Motore di ricerca

Visualizzazione post con etichetta stagflazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta stagflazione. Mostra tutti i post

19 dicembre 2008

Recessione e deflazione: l'industria rischia il blocco


Dopo lo scoppio della bolla dell’inflazione, siamo dinanzi al pericolo della contrazione deflazionistica derivante dalla recessione. Gli Stati Uniti hanno già preso una prima posizione, decidendo di azzerare i tassi della Fed e dei Fed Funds, per rilanciare investimenti e consumi. Dall'altra parte, il cartello dell'OPEC ha deciso di contrarre la produzione di petrolio per sostenere i prezzi. Entrambe le misure possono essere efficaci nel breve periodo, ma lo saranno anche tra alcuni mesi?

I primi segnali del tracollo del prezzo del petrolio e del dollaro non sono bastati a mettere in allarme le Banche Centrali e i Governi sull’immediato cambiamento dello scenario economico. La bolla dell’inflazione è subito scoppiata, e ora siamo dinanzi al pericolo della contrazione deflazionistica derivante dalla recessione in cui l’economia è entrata. In realtà gli Stati Uniti sono già nell’occhio del ciclone della deflazione, dopo che nel mese di ottobre si è assistito ad un calo dell'1% dei prezzi al consumo, la più alta che sia stata mai registrata su base mensile in questi ultimi sessant’anni. I prezzi al consumo sono diminuiti quasi della metà, mentre le quotazioni immobiliari, dopo un crollo del 17% in un anno negli Stati Uniti, cominciano a ridursi anche in Europa dopo la crescita incontrollata di soli pochi mesi fa. L’iperinflazione ha infatti reso domanda e offerta eccessivamente sensibili, creando speculazioni e bolle finanziarie destinate a mantenere sollevato solo artificialmente il mercato. Questa fase è stata, tuttavia, solo temporanea in quanto dopo pochi mesi si sono azionate le dinamiche di stagflazione, che hanno invertito i processi dell’inflazione: l’aumento dei prezzi non ha spinto ad un aumento della produzione in quanto la domanda si è rallentata sempre di più, considerando che il potere d’acquisto dei salari non è cresciuto di conseguenza. L’indebitamento generalizzato delle persone e delle imprese, se in una prima fase ha alimentato un consumismo sfrenato, successivamente ha avuto un’onda d’urto spaventosa.

Ed è proprio il blocco della produzione e la liquidazione dei debiti a creare questa spinta deflazionistica. Gli operatori economici sono troppo indebitati e vendono i loro beni a basso prezzo, mentre, dall’altra parte, difficilmente troveranno qualcuno disposto ad acquistarli, in quanto l’accesso al credito è scarso e manca liquidità nelle casse dei Governo e delle imprese. Pian piano le persone vedono i propri beni svalutarsi con il logorio della riduzione dei prezzi generalizzata, e dunque le proprietà, le case, le auto perdono man mano il loro valore, dopo che lo stesso mercato le aveva sopravvalutate. A questo punto però subentra un’altra dinamica, che è quella psicologica del consumatore, che continua a rinviare i propri acquisti per via della crisi o perché spera che si riducano ancora di più, e delle imprese, che rinviano gli investimenti o le assunzioni, perché temono delle conseguenze rischiose o sperano di ottenere manodopera a più basso prezzo. La caduta dei prezzi aumenta, inoltre, anche l'onere del debito, che, quando i prezzi diminuiscono, è sempre troppo costoso. Ed è proprio sul costo del debito che le Istituzioni finanziarie possono far leva, in maniera da annullare anche il costo del denaro, il quale dovrebbe divenire neutrale rispetto alla dinamica degli acquisti. In tale direzione va la decisione del Governatore della Federal Reserve Ben Bernanke, che ha deciso di azzerare i tassi della Fed e dei Fed Funds ( il tasso del mercato interbancario americano ) stabilendo una forchetta che va dallo zero allo 0,25%, proprio come fece la Banca del Giappone (Boj) negli anni ’90 portando il costo del denaro a quota zero . Allo stesso tempo, annuncia che la Federal Reserve acquisterà titoli pubblici a più lungo termine, al fine di stabilizzare anche in futuro i tassi di interessante, riducendo l'aspettativa di un rialzo nei mesi successivi. Tuttavia, come la storia recente insegna, tali misure possono rivelarsi anche inefficaci, come accaduto in Giappone, che dopo una breve ripresa dell’economia è caduto di nuovo nella spirale deflazionistica, sulla spinta delle dinamiche globali.

