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30 giugno 2009

L'accordo Mosca-Baku fa saltare gli equilibri delle forniture di gas


Con la firma dell'accordo tra Gazprom e la Società nazionale petro-gassifera dell' Azerbaigian (GNKAR), la società russa ottiene la priorità come partner per l'acquisto di gas, stabilendo che l'holding russa, che al momento non compra il gas azerbaigiano, avrà a disposizioni importazioni per 500 milioni di metri cubi a partire dal 1 ° gennaio 2010. In questo modo la Russia raggiunge un duplice obiettivo: sottrarre un fornitore di gas al Nabucco, e aumentare i trasferimenti di gas in Europa.

La visita del Presidente russo Dmitri Medvedev nella capitale azerbaigiana Baku, segna una delle tappe più importanti del tour il Medio Oriente e nel Caucaso del rappresentante del Cremlino. Replicando con pochi giorni di distanza il viaggio fatto da Barak Obama, Medvedev visita l'Egitto e alcune repubbliche dell'Africa nera, portando a casa accordi su energia, investimenti e miniere di diamanti. La capitale caucasica sembra chiudere in grande stile questo tour, incastonandosi perfettamente sia nel quadro politico-strategico della Russia, che quello economico-energetico, in vista del G8 de L'Aquila dove saranno protagonisti i grandi temi di ordine e politica mondiale, ed in considerazione dell'attuale controversia con l'Ucraina. Il Caucaso, che sta aspettando la visita del Vice Presidente americano Joe Biden, continua ad essere una terra oggetto di disputa da parte di Europa-Usa e dalla Russia, sia per la sua valenza politica come zona cuscinetto, sia per il ruolo nella pianificazione delle strade del gas. Tra l'altro, l'Azerbaigian in particolare, rappresenta uno dei principali partner strategici individuati da Bruxelles per garantire fonti di fornitura al gasdotto europeo del Nabucco.

Il gasdotto europeo, dalla capacità di 27-31 miliardi di m3 all'anno e una lunghezza di 3300 km, aveva definito come Paesi di approvvigionamento, l'Azerbaigian , il Turkmenistan, l'Iran nonché Iraq ed Egitto: tutti Stati che sono stati, in un modo o nell'altro, avvicinati dal consorzio del gas italo-russo o dal Cremlino con una proposta di cooperazione. Considerando che l'attuale situazione dell'Iran e la non disponibilità del Turkmenistan, l'Azerbaigian poteva essere uno dei più probabili partner del Nabucco, fermo restando gli accordi già presi con i russi. Di fatti, lo scorso giugno 2008, che il capo della holding russa, Alexei Miller, aveva già proposto a Baku di vendere a Mosca il gas prodotto nella seconda fase del progetto Shah-Deniz. Gazprom si era detta pronta a pagare un prezzo a Baku in funzione delle condizioni ottenute con la parte europea, con la detrazione delle spese di trasporto, di commercializzazione e un ragionevole livello di guadagno per la società. Un progetto che giunge in porto proprio con la ratifica dell'accordo di intesa tra Dmitri Medvedev e le dirigenza azerbaigiana, anticipando così che la società russa diventerà tra i principali acquirenti di gas derivanti dalla seconda tranche di estrazione del grande giacimento situato a Shah Deniz , nel Mar Caspio.

Infatti, la firma dell'accordo da parte del CEO di Gazprom Alexei Miller e il Presidente della Società nazionale petro-gassifera dell' Azerbaigian (GNKAR) Rovnag Abdoullaiev, ha avuto luogo dopo che i negoziati tra i presidenti Dmitry Medvedev e Ilham Aliyev a Baku. I due amministratori delegari hanno raggiunto ieri un accordo con Gazprom per l'acquisto di gas, stabilendo che l'holding russa, che al momento non compra il gas azerbaigiano, avrà a disposizioni importazioni per 500 milioni di metri cubi a partire dal 1 ° gennaio 2010. "Abbiamo convenuto che Gazprom sarà tra gli acquirenti del gas prodotto dalla seconda tranche del giacimento di Shah Deniz deposito, e che ad essa venga data una certa priorità ", ha detto Miller, spiegando che "se altri acquirenti vorranno ottenere lo stesso gas, dovranno proporre delle condizioni più allettanti a vantaggiose di quelle proposte da Gazprom". Scoperto nel 1999, il giacimento di Shah Deniz campo, con una superficie di circa 860 km2, si trova a 70 km dalla costa dell'Azerbaigian nel Mar Caspio, ed è uno dei più ricchi di gas del mondo. Le sue riserve costituiscono 1.200 miliardi di m3 di gas . Allo stesso modo, il Presidente azerbaigiano, Ilham Aliyev, ha reso noto che Baku ha in programma di aumentare le esportazioni di gas verso la Russia, nella misura in cui la produzione nazionale di gas aumenterà. Secondo Aliyev, il potenziale del Paese è enorme e la produzione potrebbe raggiungere i 27 miliardi di metri cubi nel 2009, per un totale di 30 miliardi di euro nel 2010, utilizzando i gasdotti esistenti ,

Sembra dunque che sia sempre più vicino il progetto di Gazprom di aumentare il flusso di esportazione del gas in Europa, soprattutto in un periodo di crisi economica e di possibile rivalutazione del prezzo del gas e del petrolio, nonché dell'estensione dei progetti di realizzazione delle reti di trasporto, grazie all'Italia e alla Serbia. Gazprom ha, come obiettivi essenziali, quello di entrare nel Mediterraneo e controllare il trasporto del gas, e quello di monopolizzare il mercato del gas europeo. Un progetto che ha subito una lieve battuta d'arresto con la crescente crisi economica, con la riduzione della domanda di gas in Europa pari al 5%, mentre le consegne di combustibile blu sono diminuite di circa il 60%, tale che la Gazprom, in aggiunta alla sua perdita di profitti, ha ceduto ai suoi concorrenti nella quota di mercato in Europa. Infatti, dopo che nel quarto trimestre del 2008, il prezzo del gas ha raggiunto un picco temporaneo di 500 dollari per 1.000 m3, lasciando tale prezzo invariato nei primi mesi del 2009, le società europee hanno notevolmente aumentato il consumo di gas naturale dai loro deposito sotterranei, stimato dalla dirigenza russa pari al 65% . Da tutta questa storia della crisi e della crisi economica, pare abbiano vinto le compagnie inglesi e quelle norvegesi, che hanno saputo approfittare del conflitto tra Mosca e Kiev. Da tali dinamiche, abbiamo potuto constatare come i grandi progetti del monopolio del gas russo hanno subito una forte accelerazione , portando a maggiori pressioni per la pianificazione del Nord Stream e South Stream. Progetti che si riveleranno decisivi quando il risiko degli Stati sarà finito, e alla Gazprom non basterà che trarne i profitti.

24 giugno 2009

La Grande Serbia creata dall'Europa

Belgrado emana la legge che concede ad ogni cittadino nato nella ex Jugoslavia la possibilità di fare richiesta del passaporto serbo. Un documento che, all'indomani dell'eliminazione dei visti, diventerà la chiave di ingresso in Europa per tutti i popoli che resteranno indietro con i negoziati di integrazione, come croati, bosniaci e kosovari.


L'integrazione europea e le dinamiche di allargamento stanno creando un vero e proprio paradosso all'interno della regione balcanica, la cui politica interna continua a ruotare intorno alla risoluzione delle questioni bilaterali tra i diversi paesi e alla cosiddetta "questione serba". Se le controversie croata-slovena e macedone-greca hanno delle prospettive di risoluzione per i prossimi due anni, i problemi della Bosnia Erzegovina e del Kosovo sembrano avere dei tempi di svolta molto più lunghe. Sicuramente in Republika Srpska e in Kosovo oggi assistiamo a delle farse continue, legate tra di loro da una sorta di parallelismo, derivante proprio dal loro legame con la Serbia. Mentre Behgjet Pacolli guida il suo patriottico pellegrinaggio in tutto il mondo, tramite le sue fondazioni, per far riconoscere il Kosovo sotto l'egida delle attività di lobbing di Washington, la Serbia combatte la sua guerra silenziosa, aiutata da alcuni Paesi europei che vedono in lei il punto di forza di tutta la regione dei Balcani. Tutto questo all'insegna della parola "riforma" ed "integrazione europea", che sta in qualche modo sponsorizzando i piani demografici serbi.

Belgrado ha infatti emanato la legge che concede ad ogni cittadino nato nella ex Jugoslavia la possibilità di fare richiesta del passaporto serbo, "giurando fedeltà alla Serbia". Un documento che non può essere definito solo un passaporto, bensì la chiave di ingresso in Europa per tutti i popoli che resteranno indietro con i negoziati di integrazione, come croati, bosniaci e kosovari. C'è da chiedersi, dunque, quante persone faranno domande per ottenere il passaporto serbo alla fine dell'anno, quando il regime dei visti sarà definitivamente eliminato. Ciò che accadrà, non è molto diverso dal provvedimento del Governo romeno, che ha distribuito 1 milione di passaporti Schengen ai cittadini moldovi, o da quello che Slobodan Milosevic voleva fare, ossia riunire tutti i serbi in un solo posto. Oggi tutto questo viene fatto con il beneplacito dell'Europa. In un certo senso, il programma di integrazione del popolo "jugoslavo" è già in atto, considerando che la corsa ai passaporti serbi è già cominciata (o forse in Kosovo non è mai finita).

