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21 febbraio 2011

Le rivoluzioni franco-britanniche

Roma/Balcani - "Il Nord-Africa è in fiamme, un'escalation di rivolte trasformatesi ben presto in guerre civili. Questa è la guerra del Mediterraneo, volta a tracciare le nuove sfere di influenza energetiche e sottrarre ogni controllo all'Italia". secondo il quale sono ormai evidenti le manipolazioni delle campagne di disinformazione e dei falsi giustizialismi, volti a creare le "false rivoluzioni colorate" e così delle nuove false capitali islamiche. Un grande ruolo è ora svolto da Internet e dai social-network che rivelano così un volto molto pericolo, ossia di strumento per la creazione di assembramenti e riunioni di protesta, così come per il coordinamento delle grandi masse. In gioco vi sono gli interessi dei giganti petroliferi degli antichi colonizzatori franco-britannici dell'Africa, che con Total, Chevron, Exxon, Shell e BP hanno tracciato i propri imperi energetici, decidendo ora la destituzione di quei Governi che loro stessi hanno contribuito a creare. L'Italia, con i suoi piccoli giganti, è ora costretta ad arretrare sempre di più, vedendosi quasi costretta a lasciare Tripoli e la lunga serie di cooperazioni economiche sottoscritte con Gheddafi, mentre da sola dovrà affrontare l'ondata dei rifugiati che premono sulle coste di Lampedusa.

Tali eventi non potranno non avere un'eco anche nei Balcani, dove i Governi dalla stabilità già precaria rischiano di essere bersaglio di manifestazioni incendiarie, viste le implicazioni etnico-religiose sempre in gioco. Si ingrossano così i forum e i blog che fomentano odio, malcontenti, scontri, utilizzando ogni banale pretesto per accendere le micce degli scontri. Dall'aumento dei prezzi al congelamento delle pensioni, dalla costruzione di una Chiesa all'espropriazione di un terreno. Le zone calde nell'area balcanica sono tante, primo tra tutti il Sangiaccato che rivendica l'autonomia e maggiori diritti per l'etnia bosniaco-musulmana, seguito poi dalla Bosnia Erzegovina, polveriera in cui vengono trafficate troppe armi e troppo esplosivo, ed infine la Macedonia che non ha ancora risolto l'equilibrio interno macedone-albanese. I governi, in questa guerra silenziosa, non hanno strumenti per monitorare queste nuove realtà, in cui vi sono programmi specializzati volti ad innescare conflitti inter-etnici ed interreligiosi, tutto questo gestito in maniera trasnazionale. "I media non rappresentano più la libertà di stampa, ma sono diventati solo ed esclusivamente dei cartelli di disinformazione e di provocazioni, sono delle società private con degli interessi economici. La nuova "rivoluzione internettiana" serve unicamente a cambiare le zone di influenza e a mettere al potere governi-fantoccio ingovernabili -  -.L'Italia resta a guardare impassibile questo scenario paradossale, in cui sia la Russia che l'America o l'Inghilterra, e persino l'ultimo paese sperduto, possono infliggere ovunque un qualsiasi colpo.

01 giugno 2009

Gas, petrolio e nucleare: si prepara la strategia post-crisi


Sia il vertice Russia-UE di Khabarovsk che il G8 dell'Energia di Roma non sono riusciti ad elaborare un piano congiunto per lo sviluppo dei progetti dell'energia, rilevando così la grande divisione su temi che in sostanza vanno ad incidere anche sulla sicurezza nazionale. Allo stesso modo, anche il grande problema delle forniture di gas tra Mosca e Bruxelles si è tradotto in un vicolo cieco, in quanto restano fortemente divergenti le posizioni delle due parti.

I recenti vertici tra gli alti rappresentanti delle otto potenze del mondo hanno evidenziato la profonda divisione degli Stati nella pianificazione di una strategia energetica. Sia il vertice Russia-UE di Khabarovsk che il G8 dell'Energia di Roma non sono riusciti ad elaborare un piano congiunto per lo sviluppo dei progetti dell'energia, rilevando così la grande divisione su temi che in sostanza vanno ad incidere anche sulla sicurezza nazionale. La Conferenza di Roma, dal tema "Oltre la crisi. Verso un nuovo mondo di energia", non ha aiutato a definire come affrontare i nuovi progetti al fine di garantire la sicurezza energetica e uno sviluppo stabile di post-crisi, rimandando tutto al vertice del G8 che si terrà in Italia dall'8 al 10 giugno. In particolare, la relazione presentata durante l'incontro con l'Agenzia internazionale dell'energia (AIE) ha rilevato come il consumo globale di energia elettrica nel 2009 si ridurrà del 3,5% (dato risalente alla Seconda Guerra Mondiale), ipotizzando un aumento degli investimenti nel settore energetico dopo la crisi, ossia quando l'industria ad alto consumo di energia ripartirà (come il settore siderurgico).

