dei cittadini, ma la loro pericolosa funzione si spinge ben oltre. Possono infatti "uccidere" il piccolo e il grande rivoluzionario, tale che, gli uomini che hanno creatività, tramite questo sistema, vengono pian piano consumati fino a farli morire. Bisogna considerare il fatto che la morte di un essere umano avviene in due tempi, dove l'atto terminale è la morte fisica, quasi sempre preceduta da un'azione intellettuale. Questo significa che un uomo, che ha fatto dei progetti e tanti sacrifici per migliorare se stesso, in un certo momento della sua vita comincia a considerare il tempo come se si fosse fermato. Decide così di invertire la tendenza del suo vivere quotidiano, sia gradatamente che bruscamente, ed è costretto in questo a fare delle valorizzazioni dei risultati ottenuti, dei tagli per approdare all'abbandono progressivo dello sviluppo del suo avvenire.
L'individuo va dritto verso la morte fisica. Questa lunga agonia incosciente è una sclerosi intellettuale, che annuncia inevitabilmente la morte fisica dell'individuo. Se si riporta questo fenomeno su un’ampia scala, e dunque ai gruppi, ai partiti e persino alle nazioni, si può osservare la dinamica dell’arresto dell’evoluzione della società. Molte volte viene organizzata una rivoluzione per non cadere in questa situazione, com’è accaduto per la rivoluzione francese, la rivoluzione russa e anche quella cinese. Ma, riflettendoci, quante solo le vere rivoluzioni a cui assistiamo oggi? Nonostante il mondo sia tormentato da migliaia di conflitti e guerre, pochi di questi sono delle rivoluzioni volte ad evitare la morte intellettuale di un popolo. Il crimine invisibile dunque esiste, perchè esiste non solo la morte fisica, ma anche quella intellettuale. Non è un caso che l’etnocidio è stato cancellato dai codici giudiziari, come crimine compiuto per la distruzione di una cultura, di una lingua o di una etnia. Questo perchè ci hanno sempre mentito sulla vera esistenza dell'uomo, da dove proviene e qual è la sua naturale evoluzione. Conoscenze, tuttavia, che sono state sfruttate dalle generazioni di speculatori che si sono alternati nei secoli, e hanno imbrogliato l'evoluzione umana.

La nostra umanità, con l’avvento della cibernetica può solo cambiare, in meglio o in peggio, e anche questa volta lo decideremo noi. Entrando nella cybernetica, inserendo la società in tutte le sue sfumature in un sistema elettronico, è possibile eliminare la minuziosa classificazione dei crimini. Le macchine pensanti analizzano statisticamente i comportamenti umani, arrivando ad una classificazione di tipi di individui molto precisa e anche inesorabile, con la creazione di liste di gruppi di criminali ben scanditi (liste nere, liste rosse, liste bianche, etc. ). Le persone vengono controllate, circoscritti e resi immuni da una struttura appositamente creata. Tuttavia, continueranno a prevalere determinati reati, come ad esempio il terrorismo: la sua categoria giuridica di solito è molto vaga, riesce ad inserire molte fattispecie, imponendo inoltre regole molto severe. Attentati o guerriglie di disordine sociale, anche per una banale partita di calcio, vengono facilmente equiparati ad una sparatoria all’interno di una banca o di un supermercato. In un futuro, saranno gli attacchi cybernetici ai sistemi elettronici delle strutture della difesa nazionale o della polizia, ad essere definiti terroristici. Allo stesso tempo, la difesa dei propri dati e delle informazioni degli Stati potranno essere considerate operazioni di anti-terrorismo. Se la cybernetica possa o meno evolvere l’umanità dipende dalle regole che verranno create per il suo utilizzo, che saranno i nuovi codici giuridici e le nuove costituzioni. Non vi è dubbio, tuttavia, che la nostra umanità cambierà, e noi siamo testimoni della nuova era.