Si pensi alla Republika Srpska: l'entità serba ha accettato senza proteste o sollevamenti di piazza la decisione dell'Alto Rappresentante Valentin Inzko di limitare il potere dell'Assemblea Nazionale della RS, usando i poteri Bonn, e tutto ciò che abbiamo visto è stata "propaganda televisiva", niente di più. Allo stesso tempo, il Presidente Boris Tadic è giunto a Banjaluka per tranquillizzare i serbi, invitandoli ad avere "comprensione" nei confronti del difficile ruolo dell'Alto Rappresentante che, "agisce non per piacere, ma per garantire il futuro europeo della Bosnia". Qualsiasi cosa abbia portato Tadic a Banjaluka, è chiaro che è un qualcosa che può servire a Milorad Dodik per le elezioni, dopo la farsa del referendum per l'indipendenza della Srpska, che sicuramente tutti ricordano in Europa. Oggi sicuramente Belgrado ha voltato pagina nella sua storia, "i giochi di guerra" sono finiti, almeno da parte sua, ed è stato deciso che la Serbia avrà un ruolo strategico dominante nei Balcani, sia per le strade energetiche che raggiungeranno l'Adriatico attraverso il Montenegro, che per i suoi legami con la Russia, come vera porta d'Oriente per l'Europa. In cambio Belgrado ha concesso alla Comunità Internazionale la Republika Srpska, e forse tra 10 anni cederà anche il Kosovo, in nome della pace dei "Balcani europei e democratici". Così, dopo anni di sofferenza, la Serbia è riuscita a guardare l'adriatico con altri occhi. Un traguardo raggiunto anche grazie all'Italia, che ha pagato la sua arroganza con i "gossip scandalistici", riuscendo infatti ad entrare nei Balcani, a creare dei canali alternativi per gli oleodotti ed unire i produttori di energia dalla Libia alla Russia, spingendosi sino all'Iran. Adesso manca proprio Teheran all'appello, per chiudere il cerchio, ma a quanto pare le "manifestazione democratiche" non accennare a finire...

23 giugno 2009

Accuse alla Gatti: ulteriore tentativo di sabotaggio


La Gatti Spa, proprietaria della fonderia Livnica AD Niksic, risponde alle accuse del Presidente del Sindacato Angelina Musikic, la quale ha depositato nei confronti della dirigenza italiana una denuncia penale. Contattata da Rinascita Balcanica, la Gatti Spa spiega che tale attacco è l'ennesimo tentativo volto a distogliere l'attenzione sull'evidente fallimento della strategia di sabotaggio contro la società italiana, per metterla definitivamente fuori mercato.

"Le accuse rivolte alla Gatti Spa sono falsità e banali tentativi di screditare la nostra società, dinanzi ad un'evidente difficoltà. La società ha agito in completa trasparenza e correttezza, rispettando il contratto di acquisto e di investimento, ricevendo in cambio ostruzionismo, indifferenza e gravi danni alla produzione e all'azienda". Queste le parole di Giovanni Gatti, Presidente della Gatti Spa e proprietario della fonderia Livnica AD Niksic, rispondendo così alle forti accuse del Presidente del Sindacato della fonderia, Angelina Musikic, la quale ha depositato nei confronti della dirigenza italiana una denuncia penale. Un attacco che è stato definito dalla Gatti un assurdo tentativo volto a distogliere l'attenzione sull'evidente fallimento della strategia di sabotaggio contro la società italiana, per metterla definitivamente fuori mercato. Di fatti, in un periodo di forte crisi per il comparto siderurgico del Montenegro - che ha visto la disfatta delle operazioni di privatizzazione e la relativa nazionalizzazione delle società in una situazione di grande disagio sociale, come accaduto anche per la Kombinat Aluminjiuma Podgorica dei russi - la Livnica di Niksic poteva essere definita una delle poche operazioni di privatizzazione che avrebbe portato ad una ripresa economica del settore, grazie agli investimenti apportati e il collocamento della società in un mercato europeo.

Molti sono stati i tentativi della società Zeljezara di sottrarre spazio e proprietà alla Livnica, la quale si stava proiettando verso un aumento della produzione grazie ad ordinativi e commesse a livello internazionale. I continui controlli e gli investimenti profusi, nonché la stessa intercessione dell'Agenzia per la Privatizzazione del Montenegro, non sono bastati ad allontanare dalla fonderia di Niksic ogni spettro del fallimento. Così, dopo più di un anno di sciopero di una parte dei lavoratori, e le molteplici misure della società italiana presso le autorità giudiziarie, non si è giunti a nessun sviluppo della situazione, tale che la Gatti decide di citare la Zeljezara dinanzi alla Corte di Arbitrato internazionale di Parigi. Nel frattempo, lo scorso mese di aprile, su iniziativa del Ministro Branimir Gvozdenovic, è stata formata un gruppo di lavoro con il compito di proporre una soluzione ai problemi della Livnica AD Niksic, accettabile sia per i dipendenti che per la dirigenza Gatti, e riavviare la produzione della fonderia. Durante l'ultimo dei quattro incontri, tenutosi lo scorso 26 maggio, è stato avanzata una proposta di soluzione che prevede il riavvio della produzione della Livnica con gli operai che hanno dato la loro adesione a continuare il rapporto di lavoro nonchè i licenziamenti dei lavoratori in esubero a condizione che la società si faccia carico della liquidazione del TFR. Da parte sua, il Governo del Montenegro si impegna a stanziare, tramite il Fondo del Lavoro, i mezzi monetari aggiuntivi con cui pagare i dipendenti, e tramite la Direzione per lo sviluppo delle piccole e medie aziende, realizzare un programma per il reimpiego.

Tale proposta, secondo la dirigenza Gatti, giunge sicuramente con un eccessivo ritardo, non tenendo conto dell'attuale evoluzione degli eventi, che mettono sicuramente la società italiana nella condizione di non poter accettare alcun altro accordo o compromesso pregiudiziale rispetto agli interessi dell'azienda stessa. La Gatti dunque rifiuta la riattivazione della produzione prima del ristabilimento della legalità e della sicurezza all'interno dello stabilimento, nonché la stessa liquidazione dei lavoratori, ritenuta irripetibile a causa dei danni subiti. "Prima di riprendere qualsiasi attività deve essere ripristinata la legalità nella Livnica, mentre i dipendenti dovranno essere liquidati dalle stesse autorità governative, poichè è già stato stabilito (ndr. dall'Ispettorato del Lavoro e dalla Sentenza del Tribunale Commerciale di Podgorica) che coloro che hanno provocato dei danni alla Livnica saranno licenziati e con richiesta dei danni causati", afferma la dirigenza Gatti, all'interno di una lettera formale, con la quale risponde al rappresentante della squadra governativa, Dragan Kujovic. Con questa lettera ricorda gli innumerevoli tentativi di sabotaggio della produzione della fonderia, l'indifferenza delle autorità e i gravi danni subiti dalla struttura e agli impianti in seguito all'interruzione della produzione e lo sciopero dei lavoratori. "A partire dal 10 marzo 2008 c'è stato il blocco illegale della Livnica AD, con danni alla produzione, agli impianti, con sabotaggio e diffamazione dei dirigenti da parte di alcuni dipendenti sobillati dalla Zeljezara AD e - scrive ancora la Gatti - notiamo che dopo un anno e tre mesi vi ricordate della Livnica perchè è fallito ogni tentativo irresponsabile".

La Gatti ribadisce inoltre che il contratto sottoscritto con la Zeljezara, tramite il Governo del Montenegro, è stato rispettato in ogni sua parte, come confermato sia in sede giudiziaria, dal Tribunale Commerciale di Podgorica (in primo grado e in appello) sia dalla società di revisione esterna nominata, come stabilito dalla procedura contrattuale. In seguito all'acquisto della fonderia, la Gatti è divenuta proprietaria di quasi il 98% della Livnica, quota che dà alla dirigenza il pieno controllo della società. Ricorda infine che è attualmente in atto, presso la Corte Arbitrale Internazionale di Parigi, il progetto di arbitrato contro il Governo del Montenegro, come responsabile del mancato rispetto delle condizioni pattuite, nonchè dei danni subiti dalla società per la degenerazione e l'indifferenza delle autorità nei confronti del blocco illegale di alcuni operai, stimati intorno ai 5 milioni di dollari.
Molto probabilmente, è stata proprio questa secca e fredda replica della Gatti a provocare l'ira del Presidente del sindacato che, agendo anche in contrasto alle raccomandazioni dei giudici e del Governo del Montenegro, ha deciso di tentare un ultimo gesto estremo, nell'illusione di far guadagnare tempo a chi vuole appropriarsi della Livnica. Da parte della società Gatti, possiamo aggiungere, vi è comunque una grande serenità e ottimismo, forte della consapevolezza di aver agito nel rispetto delle regole e del buon senso, ma anche consapevole delle proprie capacità imprenditoriali, anche in un momento così difficile per il Montenegro o per l'economia italiana.

22 giugno 2009

L'altra Srebrenica

La recente protesta degli ex veterani e invalidi di guerra contro la riduzione generale dei salari e delle pensioni del 10 per cento, ha dimostrato quanto instabile e precaria sia attualmente l'economia della Bosnia Erzegovina. La crisi finanziaria e le stesse dinamiche di integrazione e occidentalizzazione del sistema economico, hanno portato con sé molti effetti negativi che, inseriti in un contesto già instabile, hanno creato gravi distorsioni. Aumento della disoccupazione, del costo della vita, dell'inflazione e così anche della povertà, sono solo pochi dei problemi a cui stiamo assistendo.