Un aumento che potrebbe sorprendere gli Stati impreparati ad affrontare il fabbisogno della ripresa economica, tanto che l'AIE si aspetta un disavanzo di petrolio nel 2012, in considerazione del fatto che la capacità globale di estrazione del petrolio si è già ridotta di 2 milioni di barili al giorno, e, se questa tendenza continua, l'economia mondiale perderà 4,2 milioni di barili di petrolio al giorno nel corso dei prossimi diciotto mesi. Il vertice si è concluso con la firma di una dichiarazione congiunta da parte dei ministri dell'energia dei paesi del G8 e dei rappresentanti di 23 paesi emergenti, di cui quattro membri della OPEC con l'Arabia Saudita; una dichiarazione che chiama i partecipanti della riunione di Roma ad effettuare investimenti nel petrolio senza attendere l'inizio della ripresa economica. Per far questo, ritengono che sia ipotizzabile aumentare il prezzo del petrolio, passando dagli attuali 60 dollari al barile a circa 75 dollari, trovando qui ampi sostenitori ma anche forti oppositori, i quali non vogliono mettere a rischio la stabilità della propria economia in un momento così delicato. Pertanto, il problema su come garantire gli investimenti nel settore energetico in tempi di crisi non ha avuto ancora una risposta concreta.

Allo stesso modo, anche il grande problema delle forniture di gas tra Mosca e Bruxelles si è tradotto in un vicolo cieco, in quanto restano fortemente divergenti le posizioni delle due parti, soprattutto in riferimento alla progettazione della nuova base giuridica per la cooperazione internazionale in materia di energia, per rivedere i principi del trattato per la Carta dell'Energia firmato nel 1991, e formulare il principio di prevedibilità delle forniture di materie prime energetiche. La Russia infatti chiede che la nuova Carta dell'Energia contemperi anche gli interessi dei paesi produttori, e non solo di quelli consumatori. Tuttavia, il Commissario europeo per l'Energia, Andris Piebalgs, ha respinto la proposta russa, affermando che "la Carta è stata firmata e ratificata da tempo da molti paesi, pertanto è impossibile da confutare", oltre che "la proposta russa - secondo i funzionari europei - è troppo vaga", e non va a garantire la sicurezza dei consumatori europei. Il disaccordo si è trasformato pian piano in scontro dopo che un rappresentante di Gazprom ha accusato Piebalgs d'incompetenza e la Commissione europea d'inerzia durante il conflitto del gas tra Russia e Ucraina. Quest'ultima, da parte sua, ha risposto che, prima di far progredire il dialogo sull'energia è necessario che la Russia ripristini la fiducia dei 27 paesi membri dell'Unione europea. Allo stesso tempo, ha annunciato che la nuova strategia energetica europea riguarda la riduzione del 5% di importazioni di gas entro il 2020 e l'aumento del consumo di energia atomica come "combustibile alternativo blu". Anche in questo caso, però, l'Unione Europea dovrà acquistare dalla Russia combustibile nucleare per le sue centrali nucleari, così come hanno fatto gli Stati Uniti. Da tali vincoli, nasce la nuova controversia della necessità di individuare nuovi canali da cui acquistare l'uranio, come ha deciso, infatti, la Francia.

Per quanto riguarda il consumo di gas russo, l'UE intende mantenere l'attuale livello di 300 miliardi di m3 all'anno, mentre Gazprom si prepara ad aumentare le forniture per l'Europa portando a 500 miliardi di m3 all'anno nel 2030. Con riferimento alla gestione del transito del gas, la Commissione Europea propone di istituire un meccanismo di allarme rapido in caso di insorgenza di rischi connessi al transito, come parte del prolungamento della Carta dell'Energia . Nei fatti, non si è giunti a nessun accordo e, nel corso della conferenza stampa dopo il vertice di Khabarovsk, il Presidente russo Dmitri Medvedev aveva confermato la posizione della Russia sulla necessità di sviluppare nuovi accordi in materia di sicurezza energetica per sostituire quelli che esistono oggi, aggiungendo che la Russia non aderirà alla Carta attualmente in vigore. Tuttavia, secondo la stampa russa, il fatto che la Carta ha cessato di essere il fondamento del dialogo tra la Russia e l'Europa è un fatto positivo, in quanto i leader europei sono ora costretti a riconoscere la necessità di nuovi accordi, il cui contenuto dovrebbe essere discusso con la Russia.

Resta però il problema di Kiev, in quanto Mosca ritiene che il normale consumo di gas in Ucraina, come condizione per la stabilità del regime di transito di gas, non sarà garantito a spese di Gazprom per la fornitura dello stoccaggio di gas. L'Ucraina ha infatti bisogno di un prestito pari a di 5 miliardi di dollari, a cui la Russia è pronta a partecipare, in cooperazione con l'Unione Europea, a condizione che Bruxelles riconosca che è impossibile effettuare l'ammodernamento del trasporto del gas, o anche la creazione di un consorzio che gestisce la rete, senza la partecipazione di Mosca. La Russia parteciperà al finanziamento dell'Ucraina per finanziare l'acquisto di gas, se il processo è supportato da Europa e le sue istituzioni finanziarie, ha rilevato un portavoce del Cremlino. A tal proposito Vladimir Putin ha inviato alla direzione dell'Unione europea, una lettera in cui propone di creare un pool di creditori internazionali, per occuparsi della situazione attuale che riguarda la fornitura di gas per l'Ucraina e il transito attraverso il suo territorio per l'Unione europea. L'Europa avrà sicuramente interesse a continuare la cooperazione per il mercato del gas, ma allo stesso tempo è divisa a causa delle pressioni derivanti dalle lobbies del petrolio e quelle del nucleare. Per cui se da una parte si schiera Russia, Italia e Germania, dall'altra vi sono Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna. Entrambi sono gruppi di interesse che agiscono ormai come società multinazionali, che individuano il proprio mercato e per esso lottano. In questa guerra pochi sono compromessi e, qualora vi siano, spesso derivano dal bilanciamento di altri affari. Caso esemplare, gas-automobili: due settori perfettamente complementari.