10 dicembre 2008

Il potere ortodosso avanza e Barack lancia la guerra cybernetica


Il Patriarcato Ortodosso russo otterrà presto l'assegnazione della Chiesa russa di Bari, che sarà consegnata dal Governo italiano alla presenza delle alte istituzioni di Italia, Russia e Vaticano. Dietro questo evento di "comunione ecumenica" tra le religioni cristiane, vi è un profondo significato politico. Mentre la Russia avanza nella sua guerra economica, gli Stati Uniti si preparano alla nuova guerra cibernetica, con l'istituzione di una Commissione di Cibernetica, che coordinerà tutti i dipartimenti di sicurezza e di difesa del Paese.

La morte del Patriarca Alessio II, ha solo rinviato temporaneamente la consegna da parte del governo italiano al patriarcato ortodosso di Mosca, e dunque alla Russia, della Chiesa russa di Bari. Si tratta della storica Chiesa ortodossa che lo Zar russo fece costruire agli inizi del XX secolo per accogliere i pellegrini russi che si recavano a Bari per adorare le reliquie di San Nicola. La cerimonia, che si doveva tenere lo scorso 6 dicembre, avrebbe visto la partecipazione del Presidente russo Dmitri Medvedev, il Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano, alcuni rappresentanti del Vaticano e del Patriarcato di Mosca. Dietro questo evento di "comunione ecumenica" tra le religioni cristiane, vi è un profondo significato politico, giunto a termine interminabili negoziati che, probabilmente, riscriveranno la storia del Sud Italia. Nel 1937, l'edificio divenne proprietà del comune di Bari, ma solo nel marzo del 2007, in occasione della visita dell'allora premier russo Vladimir Putin a Bari, sono state intraprese le trattative per la consegna della chiesa ai russi. Inoltre, molto presto verrà edificata a Roma la prima chiesa ortodossa russa, tra l’altro molto vicina alla grande Basilica di San Pietro.

Sono segnali questi molto importanti, che indicano come il Governo italiano e lo stesso Vaticano hanno raggiunto uno storico accordo con la Russia e la Chiesa Ortodossa, che farà da ponte per una nuova alleanza economica e politica. Un’alleanza che era stata preannunciata proprio dal nostro media e dalla Etleboro ONG, il primo ad aver parlato dell’esistenza del servizio segreto ortodosso e del pericolo ortodosso, dinanzi al quale la chiesa cattolica italiana doveva necessariamente fare un accordo. La presenza di una voce russa così forte sul territorio italiano, come quella del patriarcato russo, farà da vettore politico per riunire questi due mondi così lontani. Il Sud Italia diventerà destinazione di investimenti ma anche origine di nuovi flussi migratori verso la Russia, e non più verso l’America, e la storia potrà ancora cambiare. Già oggi avvertiamo i primi segnali di cedimento di un’Europa che si sta spaccando in due parti, sono i colpi delle nuove alleanze che si sono formate accanto alla Russia, che portano alcuni degli Stati Europei sempre più lontano dall’America. Così mentre Berlusconi va in Albania promettendo l’ingresso in Europa, la Commissione sconfessa le grandi promesse e avverte Tirana sulla necessità di prestare attenzione alle regole per l’integrazione.

Nel frattempo, oltreoceano, i vertici USA preparano a tavolino la nuova Guerra, che sarà sempre più invisibile ma non meno inesorabile. Il Presidente Barack Obama ha annunciato infatti la creazione di un nuovo consiglio presso la Casa bianca, il Consiglio della sicurezza "cibernetica", per combattere - come riportano le fonti ufficiali - contro gli "hackers, i pirati di internet, le spie nemiche" . Questa commissione, a cui parteciperanno tre suoi uomini fidati già operanti nell’Amministrazione Clinton ed esperti di elettronica, dovrà ideare una "rete difensiva" dei ministeri e delle agenzie americane, contro ogni violazione esterna. In realtà sarà uno dei dipartimenti più importanti della difesa americana, in quanto coordinerà le difese di tutti i ministeri e le agenzie statali, dalla Cia al Pentagono e dall’Fbi al Tesoro. Il sistema "cibernetico" che verrà creato sarà una vera arma "offensiva" che l’America utilizzerà per imporre la nuova guerra virtuale, e continuare a perpetuare un controllo delle risorse mondiali, che questa volta saranno misurate in "dati e informazioni". Questa rappresenta non solo la prova dell’esistenza della nuova guerra, ma anche del "crimine invisibile" che è stato da sempre denunciato dalla Etleboro come la forma di crimine più pericolosa, perché gli Stati non possiedono ancora gli strumenti per contrastarlo.