In molti dei Paesi balcanici il sistema bancario sembra quasi impazzito, al completo sbaraglio, ormai specchio delle decisioni delle società madri, che impongono politiche commerciali spesso insostenibili per economie in via di sviluppo. La crisi finanziaria e le stesse dinamiche di integrazione e occidentalizzazione del sistema economico, hanno portato con sé molti effetti negativi che, inseriti in un contesto già instabile, hanno creato gravi distorsioni. Aumento della disoccupazione, del costo della vita, dell'inflazione e così anche della povertà, sono solo pochi dei problemi a cui stiamo assistendo. Ciò è dimostrato anche dalla recente protesta degli ex veterani e invalidi di guerra, trasformatasi in breve in tempo in scontri violenti, organizzata per manifestare contro la riduzione generale dei salari del 10%; decreto fortemente voluto dal Fondo Monetario Internazionale, come condizione per il trasferimento del credito stand-by di 1,2 miliardi di euro.

Nei fatti, la Bosnia Erzegovina è un caso tipico della regione balcanica che subisce oggi una situazione di emergenza, dove le banche hanno aumentato a dismisura i tassi di interesse, senza alcuna giustificazione e contravvenendo presso alle norme o le raccomandazioni dei Governi. L'aumento delle commissioni e la deliberata sottrazione di fondi dai conti correnti viene perpetrato alla luce del sole. Il tutto che si traduce in una diffusa impotenza dinanzi al malessere del popolazione e delle piccole imprese, che chiedono sempre più a gran voce un intervento decisivo. Solo un mese fa, i capi degli ispettorati della Federazione della BiH e della RS, hanno deciso di pianificare una serie di ispezioni e una campagna di controlli sulle banche in Bosnia Erzegovina più massiccia, per una durata di 30 giorni. Una misura ritenuta necessaria in quanto la maggior parte delle banche commerciali nel mercato ancora rifiutano di abbassare i loro tassi di interessi, dopo che sono stati elevati i livelli di allerta per gli interessi anti-usura. Inoltre, le stesse autorità locali hanno evidenziato che non vi è più uno scambio di lettere e di comunicazioni con le banche, e che le loro misure per l'armonizzazione delle aliquote rispetto alla legge sui diritti dei consumatori sono state inconcludenti. Come riportato dagli stessi quotidiani locali, al centro delle ispezioni per il credito al consumo sarà la Unicredit, Raiffeisen, Intesa Sanpaolo e Hypo Alpe-Adria. L'Ispettorato della Federazione di Bosnia ed Erzegovina e il Difensore civico per i diritti dei consumatori, visti i numerosi aumenti dei tassi di interesse ingiustificati e illegittimi, avevano persino chiesto delle sanzioni per tali inadempimenti nonché l'individuazione di una soluzione generale.

Nei fatti, tuttavia, non vi è stato alcun miglioramento della situazione. Dinanzi al pignoramento dei propri beni, al blocco dei conti correnti e alle ipoteche non esistono strutture adeguate per far fronte ai grandi gruppi bancari esteri o locali, anche perché i piccoli avvocati spesso non vogliono neanche crearsi nemici così forti e possibili "clienti". I partiti prendono le distanze da queste situazioni,e le persone hanno paura di denunciare gli abusi delle banche, non avendo dalla propria parte un ente di protezione dei consumatori. Dai politici sino ai magistrati, nessuno vuole mettersi contro le banche, che di giorno in giorno aumentano sempre più il loro potere mediatico, grazie alla sponsorizzazione della maggior parte dei media locali, tale che sono sempre di meno i quotidiani disposti ad accollarsi la responsabilità di descrivere i gravi crimini del sistema bancario. La stessa Comunità Internazionale non si è mai espressa pubblicamente su tale delicato argomento, anche se le ONG e i partiti hanno sempre dichiarato di battersi per la pace e lo sviluppo del Paese.

A conti fatti, l'unica attività di "implementazione della pace" è stata la partecipazione alle commemorazioni dei genocidi, le campagne per la proclamazione della "Giornata della Memoria", nonché pagine e pagine di rapporti che dimostrano la commissione di crimini efferati imputabili sempre agli stessi nomi. Nessuno si è mai esposto dinanzi ad un problema finanziario, che tuttavia mette in discussione la sostenibilità della vita nel Paese, considerando che la diffusione di una preoccupante crisi economica potrebbe perpetrare il più grande genocidio di tutti ti tempi. Questa volta non ci sono né armi né eserciti, ci sono le Banche, le multinazionali del gas e dell'acciaio, le privatizzazioni e i fallimenti, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. La grande sfida dell'Unione Europea è anche quella di rendere questo ecosistema economico una fonte di benessere, e non una usura perpetua, in nome del benessere della "classe europea di prima linea".

17 giugno 2009

Visti UE: ancora merce di scambio per nuove adesioni


I Paesi dei Balcani occidentali otterranno lo status di esenzione dei visti in tutta l'UE entro la fine dell'anno, nella misura in cui hanno rispettato le condizioni stabilite dalla road map. Nei fatti, però, la conferenza stampa non ha dato alcuna certezza sui nominativi dei Paesi candidati, la cui valutazione definitiva è rimessa comunque alla Commissione Europea, la quale potrebbe ancora evidenziare delle distorsioni.

I Paesi dei Balcani occidentali otterranno lo status di esenzione dei visti in tutta l'UE entro la fine dell'anno, nella misura in cui hanno rispettato le condizioni stabilite dalla road map. Queste le conclusioni del Consiglio dei ministri dell'Unione europea, riunitosi martedì a Lussemburgo, il quale ha ribadito il suo sostegno al dialogo sulla liberalizzazione dei visti con Albania, Bosnia e Erzegovina, Repubblica macedone, Montenegro e Serbia, sulla base dei tracciati contenenti i parametri di riferimento per la valutazione di ciascun Paese. "Il Consiglio ricorda che i paesi interessati dovrebbero continuare a concentrarsi sulla piena attuazione di questi parametri", affermano ancora i rappresentanti dei paesi UE. La riunione apre così la seconda fase per la Commissione Europea per raggiungere un regime di esenzione dal visto entro la fine del 2009 per coloro che hanno soddisfatto tutti i parametri di riferimento. Di fatti, la conferenza stampa non ha dato alcuna certezza sui nominativi dei Paesi candidati, la cui valutazione definitiva è rimessa comunque alla Commissione Europea, la quale potrebbe ancora evidenziare delle distorsioni.

Ad ogni modo, stando alle indiscrezioni provenienti da Bruxelles e a quanto dichiarato dai singoli rappresentanti permanenti presso la Commissione Europea, i paesi più accreditati ad ottenere l'eliminazione dei visti vi sono Macedonia, Montenegro e Serbia, mentre Albania e Bosnia-Erzegovina resteranno escluse, e il Kosovo non è stato proprio inserito nel processo di valutazione. Per questi, vale la regola generale che i Governi "devono continuare a lavorare per soddisfare le condizioni dell'Unione Europea", tale che la loro scelta sarà decisa in base ai meriti. C'è da osservare, tuttavia, che mentre la Bosnia Erzegovina ha visto cadere nel vuoto le sue aspirazioni europeiste proprio a causa della crisi interna e gli scontri con l'Ufficio OHR, l'Albania potrebbe essere "ripescata" al termine delle elezioni politiche del 18 giugno, il cui buon esito sarà rilevante ma non essenziale. Nei fatti, l'UE vuole vedere nella pratica come Tirana ha gestito la distribuzione dei documenti elettronici, il suo ritiro e il suo utilizzo, così come il controllo dei flussi in ingresso e in uscita della popolazione che eventualmente migrerà per tale evento. La democraticità del processo elettorale sarà solo uno specchio del livello organizzativo dello Stato, che dovrà dunque ritenersi all'altezza di ottenere la cancellazione delle rigide barriere alla circolazione dei cittadini albanesi.

Al momento, dunque, solo Macedonia soddisfa tutti i criteri, mentre Serbia e Montenegro, pur avendo compiuto rapidi progressi nel soddisfare i requisiti necessari, dovranno essere sottoposti ad un esame dettagliato, in base ai propri meriti. L'annuncio ufficiale avverrà il prossimo mese, quando la Commissione europea proporrà il regime di esenzione dai visti al Consiglio dei ministri. Il ministro degli Esteri macedone, Antonio Milososki, si attende un "esito positivo" entro la fine del 2009 ed ha espresso così tutto il suo entusiasmo che per tale importante successo. Allo stesso modo, il Vice Primo Ministro serbo Bozidar Djelic ha spiegato che la Serbia deve attuare tutti gli altri requisiti tecnici e le condizioni stabilite entro la fine di quest'anno: allora sarà definitiva la decisione di abolire i visti Schengen per i cittadini serbi entro questo autunno. La Croazia, al contrario, rimane in una situazione di limbo, dopo che la troika dei Presidenti dell'Unione Europea, costituita dai Ministri degli Esteri della Francia, Bernard Kouchner, della Repubblica Ceca Jan Kohout e della Svezia Carl Bildt, chiede che la soluzione per rimuovere il blocco dei negoziati di adesione della Croazia, sia trovata prima della riunione dei capi di Stato o di governo dei 27, che si terrà tra giovedì e venerdì a Bruxelles. Ciò dunque significa che, qualora la richiesta di Rehn venga nuovamente rigettata, la Croazia vedrà rimandare di oltre un anno la sua adesione all'UE. Il caso della Croazia resta comunque un perfetto esempio di come, spesso, l'integrazione europea si trasformi in un'arma a doppio taglio da utilizzare per ottenere qualcosa in cambio, che sia la risoluzione di un conflitto bilaterale, la privatizzazione di alcuni settori strategici o la pulizia interna delle forze politiche.