A muoversi contro la deflazione, sono anche i produttori di petrolio che, allarmati dalla continua riduzione della quotazione del barile di greggio, hanno ufficialmente annunciato un calo della produzione di 2,2 milioni di barili al giorno, mentre a partire da settembre l’offerta di petrolio sarà pari a 4,2 milioni di barili. A muoversi con l’OPEC è anche la Russia, che annuncia una riduzione di 485-488 milioni di tonnellate entro la fine del 2008, decidendo di non aderire al cartello - in quanto il suo meccanismo non è direttamente applicabile alla Russia - e di limitarsi alla semplice stabilizzazione della produzione. Riteniamo, però, opportuno osservare che questa contrazione del prezzo del petrolio non dipende dal mercato del petrolio, bensì da quello della produzione e dell’economia reale. Se il prezzo del petrolio diminuisce è perché si sta riducendo la domanda, e non perché c’è un’eccessiva offerta che va a rendere il prezzo della materia prima più conveniente. Come l’aumento del costo del greggio era stato indotto, nei mesi scorsi, dalla speculazione del dollaro, così oggi la sua riduzione deriva da dinamiche esterne, come la riduzione degli acquisti a causa del rallentamento dell’economia, o magari della stessa crisi, che spinge gli Stati ad utilizzare maggiormente le proprie scorte o fonti di energia diverse. Il rallentamento della produzione industriale non è da sottovalutare, considerando che rappresenta il risultato di una dinamica che, a catena, coinvolge molti settori. Basta prendere in considerazione il blocco del settore automobilistico, che ha provocato non solo la riduzione della produzione di veicoli, ma anche delle componenti, della distribuzione e dunque della logistica, per non parlare dell’impatto sul settore siderurgico ed estrattivo. Proviamo adesso a sommare il calo di produzione di ogni settore, e a moltiplicarlo per la relativa domanda di energia: otterremmo di conseguenza una riduzione degli acquisti di petrolio. Solo l’industria dell’acciaio ha ridotto la sua produzione del 20%, con maggiori conseguenze per la Cina (-12%) e il Nord America (-38,4%), per un volume di 89 milioni di tonnellate. La crescita della produzione nei primi undici mesi del 2008 è stata ridotta allo 0,9%, pari a 1,224 miliardi di tonnellate, secondo il World Steel Association (ex International Iron and Steel Institute, IISI). Il calo ha raggiunto il 24,8% nell'Unione europea, 16,1% nel resto d'Europa, 17,8% in Sud America, il 35% in Africa e 9,2% in Oceania. E così, mentre il gigante dell'acciaio Arcelor Mittal sta progettando significativi tagli e riduzioni significative nella produzione, il gruppo svedese SSAB (acciai speciali) ha recentemente annunciato che si sarebbe eliminare 1.300 posti di lavoro a causa del forte rallentamento della domanda.

Ciò premesso, i cari produttori di petrolio potranno solo contenere nel breve periodo le loro perdite, ma se non vi sarà una ripresa dell’industria, non ripartirà neanche il mercato del petrolio. In tal senso, forse la Russia ha preso una saggia decisione nel non aderire al cartello e di mantenere una propria indipendenza, in quanto in questo modo avrà la possibilità di negoziare sulle singole trattative a seconda della reale domanda. Ad ogni modo, è in questa fase delicata per le economie dei Paesi più industrializzati e di quelli in via di sviluppo, agire sugli investimenti energetici, in particolar modo nelle fonti rinnovabili. In tal modo sarà possibile far ripartire la produzione industriale, creare occupazione e dare ossigeno all’intero sistema del credito e del consumo. Si potrà anche frenare quelle dinamiche di deflazione indotte dalla "svendita" delle risorse e dei beni, in quanto si andrà a creare una prospettiva futura di crescita.