19 dicembre 2008

Recessione e deflazione: l'industria rischia il blocco


Dopo lo scoppio della bolla dell’inflazione, siamo dinanzi al pericolo della contrazione deflazionistica derivante dalla recessione. Gli Stati Uniti hanno già preso una prima posizione, decidendo di azzerare i tassi della Fed e dei Fed Funds, per rilanciare investimenti e consumi. Dall'altra parte, il cartello dell'OPEC ha deciso di contrarre la produzione di petrolio per sostenere i prezzi. Entrambe le misure possono essere efficaci nel breve periodo, ma lo saranno anche tra alcuni mesi?

I primi segnali del tracollo del prezzo del petrolio e del dollaro non sono bastati a mettere in allarme le Banche Centrali e i Governi sull’immediato cambiamento dello scenario economico. La bolla dell’inflazione è subito scoppiata, e ora siamo dinanzi al pericolo della contrazione deflazionistica derivante dalla recessione in cui l’economia è entrata. In realtà gli Stati Uniti sono già nell’occhio del ciclone della deflazione, dopo che nel mese di ottobre si è assistito ad un calo dell'1% dei prezzi al consumo, la più alta che sia stata mai registrata su base mensile in questi ultimi sessant’anni. I prezzi al consumo sono diminuiti quasi della metà, mentre le quotazioni immobiliari, dopo un crollo del 17% in un anno negli Stati Uniti, cominciano a ridursi anche in Europa dopo la crescita incontrollata di soli pochi mesi fa. L’iperinflazione ha infatti reso domanda e offerta eccessivamente sensibili, creando speculazioni e bolle finanziarie destinate a mantenere sollevato solo artificialmente il mercato. Questa fase è stata, tuttavia, solo temporanea in quanto dopo pochi mesi si sono azionate le dinamiche di stagflazione, che hanno invertito i processi dell’inflazione: l’aumento dei prezzi non ha spinto ad un aumento della produzione in quanto la domanda si è rallentata sempre di più, considerando che il potere d’acquisto dei salari non è cresciuto di conseguenza. L’indebitamento generalizzato delle persone e delle imprese, se in una prima fase ha alimentato un consumismo sfrenato, successivamente ha avuto un’onda d’urto spaventosa.

Ed è proprio il blocco della produzione e la liquidazione dei debiti a creare questa spinta deflazionistica. Gli operatori economici sono troppo indebitati e vendono i loro beni a basso prezzo, mentre, dall’altra parte, difficilmente troveranno qualcuno disposto ad acquistarli, in quanto l’accesso al credito è scarso e manca liquidità nelle casse dei Governo e delle imprese. Pian piano le persone vedono i propri beni svalutarsi con il logorio della riduzione dei prezzi generalizzata, e dunque le proprietà, le case, le auto perdono man mano il loro valore, dopo che lo stesso mercato le aveva sopravvalutate. A questo punto però subentra un’altra dinamica, che è quella psicologica del consumatore, che continua a rinviare i propri acquisti per via della crisi o perché spera che si riducano ancora di più, e delle imprese, che rinviano gli investimenti o le assunzioni, perché temono delle conseguenze rischiose o sperano di ottenere manodopera a più basso prezzo. La caduta dei prezzi aumenta, inoltre, anche l'onere del debito, che, quando i prezzi diminuiscono, è sempre troppo costoso. Ed è proprio sul costo del debito che le Istituzioni finanziarie possono far leva, in maniera da annullare anche il costo del denaro, il quale dovrebbe divenire neutrale rispetto alla dinamica degli acquisti. In tale direzione va la decisione del Governatore della Federal Reserve Ben Bernanke, che ha deciso di azzerare i tassi della Fed e dei Fed Funds ( il tasso del mercato interbancario americano ) stabilendo una forchetta che va dallo zero allo 0,25%, proprio come fece la Banca del Giappone (Boj) negli anni ’90 portando il costo del denaro a quota zero . Allo stesso tempo, annuncia che la Federal Reserve acquisterà titoli pubblici a più lungo termine, al fine di stabilizzare anche in futuro i tassi di interessante, riducendo l'aspettativa di un rialzo nei mesi successivi. Tuttavia, come la storia recente insegna, tali misure possono rivelarsi anche inefficaci, come accaduto in Giappone, che dopo una breve ripresa dell’economia è caduto di nuovo nella spirale deflazionistica, sulla spinta delle dinamiche globali.