Infatti, la controversia del confine sloveno-croato continua ad essere in stallo. Stando alle prime informazioni, diramate dai media croati, il Commissario per l'Allargamento Olli Rehn non ha accettato le lettere sulla proposta di emendamenti della Slovenia, relativamente alla possibilità di concordare un arbitrato internazionale che rispecchi il principio di equità. In particolare, Lubiana chiede che gli arbitri facciano la loro valutazione in relazione al "principio delle relazioni di buon vicinato", che potrà essere anche un parametro oggettivo che faccia da deroga alla prassi giuridica o giurisprudenziale. Di fatti, l'inserimento di tale condizione darebbe alla corte di arbitri la possibilità di "giudicare nel rispetto di regole provenienti dal senso comune nello stato di evoluzione della società civile, preesistenti rispetto al sorgere della controversia". Una condizione che potrebbe suggerire agli arbitri di giudicare la controversia non rispetto ai fatti contestati, ma rispetto alle esigenze che sono sorte nel tempo, quale appunto - per esempio - la necessità di accesso al mare per uno Stato. Secondo quanto rivelano le fonti croate, Rehn sembra che abbia rifiutato la proposta slovena, perché essa non cita il principio di giustizia e territorialità a garanzia del "diritto della Slovenia all'accesso al mare aperto", bensì solo i principi di equità (ex aequo et bono) in maniera di riportare l'arbitrato verso il rispetto degli interessi nazionali sloveni. L'unica parte della richiesta slovena che è stata accettata, è che i membri del collegio arbitrale siano decisi di comune accordo da entrambi i Paesi.

L'obiettivo di Lubiana, continuano le stesse fonti, è quello di modificare sostanzialmente la proposta di arbitrato, avanzando delle richieste di emendamento come condizione per sbloccare i negoziati e far sì che il Parlamento accetti l'accordo sul confine.Di parere opposto sono i media sloveni, secondo cui sperare nello sblocco dei negoziati e nel raggiungimento nei prossimi giorni di un accordo sulla "nuova" proposta di Rehn è alquanto illusorio. Infatti, pur volendo ipotizzare che Lubiana dia "segnali positivi", la consultazione e il consenso del Governo nei confronti della "revisione" proposta da Rehn avrebbe bisogno comunque di più tempo. Una riflessione confermata anche dal Ministro degli Esteri svedese Carl Bildt, in un'intervista per l'Agenzia Reuters, affermando che è fortemente improbabile che si raggiunga un accordo sulla questione entro limiti di tempo così circostanziati, tale che la Croazia potrebbe fare un percorso europeo parallelo a quello dell'Islanda, e non dei suoi vicini balcanici. Ad ogni modo, la situazione della Croazia rientra pienamente nella lotteria della liberalizzazione dei visti per i Balcani Occidentali, il cui buon esito sembra essere condizionato troppo da variabili molto aleatorie, che subiscono troppo l'influenza degli ultimi colpi di scena. D'altra parte, gli ostacoli che ricompaiono di volta in volta, non sono che l'immagine speculare di un'instabilità di fondo dei Balcani, che siano le controversie bilaterali, la cattura dei ricercati dell'Aja o i problemi di organizzazione interna degli Stati.

15 giugno 2009

Il vento di Dubai nei Balcani


Sembra che una certa finanza sta rialzando la testa per dare di nuovo vita alle speculazioni. D'altro canto, le manovre speculative non si sono mai fermate, e anche se i controlli ci sono stati, è stato lasciato comunque ampio spazio alle operazioni illegali. Anche il crollo del prezzo del petrolio e dei mercati immobiliari, hanno contribuito a creare nuovi tipi di circuito di investimento. I sultanati arabi, in cui non esistono controlli anti-riciclaggio, si stanno trasformando in centri raccolta di denaro sporco, proveniente da ogni parte del mondo.

L'eccessiva volatilità dei prezzi delle materie prime e del petrolio lancia l'allarme sul mercato finanziario sul ritorno della speculazione, temuta minaccia di quella ripresa economica tanto attesa. Che la speculazione "non si fosse mai fermata" era qualcosa che si poteva facilmente intuire anche dall'andamento "programmato" di questa crisi globale, che ha cambiato la conformazione azionaria della finanza in pochissimi anni.Al contrario, la crisi economica ha contribuito ad alimentare circuiti bancari illeciti, vista la mancanza di liquidità e capitale, tale che il cosiddetto mercato dei collaterali e dei bond ha continuato la sua corsa. Non a caso, solo la scorsa settimana sono stati sequestrati, alla stazione internazionale di Chiasso, al confine tra Svizzera e Italia, 249 bond della Federal Reserve statunitense, del valore nominale di 500 mln di dollari ciascuno, più 10 bond Kennedy da 1 mld di dollari ciascuno, per un totale di ben 134 mld di dollari, pari a oltre 96 mld di euro. Documenti che - come ben sappiamo - erano accompagnati da una documentazione bancaria in originale, come dichiarazioni notarili e ricevute di deposito, lasciando così intuire il loro possibile utilizzo, con l'accreditamento nelle Banche e il loro utilizzo per la capitalizzazione di società mediante fiduciarie. Le operazioni di trading, dunque, continuano nonostante gli allarmismi della crisi economica, e la stessa propaganda dei Governi del G8, volta a creare nuove basi per la finanza globale, è destinata a divenire la solita "minaccia inattuata". A conti fatti i controlli sono stati di massa, ma non calibrati su determinati settori, lasciando così ampio spazio a manovre speculative e illegali.

Lo stesso crollo del prezzo del petrolio e dei mercati immobiliari - entrambi effetti della crisi globale - in molti Stati, come gli Emirati Arabi, hanno dato vita a nuovi tipi di circuito di investimento. Di fatti, con il prezzo del petrolio basso e con il sistema immobiliare saltato, il nuovo business delle banche e dei sultanati arabi, è la raccolta di denaro sporco - derivante da traffico di eroina, pirateria internazionale, contrabbando e criminalità - proveniente da ogni parte del mondo. Tra l'altro, con i presidi dei paradisi fiscali occidentali, il sistema bancario dei mercati d'Oriente diventa sempre più attrattivo, essendo libero da controlli antiriciclaggio, in virtù dell'esistenza di "regole religiose" che proibiscono la speculazione. Così, grandi quantitativi di contante, imballato in grandi sacchi (come fossero merce) vengono caricati su un aereo che viaggia con timbri diplomatici con destinazione Dubai o altra sede. Il denaro viene poi consegnato presso una security più vicina al luogo dove viene custodito il denaro cash; qui viene controllato e conteggiato, per poi essere accreditato dal nuovo proprietario presso la principale banca di Dubai. I proprietari dei "fondi cash" diventeranno titolari del denaro versato sui conti correnti, per poi essere invitati in un secondo momento ad investire gli stessi soldi in attività commerciali che vengono proposte direttamente dalle banche arabe. In questa maniera, tutti i soldi sporchi vengono inseriti nei circuiti ufficiali di banche internazionali arabe e vengono poi reinvestiti in attività regolari.

Non a caso, la recente crisi ha portato sin nel cuore dell'Europa, grandi quantità dei fondi provenienti dai sultanati arabi, destinati ad essere investiti in progetti infrastrutturali ed opere energetiche. Il "vento di Dubai", così come di Doha, si è sentito arrivare soprattutto nella regione balcanica, ed in particolare in Bosnia, grazie ai forti rapporti politici tra la Federazione della BiH (entità bosniaca) e gli investitori arabi, così come in Montenegro, in qualità di nuovo partner strategico di banche locali e delle privatizzazioni degli assets dello Stato. Non bisogna dimenticare la Croazia, destinataria di fondi di investimento per la costruzione del terminal di gas e dei depositi di gas naturale liquefatto, come la stessa Albania, che saluta i ricchi investimenti per un terminal e un impianto di rigassificazione. Tutti progetti strettamente connessi alla possibilità di fare dei Balcani una piattaforma strategica all'interno del Mediterraneo per le materie prime degli Stati arabi, ma anche un mercato di destinazione di investimenti garantiti poi dagli stessi Governi locali, vista la grande necessità di nuove opere infrastrutturali per garantire uno sviluppo a tale regione. In tale ottica, si può anche intuire quale può essere il futuro di uno Stato come il Montenegro, nato da un'operazione di "speculazione e riciclaggio" per essere poi destinato ad essere il Lussemburgo dell'Europa dell'Est.

11 giugno 2009

Pubblicati i video di Mladic: un falso mediatico d'altri tempi


Il programma "60 Minutes" della televisione bosniaca FTV "60 minuti", pubblica i video di Ratko Mladic con i quali intende provare che le autorità serbe e i servizi di intelligence cercano di nascondere i criminali di guerra. Dopo un primo accertamento viene rilevato che i video non risalgono che ad oltre otto anni fa, e non all'anno scorso, come erroneamente affermato. Un falso mediatico che ha così cercato di colpire la Serbia e creare un diversivo all'interno dell'opinione pubblica della Bosnia Erzegovina.