12 settembre 2008

Nel bel mezzo della recessione...


La forte speculazione sui prezzi delle materie energetiche, spinta dalla crisi sui mercati finanziari, ha gettato l’economia dei Paesi in una fase di stagnazione economica molto pericolosa in quanto rappresenta una fase temporanea e immediatamente precedente rispetto all’ulteriore deterioramento delle condizioni che portano alla vera recessione. In altre parole, ciò che abbiamo visto sino ad oggi è stato solo l’inizio del declino dell’economia dei Paesi europei e degli Stati Uniti, creando una situazione ideale per parassiti e allibratori.

Se qualcuno aveva ancora dei dubbi che i Paesi occidentali erano entrati in recessione, i recenti dati aggregati sull’andamento dei consumi, della produzione industriale e dei prezzi fanno maggiore chiarezza. La forte speculazione sui prezzi delle materie energetiche, spinta dalla crisi sui mercati finanziari, ha gettato l’economia dei Paesi in una fase di stagnazione economica molto pericolosa in quanto rappresenta una fase temporanea e immediatamente precedente rispetto all’ulteriore deterioramento delle condizioni che portano alla vera recessione. In altre parole, ciò che abbiamo visto sino ad oggi è stato solo l’inizio del declino dell’economia dei Paesi europei e degli Stati Uniti, creando una situazione ideale per parassiti e allibratori. Un primo dato allarmante giunge proprio dal mercato del petrolio dove un barile di Brent viene scambiato per 98 dollari, toccando il minimo da febbraio, mentre a New York il barile di greggio ha toccato i 102,58 dollari. Quotazioni senz’altro elevate, ma decisamente inferiori alle previsioni che stimavano rincari sino ai 200$, e una produttività a pieno regime. Una tale contrazione viene imputata dai bollettini finanziari all’apprezzamento del dollaro, ma lanciare tali analisi approssimative è davvero ridicolo, considerando che si è avuta una certa ripresa della moneta statunitense, ma non così decisiva.

Dopo aver sfiorato un controvalore con l’euro di 1,50, si attesta questa mattina a 1,41 lasciando fondamentalmente invariata la situazione sul mercato valutario, senza gravi ripercussioni sul movimento di capitali. Anche perché, parlandoci chiaro, la situazione sul mercato finanziario statunitense è davvero grave e preoccupante, essendo in piena recessione economica e industriale. Il salvataggio di Fannie Mae e Freddie Mac ha dato una boccata di ossigeno che è durata a malapena due giorni, prima di cadere nell’incubo del fallimento con il tracollo della Lehman Brothers, colpita gravemente dalla crisi dei mutui subprime e sprofondata in borsa e ormai vale solo 2,7 miliardi di dollari, contro i 40 miliardi di un anno e mezzo fa. Il Tesoro Usa è dovuto di nuovo intervenire per mediare tra un gruppo di possibili acquirenti, ripetendosi così quanto accaduto con il gigante Bear Stearns: la Fed allora promise 30 miliardi di dollari a JP Morgan per salvare la banca. Questo dunque dimostra che il mercato finanziario è ancora in crisi, le speculazioni finanziarie continuano e le banche falliscono, mentre la produzione industriale si ferma, e lo spettro della disoccupazione avanza persino nelle metropoli più ricche e avanzate. Allora, escludendo l’apprezzamento del dollaro e la ripresa del mercato finanziario, perché il prezzo delle risorse energetiche diminuisce nonostante l’intervento dell’OPEC? Ma soprattutto, perché le tariffe di luce e gas, nonché i prezzi e l’inflazione aumentano?