A muoversi contro la deflazione, sono anche i produttori di petrolio che, allarmati dalla continua riduzione della quotazione del barile di greggio, hanno ufficialmente annunciato un calo della produzione di 2,2 milioni di barili al giorno, mentre a partire da settembre l’offerta di petrolio sarà pari a 4,2 milioni di barili. A muoversi con l’OPEC è anche la Russia, che annuncia una riduzione di 485-488 milioni di tonnellate entro la fine del 2008, decidendo di non aderire al cartello - in quanto il suo meccanismo non è direttamente applicabile alla Russia - e di limitarsi alla semplice stabilizzazione della produzione. Riteniamo, però, opportuno osservare che questa contrazione del prezzo del petrolio non dipende dal mercato del petrolio, bensì da quello della produzione e dell’economia reale. Se il prezzo del petrolio diminuisce è perché si sta riducendo la domanda, e non perché c’è un’eccessiva offerta che va a rendere il prezzo della materia prima più conveniente. Come l’aumento del costo del greggio era stato indotto, nei mesi scorsi, dalla speculazione del dollaro, così oggi la sua riduzione deriva da dinamiche esterne, come la riduzione degli acquisti a causa del rallentamento dell’economia, o magari della stessa crisi, che spinge gli Stati ad utilizzare maggiormente le proprie scorte o fonti di energia diverse. Il rallentamento della produzione industriale non è da sottovalutare, considerando che rappresenta il risultato di una dinamica che, a catena, coinvolge molti settori. Basta prendere in considerazione il blocco del settore automobilistico, che ha provocato non solo la riduzione della produzione di veicoli, ma anche delle componenti, della distribuzione e dunque della logistica, per non parlare dell’impatto sul settore siderurgico ed estrattivo. Proviamo adesso a sommare il calo di produzione di ogni settore, e a moltiplicarlo per la relativa domanda di energia: otterremmo di conseguenza una riduzione degli acquisti di petrolio. Solo l’industria dell’acciaio ha ridotto la sua produzione del 20%, con maggiori conseguenze per la Cina (-12%) e il Nord America (-38,4%), per un volume di 89 milioni di tonnellate. La crescita della produzione nei primi undici mesi del 2008 è stata ridotta allo 0,9%, pari a 1,224 miliardi di tonnellate, secondo il World Steel Association (ex International Iron and Steel Institute, IISI). Il calo ha raggiunto il 24,8% nell'Unione europea, 16,1% nel resto d'Europa, 17,8% in Sud America, il 35% in Africa e 9,2% in Oceania. E così, mentre il gigante dell'acciaio Arcelor Mittal sta progettando significativi tagli e riduzioni significative nella produzione, il gruppo svedese SSAB (acciai speciali) ha recentemente annunciato che si sarebbe eliminare 1.300 posti di lavoro a causa del forte rallentamento della domanda.

Ciò premesso, i cari produttori di petrolio potranno solo contenere nel breve periodo le loro perdite, ma se non vi sarà una ripresa dell’industria, non ripartirà neanche il mercato del petrolio. In tal senso, forse la Russia ha preso una saggia decisione nel non aderire al cartello e di mantenere una propria indipendenza, in quanto in questo modo avrà la possibilità di negoziare sulle singole trattative a seconda della reale domanda. Ad ogni modo, è in questa fase delicata per le economie dei Paesi più industrializzati e di quelli in via di sviluppo, agire sugli investimenti energetici, in particolar modo nelle fonti rinnovabili. In tal modo sarà possibile far ripartire la produzione industriale, creare occupazione e dare ossigeno all’intero sistema del credito e del consumo. Si potrà anche frenare quelle dinamiche di deflazione indotte dalla "svendita" delle risorse e dei beni, in quanto si andrà a creare una prospettiva futura di crescita.

12 settembre 2008

Nel bel mezzo della recessione...


La forte speculazione sui prezzi delle materie energetiche, spinta dalla crisi sui mercati finanziari, ha gettato l’economia dei Paesi in una fase di stagnazione economica molto pericolosa in quanto rappresenta una fase temporanea e immediatamente precedente rispetto all’ulteriore deterioramento delle condizioni che portano alla vera recessione. In altre parole, ciò che abbiamo visto sino ad oggi è stato solo l’inizio del declino dell’economia dei Paesi europei e degli Stati Uniti, creando una situazione ideale per parassiti e allibratori.

Se qualcuno aveva ancora dei dubbi che i Paesi occidentali erano entrati in recessione, i recenti dati aggregati sull’andamento dei consumi, della produzione industriale e dei prezzi fanno maggiore chiarezza. La forte speculazione sui prezzi delle materie energetiche, spinta dalla crisi sui mercati finanziari, ha gettato l’economia dei Paesi in una fase di stagnazione economica molto pericolosa in quanto rappresenta una fase temporanea e immediatamente precedente rispetto all’ulteriore deterioramento delle condizioni che portano alla vera recessione. In altre parole, ciò che abbiamo visto sino ad oggi è stato solo l’inizio del declino dell’economia dei Paesi europei e degli Stati Uniti, creando una situazione ideale per parassiti e allibratori. Un primo dato allarmante giunge proprio dal mercato del petrolio dove un barile di Brent viene scambiato per 98 dollari, toccando il minimo da febbraio, mentre a New York il barile di greggio ha toccato i 102,58 dollari. Quotazioni senz’altro elevate, ma decisamente inferiori alle previsioni che stimavano rincari sino ai 200$, e una produttività a pieno regime. Una tale contrazione viene imputata dai bollettini finanziari all’apprezzamento del dollaro, ma lanciare tali analisi approssimative è davvero ridicolo, considerando che si è avuta una certa ripresa della moneta statunitense, ma non così decisiva.