In poche ore hanno fatto il giro del mondo le immagini dei video di archivio dell'ex Generale serbo Ratko Mladic, trasmessi dal programma "60 Minutes" della televisione bosniaca FTV. Pur affermando che sono immagini girate nell'inverno del 2008 all'interno di strutture militari o luoghi della Serbia, è bastato davvero poco per capire che in realtà si tratta di un altro grande "falso mediatico", come tanti ne sono stati creati durante la guerra degli anni '90. Per fortuna, a differenza di altri gravi precedenti, la Serbia è riuscita ad intervenire subito, chiarendo ogni dubbio sulla falsità dei filmati, risalenti almeno ad 8 anni fa e già presentati al Tribunale dell'Aja. Si tratta infatti di filmati amatoriali che ritraggono il Generale Mladic in scene quotidiane della sua famiglia, esaminate accuratamente dagli esperti senza ottenere alcun nuovo dettaglio. Per la televisione bosniaca FTV, le immagini trasmesse sono state riprese nel quartiere di Belgrado Kosutnjak, dove Mladic - afferma ancora la tv bosniaca - vive liberamente e intreccia rapporti con gli amici e la sua famiglia, all'interno di una delle caserme della ex jugoslava. Altre immagini ritraggono invece l'ex Generale alle nozze di un ex soldato di Sarajevo Est, nel ristorante Kula, nonché al funerale della figlia, Ana Mladic (morta suicida nel marzo del 1994). Nei fatti, si tratta di video di feste private, visite e cene, che dovrebbero presumibilmente dimostrare che Mladic ha soggiornato in Serbia, continuando così la sua attività sotto il patrocinio della Serbia.

Mladic in montagna con i suoi figli

Mladic partecipa ai funerali della figlia Ana

Mladic incontra dei suoi collaboratori

Mladic all'interno di una struttura militare

Mladic al matrimonio di un ex soldato

La replica di Belgrado non si è fatta di certo attendere. Il Direttore dell'Ufficio per la Cooperazione con L'Aja, Dusan Ignjatovic, ha infatti affermato che il filmato è stato già analizzato, senza riuscire a capire esattamente il luogo di provenienza delle immagini, fermo restando che sono sicuramente vecchie e si riferiscono a varie località della Serbia. "La maggior parte delle riprese sono chiaramente risalenti agli anni Novanta e l'inizio del 2000-2001 o 2002, mentre per quanto riguarda il clip girato presumibilmente nel 2008, questo inverno per essere precisi, non crediamo assolutamente che sia del 2008", afferma ancora Ignjatovic, sottolineando come quel filmato mostra esattamente che Mladic non è protetto dalla Serbia. Allo stesso modo il Presidente del Consiglio nazionale per la cooperazione con il Tribunale dell'Aja, Rasim Ljajic, nel corso di una conferenza stampa afferma che nessuno dei filmati è inferiore agli otto anni. Ljajic infatti spiega che i video controversi sono parte del materiale che la Serbia ha presentato a L'Aia nel marzo di quest'anno, richiamando invece l'attenzione sul modo in cui le immagini sono trapelate tra i media. "Temo che l'obiettivo di diramare tali filmati è stato quello di impedire il cambiamento della decisione dell'Olanda e dei Paesi Europei a favore della liberalizzazione dei visti per la Serbia, per mettere così Belgrado, ancora una volta, sul banco degli imputati, accusandola di non fare tutto il possibile per completare la cooperazione con il Tribunale de L'Aja - afferma critico Ljajic aggiungendo - è chiaro che qualcuno nella comunità internazionale non ha ancora le migliori intenzioni di accogliere la Serbia in Europa", riflette Ljajic.
Scetticismo giunge anche da Bruxelles dove il Ministro degli Esteri serbo, Vuk Jeremic, assicura che è impossibile far risalire quelle immagine allo scorso 2008. Tesi sostenuta anche da Olli Rehn, il quale non nasconde un certo imbarazzo affermando che dalle informazioni raccolte dai servizi segreti e dal Tribunale penale internazionale de L'Aja, le ultime tracce di Mladic risalgono al 2006. Viene però confermata la completa fiducia nei confronti dell'operato del Governo serbo nel perfezionare la liberalizzazione dei visti con l'Europa, essendo la Serbia uno dei Paesi che hanno risposto ai criteri prima di altri. Tuttavia, è innegabile la straordinaria coincidenza della manovra mediatica bosniaca con la presentazione del rapporto del capo-procuratore Serbe Brammertz e della stessa riunione del Consiglio Europeo per approvare la risoluzione del via libera alla liberalizzazione dei visti. D'altro canto, i filmati di Mladic vengono pubblicati in Bosnia, in un momento di elevata tensione politica, scaturita dagli scontri tra l'Ufficio OHR e le autorità della Republika Srpska, e le stesse dimissioni del Primo Ministro della Federazione BiH in piena recessione economica.

Tale evento ha senz'altro creato un rapido diversivo che ha distolto l'attenzione dell'opinione pubblica dagli sconvolgimenti che potrebbero colpire le due entità con la rimozione dei leader di Governo e delle autorità da parte dell'Alto Rappresentante, come già accaduto per i due funzionari di polizia della Bosnia e del cantone della Erzegovina. Si avvicina, infatti, sempre di più il momento della verità per i politici bosniaci e serbi, dinanzi alle pressioni della Comunità Internazionale per chiudere la questione della riforma costituzionale, anche a costo di stravolgere gli Accordi di Dayton. Per cui, anche se quei filmati non sono riusciti a colpire la Serbia, in un certo senso hanno raggiunto il loro obiettivo in Bosnia, aumentando l'attenzione e la tensione su altri eventi e dando così la possibilità a diplomatici di agire senza i pressanti sguardi dei media e dei cittadini. Ci sarà sicuramente una burrascosa linea diplomatica al termine della quale sicuramente si trovera un ragionevole compromesso, anche perchè sarà difficile rimuovere il Premier della RS Milorad Dodik senza provocare il collasso della vita politica della Bosnia.

09 giugno 2009

Sequestrati titoli FED: i giganti tremano


Riceviamo e pubblichiamo una notizia che non poteva passare inosservata...e che sicuramente dimostra la veridicità e il reale contributo delle indagini della Tela sul mercato dei collaterali e la creazione di capitale dal nulla, bensì da documenti falsi con il beneplacito delle istituzioni e delle Banche.


I funzionari della Sezione Operativa Territoriale di Chiasso, in collaborazione con i militari della Guardia di Finanza del Gruppo di Ponte Chiasso, hanno sequestrato alla stazione ferroviaria internazionale di Chiasso, al confine tra Svizzera e Italia, 249 bond della Federal Reserve statunitense, del valore nominale di 500 mln di dollari ciascuno, più 10 bond Kennedy da 1 mld di dollari ciascuno, occultati nel doppio fondo di una valigia, per un totale di ben 134 mld di dollari, pari a oltre 96 mld di euro. Qualora i titoli risultassero autentici, in base alla vigente normativa, la sanzione amministrativa applicabile ai possessori potrebbe raggiungere i 38 miliardi di euro, pari al 40% della somma eccedente la franchigia ammessa di 10mila euro.Il sequestro è avvenuto nel quadro di un'operazione di controllo volti al contrasto del traffico illecito di capitali. I titoli erano in possesso di cinquantenni giapponesi scesi alla stazione ferroviaria di Chiasso da un treno proveniente dall'Italia.

Anche se gli uomini hanno sostenuto di non avere nulla da dichiarare, la polizia ha trovato tra i loro bagagli i titoli, nascosti sul fondo di una valigia, in uno scomparto chiuso e separato da quello contenente gli indumenti personali. I documenti - come ben sappiamo - erano accompagnati da una documentazione bancaria in originale, come dichiarazioni notarili e ricevute di deposito, che vanno così a perfezionare la procedura per il loro accreditamento nelle Banche e il loro utilizzo per la capitalizzazione di società mediante le cosiddette fiduciarie. Rappresenta questa la prova evidente che il mercato dei collaterali e dei bond non si è certamente fermato, e la crisi economica ha contribuito ad alimentare certi circuiti bancari, vista la grande mancanza di liquidità e capitale.

I titoli che vi abbiamo mostrato riguardavano infatti, titoli emessi dal Tesoro Americano dal valore nominale di oltre US$ 500.000.000, presenti sulla piazza finanziaria svizzera, posseduti da un cittadino di Singapore. Tali titoli vengono depositati presso la Federal Reserve, che prende in custodia i suddetti titoli, per un valore complessivo di 1 miliardo di dollari, emettendo un "custodial safekeeping receipt" , autenticato dalle firme del Governatore Bernard Bernanke e del Vice-Governatore Roger W. Ferguson. I titoli, oggetto dell'operazione, circolano al momento sulle piazze finanziarie svizzere, e sono utilizzati in programmi di trading. Si tratta di manovre finanziarie vietate dagli organi internazionali, essendo operazioni che, movimentando grandi somme di denaro a fronte dell'emissione di un titolo virtuale - spesso inesigibile e infruttuoso - nascondono tentativi di speculazione e di riciclaggio. Tuttavia, possiamo dire che, grazie anche alla pubblicazione e alla denuncia di tali prassi bancarie, le stesse autorità hanno cominciato a far luce su di esse e a fare i primi arresti.

08 giugno 2009

Dove nasce il patrimonio dei Djukanovic?


Alla pubblicazione del report dell'International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ) sulla ricchezza del patrimonio dei Djukanovic, il Premier del Montenegro ha affermato che in questo documento "pubblicato dai media" non esiste "nulla di scientifico ma solo storie fantasiose sulle sigarette e l'arricchimento illecito". Tuttavia, vi sono molte domande a cui bisogna dare una risposta, come il famoso caso Mattei è rimasto irrisolto, senza ricevere mai nessuna smentita e nessuna querela per i documenti pubblicati.