È chiaro che le forze che premono sul prezzo del petrolio non sono di natura valutaria o finanziaria, ma derivano dall’economia reale che pian piano, anche in maniera impercettibile, si ferma. E non parliamo solo degli Stati Uniti, ma anche dell’Unione Europea che nel mese di luglio ha registrato una riduzione dello 0,3% su base mensile, e su base annua un decremento dell'1,7%. La contrazione resa nota dall'Istituto di Statistica dell'Unione Europea (Eurostat), seppure prevista dagli analisti si è rivelata ben peggiore delle attese, in quanto è stata la più forte caduta congiunturale. Dei dati che spiegherebbero anche perché il tasso di cambio euro/dollaro ha forzato un nuovo livello al ribasso, scendendo sotto quota 1,40 e tornando ai livelli dello scorso anno pari a 1,39. Spicca inoltre la forte caduta sulla produzione di beni di consumo, sia di quelli non durevoli, ossia quelli della vita quotidiana, che di beni intermedi e beni strumentali. Dunque la produzione industriale sta diminuendo sempre più, in relazione alle forze economiche che avevano gettato l’economia in una fase di stagflazione ( si veda Inflazione e recessione: le Banche hanno già una soluzione ). L'aumento dei prezzi dovuto ad uno shock esogeno ( aumento del petrolio, crisi finanziaria, speculazioni) ha portato ad un iniziale aumento della produzione e dell’offerta di beni, che tuttavia non è stata recuperata dalla relativa domanda in quanto i salari hanno subito una continua erosione a causa dell’inflazione. La riduzione dei consumi sta così decretando il rallentamento della produzione industriale: le industrie chiudono rami di produzione, falliscono o delocalizzano.

In generale, la domanda di energia da parte dei grandi colossi industriali si sposta dai Paesi Occidentali, a quelli Orientali, i quali tuttavia non hanno ancora il potere "geopolitico" per influire sulle quotazioni borsistiche, tale che il prezzo del petrolio comincia la sua lunga discesa. È importante a questo punto ricordare che il rapporto Global Risks 2008, redatto dal World Economic Forum (WEF) discusso in occasione della conferenza annuale di Davos a fine gennaio, aveva avvertito sul rischio di recessione derivante da una caduta libera in seguito al raggiungimento del picco di inflazione( si veda Il WEF avverte sul possibile crollo dei prezzi ) . Siamo in realtà molto vicini al cuore della crisi finanziaria globale di questa "stagione 2008" che è iniziata con i record estremi del prezzo del petrolio, e sta finendo con il declino della produzione, per entrare in una piena fase di recessione.
L’impotenza dei Governi è evidente, visto che le tariffe per servizi, utenze ed energia, non accennano a dimuire, per non parlare poi dei tassi di interesse. La Banca Centrale Europea ha infatti deciso di mantenere invariati i tassi di interesse applicato alle operazioni di rifinanziamento principali e i tassi di interesse sulle operazioni di rifinanziamento marginale e sui depositi presso la banca centrale, si legge in una nota, rimarranno invariati rispettivamente al 4,25%, al 5,25% e al 3,25%. È necessario in realtà, proprio adesso, una risposta delle autorità nei confronti dell’economia reale, che dia respiro alle imprese, che impedisca ulteriori fallimenti, l’erosione monetaria dei salari e guidi verso un’ottimizzazione degli sprechi e delle risorse "intelligente". Uno scenario che non sarebbe apocalittico se non vi fossero grandi gruppi societari che riescono a controllare il mercato generale del consumo, e quello industriale. Decidono selvagge colonizzazioni di ogni mercato con prospettive più favorevoli, ignorando le esigenze dell’economia sostenibile. Dinanzi a tali colossi, non basteranno i decreti "dei 100 giorni" che strappano piccole concessioni sulle dilazioni dei mutui o il blocco degli interessi, perché con la recessione non si scherza.

18 gennaio 2008

Il WEF avverte sul possibile crollo dei prezzi


L'economia mondiale potrebbe affrontare un periodo di stagnazione non a causa della crisi energetica, bensì della crisi finanziaria globale. Lo rileva il rapporto Global Risks 2008, redatto dal World Economic Forum (WEF) che sarà discusso in occasione della conferenza annuale che si terrà a Davos a fine gennaio. Senza molta diplomazia, il rapporto rileva che il mondo affronterà il più alto rischio di recessione di questi ultimi 10 anni, facendo sicuramente leva sulle crisi politiche che si sono concentrate in punti geopolitici stratetigici. Tuttavia, tale rischio, stando la lettera degli esperti, deriva dalla crisi finanziaria che ha travolto, di conseguenza ogni settore del sistema economico globale, facendo così, il settore energetico un veicolo della crisi e non semplicemente una causa scatenante.