Dopo aver sfiorato un controvalore con l’euro di 1,50, si attesta questa mattina a 1,41 lasciando fondamentalmente invariata la situazione sul mercato valutario, senza gravi ripercussioni sul movimento di capitali. Anche perché, parlandoci chiaro, la situazione sul mercato finanziario statunitense è davvero grave e preoccupante, essendo in piena recessione economica e industriale. Il salvataggio di Fannie Mae e Freddie Mac ha dato una boccata di ossigeno che è durata a malapena due giorni, prima di cadere nell’incubo del fallimento con il tracollo della Lehman Brothers, colpita gravemente dalla crisi dei mutui subprime e sprofondata in borsa e ormai vale solo 2,7 miliardi di dollari, contro i 40 miliardi di un anno e mezzo fa. Il Tesoro Usa è dovuto di nuovo intervenire per mediare tra un gruppo di possibili acquirenti, ripetendosi così quanto accaduto con il gigante Bear Stearns: la Fed allora promise 30 miliardi di dollari a JP Morgan per salvare la banca. Questo dunque dimostra che il mercato finanziario è ancora in crisi, le speculazioni finanziarie continuano e le banche falliscono, mentre la produzione industriale si ferma, e lo spettro della disoccupazione avanza persino nelle metropoli più ricche e avanzate. Allora, escludendo l’apprezzamento del dollaro e la ripresa del mercato finanziario, perché il prezzo delle risorse energetiche diminuisce nonostante l’intervento dell’OPEC? Ma soprattutto, perché le tariffe di luce e gas, nonché i prezzi e l’inflazione aumentano?

È chiaro che le forze che premono sul prezzo del petrolio non sono di natura valutaria o finanziaria, ma derivano dall’economia reale che pian piano, anche in maniera impercettibile, si ferma. E non parliamo solo degli Stati Uniti, ma anche dell’Unione Europea che nel mese di luglio ha registrato una riduzione dello 0,3% su base mensile, e su base annua un decremento dell'1,7%. La contrazione resa nota dall'Istituto di Statistica dell'Unione Europea (Eurostat), seppure prevista dagli analisti si è rivelata ben peggiore delle attese, in quanto è stata la più forte caduta congiunturale. Dei dati che spiegherebbero anche perché il tasso di cambio euro/dollaro ha forzato un nuovo livello al ribasso, scendendo sotto quota 1,40 e tornando ai livelli dello scorso anno pari a 1,39. Spicca inoltre la forte caduta sulla produzione di beni di consumo, sia di quelli non durevoli, ossia quelli della vita quotidiana, che di beni intermedi e beni strumentali. Dunque la produzione industriale sta diminuendo sempre più, in relazione alle forze economiche che avevano gettato l’economia in una fase di stagflazione ( si veda Inflazione e recessione: le Banche hanno già una soluzione ). L'aumento dei prezzi dovuto ad uno shock esogeno ( aumento del petrolio, crisi finanziaria, speculazioni) ha portato ad un iniziale aumento della produzione e dell’offerta di beni, che tuttavia non è stata recuperata dalla relativa domanda in quanto i salari hanno subito una continua erosione a causa dell’inflazione. La riduzione dei consumi sta così decretando il rallentamento della produzione industriale: le industrie chiudono rami di produzione, falliscono o delocalizzano.

In generale, la domanda di energia da parte dei grandi colossi industriali si sposta dai Paesi Occidentali, a quelli Orientali, i quali tuttavia non hanno ancora il potere "geopolitico" per influire sulle quotazioni borsistiche, tale che il prezzo del petrolio comincia la sua lunga discesa. È importante a questo punto ricordare che il rapporto Global Risks 2008, redatto dal World Economic Forum (WEF) discusso in occasione della conferenza annuale di Davos a fine gennaio, aveva avvertito sul rischio di recessione derivante da una caduta libera in seguito al raggiungimento del picco di inflazione( si veda Il WEF avverte sul possibile crollo dei prezzi ) . Siamo in realtà molto vicini al cuore della crisi finanziaria globale di questa "stagione 2008" che è iniziata con i record estremi del prezzo del petrolio, e sta finendo con il declino della produzione, per entrare in una piena fase di recessione.
L’impotenza dei Governi è evidente, visto che le tariffe per servizi, utenze ed energia, non accennano a dimuire, per non parlare poi dei tassi di interesse. La Banca Centrale Europea ha infatti deciso di mantenere invariati i tassi di interesse applicato alle operazioni di rifinanziamento principali e i tassi di interesse sulle operazioni di rifinanziamento marginale e sui depositi presso la banca centrale, si legge in una nota, rimarranno invariati rispettivamente al 4,25%, al 5,25% e al 3,25%. È necessario in realtà, proprio adesso, una risposta delle autorità nei confronti dell’economia reale, che dia respiro alle imprese, che impedisca ulteriori fallimenti, l’erosione monetaria dei salari e guidi verso un’ottimizzazione degli sprechi e delle risorse "intelligente". Uno scenario che non sarebbe apocalittico se non vi fossero grandi gruppi societari che riescono a controllare il mercato generale del consumo, e quello industriale. Decidono selvagge colonizzazioni di ogni mercato con prospettive più favorevoli, ignorando le esigenze dell’economia sostenibile. Dinanzi a tali colossi, non basteranno i decreti "dei 100 giorni" che strappano piccole concessioni sulle dilazioni dei mutui o il blocco degli interessi, perché con la recessione non si scherza.