Non solo non vi sarà alcuna riforma del sistema economico e finanziario globale, ma la Federal Reserve rimarrà comunque ad imperare, mentre accanto ad essa verrà costruita la nuova Banca Centrale Mondiale e il Ministero della cybernetica, mediante il quale difendere ma anche violare i sistemi informatici ed elettronici degli "Stati nemici". E quando parliamo di sistemi, ci riferiamo non solo a quelli che controllano i dati delle Agenzie di sicurezza e dei Ministeri, ma anche quelli delle banche, degli Istituti di Statica, del Genio civile, dei CNR e delle infrastrutture energetiche. Questa è una guerra sotterranea, aspettando la nuova Guerra cybernetica americana, che partirà proprio da server pirata, proprio come al tempo delle navi. Dinanzi a tali nemici, non esistono armi o sistemi di difesa, né si potrà distinguere tra amici e non amici, saremo tutti bersagli di ritorsioni o rapine mascherate da "false collaborazioni". Sarà allora che capiremo la differenza tra una tela e una rete, e se i Governi ammetteranno che esiste veramente il crimine invisibile, contro il quale sono ancora totalmente impreparati. Noi sappiamo cosa significa "crimine invisibile", e che oggi è possibile creare un buco all'interno di questa rete con dei domini di vari livelli, e scomparire in un labirinto, che è possibile attaccare un server senza essere rintracciato, perché basterà modificare qualcosa all’interno del pc. I criminali saranno come inesistenti, irrintracciabili e persi nel labirinto elettronico. Allora non potranno certo dare la colpa ai Casalesi, alla mafia, ad Al Qaida, non sarà neanche colpa dei serbi, o di Mladic e Karadzic che stanno attentando alla sicurezza dei server da un bunker con qualche pc pirata. Obama se la vedrà "nera" quando sarà costretto a dire, proprio come ha fatto Bush, che il nemico invisibile è ancora Bin Laden, che bisogna scatenare una nuova guerra per catturarlo e giustiziarlo.

Così, quello che si preannunciava come il Presidente del cambiamento e della rivoluzione del mondo, si è rivelato ben presto un’arma ben più pericolosa, perché è riuscito ad ingannare le masse facendo credere di essere la risposta al fallimento degli Stati Uniti. Dopo la festa, l'ubriacatura di massa, tutti acclamavano la venuta del Presidente venuto dal basso, dal web, l’uomo che avrebbe pagato i debiti e salvato il popolo americano. Alla fine non accadrà nulla di tutto questo. Cosa farà allora Obama quando la Guerra sarà planetaria e invisibile?Obbligherà la gente ad impiantare un microchip sottopelle, in nome e per conto della guerra alla cybernetica? Ne abbiamo visto di guerre umanitarie, dittatoriali, terroristiche, ma quella per un chip sarà la Guerra di un Presidente che non ha assolutamente il pensiero e gli ideali di Martin Luter King, bensì quello di un googliano, di un uomo che sta creando una nuova civiltà umana attraverso il web. Questa è la risposta degli Stati Uniti al fallimento e alla paura del crollo del sistema globale, mentre la Russia avanza nel Mediterraneo inesorabilmente, cambiando gli equilibri interni in Europa e nelle Nazioni Unite: due strategie che viaggiano senz'altro con una forte differenza temporale, che vede purtroppo l'America fallita di Obama in netto vantaggio nella guerra cybernetica, mentre la Russia ha già vinto la guerra economica risollevandosi da un fallimento.