Gli Stati Uniti sono stati l'epicentro di un terremoto che ben presto si è esteso, come un domino, in ogni Paese del Mondo. Ricordiamo infatti come tra il 2005 e il 2007 il deficit commerciale dell'America e così la svalutazione del dollaro, ha compromesso la stabilità dell'equilibrio finanziario del mondo. Ben presto, la svalutazione monetaria ha rivelato la speculazione sui tassi di interesse, e così sui titoli che la Federal Reserve e le più grandi Banche nordamericane ed europee contribuivano a diffondere, senza alcuna garanzia o controvalore. La debolezza del mercato finanziario, ha poi prodotto i suoi effetti su quello bancario, e così sui mutui, sul credito, sui consumi, sui salari, bloccando di conseguenza la produzione.

Il rapporto così avverte che un "crash" sui prezzi - ossia una caduta libera in seguito al raggiungimento del picco di inflazione - potrebbe provocare una crisi finanziaria globale nel 2008. Il WEF stima che questo rischio è molto vicino, con una probabilità del 20%, e un eventuale crollo del valore dei beni potrebbe causare un danno di bilioni di dollari. Una tale previsione, sebbene così dura e "apocalittica", non è così inverosimile né tanto lontana, considerando che le fasi di evoluzione dell'economia sono sempre più ravvicinati nel tempo e viaggiano con velocità impressionanti. Come abbiamo avuto modo di spiegare più volte, la nostra economia si trova in una fase di recessione molto complessa, come quella della stagflazione, durante la quale ogni politica di intervento risulta inefficace o estremamente dannosa. È infatti quella fase in cui l'alta inflazione, provoca un'iniziale espansione dell'economia e poi una sua riduzione in seguito al blocco della crescita dei salari che sostengono i consumi e così la produzione.
Attualmente, per stessa ammissione di Confindustria e della Banca d'Italia, l'Italia si trova in una fase di stagflazione, così come gli Stati Uniti. Il blocco della produzione, provoca stagnazione ma anche il collasso dei prezzi, a seguito dell'eccessiva offerta rispetto alla domanda. Ebbene, qualora i prezzi dovessero cominciare a diminuire in maniera drastica, si avrebbe l'effetto contrario, in quanto vi sarebbe la svalutazione della produzione industriale, delle risorse, e delle ricchezze di uno Stato. A rendere ancor più critica la situazione saranno le speculazioni, che già si preparano, nascoste dalla virtualità delle contrattazioni della borsa e dell' alta finanza. Questo lo sanno bene tutte le entità economiche, soprattutto quelle sovranazionali che hanno maggiore potere sulle sorti dell'economia. Lo sa l'Opec, che ha sorriso in maniera beffarda quando Bush ha "timidamente" chiesto di aumentare la produzione di petrolio perché l'America soffriva l'aumento dei prezzi. Lo sa la Federal Reserve, che ha ridotto i tassi, aumentato l'offerta di moneta, ma ad un certo punto si è fermata e ha chiesto al Congresso di aumentare la politica fiscale. E lo sa anche la Banca Centrale Europea, che non ha toccato i tassi di interesse, in attesa che sia il mercato a imporglielo di conseguenza.