30 maggio 2008

Dare e avere


L’epoca in cui viviamo è definitivamente segnata dalla "piaga economica" della speculazione che ormai ha invaso tutti i settori vitali per la sussistenza umana. Ma cosa sta provocando realmente l’aumento del prezzo del petrolio? In realtà sono i fondi di investimento, le borse e gli affaristi che creano questo immenso arteficio della manipolazione della domanda e dell'offerta.

Dare e avere. Questo è il concetto su cui è stato basato il nostro sistema economico e sociale, in un continuo alternarsi di offerta e domanda garantendo così l’equilibrio tra risorse disponibili e il loro sfruttamento sulla base di leggi economiche secondo le quali ogni eccesso dell’uno o dell’altro provoca un discostamento da tale punto di stabilità, che nel lungo periodo verrà riassorbito e stabilizzato. Tuttavia, le entità economiche sono riuscite a truccare il meccanismo grazie all’introduzione di nuove tecnologie di informazione, grazie alle quali una determinata offerta di un bene può essere moltiplicata in maniera fittizia, in maniera tale da soddisfare la domanda oltre il suo limite di equilibrio. Si pensi ad un centralino che può soddisfare non più di 20 chiamate, ma sottoscrive 200 o 2000 contratti, basandosi sul concetto che i clienti non contatteranno mai contemporaneamente quel centralino. Un chiaro esempio di ciò che parliamo è il sistema bancario, che emette prestiti 100 o 1000 volte i suoi depositi in virtù del fatto che i depositanti non chiederanno mai in massa la restituzione dei propri crediti. Grazie a questo meccanismo è possibile manomettere l’intero sistema di domanda e offerta, imporre un determinato livello dei prezzi e stabilire il livello di produzione di un qualsiasi bene, e così alimentare le speculazioni. Che sia chiaro, le leggi economiche sono state da tempo manomesse, e non sono più valide dato che non esiste alcun limite alle speculazioni, con un grave impazzo sul nostro sistema sociale.

L’epoca in cui viviamo è definitivamente segnata dalla "piaga economica" della speculazione che ormai ha invaso tutti i settori vitali per la sussistenza umana. Il rincaro dei prezzi dei prodotti alimentari ha alterato le produzioni, i sistemi di coltivazione e la qualità di ciò che mangiamo, riducendo ai limiti della sostenibilità i regimi di alimentazione e causando le cosiddette guerre della fame. La manipolazione è arrivata al punto tale da compromettere la sopravvivenza di interi popoli e di vere e proprie etnie, che muoiono pian piano con la scomparsa della biodiversità vegetale e alimentare. Una catastrofe che non ha sconvolto più di tanto i Governi occidentali, considerando che l’aumento dei prezzi dei beni alimentari viene sostenuto con la riduzione del consumo del vestiario o di beni voluttuari, oppure con il consumo di beni a basso costo provenienti dalla Cina. Al contrario sembrano essere molto più preoccupati dell’aumento del prezzo del petrolio che mette in crisi quello stile di vita di benessere, ormai dato per scontato. In altre parole, noi siamo molto più spaventati dall’idea di dover rinunciare ad un bene di lusso, rispetto alla paura di morire di fame, che incombe invece sui Paesi poveri.

Ma cosa sta provocando realmente l’aumento del prezzo del petrolio?

Ormai un barile di greggio si attesta approssimativamente intorno ai 130$ il barile, e si teme che entro la prossima settimana si toccheranno i 140$. Di tutta risposta, il livello dei consumi di prodotti petroliferi si è ridotto di solo 1-2%, mentre gli approvvigionamenti continuano a livello sostenuto, senza un evidente eccesso di domanda, né una riduzione della produzione: non vi è stato, dunque, nessun cambiamento tra domanda e offerta di petrolio, eppure il prezzo è aumentato del 100 o 150% da un anno all’altro. Cade anche la vecchia convinzione secondo cui il prezzo del greggio venga stabilito dal cartello dell’OPEC - che al momento controlla solo il 40% della produzione mondiale - o solo dalle società petrolifere, che sicuramente profittano dalla situazione, ma non ne sono i principali artefici. Non possiamo neanche credere agli analisti finanziari che ci dicono che i prezzi sono stati drogati da "una scarsità di derivati", tale che il petrolio grezzo è prodotto in quantità sufficienti ma le raffinerie non riescono a fornire la benzina necessaria. Inoltre, vi è chi afferma che i prezzi rimangono alti perché sostenuti dalla domanda della Cina - dove le importazioni di prodotti petroliferi aumenta ancora a dismisura - o dallo scarso gettito di produttori non appartenenti all'Opec. In realtà sono i fondi di investimento, le borse e gli affaristi che creano questo immenso arteficio. Si stima infatti che depurando i mercati dalla speculazione e considerando il solo confronto di domanda e offerta, il petrolio avrebbe una quotazione di non oltre i 50-60$ il barile, che rispecchierebbe a pieno il livello di approvvigionamento dei mercati. E così i Governi e le autorità restano ferme, dichiarano dati ufficiali di inflazione al 2,5% e una disoccupazione del 6% quando in realtà il rincaro è del 10% e il disavanzo del mercato del lavoro è del 13%, mentre i fondi speculativi impongono una tassa planetaria che ha un gettito di 5 miliardi di dollari al giorno. Un sacrificio mondiale che inevitabilmente si ripercuote sulle classi più deboli, come i popoli ai limiti della povertà, gli immigrati, che diventano vittime di persecuzione, di rappresaglie e di vendette. Imponendo la strategia del terrore energetico possono imporre nuove norme per la regolamentazione dei flussi immigratori, maggiori controlli con tecnologie biometriche, magari installare migliaia di centrali nucleari, e far fruttare quei vecchi brevetti destinati all’estinzione. Nuovi business, nuovi guadagni, ma soprattutto una nuova legge economica di domanda-offerta.