Dopo aver nominato Igor Luksic come suo diretto successore alla guida del partito socialdemocratico e dello stesso Governo del Montenegro, Milo Djukanovic potrebbe lasciare la vita politica per ritirarsi a vita privata. Queste sono solo delle indiscrezioni, alimentate dallo stesso Djukanovic che ha espresso la sua intenzione di guidare il Paese fuori dalla crisi economica, per poi lasciare l'esecutivo nel 2011. Tuttavia, è poco probabile che Djukanovic lascerà il Montenegro, essendo diventato un'impresa che ha contribuito a creare, a meno che altri non voglia il contrario. Non vi sono dubbi che Djukanovic è diventato un personaggio scomodo, un uomo che ha stretto patti con tutti ed ogni volta è riuscito ad uscirne cadendo in piedi, a cominciare dalla sua ascesa politica, alle recenti disavventure "economiche" derivanti da errate manovre di privatizzazione e di investimento: in un modo o nell'altro si è riusciti a salvare sia la Prva Banka che la Kombinat Aluminijuma (KAP). È certo, comunque, che il Premier Djukanovic ha raccolto sulla sua strada numerosi nemici, che ora cercano di "destituire il trono" del Montenegro, ovviamente per far spazio ad altri.

Infatti, è di pochi giorni la pubblicazione del report del "patrimonio dei Djukanovic" da parte del gruppo di giornalismo di investigazione, l'International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ). Stando al rapporto, Milo Djukanovic ha un reddito di 15 milioni di dollari, il fratello Aco Djukanovic, ha un patrimonio dal valore di 167 milioni, mentre sua sorella Ana Djukanovic di circa 3,5 milioni. Rivelando delle informazioni finora sconosciute, il rapporto fa una rassegna sulle dimensioni e sulla portata del potere finanziario dei Djukanovic creato nel corso degli ultimi 18 anni in Montenegro, in particolare sulle proprietà possedute, dalla Prva Banka a svariate Agenzie di investimento ed immobiliari. Allo stesso tempo, parte della relazione riporta alcuni dettagli sulle accuse di contrabbando di sigarette mosse dal tribunale di Bari, allegando i dati della relazione della DIA ed altri procedimenti giudiziari a Zurigo, che lo vedono implicato nella criminalità organizzata balcanica ed italiana, e con le stesse banche in Svizzera. Spiega inoltre che, da più di un decennio, dall'inizio degli anni '90, tutti i redditi del contrabbando di sigarette sotto l'egida della Camorra e della Sacra Corona Unita, grazie anche alla sua intermediazione, sono stati riciclati attraverso il mercato finanziario svizzero, per una somma di oltre un miliardo di dollari.

Comunque, è innegabile il fatto che dopo 15 anni di indagini effettuate da più procure, il Tribunale di Bari è in procinto di archiviare le accuse contro il Premier montenegrino perché protetto da immunità diplomatica. Si tratta però dello stesso Djukanovic che era stato definito dal Procuratore Scelsi nel 2001 come il capo della cupola mafiosa finanziaria. L'uomo definito dall'allora Ministro di Giustizia Ottaviano Del Turco come il "garante della Mafia Internazionale", ed oggi dopo inchieste, rogatorie, indagini, le accuse vanno archiviate in virtù del ruolo istituzionale che ora ricopre. D'altronde, Djukanovic è passato indenne attraverso innumerevoli dichiarazioni di pentiti i quali lo hanno tutti indicato quale referente e forse il vero padrone di molteplici traffici illeciti e di essere il vero e unico collante e garante fra politica, finanza e criminalità organizzata. Si, forse è vero, prove reali nei confronti di Djukanovic effettivamente non ce ne sono, perchè altrimenti, se ci fossero state prove schiaccianti nei suoi confronti, saremmo certi che non saremmo arrivati a questa conclusione.
Tuttavia, la cosa che ancora oggi ci sembra alquanto strana è il fatto che il famoso caso Mattei è rimasto irrisolto, senza ricevere mai nessuna smentita e nessuna querela per i documenti pubblicati. Documenti che comprovavano operazioni commerciali e finanziarie effettuate negli anni 1996/97 e cioè in piene sanzioni finanziarie per la federazione della Jugoslavia. Ad essi si aggiungono la sentenza ufficiale emessa dal Tribunale Civile di Zurigo, sentenza che condannava e condanna l'allora Repubblica del Montenegro insieme all'allora Podgoricka Banka attuale Gruppo Société Generale ( n. U/EQ990238 28 august 2000 Bezirksgericht Zurich Podgoricka Banka ). Questa sentenza conferma che effettivamente nell'anno 1996 la Repubblica del Montenegro riceveva finanziamenti per circa un miliardo di dollari americani e che questi fondi, sarebbero serviti per realizzare opere sociali e urbanistiche in Montenegro.

Alla pubblicazione del report Djukanovic ha affermato che in questo documento "pubblicato dai media" non esiste "nulla di scientifico ma solo storie fantasiose sulle sigarette e l'arricchimento illecito". "Questa è solo una di una lunga serie di menzogne sullo stesso argomento contro la mia persona e i membri della mia famiglia", replica Djukanovic, affermando che "l'ultima bugia" è giunta da questo " Centro per il giornalismo investigativo", che dice di trovarsi negli Stati Uniti, ma i suoi "effettivi autori", tuttavia, non si trovano sulla costa atlantica. "Questi sono ricercatori 'locali' e 'regionali' che già all'inizio del testo cita come argomento cruciale delle dichiarazioni di membri delle ONG locali, dei partiti di opposizione e giornalisti che cercando di dire che 'la mia ricchezza è aumentato enormemente' ", ha detto ancora Djukanovic, che difende l'operato del suo Governo perché ispirato da una "ideologia" o da "interessi di pochi". "Sono consapevole del fatto che io, gestendo con successo la politica o le imprese private, sono spesso bersaglio di critiche", continua nella sua replica pubblicata sul sito del governo del Montenegro. Salvo dunque il diritto di replica per Djukanovic, non possiamo non constatare che la pubblicazione del report non è del tutto una coincidenza, in quanto sono numerosi gli elementi che ricorrono, e che conducono ad un passato problematico e duro da scontare, sul quale Podgorica non ha mai risposto.

05 giugno 2009

Rinascita Balcanica intervista l'ambasciatore italiano in Bosnia


Sviluppo della cooperazione economica e rafforzamento delle istituzioni locali nel quadro dell'integrazione Europea, come sancito dalla road map del Ministro Franco Frattini. Questi gli elementi chiave dell'intervista per Rinascita Balcanica rilasciata dall'Ambasciatore italiano a Sarajevo, Alessandro Fallavollita (nella foto), il quale auspica nuovi ed ulteriori legami tra le imprese italiane e quelle bosniache, in una terra ricca di risorse ed opportunità.
L' Italia supporta molti progetti nel settore della produzione in BiH. Uno di questi è lo sviluppo della zona industriale del distretto di Brcko. L'Unione degli industriali di Venezia nel 2002 ha intrapreso un progetto di collaborazione con le imprese della BiH tramite l'azienda Progetto Brcko. Di che cosa si tratta precisamente?
Il progetto del Parco industriale di Brcko o Progetto Brcko intende trasformare un’area di circa 70 ettari alle porte di Brcko in un distretto produttivo per lo sviluppo di iniziative imprenditoriali, italiane ma non solo, in specie nei settori della meccanica, dell’agro-alimentare, dei manufatti per l’edilizia e della lavorazione del legno. Si tratta di un’iniziativa che vuole riproporre in Bosnia-Erzegovina il modello del “distretto industriale”, che ha già trovato applicazione in altri Paesi dell’Europa centro-orientale. Lo scorso 22 settembre l’Onorevole Adolfo Urso, attuale Vice Ministro per il Commercio Internazionale, ha partecipato all’inaugurazione del cantiere del Parco che, una volta realizzato, potrà costituire un importante polo di attrazione per gli investimenti stranieri, per Brcko come in generale per la Bosnia-Erzegovina.

In quali settori economici le imprese italiane hanno trovato una migliore collocazione nei rapporti con le imprese bosniache?
Tra i settori produttivi di tradizionale collaborazione tra imprese italiane e bosniache occorre ricordare innanzi tutto il tessile-abbigliamento-calzature, dove in molti casi i rapporti risalgono addirittura agli anni ’60-‘70. Diversi operatori italiani sono presenti inoltre nei settori della produzione e della lavorazione dei metalli, come anche della lavorazione del legno e, seppure in minore misura, del chimico. Da non trascurare, poi, la rilevante presenza di gruppi italiani nel settore bancario, con gli ingressi sul mercato bosniaco negli ultimi anni di Unicredit e di Intesa Sanpaolo.

Come stima i rapporti diplomatici attuali tra il Governo italiano e la Bosnia?
I rapporti diplomatici tra Italia e Bosnia-Erzegovina sono eccellenti. In tale quadro, la collaborazione con le diverse realtà locali del Paese, a partire dalle due Entità (Federazione di Bosnia-Erzegovina e Republika Srpska), si è dimostrata finora ottima. Sotto il profilo economico, l’interscambio ha registrato in questi ultimi anni un sensibile incremento, arrivando a toccare 1,2 miliardi € nel 2008, che rendono l’Italia il quarto partner commerciale, dietro Croazia, Serbia e Germania. A questo va aggiunto il parallelo, costante incremento delle nostre quote di mercato in Bosnia-Erzegovina. Sono convinto tuttavia che esistano ulteriori margini di miglioramento, soprattutto con riguardo agli investimenti produttivi, che comunque hanno registrato a loro volta un promettente aumento, specie nell’ultimo biennio (2007-08).