Per cui, dato tale scenario, la recessione si diffonderà prima negli Stati Uniti e poi in Europa, mentre la crescita di Cina e India saranno lievemente rallentate. Mentre, per quanto riguarda la Russia, il rapporto della WEF prevede un impatto negativo derivante dalla riduzione della richiesta di materie prime ed energie, a causa del calo della produzione. Gli analisti russi si sono soffermati su quello che il rapporto chiama "concetto di 2009", secondo il quale la recessione negli Stati Uniti porterà il prezzo del petrolio ai minimi storici, tale da trasformare, improvvisamente, l'eccedenza di esportazione in un'eccedenza di importazione, tale che deteriorerà anche il valore del rublo. Tale previsione, viene in qualche modo esclusa dalla Russia, così come dagli produttori di petrolio, che vedono i prezzi del greggio e dell'oro in continua ascesa, oltre i limiti storici raggiunti in passato. Questo in relazione alla crescente dipendenza dei Paesi occidentali nei confronti degli idrocarburi, e degli insufficienti investimenti nelle tecnologie di energia alternativa. Infatti, anche se gli Stati Uniti potrebbero rallentare la loro economia, la crescita annuale del 6% della Cina continuerebbe a trainare la richiesta del petrolio.




A confermare invece la tesi del vicino ribasso dei prezzi, è l'osservazione che i Paesi produttori di petrolio, sono restii ad effettuare investimenti rischiosi nella ricerca di nuovi pozzi di petrolio. La stessa Banca Internazionale Goldman Sachs, dopo aver preannunciato un rialzo dei prezzi del greggio oltre i 100$, afferma che nel 2008 un barile di petrolio costerà intorno ai 95$ per diminuire ancora in futuro. D'altro canto, è la stessa legge economica "speculativa" che afferma che, raggiunto il vertice del rialzo, i prezzi cominciano a diminuire, a causa delle forze che spingono la domanda ad eguagliare l'offerta, dopo un lungo periodo di eccedenza. Inoltre, sebbene i prezzi del petrolio potrebbero non turbare i piani degli investitori e dei consumatori, il dato più preoccupante è la crisi sul mercato finanziario che contribuisce a gonfiare ancora di più la bolla speculativa. Le grandi Banche internazionali continuano ad effettuare le svalutazioni del proprio capitale, come l'ennesima di Merrill Lynch che si aggiunge così a quelle effettuate da Ubs Bank e Citigroup, mentre la sfiducia nel mercato finanziario si espande sempre di più. Nel momento in cui si espanderà la recessione negli Stati Uniti, deprimendo così anche l'attrattività del mercato degli investimenti, si arresterà anche l'acquisto di titoli e derivati legati al dollaro, che rappresentano, sostanzialmente, il cuore di tutto il sistema finanziario. Sarà allora che si avvertirà la svendita dei titoli, la riduzione dei tassi di interesse passivi e così anche la riduzione dei prezzi. Un'eventualità questa che risiede nella natura stessa del mercato, che è in continuo movimento, tra espansioni e contrazioni, per raggiungere un equilibrio di lungo termine che rispecchia perfettamente lo stato delle ricchezze e delle risorse del pianeta. È ovvio che al momento le regole del mercato sono truccate, manipolate, distorte, e non rispettano il reale stato dell'economia mondiale. Tuttavia, la completa incapacità dei governi a governare la crisi, dimostra come il sistema è altamente instabile e potrebbe improvvisamente cambiare il proprio trend.

30 ottobre 2007

Inflazione e recessione: le Banche hanno già una soluzione

L'economia internazionale sta per toccare i suoi punti soglia : ci si aspetta dunque il cedimento del sistema da un momento all'altro. Quello che sta per accadere in realtà è qualcosa di ben più preoccupante e di più invisibile. Stiamo parlando della stagflazione, che creando l'inflazione e il contemporaneo crollo dei salari, condurrà il Paese verso la recessione. Dinanzi a tale evenienza non vi è alcuna reazione da parte delle Istituzioni, mentre le Banche preparano il loro prossimo terreno di caccia.