22 maggio 2008

La nuova inflazione


La guerra delle risorse, la corsa ad accaparrarsele, è cominciata e caratterizzerà il futuro : è la nuova inflazione, che esce fuori dagli schemi tradizionali che usano ancora economisti e banchieri centrali. E’ una bestia nuova, signori e signore.

Il petrolio ha chiuso sopra 126: la più importante commodity del mondo ha ora messo a segno un rialzo di oltre il 30% da inizio anno e si è raddoppiata negli ultimi 12 mesi. Va tenuto presente inoltre che per dieci anni dal 1996 al 2005 il petrolio ha quotato in media meno di 30 dollari. Siamo quindi 4 volte quel livello, e la corsa non accenna a fermarsi, manovre come quella della scorsa settimana che lo aveva riportato a 110 falliscono miseramente.
Non credo sia una coincidenza che il + 30% di quest’anno sia esattamente uguale all’incremento registrato nello stesso periodo dalle riserve valutarie internazionali arrivate a quota 6,8 trilioni di dollari. Negli ultimi 4 anni e mezzo, le riserve ufficiali sono cresciute di quasi 4 trilioni cioè il 138%. Quelle cinesi si sono quadruplicate arrivando a 1,7 trilioni; quelle indiane si sono triplicate a 300 miliardi; quelle brasiliane quadruplicate a 190 miliardi; quelle russe sestuplicate a 500 miliardi (mezzo trilione), stesso livello raggiunto da quelle OPEC. Insomma è chiaro. Il mondo è immerso in un diluvio senza precedenti di liquidità in eccesso, che garantisce una pressione crescente sulle risorse materiali critiche.

La domanda è : fino a quanto saranno disposti a pagare per procurarsi le quantità di cibo ed energia necessarie alle proprie economie e popolazioni, le varie Cina, India, Russia, ed Asia?
La risposta ovvia è "che non possiamo saperlo", ma il mercato si sta sempre più rendendo conto che le enormi e crescenti riserve valutarie assicurano un altrettanto enorme potere d’acquisto. La guerra delle risorse, la corsa ad accaparrarsele, è cominciata e caratterizzerà il futuro : è la nuova inflazione, che esce fuori dagli schemi tradizionali che usano ancora economisti e banchieri centrali. E’ una bestia nuova, signori e signore.

Il CRB Commodities index ha chiuso la settimana a un nuovo record storico (+37 % in un anno); il Goldman Sachs Commodities index, altro nuovo record storico, segna il + 68% negli ultimi 12 mesi. Durante gli ultimi 12 mesi: soia + 85%, mais + 72%, grano + 68%. Analoghi gli incrementi per acciaio, ferro e simili. Benzina +40%, gas naturale +50% olio per riscaldamento +90%. Nel frattempo il Baltic Dry Index, il costo del trasporto navale delle commodities, è tornato sopra quota 10 mila, tornando a puntare al record di 11 mila raggiunto a novembre 2007.

Le recenti disperate misure capitalcomuniste assicurano altra enorme inflazione in futuro, perchè garantiscono altro deficit Americano e dunque altra proliferazione di riserve in dollari nel resto del mondo. Ma non solo Cina, India, Russia, OPEC e gli altri continueranno ad usare tali riserve, bensì anche la speculazione a leva e gli SWF rimanendo pieni di liquidità sempre più si orienteranno sui mercati delle materie prime, anche a scapito dei tradizionali investimenti cartacei, azioni incluse.

Viene in mente la crisi asiatica del 1996/97: la speculazione si accanì nel cercare facili profitti dal collasso delle varie monete( baht, rupiah, ringgit, won). Ricordo a quel tempo come i politici asiatici si scagliavano contro gli speculatori che ingrassavano mentre le loro popolazioni soffrivano la devastazione economica e finanziaria: parole al vetriolo contro gli hedge funds. Ma la realtà era che i politici locali e i loro sistemi in crisi non potevano nulla contro la forza del mercato finanziario a leva, potentemente alimentato da Greenspan e soci. Anche oggi non possono nulla. Certo, l’impennata del cibo e dell’energia provoca rivolte sociali, così come a quell’epoca. Il capo dell’ Asian Development Bank questa settimana ha avvisato che miliardi di poveri verranno tragicamente colpiti; la cosiddetta fame silenziosa, si è messa ad urlare: i prezzi del riso sono saliti di un altro 7% dopo essersi raddoppiati nell’ultimo anno. In tutta l’Asia i politici stanno cercando di reagire a questa crisi alimentare, mettendo divieti all’export, etc. ; e man mano che la crisi avanzerà le risposte adottate e le varie reazioni avranno un influenza decisiva sullo scenario inflazionistico ed economico globale. Ed è paradossale che proprio coloro che hanno prodotto il disinflazionamento degli anni 90, offrendo lavoro a prezzi infimi, subiscano adesso la più violenta delle inflazioni, quella alimentare. L’Occidente, ancora satollo, se ne infischia, ma invece farebbe bene a preoccuparsene: è la plebaglia costretta alla fame che taglia le teste dei ricchi, ci ricorda la Storia.