Lei crede che la Republika Srpska sia in grado di attrarre e ospitare anche gli altri investimenti da parte delle imprese italiane, con particolare riferimento ai progetti infrastrutturali?
Sono convinto che sia la Republika Srpska che la Federazione di BiH abbiano il potenziale per attirare ulteriori investimenti produttivi, in primis nel citato settore delle infrastrutture: lo sviluppo del Corridoio intermodale paneuropeo Vc rappresenta indubbiamente una significativa occasione ed al tempo stesso una sfida per la crescita e per la modernizzazione del Paese, che favorirà la sua migliore integrazione nello spazio economico regionale ed europeo. In tale ottica, oltre a dotare il Paese di infrastrutture più moderne, è fondamentale anche migliorare il cosiddetto “business climate” per attirare i potenziali investitori stranieri. Per fare solo alcuni esempi pratici, penso ad una migliore promozione delle potenzialità delle Bosnia-Erzegovina all’estero (il Paese molto spesso sconta ancora pregiudizi legati alla guerra); allo snellimento ed alla semplificazione della burocrazia; alla definizione di un quadro giuridico-legale certo al cui interno gli operatori possano operare con maggiori certezze.

Il famoso processo di Bologna, che sta ispirando la riforma del sistema educativo, non ha portato ancora a molti risultati. L'Italia, essendo lo Stato che ha ospitato la firma di tale accordo, in che modo coopera ai processi di riforma dell'istruzione in Bosnia?
Il processo di Bologna e le sue previsioni costituiscono ormai una realtà consolidata in tutta la Bosnia-Erzegovina. Nonostante alcune iniziali difficoltà, comuni anche ad altri Paesi che hanno affrontato lo stesso percorso, la riforma del sistema educativo universitario appare una realtà acquisita all’interno degli atenei della Bosnia-Erzegovina. Anche se non esiste una relazione strutturata tra Italia e Bosnia-Erzegovina in merito all'applicazione del processo di Bologna, esistono numerosi esempi di cooperazione interuniversitaria che testimoniano l’intensità dei legami che esistono in tale ambito tra i due Paesi, come ad esempio quelli tra le Universita' di Bari e di Banja Luka, fra Bologna e Tuzla, fra Roma e Sarajevo.

La crisi energetica, che ha raggiunto il suo picco nell'ultimo conflitto tra Russia e Ucraina, ha indotto molti Paesi a ratificare accordi energetici alternativi. E' stata avanzata qualche proposta di cooperazione energetica ? Quale settore energetico sembra più interessante per l' Italia?
La Bosnia-Erzegovina presenta un interessante potenziale energetico, sia in ambito tradizionale (idro-elettrico e termo-elettrico) che in quello alternativo-rinnovabile (eolico). Diversi gruppi stranieri si sono affacciati di recente per esplorare tali possibilità, mossi sia dall’interesse alla diversificazione delle fonti di approvvigionamento che dalle crescenti prospettive di collaborazione tra Paesi che offre il meccanismo dei “certificati verdi”. I margini dunque ci sono; certo, trattandosi di un settore strategico, che richiede alle imprese investimenti ingenti con tempi di recupero spesso di medio-lungo termine, è ancora più sentita l’esigenza che le Autorità locali definiscano una cornice di riferimento adeguata che incentivi l’afflusso di tali investimenti.

La situazione politica in BIH, secondo Lei, ha raggiunto il punto cruciale di ottenere la chiusura dell'Ufficio OHR e la sua conversione in ufficio di rappresentanza dell'UE?
La transizione ordinata dall’Ufficio dell’Alto Rappresentante (OHR) ad un rafforzato Rappresentante Speciale dell’Unione Europea (RSUE) sarà decisa il prima possibile, sulla base all’assunto che i cinque obiettivi e le due condizioni siano stati raggiunti. L’incisività del ruolo europeo in Bosnia-Erzegovina sarà potenziata attraverso la previsione di un “doppio cappello” Commissione/Consiglio per il futuro RSUE. Dovranno realizzarsi progressi anche nell’attuazione dell’Accordo di Stabilizzazione ed Associazione. La cooperazione con altri importanti partner internazionali, tra cui gli Stati Uniti, sarà cruciale nella futura presenza internazionale civile fondata sul ruolo rafforzato dell’RSUE.

Rinascita Balcanica

04 giugno 2009

L'Italia e le lancette del potere


Barak Obama giunge in Medioriente per dare un nuovo segnale di apertura nei confronti del mondo arabo. L'Europa però sembra frammentarsi al suo interno sempre di più, trovando come epicentro proprio l'Italia. Di fatti, il quotidiano britannico Times mette in discussione la "credibilità del Governo italiano", protagonista di scelte molto importanti, forse troppo importanti per lei. Allo stesso tempo, Bin Laden ritorna a farsi sentire, come monito che le vecchie regole della lotta al terrorismo non sono cambiate.(Foto source: Reuters)

Mentre Barak Obama giunge in Medioriente per dare un nuovo segnale di apertura nei confronti del mondo arabo, l'Europa sembra frammentarsi al suo interno sempre di più, trovando come epicentro proprio l'Italia. All'indomani del G8 de l'Aquila non si arrestano le forti critiche rivolte al Premier italiano Silvio Berlusconi, nei confronti del quale si scatenando un bombardamento mediatico dall'estero, coordinato e premeditato, volto proprio a mettere in discussione il potere decisorio dell'Italia in questioni di politica e sicurezza nazionale. È proprio ciò che fa il quotidiano britannico Times, il quale azzarda una vera e propria provocazione nei confronti della "credibilità del Governo italiano" messa in discussione proprio dai suoi cosiddetti alleati. "L’Italia ospita il summit del G8 quest’anno: nel vertice si terranno importanti discussioni, dove ai governi occidentali si richiede una più solida collaborazione per combattere il terrorismo e il crimine internazionale. Berlusconi si ritiene un amico di Vladimir Putin - ironizza il Times - il suo Paese è un membro importante della Nato ed è anche parte dell’eurozona che è alla prova nell’attuale crisi globale finanziaria. Non sono solo gli elettori italiani a chiedersi che cosa stia accadendo, lo fanno anche stupefatti gli alleati dell’Italia".

Al di là di ogni speculazione mediatica, lo scandalo artificioso orchestrato da quotidiani compiacenti italiani - forse in evidente difficoltà finanziaria - è sbarcato in Europea, e dopo il Times raccoglie la polemica anche il quotidiano francese Liberation, che fa gridare allo scandalo anche la perbenista sciovinista Parigi, la quale è così ansiosa di vedere crollare la dirigenza italiana per prendere così il suo posto sul tavolo dei negoziati. Ed è un posto che fa davvero 'gola', perché è stato riservati a pochi la possibilità si affiancare potenze internazionali e Paesi strategici, come Russia, Iran, Serbia, Albania, Libia, ma anche Stati Uniti, come importante intermediario. In primo luogo vi è infatti l'Iran, reale destinatario delle intimidazioni che sono state rivolte alla Corea del Nord in occasione degli ultimi test missilistici, dovendo dare un esempio esplicativo di ciò che accadrebbe qualora Teheran facesse delle mosse sbagliate. Dall'altra parte vi è la diplomazia italiana che, al di fuori della troika di Solana, intavola negoziati e si pronuncia in via frontale sulla questione, proprio perché dietro di lei vi è la Russia, che è disposta a dare molto all'Italia qualora divenisse la sua reale portavoce. Roma potrebbe così sostituire lo stesso Putin, il quale sarebbe disposto a farsi da parte al fine di non esporsi troppo nei suoi rapporti diretti con il democratico (sic!) Barak Obama nella gestione di temi particolarmente controversi come l'Iran.

Allo stesso modo, vi sono i Balcani nei confronti dei quali la Russia si pone come referente indiretto, e solo come partner commerciale, preferendo agire politicamente solo attraverso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. In tale caso, ancora una volta dovrà essere l'Italia a giocarsi la partita volta ad arginare l'avanzata degli Stati Uniti, i quali hanno già chiesto la nomina di un inviato speciale dell'Amministrazione Americana, e una revisione della struttura della Bosnia Erzegovina, viaggiando sul filo del rasoio rispetto agli "inviolabili" Accordi di Dayton. Considerando che vi sarà un solo referente internazionale ed europeo per tutti i Balcani, e qualcuno ha già proposto la nomina di un italiano, queste fasi di preparazione diplomatica sono assolutamente fondamentali. Non a caso , l'Alto Rappresentante dell'OHR, Valentin Inzko, ha avuto un interessante colloquio con il Ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, proprio mentre la Bosnia sta attraversando un periodo critico, se non drammatico. La Comunità Internazionale, infatti, sta chiedendo una riforma costituzionale della Bosnia che sia radicale, con la creazione di quattro "territorialità" e la trasformazione della Republika Srpska. L'entità serba ha subito risposto con la conferma dei suoi poteri a livello locale, sottraendoli a quello centrale, per conferma la sua ferma volontà a non voler retrocedere su tali posizioni. In realtà non esiste un piano per distruggere la Srpska ma ci sono vari piani sul tavolo, fermo restando che comunque, Valentin Inzko certamente darà un segnale forte in questa situazione, esponendosi persino ad usare i poteri di Bonn come puro gesto dimostrativo. La presenza dell'Italia si fa sentire forte anche in Serbia ed in Albania, nel tentativo di divenire principale partner commerciale, e punto di riferimento degli investimenti diretti greenfield.

Per le sue scelte così difficili ma anche necessarie per risollevarsi proprio in occasione della crisi, l'Italia sta senz'altro passando un periodo molto nero, in quanto deve confrontarsi con un'Europa che vuole a tutti i costi mantenere una linea politica reazionaria e conservativa, ossia di confermare la sua alleanza con gli Stati Uniti. A ben vedere, l'amministrazione americana non ha cambiato la sua visione del mosaico mondiale, tanto che i rapporti con la Russia o con lo stesso mondo arabo non sono cambiati affatto: Bush era un antagonista di Putin, come Obama lo è nei confronti di Medvedev, mentre era un forte alleato dei Sauditi, e un identico atteggiamento è stato confermato dal nuovo Presidente americano con la sua visita in Medioriente. Per tutelare quest'alleanza con la Nato, con le lobbies del petrolio e del nucleare, si opera per distruggere qualcosa che si sta venendo a creare. Da qui la demolizione "morale" dell'Italia, il nuovo caos nei Balcani con i controversi casi di Bosnia e Kosovo, e anche il nuovo messaggio di Bin Laden, monito che le vecchie regole della lotta al terrorismo non sono cambiate.