Secondo le stime degli analisti, l'economia internazionale sta per toccare i suoi punti soglia prima di innescare un perverso meccanismo che potrebbe portare ad un conflitto o allo sconvolgimento della situazione di alcune economie più deboli. Il petrolio ha pienamente raggiunto il valore di 90 dollari al barile e ora si profila all'orizzonte il prossimo obiettivo della quota 100 dollari, sulla spinta delle tensioni in Medioriente, alimentate dalla propaganda tra Turchia e Iraq e tra Usa e Iran. Di conseguenza, altrettanti record si sfiorano sul valore dell'oro, quotato intorno agli 800 dollari per oncia, con inevitabili ripercussioni anche sulla quotazione del dollaro, la cui ulteriore svalutazione è ormai inevitabile. Ci si aspetta dunque il cedimento del sistema da un momento all'altro, ma quello che sta per arrivare in realtà è qualcosa di ben più preoccupante e di più invisibile, in quanto non vi saranno eventi eclatanti ma solo la percezione che la situazione diviene di giorno in giorno sempre più insostenibile. Stiamo parlando della stagflazione, che provoca il blocco del sistema produttivo partendo dagli anelli più deboli, come i lavoratori e le piccole imprese, che si trovano proprio alla base della piramide usuraia del sistema in cui viviamo.
La stagflazione si ha quando l'aumento dei prezzi viene accompagnato da una crescita della disoccupazione e da un ristagno della produzione; infatti l'inflazione se in un primo momento crea una sorta di "illusione monetaria" che spinge le imprese a rincarare i prezzi per recuperare i costi, successivamente induce a ridurre sempre più i salari sino a licenziare i lavoratori, innescando così disoccupazione, rallentamento della produzione e recessione. In tale situazione è quasi impossibile agire per le autorità, soprattutto perché in Europa la politica monetaria è congelata, per non parlare di quella sociale visti i patti di stabilità. L'aumento dei costi, dovuti in questo caso al rincaro delle risorse energetiche e alle crisi finanziarie, dovrebbe essere contrastato con delle politiche monetarie restrittive, come la Banca Centrale Europea e la Federal Reserve stanno facendo aumentando i tassi di interesse, ma questo poi va ad accelerare la recessione dovuta al crollo dei consumi. Una situazione molto simile a quella che stiamo vivendo oggi si è avuta nel 1973, quando la crisi energetica creò una iperinflazione in tutta l'Europa, e allora le Istituzioni decisero per politiche economiche espansive in quanto "lo status del lavoratore" e la "sostenibilità della società" erano considerati dei fattori intoccabili.


Molte cose sono cambiate da allora, perché oggi lo status da preservare non è quello del lavoratore, in quanto entità portante del catena produttiva, ma è quello del "tasso di interesse" e del credito, che sta divenendo la nostra unità di conto e il peso del nostro valore. Oggi i processi di stagflazione sono già presenti nell'economia americana perché è una società che vive ormai da anni con un'inflazione patologica, con la crisi dei consumi e una sussistenza garantita dai prestiti e dal credito. Di questo passo, la caduta del corso del dollaro e la progressiva riduzione della produttività americana non faranno certo ridurre l'inflazione, mentre la Federal Reserve condurrà lo Stato nella recessione per presentare al Congresso l'unica soluzione possibile: il controllo o un conflitto da qualche parte nel mondo. L'economia americana, in questi ultimi anni, si è specializzata essenzialmente nella produzione di " debiti", e questo vale per le case, per le imprese e le istituzioni pubbliche, per un indebitamento collettivo che supera i 400% del loro PIL. Per molto tempo hanno tentato anche di nascondere l'insolvenza crescente degli operatori economici facendo rivendere attraverso le banche di Wall Street, degli attivi finanziari " virtuali", i cd. collaterali che sono finiti nel bilancio di Banche di tutto il mondo, nei portafogli degli " hedge funds", nelle tesorerie delle imprese, negli investimenti dei risparmiatori. Hanno così prosciugato ancor di più la liquidità dal mercato destinata invece allo sviluppo della produzione.