In risposta alle proteste popolari l’India ha sospeso il trading sui futures nelle commodities, ha eliminato i dazi all’import, ha vietato l’export, sta studiando forme di blocco dei prezzi.
Cina, Filippine, Tailandia, Malesia e Vietnam stanno cercando di accaparrarsi quante più scorte possibili, usando le loro enormi riserve valutarie (soprattutto la Cina). Si può facilmente scommettere che questa nuova inflazione alimentare ed energetica, avrà ramificazioni geopolitiche e commerciali molto importanti, ma l’occidente finanziario pensa solo a come far fare nuovi mutui ipotecari. Non ci può essere contrasto più stridente, manca solo Maria Antonietta che proponga di dare brioches agli asiatici.

Siamo appena agli albori di un disastro epocale, che non arriva a causa del destino cinico e baro, ma esclusivamente a causa di errori economici e finanziari, a loro volta dovuti all’eccesso di avidità ed ingordigia di una minoranza esigua.
La ridistribuzione della ricchezza è un aspetto inerente alle bolle creditizie, e andrà aumentando durante la nuova inflazione. Per cui saranno inevitabili vari gradi di disordini e rivolte. Era tutto facilmente prevedibile, e mi posso permettere di dirlo, visto che l’avevo previsto da anni, e non mi sento un genio. Era facile, perché ovvio, evidente. Eppure adesso pare caschino tutti dalle nuvole: e che sofferenza dover ascoltare i banchieri centrali, gli autori materiali del disastro, "avvisarci" che ci sono questi problemi.

L’estrema incertezza circa l’evoluzione dei prezzi e la disponibilità delle risorse critiche, impatterà tutto il mondo industriale anche nella nicchia ricca del globo, quella occidentale. Per molti, i sistemi di produzione "just in time" con scorte tenute ai minimi per massimizzare i profitti, diverranno un ricordo del passato. In particolare ci si può aspettare crisi settoriali notevoli, a cominciare dai trasporti (paradossalmente per ora ai massimi azionari). E le coperture con i famosi derivati diverranno sempre più difficili e costose. La psicologia cambierà profondamente, e le ramificazioni della nuova inflazione saranno notevoli.

Quando la bolla creditizia produsse la bolla tecnologica ad inizio millennio, gli effetti inflazionistici furono contenuti nel settore, reale e finanziario: certo, si creò un enorme aumento artificiale di domanda , ma vi era anche la capacità produttiva per soddisfarla, e andò a finire che si produsse, tanto per fare solo un esempio, 10 volte la fibra ottica necessaria. Si parlò di miracolo produttivo, ma era una delle tante cretinate. Quando poi la superbolla creditizia, rinforzata all’estremo proprio per contrastare lo scoppio dei tecno, produsse la bolla immobiliar ipotecaria, anche lì Wally poteva comunque creare trilioni di nuovi titoli, e i costruttori milioni di nuove case, anche se inutili e sovrabbondanti.

Ma adesso la nuova inflazione è un'altra cosa, perché questa volta la superbolla creditizia, appena rinforzata per contrastare lo scoppio di quella immobiliare, produce la bolla delle commodities che a differenza dei tecno e delle case, non si possono produrre a piacimento. Vi sono vincoli naturali, ineludibili. E la tragedia che ne seguirà, appena agli albori, stavolta non colpirà solo un po’ di azionisti occidentali, o un po’ di proprietari di case americani : è la gran maggioranza della popolazione mondiale che ne verrà duramente colpita.

Stavolta non è solo la finanza di wally ad essere in ballo, e siamo ben al di fuori del controllo delle banche centrali, che oltretutto stanno facendo esattamente l’opposto di quello che dovrebbero fare, pur di salvare i loro amici bancari. E stavolta non ci sarà nessun effetto ricchezza derivante dall’artificiale pompaggio dei prezzi delle azioni e degli assets, come in passato. Piuttosto ci sono e ci saranno effetti povertà a cascata derivanti dall’impennata degli alimenti e dell’energia, oltre che delle altre materie prime.

Negli USA questo avviene mentre ancora è in pieno corso il crollo dei prezzi immobiliari, ed il tutto non può non deprimere la fiducia dei consumatori a differenza delle bolle del passato che la galvanizzavano. Inoltre la nuova inflazione destabilizza e mette in crisi anche molte imprese, oltre a mettere in ginocchio tante municipalità e governi locali e nazionali i cui squilibri fiscali non potranno che aumentare.

Soprattutto, più saliranno i prezzi delle commodities più aumenterà la domanda della Cina, dell’ India, dell’ Asia e del Medio oriente, e più problematici saranno i colli di bottiglia all’offerta: non ci sarà alchimia finanziaria che potrà sanare questo squilibrio tra domanda ed offerta. Anzi la nuova inflazione renderà inutili i pompaggi creditizi addizionali, i vari pacchetti di stimolo, i vari deficit fiscali statali crescenti, e tutta la congerie di vari indebitamenti: se li mangerà in termini reali. Ci saranno una massa di meccanismi, processi, dinamiche, che tenderanno a "monetizzare" la nuova inflazione; e a differenza dei precedenti episodi inflazionistici, si produrranno ampi effetti secondari (indicizzazioni, etc.). La nuova inflazione produrrà solo altra e più grande inflazione.