Dietro questo c'è una regia, costituita da vari indizi che conducono tutte sulle strade del petrolio. Non dobbiamo dimenticare che la guerra al terrorismo ha portato solo benessere a certi capitalisti, dimostrando però che bombardare gli altri Stati non risolve nulla. Non dobbiamo dimenticare che gli Stati Uniti hanno stampato dollari all'infinito, falsando i processi economici e trascinandoci nella situazione attuale, in nome e per conto della democrazia. Non dobbiamo dimenticare che nell'Americana democratica di Barack Obama si sono svolte delle elezioni monopolizzate con i nuovi mezzi di comunicazione elettronici, eleggendo Google e You Tube come nuovi garanti della libertà di espressione e della tutela dei principi costituzionali. A questo punto, i giornali posso raccontare ciò che vogliono, dietro di loro vi sono solo gli stessi vecchi lobbisti, talmente forti che, nonostante le querele e le censure, traggono comunque un immenso guadagno. Il caso di Berlusconi, nell'Italia che cerca il suo riscatto, vi è un gruppo di potere ben disposto ad utilizzare i giornalisti come passacarte, pur di mettere in atto la loro estorsione. E così anche il Times si presta a pubblicare grandi notizie di impatto, ad enfatizzare gli errori degli italiani, per screditare un Paese che sta diventando un avversario troppo forte. I vecchi tempi di Mattei sono davvero tornati...

01 giugno 2009

Gas, petrolio e nucleare: si prepara la strategia post-crisi


Sia il vertice Russia-UE di Khabarovsk che il G8 dell'Energia di Roma non sono riusciti ad elaborare un piano congiunto per lo sviluppo dei progetti dell'energia, rilevando così la grande divisione su temi che in sostanza vanno ad incidere anche sulla sicurezza nazionale. Allo stesso modo, anche il grande problema delle forniture di gas tra Mosca e Bruxelles si è tradotto in un vicolo cieco, in quanto restano fortemente divergenti le posizioni delle due parti.

I recenti vertici tra gli alti rappresentanti delle otto potenze del mondo hanno evidenziato la profonda divisione degli Stati nella pianificazione di una strategia energetica. Sia il vertice Russia-UE di Khabarovsk che il G8 dell'Energia di Roma non sono riusciti ad elaborare un piano congiunto per lo sviluppo dei progetti dell'energia, rilevando così la grande divisione su temi che in sostanza vanno ad incidere anche sulla sicurezza nazionale. La Conferenza di Roma, dal tema "Oltre la crisi. Verso un nuovo mondo di energia", non ha aiutato a definire come affrontare i nuovi progetti al fine di garantire la sicurezza energetica e uno sviluppo stabile di post-crisi, rimandando tutto al vertice del G8 che si terrà in Italia dall'8 al 10 giugno. In particolare, la relazione presentata durante l'incontro con l'Agenzia internazionale dell'energia (AIE) ha rilevato come il consumo globale di energia elettrica nel 2009 si ridurrà del 3,5% (dato risalente alla Seconda Guerra Mondiale), ipotizzando un aumento degli investimenti nel settore energetico dopo la crisi, ossia quando l'industria ad alto consumo di energia ripartirà (come il settore siderurgico).

Un aumento che potrebbe sorprendere gli Stati impreparati ad affrontare il fabbisogno della ripresa economica, tanto che l'AIE si aspetta un disavanzo di petrolio nel 2012, in considerazione del fatto che la capacità globale di estrazione del petrolio si è già ridotta di 2 milioni di barili al giorno, e, se questa tendenza continua, l'economia mondiale perderà 4,2 milioni di barili di petrolio al giorno nel corso dei prossimi diciotto mesi. Il vertice si è concluso con la firma di una dichiarazione congiunta da parte dei ministri dell'energia dei paesi del G8 e dei rappresentanti di 23 paesi emergenti, di cui quattro membri della OPEC con l'Arabia Saudita; una dichiarazione che chiama i partecipanti della riunione di Roma ad effettuare investimenti nel petrolio senza attendere l'inizio della ripresa economica. Per far questo, ritengono che sia ipotizzabile aumentare il prezzo del petrolio, passando dagli attuali 60 dollari al barile a circa 75 dollari, trovando qui ampi sostenitori ma anche forti oppositori, i quali non vogliono mettere a rischio la stabilità della propria economia in un momento così delicato. Pertanto, il problema su come garantire gli investimenti nel settore energetico in tempi di crisi non ha avuto ancora una risposta concreta.

Allo stesso modo, anche il grande problema delle forniture di gas tra Mosca e Bruxelles si è tradotto in un vicolo cieco, in quanto restano fortemente divergenti le posizioni delle due parti, soprattutto in riferimento alla progettazione della nuova base giuridica per la cooperazione internazionale in materia di energia, per rivedere i principi del trattato per la Carta dell'Energia firmato nel 1991, e formulare il principio di prevedibilità delle forniture di materie prime energetiche. La Russia infatti chiede che la nuova Carta dell'Energia contemperi anche gli interessi dei paesi produttori, e non solo di quelli consumatori. Tuttavia, il Commissario europeo per l'Energia, Andris Piebalgs, ha respinto la proposta russa, affermando che "la Carta è stata firmata e ratificata da tempo da molti paesi, pertanto è impossibile da confutare", oltre che "la proposta russa - secondo i funzionari europei - è troppo vaga", e non va a garantire la sicurezza dei consumatori europei. Il disaccordo si è trasformato pian piano in scontro dopo che un rappresentante di Gazprom ha accusato Piebalgs d'incompetenza e la Commissione europea d'inerzia durante il conflitto del gas tra Russia e Ucraina. Quest'ultima, da parte sua, ha risposto che, prima di far progredire il dialogo sull'energia è necessario che la Russia ripristini la fiducia dei 27 paesi membri dell'Unione europea. Allo stesso tempo, ha annunciato che la nuova strategia energetica europea riguarda la riduzione del 5% di importazioni di gas entro il 2020 e l'aumento del consumo di energia atomica come "combustibile alternativo blu". Anche in questo caso, però, l'Unione Europea dovrà acquistare dalla Russia combustibile nucleare per le sue centrali nucleari, così come hanno fatto gli Stati Uniti. Da tali vincoli, nasce la nuova controversia della necessità di individuare nuovi canali da cui acquistare l'uranio, come ha deciso, infatti, la Francia.

Per quanto riguarda il consumo di gas russo, l'UE intende mantenere l'attuale livello di 300 miliardi di m3 all'anno, mentre Gazprom si prepara ad aumentare le forniture per l'Europa portando a 500 miliardi di m3 all'anno nel 2030. Con riferimento alla gestione del transito del gas, la Commissione Europea propone di istituire un meccanismo di allarme rapido in caso di insorgenza di rischi connessi al transito, come parte del prolungamento della Carta dell'Energia . Nei fatti, non si è giunti a nessun accordo e, nel corso della conferenza stampa dopo il vertice di Khabarovsk, il Presidente russo Dmitri Medvedev aveva confermato la posizione della Russia sulla necessità di sviluppare nuovi accordi in materia di sicurezza energetica per sostituire quelli che esistono oggi, aggiungendo che la Russia non aderirà alla Carta attualmente in vigore. Tuttavia, secondo la stampa russa, il fatto che la Carta ha cessato di essere il fondamento del dialogo tra la Russia e l'Europa è un fatto positivo, in quanto i leader europei sono ora costretti a riconoscere la necessità di nuovi accordi, il cui contenuto dovrebbe essere discusso con la Russia.

Resta però il problema di Kiev, in quanto Mosca ritiene che il normale consumo di gas in Ucraina, come condizione per la stabilità del regime di transito di gas, non sarà garantito a spese di Gazprom per la fornitura dello stoccaggio di gas. L'Ucraina ha infatti bisogno di un prestito pari a di 5 miliardi di dollari, a cui la Russia è pronta a partecipare, in cooperazione con l'Unione Europea, a condizione che Bruxelles riconosca che è impossibile effettuare l'ammodernamento del trasporto del gas, o anche la creazione di un consorzio che gestisce la rete, senza la partecipazione di Mosca. La Russia parteciperà al finanziamento dell'Ucraina per finanziare l'acquisto di gas, se il processo è supportato da Europa e le sue istituzioni finanziarie, ha rilevato un portavoce del Cremlino. A tal proposito Vladimir Putin ha inviato alla direzione dell'Unione europea, una lettera in cui propone di creare un pool di creditori internazionali, per occuparsi della situazione attuale che riguarda la fornitura di gas per l'Ucraina e il transito attraverso il suo territorio per l'Unione europea. L'Europa avrà sicuramente interesse a continuare la cooperazione per il mercato del gas, ma allo stesso tempo è divisa a causa delle pressioni derivanti dalle lobbies del petrolio e quelle del nucleare. Per cui se da una parte si schiera Russia, Italia e Germania, dall'altra vi sono Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna. Entrambi sono gruppi di interesse che agiscono ormai come società multinazionali, che individuano il proprio mercato e per esso lottano. In questa guerra pochi sono compromessi e, qualora vi siano, spesso derivano dal bilanciamento di altri affari. Caso esemplare, gas-automobili: due settori perfettamente complementari.