Ciò che è accaduto negli Stati Uniti si sta inevitabilmente ripetendo anche sull'economia europea e italiana, e anche in questo caso assistiamo all'immobilismo delle Istituzioni che invece di contrastare la crisi della stagflazione la assecondano: non dimentichiamo che lo status da preservare è ancora quello del credito e delle banche, che nel consiglio di amministrazione della Banca Centrale siedono dei banchieri privati e che il Parlamento risponde degli interessi delle lobbies che rappresentano. Dinanzi alla preoccupante situazione del welfare, il Governo della Banca d'Italia, Mario Draghi, parla "di salari troppo bassi", di "mancanza di imprenditorialità delle nuove generazioni", di un "disequilibrio del rapporto salario-produttività", e conclude suggerendo maggior incentivi al risparmio e alle imprese che intendono crescere. Forse, ciò che il nostro governatore ha dimenticato di dire è che la contrazione dei salari è un segnale di allarme che le aziende italiane inviano alle Istituzioni, per dire che "manca la sostenibilità della produzione", per via dell'eccessivo cuneo fiscale, dei costi delle materie prime e per giunta dei lavoratori.

Occorre prestare molta attenzione a questi campanelli d'allarme, perché annunciano la recessione: curare questi sintomi con i protocolli del welfare o altri ammortizzatori sociali non risolverà il problema che resta lì a covare. Magari questi signori aspettano che si arrivi all'esasperazione, si aspettano che l'ulteriore aumento delle derrate alimentari, del pane e della pasta spinga le persone ad "indebitarsi per mangiare". Ebbene, è proprio questo quello che stanno facendo - e che si legge chiaramente nel discorso di Draghi - ossia di far vedere alla gente uno scenario di difficoltà economica "in sicura ripresa" che può essere superato se ci si affida alle premura del sistema bancario. E oggi è in netta crescita la percentuale del credito al consumo, valutata dall'Abi intorno al 17,5% , pari a 93,8 miliardi di euro, mentre il credito fondiario è cresciuto del 10,8% raggiungendo i 289,8 miliardi; altro dato allarmante arriva dalla constatazione che il rapporto tra l'indebitamento e il reddito delle famiglie italiane è passato dal 48% al 75%, con un terribile aumento del ricorso al credito al consumo e ai mutui. Le cifre sono così preoccupanti che si parla di sovraindebitamento delle famiglie, spinto dalla povertà : un dato tragico e importante, perché è l'ulteriore prova che alcuni processi recessivi nell'economia italiana sono già cominciati.

L'avanzare inarrestabile del credito è d'altronde un effetto indotto dal sistema stesso, considerando che le Banche si ripropongono, per l'ennesima volta, come soluzione allo stesso male di cui sono l'origine. L'Abi parla della possibilità di costituire un "Fondo di solidarietà" a supporto della clientela che per eventi particolari, come la perdita del lavoro, accanto ad iniziative di alfabetizzazione finanziaria per conoscere tutti gli strumenti di debito&credito che sono a disposizione delle imprese e dei nuovi clienti, che vogliono sperimentare nuove forme di indebitamento che più soddisfano le proprie esigenze. Dai mutui eterni alle rateizzazioni del conto della spesa, è in atto in maniera ormai inarrestabile il processo di ''bancarizzazione'', che pone le banche al centro dell'economia.
D'altro canto, per coloro che non avessero abbastanza fiducia in quelli che sembrano essere dei normali Istituti di credito, stanno per arrivare le "Banche Etiche", del circuito del microcredito solidale nate dalle stesse fondazioni bancarie. Abbiamo assistito infatti alla presentazione di Banca Prossima, prima banca europea operante nel non-profit, nata da un progetto di collaborazione del gruppo Intesa Sanpaolo con le Organizzazioni del non profit laiche e religiose, e dal Laboratorio Banca e Società. Il nuovo istituto opererà attraverso le 6.200 filiali del gruppo Intesa Sanpaolo: non sarà altro che un altro sportello di raccolta del credito, che si propone come alternativa semplicemente per cogliere quella parte di clienti che si affidano ai circuiti del microcredito. In questo caso l'arma utilizzata è ancora più subdola in quanto entra in un campo che è stato ben preparato dalla disinformazione che ha demonizzato le Banche d'Affari e ha elogiato le banche etiche come probabile alternativa. Occorre, dunque, prestare molta attenzione alla nuova disinformazione, alle nuove banche, e alla nuova moneta, che si nutrirà proprio delle difficoltà finanziarie di imprese e lavoratori, vittime dei giochi di potere delle lobbies.